giovedì 14 dicembre 2017

Cantina Le Caniette - Alla riscoperta del Piceno e del Bordò

Era da un po' che non parlavo delle mie Marche. Vi stavate preoccupando, eh!?
Oggi vi porto nel Piceno, più precisamente a Ripatransone in una zona conosciuta come “Le Caniette” dove sorge l'omonima azienda.
L'azienda Le Caniette trae le sue origini dalla lungimiranza di Raffaele Vagnoni che nel 1897 acquista un terreno con l'annessa abitazione e si trasferisce con la famiglia proprio a Ripatransone. Alla proprietà originaria si aggiungono, negli anni, altri appezzamenti di terreni confinanti acquistati con i proventi del lavoro nei campi. Dobbiamo, però, attendere la scomparsa di Raffaele e il passaggio delle redini aziendali nelle mani del figlio Giovanni per veder impiantare i primi filari di vigna specializzata a discapito della “storica” ma poco qualitativa coltivazione alberata. I nuovi impianti rappresentano uno snodo cruciale per l'azienda agricola che inizia a puntare in maniera seria e concreta sulla viticoltura di qualità.
le caniette cantina marche
L’attività vitivinicola diventa la principale attività aziendale con Raffaele Vagnoni, che negli anni ’60 converte gradualmente in vigneti la gran parte dei terreni che eredita dal padre Giovanni per un totale di 9 ettari vitati su 11 di proprietà e dota la nascente “nuova” azienda di una cantina a tutti gli effetti.
Nel 1990, con l’ingresso definitivo in organico del figlio Giovanni, vengono prodotte e commercializzate le prime bottiglie di Rosso Piceno a marchio "Le Caniette" che, su suggerimento del Maestro Gianfranco Notargiacomo, Artista e Docente dell’Accademia delle Belle Arti di Roma, prendono il nome di “Morellone” e “Rosso Bello”.
Nel 2002 Raffaele cede le redini dell’Azienda ai suoi figli Giovanni e Luigino che la guidano tutt’ora: Luigino gestisce la campagna e Giovanni la cantina. L’Azienda si amplia fino agli odierni 16ha vitati. La produzione si concentra su 6 etichette che esaltano le potenzialità dei vitigni autoctoni coltivati grazie alle moderne e rispettose (l'azienda è certificata biologica) tecniche di coltivazione e vinificazione filtrate da una saggezza tradizionale e contadina: Lucrezia, Veronica, Gaia, Rosso Bello, Morellone, Nero di Vite e Cinabro.
vini le caniette
I varietali coltivati sono quelli autoctoni del Piceno: Passerina, Pecorino, Montepulciano, Sangiovese e Bordò.
E' stato proprio quest'ultimo vitigno a spingermi ad approfondire la realtà de Le Caniette e la loro dedizione al territorio. Molti di voi conosceranno già il Bordò grazie al Kupra di Marco Casonaletti, ma di certo in pochi avranno avuto modo di berne un calice, dato l'esigua estensione dei vigneti e la conseguente ridotta produzione di vini da questo vitigno.
Non vi parlerò di Bordò Boys o Casonaletti Boys, ma sta di fatto che anche in questo caso “galeotto fu l'incontro” di Giovanni con l'ormai noto vignaiolo piceno padre del Kurni che tanto ha dato in termini di visibilità a questa piccola zona delle Marche. Nel 1998, infatti, Giovanni incontra Marco Casonaletti che gli porge un calice di un vino dal colore scarico tanto da credere fosse un rosato. Se la vista lo lasciò un po' perplesso alla prima olfazione fu amore a primo naso! “Questo è il Bordò!” Esclamò Casolanetti con la sicurezza di chi ha la lungimiranza e la sensibilità per intuire le potenzialità di qualcosa di quasi sconosciuto.
Da lì a poco le analisi del DNA diedero riscontri inattesi: siamo di fronte ad un vitigno antico che è qui da secoli ed è cambiato a tal punto da divenire unico nel suo genere. La famiglia di appartenenza è quella della Grenache, ma non si tratta del clone comune, bensì di una “mutazione semale di Grenache”. Una storia simile a quella del Cannonau e di altri vitigni diventati autoctoni mutando dall'alloctono di origine dimostrando quanto un territorio possa incidere sulla capacità di adattamento e sullo sviluppo genetico e, quindi, organolettico di un vitigno. C'è da dire che in questo caso la mutazione sembra essere più incidente che negli altri casi.

Passiamo ora ai vini che mi hanno colpito di più tra quelli assaggiati qualche giorno fa:
cinabro le caniette vino
Nero di Vite Rosso Piceno DOC Riserva 2009 – Le Caniette: quando parlo di Marche in giro per l'Italia mi rendo conto di quanto, ormai, la mia terra natìa sia vista solo ed esclusivamente come regione bianchista e questo fa onore al Verdicchio che ha dato lustro ad un intero territorio, eppure io ho sempre creduto molto nelle potenzialità di alcuni areali marchigiani nella produzione di grandi vini rossi e questo Rosso Piceno Riserva conferma che “si può fare!”. I 3 anni di legno piccolo e nuovo potrebbero fuorviare – e non nascondo di esser rimasto esterrefatto e di aver pensato ci fosse stato un errore nella scheda tecnica dopo l'assaggio – in quanto l'incidenza è così educata ed integrata da non celare il potenziale del blend alla pari di Montepulciano e Sangiovese. Un blend in cui i due varietali non si contendono il ruolo di protagonista, bensì si dividono in maniera equa ed equilibrata naso e bocca, con i profumi del Montepulciano in prima linea e la bocca tesa, vibrante, elegante e giustamente tannica di un Sangiovese che mi fa pensare si possa persino provare a farne una versione in purezza! Un vino che ha fatto suo lo scorrere del tempo e lo ha indirizzato dove meglio credeva,  manifestando un'evoluzione ancora ai primordi.
Davvero una bottiglia inaspettata di grande carattere, espressione pulita e territoriale di una denominazione da riscoprire.

Cinabro IGP Marche Rosso 2013 - Le Caniette: eccolo qui il Bordò, il vino di punta dell'azienda ma anche il vino che rappresenta un  movimento rossista che vede nella riscoperta di questo varietale antico e così peculiare un traino forte dalla personalità innata. Fondamentale è avere una linea qualitativa comune che, oggi, unisce tutti i produttori che hanno deciso di cimentarsi con la produzione di vini da questo vitigno.
Comunque, ho deciso di aprire questa bottiglia al di fuori dei contesti comuni delle mie degustazioni per questo wineblog, condividendola alla cieca con amici “addetti ai lavori” ma con palati e gusti non sempre in linea con i miei. La cosa che mi ha colpito di più è stata la capacità di scomodare inizialmente paragoni importanti spostando tutti verso noti cugini d'Oltralpe, ma dopo qualche respiro la potenza del territorio ha avuto la meglio ricollocando il vino proprio lì dove nasce. A prescindere dagli esiti di quello che non è altro che un “gioco” fra appassionati, o meglio innamorati del vino, il Cinabro è un vino dotato di grande charme, dall'impatto intrigantemente speziato, a tratti iodati, con un frutto vivo, fresco e per nulla surmaturo. Il sorso nasce ampio per poi distendersi con fare sicuro e grande sinuosità. Il tannino è nobile e non inibisce lo slancio davvero profondo, con un marcato finale minerale-ferroso.
Parlando con un enotecnico mesi fa disquisimmo sulla capacità di questi piccoli carati da 115l di far affinare al meglio il vino con la minima incidenza e devo ammettere che aveva ragione! Il rapporto fra la massa e la superficie di contatto è, a quanto pare, idoneo ad educare il tannino senza perdere varietale e concedendo al vino una micro-ossigenazione dosata, mai eccessiva.
Una bottiglia che ha stupito me quanto i compagni di degustazione per la sua fresca eleganza.
Un vino contemporaneo che ti ammalia al naso per poi stenderti con una beva a dir poco inerziale, nonostante la sua palese complessità.
Quando un vino sa manifestare la sua "importanza" facendosi bere con "facilità" ha già vinto! 
Esistono vini da meditazione che per finirne una bottiglia avresti bisogno di condividerli e vini da condivisione dei quali vorresti avere una bottiglia extra da bere finire da solo perché in un attimo è svanita. Il Cinabro fa sicuramente parte di quest'ultima categoria.

Nel complesso ho assaggiato una linea di vini dall'approccio molto rispettoso e tradizionale, ma con un piglio contemporaneo, specie nella dinamica di beva.
Un'azienda che fa bene ad un intero territorio con la sua lungimiranza e la predisposizione alla comunicazione dei valori della terra tramite l'enoturismo di qualità e, soprattutto, tramite le sue bottiglie.
Io sarò anche di parte, ma credo molto nel Piceno e nelle potenzialità di un territorio che può e deve utilizzare la riscoperta del Bordò e la qualità dei vini che si stanno producendo con questa preziosa uva come volano comunicativo, senza però dimenticare il Rosso Piceno. Fondamentale sarà arrivare a fare una qualità più diffusa anche per il vino più tradizionale della denominazione.

F.S.R.
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martedì 12 dicembre 2017

Cantina Berritta a Dorgali - Dalla riscoperta del Panzale all'eleganza dei suoi Cannonau

Oggi torniamo in Sardegna, più precisamente a Dorgali, territorio tra i più vocati in una terra in cui di areali vocati alla viticoltura ce ne sono in ogni “angolo”.
La storia di oggi ha come protagonista Antonio Fronteddu, un ex commerciante cresciuto tra le vigne di Cannonau a Dorgali, nelle quali cercava di passare il suo “tempo libero”, lontano dalla sua attività commerciale.
Il richiamo della terra... della sua terra... però era forte! Così forte da portare Antonio, nel 2007, ad abdicare in favore dei figli, lasciando loro la gestione della sua storica attività commerciale, per potersi dedicare a tempo pieno, anima e corpo, alle sue vigne. Nasce così la Cantina Berritta, realtà intrisa della passione per il vino di Antonio Fronteddu, per tutti “Berritta”. Una passione contagiosa che oggi coinvolge anche i figli Serena e Francesco con tanto di generi e nuore che affollano la tavola domenicale insieme ai nipotini che, come Antonio, stanno crescendo giocando in un contesto naturale e tradizionale come quello vitivinicolo.
Ciò che mi ha incuriosito sin dal principio di Antonio e della sua cantina è stato sicuramente il Panzale. Un vitigno che non conoscevo, a conferma che nel vino non si smette mai di imparare e di scoprire qualcosa di nuovo! Un varietale a bacca bianca, presente da tempo immemore tra i filari di Cannonau a Dorgali, un po' come accadeva nel Chianti con le uve bianche che finivano usualmente nel “taglio” classico del vino toscano più tradizionale. Parliamo di una vite con buonissime probabilità autoctona che Antonio ha deciso di riportare in auge, riscoprendola e credendo in quest'uva così radicata nella tradizione, ma che anticamente veniva usata come uva da pasto o uva passa. È sempre stato così a Dorgali, finché un anziano vignaiolo - uno dei pochi a produrne due o tre damigiane in purezza quando l'annata lo permetteva - ne fece assaggiare un bicchiere ad Antonio "Berritta", che se ne innamorò a tal punto da riuscire a farsi donare alcune marze da propagare nei propri vigneti.
vitigno panzale
Ci sono voluti anni ed un meticoloso studio, molte prove di vendemmia – prima tardiva, poi precoce –, di tecniche di raccolta e di produzione, ma alla fine alla Cantina Berritta sono riusciti a trovare la quadra di un varietale non certo fra i più semplici da gestire ed interpretare.
I vigneti sono a Dorgali, nella Valle di Oddoene, protetta dal mare di Cala Gonone dalle montagne calcaree ben visibili dal paese. Il terreno è ottimo, un misto di basalto e di sedimenti di granito. In vigna troverete prevalentemente Cannonau, l’uva regina di questo areal, dal quale vengono prodotti tre vini. Un'ulteriore particolarità è rappresentata dalla presenza di alcune viti di Syrah, le quali uve vengono utilizzare insieme al Cannonau nel blend del Don Baddore. La produzione è contenuta: circa 22 mila bottiglie suddivise in 5 etichette.
I metodo di vinificazione e più in generale l'approccio in cantina è molto tradizionale e artigianale, ma è in vigna che Antonio e la sua famiglia fanno la differenza, con una conduzione estremamente rispettosa in regime biologico e – ad esempio - utilizzando come unico diserbante la zappa. La volontà è quella di produrre vini che parlino di territorio e che vengano da uve sanissime, ma prive dell'incidenza della chimica di sintesi.
I vini che ho avuto modo di assaggiare hanno insita in loro una forte connotazione territoriale che parte proprio dal nome, per ognuno, riferito ad un termine dialettale riferito al territorio nei quali nascono.
panzale vino bianco berritta
Panzale Isola dei Nuraghi Bianco IGT 2016-2013 - Berritta: data l'unicità di questo vino e la poca conoscenza del suo reale pontenziale sia in termini di espressività “istantanea” che di longevità, ho comparato l'annata 2013 con quella attualmente in commercio, ovvero la 2016. Il Panzale si è dimostrato un vitigno forte del suo legame con una ruralità antica, facendomi pensare ad un anziano contadino che nonostante il suo fare burbero e chiuso, vanta un animo sincero, puro e pieno di quei valori che solo la campagna sa inculcare nei cuori e nelle menti. Un contadino dalle mani indurite dal lavoro, callose, ma capaci di carezze leggere. L'annata 2016 si deve ancora aprire alla sua empatica delicatezza, mostrandosi ancora timida ed introversa, ma al contempo dal grande e luminoso potenziale! La 2013 ha giocato con l'aria e si è aperta all'assaggio con estrema delicatezza, trasformando le durezze in saggi segni d'esperienza. Sono certo che la 2016 avrà un'evoluzione ancor più “saggia” ed armonica e che si dimostrerà un vino di ancor più forte identità.
thurcalesu cannonau berritta
Thurcalesu Cannonau di Sardegna DOC 2015-2012 – Berritta: anche in questo caso ho avuto modo di comparare due annate diverse e di apprezzare il potenziale evolutivo del vino che porta il nome dialettale della sua città natale “Dorgali”. Una 2015 capace di catturare la mia attenzione sin dal primo naso per la sua eleganza composta ed educata, confermata da un sorso privo di sovrastrutture e di eccessi materici o energici, seppur dotato di buona ampiezza. Slanciato e longilineo, dinamico e ferroso, di una classe inaspettata per un Cannonau. Nessun accenno di calore e tanto meno di cottura, si fa strada nel mio palato con grande classe. La 2012 si è caricata di un'importanza terziaria ed intrigante e pur avendo perso un po' di freschezza, mi conferma il potenziale di questo vino in termini di eleganza evolutiva. Anche in questo caso sono certo che l'annata attualmente in commercio abbia una marcia in più, a testimonianza dell'importanza della continua ricerca da parta di Antonio e della sua famiglia e del grande lavoro fatto in vigna, nonché dell'età stessa delle piante che diventano più mature ed esperte di annata in annata.

Montetundu Cannonau di Sardegna Classico DOC 2014 - Berritta: se nel Thurcalesu avevo apprezzato un equilibrio proteso all'eleganza non così comune nei Cannonau, con questo vino ho potuto comprendere a pieno l'incidenza di questo territorio e la connessione quasi simbiotica che c'è fra terra, cielo, mare e vitigno a Dorgali.  Il Cannonau qui si spoglia di ogni orpello ed il bravo vignaiolo lo scolpisce lavorando in sottrazione per raggiungere l'obiettivo che ogni produttore dovrebbe prefiggersi: l'eleganza. Un'eleganza ancor più nitida, non urlata, sussurrata da un naso armonico e profondamente varietale che fa da prefazione ad un sorso romanzato, perché ti prende, ti tiene attaccato al bicchiere in attesa che finisca il primo capitolo e si possa passare a sorseggiare il secondo. Un romanzo senza tanti fronzoli, in cui il protagonista è il vitigno, il contesto è la vigna e la trama è fitta, ma semplice e diretta. Una storia a lieto fine, in cui terra, vitigno e uomo guardano nella stessa direzione, crescendo insieme nel rispetto del principio fondamentale della vita e della vite: l'equilibrio.

Avevo già avuto modo di assaggiare molti Cannonau, ma effettivamente non tantissimi di Dorgali e devo ammettere che la traccia territoriale che si palesa nei vini della Cantina Berritta non può che confermarmi quanto questo areale sia in linea con il mio gusto e la mia ricerca personale in termini di eleganza, freschezza, profondità e completezza del vino nella sua struttura e nella sua aderenza al terroir. Un areale in cui questo vitigno si esprime in modo unico come unica ne è l'interpretazione che Antonio e la sua famiglia riescono a portare in bottiglia di annata in annata.


F.S.R.

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venerdì 8 dicembre 2017

Tenuta Benedetta e quell'inatteso Sangiovese dell'Etna

Oggi vi porto in Sicilia, più precisamente in uno degli areali vitivinicoli più affascinanti al mondo: l'Etna.
Torno ai piedi del Vulcano per raccontarvi una storia che vanta tratti davvero inconsueti.
La storia che sto per raccontarvi è quella di Daniele Noli e della sua famiglia. Daniele, dopo aver conseguito la laurea in Farmacia ed aver esercitato la professione per alcuni anni, ha deciso di rimettersi a studiare seguendo la passione tramandatagli da suo padre e da suo nonno, arrivando ad ottenere una seconda laurea: in viticoltura ed enologia.
tenuta benedetta
Toscani, della provincia di Arezzo, ma innamorati della Sicilia, Daniele e sua moglie erano alla ricerca di una residenza estiva, di una casa che permettesse loro di poter godere di quella terra tanto amata senza dover alloggiare in hotel o residence. L'idea di fare vino era solo una chimera e non era di certo nei piani l'acquisto di una cantina. Infatti, Daniele non acquistò nessuna cantina! Partì dalle vigne, delle quali si innamorò a tal punto da decidere di iniziare a mettere in pratica i suoi studi di viticoltura ed enologia al fine di produrre grandi vini in un territorio che più che vocato potremmo definire baciato da Dio.
E' così che nel 2013 nasce Tenuta Bendetta, dal nome della figlia di Daniele e Laura, una proprietà costituita da tre vigneti: Vigna Laura, Vigna Benedetta e Vigna Mariagrazia.
Vigna Laura si trova in contrada Verzella nel comune di Castiglione di Sicilia. È costituita da due vigneti dei primi anni del '900 di Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio coltivati ad alberello etneo con una densità di 9.000 piante ad ettaro.
Vigna Benedetta è un vigneto di Sangiovese coltivato ad alberello etneo con una densità di 10.000 piante ad ettaro, a Passopisciaro contrada Feudo di Mezzo anch'esso nel comune di Castiglione di Sicilia.
Vigna Mariagrazia è un vigneto di Carricante coltivato ad alberello etneo con una densità di 10.000 piante ad ettaro, nel comune di Milo.
vigne etna alberello
Tutte le vigne sono coltivate ad alberello etneo, tutte all’interno dell’area Etna DOC, quella del Carricante a Milo all’interno dell’Etna DOC Superiore. Le vigne del Nerello Cappuccio e Nerello Mascalese, all’interno delle quali si trovano anche alberelli di Catarratto che vengono vinificate insieme al Carricante, sono state piantate tra il 1910 e il 1940.

Fin qui tutto “normale” direte..?! Sì, ma come vi avevo detto la storia di Daniele, della sua famiglia e della Tenuta Benedetta ha dei tratti distintivi ed inconsueti, persino per me che di storie enoiche “strane” ne sento con cadenza giornaliera.
La particolarità di quest'azienda è racchiusa nella prima bottiglia che ho avuto modo di assaggiare prodotta da Daniele: un Sangiovese in purezza.
No, non avete le traveggole! Avete letto bene: un Sangiovese in purezza dell'Etna.
Non preoccupatevi perché la mia sorpresa e, immagino, anche la vostra non sono nulla di fronte a quella che deve aver provato Daniele quando, vinificando l'uva di quella vigna che gli era stata venduta come Nerello Mascalese, si ritrovò ad assaggiare qualcosa a lui molto familiare.
A confermare i dubbi e l'intuizione di Daniele è stata l'analisi del DNA che ha identificato quell'uva come un clone di Sangiovese Grosso.
Probabilmente, se quel vigneto fosse capitato tra le mani di altri, oggi ci ritroveremmo ad assaggiare un Etna Rosso DOC con all'interno una buona percentuale di Sangiovese, che magari saremmo in grado di percepire, ma che non avrebbe riscontro, in quanto quell'impianto fu, effettivamente, dichiarato come Nerello Mascalese - probabilmente, l'abbiamo già fatto senza saperlo ma questa è un'altra storia...
Non è la prima volta che mi capita di trovare in una vigna qualcosa di diverso da quel che dovrebbe esserci, ma mi piace pensare che quello capitato a Daniele sia un dono del destino e non un problema da risolvere, perché trovare del Sangiovese nell'Etna per un toscano non può che essere un "segno"!

Al di là di questa particolare storia legata al Sangiovese, l'idea di Daniele e della sua famiglia è quella di prodigarsi nella salvaguardia del territorio e del patrimonio ampelografico presente nei vigneti della Tenuta Benedetta, conducendo le vigne in regime biologico e rispettando quanto più possibile il contesto in cui i vigneti sono immersi. L'obiettivo primario è quello di non perdere gli alberelli centenari capaci di incidere con la loro esperienza e personalità negli equilibri del vino.
Per quanto riguarda i vini, io ho avuto modo di assaggiare praticamente tutta la produzione di Daniele, tra prima annata e annata attualmente in commercio, facendomi un'idea molto chiara sulla volontà di questa piccola cantina etnea, ovvero quella di produrre vini di grande personalità, che raccontino il territorio dal quale provengono.
tenuta benedetta etna vini

Etna Bianco DOC Vigna Mariagrazia 2015 (80% Carricante e 20% Catarratto): un bianco dell'Etna a tutti gli effetti per intensità del frutto, sferzante acidità e vulcanica mineralità. Il 50% della massa passata in tonneau per 6 mesi conferisce al vino una grassezza in grado di tenere alla larga la scontatezza e da far pensare ad una prospettiva molto interessante per questo bianco.
Sole e sale, luce e sapore per un vino che ti lascia la Sicilia in bocca al termine di ogni sorso.

IGP Terre Siciliane Vigna Laura 2014 (80% Nerello Mascalese e 20% Nerello Cappuccio): quello che sarebbe a tutti gli effetti un Etna Doc Rosso con il classico taglio etneo, nel quale il Mascalese si fa apprezzare in tutta la sua potenza ed il Cappuccio conferisce colore ed armonia aromatica.
I due vitigni sono nati per stare insieme, e questo vino ne dimostra la complementarietà con il suo grande equilibrio. Siamo alle prime annate, ma per fortuna i legni erano già di secondo e terzo passaggio, quindi più scarichi. Un corpo presentante, potente ma al contempo slanciato, longilineo e dritto nella sua spina dorsale come ci si aspetta da un vino vulcanico. Gran bel portamento ed ottima predisposizione al riposo in cantina.

IGP Terre Siciliane Unico di Benedetta 2015 (100% Sangiovese): eccolo qui l'”intruso” che non poteva trovare scopritore più consono e rispettoso. Ci sono altri toscani che producono vino nell'areale etneo, ma solo Daniele ha avuto la fortuna da un lato e l'intuito dall'altro di produrre un vino come questo. Chi ha letto della mia trasversale del Sangiovese, quale mese fa, avrà trovato un appunto proprio su questo Vigna Benedetta, che alla cieca si è distinto tra quasi 100 vini base Sangiovese di zone più “tradizionali” per la coltivazione di questo vitigno, grazie ad una forte identità territoriale. Sì, perché il territorio in questo caso non è dato dal varietale, bensì dall'incidenza del pedoclima su un varietale che permette comparative con altri territori ed altre interpretazioni dello stesso. Se la 2014 mostrava già una forte territorialità, seppur leggermente offuscata dal legno nuovo, in questa 2015 l'identità del vulcano è talmente forte da segnare in maniera netta il confine tra questo assaggio e tutti gli altri. Lo fa con un frutto pieno, maturo ma non cotto, leggeri lapilli speziati e note sulfuree minerali, con il calore dei più bei tramonti etnei.

Una storia curiosa quella della Tenuta Benedetta che valeva la pena raccontare a prescindere dalla qualità dei vini prodotti ma, per fortuna, non è stata solo la storia raccontatami da Daniele ad avermi affascinato, bensì lo hanno fatto anche i suoi vini e la sua consapevolezza che sono certo lo porterà a fare sempre meglio di qui in avanti.

Un'altra piccola cantina, un'altra grande scoperta per la quale non posso che ringraziare Daniele Moroni per un'estemporanea segnalazione sui social che mi ha spinto ad incontrare Daniele Noli nel giro di un paio di giorni.


F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 6 dicembre 2017

Ramona Ragaini - La Sommelier

Ormai ci ho preso gusto a condividere con voi le mie "chiacchierate" con i Sommelier che stimo di più, che spesso ricadono - anche - nelle cerchia degli amici con i quali condivido qualche - e più di "qualche"! - indimenticabile assaggio.
Dopo aver pubblicato l'intervista al caro Giovanni Sinesi Sommelier del Reale di Cristiana e Niko Romito*** (Il miglior Sommelier del 2017 per la guida Identità Golose), per par condicio, condivido quella fatta alla mia conterranea Ramona Ragaini del Ristorante Andreina* di Loreto (AN) (La Migliore Sommelier 2018 per la medesima guida).
ramona ragaini sommelier

Ciao Ramona, cosa significa, per te, essere sommelier e cosa significa esserlo in un ristorante stellato?
Essere sommelier per me è una grande fortuna perché sono riuscita a coniugare la mia grande passione con il lavoro che faccio: è una fortuna non da poco!
Non trovo che ci siano grandi differenze tra chi lo fa in un ristorante stellato, in una trattoria, in un’enoteca… se fatto con passione e umiltà il risultato non cambia… può magari cambiare l’aspettativa del cliente.

Sommelier si nasce o si diventa?
Secondo me sommelier si diventa: bisogna studiare ed assaggiare il più possibile.
Ci sono, però, delle doti che uno ha innate e che per me sono fondamentali per avvicinarsi al mondo del vino: essere estremamente curioso, avere una grande umiltà (guai sentirsi “arrivati”!!!) e rispetto!
I vini vanno assaggiati “in punta dei piedi” (anni di danza classica a qualcosa sono serviti!).

L'essere sommelier ti "obbliga" a vedere il vino come un lavoro, ma riesci a far combaciare con l'aspetto professionale anche la passione per questo meraviglioso mondo?
Obbliga a vederlo come un lavoro ma chi mi conosce lo sa: non sono una che rispetta le regole! Per me è prima di tutto una grande passione: nel poco tempo che ho cerco di visitare cantine, andare alle degustazioni ecc… ma sono soprattutto le serate con gli amici, tra chiacchiere e bottiglie, che rendono questo mondo meraviglioso!

Cosa non dovrebbe mai mancare nella carta dei vini di un ristorante in Italia? Mentre in quella di uno stellato?
Difficile fare un discorso generale: ogni ristorante è un mondo a sé. Per me una buona carta dei vini, in Italia o nel mondo, deve soprattutto parlare di territorio, poi deve abbinarsi alla cucina dello chef ed, infine, avere quello che piace al sommelier. Da una carta di un ristorante stellato, in particolare, mi aspetto queste attenzioni. Odio quando mi si dice che delle etichette “devono” esserci perché ristorante stellato: io amo avere piccole aziende che sono il frutto della mia ricerca, di incontri e parlano di storie… con un occhio sempre alla qualità\prezzo! Questa è una cosa che mi sta particolarmente a cuore: siamo tutti bravi a bere un vino da 100 euro, ma trovarne uno buono altrettanto a 20 è un’altra cosa!

Come selezioni un vino da mettere in carta? Valuti l'assaggio in sé o ti lasci trasportare anche dalla sua storia, dalla personalità del produttore ed ovviamente dalla bellezza del territorio in cui nasce?
Io sono molto passionale non riuscirei mai a valutare l’assaggio in sé anche se, la “bocca”, alla fine ha sempre l’ultima parola. Difficile, invece, che un vino entri in carta se non sono in sintonia col produttore: deve proprio essere buono!

Quanto reputi importante l'abbinamento vino-cibo e quanto si può osare ancora?
Abbiamo dato troppa importanza all’abbinamento cibo\vino secondo me. Vedo clienti spesso impacciati e timorosi di sbagliare quando devono scegliere una bottiglia: allora mi avvicino e gli dico “che vi va di bere a prescindere da quello che mangiate?” e la serata prende la giusta piega. Soprattutto nelle cucine di ristorante come il mio, i piatti raggiungono una complessità tale che è impossibile avere l’abbinamento perfetto… ci si può avvicinare cercando sempre di rispettare prima di tutto il piatto e mai viceversa. Quando mi parlano di abbinamenti perfetti mi viene sempre in mente caffè\sigaretta - chi fuma lo sa bene! - ecco questo è un abbinamento perfetto… il resto è molto soggettivo!

In un'era in cui alcuni valori cardine dell'educazione sembrano venir meno, quanto pensi siano importanti le doti dell'eleganza, del savoir faire e l'educazione stessa? La sala può essere un veicolo per questi valori?
Decisamente sì! La sala senza educazione ed eleganza non si può chiamare sala! Anzi trovo che sia una palestra per molti giovani: a volte capita di avere degli stagisti che fanno fatica a sorridere e dire “Buongiorno, ben arrivati!”. Proporrei un po’ di sala per tutti: obbligatoria come lo era il servizio militare! Ovviamente sto scherzando! ;-)

Oltre alla tua caparbietà ed al tuo impegno, senti di dover ringraziare qualcuno per la persona ed il professionista che sei oggi?
Sai il mondo del vino mi ha fatto veramente crescere molto. Ho migliorato molti lati del mio carattere e questo perchè ho avuto la fortuna di conoscere persone meravigliose. Nel mio cammino professionale devo sicuramente molto a Gianni: è per me veramente un esempio da seguire per umiltà e competenza. Poi mio marito che ha sempre creduto in me fin dall’inizio lasciandomi carta bianca sia in sala che in cantina! Sarebbero tantissime le persone da dover ringraziare perchè veramente davanti ad un bicchiere di vino nascono dei rapporti bellissimi e da ognuno puoi imparare qualcosa!

I tre assaggi che ti hanno riempito il cuore e che ricordi ancora nitidamente?
Questa è una domanda difficile perché ce ne sono diversi… e dipendono soprattutto dalla compagnia con cui bevi. Il contesto, le persone, il tuo stato d’animo cambiano molto l’idea di un vino. Io "purtroppo" risento tantissimo di queste cose. La soggettività in questo mondo, nonostante si dica spesso il contrario, esiste eccome! Immagina di assaggiare lo stesso vino al tramonto, in spiaggia, con una chitarra e gli amici oppure in una stanza con la persona che ti sta più antipatica al mondo: non mi dire che hai la stessa percezione del vino!

Dato che tutti sanno quanto amiamo la nostra terra e i “nostri” vini, chiudo con una domanda da marchigiano docg a marchigiana docg: “Cosa pensi delle Marche del vino, oggi?”
Le Marche stanno crescendo tantissimo negli ultimi anni soprattutto i bianchi hanno avuto un’impennata di qualità impressionante. Il verdicchio su tutti… è oggi, per me, il più grande vino bianco italiano. Sui rossi c’è ancora un po’ di strada da fare, anche se le nuove generazioni hanno iniziato, si è sempre puntato sulla potenza più che sull’eleganza… spero si inverta la rotta!
sommelier ristorante andreina loreto michelin

Ringrazio Ramona per essersi prestata, nonostante i suoi impegni lavorativi, a questo breve ma più che esaustivo "botta e risposta enoico". Sono certo che la sua figura fungerà - in realtà già lo fa! - da esempio per molte donne in procinto di entrare nel mondo della Sommellerie in senso stretto ed in quello del vino in senso lato. 
Quasi dimenticavo... ancora una volta, viva le Marche! 😜

F.S.R.
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lunedì 4 dicembre 2017

Il mio Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti FIVI 2017

Il mio Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti FIVI 2017 tra considerazioni su una delle migliori fiere del vino italiane e impressioni sui vini assaggiati a Piacenza

Sono passati solo pochi giorni dal weekend di assaggi trascorso al Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti della FIVI, a Piacenza. Giusto il tempo di riordinare foto, appunti e pensieri e sono qui a condividere con voi le mie impressioni su questa 7° edizione di un evento che non smette di crescere e migliorarsi. Quella del 2017 è stata, a mio parere, la miglior edizione di sempre e vi spiego il perché:
mercato fivi piacenza
- Più produttori, nessun calo di qualità! - Molti temevano che all'aumento dei produttori potesse corrispondere una diminuzione della qualità. Assolutamente no! La FIVI si dimostra, ancora una volta, una federazione senza vincoli legati a stili, correnti di pseudo filosofia enoica o certificazioni, ma capace di raccogliere un gran numero di produttori che il vino lo sanno fare.
- Tanta gente, ma niente caos! - Si temeva che l'affluenza prevista unita al maggior numero di banchi d'assaggio avrebbe portato ad un effetto "Merano", rendendo poco percorribili i corridoi e poco "praticabili" gli assaggi. Io posso dire di esser riuscito a girare con la giusta serenità e senza grossi intoppi neanche nell'"ora di punta", potendo parlare con i produttori senza incappare in spintoni, senza il bisogno di un megafono per farmi sentire ed ancor meno di un amplifon per recepire le parole dei miei interlocutori.
- Aria di casa! - L'evento cresce, ma l'atmosfera non cambia! Il Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti FIVI sa ancora di grande famiglia e la commistione di privati e addetti ai lavori, uniti dalla grande comune passione enoica fa bene al vino. Vedi produttori approfittare di attimi di libertà per sgattaiolare verso il proprio dirimpettaio ed assaggiare qualcosa, magari scambiando qualche bottiglia, con un occhio al proprio stand, pronti a tornare alla postazione in caso arrivi un avventore. C'è qualcosa di diverso nell'aria in quel padiglione della fiera di Piacenza... c'è una leggerezza che sembra non pesare, neanche agli stessi produttori che difficilmente hanno un attimo di tregua in questa due giorni. 
- La FIVI funziona! - Anche quest'anno i risultati raggiunti sono molti e la cassa di risonanza della Federazione ha potuto aumentare il volume della voce di molti piccoli produttori, che difficilmente avrebbero avuto modo di farsi ascoltare altrimenti. C'è profondo rispetto tra gli associati e c'è grande fiducia, almeno per quanto è stato detto a me, nell'attività della federazione. Questo è raro, specie per una famiglia che non smette e non teme di aumentare, ma non per questo vuole veder cedere i propri principi di appartenenza e criteri di selezione. A testimonianza di ciò c'è la decisione di escludere le Srl che fanno parte di "grandi gruppi", che giusto o sbagliato che sia appare come un messaggio forte e chiaro da parte di chi è stato criticato per aver accettato "troppe" aziende al proprio interno (non è di certo colpa della FIVI se l'Italia è piena di medio-piccole aziende che vinificano le proprie uve e che, oggi, vogliono entrare in una delle poche "associazioni" capace davvero di "FARE").
- Il format è vincente! - La "gente" assaggia, compra, mangia, riassaggia, chiacchiera con gli amici o con i produttori, riempie carrelli, lava il proprio calice e torna ad assaggiare.
fiera vino piacenza

Fatta questa doverosa,  e come sempre estremamente soggettiva, premessa passiamo al vino!
Gli assaggi sono stati così tanti da aver perso il conto come capita raramente, ma per fortuna ho da sempre avuto l'attitudine a mettere una sorta di segnalibro, a fare una specie di orecchia (lo so che la odiate, ma io la facevo :-D ) tra le pagine del mio blocchetto degli appunti emozionali, quindi non faccio alcuna fatica a riportare alla memoria i vini che mi hanno colpito di più in questa edizione del Mercato dei Vini FIVI tra la carica dei 501 produttori presenti:

Martinotti, "Ancestrale" e Metodo Classico

Valdobbiadene Prosecco Superiore - Col del Lupo – Extra Dry: cercavo un Prosecco che potesse esprimere territorialità e non cadesse nel calderone dell'omologazione e questo c'è riuscito alla grande, grazie a vigneti tra i più belli e difficili della denominazione.

373 – Bellese Giacomo & Enzo – Vino Spumante Brut Millesimato 2016: assaggiai la prima versione di questo vino in tempi non sospetti, ma questa 2016, seppur da non troppo in bottiglia, è già una spanna superiore. Ormai il 373 ha trovato la sua "cifra" e già risulta riconoscibile di annata in annata. Cosa non scontata per un vino come questo!

1877 – Lodi Corazza - Pignoletto Metodo Classico 2015 Dosaggio Zero: il Pignoletto in una veste elegante, ma non troppo, tradizionale nel metodo ma contemporanea nell'espressione. Un metodo classico che privilegia il varietale ai lieviti e la dinamica alla complessità. Astenersi enofighetti!😜

Narciso – Vitivinicola Valla – Ortrugo dei Colli Piacentini Frizzante 2016: un rifermentato con un tocco di macerazione a dargli forza e personalità. Non mancano un'equa struttura, una longilinea freschezza e tanta sapidità. Vino che destabilizza nella più positiva delle accezioni del termine, ergo... perfetto per spezzare il ritmo dei molteplici assaggi fatti in fiera.

Wai – Tenuta Belvedere – Ancestrale IGT Bianco Privincia di Pavia: il vino più divertente della giornata! Quello che fa parlare, divide, ricongiunge e nel frattempo è finito! Se la mission del vino è farsi bere, il Wai ha pochi rivali!

Metodo Classico – Lazzari – Extra Brut: più di 50 mesi sui lieviti non lo privano del filo della sua lama acida. Un Metodo Classico di grande freschezza ed eleganza, che fa pensare possa evolvere ancora per anni in bottiglia tirando fuori ancor più personalità.

Bianchi e "Macerati"

Cantaro – Broccanera - Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC 2014: uno degli esempi più nitidi di quanto la 2014 sia un'annata da riconsiderare specie per i bianchi ed ancor più per un vino come il Verdicchio che vede nelle annate fresche un maggior bilanciamento fra struttura e freschezza, fra corpo e dinamica. Questo Cantaro è nel pieno della sua evoluzione, ma ancora in una fase ascendente che ne rendere più complesso il naso, mantenendo una beva fresca e salina.


Chiaraluna - Muralia - Toscana Bianco IGT 2016: un Viognier mediterraneo, intriso di sensazioni balsamiche e di erbe aromatiche. In bocca si apre per abbracciare ogni papilla gustativa prima dell'allungo finale fresco e marino. Un vino che sa di terra e di mare, che entra pieno, ma si distende con grande dinamica.

89/90 – La Piotta – Vino Bianco 2015: Riesling (90%), Moscato e Muller Thurgau (10%) per un vino che vanta uno spettro aromatico importante, ma non troppo spinto quindi la noia, dopo il secondo calice, è scongiurata! In bocca c'è bilanciamento fra morbidezza e acidità e il sorso e la dinamica del sorso è decisamente slanciata.

Aveldium – Az. Agr. San Ruggiero - Moscato Secco IGT Puglia 2016: mi affascina sempre la capacità del Moscato Secco di fregarti con un naso a tendenza “dolce” per poi darti una bella stoccata secca e minerale al sorso. Questo Alvedium non è da meno e manifesta un buon equilibrio e tanta tanta beva.

Prima Luce – Cappella di Sant'Andrea – Vernaccia di San Gimignano DOCG 2014: la Vernaccia si fa “orange” mantenendo integro la sua identità varietale e territoriale. Un macerato pulito, che mostra forza e mineralità in quantità.

G. - Anzitz Dornarch - Gewürztraminer Mitterberg IGT 2015: altro giro, altro orange! La mia ricerca sui macerati mi spinge ad assaggiarne molti negli ultimi mesi, ma questo resta uno dei riferimenti per ciò che la macerazione può tirar fuori da alcuni vitigni, specie se aromatici come il Gewürztraminer. Il vino è sempre questione di equilibrio, ma nei macerati bilanciare estrazione, aromaticità e freschezza, mantenendo una buona struttura e una chiara identità non è semplice! Patrick ci è riuscito rendendo questo vino una luminosa espressione del varietale e delle sue vigne.

Rossi

Verrucano – Fattoria San Vito – Rosso Toscana IGT 2016: “il vino quotidiano”, così, i produttori di questa piccolissima cantina a pochi Km da Pisa, mi hanno presentato questo Sangiovese con qualche saldo delle classiche uve bianche e rosse presenti in molte vigne toscane. Io, da par mio, ho risposto che la scelta della Magnum è più che azzeccata e che non mi dispiacerebbe trovarne una “quotidianamente” sulla mia tavola. E' un vino conviviale, che sa di Toscana, con una grande beva, ma non per questo semplice o scontato. Molti parlano di tradizione, predicando bene e razzolando male... questo è un vero esempio di vino tradizionale toscano in tutto e per tutto e dimostra che si può fare “il vino di una volta” in maniera pulita e contemporanea.

Pinot Nero – Podere la Madia – Rosso Toscana IGT 2015: il primo di un trittico di Pinot Nero che non mi aspettavo di trovare, data la mia risaputa diffidenza riguardo molti dei Pinot Nero italiani. Eppure, se si dimenticano a priori paragoni transalpini e si valutano espressività ed eleganza, questo Pinot Nero si dimostra davvero una bella interpretazione della bestia “noir” di tutti i vignaioli. Vuoi vedere che nell'aretino il Pinot Nero non viene bene solo in Casentino? Scherzi a parte, parliamo di terroir diversi, ma La Madia ha dimostrato di avere capito molto bene sia il vitigno che le proprie vigne e di certo questo è un vino da seguire da qui in avanti.

Tiurema – EnoTrìo – Terre Siciliane Rosso 2015: se c'è un territorio dove il Pinot Nero può esprimersi in maniera davvero unica ed intrigante questo è l'Etna... beh, a pensarci bene qualsiasi vitigno potrebbe riservare grandi sorprese in questo meraviglioso areale!
Potenza espressiva, fresca eleganza e grande mineralità vulcanica per un Pinot Nero fuori dagli schemi, ma che non manca di nulla per regalare una delle emozioni più esplosive della giornata.

Diegale Pinot Nero – Diegale – Rosso Toscana IGT 2014: l'avevo già assaggiato quest'estate e mi aveva sin da subito stupito quanto, ancora una volta, l'annata 2014 si sia rivelata capace di enfatizzare la classe di vitigni delicati e difficili, ma con grande predisposizione all'eleganza. Le tonalità balsamiche fanno da marker territoriale, ma lo slancio del sorso e la sua profondità lo collocano nella categoria “vini importanti che vorrei sempre avere in cantina”. Sorprendente!

Origini – Podere Pomaio – Rosso Toscana IGT 2014: il ritorno alle origini, guardando al futuro e senza mai voltarsi indietro. Questo è il mood di un Sangiovese lavorato in sottrazione, privo di chimica, ma carico di consapevolezza. La pulizia che solitamente considero un fattore necessario di default in questo vino diventa un valore aggiunto. Vino da bere, senza fronzoli, ma che dopo qualche sorso inizia a rompere il ghiaccio coi miei sensi e sembra volermi ricordare che la veste più “naturale” del Sangiovese è questa!

Tacet – Az. Agr. Roberta Tiberi – Rosso Toscana IGT 2014: un ettaro di vigna, per un altro Sangiovese molto tradizionale, che scomoda paragoni importanti e si fa apprezzare per l'intrigante contrasto fra i suoi toni cupi e profondi al naso e la sua buona apertura e grande freschezza al sorso.

Tano – Le Guaite di Noemi – Rosso del Veronese 2011: ero andato per riassaggiare l'ottimo Amarone di Noemi e mi ritrovo a perdere letteralmente la testa per questo Rosso del Veronese. E' un uvaggio da vendemmia tardiva, ma senza appassimento. Il naso è territoriale, ma la bocca preferisce alla classiche morbidezze dei vini da appassimento, una beva secca, fresca, salina con un tannino ben presente, ma che non ne inficia lo slancio.

Il Castagno – Fabrizio Dionisio – Syrah Cortona 2014: assaggiato qualche giorno prima a Merano, sono passato di nascosto a riassaggiarlo! Uno dei Syrah più buoni assaggiati in Italia e il secondo era l'annata precedente del quale avevo scritto la stessa cosa all'epoca (l'anno scorso!). Non sono solito sbilanciarmi così, ma deve esserci una strana connessione tra me e questo vino, che anche in un'annata difficile come la 2014 è capace di stupirmi. Un'evoluzione, probabilmente, più rapida della 2013, ma questo lo fa apprezzare già sin da ora nel suo equilibrio e nella sua finezza.

Es – Gianfranco Fino Viticoltore – Primitivo di Manduria 2016: grande annata! L'ho detto a primo naso e l'ho confermato a pochi istanti dal primo sorso. Ancora una volta si stenta a credere che un vino di questa struttura possa invocare descrittori come “elegante” o “armonico”, ma il bilanciamento che l'ES ha tra acidità e materia, unito alla finezza di un naso che vede un degno antagonista solo nell'anteprima della Riserva 2014, rendono questo vino di un equilibrio disarmante.

Il Roccafiore – Cantina Roccafiore – Umbria Sangiovese IGT 2015: un Sangiovese agli albori della sua evoluzione. La botte grande non lo ha plasmato, bensì ne ha delineato un profilo netto, tipico ed austero in questa prima fase della sua vita “pubblica”. Un vino da aspettare, ma non troppo! Si lascerà bere alla grande, sviluppando una complessità difficile da trovare nelle espressioni di questi vitigno in questa regione.

Checo – Damoli – Amarone della Valpolicella 2010: questa piccola realtà non smette mai di stupirmi! Un Amarone dagli equilibri tanto sottili quanto concreti. Il naso è intenso, maturo, senza note verdi, ma con una forte balsamicità ed una lieve ed intrigante speziatura. In bocca è asciutto ed il finale ferroso sembra voler ricordare la mineralità vulcanica di quei suoli. Davvero convincente!

Saltapicchio – Boccadigabbia – Marche Sangiovese IGT 2012: il Sangiovese che non t'aspetti, quello che non assaggiavo da tempo, ma del quale avevo avuto modo di stappare una vecchia bottiglia (1999) qualche mese stupendomi per la sua longevità. Se il vino di punta dell'azienda resta il Cabernet Sauvignon Akronte, questo Saltapicchio sembra voler dimostrare di non essere da meno e di poter portare in dote una maggior identità territoriale. Intenso, forte, con un tannino ben integrato e un sorso lungo quanto basta per arrivare al secondo in maniera inerziale.

Basarin – Adriano Marco & Vittorio – Barbaresco 2013: assaggio i vini di quest'azienda da un po' e il loro Basarin è un Barbaresco che di annata in annata si è dimostrato spesso capace di agevolare il lavoro del mio palato e della mia mente nell'intuire cosa potrà essere in prospettiva. Questo perché questo Nebbiolo non se la tira, non ha la puzza sotto il naso, ha voglia di esprimersi seppur in maniera composta, garbata e con la classe innata del vitigno e di questo terroir. Perfetto da prendere in cassetta da 6 al Mercato dei Vignaioli FIVI.

Cirò Rosso Classico Superiore - Cataldo Calabretta - Riserva 2013: nonostante la grande struttura, questo Cirò entusiasma i sensi con un naso elegante e complesso, carico di personalità e di identità territoriale tra spezia e mediterraneità. In bocca il calore che ti aspetteresti viene mitigato dalla dinamica agile e dissipato da un finale minerale/ferroso da grande rosso. Attenti anche al nuovo Alicante di Cataldo... un vino che si lascia bere con una facilità disarmante, senza risultare affatto scontato.

Passito”
Anforgettabol – Cantina San Biagio Vecchio - Vino da uve stramatura 2015: questa piccola azienda dell'MGA di Romagna “Oriolo non smetterà mai di stupirmi! Questa volta lo ha fatto con un vino, da uve stramature autoctone botritizzate, vinificato sulle bucce in anfora georgiana interrata. Un vino “dolce” solo il naso e per il residuo zuccherino, perché in bocca entra dritto, secco e finisce sapido bilanciando alla grande le morbidezze della surmaturazione. Complessità in divenire quella donata dalla Muffa Nobile a quello che sembra essere l'ennesimo “esperimento” riuscito di Lucia e Andrea.

Bonus Tasting
La Nocetta – La Salceta – Rosso Toscana IGT 2007: un gran bel sodalizio quello fra il Sangiovese ed il Cabernet Franc de La Salceta. Questa 2007 è ancora piena di sé, quasi irriverente per la vena acida, che attraversa e scuote una struttura materica importante. Un sorso saporito, speziato e salino. Cresce bene il ragazzo!

Brunello di Montalcino - Sanlorenzo - 2010: la 2010, grande annata - seppur, a mio parere, a tratti sopravvalutata - a circa 3 anni dalla sua presentazione sta mettendo in risalto quanto nelle buone annate e nella qualità diffusa i picchi siano più difficili da evidenziare. Questa 2010 di Luciano Ciolfi si è dimostrata davvero in forma al momento dell'assaggio con un'integrità propria della grande annata ed uno slancio ancora vivo e dinamico del sorso con il classico tannino in stile Sanlorenzo, che ormai riconoscerei tra mille.

Sauvignon – Silvano Ferlat – 2009: un corredo aromatico ancora integro, tanto da far fatica a credere all'annata riportata in etichetta. Il sorso è vivo e spigliato, neanche avesse 5 anni di meno! Da ristapparne una ogni anno da qui a 10 anni!

Anche quest'anno gli assaggi sono stati tanti e le emozioni non sono mancate! Pochi eventi sanno dare uno spaccato dell'Italia del vino, allo stato dell'arte, come quello di Piacenza, quindi non posso che rinnovare i miei complimenti alla FIVI per il lavoro svolto e per il successo ottenuto anche quest'anno.

Non resta che darci appuntamento a Roma, con la seconda edizione del Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti FIVI nella Capitale. Ci si vede lì!

F.S.R.
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