mercoledì 24 maggio 2017

La Cantina di Paolo Calì - Una "Vittoria" in eleganza e stile

Durante il mio ultimo viaggio in Sicilia mi sono imbattuto in paesaggi, terre e persone molto differenti fra loro, ma aventi come filo conduttore il nostro amato vino e tra queste, oggi, vorrei parlarvi di Paolo Calì.
Siamo a Vittoria, più precisamente nella contrada Salmé, dove Paolo ha deciso di trasformare la storica tenuta di famiglia, ereditata dal padre, in una realtà vitivinicola davvero pregevole.
Un luogo all'interno dell'areale tipico del Cerasuolo, dove l'equilibrata commistione dei vari fattori pedoclimatici rappresenta una naturale vocazione all'allevamento di varietali storici come il Frappato ed il Nero d'Avola.
paolo calì vini
Cantina Paolo Cal
L'idea di Paolo è stata sin da subito quella di attuare un approccio rispettoso e sostenibile in vigna e di dotare la cantina di tutto quanto potesse coadiuvarlo nella produzione di vini espressivi del territorio e del vitigno senza sporcature di sorta.
Aggirarsi in quella che mi piace definire cantina diffusa, data la dislocazione dei vari locali nei diversi fabbricati della tenuta, è come poggiare i piedi, uno ad uno, passo dopo passo, sul passato guardando un presente con un grande slancio al futuro, senza mai perdere quel contatto con la tradizione, rappresentata a pieno dall'antico palmento ritrovato e ristrutturato, ora fulcro vitale e simbolico della cantina.

Ciò che mi ha affascinato di più - oltre alla grande ospitalità di Paolo -, però, non sono stati i locali di vinificazione ed affinamento, per quanto suggestivi e ben tenuti, bensì è stata la camminata in quella che sembrava essere una vera e propria spiaggia in cui una ad una, come una miriade di piccole oasi nel deserto, spuntavano viti di Frappato e Nero d'Avola.
E' proprio in queste dune, dove la tentazione di togliersi le scarpe è inibita solo dal calore che riscalda le sabbie tanto da renderle in grado di controbilanciare le escursioni termiche notturne al meglio, che nasce il cru aziendale, il vino che più di ogni altro Paolo Calì ha saputo attendere e contemplare: il Forfice.

Prima di passare alle mie impressioni circa l'assaggio del Forfice, vorrei soffermarmi qualche istante su un altro vino di Paolo Calì, che ha saputo divertirmi e stupirmi nel giro di pochi assaggi. Sto parlando del Rosato da uve Frappato "Osa", che come recita l'etichetta "... non è un vino tranquillo", per via di una leggerissima carbonica che si può avvertire nei primi mesi dall'imbottigliamento, ma destinata ad integrarsi con gli anni. Qualcuno di voi starà pensando "Ma è un rosato e tu parli di anni?!" ed io posso rispondere con un semplice "Sì!", indotto dall'assaggio di una verticale di Osa 2016-2010 che non solo sia stata capace di stupirmi con una tenuta ottimale in termini di longevità, bensì per la complessità raggiunta con l'affinamento in bottiglia, senza mai perdere la sua grande sapidità, fondamentale per agevolarne la beva.
Eccoci al cru Forfice, un Cerasuolo di Vittoria DOCG Classico 2013 di rara intensità e nobiltà, che incanta per armonia al naso fra un accenno di terziarizzazione, tocchi di fresca balsamicità su uno sfondo pienamente mediterraneo/isolano tra erbe e agrume. Il sorso è profondo, coerente, elegante e dal tannino per nulla insistente, benché presente. Bella la spina acida che, come un fiume, sfocia nella salinità del mare. La forza ed il carattere del Nero d'Avola vengono smussati ed ingentiliti dalla finezza e la freschezza del Frappato, in un gioco di tonalità mai in contrasto, che fondono frutto e fiore, struttura e acidità in maniera egregia.
Un grande vino di Sicilia, un grandissimo Cerasuolo di Vittoria, unica docg siciliana con merito.
Ottime le interpretazioni di Frappato e Nero d'Avola sia in blend nel Cerasuolo di Vittoria Classico docg "Manene" e nell'IGT Terre Siciliane "Jazz", entrambi giocati su equilibri piacevolmente dinamici fra acidità e calore, profondità e beva, ed in purezza nel "Mandragola" (Frappato 100%) molto lineare, scattante e godibile con il suo finale salino, e nel "Violino" (Nero d'Avola 100%) dal corpo più importante ed il tannino elegante, con una buona spinta acida che rinfresca il sorso.
In ultimo il Grillo "Blues - Un Grillo per la testa", luminoso e fresco come un'alba in riva al mare di quelle che sembrano intrise di sole e di sale.

Nel complesso la visita a Paolo Calì e suo figlio Emanuele (Manene) è stata una vera full immersion in un contesto che merita grande attenzione per quanto stia facendo in termini di qualità e, soprattutto, di eleganza. Un'eleganza che dato il caldo che fa da quelle parti non mi aspettavo così profusa su tutta la linea, ma che è resa possibile dall'ottimo lavoro di squadra fra Paolo, l'enologo Emiliano Falsini e la sua terra, così difficile eppure così vocata a tradurre le difficoltà in equilibrio ed armonia.


F.S.R.
#WineIsSharing

martedì 23 maggio 2017

Mitologia enoica - Barbaresco Crichët Pajé 2007 Roagna

Il mondo del vino è fatto di miti, di suggestioni, di leggende e di storie alle quali credere o non credere a nostra personale discrezione e per quanto non esistano verità assolute, a volte, la realtà ti si para davanti con tale forza e concretezza da non poter fare a meno di lasciar cadere ogni dubbio ed ogni preconcetto in un istante.
Una realtà liquida, che si è fatta energia vitale ed emozione sincera, quella che mi sono ritrovata davanti solo pochi giorni fa, per la prima volta. Parlo del mio primo incontro con il Crichët Pajé di Roagna e più precisamente la rarissima annata 2007, nella quale sono state prodotte solo 810 bottiglie prodotte.
barbaresco roagna crichet pajé
Crichet Pajé 2007 Roagna
Ci sono infiniti tipi di incontri, formali o informali, attesi o inaspettati, forzati o di grande spontaneità, ma ce ne sono solo alcuni... pochissimi... capaci di spostare, seppur di un micron, l'asse della nostra enosfera.
Uno di questi è, sicuramente, quello avvenuto con questo mito in bottiglia, prodotto solo nelle più grandi annate dalla famiglia Roagna, che vede nel padre Alfredo e nel figlio Luca gli attuali cardini aziendali.
Nato come Vino di famiglia, da stappare privatamente, intimamente nelle grandi occasioni, nel 1978 Alfredo Roagna decide di fare un dono all'umanità o meglio a quel ristretto numero di essere viventi, pensanti e "beventi" che avrebbero avuto la possibilità di assaporare il frutto di quella che è una sorta di enclave, un ideale clos, ovvero una micro area all'interno del già vocatissimo vigneto Pajé.
Una minuscola parcella che Giovanni Roagna e la sua famiglia ci hanno messo anni a selezionare, volendone comprendere al meglio le potenzialità e le prospettive, che in termini pedoclimatici lasciavano sin da subito presagire a qualcosa di davvero unico.
Un unicum dato da un equilibrio tra le componenti fondamentali per un vino pensato e prodotto con incorruttibile rispetto e profonda consapevolezza: terreno dall'elevatissimo contenuto di calcare attivo, vigne vecchie e microclima ideale.
roagna luca alfredo
Alfredo & Luca Roagna

Crichët Pajé 2007

Un incontro, questo, capace di scrivere un intero capitolo del romanzo della mia vita enoica e di riscrivere alcune delle certezze sulle quali si possa basare il proprio approccio ad un vino, in quanto parametri imprescindibili come intensità, complessità, eleganza e lunghezza vengono letteralmente sconvolti dall'assaggio del Crichët Pajé 2007. Uno spettro olfattivo dinamico, cangiante, che non smette di arricchirsi e di evolvere ogni qual volta il naso entri nel calice, con quel primordiale accenno di catrame che sembra voler mettere già in chiaro quale sia la stoffa di questo vino.
Eppure, è facile comprenderne la gioventù e la sua solo albeggiante espressività, grazie ad una freschezza viva, dritta, ossea come a voler rappresentare una spina dorsale degna di sostenere un corpo tanto forte quanto longilineo per molti lustri. Una colonna vertebrale che ha come atlante una sapidità in grado di rendere il sorso articolato ed inerziale.
Nobiltà d'animo e di tannino, per un vino fatto facendo tesoro di tutto quanto di buono il passato possa aver insegnato ad Alfredo e Luca, tanto in vigna quanto in cantina, ma con l'estrema consapevolezza di non voler mai cedere all'anacronismo.
Probabilmente se dovessi farmi ibernare in una capsula criogenica per poi risvegliarmi fra 50 anni o più, al mio risveglio, prima ancora scoprire cosa ne sia stato del mondo, vorrei poter scendere in cantina e trovare questa bottiglia e so che qualsiasi cosa potessi trovare là fuori sarebbe più accettabile, più affrontabile, anche nella peggiore delle ipotesi, perché male che vada lo stato di animazione sospese mi avrebbe impedito di cedere alla voglia di stapparla prima e, conoscendomi, non potrei mai resistere.

Qualcuno potrà vedere nel prezzo di questo vino un limite, un assurdo, addirittura qualcosa di inconcepibile e sarei anch'io del medesimo parere, se non fosse per il fatto che in vini come questo io non riesca a non vedere gli stessi valori e le stesse peculiarità capaci di rendere un'opera d'arte scissa dalle normali dinamiche economiche ed in quanto opera d'arte, rara e non replicabile, non posso valutare questo capolavoro per il suo prezzo, ma solo e soltanto per l'emozione che è in grado di donare, per di più con una precisione stilistica estrema ottenuta con sincerità agronomica ed enologica. Una sincerità che si ripercuote in ogni vino prodotto dalla Cantina Roagna, che non mancherò di raccontarvi non appena avrò modo di tornare in Langa.

F.S.R.
#WineIsSharing

venerdì 19 maggio 2017

Zalto - Calici da vino unici al mondo

Chi mi segue da qualche anno sa che su WineBlogRoll si alternino recensioni gratuite ed indipendenti su vini, cantine ed eventi enoici ad articoli di carattere divulgativo in merito a temi inerenti alla viticoltura, all'agronomia, alla degustazione ed alla comunicazione del vino. Nel massimo della trasparenza, come descritto nella pagina dedicata all'etica del wineblog, pochissime volte l'anno decido di dedicare degli sponsor post ad alcune selezionate aziende, purché non siano legate direttamente alla produzione di vino, delle quali io reputi opportuno condividere la filosofia, la storia e l'operato.
Oggi è la volta di un'azienda che non ha di certo bisogno di me per avere visibilità, ma che tramite Zaltifyho avuto modo ospitare: Zalto.

Fatta questa consueta e doverosa premessa, oggi non ho intenzione di promuovere meramente Zaltify o la Zalto, ma vorrei parlarvi dei calici che ho avuto modo di testare e più in generale dei criteri di valutazione di un calice da vino.
Inizio condividendo con voi la storia di Zalto, un'azienda che, più di ogni altra, oggi, nel mondo, rappresenti un riferimento per quanto riguardi l'eleganza, la finezza e la capacità di rendere l'atto del bere un'esperienza ancor più unica, grazie ai propri calici da vino.
zalto calici prezzo
Zalto Glasses

Zalto

La famiglia Zalto crea e sviluppa bicchieri esclusivi soffiati a bocca da sei generazioni. Zalto ha sempre cercato la perfezione impiegando i più abili soffiatori di vetro e le migliori materie prime.
Una famiglia legata a doppio filo all'Italia, sia per quanto concerne l'esperienza nell'arte del vetro soffiato, sia per quanto riguarda il DNA, infatti gli Zalto hanno origini veneziane.

Sin dal Medioevo a Venezia ed in particolare sull'Isola di Murano l'arte del vetro soffiato a bocca si sviluppa in un'evoluzione tecnica e creativa che non ha eguali al mondo. Inoltre, è qui che il vetro cristallino ha le sue origini. Sapere che questa ormai famosissima famiglia ci tenga a ribadire le proprie origini veneziane non può che essere un vanto anche per noi italiani, nonostante la sede produttiva dell'azienda sia locata in Austria.
Un nuovo millennio, un nuovo mondo di bicchieri
Nonostante la bicentenaria esperienza, la Zalto arriva sotto le luci della ribalta solo recentemente, ovvero nel 2006 con la presentazione della collezione attuale Denk'Art, oggi apprezzata e ricercata da ristoratori, sommelier e winelovers di tutto il mondo. All'inizio del nuovo millennio, Zalto ha voluto inventare qualcosa di straordinario, qualcosa di nuovo, qualcosa che il mondo non aveva mai visto prima. Zalto ha sviluppato la collezione negli anni dal 2001 al 2004 in stretta collaborazione con il sacerdote ed esperto di vini austriaco Hans Denk.
Una storia che definire suggestiva sarebbe riduttivo, quella del sacerdote Denk, che nonostante continuasse a portare avanti i suoi voti, per oltre 30 anni si è occupato di studio e di degustazione del vino, diventando uno dei wine connoisseur più seguiti e apprezzati del globo. Insieme ai migliori viticoltori in Austria, Denk ha lavorato al design dei nuovi calici Zalto, per poi istruire a dovere i maestri vetrai nella creazione di ogni calice, al fine di raggiungere il livello di performance degustativa e di eleganza più alti mai raggiunti prima.

Per comprendere quale fosse l'apertura mentale di questo sacerdote-designer-genio e per rendersi conto della creatività che ci sia a monte dei calici Zalto basti pensare al fatto che Denk per molti anni si sia ispirato agli effetti degli angoli di inclinazione della Terra. L'obiettivo era quello di inventare un bicchiere con una forma mai vista, che permettesse agli aromi e al gusto del vino di esprimersi con pienezza ed eleganza. Dapprima si è valuata l'estetica ed in particolare la trasparenza, in quanto il primo approccio al vino è sempre quello visivo, quindi si è voluto realizzare un calice di vetro sottile, delicato e leggero come una piuma, tanto da poter affermare che degustando con un calice Zalto si abbia la sensazione di avere in mano solo il vino, perché è solo il suo peso a “gravare” sulla nostra mano. L'architettura unica dei bicchieri ha l'effetto benefico di mantenere l'alcool sul fondo del calice, permettendo agli aromi di prevalere come elemento dominante.
Grazie alla ricerca di padre Denk ed alla qualità raggiunta dai mestri vetrai della Zalto, i bicchieri della collezione Denk'Art sono risultati i migliori per la degustazione di diverse tipologie di vino, come Pinot Noir e Riesling, per panel formati da alcuni dei più qualificati degustatori al mondo.
Il video che segue mostra la nascita di questi mitici calici.

Per comprendere al meglio le dinamiche e le peculiarità che rendono questi calici unici, vi riporto alcune informazioni tecniche riguardo l'architettura del calice da vino:
Un bicchiere da vino è fondamentalmente suddiviso in quattro parti: il piede, lo stelo, il calice e il bordo.
Il piede è la parte più importante del bicchiere da vino e per quanto possa sembrare scontato il suo ruolo di basamento è ciò che permette al calice di non ribaltarsi.
Lo stelo ricopre due funzioni:
  1. Innanzitutto, lo stelo permette di impugnare il bicchiere evitando il contatto con il calice. E' veramente importante, in modo da evitare il riscaldamento del vino con la temperatura della mano. Questo è il motivo principale per cui si dovrebbero evitare i bicchieri senza stelo per bere vino.
  2. La seconda funzione dello stelo è quello di tenere le mani lontane dal bordo. La ragione di questo è che le nostre mani volente o nolente hanno odori, profumi, aromi che potrebbero disturbare anche se involontariamente la degustazione e deviare la percezione degli aromi reali del vino.
Il calice è la parte sulla quale si gioca di più in termine di design ed è quella che ha l'incidenza più importante sull'espressività del vino. È importante sottolineare che il calice deve essere più ampio del bordo, in modo da muovere il vino senza perderne gli aromi. Roteare il vino è importante per migliorarne il gusto, dal momento che così vengono rilasciati i composti aromatici volatili e un maggior numero di sfumature dei profumi saranno rivelate. In linea di massima, ma con le dovute eccezioni, possiamo asserire che maggiore sia la superficie del calice, più composti aromatici volatili possano essere rilasciati. 

Il bordo è una parte molto fine e fragile, dove il vino e le labbra si incontrano per la prima volta e se tutto va bene il risultato è qualcosa di molto vino ad un primo bacio. Più sottile è il bordo, più ininterrotta sarà questa transizione - riducendo la sensazione del vetro, ci si può concentrare sulla percezione del gusto del vino.

Fondamentale sarà, un po' come nel vino, l'equilibrio fra le parti e la fruibilità del calice da parte del degustatore, in quanto esistono calici bellissimi, ma molto fragili e poco performanti, come ne esistono altri che inibiscano parte del piacere della degustazione anche solo alla vista o al tatto.

Il bicchiere da vino perfetto è ovviamente una valutazione soggettiva ma, ancora una volta, proprio come nella valutazione di un vino, anche per definire le qualità di un calice si possono prendere in considerazioni criteri e parametri oggettivi.

Come già detto, anche l'occhio vuole la sua parte ed il vino vuole essere osservato attraverso la massima trasparenza. Quindi il bicchiere deve essere completamente trasparente e il più chiaro possibile e mantenere queste qualità nel tempo, resistendo ad opacizzazione e usura.
Come portare a casa uva di qualità rappresenti già buona parte del lavoro per la produzione di un buon vino, il materiale di cui è fatto un calice risulta fondamentale ai fini di una degustazione ottimale.
Tra cristallo e vetro, secondo la maggior parte dei degustatori ed ovviamente secondo l'esperienza della Zalto, il vincitore sembra essere il cristallo. Questo perché il cristallo, pur avendo costi decisamente più importanti, può essere filato in maniera estremamente sottile, mantenendo due peculiarità importantissime per definirne la qualità ovvero forza ed elasticità. Inoltre il cristallo, per quanto non lo si possa scorgere ad occhio nudo, vanta una texture più ruvida del vetro normale, capace di creare un attrito maggiore quando il vino viene roteato, garantendo quindi una performance maggiore stressando meno il vino stesso.
E' importante ricordare che il calici di cristallo possono essere con o senza piombo. Tradizionalmente, tutti i bicchieri di cristallo contenevano piombo, ma da quando l'attenzione verso la salute è aumentata, è nata un'alternativa: il bicchiere in cristallo senza piombo. Ad essere onesti, dato il breve lasso di tempo in cui il vino rimane nel bicchiere, la presenza di piombo non dovrebbe recare alcun danno. Solo quando si tratta di decanter è importante che il materiale sia senza piombo, come nel caso dei decanter Zalto.

Ringrazio il team di Zaltify, portale danese in contatto diretto con la casa madre, per avermi dato accesso a testi, immagini e spunti per la pubblicazione ed avermi dato modo di testare i calici.

F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 17 maggio 2017

I Vini dei Vignaioli FIVI a Roma - Buona la prima!

Si è conclusa da pochissimo la prima edizione del Mercato dei Vini di Vignaioli FIVI a Roma, evento che va ad integrarsi col già rodato mercato dei vini di Piacenza di novembre e che aveva come principio primo quello di agevolare la partecipazione delle cantine del Sud Italia.
Partendo dall'evento in sé, direi che comunicazione ed organizzazione siano state portate avanti in maniera esemplare e che come prima edizione non ci si possa lamentare assolutamente dei risultati ottenuti sia in termini di presenze che di riscontro mediatico. Per chi, come me, è arrivato a Roma con una forma mentis legata al mercato di Piacenza potrebbe esserci stato un piccolo shock iniziale, trovandosi in una location bellissima, ma dagli spazi, forse. "poco fivi", ma basta un attimo per comprendere che l'essenza dei vignaioli FIVI non sia nella forma o nel contenitore, bensì sia insita nel loro modo di porsi, nella loro voglia di confrontarsi e nella qualità del proprio operato e quindi dei loro vini.
Mercato Vini Vignaioli Indipendenti - FIVI - Roma
Mercato Vini Vignaioli Indipendenti - FIVI - Roma
Credo che sia stato persino oculato scegliere una location come il Salone delle Fontane per una prima edizione, cercando di dar vita ad un evento che non prevedesse l'andirivieni di carrelli ormai marchio di fabbrica del mercato di Piacenza, ma che fosse più orientato a far conoscere i vignaioli al pubblico di una piazza importante come quella romana. Io, da par mio, mi sono divertito come sempre in un contesto che, ripeto, amo a prescindere dalle dinamiche stesse dell'evento, in quanto fatto di persone oltre che di produttori, legate da un fare comune, pur mantenendo una forte identità individuale di territorio e di filosofia produttiva.
Negli ultimi anni ho avuto modo di conoscere molti di questi vignaioli e di assaggiare buona parte dei vini prodotti, ma ad ogni mercato riesco ancora a stupirmi sia con le nuove annate o le nuove referenze di cantine già conosciute sia imbattendomi in qualcosa di nuovo per me, spesso dietro consiglio di altri vignaioli.

Ecco cosa mi ha colpito di più al mercato dei vini dei vignaioli FIVI a Roma:
vini fivi

Baruffaldi Vini / Castello di Stefanago - un riferimento per gli amanti degli spumanti metodo ancestrale che in Oltrepò non potevano che essere prodotti da uve Pinot Nero. Questa cantina, in particolare, ne produce tre versioni: Stefanago Ancestrale Bianco, Stefanago Ancestrale Rosé e Stefanago Cruasé Docg (metodo tipico dell'Oltrepò Pavese, nonché marchio registrato, che rappresenta l'unione di cru e di rosé, ovvero una selezione di metodo classico rosé ). Tutte e tre le bollicine sono da assaggiare con interesse, ma il Cruasé è quello che mi ha colpito di più per la complessità al naso ed il sorso asciutto e profondo con una bella dinamica. Ottimo il Riesling Renano San Rocco 2012, ancora freschissimo con un primordiale accenno di evoluzione minerale, come da prassi varietale, che fa pensare ad un bel potenziale di bottiglia. Cantina che non mancherò di seguire da qui in avanti data la qualità profusa in tutti i vini che ho avuto modo di assaggiare.

Hermes Pavese -  una delle aziende simbolo della viticoltura valdostana, che sono stato felice di ritrovare a Roma, nonostante gli ingenti danni riportati ai proprio vigneti durante le gelate delle scorse settimane. Per quanto riguarda gli assaggi ho trovato il Metodo Classico  Pàs Dosé 2013 Blanc de Morgex et de La Salle da uve Prié Blanc di una beva disarmante, grazie ad un ottimo equilibrio fra freschezza e struttura, teso e minerale. Ottimo anche il Blanc de Morgex et de La Salle 2016 che è totalmente intriso di freschezza dal naso al sorso, come volesse portarti con sè in quei vigneti estremi. Cantina che non ha di certo bisogno di spinte, ma che non posso non tornare a consigliare dopo qualche annetto di latitanza - mea culpa!

Villa Job - Alessandro è un giovane toscano trapiantato in Friuli, che prima di darsi alla vita da vignaiolo a tempo pieno, faceva tutt'altro. Alessandro, però, non è uno che - a quanto abbia avuto modo di capire dalla nostra breve chiacchierata e da ciò che mi ha versato nel bicchiere - si sia fatto cogliere impreparato o che abbia improvvisato la sua avventura nel mondo del vino, anzi , tutt'altro! Viaggiando tra Loira e l'Italia alla ricerca di un modello al quale ispirarsi, ci ha messo poco a comprendere che la via di una biodinamica ragionata e sensata fosse quella più opportuna per ridare vitalità alla propria terra e per trovare un'identità forte nei suoi vini. Devo ammettere di far fatica a scegliere tra i bianchi assaggiati, ognuno degno di nota in quanto a vena acida e sapidità, ma se proprio dovessi puntare il dito su una bottiglia che vorrei aver qui ora e probabilmente per molti "ora" da "ora" in avanti lo punterei sull'Untitled, un Tocai di quelli veri che racchiude nel suo "anonimato" tutta la forza espressiva di un Vino che può anche aver "perso" il nome, ma non la sua essenza.

Firmino Miotti - la storia di Breganze, territorio tanto suggestivo quanto vocato alla viticoltura, è legata a doppio filo a questa realtà, capace di produrre vini più unici che rari.
Giorni fa scrissi un post sui social dichiarando il mio amore sconfinato per l'acidità ed un commento balzò subito ai miei occhi "se ami l'acidità devi assaggiare il Vespaiolo!"... a scriverlo era Franca Miotti, figlia di Firmino, ed io non potevo che accogliere l'invito, presentandomi abile ed arruolato al desk dell'azienda. L'unione dei terreni vulcanici e dell'acidità di base del Vespaiolo fanno di questo vino un bisturi preciso ed affilato. Interessante anche il mio primo incontro con il Gruajo, vino rosso da uve Gruaja, uva che giunta a maturazione presenta ancora alcuni acini verdi, che non andranno ovviamente pigiati, rendendo la vinificazione di questo varietale davvero complessa. Un vino anch'esso giocato su un naso rosso striato di un verde leggero, non eccessivo, distintivo; il sorso è ampio, fresco, davvero piacevole.

Moroder - azienda che affonda le sue radici nella storia della viticoltura marchigiana e che vede le proprie vigne affondare le proprie nelle splendide colline che abbracciano il Conero.
Un terroir particolare, unico, che agevola un approccio agronomico rispettoso e dal 2010 in regime bio. Tra i vini assaggiati non può che spiccare il Dorico, baluardo dell'enologia marchigiana ed una delle massime espressioni di Rosso Conero anche in questa 2013 Riserva, che eleva il Montepulciano ad un'eleganza potenziale spesso non valorizzata di questo grande vitigno, che trova nei terreni calcarei di questo areale una casa ideale per sviluppare un pregevole equilibrio fra potenza e freschezza oltre ad una identitaria mineralità sapida. Uno dei migliori assaggi della giornata.

Le Fraghe - non potevo evitare un passaggio anche alla cantina dell'attuale presidente della FIVI Matilde Poggi, che dal 1984 produce i suoi vini a Cavaion Veronese in terra di Bardolino. E' proprio un Bardolino, il Brol Grande, ad impressionarmi per il suo raro connubio fra avvolgente eleganza e dinamica del sorso, fresco e lungo. Un vino che in un sol sorso farebbe ricredere molti degli eno-snob che vantano pregiudizi sul Bardolino.

Prà - Graziano Prà è oggi noto ai più come uno dei riferimenti più puri del Soave. Un vignaiolo con le idee chiare sia riguardo la conduzione delle vigne, rigorosamente in regime biologico, che per quanto concerne la scelta di vinificare solo vitigni autoctoni al fine di ricercare sempre una nitida identità territoriale. Sarebbe scontato parlare dei bianchi, già stra-noti e sicuramente dalla grande attrattiva, quindi vi consiglierei di approcciare i tre rossi classici della Valpolicella con molta curiosità e rispetto, in quanto ne meritano. In particolare è il Ripasso 2015 ad impressionare per la sua armonia al naso con una spezia che intriga, per poi scorrere giù agevole, dritto, sapido al sorso. Davvero un bel bere.

Terre di Macerato - la storia di Franco Dalmonte la raccontai tempo fa in questa virtuale sede, ma era da un po' che non assaggiavo i suoi vini e sono stato più che felice di poterlo fare al mercato dei vini FIVI a Roma. Molto interessante la prima l'Albana macerata, una prima sperimentazione in bianco, per questo vignaiolo che aveva vinificato solo Sangiovese sino alla scorsa annata. Sangiovese che fa ancora la parte del leone con un Rhod, solo acciaio, sempre molto varietale e dalla beva più che agevole e con l'Audace 2012 Riserva, 18 mesi in legno, a dare l'idea di poter regalare grandi soddisfazioni con qualche annetto di cantina. Fiducia rinnovata per questa piccolissima realtà di un territorio semisconosciuto dal punto di vista vitivinicolo (Casalfiumanese - BO) come quello in cui ha deciso di investire Franco.

Dopo il consueto focus sulle cantine che mi hanno convinto di più, tra quelle che non avevo modo di assaggiare da un po' o che non conoscevo, ci terrei a citare qualche assaggio estemporaneo capace di stupirmi durante questo mercato dei vignaioli FIVI a Roma:

For4Neri Trento Doc 2013 Zanotelli - esemplare espressione di Chardonnay Metodo Classico in Val di Cembra, capace di mantenere integro le note varietali bilanciandole col fascino dei sentori di boulangerie, ma per nulla coprenti... immaginate di essere seduti fuori da un panificio di montagna in una radiosa mattina, in cui una fresca e gentile brezza vi accarezzino il viso, mentre sorseggiate Chardonnay e del pane appena sfornato arrivano lievi verso di voi perdendosi nell'aria di quelle terre. Fresca e briosa eleganza.

Riesling 2014 Tenuta Belvedere - avevo "investito" sul vignaiolo dell'Oltrepò Gianluca Cabrini in tempi poco, pochissimo sospetti ed in particolare proprio sul suo Riesling che in un'annata particolare come la 2014 ha saputo trovare un'armonia rara tra il territorio e la più identitaria espressione varietale del Renano.

Chiaraluna 2016 Muralia - Uno dei più bei Viognier assaggiati da quando ho memoria e mi capacito solo ora di aver scritto qualcosa che possa sembra iperbolico, ma così non è e credo che, a volte, sia fondamentale esprimere le proprie impressioni senza mediare, così come le si sentano. Un naso che sarebbe capace di dare sollievo istantaneo anche nelle giornate più aride e afose, con la sua balsamicità mentolata ed il variegato spettro di frutto e fiore intriso di freschezza. Il sorso non è da meno e dopo aver mostrato di esser ben presente in bocca si dirige rapido, fresco e sapido dritto fino in fondo all'anima.

Vigna Segreta 2015 Mustilli - una particolare selezione di Falanghina del Sannio che questa storica azienda ha da poco proposto incontrando subito il plauso di molti, compreso il sottoscritto che ne ammira luminosità e profondità. Vino di notevole armonia, che ho avuto modo di assaggiare in diversi momenti della sua evoluzione e sta già mostrando grandi potenzialità di cantina. Varietale, fresco, sulfureo, lungo.

Manzoni Bianco 2015 Quota 101 - un vitigno, un incrocio, che assaggio sempre con interesse, in quanto foriero di exploit inaspettati. In questo caso, nello specifico, nel calice ho ritrovato le tipiche note mediterranee, balsamiche e minerali con un accenno esotico che rendono onore al sodalizio tra Riesling Renano e Pinot Bianco. L'idea è che possa evolvere in maniera notevole una volta integrata parte della, seppur educata e piacevole, fermentazione in legno. Azienda da seguire, che sta lavorando bene su tutta la linea.

Ancrima 2015 Vigneti Bonaventura - devo ammettere che in questo wineblog, probabilmente questa sia forse la seconda o terza volta che scriva di Passerina, non perché abbia pregiudizi a riguardo, ma semplicemente perché, da marchigiano apprezzi di più altri varietali ed altri vini, specie in una terra  a vocazione bianchista com'è la mia terra natia. Eppure questi ragazzi, di cui ho scritto pochi giorni fa in maniera approfondita, capitanati dal padre, enologo, stanno tirando fuori vini in grado di destare il mio personale interesse anche nei confronti della Passerina. Vino che baratta le tonalità e la beva spesso ruffiane - passatemi il termine - dei vini volutamente impostati su una dinamica da pronta beva, con una inattesa finezza al naso ed un sorso presente, fresco ed addirittura lungo nel suo finale marino. Secondo me ci si divertirà tra qualche anno a stappare qualche bottiglia di questa Ancrima ed appurarne il potenziale evolutivo.

Bianco Assoluto 2016 Cignano - che il Bianchello del Metauro meriterebbe più attenzione lo sostengo da un po', ma basterebbe assaggiare vini come questo per comprenderne le motivazioni. Un vino che ha le Marche dentro, in un viaggio solo andata fra pinete, colline, montagne che non può che finire con un tuffo in mare. Il Bianchello viene spesso relegato a vino da pronta beva, ma la struttura e l'acidità di questa bottiglia possono tranquillamente elevarlo a ben altra categoria.

Il Famoso nel Convento 2016 il Conventino di Monteciccardo - altro giro altro vitigno che meriterebbe un approfondimento che non mancherò di fare nei prossimi mesi, specie dopo aver avuto modo di appurarne il potenziale proprio in occasione di una verticale organizzata in questa cantina, che ho avuto il piacere di ritrovare a Roma. Vitigno coltivato nel Pesarese ed in Romagna dove da origine al vino Rambèla. Piacevole armonia fra toni caldi e morbidi e la sua lineare acidità. Si percepisce subito il grande equilibrio dell'annata 2016, che non manca di niente.

ES 2015 Gianfranco Fino - avete presente quei primitivo marmellatosi, cotti, pesanti, nei quali i palati "nuovi" possano confondere l'eccessiva dolcezza con una strana ed errata concezione di armonia? Ecco... l'ES è l'esatto contrario! E' un vino dallo spettro aromatico disarmante capace di arricchire il frutto di uno charme tutto mediterraneo fatto di erbe ed agrume, per arrivare in bocca savio, come sagge sono le viti dal quale nasce. La forza si fa eleganza, la morbidezza si fa intensità, la beva è inesorabilmente nemica della monotonia. E... che ve lo dico a fa'?!

Diano d'Alba Sorì delle Cecche 2015 Fratelli Aimasso - la nuova annata di questo cru di Dolcetto è valsa l'attesa. Un Vino che ha un varietale integro e complesso, ma che spicca, soprattutto, per la sua anima tesa e vibrante, come una corda di violino appena accarezzata dall'archetto. Intenso e salino quanto basti per avere un sorso di grande soddisfazione.

Damaschito 2012 Grifalco - un Aglianico del Vulture che da solo vale il viaggio per Roma. Vino di grande intensità ed eleganza, complesso, ma diretto, come un poeta ermetico.
Un Vino stratificato, nel quale, chi ha voglia di scavare a fondo, potrà trovare un compendio varietale di questo nobile antico vitigno e della terra ancor più antica nelle quali affondi le sue radici. In bocca è vivo, grazie ad una netta, ma bilanciata spina acida, che attraversa la struttura e tessitura tannica portando via con sè ogni durezza.

Chianti Riserva 2012 Pietro Beconcini - ho scritto spesso di quest'azienda, ma parlando per lo più dei loro vini da uve Tempranillo, in quanto rappresentanti di un unicum in Italia, ma la tradizione è tutta in questo Chianti! Un Sangiovese con il classico saldo di Colorino che si dimostra uno di quegli assaggi di quelli che, seppur la curiosità spesso ti indirizzi verso altro, abbia tutte le carte in regola per regalarti una più che interessanti esperienza liquida.

Folle 2011 Riserva Calcinara - un Rosso Conero che ho amato sin dalle sue prime annate, che incuriosisce già dal nome come un po' tutti i vini di questa realtà che ha costruito le proprie fondamenta enoiche su blocco su quel meraviglioso blocco di calcare che prende il nome di Monte Conero. Carattere unico che mi fa pensare ad un vignaiolo seduto su una delle mille pietre del Conero, con le mani sporche di terra, che dall'alto di una rupe, perda il suo sguardo nella suggestione di un tramonto a Porto Novo. 

Barbera 2012 I Carpini - Una Barbesa dei Colli Cortonesi che, come ci sia aspetta, dai migliori vigneti aziendali trae la forza, la piacevolezza e la tagliente freschezza di cui il varietale sa essere foriero, là dove venga trattato con garbo e consapevolezza. Vino armonico che sin dal primo naso si mostra importante, senza perdere la sua grande agilità alla sorso.

Ed ora che anche il mercato di Roma è alle spalle dovremo attendere la quello di Piacenza, che non tarderà molto ad arrivare e sono convinto che ci sarà ancora molto da assaggiare, da scoprire e da condividere, perché - passatemi l'ennesimo endorsement - dove c'è FIVI c'è... sempre roba buona! 😜


F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 15 maggio 2017

Pietroso - A Montalcino una cantina essenziale per vini sensazionali

E' da un po' che non vi porto con me a Montalcino, ma mettetevi comodi, perché il viaggio di oggi è ricompenserà pienamente l'attesa.
In una terra tanto cara agli amanti del vino ed ancor di più a me, che qui, ho iniziato a capire qualcosa di emozioni liquide, sfaccettature territoriali, espressioni varietali ed interpretazioni personali, esiste una realtà dal nome evocativo: Pietroso.
cantina pietroso montalcino
Cantina Pietroso - Montalcino
Un nome che trae origine dalla "Contrada El Petroso", luogo descritto come già vocato alla viticoltura in documenti del lontano 1363, che è palese volesse testimoniare la composizione di quei terreni, così rocciosi... così pietrosi, in cui la vite potesse dimostrare la sua proverbiale attitudine nel dare il meglio si sè in condizioni difficili.
L'Azienda Pietroso, così come la conosciamo ora, nasce negli anni '70, grazie alla grande passione per la terra ed il vino del viticoltore Berni Domenico “DELFO”.
La mission, sin dal principio fu chiara: produrre vini di pregio in quantità limitata, senza snaturare l'identità territoriale di un luogo dal così forte carisma.
Oggi, a condurre l'azienda sono, il nipote di Delfo, Gianni Pignattai e suo figlio Andrea, enotecnico, che seguono tutte le fasi della filiera produttiva, affiancati dall’enologo Alessandro Dondi per quanto riguardi la parte enologica. La moglie di Gianni, Cecilia, si occupa della parte commerciale ed amministrativa e la figlia Gloria guida le visite aziendali. Una vera e propria realtà a conduzione familiare, come ce ne sono altre a Montalcino, ma con un affiatamento ed un'unità d'intenti rari.
Pietroso è una piccola azienda, che dispone di circa 5.5 ha di vigneti di proprietà coltivati esclusivamente a sangiovese, che si trovano in quattro zone distinte e tra le più vocate del territorio di Montalcino ad altitudini dai 400mt slm ai 500mt slm ed oltre, con un ventaglio di esposizioni che permette di portare in cantina uve capaci di completarsi vicendevolmente al fine di trovare equilibri fondamentali per ottenere un grande vino.
Dei 5.5. ha, 4ha di vigneto sono iscritti a Brunello e 1.5 ha, posto sulla sommità della collina di Montosoli a Montalcino, è utilizzato per la produzione di un cru aziendale, l'Igt Villa Montosoli. I terreni sono coltivati nel rispetto dell’ ambiente e della sua integrità e tutte le lavorazioni legate alla produzione sono manuali. Molte particelle si trovano su terrazzamenti retti da muri a secco centenari, valore aggiunto sia in termini di rispetto del patrimonio paesaggistico che per quanto riguardi il contenimento del dilavamento.
La cantina si trova in un luogo magico, a poche centinaia di metri dal centro storico di Montalcino ed è impossibile non perdersi con lo sguardo, con la mente e con il cuore nella vista che si ha dalla sua terrazza affacciata sull'antica cittadina, la Val d’Arbia ed i boschi circostanti.
Una cantina semplice, razionale, ma soprattutto pulita - elemento da non trascurare - e priva di grandi voli pindarici... l'idea che si ha entrando da Pietroso è che qui si lavori bene e si prediliga l'essenziale all'effimero.
Sono bastati pochi stanti per rendermi conto di quale fosse la peculiarità predominante di questa famiglia e del perché riescano a lavorare così bene, senza far troppo rumore: una grande umiltà.
pietroso cantine brunello
Umiltà che si traduce in forma liquida in vini che dispongono di un'eleganza e di un equilibrio rari, anche per una terra dall'alto potenziale qualitativo quale Montalcino, ma che non ostentano un'anacronistica muscolarità, pur mantenendo una forza ed una tessitura composte e ben delineate.

Sono diversi anni che assaggio i vini di Pietroso, ma vorrei condividere con voi le mie impressioni sulle nuove annate, assaggiate sia in anteprima allo scorso Benvenuto Brunello, che poche settimane fa, per apprezzarle con qualche mese di bottiglia:
vini pietroso brunello villa montosoli
Vini Pietroso - Brunello di Montalcino 2012 - Rosso di Montalcino 2015 - Villa Montosoli 2013
Rosso di Montalcino Pietroso 2015: amo il Sangiovese perché è capace di esprimere un terroir in maniera intensa e precisa, senza mai perdere le sue peculiarità varietali, in un gioco di equilibri che non è mai una lotta e che in questo caso da origine ad un vino lucente, in cui l'intensa energia vitale non esplode in un sol colpo, bensì si distribuisce in un vettore teso, lungo e slanciato, percorso da una vena vibrante, fresca e minerale, in grado di arrivare ad un affondo che pochi rossi e pochi vini in generale riescono a raggiungere. Una stoccata precisamente a segno.

Brunello di Montalcino 2012: ne parlavo giusto ieri con una cara amica e non posso che trarre spunto dalle sue parole per definire quello che tra tutti i Brunelli di quest'annata abbia mostrato di più la capacità dei vigneti, delle piante e di chi ne interpreti con rispetto ed acume il frutto, di far fronte ai cambiamenti climatici evidenti, specie per quanto riguardi le ondate di caldo avute nella 2012. I vigneti in alto, le diverse esposizioni, il rapporto quasi simbiotico di questa famiglia con le sue terre si tramuta in un compendio di vivacità ed eleganza, in cui la noia è bandita e la freschezza assume connotazioni dinamiche e la forza si fa tessitura fine, ma ben definita. Un sorso diretto, senza fronzoli o inutili sovrastrutture, capace di lasciar parlare il Sangiovese in un idioma proprio solo di questo terroir eppure così comprensibile a tutti grazie ad un connubio fra eleganza e schiettezza che ne fanno un grande vino, ma non un vino snob.

Villa Montosoli 2013: questo è uno dei vini che mi diverte di più portare in degustazione alla cieca, in quanto, nonostante la sua natura lo dovrebbe assimilare di più ad un "comune" chianti, non manca mai qualcuno che lo scambi per un Pinot Noir della Borgogna, per l'eleganza nel calice e per la nobiltà d'animo di questo vino. Ho appena spoilerato le peculiarità fondamentali del Villa Montosoli, chiedo venia, ma è così divertente quando un vino, da solo, alla cieca, sia in grado di far crollare castelli di preconcetti poggiati su opinabili convinzioni, che andava premesso. Il Villa Montosoli 2013 è un vino prodotto da una singola vigna che, come accennato poco fa, ha insito già in sè l'uvaggio che si porterà in cantina, composto da un corpo principale di Sangiovese e dalla classica presenza di qualche pianta di Colorino, Canaiolo nero, Ciliegiolo e Trebbiano. Uno spettro chiantigiano che in questa collina assume connotazioni difficilmente pensabili altrove, se non in alcune vocatissime zone del Chianti Classico. Se la finezza è il fil rouge dei vini di Pietroso, il Villa Montosoli è la dimostrazione in bottiglia di quanto la saggezza di un tempo, unitamente alla consapevolezza odierna, possa ed in questo caso sappia dare origine ad un'integrazione culturale e pratica che va oltre i concetti di passato e presente. Quando è la vigna ad imporre la propria indole, il proprio carisma, la propria personalità il vignaiolo può solo decidere se accettarlo con rispetto cercando di enfatizzarne al meglio la più naturale spontaneità (facendo con rispetto e non "non facendo niente"...) o coprire quel carattere con errori dovuti alla poca consapevolezza o alla predisposizione all'omologazione... diciamo che in quel di Pietroso il concetto di omologazione pare sia stato bandito sin dal principio e così resterà vita, viti e vino natural durante.

I vini di Pietroso si dimostrano tutti nelle mie corde e confermano le potenzialità dei vigneti che godono di maggior altitudine slm anche a Montalcino, ancor più in aree in cui il connubio fra escursioni termiche giorno-notte importanti e terreni ricchi di scheletro e, quindi, carichi di mineralità danno origine a vini affusolati, dinamici e longevi.

E' davvero un piacere rendersi conto di quanto Montalcino sia sempre in grado di regalare emozioni che vadano oltre il "brand", oltre l'esteriorità e le dinamiche di facciata, perché c'è un tessuto di piccole aziende, di vignaioli, di famiglie e di persone che nonostante ciò che si possa credere dall'esterno, vivono il vino in maniera intensa e vera, pur non negando di aver in dote qualcosa di prezioso, ma senza mai sedersi sugli allori. E' questo il caso di Pietroso e di questa famiglia dedita al vino ed al lavoro, con grande umiltà e forza d'animo, che mi piace pensare si percepiscano in ogni bottiglia, esportando sani principi, territorialità e qualità ovunque arrivino queste bottiglie.

F.S.R.
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