sabato 21 luglio 2018

Moroder - Una Cantina di famiglia nel Conero fra grande biodiversità e infinite potenzialità

C'è un luogo non troppo lontano da dove sono nato e cresciuto che se fosse geolocalizzato in regioni d'Italia e del mondo più floride a livello di notorietà enoica sarebbe considerato, con buone probabilità, un "Grand Cru" per via delle sue peculiarità pedoclimatiche uniche.
Sto parlando del Conero, un vero e proprio blocco di Calcare che sembra esser stato scagliato sulla costa adriatica da Dio o forse da Bacco con grande generosità per gli occhi, per il turismo e, soprattutto, per la biodiversità che questo angolo di paradiso marchigiano vanta.
moroder conero
Sì, una biodiversità che rende l'agricoltura in generale e la viticoltura sostenibili più concretamente realizzabili che in zone in cui, ormai, la vigente e imperante monocoltura rischia di rendere “sterile” la ricchezza di flora e fauna fondamentale all'equilibrio che ogni habitat di insediamento della vite dovrebbe avere al fine di ottenere le condizioni ideali per una conduzione rispettosa e identitaria.
cantina moroder
Queste cose le sa bene la famiglia Moroder che coltiva queste terre da oltre 250 anni, ovvero da quando la famiglia originaria della Val Gardena decide di spostarsi ad Ancona (in Ancona per gli autoctoni) creando un complesso agricolo che ancora oggi è il fulcro dell'azienda.
Il complesso agricolo, certificato biologico e interamente all’interno del Parco Naturale del Conero, copre un’area di 52 ettari, di cui 28 dedicati alla coltivazione delle uve.
vigne conero
Il cuore dell’azienda è la cantina. I vigneti, che la incorniciano a 360° seguendo la linea sinuosa delle colline, si mescolano a frutteti, querceti e uliveti, per poi affacciarsi sul mare.
Le strutture originarie sono state recuperate e, mantenendo inalterato il fascino degli spazi, ne è stato trasformato l’utilizzo. La vecchia cantina è stata ampliata e, in armonia con la storia del territorio e nel pieno rispetto ambientale, il nuovo spazio è stato sviluppato interamente nel sottosuolo. L'azienda agricola vera e propria nasce circa 100 anni dopo, nel 1837 e continua ad essere condotta di generazione in generazione dalla famiglia Moroder. E' nei primi anni 80 che Alessandro Moroder e sua moglie Serenella decidono di dedicarsi con passione e impegno alla viticoltura e alla produzione di vino di qualità.

calcare vino conero
Un complesso rurale, circondato da vigneti e uliveti a 360°, con strutture completamente ristrutturate che si dividono fra i locali di vinificazione e di affinamento, i due ristoranti Aia (pizzeria con pizze a KM “0”) e Aiòn (dove è possibile assaggiare i piatti della tradizione con e geniali portate a base del tartufo raccolto nella tartufaia dell'azienda) e un piccolo e perfettamente curato B&B.
Non cito mai le attività parallele della aziende vitivinicole che vi racconto, ma in questo caso le strutture ricettive e i ristoranti sono così integrati nel manage aziendale che non è possibile scinderle dal discorso vino, tanto che è proprio attraverso di essi che da quasi 30 anni gli avventori autoctoni e alloctoni vengono introdotti e accompagnati nel mondo dell'enogastronomia del Conero.
ristorante moroder conero
L'obiettivo di Alessandro e Serenella, nonché dei figli Marco e Mattia, però, è sempre stato quello di “portare la cantina ad essere un punto di riferimento del panorama vitivinicolo marchigiano, facendo del Rosso Conero un prodotto di eccellenza in grado di rispettare e valorizzare il territorio” e il tempo, i riconoscimenti, e la qualità raggiunta dai propri vini possono confermare che la famiglia Moroder ha portato a termine la missione. Eppure, la vita e la vite insegnano che non ci si può mai considerare arrivati e che ogni annata è una storia a sé, specie in una denominazione che parte della stampa nazionale continua a dichiarare in una sorta di crisi. E' proprio per confutare questa tesi che ci tenevo particolarmente a vivere quest'esperienza nel Conero e in particolare a conoscere meglio una realtà della quale, negli anni, ho avuto modo di assaggiare spesso i vini. E sapete cosa? Il Conero non è in crisi, sta solo vivendo una fase di transizione importante e in questa realtà è talmente palese che il “cambiamento” lo si può notare dall'avvento alla guida della Cantina dei giovani fratelli Marco e Mattia e dalla scelta di affidare la conduzione enologica alle mani giovani ma esperte e alla mente fresca e aperta di Marco Gozzi.
Sono proprio Mattia e Marco G. a passeggiare con me nei ripidi e rigogliosi vigneti che affondano le radici in terreni che a livello di disponibilità di calcare attivo hanno pochi eguali nel mondo, ma se in vigna il rispetto e la sostenibilità (a parte l'odierno ingresso ufficiale nella certificazione biologica) sono una costante del pensiero e dell'attività della famiglia Moroder da generazioni, è in cantina che ho avuto modo di constatare l'evoluzione non solo dei vini ma anche dell'idea di vino aziendale.
Ciò che ci tenevo particolarmente ad assaggiare erano, sicuramente, le due annate ancora in affinamento del Dorico, il vino più rappresentativo dell'azienda ma al contempo il vino che mi ha sempre messo più in crisi, per via di alcune annate che ho definito “mai pronte”. Il passaggio a macerazioni più brevi e la scelta del tonneau al posto della barrique, ma soprattutto la decisione di fare del Dorico un vino da singola vigna, dedicando il miglior cru aziendale alla produzione di questo Conero Riserva Docg sono sintomi del nuovo che avanza. Un nuovo che non va a ledere in alcun modo la tradizione e non agevola l'omologazione commerciale, bensì vira verso un'ancora maggior espressività e un'identità più nitida e concreta per un vino che vuole abbinare alla sua grande complessità e al potenziale di longevità una maggior freschezza e una dinamica di beva che questi terreni hanno insite in sé favorendo acidità verticali e sapide mineralità.
Detto questo, anche i vini in bottiglia meritano attenzione a partire dall'Aiòn, un Rosso Conero DOC solo acciaio che mostra la più spontanea espressività del Montepulciano in questa terra, evidenziandone lo slancio fresco e minerale, con un'ottima dinamica di beva. Il vino che di più rappresenta la tradizione è il Rosso Conero DOC "Classico", un Montepulciano in purezza affinato in botte grande che aggiunge complessità, spinta e fitezza tannica senza, però, ledere le beva che i vini di questo areale possono e devono avere, grazie alla disponibilità di carbonato di calcio nei terreni e alle forti escursioni termiche.
wine blogger francesco saverio russo
Il Dorico, nonostante, avesse palesemente bisogno degli accorgimenti introdotti dalla famiglia Moroder grazie, anche, ai consigli del nuovo giovane enologo, resta un vino che ogni marchigiano vorrebbe e dovrebbe avere in cantina perché capace di evolvere in maniera lenta ma con una crescita inesorabilmente positiva. Tra le annate assaggiate la 2011, pur facendo solo sbirciare dalla finestra del tempo, mi ha stupito per potenza espressiva e integra acidità, privo di alcun cenno di stanchezza, ancora in piena spinta e forte di una trama tanto fine quanto intatta.
Dorico Moroder vino
La mia visita alla famiglia Moroder mi ha convinto ancor di più delle potenzialità di questa terra, che non può essere sottovalutata da chi scrive e parla di vino e ancor prima dai vignaioli stessi, che possono trarre da questo terroir vantaggi che in molte altre parti d'Italia farebbero carte false per avere. Questa realtà lo sta facendo e sono certo che presto si riuscirà ad avere una massa critica tale non solo a far tornare in auge il Conero, bensì a farne valutare le peculiarità in maniera così approfondita da renderlo, finalmente, il "Gran Cru" delle Marche del vino.


F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 16 luglio 2018

Buccianera - Una famiglia dedita alla vigna e al vino da più di un secolo con rispetto e lungimiranza

Come capita spesso, ci si ritrova ad aver girato in lungo e in largo l'Italia, saltando a piè pari le zone più vicine a “casa”. Nel mio caso ho l'attenuante del vivere da relativamente poco in Toscana e più precisamente in provincia di Arezzo, zona che devo, però, ammettere di aver trascurato negli ultimi anni. Eppure, grazie alla mia consueta attitudine a trovare del positivo anche nelle situazioni meno fortunate, ho deciso di sfruttare questo periodo in cui non posso guidare e i miei spostamenti sono ancora limitati, per scoprire alcune realtà di quello che si sta dimostrando un areale vitivinicolo tanto vario quanto interessante.

Oggi vi porto a Campriano, a 550m slm, a due passi dal centro di Arezzo. La realtà in cui vi accompagnerò è Buccia Nera, una storica azienda agricola che da quasi 100 anni produce vino seguendo sin dal principio un approccio rispettoso e consapevole in vigna e in cantina. 

Oggi nei 50 ettari di vigneto sono banditi i prodotti di chimica di sintesi, pesticidi ed insetticidi e le Camminando di vigna in vigna è facile comprendere che a dominare è ovviamente il Sangiovese, mentre il restante 20% è suddiviso tra Malvasia del Chianti, Trebbiano Toscano, Grechetto, Malvasia Nera, Ciliegiolo, Canaiolo, Syrah, Sauvignon, Chardonnay, Merlot, Cabernet Sauvignon, Grenache.
Vitigni che danno l'idea di quanto l'areale aretino rappresenti una terra di confine dove le uve toscane incontrano quelle umbre e gli internazionali acquisiscono particolari connotazioni, specie per quanto riguarda il Syrah.
I vigneti sono situati in zone diverse che rappresentano veri e proprio cru scelti in base alla vocazione dei terreni e del micro-idro clima nei confronti del varietale impiantato. Si va infatti da terreni ricchi di scheletro, fino a un suolo argilloso, sabbioso e ben arieggiato.
Attualmente alla guida dell'azienda c'è un "team" tutto al femminile formato dalle tre figlie di Amadio Mancini: Anastasia, Alessia e Roberta.
sorelle mancini buccianera
A coadiuvare le tre eredi del sapere enoico di Amadio è Sandro Nalli, enologo pugliese, trapiantato in Toscana per amore di Anastasia.
sandro nalli enologo
E' proprio Sandro a farmi da Cicerone nel mio viaggio attraverso la filosofia vitivinicola ed enologica di Buccianera. Passeggiando in vigna con Sandro, dopo una primavera complessa e laboriosa per via delle continue e ingenti piogge, ciò che si palesa ai miei occhi è l'attenzione riposta in una conduzione agronomica rispettosa e precisa che ha permesso di contenere notevolmente le problematiche indotte dall'andamento climatico stagionale in maniera non invasiva.

A spingermi fin qui, però, non è stata la vicinanza a "casa" dell'azienda Buccianera ma piuttosto la pulce messa nel mio orecchio da un caro amico riguardante un nuovo bianco macerato prodotto da Sandro.
Eppure, mi ritrovo nel calice un'altra inattesa novità, ovvero un metodo ancestrale base Trebbiano vendemmia 2015 interpretato con garbo e schietta saggezza, con un varietale ingentilito dalla permanenza e l'evoluzione sui lieviti e una beva in cui freschezza e sapidità tracciano linee dritte e profonde nel palato.
vini bio buccianera
Subito dopo arriva l'"Orange Wine" di casa Buccianera, il Pa'ro prodotto con uve Trebbiano, Malvasia e Grechetto fatte macerare 40 giorni sulle bucce, per ottenere un vino di carattere, capace di mantenere una spiccata acidità ma al contempo di lasciare integra una materia concreta e tangibile. Il sorso entra ampio per poi distendersi e allungarsi fino al suo finale salino, con una lieve nota di "bitter" classica della macerazione, che fortunatamente non sfocia né nel verde né in un amaro troppo spinto, anzi sembra voler equilibrare la dolcezza del primo naso. Un vino che riberrei volentieri e con il quale si può giocare con le temperature di servizio per metterne in evidenza sfumature diverse della propria  spontanea personalità.
Per quanto riguarda il resto della produzione ho avuto modo di assaggiare degli ottimi Chianti e una Syrah di tutto rispetto, ma ciò che mi premeva di più era prendere coscienza delle potenzialità di sua maestà il Sangiovese in questo areale ed in particolare in queste colline che sono da considerarsi a tutti gli effetti una sottozona. Una sottozona che, a quanto pare, si dimostra essere vocata per pedoclima e sapienza dei produttori, seppur pochi, che favoriscono espressioni di Sangiovese tradizionale ma al contempo contemporanee grazie a vigneti con buone altitudini e, quindi, notevoli escursioni termiche, nonché terreni con buona presenza di galestro.
sangiovese grappoli arezzo
Tra tutti il Guarniente mostra un Sangiovese nella sua veste più pura e agile, senza tanti fronzoli, con una verve tipica dei territori dal grande potenziale nell'allevamento di questo vitigno tanto diffuso nel nostro Bel Paese quanto pretenzioso quando c'è da trovare la propria "casa ideale".
vini cantina buccianera
Buccianera è una realtà che ha saputo trovare negli anni un equilibrio importante fra la gestione di una buona estensione di vigneto e la produzione di un numero di bottiglie opportunamente al di sotto del potenziale produttivo di vigna. Il tutto con una conduzione prettamente familiare che va avanti da generazioni con il rispetto a 360° a far da comun denominatore dal campo alla cantina, fino alla calice di chi ha modo di assaggiare i vini prodotti in questo meraviglioso e ancora solo minimamente esplorato territorio vitivinicolo.
E' stato, per me, molto interessante poter constatare direttamente la volontà di Sandro e delle sorelle Mancini di mostrare quanto possa essere attenta in vigna e "artigianale" in cantina (le fermentazioni spontanee ne sono un esempio) una realtà non necessariamente "micro", mantenendo alta la qualità e interpretando ogni annata e ogni vigneto con cognizione di causa e sensibilità.

"Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare." (Andy Warhol)
F.S.R.
#WineIsSharing

martedì 10 luglio 2018

PoderNuovo a Palazzone e l'identità preziosa del suo Sangiovese Sotirio

Oggi vi porto di nuovo in Toscana, a confine con Lazio e Umbria, e non vi parlerò di un vignaiolo, come di consueto, bensì di una nota famiglia di illustri esponenti del made in Italy che ha deciso di dare un seguito alla propria passione per il vino realizzando una cantina che ha il merito di aver attirato l'attenzione su questo piccolo areale, tra i meno conosciuti della regione. 
cantina podernuovo palazzone

Parlo di Paolo e Giovanni Bulgari e della Tenuta Podernuovo a Palazzone di San Casciano dei Bagni (SI). 
E' nel 2004 che Paolo e Giovanni scoprono Palazzone e affascinati da questo autentico e genuino territorio, decidono di acquistarlo e di iniziare a produrre vino in maniera rispettosa, puntando all'eleganza, la genuinità e la territorialità. 
vigneti chiusi vino
Ciò che mi ha colpito di più di questa realtà è la ferma volontà di integrare struttura e conduzione vitivinicola nel massimo rispetto del contesto naturale, con il fine di valorizzare il territorio con un impatto ambientale prossimo allo “0”, recuperando inoltre i vecchi vigneti pressoché abbandonati dalla precedente proprietà.
Ad avermi incuriosito maggiormente, tra i vini prodotti è stato sicuramente il Sangiovese in purezza Sotirio (annata 2013), un vino che mostra ancora una volta quanto sia poliedrico questo meraviglioso vitigno: un vino che mostra uno spettro olfattivo/aromatico coerente col varietale dal fiore al frutto, integro nella sua armonia fra potenza e finezza con una nota balsamica distintiva che sfuma di tonalità prettamente mediterranee il naso di questo Sangiovese per nulla intaccato dall'affinamento; il sorso entra ampio e avvolgente, per poi distendersi con buono slancio, agevolato dall'assenza di particolari ostacoli e dalla finezza dei tannini. Un vino lungo e di buono impeto espressivo, capace di coniugare territorio e varietale, forza e classe in un risultato piacevole. 
sotirio sangiovese vino
Capita sovente di imbattersi in realtà fondate "quasi per gioco" da industriali di altri settori o da personaggi "famosi" e di ritrovarsi nel bicchiere vini costruiti, privi di anima e di personalità se non quella meramente enologica, che poco ha a che fare con il territorio e il varietale, ma il Sangiovese è una cartina di tornasole per valutare l'approccio in vigna e in cantina di un'azienda toscana e con questo vino Podernuovo ha meritato, non solo la mia attenzione, bensì un plauso per il rispetto avuto nei confronti del varietale e della sua identità.
sala degustazione
Per me che parlo per lo più di piccole realtà e di vignaioli coinvolti in prima persona in tutti gli aspetti della produzione dei propri vini, approfondire la conoscenza di aziende come questa, senza pregiudizio alcuno, è importante! Lo è perché è fondamentale fare degli opportuni distinguo fra chi investe senza cognizione di causa e chi lo fa con profondo rispetto del territorio e un progetto lungimirante a lungo termine.

F.S.R.
#WineIsSharing

sabato 7 luglio 2018

Cantina Fontezoppa - Ribona e Vernaccia Nera con lungimiranza e rispetto

Oggi vi porto nuovamente con me nella terra che mi ha visto nascere e crescere e che ho lasciato, forse troppo presto, per poi sentirne una sorta di saudade nostrana, che mi spinge a tornare ogni qual volta riesca a farlo. Ovviamente sto parlando delle Marche e, più precisamente, vorrei condividere con voi le mie impressioni riguardo una realtà che negli ultimi anni ho imparato a conoscere, ma che credo di aver compreso fino in fondo solo negli ultimi giorni, avendo avuto modo di ritagliare un quadro più approfondito e dettagliato di quella che è la produzione vitivinicola, ma ancor prima di quella che sembra essere una vera e propria mission, non comune.
cantina fontezoppa
La cantina in questione è quella di Fontezoppa, che pur avendo sede a Civitanova Alta, in una posizione a dir poco invidiabile fuori dal contesto urbano, ma che guarda alla città vecchia come fosse stata appesa lì per adornare la parete con il dipinto più bello, vede il suo cuore pulsante dividersi in due atri, ovvero i due corpi principali di vigneti, uno proprio a ridosso della cantina e l'altro a Serrapetrona, città della Vernaccia Nera.

In passato ho già avuto modo di parlarvi della storia della Vernaccia Nera senza dimenticare di citare il lavoro svolto da questa realtà vitivinicola, che ha puntato e punta tutt'ora tantissimo su questo vitigno tanto radicato nel territorio quanto capace di esprimersi parlando lingue differenti. Oggi, però, mi piacerebbe darvi uno spettro più ampio di ciò che è Fontezoppa e di quello che sta facendo, ormai, con successo da diversi anni.
Con una produzione principalmente improntata sulla Vernaccia Nera e sulla Ribona, ma che vede anche delle interessanti espressioni dell'uva italica per eccellenza, il Sangiovese, e di vitigni internazionali, primo fra tutti il Pinot Nero, questa cantina ha avuto, sin da quando è nelle mani di Mosè Ambrosi (grande esperto di enogastronomia ed ottimo palato), la prerogativa di parlare di territorio in modo coraggioso, contemporaneo, ma senza mai dimenticare il profondo legame con la terra in senso stretto e in senso lato.
Un territorio, però, che non è quello del più noto Verdicchio e che quindi non godeva di grande notorietà, ma che, a mio modo di vedere le cose, rappresentava e rappresenta tutt'ora un'occasione di creare unicità e di parlare di quelle Marche che sanno di montagna e di mare e si incontrano in collina, quelle che fanno delle piccole cose le più belle ed interessanti scoperte.
Molti di voi non avranno avuto mai modo di assaggiare un vino prodotto con uve Ribona (o maceratino) e per quanto concerne la Vernaccia, giustamente, tenderanno ad associarla alla più nota (seppur si tratti di una piccolissima produzione - 70ha totali vitati ca. tra tutti i produttori) Vernaccia di Serrapetrona spumantizzata, eppure a Fontezoppa la percezione cambia. Infatti, il/la Ribona diventa il vino di punta, nella versione ferma capace di una longevità tranquillamente assimilabile a quella dei migliori Verdicchio e, da poco, nella prima versione Metodo Classico della storia di questo varietale, evidenziandone le potenzialità in termini di finezza ed duttilità, mentre la Vernaccia Nera diviene ferma, ma non in una versione, bensì in tre (più il Cascià, un particolarissimo passito) come a volerne mostrare ogni singola sfumatura.
Un/a Ribona che non teme l'inesorabile trascorrere delle stagioni e che ho appena avuto modo di assaggiare nella sua espressione datata 2007, ritrovandomi nel calice minerale stupore e fresca prospettiva. Un vino che ha ancora molto da dire e che fa pensare ad un ulteriore potenziale evolutivo che ricorda ancora una volta e meglio di qualsiasi altro varietale, quel "blend" paesaggistico, cultura e sociale che raccoglie ed accoglie montagna, collina e mare, con le note distintive di ogni luogo dall'entroterra al litorale, come a voler rimarcare ancora una volta la duttilità e la varietà di una terra che vede spesso come unico limite la mancanza di fiducia da parte dei suoi stessi abitanti.
Inutile dire che se per la Ribona ci siamo spinti fino al 2007 con la Vernaccia siamo andati oltre, arrivando ad assaggiare una 2004 del Morò, la versione con il più lungo affinamento (18 mesi in legno piccolo), che nonostante fosse agli albori della sua produzione ha dimostrato ancora una volta quanto le scelte di questa cantina, in vigna ed in cantina, puntino da sempre all'espressione massima di ogni varietale e di ogni terroir.
Parlo di più di un terroir per il semplice fatto che Civitanova Alta e Serrapetrona non sono solo due luoghi diversi, bensì vantano delle peculiarità pedoclimatiche complementari, che permettano a Fontezoppa di poter produrre uve come Ribona, Incrocio Bruni, Pecorino, Sangiovese, ma anche Merlot e Cabernet Sauvignon nelle più opportune condizioni ed in egual misura Vernaccia Nera e Pinot Nero, viti ed uve a dir poco complesse, in un contesto ad hoc per il loro miglior sviluppo.
vini fontezoppa
L'azienda ha molti Vini in linea e se è vero che questo può risultare problematico a livello commerciale, la volontà di sperimentare e l'attaccamento ad ogni singola etichetta in quanto parte di un percorso fondamentale dell'azienda e delle persone che la compongono sono così palesi da non far pensare a cambiamenti nel breve periodo e... vi dirò... a me non dispiace poter aver la possibilità di "studiare" un varietale come la Vernaccia dalla sua versione solo acciaio a quella che affina un anno e mezzo in barrique (uno dei rari casi in cui tollero e comprendo l'utilizzo del legno piccolo nuovo), passando per un medio affinamento di circa un anno e potendone scorgere ed apprezzare tutte le sfaccettature.
Dato per assunto, quindi, che Ribona e Vernaccia Nera siano le due varietà regine della produzione di questa cantina, che il periodo di conversione biologica volgere ormai al termine, devo ammettere di esser rimasto a dir poco stupito di fronte a due Vini che non avrei mai pensato potessero donarmi emozioni tanto forti e sensazioni così nitide: il Sangiovese ed il Pinot Nero.
cantina civitanova marche
Se il Mariné, Sangiovese che nulla ha da invidiare nella forma e nell'essenza ai migliori Rossi di Montalcino (fa botte grande), mi colpì già in passato strappandomi la lacrimuccia senza che sapessi neanche cos'avessi nel calice, il Pinot Nero dimostra, a mio modo di vedere, quanto sia più importante il terroir del varietale in sé. Mi spiego meglio: parliamo tanto di autoctoni, quando sappiamo bene che tutti i vitigni siano apolidi (cit. Veronelli), essendo arrivarti in Italia migliaia via mare (Greci, Fenici, Cartaginesi ecc...) per poi essere ridistribuiti dai Romani in base alle loro capacità di adattamento ai vari territori, ma ciò che si evince da un Vino come questo Pinot Nero è che è il terroir a fare la differenza. Quell'insieme unico di terreno, clima, annata, decisioni umane in vigna ed in cantina ed ovviamente varietale, che permetta ad ogni Vino, pur prodotto con uve dallo stesso corredo genetico, di dare risultati completamente differenti.

Per me che scrissi - in tempi non sospetti - di quanto sia difficile produrre grandi vini da queste uve in Italia, ritrovarmi nel calice un Pinot Nero di questo livello e di questo impatto territoriale, fatto a Serrapetrona, è qualcosa di davvero sorprendente.
Un vino che conferma quanto la duttilità delle Marche, non risieda nei soli vitigni e nei soli vini da essi prodotti, bensì si basi tutta sull'infinita varietà di territori e di terroir che sempre più vignaioli e produttori stanno facendo emergere, nel rispetto di un antico patto uomo-campagna sottoscritto con il sudore e il lavoro ed oggi controfirmato con lungimiranza e competenza.

Sia chiaro, parliamo di un Pinot Nero che sa di Marche e non certo di Borgogna, perché se pur non sia autoctono, quel Pinot Nero si è adattato ad un contesto davvero vocato, seppur diverso da quello al quale era storicamente abituato, e lo ha fatto con grande stile e prospettiva.
Nel complesso questa azienda credo vada conosciuta ancor prima che per la qualità dei propri vini, per la sua capacità di dare a chi saprà coglierlo un punto di vista diverso ed unico nel suo genere sul panorama vitivinicolo marchigiano e sulle due zone di riferimento, Civitanova e Serrapetrona. Sono poche le realtà che possano dare uno spaccato così completo, per di più utilizzando vitigni poco noti come Ribona e Vernaccia ed osando con quelli più noti, di una regione che merita non solo di essere "assaggiata" ad eventi o in contesti generalizzati, ma soprattutto andrebbe visitata, come fortunatamente vedo si stiano accorgendo molti amici winelover che quest'anno invaderanno spiagge, colline e montagne, ma soprattutto vigneti e cantine delle Marche!

F.S.R.
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martedì 3 luglio 2018

La naturale resilienza della vite selvatica potrebbe salvare la viticoltura del futuro e la sua sostenibilità

La vite è una cosa meravigliosa!
Permettetemi di parafrasare il titolo di un noto film per iniziare con il giusto piglio un pezzo che prenderà spunto da un importante studio di cui ho appena letto dati e relazioni che mi hanno fatto molto riflettere.
vitigni resistenti
Lo studio di cui sopra è stato coordinato dai ricercatori del Centro Agricoltura Alimenti Ambiente, struttura accademica congiunta Università di Trento - Fondazione Edmund Mach (C3A) in collaborazione con l’Università della California, pubblicato sulla rivista del gruppo Nature “Horticulture Research” e sembra aver scoperto come la vite selvatica, antenata della vite europea coltivata in tutto il mondo, rappresenti una fonte preziosa per il miglioramento genetico nell’ottica di un’agricoltura più sostenibile andando ad offrire un futuro potenzialmente scevro dai trattamenti della viticoltura convenzionale e ponendosi come alternativa meno drastica ai PIWI. La vite selvatica, infatti, possiede delle peculiarità “innate” che, se recuperate attraverso il miglioramento genetico, potrebbero conferire maggiore resilienza alla vite domestica per quanto riguarda le sfide del cambiamento climatico, dalla resistenza al deficit idrico, alle alte temperature e agli attacchi di patogeni.
Annate come la 2014 (e volendo anche quella attualmente in corso) per via della notevole pioggia e dell'alto grado di umidità in vigna favorevole allo sviluppo di patologie e alla proliferazione dei parassiti e la 2017 con i suoi picchi di calore e la prolungata siccità in molti areali italiani (e non solo) hanno fatto riflettere "vecchie" e “nuovi” vignaioli riguardo le soluzioni più sostenibili e rispettose da adottare in casi tanto estremi quanto, ormai, potenzialmente frequenti.

E' per questo che lo studio in questione potrebbe offrire una prospettiva interessante nello sviluppo di una viticoltura ancor più sostenibile andando ad attingere al corredo genetico delle viti selvatiche (purtroppo sempre più a rischio estinzione in Europa, mentre più numerose in Asia), isolando quei geni che hanno permesso alla pianta di sopravvivere nel tempo, adattandosi, tramite la consueta selezione naturale, ai cambiamenti climatici.
Il futuro della viticoltura moderna, quindi, potrebbe dipendere dalle più antiche e “selvagge” varietà che, attraverso il processo del resilience breeding, potranno condividere con le viti domestiche la loro spontanea resistenza.
Una vera e propria riscoperta di quella che è la naturale resilienza della vite, attraverso un approccio di miglioramento genetico volto a reintrodurre nelle varietà attualmente coltivate i fattori genetici di tolleranza agli stress presenti in piante non domesticate o semi-domesticate della stessa specie al fine di fronteggiare i cambiamenti climatici, senza intaccare l’elevata qualità della vite europea e dei suoi prodotti.
Lo studio conferma che la domesticazione ha interessato principalmente gli aspetti del frutto che oggi troviamo molto variegati nei numerosi vitigni, ma nel contempo ha propagato piante sempre più dipendenti dalle pratiche agricole (es. fertilizzazione, irrigazione, diserbo e difesa) abbassando drasticamente la loro capacità di contrastare autonomamente problematiche legate a patogeni, parassiti, stress idrico e tutte le proibitive dinamiche pedoclimatiche legate al global warming.

A livello puramente tecnico “essendo l’incrocio tra vite “moderna” e la sua “bisnonna” selvatica un accoppiamento intra-specie, vitigni innovativi derivati da sylvestris non avrebbero limiti per le Denominazioni di origine controllata (DOC) e nessuna caratteristica negativa sarebbe conferita ai vini.
Inoltre, in virtù della maggiore tolleranza verso gli stress ambientali, gli esperti C3A-FEM stanno sperimentando le Vitis sylvestris come portinnesti per recuperare la radici ancestrali con maggiori capacità di adattamento. Allo stesso modo, in vari laboratori europei, si sta analizzando la tolleranza alla fillossera e alle malattie del legno, oltre alla capacità della specie selvatica di accumulare resveratrolo, un composto con proprietà antiossidanti, antiinfiammatorie, antitumorali e ipoglicemizzanti, come risposta all’attacco di Plasmopara viticola. “
studio vitigni resistenti
Fonte: Studio realizzato dal C3A ( FEM-UniTrento)

Tutto questo fa ancora una volta riflettere su quanto l'uomo abbia preferito nel corso degli ultimi decenni la strada più semplice, specie nella viticoltura, dove solo da poco siamo arrivati ad una maggior consapevolezza qualitativa e sostenibile, andando a prendere in considerazione in maniera più diffusa pratiche agricole più rispettose e prediligendo – spesso – la qualità alla quantità.
Resta il fatto che i cambiamenti climatici fanno paura e che, ancora una volta, ci si troverà di fronte ad una scelta tra la via apparentemente più semplice (irrigazione diffusa e trattamenti più o meno aggressivi) o la riconsiderazione della viticoltura moderna partendo proprio dalla radice, sviluppando viti in grado di mantenere invariato il patrimonio genetico dei varietali autoctoni ma al contempo più resistenti e capaci di fronteggiare le insidie della viticoltura di un futuro sempre più vicino. Ovviamente, nel mezzo c'è un percorso di progressivo avvicinamento alla viticoltura rispettosa da parte di tutte le realtà – almeno per quanto concerne l'Italia – indipendentemente dalle dimensioni, ma lasciatemi sognare per un attimo vigne prive di patologie e in completo naturale equilibrio che non necessitino di nulla se non della cura e dell'attenzione “meccanico/pratica” del vignaiolo e del produttore.
La scienza ha sempre più il compito di barattare tecnica e la conoscenza con chimica e incoscienza.

F.S.R.
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