mercoledì 28 giugno 2017

Il mio Vinexpo 2017 a Bordeaux

A qualche giorno dalla condivisione delle pagine del mio “diario di bordo” relative alla prima tappa del mio ultimo viaggio in terra di Francia, vi porto a Bordeaux, dove ad aspettarci c'era quella che fino a qualche tempo fa era, a ragion veduta, considerata la più importante fiera del vino al mondo: Vinexpo.
Dico “fino a qualche tempo fa”, perché il polso della fiera, tastato durante questa edizione, non sembra quello di un evento nel pieno della sua forma e la cosa pare non rappresentare un passo falso isolato, bensì un punto, per fortuna ancora medio, su di una parabola discendente iniziata già da un paio di edizioni. Sarebbe improbabile fare paragoni con il Vinitaly, dato che i concept delle due fiere sono palesemente differenti, con una Vinexpo molto più internazionale ed un Vinitaly sempre focalizzato sulle realtà italiane, ma per forza di cose qualche comparazione a livello organizzativo e di numeri viene da farla e non vi nego che non ci è voluto molto per rivalutare molti aspetti della fiera nostrana. Molte delle aziende italiane presenti, ormai solo consorzi e realtà medio-grandi per via dei costi ingenti della manifestazione, con le quali mi sono confrontato hanno manifestato un notevole malcontento, non escludendo la possibilità di non tornare per le prossime edizioni, focalizzando tempo ed investimenti su altri eventi.
A prescindere da questa premessa, però, io mi limito a valutare Vinexpo dal mio punto di vista e trovo sia pur sempre un'occasione unica per gli amanti del vino (pressoché tutti operatori del settore fra buyers e media) di assaggiare vini da tutto il mondo in una città meravigliosa come Bordeaux.
Vinexpo 2017 - Bordeaux
Il numero degli espositori si è attestato per questa edizione sui 2.300, provenienti da 40 paesi, ma per quanto riguarda i visitatori, ciò che si è evidenziato è stata la stragrande maggioranza di operatori provenienti da Cina e Stati Uniti, oltre ovviamente a quelli francesi.
E' palese che per tenere in vita questa importante fiera, alla luce degli ottimi risultati raggiunti dalle manifestazioni satellite organizzare fuori dalla Francia, si stia concentrando l'attenzione verso il mercato asiatico, ma questo porta ad un progressivo calo di interesse da parte degli altri paesi e, a mio modo di vedere le cose e giudicando parte degli assaggi fatti, un adeguamento dei grandi produttori francesi ad un target che non può, oggi, essere identificato con ciò che in Europa, ad esempio, ora si stia cercando nel vino.
Esempio lampante è il Bordeaux, che nell'en primeur organizzata dall'Union des Grands Crus de Bordeaux (anteprima Bordeaux e Sauternes) ha evidenziato quanto alcuni mercati amino vini tecnicamente ineccepibili, ma carenti di acidità/freschezza, molto strutturati e di grande morbidezza. Vini che, sia chiaro, una volta integrato la barrique sapranno regalare sensazioni importanti e magari questa precisione stilistica e questa coerenza interpretativa nel tempo saprà toccare le giuste corde emozionali degli amanti del genere, ma la mia impressione è che in Borgogna parli il territorio, mentre a Bordeaux parli molto di più la “cantina” e, per quanti nemici mi farò, continuo a sostenerlo da anni. Detto questo, aver l'opportunità e l'onore di stappare qualche vecchia bottiglia di bordeaux è sempre un piacere e la capacità di evolvere e di guadagnare espressività terziaria di questi vini è difficilmente riscontrabile altrove. Credo sia solo una questione di esigenze e di forma mentis, assolutamente non di qualità, in quanto ci sono vini da intendere per quello che sono nella loro espressione più tecnica e concettuale di un modus operandi – nel caso del Bordeaux con evidenti motivazioni storico-commerciali – e vini (quelli più nelle mie corde) che puntino ad essere espressione di un territorio, di un varietale e/o di un'identità di terroir forte e non replicabile anche solo nel vigneto accanto a quello in cui nascano.
Devo ammettere, però, che avendo avuto l'opportunità di girare per gli stand con un produttore di GIN la fiera sembra molto forte per quanto concerne il comparto Spirits, mentre per il vino da elogiare l'area WoW! (World of Organic Wines), a cavallo fra il VinitalyBio e il ViViT.
Comunque è mia intenzione essere provocatorio, ma solo condividere con sincerità quelle che sono le realtà che mi abbiano colpito di più a prescindere dalla loro geolocalizzazione, quindi riporterò qui di seguito qualche nota riguardo le cantine più interessanti tra quelle incontrate a Vinexpo.
  • Viticultors Finca Mas d'en Gil: siamo nel Priorato, uno dei territori più suggestivi nel panorama della viticoltura mondiale, dove Pere Rovira e le sue figlie hanno deciso di portare avanti una tradizione vitivnicola importante, nel pieno rispetto del contesto ambientale e delle varietà coltivate. Parliamo di una cantina biodinamica, che produce vini di rara complessità e struttura, ma molto equilibrati e mai troppo pesanti. Capaci di estrarre freschezza da terreno e forti escursioni termiche, sia nella Grenache che negli altri varietali tipici coltivati. Ottimo il Como Vella 2011 ed entusiasmante in prospettiva il Clos Fontà 2011.
  • Casa Rojo: siamo ancora in Spagna, ma questa è una realtà particolare in quanto l'Enologica Creativa produce vini in otto denominazioni di origine spagnola differenti, con lo scopo di esprimere e mostrare al mondo il meglio di ogni singolo territorio spagnolo: La Marimorena in Rias Baixas, The Orange Republic in Valdeorras, el Gordo del Circo in Rueda, The Invisible Man in Rioja Alta, Alexander Vs The Ham Factory in Ribera del Duero, Maquinon in Priorato, Moltó Negre in Villafranca del Penedés and Macho Man Monastrell in Jumilla e l'ultimo arrivato, il Ladròn nella D.O. del Bierzo. Il tutto in due cantine differenti, ma con il medesimo team e la volontà di cercare di recuperare vecchi vigneti che mancavano di cura da parte dei proprietari. La forza di Casa Rojo è nella grande creatività espressa nelle etichette e nella comunicazione, ma che sarebbe nulla senza una qualità trasversale riscontrabile in ogni vino prodotto. Davvero un unicum nel panorama mondiale del vino, dal quale trarre molti spunti, sia in termini di comunicazione che di riqualificazione di areali e nello specifico vigneti vocati, ma in balia dell'incuria.
  • Quinta de Santa Eufemia: dato che tra qualche settimana andrò in Portogallo per uno dei miei eno-tour, ho pensato di farmi un interessante giro di assaggi nell'area dedicata al Porto e tra le varie realtà incontrate devo ammettere che questa sia stata quella capace di colpirmi maggiormente. Quinta de Santa Eufemia è una cantina a conduzione familiare indipendente, fondata nel 1864, situata nella valle del fiume Douro, a Nord del Portogallo. Sono oltre 45 gli ettari coltivati dalla quarta generazione della famiglia Rodrigues de Carvalho, per la produzione di un'ampia linea di vini, tra i quali spiccano, ovviamente, i Porto tra Porto Bianco, Porto Ruby, Porto Tawny (e Tawny invecchiato), Porto Colheita e Vintage. Tra gli assaggi più interessanti un intrigante Tawny 20 Years Old ed i Porto Colheita 2004, di rara complessità ed intensità. Non vedo l'ora di tornare dal Portogallo per raccontarvi di più di questo splendido vino, dalle mille e più sfaccettature e dal carattere immortale.
Dato che la Spagna era il paese "focus" di questa edizione, credo di averle reso onore con le due cantine segnalate e per quanto riguarda la terza siamo pur sempre nella penisola Iberica, quindi non può che farmi piacere essermi reso conto una volta tornato a casa e rispolverato gli appunti di aver apprezzato così tanto un'area con la quale non mi capita così spesso di confrontarmi in degustazione.
Purtroppo non ci sono francesi, ma credo che le motivazioni siano principalmente due: i costi di Vinexpo impediscono a molti dei vignaioli più piccoli e più votati alla massima espressione del proprio terroir di partecipare; ho avuto davvero poco tempo per assaggiare ed ho, sinceramente, assaggiato poca Francia in fiera ed ho suddiviso i miei assaggi fra Beaujolais, Bordeaux, Chablis, Loira, Côtes du Rhône, Côtes du Rhône e Champagne, tralasciando la Borgogna per motivi di tempo, ma con profondo rammarico.
La parte più interessante e dinamica del viaggio, però, è stata viversi Bordeaux per un paio di giorni, specie di sera, con questo meltin'pot latino-africano, in cui non è difficile ritrovarsi a parlare più spesso spagnolo che francese. Il vino è ovunque a Bordeaux, dalla nuovissima Cité du Vin ai ristoranti che propongono carte interessanti a tutti i livelli.
La Cité du Vin
E' stato in giro per Bordeaux che ho potuto godermi vini francesi meno “main stream”, magari a cena in giro per le vie del centro, ma se Bordeaux è stupenda, c'era una tappa che sapevo mi avrebbe colpito ancora di più e sto parlando di quel santuario del Vino chiamato Saint-Emilion.
Saint--Emilion
Non citerò i Vini assaggiati fuori fiera per rispetto di chi ha partecipato a Vinexpo, investendo denaro e tempo, ma se dovessi tornare a Bordeaux, probabilmente lo farei in un altro periodo, magari con una temperatura più sopportabile e non in occasione della fiera, dedicandomi agli Chateau in maniera più serena ed avendo più tempo per visitare luoghi magici come Pomerol. Ce sera pour la prochaine fois...

F.S.R.

#WineIsSharing

domenica 25 giugno 2017

Borgogna on the road tra Domaine, assaggi e fantasie enoiche

Se c'è un film che ogni amante del vino dovrebbe aver visto almeno una volta quello è senza ombra di dubbio Sideways e chiunque l'abbia visto non può non aver fantasticato, anche solo per un istante, sulla possibilità di fare un viaggio che ricalcasse un po' le orme di quello fatto da Miles (Paul Giamatti) e Jack (Thomas Haden Church).

E' proprio quando meno te lo aspetti, quando avevi deciso di dedicarti a tutt'altro in quel periodo, che ti arriva una mail che fa più o meno così "Andiamo a Bordeaux per Vinexpo?" e tu, senza rifletterci più di un millesimo di secondo, rispondi "Mais oui, bien sûr!" - le mie reminiscenze delle medie di francese proseguono con "Bonjour madame", "Comment tu t'appelles?" e "Rien ne va plus, les jeux sont faits"... forse quest'ultima non me la ricordo dalle medie! - e senza neanche accorgertene sei già a fare l'ennesima valigia.
La meta era quella della nota fiera enoica internazionale Vinexpo, ma da bravo amante di Sideways questo viaggio non poteva essere il "solito viaggio"! Quindi niente aereo... si parte in auto, senza programma, senza pianificare appuntamenti o prenotare hotel, come si confà ad un vero viaggio on the road.
viaggio vino borgogna
Ci troviamo la mattina del 16 giugno a Torino e partiamo direzione Borgogna. Rispolvero al volo i miei contatti con i Vignerons Indépendants de Bourgogne e durante le 5 ore di viaggio riesco a fissare la prima visita al Domaine Nudant a Ladoix Serigny nel pieno del , una "piccola" realtà votata alla biodinamica in tutto e per tutto, ma con un approccio che era proprio quello che speravo di trovare in Borgogna, ovvero quello più logico ed assennato in vigna ed in cantina.
In questa terra di Pinot Noir e Chardonnay, dove i vigneti sembrano, per lo più, essere coltivati dagli "Umpa Lumpa" (Citazione) per via della potatura bassa ed hanno densità rarissime in Italia, che raggiungono in molti casi i 10.000 ceppi per ettaro, si respira un'aria sacrale, in cui la cantina è solo un'officina, spesso molto meno "accogliente" delle nostre, ma dedite al lavoro in tutto e per tutto, nella massima ergonomia, ottimizzando spazi e strumentazione al fine di ottenere il massimo, senza nulla di superfluo.
Qui è il territorio che parla, sono i singoli cru ed ancor più i clos (per chi non lo sapesse, si tratta di piccoli ritagli di vigneti già molto vocati, isolati dal resto della particella da muretti a secco, creati originariamente dai monaci in base alle caratteristiche che solo quella manciata di filari potessero vantare) a definire le peculiarità e la personalità dei vari vini prodotti da un Domaine. E' così che ti ritrovi ad assaggiare 17 vini, prodotti da singole vigne e da clos in 17 ettari totali di proprietà (in piccola parte) ed in affitto (la maggior parte dei vigneti in Borgogna sono o ereditati o presi in affitto dai vignerons e dai Domaines).
Se gli Chardonnay sono risultati né più né meno dei "soliti" Chardonnay, tutte le micro produzioni di Pinot Nero hanno confermato la mia convinzione che il Pinot Nero non sia cosa per noi e che in Borgogna, vuoi per le condizioni pedologiche, vuoi per la grande affinità dei vignerons con questo vitigno, raggiunga qualità molto alta senza far nulla più che rispettare il territorio, l'annata e soprattutto il varietale stesso. Semplicemente commovente nel suo equilibrio varietale e nella sua spina dorsale acido-calcarea il Nuit-Saint George 2014 ed entusiasmante la potente eleganza dell'Aloxe Corton Clos de la Boulotte Monopole. Una realtà che negli ultimi 7 anni, un po' come quasi tutte quelle della Côte d'or, ha perso più del 30% del raccolto totale e quindi del vino prodotto, ma che comunque è riuscita a non perdere mai qualità, restando costante e coerente nel tempo.
Domaine Nudant
Tornando al nostro viaggio, da bravi turisti "fai da te, no Alpitour?!?" chiediamo al buon Guillaume, terza generazione del nuovo corso del Domaine Nudant, di consigliarci qualcosa pour manger et dormir e la risposta è una sola "Beune!"
Stendiamo un velo più o meno pietoso sulla cena e sull'improbabile Calvados casalingo da "testa-coda", il posto era comunque molto carino e l'hotel "retrò" in cui abbiamo alloggiato era adiacente al ristorante, quindi la dritta di Guillaume è stata più che affidabile e gradita.
Scusate la digressione... dov'eravamo? Ah, sì! Beune è bellissima, ma il nostro obiettivo era quello di riposare al meglio per poi ripartire alla ricerca di almeno un'altra cantina da visitare nella La Côte d'Or, ma prima di tutto dovevamo necessariamente compiere anche noi il nostro personale pellegrinaggio alla DRC, quindi nanna "presto" ed alle otto del mattino seguente, già belli "incroissantati", si parte alla volta di Vosne-Romanée. Riguardo l'emozione provata in questo santuario del vino mondiale, credo che me la terrò ancora un po' per me, ma una cosa è certa, in quei vigneti si respira un'aria senza tempo, capace di indurre rare suggestioni e di far sentire un grande appassionato di vino come me un privilegiato.
Domaine de la Romanée-Conti
Ovviamente non avevamo organizzato nulla, ma mentre stavo cercando disperatamente di chiedere udienza a qualche cantina a me già nota, i social mi vengono in aiuto e grazie al caro Alex Bluma, facciamo rotta verso Mercurey (tra l'altro sulla strada che ci avrebbe visti metterci in marcia per Bordeaux, quindi la fortuna ci ha assistiti ancora!) dove visiteremo il Domaine Michel Juillot, storica cantina di quella che è considerata, forse, un'area "minore" della Borgogna, ma che si è dimostrata, invece molto interessante.
L'idea di visitare una realtà convenzionale, seppur dentro i parametri del biologico e della biodinamica sotto molti aspetti sia in vigna che in cantina, mi interessava molto per poter fare un parallelo a poche ore di distanza con l'altro Domaine e devo ammettere che, seppur aiutati dal caso, o forse dal destino, le due visite principali fatte in Borgogna hanno avuto una complementarietà inaspettata.
Zona che si è dimostrata sicuramente migliore per gli Chardonnay, ma che ha saputo tirar fuori carattere e grande equilibrio anche nei Pinot Noir, con una linea ineccepibile, in cui ogni vino racchiudeva in sè la filosofia dell'azienda: «Noi dedichiamo la medesima cura nel lavoro di tutti i vigneti perché il nostro valore aggiunto è nel terroir. La differenza tra un grande cru, un premier cru, un village o un "Bourgogne" generico, viene dal suolo, dalla terra, dal sole e dall'uva di quel determinato contesto, non dal nostro lavoro» - Laurent Juillot.  
Oltre ad assaggiare un piacevolissimo Cremant di Bourgogne (metodo classico 24 mesi sui lieviti + 10 post sboccatura prima di essere messo in commercio, ad un prezzo che in Italia si ha per gli Charmat!), ho avuto modo di assaggiare il Marc de Bourgogne (un'acquavite di vinaccia) ed il Fine de Bourgogne (distillato delle fecce fini, molto simile al Brandy), davvero di livello.
Domaine Michel Juillot
Comunque, più che descrivervi i miei assaggi, ciò che vorrei condividere con voi è una serie di considerazioni estemporanee emerse durante i confronti con i produttori e con i miei compagni di viaggio in Borgogna: 
- In Italia ci facciamo troppe "fisime"... la risposta ad ogni mio "perché...?" è stata sempre la medesima, ovvero "perché noi vogliamo fare il miglior vino possibile e questo è l'unico modo per noi".
- In Borgogna non hanno "nulla più di noi", ma hanno capito quale strada percorrere e come percorrerla per raggiungere il massimo della qualità traibile da ogni singolo vigneto;
- Via il superfluo, basta il necessario! Stessa vinificazione per ogni parcella... è il modo migliore per comprendere il potenziale di ogni singolo 
- Il Pinot Nero è una cosa seria... serissima, ma... né più né meno del Nebbiolo e del Sangiovese! Peccato noi, in alcuni casi, non ci sforziamo di capire i nostri vitigni quanto dovremmo e potremmo.
- Il vino in Borgogna non costa "troppo", ma raggiunge cifre importanti non sempre giustificabili... esattamente come in Italia o in qualsiasi altra parte del mondo.
- I francesi in generale ed i vignerons di Borgogna in particolare sono molto più bravi di noi a raccontare il proprio territorio, ancor prima del proprio terroir e quindi ad esprimerlo in bottiglia ed a venderlo, per il semplice fatto che lo conoscono e credono in esso. In Italia capita raramente, ma spero ci arriveremo. Sono pochi i produttori che preferiscono parlare del proprio territorio piuttosto che della proprio realtà e dei propri vini, ma chi lo fa ha ed avrà sempre una marcia in più.
- I miti si creano, ma non si alimentano col fumo. E' un lavoro costante ed un monito a fare sempre meglio.
- La Biodinamica in Borgogna è la normalità, a tal punto da non esser mai utilizzata come un valore aggiunto, bensì come una semplice scelta volta a massimizzare l'espressività del proprio terroir. Poi da qui a dirvi che tutti i biodinamici lo siano davvero e facciano tutto a mano in vigna e siano ligi e irreprensibili in cantina ce ne passa...
- L'identità in Borgogna è una sorta di metonimia trasversale, dal contenuto al contenente si trova in tutto: vino, bottiglia, etichetta sono riconoscibili in mezzo a mille, pur mantenendo ed esprimendo la peculiarità del singolo Domaine.
- Se in Italia il "modello Borgogna" non è replicabile, abbiamo dei luoghi in cui da un singolo vitigno possiamo trarre potenza ed eleganza, nonché identità forte e netta e sono le Langhe col Nebbiolo, Il Chianti Classico e Montalcino col Sangiovese, l'Irpinia con l'Aglianico e l'Etna con il Nerello e... non credo ci sia andata poi così male!😉 Oltre alle nostre due denominazioni di punta potremmo puntare su identità territoriali fortissime e ben distinte, ma preferiamo sin troppo spesso - sia chiaro è comprensibile ed apprezzabile - l'elogio della singolarità ed un'individualismo che possono portare alla creazione di piccoli grandi capolavori, ma che restano degli unicum decontestualizzati.
- Non è tutt'oro quel che luccica! Anche in Borgogna ci sono dei vini molto deludenti, ma nella maggior parte dei casi sono zona ed annata a renderli meno validi e non errori o incuria dei produttori.

In conclusione, era da un po' che mancavo dalla Borgogna, per via della mia volontà di dedicarmi quasi esclusivamente all'Italia del vino, nella consapevolezza che non basterà una vita per scoprirne e raccontarne anche solo una minima parte, ma questa tappa, seppur rapida, mi ha dato spunti interessanti ed ha aumentato la mia soglia di consapevolezza permettendomi, al mio ritorno, di potermi approcciare al nostri vino ed alle nostre realtà in maniera ancor più esigente. Esigente sì, ma sempre più convinto della qualità e delle potenzialità del vino italiano, che nulla ha da invidiare ai cugini d'Oltralpe nonostante l'infinità di luoghi comuni legati al maggior storico, alla maggior abilità in termini di marketing, alla fine, mi piace pensare, che la qualità vinca sempre e noi siamo in grado di farne e di farne come nessun'altro al mondo.

Detto questo, il viaggio continua verso Bordeaux e Vinexpo, ma questa è un'altra storia, quindi ve la racconterò nei prossimi giorni.


F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 21 giugno 2017

I migliori giorni per degustare Vino? Ce li indica il calendario biodinamico di Maria Thun

Quante volte abbiamo sentito parlare del connubio Luna-Agricoltura? Il calendario lunare è stato sempre usato in agricoltura ed è ormai appurato che la Luna e, quindi, le fasi lunari abbiano un importante incidenza sulla terra e tutto ciò che cresca e viva su di essa, comprese piante ed esseri umani.
calendario vino luna degustazione
Premessa
Come ho già avuto modo di condividere con voi, per quanto io ami il romanticismo enoico e mi lasci affascinare dai racconti di vita e di vino di vignaioli e produttori (fa parte del gioco e, credo, renda più ricco ed affascinante un “mondo” che può e deve far leva anche sull'emotività di ciascuno di noi) non ho molta affinità con tutto ciò che sfoci nell'esoterismo ed in pseudo-filosofie astruse che capaci di alludere a qualcosa di poco concreto e di illudere chi non sa o chi sia facile da abbindolare. Eppure io amo la biodinamica nel suo aspetto più realistico e pragmatico, ma anche negli aspetti meno certi, ma legati ad una storicità e ad un empirismo che porti a ragionamenti, forse poco razionali per i più, ma molto più concreti di molte altre “tendenze enoiche”. Ciò che non amo è il filosofeggiare fumoso di alcuni e la scorrettezza di altri nel cercare di strumentalizzare concetti seri e verificati tramutandoli in mero marketing e, spesso, travisandoli.

Un concetto di base della biodinamica è quello del rapporto Terra-Luna, ma non solo nella coltivazione della vite e nell'ambito della vinificazione e dell'imbottigliamento, bensì anche nella degustazione per via della, a quanto pare, palese influenza che le fasi lunari abbiano sul vino.
Di ritorno da alcuni miei viaggi all'estero mi sono reso conto che in Italia si stia facendo persino più confusione di quella che pensassi rispetto alla biodinamica, sin troppo spesso abbinata a concetti poco concreti, fantasiosi e ad un effetto negativo in termini di pulizia organolettica nel bicchiere, questo perché si è cercato di abbinare a tutti i costi questo concetto di agricoltura pulita e rispettosa ad una corrente, quella dei cosìdetti “vini naturali”, che rischia di diventare fuorviante sia in termini tecnici che gustativi.
All'estero, specie in Francia ed in Spagna, sono moltissime le cantine ad adottare la viticoltura biodinamica, e poco c'entra la dimensione della cantina in questione e poco hanno a che vedere con una sorta di low profile stesso del vignaiolo/produttore, anzi... molte di essere vantano blasoni importanti ed hanno raggiunto l'apice della qualità proprio grazie al rispetto in vigna ed in cantina.
calendario fasi lunari viticoltura
Il Calendario Lunare in Degustazione
Per chi non conosce il concetto, mi riferisco al calendario biodinamico creato da Maria Thun, grande ricercatrice agronomica che dal 1963 ha prodotto il calendario annuale delle semine che costituisce uno degli strumenti più usati per osservare, prevedere, organizzare le operazioni agricole dei biodinamici europei e, più in generale, dell’emisfero nord del pianeta.
Il suo lavoro si basa, neanche a dirlo, sui principi dettati da quello che viene eletto a padre della biodinamica, ovvero Rudolf Steiner, per quanto questo non sia pienamente vero (come descritto qui).
Comunque il calendario utilizza le posizioni della luna rispetto a costellazioni e pianeti e le fasi lunari per determinare quali giorni siano da considerarsi del frutto (Elemento: corrispondente: Fuoco), della radice ("" Terra), delle foglie ("" Acqua) o dei fiori ("" Aria). Oltre ad essere utilizzato per interventi di tempo in vigna e in cantina, questo calendario è anche usato come guida indicativa per i degustatori e quindi per definire il giorno più consono ad assaggiare quel vino nella sua massima espressività. Idealmente, i giorni migliori per bere vino sono quelli di frutta / fiore e non in un giorno di radice o foglia.
Questo calendario è diventato così importante in alcune nazioni e per alcune branche enoiche da passare dall'essere un'utility per degustatori, sommelier ed ovviamente vignaioli/produttori al diventare un riferimento per importanti catene di supermercati ed enoteche, come accaduto nel Regno Unito (non faccio nomi, ma sono reperibili online), che decidono di organizzare le proprie degustazioni promozionali solo nei giorni migliori indicati da Maria Thun.
Ci sono stati diversi informali, i test su piccola scala del calendario, ma questi non hanno avuto il rigore necessario per fornire risultati significativi.
Come spesso accade, però, anche nel caso del calendario biodinamico della degustazione da un lato si è avuto un proliferare di app e calendari lacunosi volti alla semplificazione di qualcosa che è ben più complesso ed ampio di quanto si pensi e dall'altro un forte scetticismo che ha portato a contro-studi finalizzati a sfatare queste convinzioni e credenze.
In realtà io posso asserire con buona ragionevolezza che effettuando assaggi secondo il calendario di Maria Thun la differenza nell'apertura del vino, specie se si tratti di assaggi da vasca/botte è più che palese e, nella maggior parte dei casi, il controllo del calendario è avvenuto a posteriori, proprio per non avere facili condizionamenti in merito.

Ciò che penso, però, è che questa influenza della Luna sulla degustazione non sia da riservare solo ed esclusivamente al vino, ma piuttosto ad un connubio fra quello che è l'effetto della luna sui liquidi più in generale (vedi le maree) quindi, anche, sulle molecole d'acqua contenute nell'atmosfera (alcuni studi hanno appurato che la percezione dell'umidità è diversa in base alla fase lunare di riferimento, pur avendo gli stessi valori igrometrici) e su quella contenuta nel nostro corpo, che a loro volta incidono sulla nostra percezione. E' indubbio che le fasi lunari abbiano effetti su alcune dinamiche e cicli del corpo umano e sul nostro stato d'animo, quindi perché non credere che questo influsso possa avere un'incidenza anche sulla nostra capacità di degustare e sull'espressività di un vino? Io credo non ci sia nulla di così strano o di poco logico e basti pensare a quante volte ci sia capitato di assaggiare lo stesso vino in condizioni differenti, in giorni differenti, anche a distanza di pochissimo tempo e di averlo sentito, vissuto e percepito in maniera notevolmente differente.
Qui di seguito troverete un calendario lunare della semina con tanto di legenda (nella quale troverete indicati i colori corrispondenti ai giorni del frutto, della foglia, della radice e del fiore) da utilizzare come riferimento per le degustazioni:
calendario biodinamico degustazione vino
fonte: lunaorganics.com
Il calendario della semina di Maria Thun è utilissimo per tutte le operazioni agricole, ma anche per semplici operazioni "casalinghe" come tagliare il prato o gestire le proprie piantine da balcone, ma va ricordato che la determinazione del Calendario delle Semine si tiene conto della situazione reale del Cielo. La Luna, nel suo percorso siderale, transita nel Cielo assumendo via via diverse “qualità” a seconda dell’influenza delle Costellazioni Zodiacali su di essa. Ciascuna Costellazione agisce in risonanza con un elemento: Terra, Acqua, Aria, Fuoco. Ogni Elemento a sua volta influisce su particolari organi e funzioni dell’organismo vegetale:
Terra =>Radici =>Vergine, Toro, Capricorno
Acqua => Foglie => Pesci, Cancro, Scorpione
Aria => Fiore => Gemelli, Bilancia, Acquario
Fuoco => Frutto => Ariete, Leone, Sagittario

N.B.: non stiamo parlando si "segni zodiacali", bensì dei nomi delle costellazioni.

In conclusione, come sempre, io non posso che invitarvi a provare su voi stessi la veridicità delle affermazioni di chi sostiene che il calendario biodinamico abbia un'effettiva influenza sulla capacità di espressione del vino e sulla nostra percezione di esso, al fine di farvi una vostra idea personale a riguardo. Io credo che, per quanto possa esserci un velo di potenziale suggestione, non ci sia nulla di illogico in questo approccio né alla viticoltura né alla degustazione.
Tranquilli... non mi metterò ad assaggiare solo nei giorni di frutto e di fiore, però potrebbe essere una buona scusa per stappare lo stesso vino in due momenti differenti e continuare a testare gli effetti di questa teoria sul vino e sui miei sensi!😉
Quello della Luna è solo uno dei condizionamenti che possiamo avere nel degustare e quelli umani legati all'emotività ed al contesto sono altrettanto forti ed incidenti, quindi non resta che assaggiare e assaggiare, nella speranza di goderci quel vino al massimo della sua espressività, ma anche al massimo della nostra capacità di apprezzarlo e... spesso... una bella giornata ed una buona compagnia aiutano molto, specie se in "combo" con i giorni ideali per il calendario biodinamico! 😋

Info Pubblicazioni e App
Il calendario biodinamico 2017 di Maria Thun è acquistabile online come molte sue altre pubblicazioni:
Qui troverete una pubblicazione specifica per la degustazione secondo il calendario biodinamico e le fasi lunariwww.florisbooks.co.uk/book/Matthias-Thun/+Calendar+for+Wine+Drinkers.

Per i più curiosi indico il link della APP "When Wine Tastes Best" che segue il calendario biodinamico di Maria Thun per identificare i giorni più consoni alla degustazione (per quanto sia abbastanza lacunosa come app), disponibile attualmente solo per I-phone:
itunes.apple.com/it/app/when-wine-tastes-best.

Dimenticavo... oggi si può bere! E' un giorno della frutta!😉


F.S.R.

#WineIsSharing

giovedì 15 giugno 2017

Enoicamente parlando... della Sicilia e dell'Etna con l'enologo Emiliano Falsini

Quando si arriva nel mondo del vino in punta di piedi, ma con una curiosità tale da scendere dalle punte e correre a destra ed a manca alla ricerca di spunti, nozioni e soprattutto confronti, si spera sempre di poter incontrare qualcuno con cui condividere la propria passione e la curiosità stessa, in modo da crescere ed accrescere il proprio bagaglio eno-culturale. Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di conoscere molte persone, sommelier, colleghi media, appassionatissimi winelovers, ma ancor più chi il vino lo fa, siano essi vignaioli o enologi. Sarei un ipocrita se negassi che con alcuni di essi sia nato un rapporto di stima - spero reciproca - e di sana amicizia, che io reputo un fattore che non debba necessariamente inficiare la capacità di discernere e l'obiettività nei confronti del loro lavoro, anzi... spesso è proprio con chi si conosce meglio che si è più critici.
Una delle persone con cui mi sono confrontato di più, negli ultimi mesi, è sicuramente stato Emiliano Falsini, enologo consulente di svariate realtà italiane, che io ho conosciuto dopo essermi reso conto di aver scritto di molti vini di aziende da lui seguite, senza sapere ci fosse il suo rispettoso zampino. Questa curiosità reciproca e questa continua ricerca di un confronto costruttivo mi ha portato a condividere con Emiliano alcuni eno-viaggi, come quello fatto qualche settimana fa in Sicilia, dove ho avuto modo di farmi un'idea più concreta dello stato attuale della produzione vitivinicola siciliana ed n particolare di quella relativa ad alcuni areali tra i quali spicca senza dubbio quello dell'Etna. Il tutto con l'ausilio di più punti di vista, in quanto oltre al mio ho avuto modo di vedere le cose attraverso gli occhi di un enologo esterno che lavora in questa zona e di conoscere alcuni dei più importanti produttori dell'Etna.
vini vulcanici etna

Una volta rientrato alla base molte domande hanno iniziato a susseguirsi e ad inseguirsi nella mia mente finché non ho sentito il bisogno di esporre questi miei quesiti ad Emiliano, trasformandoli in una sorta di chiacchierata virtuale dalla quale ho tratto quest'intervista che ci tengo a condividere con voi.
emiliano falsini enologo etna
Da enologo che lavora da anni in diversi areali della Sicilia, quanto conta puntare su una reale e concreta zonazione degli areali più vocati in questa immensa regione vitivinicola?
Conta tantissimo, a mio avviso, la prossima sfida del vino siciliano sarà cercare di valorizzare le incredibili differenze climatiche, pedologiche e ambientali che ci sono all’interno della regione.
Occorre farle conoscere e comunicarle nella maniera più giusta e corretta.
Basti pensare alla stessa varietà principe dell’enologica siciliana, il Nero D’Avola, che spesso viene stereotipato pensando ad espressioni tipiche relative solo ad alcune zone, invece questo vitigno si esprime in maniera fortemente diversa a seconda degli areali di produzione riuscendo a produrre vini con spettri organolettici molto diversi ma sempre espressione del Nero D’Avola.

Quali sono, oggi, gli areali più vocati in Sicilia?
Dipendono dalle varietà, per il Nerello Mascalese ovviamente l’Etna è il suo habitat di elezione, per il Frappato la zona del vittoriese rappresenta il non plus ultra; per il Nero D’Avola diffuso in quasi tutte le zone della regione, invece, il discorso è molto diverso perché dipende da che modello di Nero D’Avola si ricerca, mi vengono in mente le zone di Pachino, l’agrigentino, la zona di Riesi e Butera fino al palermitano dove troviamo eccellenti espressioni di questo vitigno.

Cosa fare per valorizzarli al meglio in termini di qualità?
Cercare di non scimmiottare dei modelli commerciali che talvolta ancora oggi hanno condizionato il vino siciliano in passato, occorre parlare di territorio e lasciare che il terroir venga fuori nel bicchiere.

Il "brand" Sicilia risulta oggi “coprente” nei confronti delle micro-identità territoriali, solo l'Etna sembra essere riuscito a ritagliarsi uno spazio di rilievo a livello nazionale ed internazionale. Perché?
Perché in passato sia i produttori siciliani che coloro che devono comunicare il vino non hanno mai pensato di valorizzare i singoli terroir come ad esempio è successo in Toscana e Piemonte, è un processo che inevitabilmente avverrà e renderà ancora più intrigante il vino siciliano nel Mondo.

L'Etna sembra destinata ad essere terra di conquista, è un fattore positivo? Il raggiungimento di una massa critica in termini di numeri ed il mantenimento di una forte identità territoriale e di un buon livello medio qualitativo è possibile?
Credo che il destino dell’Etna sia nelle mani dei produttori più bravi, siano essi di origine locale o provenienti da altre zone, se loro riusciranno a migliorarsi costantemente elevando anche la qualità media l’Etna avrà un futuro radioso, perché ha tutte le carte in regola per produrre realmente grandi vini e assurgere al ruolo di grande terroir a livello mondiale.
Non ho assolutamente paura del fatto che ci siano molti investimenti soprattutto da altre regioni o da parte dei grandi produttori siciliani, in quanto chi investe non è un folle e vuole sempre fare il meglio! Confido nel grande rispetto che tutti hanno per questa terra e per la Montagna.
Occorrono sempre maggior controlli da parte del Consorzio di Tutela che deve diventare garante insieme agli organi preposti della qualità dei vini etnei, l’esempio è quello dei Consorzi di altre zone vitivinicole in Toscana o Piemonte.
Riguardo all’allargamento della zona di produzione sono assolutamente contrario all’allargamento verso zone storicamente non incluse nella DOC, oggi ci sono spazi di crescita soprattutto nel versante Sud che ricade della zona di produzione storica ma ancora poco valorizzato, mi auguro che tale aumento di superficie sia all’interno delle zone oggi incluse nella Doc e non in areali storicamente non ricadenti nella denominazione.
Altro discorso riguarda la libertà di poter piantare ancora vigneti all’interno della DOC, sempre prendendo spunto dalle denominazioni più prestigiose in Italia come Brunello di Montalcino, Barolo, Amarone, Chianti Classico ecc, mi auguro che a breve con un congruo raggiungimento degli ettari vitati ( che potrebbero garantire una maggior presenza sui mercati internazionali) possano chiudere l’accesso ai nuovi impianti destinati alla produzione Etna DOC.

Quale pensi sia il reale potenziale della viticoltura siciliana?
La Sicilia ha ancora enormi potenzialità, in parte, inespresse, il grande patrimonio vitivinicolo e le condizioni ambientali particolari rappresentano per la Sicilia carte su cui puntare per valorizzare sempre più una produzione enologica di grande qualità.
Sono un grande appassionato di vino siciliano e orgoglioso di dare il mio piccolo contributo alla crescita del movimento regionale e sono fermamente convinto che questa regione sarà sempre più fucina di grandi vini capaci di competere nel Mondo con i grandi terroir vitivinicoli.


Dal mio punto di vista, aver avuto un confronto diretto con i produttori locali da un lato e l'opportunità di approfondire queste tematiche con un enologo esterno, ma che ha vissuto in prima persona l'epopea etnea e vive costantemente la Sicilia come una vera e propria seconda casa e stato fondamentale ai fini di crearmi una mia personale opinione che coincide per lo più con quella di Emiliano, specie quando penso al potenziale inespresso di questa meravigliosa isola ed ancor più quando si tratta di rivalutare eventuali allargamenti dell'areale dell'Etna. Il fatto che i vini dell'Etna siano tutti validi, oggi, è un'illusione che potrebbe indurre a pensare che sia bene allargare per fare massa critica, ma in realtà sul vulcano, come in pochissimi altri terroir al mondo, la differenza fra un fazzoletto di terra e quello adiacente è talmente grande da far sì che, la dove c'è una reale vocazione, unitamente ad un'interpretazione rispettosa del territorio e dei varietali, si abbia una qualità impensabile in altri luoghi. Quindi, se devo pensare al raggiungimento di una massa critica in termini commerciali, senza però poter fare una qualità vera e rispettosa intrisa di una forte identità territoriale, la cosa mi preoccupa molto, in quanto vorrei continuare a vedere, vivere e bere l'Etna nella sua integrità e nella sua essenza più pura e vocata, come le più grandi enclave al mondo.
Ma, come sempre, lo scopriremo solo vivendo... ed assaggiando..!


F.S.R.
#WineIsSharing

martedì 13 giugno 2017

I Vini Verticali della Cantina De Bacco

Oggi vi porto al Nord, più precisamente nel Feltrino, ai piedi delle Dolomiti bellunesi. L'azienda della quale vi parlerò nasce agli inizi del secolo scorso, ma solo recentemente inizia a vedere, non solo la viticoltura, ma anche e soprattutto la produzione di vino come un'attività alla quale dedicare tempo, forze e sacrifici.
Parlo dell'azienda agricola De Bacco, oggi guidata da due giovani fratelli Marco e Valentina De Bacco, eredi della famiglia che dagli inizi del '900 possiede e lavora queste terre, in un areale vocato, ma che da decenni aveva visto sparire quasi totalmente i vigneti, specie quelli storici in cui erano coltivati varietali autoctoni come la Gata, la Pavana e la Bianchetta.
cantina de bacco
E' proprio da questi varietali, affiancati da coltivazione di vitigni internazionali come Merlot, Pinot Nero, Teroldego, Traminer, Manzoni Bianco 6.0.13 e Chardonnay, che questa realtà riparte, lanciando un messaggio chiaro, ovvero quello di voler riportare l'attenzione su questo meraviglioso territorio.
Nel piccolo vigneto di nonno Pietro – mi racconta Valentina -, dove tutto ha avuto inizio, c'erano soltanto le varietà autoctone e qualche vite di Merlot... erano lì da un bel pezzo e sembravano aspettare l'avvento dei due giovani.
La Bianchetta e la Pavana sono le varietà autoctone alle quali la cantina De Bacco è più legata e, nonostante le ovvie difficoltà sia produttive che commerciali, Valentina e Marco non hanno la benché minima intenzione di rinunciarvi, in quanto offrono l'opportunità di produrre un vino unico, fortemente caratterizzato e dalla grande identità territoriale.
vigneti dolomiti
La Famiglia De Bacco è stata la prima a credere in una viticoltura di qualità nel Bellunese e a vinificare come Dio comandi la Pavana in purezza, nonché i primi a spumantizzare la Bianchetta e dobbiamo a questa concretezza nell'approccio ad un territorio così apro e ad uve così poco conosciute il fatto che questi varietali non siano andati perduti.
Un areale che a causa dell'asperità delle vigne e della quasi totale assenza di altre aziende (negli ultimi anni ne stanno nascendo, proprio seguendo l'esempio della Cantina De Bacco) rappresentava più che una scommessa, ma se oggi in molti sono sempre più convinti che anche a Feltre si possa produrre vino di qualità e puntare ad una viticoltura sempre più sostenibile è solo grazie a quest'azienda e a questi due giovani fratelli che hanno creduto nella propria terra più di chiunque altro.
Proprio dall'unione di questo manipolo di piccole realtà nasce nel 2015 il “Consorzio Coste del Feltrino “ (ricerche storiche hanno portato alla luce lo statuto dei Vignaioli del Monte Aurin datato 1518 che testimonia la vocazione del territorio ed il legame profondo che c'è fra questa terra e la viticoltura).
Un territorio in cui la maggior parte dei vigneti sono piccoli fazzoletti di terra, ripidi e ghiaiosi, in cui la lavorazione per via delle pendenze è lenta e faticosa e da qui il gioco di parole che i fratelli De Bacco amano usare chiamando il prodotto di queste vigne "vini verticali".
vini verticali
Passiamo ai vini che ho avuto modo di assaggiare:
"Ico" Spumante Metodo Classico Brut Rosè: il Pinot Nero è lo spauracchio di tutti i viticoltori e della maggior parte dei produttori di vino italiani, in quanto sono davvero poche le zone in cui esso riesca ad esprimere tutta la sua voluttuosa eleganza e spesso si tratta di territori davvero difficili, proprio come il Feltrino. Un metodo classico elegante, ampio al naso e dritto, chirurgico in bocca, con una nota calcarea a far vibrare il frutto. Un vino che fa pensare al corteggiamento culminante con un amore netto, sicuro, intriso di passione e sincera dedizione.

Vanduja Rosso IGT Vigneti delle Dolomiti 2015: il primo vino prodotto, che prende il nome dal vigneto storico dell'azienda, che a sua volta deve il suo nome all'ex proprietario, tanto attaccato alla sue terre ed ancor più alla sua uva che si narra dormisse in vigna sotto vendemmia per paura che gli venisse rubata. A prescindere dalla storia di Vanduja, ciò che è interessante in questo vino è il varietale, la Pavana o Pavana nera, vitigno autoctono di queste zone, capace di un naso davvero intrigante tra il frutto, la spezia e quelle sottili note verdi che non fanno pensare ad un'immaturità, bensì ad una maggior freschezza. L'impatto in bocca è sincero nell'esporre il varietale e l'affinamento, che è ben dosato, tanto da smussare in maniera accorta gli spigoli della Pavana, ma al contempo da mantenerne integro il carattere monolitico di chi non si piega a mode e tendenze del momento. Qui c'è tanto di questo territorio e c'è tanto del lavoro che Valentina e Marco stanno facendo per riportarlo in auge di calice in calice.

"Jenia" Vigneti delle Dolomiti Bianco IGT 2015: un blend di incrocio Manzoni, Chardonnay e Traminer che esprime tutta la complessità e la mineralità di cui sono capaci questi terreni così fortemente calcarei, nonché la freschezza indotta dalle rare condizioni pedoclimatiche di questa zona, "forzate" nelle escursioni termiche giorno-notte dalla vicinanza delle Dolomiti. Personalità da vendere per questo Jenia, che si fa bere senza annoiare e mantenendo ad ogni naso, ad ogni sorso l'attenzione su di sè.

Divertente il Saca, una bianchetta metodo Martinotti dalle note estive e dall'approccio easy, ma non troppo che le dona grande duttilità senza risultare scontata.

La Cantina De Bacco è una di quelle realtà in cui non si può non credere, a prescindere dalle dinamiche commerciali e dai vitigni poco "mainstream", perché c'è passione, c'è attaccamento alle radici, ma soprattutto c'è la voglia di fare buon vino in maniera rispettosa, cercando di portare nei calici dei winelovers il frutto di un ottimo lavoro di squadra fra uomo e vigneto, fra questi due fratelli e la loro terra.

F.S.R.
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