martedì 16 ottobre 2018

In Alto Adige la Cantina cooperativa virtuosa Tramin e il suo nuovo vino Troy

In un'Italia in cui la funzione sociale ed economica delle cooperative sta venendo meno ormai da anni, c'è una regione che si è sempre distinta per la conduzione virtuosa di questa tipologia di azienda, specie nel settore vitivinicolo. Parlo, ovviamente, dell'Alto Adige che vede nel sistema della cooperativa vitivinicola un modello di riferimento capace di preservare il lavoro di piccoli vignaioli sostentandolo e valorizzandolo in termini di remunerazione (quello dell'Alto Adige è l'areale con il minor differenziale fra valore delle uve e valore dei vini) che a loro volta riescono a mantenere integro il loro ruolo di custodi di un territorio dall'incantevole bellezza e dalla grande vocazione alla viticoltura di qualità.
vino tramin troy
E' proprio per questo che Christian Schrott, parroco di Termeno e deputato del Parlamento Austriaco, fondò Tramin nel lontano 1898.
Oggi sono ca. 290 i produttori conferitori di Tramin, vignaioli veri che coltivano appezzamenti piccolissimi per lo più inferiori all'ettaro, dai quali riescono a trarre le migliori uve che difficilmente potrebbero rispettare in termini di vinificazione quanto possono, invece, fare avvalendosi della qualità delle dotazioni e dello staff enologico di Tramin. La combinazione perfetta per fare qualità su una superficie diffusa su più di 250ha vitati. 
vigneti tramin alto adige
Pensate a tanti piccolissimi produttori che difficilmente avrebbero la possibilità di avere la consulenza di un Kellermeister come Willi Stürz e la disponibilità di una cantina efficiente come quella inaugurata nel 2010 a Termeno, sulla base della storica sede della cooperativa. 
cantina tramin
Questi piccoli grandi vignaioli, oggi, si riconoscono nella realtà di Tramin cooperando con il fine comune del rispetto e della qualità sapendo che, oltre alla remunerazione economica potranno sempre contare su gratificazioni come quella di vedere il proprio vigneto diventare un vero e proprio cru che darà vita ad un singolo vino. E' proprio questo che è accaduto con il nuovo vino presentato nei giorni scorsi da Tramin a 2500m di quota.
troy vino tramin
Parlo dello Chardonnay Troy 2015, proveniente da una accurata e maniacale selezione dei grappoli e degli acini dei vigneti situati in località Sella, sul versante orientale del massiccio della Mendola ad un'altitudine che va dai 500 e 550 mlsm, ancora più in alto rispetto a quelli di Gewürztraminer con cui si produce l'Epokale, vino che tanto ha fatto parlare di Tramin per i clamorosi risultati ottenuti dalla critica internazionale nell'ultimo anno.
L'età media dei ceppi di Chardonnay allevati in parte a Pergola semplice aperta e in parte a Guyot e di 25 anni, ma ciò che mi ha colpito di più visitando questi vigneti è la loro pendenza, che in alcune parcelle arriva sino al 30%. Un terroir, questo, che non veniva considerato adatto alla produzione di grandi Chardonnay, per via della poca struttura conferita ai vini prodotti a queste altitudini, ma l'esposizione a sud-est in realtà garantisce giornate calde e soleggiate che agevolano proprio la struttura, mentre le forti escursioni termiche notturne e la presenza di correnti fredde provenienti dalle montagne lavorano al fine di preservare la freschezza e di aumentare l'espressività dello spettro olfattivo. Il tutto è coadiuvato da terreni ricchi di ghiaia calcarea mista ad argilla, perfetti per avere il giusto equilibrio fra struttura e finezza, fra forza e slancio.
alto adige chardonnay
Uno Chardonnay di montagna a tutti gli effetti che mi ha spinto fino a 2500m per poter assaggiarlo in anteprima alla cieca in una degustazione comparativa con alcuni dei vini più rappresentativi degli areali più vocati alla coltivazione di questo varietale in Italia e nel mondo (Friuli, Piemonte, Umbria Borgogna, Austria, Germania, California).
Non starò qui a riportarvi le mie note di degustazione riguardanti gli altri vini, ma posso dirvi con assoluta sincerità che il Troy di Tramin ha avuto l'ardire di ben figurare in un contesto in cui i vini scelti (che trovate qui nella foto qui di seguito) potevano tranquillamente “dargli la paga”!
tramin degustazione
Ciò che mi ha convinto di più del Troy è stata la sua grande identità che ha permesso a molti dei presenti di non avere dubbi riguardo la sua provenienza espressa da un'eleganza del frutto e del fiore tipica dei bianchi dell'Alto Adige, resa complessa e per nulla banale da folate balsamiche e lievi speziature che hanno fatto da perfette prefazioni ad un sorso dall'attacco avvolgente pronto a distendersi con grande slancio e disinvoltura, in una dinamica fresca e profondamente sapida.
Una delle note più positive è stata quella rappresentata dalla grande integrazione del legno, che mi preoccupava molto sapendo dell'affinamento per quasi un anno in barrique di cui circa la metà nuove. E' grazie al dosaggio magistrale dell'affinamento (proseguito poi per 22 mesi sulle fecce fini in acciaio e successivamente in bottiglia) che il varietale ha potuto palesare la sua grande identità territoriale attraverso peculiarità che solo in questo areale e ancor più in questi vigneti sa acquisire.
affinamento troy
Ho avuto modo di parlare con Willi in diverse occasioni della sua di vino e ho apprezzato quanto la sua ricerca dell'eleganza e della finezza non parta da mere concezioni enologiche, bensì dalla consapevolezza più profonda di ciò che le vigne dell'Alto Adige possono esprimere. Una consapevolezza che passa attraverso la sua passione per la viticoltura, portata avanti insieme a suo fratello negli appena 8000 metri di vigna condotti secondo i principi della biodinamica e dai quali produce non più di qualche bottiglia per il consumo familiare e per gli amici. Se c'è un comun denominatore fra gli enologi con i quali ho avuto più empatia e dei quali ho sentito più nelle mie corde l'operato è, senza ombra di dubbio, la loro voglia di partire della vigna, imparando ad interpretarne al meglio il prodotto cercando di comprendere, giorno dopo giorno, annata dopo annata, cosa non fare ancor prima di ciò che possono fare. Il Kellermeister di Tramin questo lo sa e, credo fermamente, che per un vignaiolo conferitore sapere di poter affidare il frutto del proprio lavoro in vigna ad un enologo-viticoltore così rispettoso possa rappresentare un motivo di orgoglio e di grande serenità.
Kellermeister. willi sturz
Assaggiando anche gli altri vini prodotti dalla Cantina Tramin, dallo sferzante Gewürztraminer Nussbaumer all'elegante Maglen Blauburgunder (Pinot Nero), passando per l'eloquente Epokale e il freschissimo Sauvignon Pepi è facile capire quanto sia costante e imprescindibile la ricerca dell'equilibrio nell'interpretazione di ogni annata, di ogni varietale, di ogni vigneto.
"Uno per tutti tutti per uno" è il motto che mi viene in mente quando penso a questo vino prodotto da Tramin, da un'unica vigna, lavorata da un unico vignaiolo, capace, però, di rappresentare un intero areale e il lavoro di tutti.

Un riferimento tra le cooperative virtuose dell'Alto Adige (e non solo), Tramin ha dimostrato ancora una volta la sua capacità di fare numeri importanti con un concetto di terroir diffuso mettendo al primo posto la vigna e i vignaioli e rispettandone il lavoro a pieno, di bottiglia in bottiglia.

F.S.R.
#WineIsSharing

domenica 14 ottobre 2018

Padre, figlia e vigna - La piccolissima realtà di Jurij Fiore e sua figlia Sara a Lamole

Quella che condivido con voi oggi è la storia di una piccolissima realtà nata dall'esperienza di un padre viticoltore ed enologo e dall'amore per sua figlia e per un territorio magico.
Parlo di Jurij Fiore, figlio d'arte del noto enologo Vittorio Fiore, e di sua figlia Sara che, a soli 22 anni, ha deciso di accompagnare suo padre in una nuova sfida agronomica ed enologica in una delle zone più vocate e peculiari dell'areale del Chianti Classico: Lamole.
E' proprio a Lamole che ho avuto modo di conoscere questa "micro" azienda agricola partita da un vigneto di neanche un ettaro fortemente cercato e voluto da Jurij che, ascoltando reminiscenze degli anziani della zona, vedeva in questo storico “cru” del Chianti Classico un forte parallelismo con Ruffoli, altra frazione di Greve in Chianti, in cui da 26 anni gestisce l'azienda di famiglia Podere Poggio Scalette.
cantina jurij fiore lamole
L'esperienza maturata in Borgogna e la continua voglia di mettersi in gioco ha portato Jurij ha fare una scelta che non ha mire imprenditoriali e non vuole assecondare i diktat del mercato, bensì vuole puntare all'espressione più identitaria di vigneti che dopo anni di corteggiamento è riuscito ad ottenere insieme alla fiducia degli stessi Lamolesi, notoriamente molto protezionisti.
vigne lamole chianti classico
I vigneti dai quali Jurij e sua figlia Sara producono i propri vini godono dei fattori più distintivi di Lamole: un'altitudine di ca. 600 metri, un terreno sabbioso e molto ricco di scheletro ed un ottima esposizione. Peculiarità alle quali si va ad aggiungere la forma di allevamento tradizionale del luogo, ovvero l'alberello lamolese. Una viticoltura naturalmente votata alla qualità e non di certo alla quantità.
Nello specifico, oggi, la Jurij Fiore e Figlia dispone di 1.6ha di vigna divisi in tre principali particelle: un appezzamento di circa 50 anni allevato sempre ad alberello (Lamolese), sempre Sangiovese ed altri del Chianti Classico ad un'altitudine 580 msm dal quale ho prodotto il vino Puntodivista.
Alcuni piccoli terrazzamenti di circa 18 anni allevati a cordone speronato, sempre Sangiovese ed altri del Chianti Classico, con un'altitudine di 590 mslm dal quale nasce il NonLoSò.
Infine l'ultimo acquisito che vanta ceppi di circa 100 anni e ospita i vitigni tradizionali del Chianti Classico (principalmente Sangiovese), sempre allevati ad alberello ad un' altitudine di 650 mslm.
vigneti alberello lamole
Il primo capitolo di questa storia è iniziato nel migliore dei modi, grazie ad un'annata favorevole come 2015 che ha permesso a padre e figlia di produrre sin dalla prima vendemmia 3 vini, frutto di vinificazioni separate dei vari vigneti: un Rosato e due rossi Sangiovese.
Ho atteso la seconda annata di produzione per parlarvi dei vini di Jurij e Sara ma non l'ho fatto perché nutrivo dubbi sulla loro qualità, bensì perché desideravo avere da un lato un termine di paragone che da un lato potesse darmi una percezione più ampia ed attendibile (per quanto poche possano essere due annate) del lavoro di questa micro-azienda e dall'altro potesse dar modo a padre e figlia di entrare ancor più in empatia con i vigneti, con Lamole e con il lavoro di squadra.
sara fiore vino
Condivido, quindi, le mie impressioni sui vini dell'Az. Agr. Jurij Fiore e Figlia dell'annata 2016 dei Rossi e 2017 del Rosato:
vini jurij fiore e figlia lamole
Puntodivista DOCG Lamole Chianti Classico 2016: è "il vino come dovrebbe essere" secondo il viticoltore-enologo, prodotto da quello che era il vigneto più vecchio prima dell'acquisizione della vigna centenaria, Jurij e Sara hanno prodotto un vino che sa tanto di Sangiovese quanto di Lamole, capace di arricchire il corredo aromatico varietale con fresche note balsamiche e una lieve e ben dosata speziatura. Il sorso è sferzante nella sua acidità, agile e profondo. Scongiurato il rischio di risultare esile in un'annata che io amo e preferisco alla 2015 nelle zone "classiche" del Sangiovese proprio perché più tesa ed elegante, ma che in una zona già così vocata alla freschezza e alla finezza come Lamole poteva lesinare struttura. E' qui che l'alberello lamolese, l'esposizione e l'esperienza dell'uomo e delle piante stesse entrano in gioco dando forza e corpo ad un vino che non manca di nulla e che preannuncia già un grande potenziale evolutivo.
Una dinamica armonia che rispecchia a pieno il rapporto padre-figlia, saggezza e freschezza, la classicità che si fa espressione contemporanea di una terra unica per bellezza e vocazione. 

Nonlosò DOCG Lamole Chianti Classico 2016: un'interpretazione integra del terroir lamolese, espressione sincera del vigneto terrazzato allevato a cordone. E' un Sangiovese di razza, puro, nitido nel varietale e fresco sin dal primo naso. Il sorso entra sicuro, con l'i
ncedere deciso ma non frettoloso di chi vuole lasciare il segno del suo passaggio con classe e senza far troppo "rumore". Una bocca vibrante, profonda nel suo allungo fresco e salino. Un vino dalla grande riconducibilità territoriale. Vederlo come un mero gregario del Puntodivista sarebbe riduttivo e quanto mai sbagliato in quanto questo "Nonlosò" ha una sua propria  e spiccata personalità.

L'Amore Alta Valle della Greve IGT 2017: Lamole è nota per la finezza che sa conferire allo spettro olfattivo del Sangiovese e per l'eleganza e dinamica freschezza che sa donare ad ogni sorso dei vini ivi prodotti, quindi quale miglior territorio per produrre un Rosato capace di coniugare classe e beva?

L'idea di Jurij è quella di cercare di produrre vini che abbiano un filo conduttore con la sua matrice enologica borgognona in termini di slancio, eleganza e finezza ma che, al contempo, preservino ed evidenzino le peculiarità di un territorio storicamente vocato come quello di Lamole senza scadere nell'omologazione a cui spesso si assiste quando si parla di “Chianti Classico” in senso lato.

A Jurij ci sono voluti 25 anni per convincere i lamolesi ad affidargli quei piccoli appezzamenti tramandati di generazione in generazione dalle storiche famiglie del luogo e ora che può, finalmente, godere di questi vigneti il suo obiettivo non può che essere quello di produrre, insieme a sua figlia Sara, vini capaci di esprimere una forte identità territoriale e varietale e, a giudicare dalle due annate che ho avuto modo di assaggiare, la Jurij Fiore e Figlia ci sta riuscendo alla grande!
"Ci sono solo due lasciti inesauribili che dobbiamo sperare di trasmettere ai nostri figli: delle radici e delle ali."(H. Carter)

F.S.R.
#WineIsSharing

domenica 7 ottobre 2018

Tappo in sughero istruzioni per l'uso - Leggende da sfatare, novità e alternative con Carlos Veloso Dos Santos

Ormai è passato più di un anno dal mio viaggio in Portogallo alla scoperta delle sugherete e del loro prodotto più pregiato: il tappo in sughero.
In un periodo in cui il mondo del vino è particolarmente incline alle diatribe tese a dividere piuttosto che a fare chiarezza ho voluto incontrare la persona che negli ultimi anni ha saputo darmi le risposte più equilibrate e meno "autoreferenziali" riguardo le chiusure da vino: Carlos Veloso Dos Santos.
Per chi non lo sapesse, Carlos è l'amministratore delegato di Amorim Cork Italia filiale italiana dell'azienda leader mondiale nella produzione di tappi in sughero di proprietà dell'omonima famiglia dal 1870. Se l'anno scorso ho avuto modo di condividere con voi il mio viaggio attraverso le sugherete durante il periodo della decortica, nonché la mia visita presso gli stabilimenti produttivi di Amorim, quest'anno ho voluto "stappare" argomenti più tecnici, cercando di sfatare leggende metropolitane e aprendo le porte a nuove considerazioni riguardo ogni tipologia di chiusura, concludendo con una richiesta particolare che - che ci crediate o no - non credevo Carlos e la realtà che rappresenta avrebbero accolto così di buon grado.
Data la mia curiosità riguardo ogni aspetto riguardante la produzione di vino, da un anno ho avviato una collaborazione senza alcun fine commerciale con Amorim con l'obiettivo primo di compiere un percorso sinergico di comunicazione, ricerca e sviluppo che coinvolga ogni entità coinvolta nelle dinamiche enoiche dalla vigna al bicchiere, passando anche per chi come Amorim è coinvolta concretamente e materialmente nel sistema produttivo e chi, come me, usufruisce della produzione di vino per poi raccontarne, descriverne e condividerne contenuti, informazioni e impressioni. Per me che ho scritto positivamente, in tempi non sospetti, di chiusure alternative e che credo in un sistema vino in cui ci sia spazio per tutti sotto ogni punto di vista, è fondamentale avere la possibilità di confrontarmi direttamente con persone esperte come Carlos e per questo ho colto la palla al balzo appena ho saputo che avremmo avuto modo di farci una chiacchierata prima virtuale e poi vis-à-vis.
Vi lascio, quindi, all'interessante ed esaustivo botta e risposta tra me e Carlos Veloso Dos Santos:
  • Come nasce un tappo in sughero?
Dipende da quale tappo…

Il tappo più nobile è quello in sughero naturale che deriva direttamente dalla plancia di sughero decorticata dopo una lunga attesa di circa 43 anni. Perché 43 anni? Sono 25 gli anni necessari per un albero da sughero (Quercus Suber L) per diventare adulto e 9 quelli che bisognerà attendere fra una decortica e l'altra. Considerando che solo a partire della 3° decortica si può avere il sughero per produrre tappi monopezzo saranno necessari 43 anni (25+9+9).

Il tappo di sughero monopezzo viene fustellato direttamente e questo fa si che non ci siano due tappi uguali.

Poi ci sono tutti i tappi tecnici prodotti dalla granina più leggera (entro 70 kg per m3) che possono essere prodotti 100% con granulato di sughero oppure con 1 o due rondelle di sughero.

Oggi questi prodotti costituiscono l’opzione ideale per i vini di media e breve rotazione.

decortica sughero

Sfatiamo qualche leggenda metropolitana...
  • È vero che un tappo di sughero respira?
Questa è la leggenda più comune. Il tappo non respira! È dimostrato che il tappo isola perfettamente il vino dall’esterno perché il sughero è una materia isolante. A dimostrarlo, ad esempio, ci sono le bottiglie di Veuve Cliquot & Juglar naufragate quasi 200 anni fa e rimasti nel fondo del mare Baltico.
Dentro non è entrata l’acqua salata e, chi lo ha assaggiato, ha sostenuto senza tema di smentita che fosse ancora vino.
• Se non respira qual è il vantaggio del sughero?
1. Il sughero è composto di circa l’80% di aria. Quando io comprimo un tappo nella fase di tappatura un po’ di questa aria va a finire nella bottiglia e per circa 1 anno vengono cedute bassissime quantitativi di O2 che aiutano il vino ad evolversi.
2. Comunque la qualità più importante del sughero la troviamo nei vari tipi di polifenoli che gradualmente il sughero cede al vino che permetteranno a questo di evolvere in bottiglia, evitando la perdita di aromi e stabilizzandone il colore.
3. Alcuni di questi polifenoli si combineranno con altre sostanze caratteristiche del vino e creeranno nuove molecole.
Solo un tappo in sughero monopezzo oppure con rondelle è capace di questo. Nessuna altra materia è in grado di replicare questa caratteristica;
Bisogna pensare che il vino è una materia viva. Quando tappiamo un grande vino ci aspettiamo di stapparlo dopo 3, 5, 10 anni e di trovarlo migliorato. Il sughero avrà avuto un ruolo fondamentale nella sua evoluzione.
  • Cosa sono TCA e TBA?
Si tratta di due molecole diverse:

- TCA: è conosciuto come «gusto di tappo» e deriva dalla trasformazione della molecola di TCP (triclorofenolo) presente nella natura in virtù dell’uso massivo di pesticidi e erbicidi. Prima degli anni settanta non esisteva «gusto di tappo» perché i pesticidi come li conosciamo oggi non esistevano e non inquinavano i terreni in cui oggi crescono anche le querce da sughero. Questa sostanza è tossica per i microrganismi e in presenza di certe sostanze fungine si trasforma in una delle molecole più odoranti nella Terra. Con due parti per trilione siamo in grado di identificarla nell’acqua (2 nanogrammi litro). La possiamo trovare in tanti prodotti come acqua in bottiglia, verdure, frutta, caffè, thè, legno (anche in quello delle barrique), birra e ovviamente il vino.
Perché è più comune nel vino? Perché l’alcol è un solvente e agisce come un potente estrattore;
tricloroanisolo
- TBA: ha le stesse caratteristiche odoranti del TCA solo che deriva da un processo completamente diverso. Il suo precursore è il TBP (tribromofenolo) che è una sostanza usata come ritardatore di fiamma nelle vernici. Perché lo possiamo trovare nel vino? Perché in cantina può essere usato per trattare il legno e in presenza di muffe e sostanze clorate si può trasformare in Tribromoanisolo e contaminare il vino.
tribromofenolo
  • Per riconoscerli basta «annusare» il tappo?
A volte può non essere sufficiente tuttavia un naso esperto annusando il tappo riesce a capire già nel tappo se ci possono essere delle interferenze.

Quando stappiamo un vino, il rituale prevede che si annusi il tappo. Oltre a volere sentire eventuali interferenze, a me piace sentire l’aroma del vino mescolato con il sentore di vaniglia e legno buono proveniente dal tappo. 
È ovvio che in questo gesto io sono anche in grado di sentire se dal tappo ci possono essere alterazioni fungine, terra, legno marcio oppure cartone bagnato. Qualsiasi di questi sentori potrà avere un impatto sul profilo aromatico del vino.
Tuttavia bisogna dire che aprendo centinaia di bottiglie è ormai diventato una rarità trovare prodotti inquinati da problematiche legate al tappo. Sarà necessario assaggiare il vino per comprendere se siano o meno presenti problematiche di natura differente.
  • Le misure contano?
Anche questa è una leggenda…
Il tappo in sughero deve essere scelto in funzione della:
- Tipologia di vino.
- Vita commerciale.
- Tipo di bottiglia.
- Configurazione del collo.
misure tappi vino bottiglia
Gli errori più comuni:
- Si cerca di utilizzare tappi più lunghi per vini più importanti e tappi più corti per i vini di tutti i giorni. La verità è che un tappo corto basterebbe per tutti i vini.
- Si tende a scegliere il tappo più largo e più lungo per conservare i vini più longevi: perché si pensa che un tappo più largo garantirà una migliore ermeticità. Invece non è vero! Il rischio è quello di chiudere peggio e aumentare le micro cessioni di ossigeno per un rapporto vuoto/pieno non idoneo.
- Per che si pensa che un tappo più lungo isolerà meglio il vino dall’esterno. Invece, anche questo, non è vero! Un tappo più lungo andrà a finire nella parte più svasata del collo facilitando l’assorbimento di vino e delle potenziali colature, oltre al fatto che mani meno esperte possono rischiare di romperlo in fase di estrazione perché tenderanno a infilare poco il cavatappi oppure a piegarlo durante la fase di stappatura.
  • La bottiglia andrebbe stoccata solo in orizzontale?
Ennesima leggenda…

Si dice che le bottiglie debbano essere conservate in orizzontale per permettere al tappo di essere sempre umido. Invece l’umidità del tappo è la stessa sia in orizzontale, sia in verticale.
• Allora qual è il vantaggio di tenerli sdraiati?
È tutto una questione di spazio. Se io tengo le bottiglie in piedi mi occupa più spazio e non essendoci differenze nella conservazione è meglio tenerli in orizzontale se si vuole ottimizzare lo spazio.
Unica eccezione: lo spumante!
In questo caso è dimostrato che le bottiglie di spumante si presentono più fresche e fragranti se tenute in piedi. Inoltre anche la forma del fungo tiene meglio perché non essendo costantemente aggredito dalla pressione e dal liquido il tappo si conserverà più integra.
Bisogna ricordare che lo spumante è un prodotto fresco con aromi delicati. Un contatto eccessivo con il sughero può favorire un arricchimento a livello polifenoli che non sempre è consigliato per prodotti spumanti di rotazione veloce.
come conservare bottiglie vino cantina
  • Quali sono le principali tipologie di chiusure?
 Oggi nel mondo si producono circa 19 miliardi di bottiglie in vetro 0,75cl:
- 12 miliardi in sughero: cresce 2% all’anno.
- 5 miliardi in alluminio: cresce 4% all’anno.
- 2 miliardi in plastica: perde posizione da 10 anni.
- Poi ci sono altre chiusure come ad esempio il tappo in vetro ma senza rappresentatività (meno di 30 milioni di pezzi all’anno).
tappi vino alternativi

Per quanto concerne il sughero il tappo più venduto è la chiusura in microgranina. Nei 12 miliardi circa il 50% è costituito da questa tipologia di prodotto. Tappo molto semplice, solitamente molto garantito, è il principale responsabile della scomparsa graduale del tappo in plastica.
Circa 3 miliardi sono invece i tappi in sughero monopezzo destinati ai vini di invecchiamento in bottiglia nelle sue diverse misure e qualità.
• Perché cresce la richiesta dei tappi in sughero?
- Perché il vino è sempre più premium e l’immagine del sughero da valore a una bottiglia di vino.
• Perché cresce la richiesta di tappi a vite?
- Perché la crescita consumo del vino pro-capite sta avvenendo nei paesi non tradizionali come nord Europa, Stati Uniti, Canada, etc…e in questi paesi la tradizione del cavatappi non esiste. Loro sono abituati a svitare da piccoli e per loro aprire una bottiglia di vino svitando non è un problema.
L’eccezione è la Cina che educata dai francesi a partire dagli anni 60 vuole vini solo ed esclusivamente con il tappo in sughero. Per questo motivo sta aumentando il consumo di tappi in sughero in Australia perché il secondo più grande esportatore di vini in Cina dopo la Francia.
• Perché il tappo in plastica perde posizione?
- Prima di tutto perché la plastica oggi è un prodotto preoccupante. Basta pensare che 70% della plastica non è riciclata! Secondo perché la nascita del tappo di sughero in micro granulare ha risolto i problemi del passato dei tappi di sughero tecnici e oggi sono molto ben accetti sia dalle cantine che dai consumatori.
  • Quali sono le differenze tra le varie chiusure?
Quando mi domandano qual è la migliore chiusura per il vino io dico sempre:- DIPENDE DAL TIPO DI VINO CHE IO VOGLIO PRODURRE!

Non esiste una chiusura ideale per il vino. Tutto dipende di cosa io mi aspetto da quel determinato vino. Il vino è una materia viva. Non è un succo di frutta!
Inoltre la bottiglia di vino è l’unico alimento che non ha una data di scadenza e per questo io non posso dire che faccio vini di rotazione veloce perché nessuno può impedire un mio cliente di acquistare 6 bottiglie, berne 2 e lasciarne nella sua cantina 4. Sarà lui un giorno a decidere se berlo o no.
Partendo da questo presupposto, come evolve il vino con i vari tipi di chiusura
tipologie tappo in sughero
-Tappo in sughero monopezzo: i risultati si vedranno dopo 1 anno in bottiglia. Fino al primo anno il vino sarà interessante ma poco armonico;
- Tappo in micro granulare: la grande ermeticità protegge il frutto, la vivacità e per questo sarà molto interessante nei primi due anni. Dopo tenderà a una leggera riduzione. Per questo è consigliabile che per vini con oltre due anni in bottiglia usare un tappo tecnico con rondelle;
- Tappo a vite: due tipologie di liner. La tipologia più ermetica tenderà alla riduzione oltre a un certo periodo di tempo, mentre la tipologia meno ermetica si comporta come un tappo in sughero monopezzo nel primo anno ma dopo non avrà i polifenoli che lo faranno evolvere in bottiglia. Ideale per conservare vini bianchi con un corredo aromatico importante;
- Tappo in plastica: è dimostrato che questo tipo di chiusura è permeabile al passaggio dell’ossigeno. Ci sono versioni più ermetiche ma non risolvono il problema della eccessiva permeabilità della plastica al passaggio dell’ossigeno. I vini tendono alla ossidazione dopo un certo periodo di tempo.
  • Si può evitare il sentore di tappo nel vino?
Il sentore di tappo da sempre è il tallone di Achille del sughero. L’industria ha compiuto passi da gigante per la riduzione del problema e oggi realtà come il Concorso Mondiale di Bruxelles dimostrano che il sentore di tappo (TCA) non è più il principale problema del vino.
Oggi il principale problema si chiama «riduzione»…
Tuttavia il nostro gruppo si è posto due obiettivi:
- Creare un sistema che sia in grado di «annusare» ogni singolo tappo in sughero. Si tratta di Ndtech, progetto pioneristico nato nel 2008 e che nel 2016 ci ha permesso di iniziare a selezionare tappi in sughero monopezzo con una soglia di TCA massima di 0,5 nanogrammi litro, equivalente a una goccia di acqua in 800 piscine olimpioniche. Questo sistema ci permetterà di produrre entro il 2020 circa 125 milioni di tappi destinati ai grandi vini icone nel mondo;
- Tuttavia questo non basterà. La sfida è eliminare al 100% la possibilità di trovare TCA in tutti i nostri prodotti e a questo riguardo il nostro gruppo ha fissato un obiettivo di arrivare al 2020 con un sistema che garantisca 99% dei nostri prodotti entro 0,5 nanogrammi e 1% entro 1 nanogrammo, che vuol dire 0 probabilità di trovare vini che sanno di tappo.
  • Come rispondono i mercati/consumatori alle varie tipologie di chiusure?
In parte ho già risposto a questa domanda tuttavia vorrei aggiungere altre informazioni:
Oggi il mondo vuole consumare prodotti rispettosi dell’ambiente e per questo vediamo una crescita esponenziale di prodotti bio, organici, packaging più rispettosi, campagne di sensibilizzazione per l’abolizione della plastica mono-uso ecc...
Questo sta mettendo in difficoltà aziende che producono chiusure in plastica al punto di cercare di lanciare nel mercato plastiche «green» provenienti dalla canna da zucchero. Tutto questo non è altro che un tentativo di creare una strategia di «greenwashing» per cercare di convincere persone meno informate che la plastica prodotta a partire dal bioetanolo è più rispettosa dell’ambiente. A questo riguardo faccio notare che:
- La produzione di canna da zucchero è estremamente dannosa per l’ambiente e viene fatta sfruttando situazione di povertà in regioni sottosviluppate del mondo. Inoltre nella maggiore parte dei casi bruciano le piantagioni prima di raccogliere le canne per evitare dover raccogliere e trasportare il fogliame oltre ad essere morsicati da animali come serpenti durante la raccolta. Non viene dichiarato quanta plastica proveniente del bioetanolo è contenuta in un tappo e neanche la provenienza della canna da zucchero, essenziali per attestare il rispetto dell’ambiente.
- Un altro aspetto fondamentale a favore del tappo di sughero è il fattore «premium». Il sughero è direttamente collegato all’aspetto Premium di una bottiglia di vino. Studi Nielsen hanno concluso in
vari paesi che una bottiglia di vino chiusa con un tappo in sughero vale mediamente più USD 5,00 rispetto a vini chiusi con altri tipi di chiusura.
categorie vino premium
Fonte: ResearchGate
  • Sareste disposti a fare un esperimento con me? L'idea è quella di procedere alla chiusura di un numero concordato di bottiglie di uno stesso produttore, di uno stesso vino, dello stesso lotto di imbottigliamento con tipologie di chiusura differenti per valutarne l'evoluzione, la tenuta ed eventuali incidenze entro 2 anni. Il test, a fini di studio, andrà ripetuto su un campione di almeno 4 produttori differenti. Che ne dici?
Ci piacerebbe molto far parte di questo esperimento;

I miei suggerimenti sono:
• Scegliere un vino rosso di invecchiamento e un bianco strutturato ma fresco e di rotazione media:
Chiudere questi vini con:
- Tappo monopezzo Ndtech
- Tappo tecnico in sughero con rondelle
- Tappo tecnico in micro granulare
- Tappo di plastica
- Tappo a vite ermetico
- Tappo a vite permeabile

• Scegliere anche uno spumante Metodo Classico
- Chiudere questo vino con:
- Tappo in sughero con 2 rondelle
- Tappo tecnico in micro granulare
- Tappo in plastica
- Tappo corona
I prodotti dovrebbero essere assaggiati da un panel addestrato ogni 3 mesi fino a 24 mesi.
Noi possiamo mettere a disposizione per questo progetto il nostro Direttore Tecnico Stefano Zaninotto e un panel addestrato del Instituto dos Vinhos Verdes in Portogallo per tutte le analisi chimiche e sensoriali.
amorim carlos tappi
Ringrazio Carlos Veloso Dos Santos per la disponibilità e per la dovizia di particolari con la quale ha risposto a ogni mia domanda, in modo chiaro e comprensibile anche dai non addetti ai lavori.
Ora non mi resta che sviluppare la prima fase della sperimentazione con un fine che non è quello di trovare "il miglior tappo da vino", bensì di cercare di comprendere a fondo le dinamiche di evoluzione di diversi vini con diverse tappature in modo da poter dare un'idea più concreta a chi fa vino e a chi compra e beve vino di quali siano le tappature più idonee per ciascuna tipologia di vino.
A tale riguardo mi permetto di consigliarvi di leggere e/o scaricare il manuale tecnico per il corretto utilizzo dei tappi.

F.S.R.
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mercoledì 3 ottobre 2018

Poggio al Grillo a Bolgheri - Una giovanissima vignaiola e la sua piccola cantina

Il 2018 era appena iniziato e io ero ad Asti per condividere qualche bottiglia con qualche caro amico nel giorno del mio compleanno. Proprio in quell'occasione uno di loro mi fa “Save, dammi un parere sui vini di questa ragazza. Studia enologia ad Asti e dice di fare vino a Bolgheri, ma mi ha portato un passito di Aleatico!”. Perplesso da un lato e curiosissimo dall'altro prendo in mano la bottiglia, inizio a togliere la capsula in gomma lacca e la stappo versandone un calice al mio amico e l'altro al sottoscritto. Il vino mi piacque molto e ogni sorso fungeva da carburante per l'infinito motore della mia curiosità, quindi colsi la palla al balzo e chiesi al mio amico di contattare quella ragazza per poterne sapere di più!
Ecco, questo fu il mio primo incontro con la giovanissima enologa Giulia Scalzini e con i vini della sua micro Cantina a Bolgheri Poggio al Grillo.
cantina poggio al grillo
La storia di Giulia e della sua realtà è quella di una ragazza di Cecina, figlia di medici,  con in mente di fare tutt'altro nella vita – per la precisione, si era iscritta alla facoltà di Architettura -, ma poi... poi è arrivato il vino! E sapete meglio di me quanto sia seducente e capace di sconvolgere i nostri piani di vita questo liquido intriso di cultura, passione, bellezza e lavoro. Sì, perché a Giulia è bastato un viaggio con i suoi genitori a Bordeaux per comprendere quale fosse la sua strada: agli stili architettonici preferì le forme di allevamento della vite; alle fondamenta i portainnesti e gli apparati radicali; alle colonne i pali; al design più ricercato la bellezza spontanea della natura; ai cantieri la cantina; all'architettura la viticoltura e l'enologia!
Come le migliori storie di vino anche la cantina di Poggio al Grillo nasce dopo l'impianto dei vigneti che Alessandro Scalzini, padre di Giulia, aveva impiantato quasi per "gioco" in questo angolo di paradiso in cui lui e sua moglie venivano a camminare in cerca di funghi e di pace.
Gli ettari, oggi, sono 2 ma tutto è partito da 5000 metri di Aleatico impiantati da Alessandro nel 2008, divenuti un ettaro nel 2012 con qualche filare di Petit Manseng, ai quali recentemente si è aggiunta una parcella di Merlot e Cabernet Franc e più in alto, in una sorta di terrazzamento appena sopra la casa, una piccola parcella di Sangiovese allevato ad alberello. Ci sarebbe anche mezzo ettaro in affitto, ma di quello ve ne parlerò tra poco!
vigne poggio al grillo bolgheri
Torniamo a Giulia, laureata a Pisa e ormai in dirittura d'arrivo per la Magistrale ad Asti le dinamiche di cantina per lei sono il naturale prolungamento del suo percorso di studi, ma in un'azienda piccola come Poggio al Grillo attualmente formata da due sole persone (oltre all'aiuto dell'enologo esterno Luca Rettondini) non ci si può dividere i compiti a compartimenti stagni e per quanto suo padre si occupi prevalentemente del lavoro in vigna la volontà di Giulia di essere vignaiola al 100% si palesa durante la nostra lunga camminata in tra in campo. E' proprio tra i filari di Aleatico che comprendo quanto potatura, lavorazioni del terreno e del sottofila, trattamenti, confusione sessuale, “trappole” per la Drosophila Suzukii non siano materia avulsa dal lavoro di questa produttrice 23enne.
giulia scalzini enologa
Eppure, a sorprendermi di più non è stata la preparazione della neo-enologa o la grande cordialità della sua famiglia e neanche uno dei contesti più integri e con la maggior biodiversità che si possano avere in questo areale! A stupirmi è stata ancora una volta una vigna vecchia, proprio quella di cui vi accennavo poc'anzi! Una vigna che - mi confida Giulia - è stata una vera e propria scommessa in quanto ormai lasciata in condizioni di abbandono da anni da un'anziana signora loro confinante. Padre e figlia hanno voluto salvare quella piccolo grande tesoro cercando di darle una nuova dignità attraverso un restauro che parte dalla potatura e dalle lavorazioni del terreno, al fine di ricavarne uve autoctone da vinificare nella loro cantina. Sì, perché in quella piccola particella c'è una testimonianza importante della viticoltura bolgherese prima dell'avvento degli internazionali e del successo dei vini di questo areale in termini commerciali: Trebbiano Toscano, Malvasia, Ansonica, Vermentino e Sangiovese.
vigna vecchia bolgheri
Per quanto possa sembrare strano questo è, fino a prova contraria, uno dei vigneti più longevi di Bolgheri e uno dei pochi in cui ancora oggi si possa trovare un patrimonio ampelografico autoctono così ampio e diversificato e il fatto che Giulia e suo padre abbiano deciso di provare ad allungare la sua vita e a tradurne l'esperienza e la personalità in cantina non può che rappresentare un vero e proprio atto d'amore verso la vite e il vino stesso.
E' proprio dopo aver camminato a lungo in quell'antico vigneto che ho avuto modo, dapprima, di assaggiare i nuovi mosti in cantina e, poi, di assaggiare i vini in bottiglia di cui condivido con piacere le mie impressioni:
vini poggio al grillo
Corvallo 2016-2017: un bianco nato per fare un ulteriore step verso il completamento della linea (un cerchio che si chiuderà con il primo Rosso dell'azienda tra qualche annata) prodotto con Aleatico vinificato in bianco e Petit Manseng che nella 2017 si mostra ancora timido al naso, con un frutto lieve avvolto da note minerali e agrumate che sembrano implorare di attendere ancora qualche mese per poter mostrare la loro piena espressività. La timidezza al naso viene meno al sorso che non si fa troppi problemi nell'entrare sicuro per poi distendersi con buono slancio e grande sapidità. A riconferma del potenziale evolutivo e della necessità di vetro che il Corvallo ha arriva la 2016 che si mostra subito più disinvolta al naso e ancor più fresca e marina al sorso. Un bianco divertente e inaspettato, per nulla scontato e credo lo sarà ancor di più quando entreranno nel blend le uve del vigneto vecchio che Giulia sta gestendo.

Rosatico 2017: questo Rosato di Aleatico ha saputo destare la mia curiosità sin dal primo naso, intenso e varietale, complesso nel suo spettro aromatico ritmato capace di alternare un'integra freschezza del frutto a fini sensazioni floreali, per poi calare la carta della mediterraneità con note mirto, di agrume e una folata di iodata salsedine. Il sorso è coerente e sa armonizzare al meglio morbidezza e tensione, ampiezza e slancio verticale. Vino con una struttura tanto equilibrata da non risultare affatto esile pur mantenendo un'ottima dinamica di beva. Un rosato che sa di Bolgheri, ma ancor più di Poggio al Grillo!

Rezeno 2017: che a Giulia non piacciano le cose semplici l'avevo capito sin dal primo incontro e nonostante il suo fare pacato e la sua calma - forse - apparente sperimentare e rischiare sono mood che le appartengono in toto. A testimoniarlo è questo passito che ha vissuto di varie fasi e considerazioni che hanno portato alla nascita di una stanza apposita per l'appassimento in cassetta dei grappoli di Aleatico di Poggio al Grillo. Un varietale che si presta all'appassimento in cassetta molto più che a quello in pianta in quanto dotato di una buccia molto sottile non in grado di sopportare al meglio vendemmie troppo tardive. La scelta è quella giusta e il vino che ne scaturisce lo dimostra sin dall'impatto aromatico intenso, nitido, suadente ed intrigante nel frutto e nella lieve speziatura. I passiti, però, si giocano tutto sull'equilibrio e quello di Giulia ha un perfetto bilanciamento fra struttura alcolica, tensione acida e residuo zuccherino, con un finale fortemente minerale che agevola la beva di una tipologia di vino che, solitamente, vede nella "beva" il proprio punto debole. Se non amate i passiti liquorosi, troppo alcolici e poco agili, questo potrebbe incontrare il vostro gusto.
passito aleatico rezeno
L'influsso del mare nei vini di Poggio al Grillo non è solo pedoclimatico, in quanto è forte il richiamo all'Isola d'Elba e alla costa tanto amata da questa famiglia. Un perfetto connubio fra le terra e ciò che un tempo la ricopriva, che rappresenta un tratto distintivo della personalità di quella che sembra essere la più piccola cantina di Bolgheri, con appena 2ha e poco più di 5000 bottiglie totali prodotte nell'ultima annata.
vignaioli stivali
Sapete, quando si è “figli d'arte” nel vino come in altri settori la scelta di essere vignaioli può essere tanto spontanea quanto condizionata dal contesto in cui si nasce e si cresce, ma mi hanno sempre affascinato le storie di approdo al vino da altri mondi così diversi, un po' com'è accaduto a me. Quella di Giulia e di suo padre è un'avventura solo agli inizi, ma ha già una trama abbastanza interessante da incuriosire e dei protagonisti in vigna, in cantina e in bottiglia in grado di soddisfare tale curiosità almeno fino al prossimo capitolo, al quale, sono certo, ne seguiranno molti altri sempre più avvincenti ed emozionanti.


F.S.R.
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sabato 29 settembre 2018

Le Macchiole di Cinzia Merli - Una storia di resilienza ed evoluzione fatta di grandi vini e di persone straordinarie

«Quando la vita rovescia la nostra barca, alcuni affogano, altri lottano strenuamente per risalirvi sopra. Gli antichi connotavano il gesto di tentare di risalire sulle imbarcazioni rovesciate con il verbo resalio. Forse il nome della qualità di chi non perde mai la speranza e continua a lottare contro le avversità, la resilienza, deriva da qui.»
Inizio con questa citazione del un noto psicologo e scrittore Pietro Trabucchi, perché quella che vi racconterò oggi è una storia di luce, intuito e lungimiranza ma anche di buio, cambiamento e resilienza, appunto.
le macchiole cantina bolgheri
La storia è quella di una delle più note cantine di Bolgheri, ma ancor più quella di una famiglia dedita alla vigna e al vino sin da tempi non troppo sospetti, persino per un areale, oggi, dal notevole pedigree come quello bolgherese.
Sto parlando, ovviamente, de Le Macchiole ma ancor di più di Cinzia Merli, una Donna del vino come la “D” maiuscola, con la quale condivido le origini marchigiane e, purtroppo, l'aver dovuto attingere a tutta la forza presente nel nostro animo di fronte ad inattesi e prematuri tragici accadimenti.
Sì, la resilienza è una di quelle doti che si preferirebbe non dover scoprire, eppure per chi è costretto da un urto del destino ad accorgersi di disporne può diventare un carburante pulito e inerziale per il perpetuo motore del cambiamento.
Partiamo dal principio, ovvero dalla nascita de Le Macchiole e da quei 4ha di vigna acquisiti nel 1983 grazie all'intuito e all'amore per questa terra di Eugenio Campolmi, marito di Cinzia scomparso nel 2002 per un male che, purtroppo, conosco sin troppo bene.

Non ho conosciuto Eugenio personalmente, ma ho potuto assaggiare alcune delle annate storiche del “primo” Paleo e non è difficile comprendere, attraverso quei vini, quanta dedizione, attenzione e consapevolezza si riversasse in ogni bottiglia di quei blend di Cabernet Sauvignon e Sangiovese. Ma, se c'è una cosa in cui Le Macchiole non sono mai cambiate è la voglia di sperimentare, di evolversi e di rischiare, a prescindere dalle certezze e dalle commodities enoiche dettate dalle mode e dalle tendenze di mercato, con il solo fine di raggiungere qualità e identità. E' così che nel 2001 il Paleo diviene Carbernet Franc in purezza (dopo essere entrato nel blend, nel corso degli anni, gradualmente in piccole percentuali), andando a completare la linea di monovarietali nata nel 1994 con le prime annate di Messorio e Scrio.
Una scelta che la dice lunga sulla volontà de Le Macchiole di andare oltre lo stile “bolgherese”, sin troppo spesso mero scimmiottamento di quello “bordolese”; una scelta coraggiosa volta alla massima espressione dell'identità dei propri vigneti e di chi il vino lo fa e ne ama l'unicità, la personalità varietale e territoriale tenendo a doverosa distanza l'omologazione.
Vigne dislocate in diverse zone (le più importanti sono: Casa Vecchia 1983, Puntone 1993, Casa Nuova 1998, Vignone 1999, Madonnina 2002 ) e la scelta, molto azzeccata – specie con l'andamento climatico delle ultime annate -, è stata quella di impiantare in ogni zona tutti i vitigni utili alla produzione dei vari vini, pensando al cru non più come ad una zona fissa, per forza di cose soggetta al suo specifico pedoclima e maggiormente esposta a situazioni critiche (gelate, grandine e malattie), bensì come alla miglior espressione di vigna aziendale in quella singola annata. Una sorta di cru itinerante che, a pensarci bene, ha molto più senso dell'idea che una singola particella possa dare in ogni annata il miglior risultato (partendo da un buon livello di vocazione generale del territorio e da un'età delle piante non troppo distante direi che più sono dislocati in posizioni differenti, con terreni differenti, altitudini ed esposizioni differenti i vigneti più possibilità ci sono di avere risultati diversi in zone diverse di annata in annata).
arte vigna macchiole
Torniamo, però, alla resilienza e alla capacità di cambiamento dimostrate da Le Macchiole ma ancor più da Cinzia, perché è di lei che vorrei parlare e di quanto sia stata in grado di dare un volto nuovo e ancor più identitario a questa già nota realtà.
Come? Partendo proprio dalle vigne e dall'approccio agronomico che Cinzia ha fortemente voluto portare su un livello di rispetto ancor più elevato adottando su tutta la proprietà una conduzione a regime biologico e iniziando, insieme a suo fratello Massimo (che si occupa principalmente dei vigneti) e a suo figlio Elia (agronomo preparatissimo) a sperimentare alcuni principi della biodinamica su alcune particelle, con l'obiettivo di estendere la prassi su tutti i ca. 30ha di vigneti. Non più prese di posizione che prescindono l'annata come quelle sulle basse rese che alcuni si ostinano a perpetrare ma, piuttosto, la ricerca continua dell'equilibrio della pianta che passa anche per il suo carico e per il suo stato di stress.
Il cambiamento è graduale, ma radicale e lo si vede dallo stato vegetativo delle viti e dai terreni mai compattati che ho avuto modo di calpestare, anche dopo una combo non semplice da gestire in questa zona, in particolare, come quella prodotta dagli esiti dell'annata 2017 e dalle criticità dalle 2018.
Che il mio focus siano i vigneti ormai è risaputo, ma non sempre le aspettative indotte dal vino vengono ripagate da ciò che trovo in campo, come, invece, è accaduto qui.
Una perlustrazione interessante, nel bel mezzo dell'epoca vendemmiale, che ci ha permesso di fare il punto della situazione riguardo l'annata corrente ma, anche e soprattutto, rispetto al futuro, specie per i nuovi impianti appena entrati in produzione o che devono ancora a dare i primi frutti atti a contribuire alla qualità e all'identità dei vini de Le Macchiole. Vigneti che godono della salubrità che arriva dal mare e di contesti in cui è ancora preservata la biodiversità, fattori che agevolano una conduzione agronomica rispettosa in cui la chimica di sintesi è bandita.
Se in vigna le idee sono, ormai chiare, tutto sta nel rispettare al massimo il prodotto di questo “nuovo” approccio anche in cantina dove, grazie all'aiuto dell'enologo interno Luca Rettondini, si vogliono privilegiare freschezza, eleganza e finezza esaltando le peculiarità minerali saline e ferrose di questo territorio, abbattendo drasticamente l'impatto del legno e la sua incidenza organolettica grazie ad una scelta minuziosa e ponderata dei barili e delle botti.
Una cantina contemporanea nelle dotazioni tecniche mirate a prendere il meglio di ciò che l'enologia moderna può mettere a disposizione dell'identità ma tradizionale nel rispetto dei varietali e dei processi di vinificazione mirati ad ottenere la massima espressività in maniera lineare e senza forzature di sorta.
Gli assaggi dei mosti e dei vini che verranno fatti con Luca e Cinzia sono stati più che esaustivi nell'evidenziare ancor una volta quanto la cifra stilistica de Le Macchiole sia riconoscibile e riconducibile a fattori propri dell'eleganza, della dinamica di beva e dell'espressività minerale che solo un approccio estremamente pulito e rispettoso può e sa esaltare.

Passiamo ora alle mie impressioni sui vini che ho avuto modo di assaggiare in anteprima:
vini le macchiole
Paleo Bianco 2016 - IGT Toscana Bianco - Le Macchiole: un vino nato un po' per diletto un po' per assecondare le richieste dei ristoratori di zona in tempi non sospetti, ma che sin dal principio ha rappresentato una piccolissima produzione (della 2016 sono state prodotte solo 3000 bottiglie ca.). Un taglio di Chardonnay e Sauvignon che conferma, a primo naso, quanto l'identità del territorio riesca a marcare tanto quanto quella varietale se non, addirittura, oltre. Sì, perché negli equilibri mediterranei di questo vino, tra note di agrume e balsamiche folate di menta e rosmarino, si inseriscono al meglio gli aspetti più fini dei tue vitigni d'Oltralpe capaci, qui, di non risultare noiosi e scontati ma, al contrario, di distendersi con grande agilità mostrando un incedere dritto e sicuro verso la consuete (qui!) chiosa salina. Il legno c'è ma non rende opalescente la luminosità di un vino che vuole esprimersi nella sua solare freschezza.
paleo bianco macchiole
Bolgheri Rosso Doc 2016 - Le Macchiole: lasciatemi esordire con un'esclamazione che non ho esternato durante la degustazione solo perché Cinzia e Luca stavano parlando e non volevo interromperli:-"Che buono!". Solitamente per farmi piacere un taglio bordolese, specie se interpretato in maniera più "pronta" ce ne vuole perché sin troppo spesso questo approccio coincide con note vegetali verdi troppo spiccate e una coperta sempre troppo corta che tende a lasciar scoperti o la struttura o l'equilibrio tra essa e l'acidità. Eppure, questo vino si presenta intrigante la naso, assecondando una ponderata maturità del frutto a note lievi e naturali di spezia e a tonalità balsamiche rinfrescanti. Il sorso è teso e ha una dinamica di beva da slalomista. Il finale è inerziale per il tannino già integrato e la nota minerale ferrosa distintiva di questi terreni. Harmonia in greco significa unione, proporzione, accordo, ma nel canto e nella musica, oggi, per armonia si intende una “consonanza di voci che arriva al nostro udito producendo una sensazione piacevole”... ecco, in questo vino Merlot, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Syrah riescono a confluire in un solo piacevolissimo suono, pur mantenendo integre le peculiarità, il colore e il tono di ogni singola voce.
bolgheri rosso le macchiole
Paleo 2015 - IGT Toscana Rosso - Le Macchiole: un'anteprima del vino più rappresentativo de Le Macchiole, che ha portato l'attenzione sul Cabernet Franc e sulle potenzialità di questo vitigno se coltivato negli habitat ad esso più congeniali e se trattato con consapevolezza e rispetto dalla vigna alla cantina. Il Paleo '15 risponde e corrisponde ad un'ottima annata in maniera esemplare, dando sfoggio della sua forza espressiva varietale in cui le pirazine sono domate con garbo e sapienza. Questo naso più che promettente è infuso in una struttura piena, ma longilinea, dritta, educata nella sua camminata sicura e dal grande portamento. Un vino votato alla massima eleganza del gesto atletico, come nel salto con l'asta in cui è l'inerzia di uno slancio forte e preciso a sospingere il saltatore lungo una linea verticale che tende verso l'infinito... un salto con l'asta ideale in cui l'asticella è sempre più in alto e l'atleta/vino resta sospeso, in aria, senza ricadere giù, se non nell'animo, pronto ad un altro salto/sorso. Trovo sempre estremamente elegante il connubio fra forza e leggerezza che solo rispetto, consapevolezza e tecnica affinati col tempo e con l'esperienza possono dare. Vino unico con un finale di ferro e ruggine proprio dei grandi rossi.
paleo 2015 cabernet franc macchiole
Scrio 2015 IGT Toscana Rosso - Le Macchiole: è la vera sfida de Le Macchiole, il vino voluto fortemente da Eugenio, amante spassionato di questo vitigno. Una Syrah in purezza fatto dove questo vitigno si pensava non potesse trovare le condizioni ideali per palesare quell'infinito caleidoscopio di colori che sa offrire nei suoi areali d'elezione. Sfida accettata e vinta, ancora una volta, da chi ha dapprima guardato (proprio in quegli areali), poi ascoltato e, in fine, capito un varietale complesso e delicato che ha insita nel suo DNA l'attitudine ad annoiarsi là dove l'interpretazione di chi lo alleva e lo vinifica si dimostra troppo standardizzata. Ecco quindi avere un naso in cui frutto, spezia e cuoio si compenetrano come a voler tessere una tela aromatica dalla trama fitta e compatta sulla quale verranno dipinti gli aromi proprio della sua prospettiva evolutiva.
Nel sorso lo Scrio de Le Macchiole segue la linea degli altri vini, quella voluta da Cinzia, in cui l'ampiezza e la rotondità deve necessariamente essere sostenuta e slanciata da freschezza e mineralità. Ora non resta che aspettare la crescita del nuovo vigneto di Syrah ad alberello che Massimo ed Elia sono riusciti a impiantare nelle terrazze sulle quali si affaccia la nuova casa di Cinzia, che inizialmente sembrava non voler vivere circondata da vigneti, ma che non ha potuto dire di no all'ennesima bellissima sfida. Camminandoci attraverso e valutandone le caratteristiche pedoclimatiche, la conduzione agronomica e l'impianto la sensazione è stata più che positiva.
scrio macchiole syrah vino
Messorio 2015 - IGT Toscana Rosso - Le Macchiole: molti non lo comprenderanno, ma ho sempre avuto un rapporto di amore e odio per questo vino, che ho compreso sin dal principio della sua personalità ma che, al contempo, non ha mai avuto l'ardire di toccare le corde giuste del mio palato e del mio animo enoico. Temevo Cinzia non comprendesse la mia garbata dichiarazione, ma se il Messorio in passato aveva lesinato stupore è stata Cinzia stesa sorprendermi convenendo con me. Forse ci voleva proprio l'umiltà e la sincerità della mamma de Le Macchiole per riappacificarmi con questo Merlot in purezza che in questa annata si mostra meno denso e muscolare, più dinamico e piacevole nel suo piglio affatto sfacciato e prepotente, bensì compito ed elegante. Un Merlot che sa più di Macchiole che di Merlot. Probabilmente il mio più positivo incontro con questo vino, di sempre!
messorio vino

Rinnovo il mio doveroso plauso devo farlo all'enologo Luca Rettondini, che ha preso in mano un'azienda sempre in fermento accompagnandone e dirigendone le evoluzioni in maniera impeccabile. Un direttore d'orchestra che non lascia nulla al caso al fine di rispettare il più possibile la materia prima che Massimo ed Elia gli consegnano in vendemmia.
luca rettondini enologo
Una vendemmia che dura più di un mese, perché fatta di più passaggi per parcella, alla quale segue un'accurata selezione degli acini che andranno a fermentare in vasche d'acciaio e, principalmente, in cemento. Per Luca occuparsi delle vinificazioni non significa "soltanto" monitorare fermentazioni ed affinamento, bensì vuol dire selezionare vasche, tini, botti, barili e ogni vaso vinario che verrà utilizzato cercando la loro miglior performance in termini di elevazione con la minima incidenza in termini organolettici, per garantire un'espressione varietale e territoriale integra e nitida. Pulizia e precisione, costante attenzione ed equilibrio sono dei mantra per questo giovane ma esperto enologo.
Cinzia, la sua famiglia e Luca hanno una cosa fondamentale in comune: la capacità di fare grandi cose senza sciorinare le proprie qualità con enfasi ed egocentrismo, anteponendo la dedizione al lavoro e l'umiltà personale a qualsiasi altra dinamica che possa anche solo avvicinarli alla snob e poco concreta definizione di "EnoStar"! E' per questo che mi hanno accolto nel bel mezzo della vendemmia, dedicandomi più tempo del previsto, permettendomi di entrare a pieno nelle dinamiche di un'azienda che, per me che amo scoprire nuove realtà, poteva fare a meno delle mie parole. 
Ma, a pensarci bene, io ho scoperto una realtà nuova durante la mia ultima visita a Le Macchiole, perché quest'azienda è talmente legata allo spirito del cambiamento che non sarà mai né simile ad altre né uguale a sè stessa. Un cambiamento che per Cinzia e per la sua famiglia rappresenta uno stadio costante della propria esistenza e non rappresenta un limite, bensì un'opportunità da sfruttare ogni giorno per evolvere nel tempo, sviluppando la propria identità e acquisendo nuove capacità, continuando a maturare la propria saggezza e la propria conoscenza, proprio come ci insegnano la vite e il vino.

Sì, perché Cinzia, la sua famiglia e Le Macchiole condividono la resilienza proprio con la vite, che mai smette di reagire ai cambiamenti più inattesi, con vigore ed esperienza, alla ricerca di un equilibrio in continuo divenire, che sprona a vivere e a migliorarsi sempre.


F.S.R.
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