lunedì 24 settembre 2018

Marjan Simčič - Un artista della vigna e del vino a cavallo fra Italia e Slovenia

C'è un luogo del vino che mi affascina da sempre, tanto da attrarmi più e più volte durante l'anno, con la sua bellezza enoica e la sua ricchezza di varietà, biodiversità e capitale umano.
Parlo di quella vera e propria terra di confine che in Slovenia diventa Brda e in Friuli Venezia Giulia Cuei, ovvero Collio. Un'area geografica collinare, divisa tra Italia (Venezia Giulia) e Slovenia, che si estende tra il fiume Isonzo e lo Iudrio.
vigneti brda simcic marjan slovenia
Un confine ideale che viene percepito gradualmente tanto nella cultura, nell'idioma e negli usi e costumi che nella viticoltura. Un passaggio dall'Italia alla Slovenia così sfumato che molti dei vitigni coltivati sia dall'una che dall'altra sponda del confine, pur avendo nomi differenti, sono i medesimi. Troverete quindi la Rebula al posto della Ribolla, il Sauvignonasse identificherà il Friulano (Ex Tocai), il Pinot Grigio si chiamerà Sivi Pinot e la Malvasia (Istriana) prenderà il nome di Malvasija.
E' proprio in Brda che ho avuto modo di trovare un produttore che negli ultimi anni ha saputo rappresentare al meglio questa terra di confine, potendo usufruire di vigneti a cavallo fra i due paesi: Italia e Slovenia. Parlo, ovviamente, di Marjan Simčič e dei suoi vigneti per metà in quella che in Slovenia chiamano Goriška Brda e per l’altra metà nel Collio Friulano (o Goriziano). Marjan rappresenta la quinta generazione di vignaioli della sua famiglia legata alla viticoltura in questo territorio dal 1860, quando il suo avo Jozef Simčič fondò l'azienda.
vigneti brda marjan simcic
Marjan è entrato a pieno regime in azienda nel 1988 e la sua voglia di mostrare al mondo il potenziale dei suoi vigneti e della sua idea di vino è stata così forte da portarlo ad una crescita tale da farlo divenire un riferimento assoluto per l'areale e per l'intera enologia slovena.
Insieme alla moglie Valerija, ha preso in mano l'azienda puntando tutto sulla qualità e sull'identità, etrambi valori ottenibili partendo da una minuziosa e ponderata zonazione dei propri vigneti situati nelle zone di Zegla, Russic, Podgredič, Gredič, Ceglo, Medana-Jama, Plešivo - Grotišče, Jordano, Breg e Kozlink.
vigneto cuore slovenia
E' così che nasce l'idea di suddividere in 3 differenti linee i vini prodotti, andando ad enfatizzare al massimo le potenzialità di ogni singolo “cru”. Vigne che godono di condizioni pedoclimatiche ottime grazie all'azione mitigante dell'aria marina proveniente dalla Pianura Friulana e a quella di protezione contro i grandi freddi garantita dalle Alpi Giulie e l'altipiano di Ternova e che trovano nella ponca (Opoka in Sloveno) il terreno ideale per lo sviluppo di una viticoltura di qualità.
E' proprio da questi strati di marne e arenarie che prende il nome la linea d'eccellenza dei vini di Marjan Simcic che va a completare nel 2004 il suo portfolio composto da:
Brda Classic: prodotti dalle vigne più giovani, affinamento in vasche d'acciaio e permanenza sulle fecce fini fino ad 8 mesi, al fine di conferire complessità anche a vini orientati alla freschezza e alla grande agilità di beva resa inerziale dalla spiccata sapidità;
Cru Selections (Selekcija) : prodotti solo nelle annate che permettono di raggiungere un elevato standard qualitativo secondo Marjan. Frutto di un'accurata selezione dei migliori grappoli raccolti dalle vigne più vecchie, con fermentazioni spontanee e un affinamento che va dai 2 ai 4 anni in base alla tipologia di varietale e di vino, vengono imbottigliati non filtrati per poi essere messi sul mercato.
Opoka Cru: il non plus ultra voluto fortemente da Marjan per andare a ricercare un'espressione ancor più identitaria dei suoi Cru e della sua idea di viticoltura e di enologia che mira a togliere per dare, come l'opera dei migliori scultori. Tirature limitatissime per questi vini che vengono vengono imbottigliati, senza filtrazione, dopo essere stati elevati da 22 a 36 mesi in un'attenta selezione di botti e barili di diverse dimensioni e tostature.
ceglo cantine
Era da molto che cercavamo una data utile per incontrarci in cantina, io e Marjan, e, come spesso capita, il momento ideale si è dimostrato essere quello più inatteso, ovvero la vendemmia. Il momento migliore per me che ho sempre dato priorità alla vigna nella sua conduzione agronomica e nell'approccio del vignaiolo, specie se il vignaiolo si chiama Marjan Simčič! Prima di parlarvi degli assaggi che mi hanno colpito di più, ci terrei a fare un piccolo ma fondamentale appunto, una digressione che poi tanto digressione non è:
in molti pensano che esistano delle "eno-star", dei produttori che hanno guadagnato gli onori della cronaca e una buona dose di successo in grado di permettere loro di delegare e di partecipare in maniera prioritaria alla vita eno-mondana lasciando indietro la vigna e la cantina, potendo contare su maggiori introiti e fedeli "scudieri". In realtà, nel mio girovagar enoico ho avuto modo di conoscere realtà agli albori poi diventate note e altre già molto note, ma ho sempre trovato un filo conduttore, un comun denominatore nel pensare e nel fare di questi vignaioli, ovvero il lavoro! La vita enologica di Marjan non è stata di certo la più semplice, dato che per generazioni la sua famiglia ha dovuto vivere imbrigliata in confini  territoriali e ideali/ideologici dettati da altri, passando attraverso dittature e fasi socio-politiche che di certo non permettevano di puntare a ciò che poi questa realtà è riuscita a fare. Un contesto difficile, nel quale, però, era possibile sognare, ma non nell'accezione più illusoria del termine, bensì in quella più pragmatica, più concreta che al sogno faceva seguire, senza soluzione di continuità, il lavoro ed ancor prima lo studio! E' per questo che Marjan ha fortemente voluto studiare e fare esperienze a Bordeaux e in Borgogna e ha cercato di formarsi e informarsi senza mai smettere di spostare l'asticella un po' più alto. Un'asticella che non smette mai di alzarsi e la cosa è palese, vedendolo condurre le sue vigne e la sua cantina da solo, con il solo aiuto di suo cugino, dopo aver perso, da pochi mesi, suo padre, ovvero il suo più importante riferimento e colonna portante dell'azienda, con gli occhi di chi sa di aver fatto tanto ma di poter fare ancora molto di più!
cantina simcic
E' per questo che nella nuova cantina nulla è lasciato al caso, dalle vasche d'acciaio a quelle in cemento, alle nuove uova (in legno e cemento) alle botti di ogni dimensione, essenza e tostatura al fine di ottenere il miglior risultato per la vinificazione rispettosa di ogni singolo varietale. Ogni momento è scandito da una data, ogni step da una scelta, ogni investimento da un traguardo raggiunto e la sua fierezza non è di certo dovuta ai beni materiali, perché il suo piccolo grande regno non è fatto di mattoni, ma di terra e esperienza acquisita da chi ha fatto vino prima di lui e da quelle stesse terre in cui le radici della sua famiglia si intrecciano a quelle delle viti.
wine blogger francesco saverio russo simcic
Ecco perché, quando leggo di "star del vino" o di "vignaioli personaggi", penso che - spesso - sia come ridurre sapere e lavoro al mero risultato ottenuto nel presente da chi fa vino. Non c'è cosa più bella per me, invece, di poter tornare a casa dopo ore passate tra camminate in vigna, assaggi da botte e aperti confronti in degustazione, con la consapevolezza di aver incontrato un vignaiolo vero, un artista nell'accezione più artigianale del termine e non di certo una "rock-star" del vino.
Un uomo che si mostra in tutta la sua umanità quando, a metà degustazione, palesemente commosso, ci tiene ad andare a prendere quel salame che per la prima volta aveva dovuto fare senza suo padre, ma che rappresenterà sempre un legame profondo con le tradizioni di famiglia e il rapporto padre-figlio intriso di piccoli grandi gesti tipici della vita rurale.


Passando ai vini di Marjan Simcic, la degustazione è iniziata prendendo in esame la linea più giovane e assaggiando Rebula, Sauvignonasse e Sivi Pinot tutti prodotti nell'annata 2017, in grado di manifestare grande prontezza di riflessi e una dinamica di beva entusiasmante, senza peccare di scontatezza né al naso né al sorso, con slancio e sapidità a fare da trait d'union fra i tre assaggi profondamente differenti nell'identità varietale, ma forti di una matrice territoriale comune.

saverio russo degustazioni wine blogger
Ecco, però, gli assaggi che meritano una particolare attenzione:
vini marjan simcic
Rebula Selekcija Goriška Brda 2016: parto con la Ribolla che in qualsiasi altra azienda avrebbe potuto rappresentare il vino di punta, in quanto frutto di un'accurata selezione di grappoli prodotti dalle vigne più vecchie alla quale segue una vinificazione volta al raggiungimento della massima espressività varietale e territoriale. Invece, per questa cantina questa referenza rappresenta l'espressione "di mezzo" fra la Ribolla più fresca e diretta e il cru Opoka, più complesso e impegnato. Parliamo di un vino completo nel suo spettro varietale arricchito da note agrumate di grande solarità e freschezza. Il sorso pieno e avvolgente ma, al contempo, vibrante nel suo incedere fresco e sapido. Lungo come poche Ribolle sanno essere, con un lieve accenno tannino che sembra voler ribadire la stoffa di questo varietale e la sua capacità espressiva indotta da questo territorio e dalla mano artigiana di Marjan.
Sarebbe stato troppo semplice giocarmi subito un vino della linea Opoka, che in tutte le referenze si è dimostrata oltre l'eccellenza, come nella 2013 di Rebula, capace di stupire per tenuta in termini di intensità e dinamica vitalità.

Sauvignon Blanc Opoka Jordano Cru Goriška Brda 2016: l'integrità varietale di questo Sauvignon è disarmante sin dal primo naso, non "pompato" o estremizzato da uno spettro troppo tropicale, bensì virato tutto verso le finezze che il Sauvignon sa esprimere in queste terre. Un'eleganza in continua evoluzione nel calice come, si presume, sarà in bottiglia. Il sorso conferma le tonalità prettamente mediterranee di questo bianco di certo non esile ma teso come una corda di violino pronta a suonare note alte, dritte, pulite, di grande armonia. Mineralità proverbiale in chiusura.

Pinot Noir "Breg Cru" Opoka ZGP Brda 2014: la bestia "noir" di tutti i vignaioli ma, al contempo, il vitigno che più di ogni altro sa tradurre con garbo e finezza la forza espressiva di un terroir e la dedizione attenta e costante di un vignaiolo. Proprio come una ballerina di danza classica, capace di vivere contemporaneamente nel tempo e nello spazio, mostrando luce e leggiadria nonostante il grande sforzo compiuto e la meticolosa preparazione tecnica affinata con il giusto tempo nel giusto contesto. Lo spettro olfattivo è integralmente varietale, con un frutto nitido e fresco accompagnato da accenni agrumati e balsamici resi intrigante da una sfumata speziatura. Il sorso è intenso e avvolgente, ma mai troppo denso nella sua trama fitta e fine. L'allungo è dinamico, sferzante di sapore e profondo nel enfatizzare l'incipit balsamico percepito al naso. Un Pinot Nero complesso, ma mai snob; intenso, ma mai sopra le righe; elegante quanto molte espressioni borgognone eppure di grande identità di terra e di mano. E' con questo vino che, a mio parere, Marjan dimostra (per quanto non serva) la sua consapevolezza agronomica ed enologica frutto di esperienze e anni di lavoro attento ed appassionato, ma soprattutto di confronti e di assaggi che lo hanno portato ad elevare le potenzialità dei suoi vini in maniera encomiabile. In caso non trovaste una bottiglia di questa piccolissima produzione, il Pinot Noir Selekcija 2015 non è così dissimile dall'Opoka in termini di espressività varietale, luminosità espressiva e dinamica di beva.

Merlot Opoka ZGP Brda 2013: che l'obiettivo di Marjan sia quello di trovare la chiave di volta armonica di ogni varietale declinandola secondo l'idioma di ciascuno dei suoi vigneti è evidente, ma che un Merlot potesse raggiungere una tale identità, senza scimmiottare Bordeaux ma scomodando paragoni illustri è qualcosa di inatteso persino per me. Alle note varietali intense nel frutto si aggiungono fresche folate balsamiche che fanno da apripista ad un sorso dal corpo scolpito ma longilineo, in grado di spingere con piglio sicuro e passo costante senza stancarsi alla distanza. Spina dorsale acida, struttura tannica fitta e finale di ferro e di ruggine sono segni distintivi del grande vino che è e del grandissimo vino che può diventare con qualche anno di vetro. Un esempio di equilibrio fra struttura e freschezza, fra potenza ed eleganza. Costanti ritrovate anche nella 2009 e nella 2007 provate in chiusura di degustazione al fine di confermare il potenziale evolutivo del "Merlot secondo Marjan Simcic".

Tutti i vini citati hanno come comun denominatore in termini di vinificazione le scelte di adottare solo fermentazioni spontanee e di portare i vini in bottiglia senza filtrazione, con minime aggiunte di solforosa.
vini simcic sloveni
A questi vini si aggiungono i numerosi assaggi fatti in cantina dove ho avuto modo di dare uno sguardo al futuro, a ciò che sarà, attraverso i le varie botti e i vari vasi vinari utilizzati da Marjan per le vinificazioni e l'affinamento, che fanno percepire un ulteriore step in avanti in termini di nitidezza ed eleganza.
cantina marjan simcic
Concludo ribadendo la mia gioia nell'aver trovato di fianco a me, durante le lunghe perlustrazioni in vigna, e di fronte a me, nella dettagliata degustazione, un vero vignaiolo che ha saputo coniugare un'esperienza artigiana tramandatagli da suo padre e dai suoi avi e una profonda consapevolezza tecnica agronomica e enologica. Una consapevolezza fondamentale per permettergli di lavorare eliminando tutto ciò che è superfluo in vigna e in cantina, al fine di esprimere nei suoi vini la piena identità del suo terroir.

Questo è ciò che ho detto a Marjan dopo aver appoggiato l'ultimo calice di Merlot, con Vasco Rossi a fare da sottofondo, sotto il portico di casa sua:

"I grandi vini hanno come padre un grande vignaiolo e come madre una grande terra" 

F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 19 settembre 2018

Cantina Madrevite - Il suo Gamay del Trasimeno e non solo...

C'è chi dice che all'Umbria, il cuore verde d'Italia, manchi solo il mare... ma in compenso ha un lago niente male! E' proprio vicino al Trasimeno, più precisamente a Castiglione del Lago, che nasce la realtà di cui vi parlerò oggi: Madrevite.
madrevite cantina trasimeno
Un nome evocativo, legato alla terra, alla vigna e alla cantina: la madre-vite era lo strumento utilizzato dagli antichi vignaioli umbri per fissare l'"usciolo della botte", ovvero lo sportello frontale.

Un nome che dice molto sulla volontà dei giovani, oggi, alla guida dell'azienda di portare avanti con rispetto e fierezza una tradizione agricola e, in particolare, vitivinicola presente, qui, da generazioni.
Madrevite è prima di tutto una famiglia. L’azienda, infatti, ri-nasce agli inizi del nuovo millennio, con la ristrutturazione della storica azienda familiare, voluta da Nicola Chiucchiurlotto, con il restauro della vecchia casa colonica e il reimpianto di parte dei vecchi vigneti del nonno.
vigne madrevite umbria
E' proprio con Nicola che ho modo di visitare vigne e cantina, al fine di approfondire le dinamiche agronomiche ed enologiche che hanno portato questa piccola realtà di appena 6 ettari vitati a diventare un punto di riferimento tra gli appassionati.
Nicola è un agricoltore dinamico, contemporaneo nei pensieri, ma dal forte e atavico piglio pratico nell'approccio alla vigna e al vino.
Camminare con lui tra i vigneti mi ha confermato il suo amore per un varietale che qui ha trovato un habitat privilegiato: il Gamay del Trasimeno.
gamay grenache
Attenzione! Non stiamo parlando del Gamay di Borgogna coltivato principalmente nella regione del Beaujolais, bensì di un un vitigno introdotto in Umbria, con buone probabilità a metà dell'800.
Recenti studi hanno dimostrato, infatti, una congruenza genetica con i vitigni della famiglia della Grenache, ovvero Cannonau, Tai Rosso, Vernaccia Nera di Serrapetrona, Bordò, Granaccia ligure e ovviamente Alicante, Garnacha spagnola e Grenache francese.
L’arrivo della Grenache sui colli del Trasimeno viene datata attorno al 1600, essendo stata ricondotta alla dominazione spagnola seguita alla pace di Chateau-Chambrésis del 1559. Negli anni la Grenache assume il nome di “vigna francese” e poi quello di “Gamay”, per via della forma di allevamento ad alberello non tipica di questa zona. E' da alcuni vecchi ceppi di Gamay del Trasimeno presenti nell’antica vigna di Madrevite che questa varietà è stata propagata tramite selezione clonale nei nuovi vigneti.
vigneti gamay trasimeno
Un vitigno su cui Madrevite punta davvero tanto e nel quale Nicola crede particolarmente nell'ottica di un'espressività territoriale che parta dalla vigna e prosegua con il rispetto di ogni varietale in cantina.
madrevite cantina gamay trasimeno
Madrevite e Nicola Chiucchiurlotto sono una cosa sola, è semplice rendersene conto camminando con lui fra le sue vigne e assaggiando i suoi "figli" da vasca e da botte: con il Gamay del Trasimeno sempre in prima linea per espressività e armonia, un Trebbiano Spoletino vibrante come pochi, un Sangiovese tutto da bere, un Montepulciano di grande stoffa e una Syrah che mi ha stupito sin dal primo sorso per il suo equilibrio fra potenza espressiva e profonda eleganza.
assaggi botte cantina vino
Passando alla bottiglia ho deciso di condividere con voi i seguenti assaggi:
vini madrevite
Madrevite -Reminore Trebbiano Spoletino Umbria IGT bianco 2016: un vitigno storico per questa regione che, solo da qualche anno, sta tornando in auge grazie alla lungimiranza e al coraggio di alcuni vignaioli. Nicola ha accolto questo varietale nei suoi vigneti credendo fortemente nelle sue potenzialità e, a giudicare dalle ultime annate prodotte, ha davvero trovato una forte empatia con esso, che gli permette di interpretarlo al meglio. Un naso che spazia dall'agrume alle note minerali soffuse per poi distendersi in un sorso fresco, dritto ma vibrante di energia che spinge in un allungo che fa da preludio alla sua innata sapidità. Vino in grado di dare il meglio di sé dopo qualche anno di vetro, ma che già ha raggiunto una buona complessità espressiva.

Madrevite - La Bisbetica Rosato Umbria IGT 2017: che il Gamay del Trasimeno si presti alla vinificazione "in rosa" è già stato palesato in più occasioni e in più parti d'Italia e dell'Orbe Terracqueo e questa interpretazione di Nicola Chiucchiurlotto e della sua piccola azienda umbra Madrevite non può che confermarlo. Un naso ricco, nitido nel frutto e nelle tonalità a tratti minerali che fanno da coerente preludio al sorso intenso nell'abbrivio e disteso, lungo e sapido nella sua progressione.
Un aneddoto simpatico riguarda il nome che nasce in concomitanza con la rappresentazione teatrale in chiave moderna de “La Bisbetica Domata”di W. Shakespeare messa in scena da una compagnia di Philadelphia in tour a Città della Pieve, con la quale Madrevite pensò di creare una bottiglia da mettere in scena. La collaborazione fu per l'azienda un momento divertente e di grande ispirazione artistica tanto da tenere questo nome evocativo di quell'episodio.

Madrevite - C'osa Gamay del Trasimeno DOC 2016: come in tutti i rossi anche in questo Gamay del Trasimeno la fermentazione è spontanea al fine enfatizzare il grande lavoro di selezione delle uve con il miglior grado di maturazione e il più integro stato di salute. Dopo 6 mesi di cemento e un anno di legno piccolo “usato” riposa in vetro per 6 mesi prima di arrivare nel calice e di mostrarsi in tutta la sua finezza sin dal primo sguardo. L'amore vero e proprio, però, scatta a primo naso con le note fresche e croccanti del frutto che si lasciano attraversare da folate balsamiche e intriganti note speziate varietali e non da legno. Il sorso non delude le aspettative indotte dal naso, con un'ancor più accentuata freschezza che irrora un corpo longilineo e forte, molto più vicino a quello di un maratoneta che a quello di un centometrista. Il finale è ferroso, come si confà alle migliori espressioni di questo vitigno in questo territorio.

Molto interessante anche la Syrah "Che Syrah sarà" che, sono convinto, troverà nelle annate fresche un equilibrio di rara eleganza. Attendo di riassaggiarla in una comparativa nei prossimi mesi pe dirvi di più a riguardo.

Concludo con un plauso a chi ancora crede fortemente in una visione agricola così concreta e sostenibile, puntando su uno strettissimo legame con il territorio ma senza temere sfide contemporanee e con un approccio mai anacronistico. La campagna e la vigna, oggi, possono essere esempio di modernità nella loro saggezza senza tempo e nei valori e gli equilibri che sanno insegnare in maniera spontanea e diretta e questo Nicola e Madrevite lo sanno e lo sostengono attraverso il lavoro e la comunicazione.

F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 17 settembre 2018

Dall'assaggio dell'uva alle analisi a campione - Il delicato equilibrio della vendemmia

Girare per vigne e cantine in questo periodo è sicuramente suggestivo ma è soprattutto il momento ideale per parlare di alcuni aspetti del lavoro del vignaiolo, del produttore, dell'agronomo e anche dell'enologo.

Primo fra tutti la scelta dell'epoca di vendemmia che, nonostante analisi e tecnologie e disposizione, da molti viene ancora decisa in base all'assaggio dell'uva, metodologia più pratica ma molto attendibile che viene caldeggiata da molti enologi e agronomi, nonché da vignaioli esperti.
Ho avuto modo di frequentare un corso di analisi sensoriale dell'uva, ma soprattutto di fare esperienze in vigna con vignaioli e tecnici e ho capito che alla prassi convenzionale si aggiunge, in molti casi, il modus operandi del singolo prodotto dall'empirismo personale e dagli insegnamenti del proprio mentore.

assaggio uva vendemmia

Io, ad oggi, seguo un percorso che è quello che ho potuto sviluppare continuando a studiare i principi di enologia e viticoltura e prendendo le pratiche comuni a - più o meno - tutti i vignaioli e i tecnici che ho seguito in vigna negli ultimi anni:
Per primo valuto la cromia della buccia che, in base al vitigno, deve aver raggiunto la sua colorazione ottimale. Prima di staccare l'acino dal pedicello premo leggermente la bacca esercitando sempre la stessa pressione e valutandone elasticità e durezza. In fine si valuta la facilità che si ha nel distaccare il “chicco” dal pedicello stesso.

Successivamente si passa all'assaggio dell'acino, mettendolo fra lingua e palato, cercando di percepire quanto sia agevole il distacco della polpa dalla buccia. A questo punto è possibile “recuperare” bucce e vinaccioli per esaminarli nel palmo della mano.
I vinaccioli devono distaccarsi bene dalla polpa e essere di colore marrone scuro per poterli considerare maturi. Se sono ancora verdi totalmente o in parte è bene non schiacciarli fra i denti. Se sono maturi, si può procedere con l'assaggio. Io personalmente cerco di valutarne la “croccantezza” e la loro capacità tannica in base all'astringenza. Non ho mai valutato la componente aromatica, ma c'è chi la ritiene comunque importante nell'economia dell'assaggio (sentori di torrefazione sono indice di maturità).
sezione acino uva
Fonte: rivistadiagraria.org
Si può, inoltre, esaminare anche la sola buccia, successivamente. Io mastico per un po' le bucce per valutare prima l'eventuale rilascio di succo e poi il tannino passando il prodotto della masticazione all'interno della bocca (palato, guance, gengive).
Si può, poi, valutare la secchezza della buccia e la sua capacità di sviluppare già degli aromi.
La degustazione è un surrogato “empirico” e tradizionale (comunque molto valido e codificato con metodologie e tabelle ufficiali, ad esempio in Francia) delle analisi di laboratorio che, comunque, le cantine, oggi, cercano di fare per aver maggiore sicurezza riguardo i parametri di maturazione.
scheda analisi sensorial uva
Scheda tecnica di analisi sensoriale dell'uva realizzata dall'Institut coopératif du vin di Montpellier - Fonte Agrinotizie.com
In viticoltura si distingue tuttavia tra la maturazione fisiologica dell’uva e la maturazione tecnologica.
Per procedere con l'analisi dello zucchero naturale contenuto nell'uva - prima dell'ammostamento - al fine di determinare il periodo ideale di vendemmia si possono utilizzare un rifrattometro (principio della rifrazione della luce) o un mostimetro (principio di Archimede), entrambi utili anche a prevedere il grado alcolico che si andrà ad ottenere dopo la fermentazione. Le unità di misura in questo caso variano da paese a paese (e devono essere misurate a determinate temperature e tener conto del tipo di vinificazione: in rosso, in bianco e con o senza raspi) e le più utilizzate sono: Klosterneuburger Mostwaage (KMW o grado Babo); Oechsle (Oe); Brix (Bx); Baumé (Bé).
Per quanto concerne la maturità dell'uva possiamo distinguere tre tipologie di maturazione:
  • La maturazione tecnologica: il grado di evoluzione dell'acino in cui il vinacciolo è maturo e quindi in grado di germinare. In termini analitici si valuta andando ad analizzare il rapporto fra zuccheri e acidità totale presenti nell'acino in un determinato momento. Ovviamente per avere risultati attendibili bisognerà campionare acini da zone differenti della vigna (terreni, esposizione e età delle piante incidono molto sull'epoca di vendemmia) e da punti differenti del grappolo (zona più esposta al sole, zona d'ombra, ali, punta e interno). In base all'annata andrà valutato quanto lasciare l'uva in pianta con l'obiettivo di arrivare ad una maturazione zuccherina ottimale, senza far decadere vertiginosamente l'acidità. E' fondamentale, in questi termini, tener conto sin dal principio del vino che si vorrà andare a produrre. Ovviamente un vino più improntato sulla freschezza non potrà essere prodotto con un uva surmaturata in pianta.
  • La maturazione fenolica: è principalmente importante per le uve a bacca rossa e fa riferimento al potenziale di estrazione dei polifenoli e delle antocianine. Se generalmente gli antociani crescono di concentrazione e maturano dall'invaiatura in poi, raggiungendo il proprio picco, solitamente, in concomitanza con la maturazione tecnologica, è pur vero che le condizioni pedoclimatiche, l'altitudine e l'esposizione nel rispetto dell'andamento dell'annata possono dilatare il gap temporale fra le due maturazioni rendendo molto delicata la scelta dei produttori. Questo gap è accentuato dagli effetti del Global Warming e, dati alla mano, è sempre più difficile trovare (specie in alcuni areali e per alcuni vitigni) una corrispondenza fra maturazione tecnologica e fenolica. La valutazione dei tannini è ancor più delicata e andrà considerata sia per quanto riguarda quella del tannino da vinacciolo che per quella da buccia. I tannini dei vinaccioli tendono a decadere man mano che l'uva matura, mentre quelli presenti nelle bucce possono restare invariati o addirittura aumentare con la permanenza in pianta (condizioni climatiche e fitosanitarie permettendo) andando a compiere un primo “affinamento” delle sensazioni legate alle durezze prodotte da tali sostanze.
  • La maturazione aromatica: è vincolata allo sviluppo e alla concentrazione degli aromi varietali, soprattutto del gruppo dei terpeni. La concentrazione e l'espressività aromatica dell'uva aumenta gradualmente con la maturazione, ma tende a decadere con la surmaturazione, quindi è fondamentale scegliere un epoca di raccolta congeniale al mantenimento di uno spettro aromatico primario adatto al vino che di andrà a produrre. Va detto che gli aromi possono essere presenti nella polpa e altre, invece, sono legate agli zuccheri e ad altri precursori (presenti principalmente nella buccia) che ne mostreranno la reale espressività solo in vinificazione e, specialmente, a fermentazione ultimata. Eccezion fatta per le uve considerate “aromatiche” che possono avere una buona corrispondenza fra aromi dell'uva e quelli del mosto e poi del vino (almeno per quanto concerne lo spettro aromatico prettamente primario e varietale).
uva maturazione vendemmia
Altro fattore fondamentale ai fini dello sviluppo del vino in cantina e successivamente in bottiglia è l'acidità o ancor meglio il PH.
Innanzi tutto il vino ricade tra i composti acidi, in quanto ha mediamente un PH compreso tra 3 e 4. Per intenderci, più alta è l'acidità, più basso è il PH e viceversa.
Il PH è importante per diversi motivi:
  • Conservazione e potenziale evolutivo del vino (specie nei bianchi che sono poveri di sostanze antiossidanti presenti in quantità maggiore nei rossi – che hanno dalla loro anche un grado alcolico solitamente più alto - per quanto l'acidità sia importantissima anche nella stabilità a lungo termine di tutti i vini – escludendo altri conservanti come i solfiti ovviamente);
  • Selezione e attività microbiche durante la fermentazione alcolica (i lieviti lavorano meglio con un PH relativamente basso mentre con PH alto alcuni batteri come quelli acetici e lattici trovano condizioni più favorevoli di coltura) al fine di mantenere un andamento “pulito” della fermentazione stessa. Meglio che lieviti e batteri non compiano fermentazioni promiscue, cosa molto più complessa da gestire in maniera naturale in annate calde. Ecco perché per la produzione di vini rispettosi e in sottrazione (chimica) è fondamentale arrivare ad ottenere mosti con PH “bassi”. Una buona acidità totale rappresenta, quindi, un buon viatico per la pulizia e la longevità del vino e non solo un fattore legato alla percezione di “freschezza” organolettica del quale spesso si abusa in termini comunicativi.
Gli acidi presenti nell'uva e nel vino possono dividersi in:
  • acido tartarico: è distintivo de mosti e ha un gusto tendenzialmente amaro. Nel vino si può trovare in quantitativi che vanno dai 3 a 6 g/l principalmente in base a vitigno, zona di produzione, annata e suolo;
  • acido malico: presente in molti altri frutti ha un gusto simile alla mela acerba, quindi molto acido. La sua concentrazione varia da 1 a 5 g/l. Il suo sviluppo è inubito dal caldo. In quasi tutti i vini rossi il malico viene volutamente trasformato in lattico dai batteri lattici durante la fermentazione malolattica al fine di conferire al vino che si andrà a produrre una minor sensazione acida e una maggior “morbidezza”;
  • acido citrico: presente in molti agrumi ha un gusto simile a quello del limone non maturo. Nel mosto è presente bassissime concentraioni (0,5 – 1 g/l).
  • acido acetico: prodotto soprattutto per l’attività dei batteri acetici dopo la fermentazione ed il suo quantitativo nei vini sani può variare tra 0,2 a 0,6 g/l, con casi particolari dove può raggiungere anche 1 g/l dando ai vini rossi con un lungo affinamento e un potenziale evolutivo importante maggior complessità e apertura.
  • Altri acidi contenuti nel vino sono quello lattico D e L, l'acido succinico, l'acido butirrico e l’acido propionico. 
L'acidità totale sarà quindi quella prodotta dalla sommatoria di tutte le componenti acide mentre la volatile terrà conto della sola concentrazione (g/l) di acido acetico e l'acidità fissa sarà il risultato dell'acidità totale meno quella volatile. L'acidità, unitamente al PH e alle altre sostanze presenti nel vino contribuiranno alla sua stabilità e agli equilibri organolettici nel calice. Ecco perché è più corretto parlare di sensazioni taglienti o morbide, ampie o verticali, piuttosto che legare questi concetti direttamente all'acidità del vino.
pruina uva
Tra gli acidi non viene quasi mai citato, ma risulta sempre più importante l'acido oleanolico presente nella Pruina. Un elemento molto importante, specie per le vinificazioni con fermentazioni spontanee con o senza piede. La Pruina è quella patina biancastra che sembra essersi depositata sui grappoli dall'esterno ma in realtà è prodotta dalle cellule epiteliali degli acini.
Contiene cere e lieviti, nonché l’acido oleanolico che, oltre a essere un ottimo alleato contro i raggi UV, la disidratazione e i batteri nocivi (è un antisettico naturale), funge da nutrimento per i lieviti in fermentazione, insieme ad altri lipidi.

Tutti questi parametri possono essere monitorati al fine di agevolare vinificazioni ottimali in termini di stabilità, pulizia e qualità potenziale, sempre in base al vino che si vuole andare a produrre e in base alle dinamiche di produzione. Per quanto si possa credere che il vino considerato "artigianale" o comunque quello che io considero rispettoso e vinificato in sottrazione possa tener meno conto di tutti questi parametri analitici  e per quanto qualche vignaiolo sostenga di poter fare a meno di effettuare analisi è, a parer mio, ancor più importante scegliere un'epoca di raccolta perfetta per poter portare avanti vinificazioni che possano limitare l'intervento dell'uomo all'aspetto meccanico e "tecnologico" (es.: controllo della temperatura) e escludendo quello chimico (acidificazione, zuccheraggio ecc...).


Questo pezzo non è altro che il sunto di appunti presi nel corso di letture, studi e, soprattutto, delle esperienze fatte in campo e in cantina durante le ultime vendemmie e il fine non è esclusivamente "didattico". Lungi da me dare lezioni di enologia e viticoltura a chi di certo ha una più strutturata formazione e una più importante esperienza di me, ma l'obiettivo della mia condivisione è quello di mostrare quanta complessità ci sia dietro ad un gesto apparentemente semplice, compiuto in un'atmosfera suggestiva come quello di tagliare un grappolo durante la vendemmia; quanto l'ottenimento di un mosto che possa anche solo minimamente anelare a divenire un ottimo vino dipenda da molteplici fattori; quanto difficile e ricco di ansie e premure sia il lavoro che viene prima di quel gesto, di quel taglio, di quell'evento chiamato vendemmia. Analisi e valutazioni che rappresentano il culmine del lavoro di 12 mesi e, al contempo, l'inizio di un altro ciclo lavorativo (quello in cantina) che andrà ad affiancarsi all'avvio di una nuova annata in vigna. Scelte complicate e delicate che, per quanto fondamentali, danno solo una base più o meno ottimale dalla quale nascerà, crescerà e si evolverà ciò che a distanza di tempo ritroveremo in bottiglia e nei nostri calici, nella speranza che il risultato ottenuto in vigna venga rispettato il più possibile nelle sue peculiarità e nella sua identità.


Ecco perché, mi rammarica vedere persone limitare il lavoro di molti a questo momento scattandosi un bel selfie con i mocassini e le forbici in mano o altri a giudicare un'intera annata ancor prima di averne valutato i risultati di areale in areale, di realtà in realtà, di vigneto in vigneto, di vino in vino. Credo che nonostante sia tutto analiticamente misurabile, la bellezza e l'unicità del vino risieda proprio nella sua imprevedibilità evolutiva e nel modo che queste mille variabili hanno di incastrarsi, intersecarsi ed interagire fra loro al fine di raggiungere un proprio equilibrio, una propria armonia che non necessariamente coincida con quella meramente matematica/chimica/fisica.

Perché i grandi vini ci insegnano che il "tutto" è sempre maggiore della somma delle parti.

F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 12 settembre 2018

Il Roero della Cantina Deltetto - Rispetto in vigna e lungimiranza in cantina per vini di grande eleganza

Durante il mio ultimo viaggio enoici in Piemonte ho voluto fortemente tornare in un areale che, a mio modo di vedere, sta vivendo un periodo crescita importante sia in termini di consapevolezza delle proprie potenzialità che di rispetto per quella che è la fondamentale biodiversità che in quelle terre, più che in altre, è stata minata dall'operato poco assennato dell'uomo.
cantine deltetto roero
Parlo del Roero, a due passi dalle Langhe, eppure in un contesto di più ampio respiro, in cui è ancora molto presente l'alternanza fra boschivo, seminativo e vigna e i vignaioli si sentono prima di tutto veri contadini.
La realtà che sono andato a trovare affonda le proprie radici temporali nella fine dell''800, quando il trisavolo della famiglia Deltetto iniziò a produrre le prime bottiglie di Nebbiolo e di Barbera.
Ma è nel 1953 che nonno Carlo, per tutti Carlin, insieme alla moglie Caterina, decide di fondare la sua cantina a Canale, nel cuore del Roero, portando avanti la tradizione di famiglia.
Nel 1977 un giovane Antonio Deltetto, appena diplomato alla scuola enologica di Alba, decide di seguire le orme del padre coniugando alla tradizione la sua passione per i vini bianchi e gli spumanti.
Da qui nascono le prime bottiglie di Arneis dal vigneto San Michele e i suoi primi spumanti a base Nebbiolo e Arneis che iniziano a segnare fortemente il percorso dell'azienda nello stile e nell'attitudine.
Vent'anni dopo, nel 1997, vengono piantate per la prima volta in azienda Pinot Nero e Chardonnay e da queste uve nel 2000 vede la luce il primo Spumante Metodo Classico prodotto con i vitigni classici degli champenoise d'Oltralpe.
Oggi Carlo, Cristina e Claudia, insieme con la mamma Graziella e il papà Tony, portano avanti questa grande tradizione di famiglia, con profondo rispetto in vigna e grande lungimiranza in cantina come nonno Carlin ha sempre insegnato.
Il Roero è una Docg particolare, che ha voluto valorizzare allo stesso modo entrambi i suoi vitigni autoctoni storici: l'Arneis e il Nebbiolo.
Un'anima bianca e una rossa di una stessa terra di grande vocazione: esso ha caratteristiche che lo rendono unico e diverso anche da zona molto vicine. E' un territorio di origine marina, dove le sabbie, le cosiddette arenarie, fanno da padrone. Terreni molto drenanti che evitano problemi di ristagno e di umidità (con tutte le conseguenze sulla sanità delle uve) anche in annate piovose.
Nelle annate calde e siccitose, invece, ad aiutare i vigneti della famiglia Deltetto ci sono le numerose falde acquifere profonde che consentono alle piante di rifocillarsi e di mantenere un buon equilibrio vegetativo.
Altri vitigni autoctoni coltivati sono la Barbera e la Favorita, ma ciò che ha segnato la svolta nella storia della Cantina Deltetto è stata, senza tema di smentita, la scelta di Antonio Deltetto di investire tempo, denaro, impegno e pazienza nella coltivazione del Pinot Nero e dello Chardonnay da affiancare al Nebbiolo per la produzione di Metodo Classico.
Fu proprio un giovanissimo Antonio Deltetto, infatti, a voler perseguire la strada della spumantizzazione. Appena diplomato alla scuola enologica di Alba, decide di seguire le orme del padre coniugando tradizione ed innovazione e cimentandosi con la produzione dei primi metodo classico, che tanto aveva ammirato e apprezzato in Champagne, ma con le uve che aveva a disposizione a quell'epoca, ovvero Nebbiolo e Arneis.
Vent'anni dopo, nel 1997, la grande scommessa: vengono piantate per la prima volta in azienda Pinot Nero e Chardonnay e con queste uve, nel 2000, viene prodotto primo Spumante Metodo Classico prodotto con i due vitigni francesi tradizionali.
“Ricordo ancora le mie prime bottiglie di Spumante, ne avevo prodotte non più di 1200 e le avevo donate ad amici e clienti. Fu stupefacente quante persone mi chiamarono per ringraziarmi e per dirmi di proseguire su quella strada.” Tony Deltetto.
metodo classico roero deltetto
Ciò che mi ha colpito ancor più dell'attenzione dedicata alla spumantizzazione della quale già avevo avuto modo di appurare i risultati, è stata la volontà di andare oltre la “scommessa” del metodo classico, alzando l'asticella e intentando anche la strada della vinificazione in rosso di un vitigno tanto nobile quanto ostico come il Pinot Nero.
Tanto che ad oggi Deltetto è l'unica realtà a vinificare Pinot Nero in rosso nella zona del Roero, unicum che si va ad aggiungere alla rarissima possibilità (concessa solo a due cantine) di vinificare Barolo nelle proprie cantine storiche a Canale, grazie al diritto acquisito dal lungimirante nonno.
vigne roero arneis deltetto
Una vera e propria azienda di famiglia nella quale ad occuparsi di vigna e cantina sono padre e figlio, Antonio Deltetto e Carlo Deltetto.
Un approccio rispettoso che parte dalla vigna e segue gli insegnamenti e le scelte del nonno, che mai aveva usato diserbo chimico e che mai ha concepito l'intervento dell'uomo a protocollo. E' proprio grazie al lascito culturale e colturale di nonno Carlin che la famiglia non ha fatto alcuna fatica nell'ufficializzare ciò che già facevano da sempre con la certificazione biologica.
Se in vigna la prerogativa è il rispetto lo è altrettanto in cantina dove la volontà è quella di permettere ad ogni varietale di esprimere in maniera nitida le proprie peculiarità esaltando il suo spettro organolettico con tipicità e senza andare a cercare forzature sia nel Nebbiolo che, ancor più, nell'Arneis, sin troppo spesso volutamente fuorviato a livello olfattivo da approcci dettati da mere dinamiche commerciali.
Dopo una lunga e approfondita perlustrazione dei vigneti e una piacevole visita ai locali di vinificazione e di affinamento sia dei vini fermi che degli spumanti ho avuto modo di assaggiare tutta la linea dei vini dell'azienda Deltetto e ho scelto di condividere con voi le mie impressioni sulle seguenti quattro referenze:
vini roero deltetto
Roero Arneis Docg San Michele 2017: se nella versione solo acciaio (Daivej) l'Arneis dei Deltetto vuole esprimere questo varietale in tutta la sua spontanea e diretta schiettezza nel "Cru" San Michele terreno (sabbie e marne calcaree), l'esposizione e il lieve affinamento in legno conferiscono all'Arneis un piglio più strutturato, sicuro, intenso nel frutto e fine nelle tonalità floreali e velatamente minerali. La forza di questo vino risiede tutta nell'armonia fra ampiezza e tensione acida, fra corpo e freschezza con un allungo netto e deciso che sembra voler rimarcare la vocazione di questo vigneto e il potenziale del vitigno sia in termini di complessità e persistenza che di longevità.
Roero Riserva Docg Braja 2015: se il Roero "classico" mostra quanto il Nebbiolo in queste terre e con questa saggezza sappia esprimersi in maniera più garbata e garantire una maggior prontezza senza però andare ad inficiare il potenziale d'invecchiamento, questo Cru ereditato dal nonno Aldo sito a Santo Stefano Roero e vinificato in modo tradizionale evidenzia il connubio fra potenza ed eleganza che il Roero sa conferire al Nebbiolo. Un vino in grande spinta di frutto e fiore ancora in piena fase embrionale in termini di evoluzione olfattiva. Un sorso forte, maturo, nitido, con un finale privo di ostacoli tannici che fa ben sperare per la sua progressione in vetro. C'è la forza di chi ha creduto in questo territorio e la finezza di chi sa trarne lavori di cesello che nulla hanno da invidiare ai cugini langhetti.
Pinot Nero 777 Langhe Doc 2016: deve il suo nome al celebre clone 777 che in questi terreni marnosi, ricchi di calcare attivo, trova una sede ideale per esprimersi in maniera profondamente territoriale. Sì, perché l'errore più grande sarebbe da un lato - quello del vignaiolo - pensare di poter emulare o scimmiottare i borgognoni e dall'altro - quello di chi assaggi - approcciarsi a questo calice con preconcetti, pregiudizi e pretese slegate dall'espressione di un'identità varietale legate al territorio e non ad altri termini di paragone. Nel vigneto in zona San Michele, infatti, questo Pinot Nero riesce ad acquisire concentrazione e forza senza perdere lo slancio fresco e minerale donato da una longilinea spina dorsale e da un finale di sale e di ferro lungo e saporito. Questo sodalizio roerino fra forza ed eleganza si riconferma come firma territoriale anche in questo Pinot Nero piemontese.
Metodo Classico Extra Brut Millesimato 2012: Deltetto è una delle pochissime realtà fuori dalle più note denominazioni spumantistiche italiane in cui parlare di tradizione nella produzione di metodo classico non è poi cosa così azzardata, ma più che di tradizione mi piacere vedere vini come questo in quanto frutto di un percorso di crescita culturale e tecnica che ha coinvolto dapprima Antonio e poi suo figlio Carlo. Nel calice ritrovo un taglio classico dello champenoise Pinot Nero e Chardonnay, con un naso in cui i lieviti denotano il lungo affinamento in maniera intensa ma non eccessiva, dando spazio a note floreali e minerali, a tratti balsamiche, fresche e per nulla noiose. In bocca il sorso entra ampio per poi distendersi con buona tensione e finezza in un finale asciutto e salino. Un esercizio di stile? No, affatto! Un vino con una sua precisa identità e una cifra stilistica che lo rende riconoscibile tra molti.
caveau vino
Molto interessante è stato andare indietro con gli anni sia con l'Arneis, che con il Roero e solo alcuni giorni dopo anche con il Metodo Classico, dimostrando l'attualità e la contemporaneità di un territorio in cui si possono e si sanno produrre vini che vantano il giusto equilibrio fra una pronta espressività e una sferzante freschezza da un lato e una buona complessità unita ad un ottimo potenziale di longevità dall'altro.
Eppure la famiglia Deltetto non merita un plauso solo per la qualità dei vini prodotti, bensì per il rispetto per la propria terra che porta avanti con senno e lungimiranza da anni e che va implementando consci di dover preservare quanto più possibile la biodiversità di questo areale.

Non mancherò di tornare per scoprire gli esiti delle ultime "scommesse" fatte sotto forma di vigna per la produzione di un nuovo Cru di Arneis e di Metodo Classico Alta Langa.


F.S.R.
#WineIsSharing

Cantina Di Filippo - Un modello di viticoltura sostenibile, biologica e biodinamica

Oggi vi porto con me alla "corte" - nell'accezione più agricola del termine - di Roberto Di Filippo, proprietario dell'Azienda Agraria Di Filippo.
Roberto, per me, è da anni un riferimento, un esempio e uno di quei viticoltori che trascendono il sempre più strumentalizzato distinguo fra "produttore" e "vignaiolo".
oche in vigna diserbo
Roberto è un agricoltore, un allevatore, un uomo che gestisce una vera azienda agricola a 360°, dove tutto è in interconnesso e ogni fattore contribuisce alla qualità e alla sostenibilità dell'intera produzione, vino in primis.
Cantina Di Filippo Roberto
Roberto Di Filippo fa agricoltura Biologica e Biodinamica sì, ma non di quella fumosa e poco attendibile professata da qualche fantomatico guru che imbottiglia storie e fandonie piuttosto che il frutto di un lavoro serio e rispettoso della Natura e di chi beve.
Roberto lavora le sue vigne con dei maestosi cavalli ed oggi l'ho visto rattristarsi in modo sincero e viscerale vedendo una delle sue cavalle soffrire di un grave problema alle zampe. Cavalli per lavorare in vigna, oche libere di scorrazzare nel vigneto effettuando un diserbo naturale e mangiando botaniche coltivate ad hoc per dar loro un naturale nutrimento che si trasformerà in concime, bio che più bio non si può!
Tutto questo, però, non è fatto per metterlo in una brochure o per postare qualche foto sui social - quello semmai lo faccio io! - e non è frutto di lampi di genio basati su convinzioni che di concreto hanno ben poco. Ogni scelta, ogni azione, ogni componente dell'azienda Di Filippo è ponderata e seguita con grande senso critico ed attenzione maniacale, con il supporto di importanti università e di ricercatori che diano risposte scientifiche e pratiche a concetti che già di per sé potrebbero essere giusti per la loro sostenibilità. Fare vino, però, è un lavoro e noi ce lo dimentichiamo sin troppo spesso o, forse, facciamo finta di dimenticarlo. Il percorso intrapreso da Roberto è quello dell'Agroforestry (o agriforestry), un approccio simbiotico alla viticoltura ed all'allevamento, nel quale le due attività agricole interagiscono con il fine ultimo della qualità e della sostenibilità etica, ecologica ed economica.
Tutto questo, infatti, ha un senso se e solo se, alla fine dei giochi, in bottiglia finiscano vini puliti, apprezzabili e di grande identità di terroir. Io, personalmente, ho riassaggiato oggi i vini di Roberto dopo più di un anno e devo ammettere che sin dagli assaggi da vasca e da botte la sensazione sia stata quella di un'ulteriore step qualitativo, in particolar modo con il Trebbiano Spoletino, passato ormai da una curiosità di nicchia ad una certezza dell'Umbria bianchista.
Sugli scudi il Grechetto Sassi d'Arenaria 2015 di grande varietalità, fresco più di quanto in genere sappia essere questo vitigno e minerale, come il calcare dei terreni dai quali proviene.
Conferme irremovibili dal Montefalco Rosso e dal Sagrantino che vengono interpretate entrambi in due versioni:
Montefalco Rosso 2014: una beva più pronta, di facile approccio, indotta dal solo acciaio che enfatizza l'apertura aromatica ed una freschezza davvero profonda. Ottimo equilibrio dell'uvaggio fra Sangiovese (60%), Barbera (30%) e Sagrantino (10%).
Montefalco Rosso Sallustio 2013: un anno di più, stesso uvaggio, più complessità rispetto al primo, ma capace di mantenere una freschezza ancora lineare ed un frutto bello, integro ed assolutamente non infastidito dal legno (grande), dal quale prende solo una leggera speziatura terziaria che si amalgama al meglio con quella naturale del Sangiovese. Fa pensare ad una buona prospettiva evolutiva. Il lato intrigante del Montefalco Rosso.
Etnico Montefalco Sagrantino docg 2012: come nel Montefalco Rosso anche in questa versione riscontro più immediatezza, meno fronzoli e voli pindarici. Un vino schietto e di grande concretezza, che fa della sua maggior approcciabilità non un mero sinonimo di "facilità", bensì di levigatura tannica, rara con quello che è in assoluto il varietale più tannico al mondo. Un Sagrantino che si lascia bere oggi, senza troppi impacci. Non male, data l'"etnia"!
Montefalco Sagrantino docg 2012: ecco il cavallo di razza, il Sagrantino nella sua possenza tannica e nella sua appassionata struttura. Bello il dialogo fra parti dure e morbide, fra frutto e dinamica del sorso, fra cenere e luce. Un vino che oggi ti lascia intravedere il suo potenziale, te lo lascia fra i denti e sul palato. Lui è lì, vuole essere aspettato ed a certe bottiglie va concesso e lo si fa con grande piacere, in attesa di evolute emozioni. Si può ancora fare tradizione, nella consapevolezza e con la lungimiranza di voler trasformare le scelte presenti nelle tradizioni del futuro e Roberto Di Filippo in questo è maestro.
Molto bilanciati e da bere con inerzia anche i due vini dolci, la Vernaccia di Cannara ed il Sagrantino Passito, che non lasciano scampo e vengono apprezzati anche da chi non ami particolarmente il "genere".
Interessanti i risultati ottenuti con i "senza solfiti" che, specie nel Grechetto, esprimono un percorso di ricerca orientato a ridurre la chimica, non solo in vigna, ma anche in cantina, step by step e senza rinunciare alla godibilità del vino. Proprio in quest'ottica ho chiesto a Roberto cosa ci voglia secondo lui per fare un vino "naturale" e lui, con la sua proverbiale concretezza, mi ha risposto: "molta più attenzione, competenza tecnica e pulizia che nel fare vino convenzionale, perché è il calice a parlare e se un vino non è a posto non è a posto!".
Inutile chiosare con altre mie considerazioni, credo la sua frase dica molto su quanto siano importanti competenza e consapevolezza al fine di produrre un vino veramente rispettoso a 360°.
Questo viaggio, come e più di altri, ha confermato che un vino "pulito fuori e pulito dentro" è possibile e che non si può prescindere da tecnica ed esperienza per produrlo.

F.S.R.
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