mercoledì 26 luglio 2017

La nascita dei tappi in sughero dalle sugherete alla bottiglia - Visita ad Amorim in Portogallo

La nascita dei tappi in sughero dalla sughereta alla bottiglia - Visita alle sedi Amorim in Portogallo

Una delle diatribe più accese degli ultimi anni nell'enosfera è sicuramente quella che vede contrapporsi tappi in sughero versus tappi alternativi. Io stesso ne ho disquisito più volte, cercando di mantenere un atteggiamento equilibrato, ma ponendo alla vostra attenzione pro e contro di ogni tipologia di tappatura. Eppure, troppe spesso mi sono ritrovato a dover fare affidamento su scritti di terzi, spesso non comprobati e con molto empirismo a monte di deduzioni a volte condivisibili altre opinabili. Ecco perché ho ritenuto opportuno andare a vedere con i miei occhi tutto quanto fosse possibile vedere circa la creazione di un tappo in sughero naturale. Per farlo ho accolto con non poca curiosità ed estremo piacere l'invito dei leader mondiali in termini di numeri, tradizione ed innovazione nel campo della produzione di derivati del sughero ed in particolare dei tappi in sughero da vino.
tappo in sughero difetti
Amorim
Sto parlando di Amorim, azienda storica che nasce in Portogallo nel 1870 ed ancora oggi vede la stessa famiglia Amorim al comando, nonostante la scomparsa proprio qualche giorno fa dell'ex presidente del colosso mondiale del sughero Amèrico Amorim.
Perché andare proprio da Amorim? Un paio di numeri prima di tutto: nel mondo vengono prodotti circa 12 miliardi di tappi l’anno e praticamente un terzo di questi proviene dagli stabilimenti di questa società portoghese.
Numeri impressionanti, vero? Numeri che fanno pensare a qualcosa di completamente industrializzato, automatizzato e ad una produzione massificata, omologata, in cui la quantità si faccia beffa della qualità, ma... niente di più sbagliato!
Un video che sintetizza in modo esemplare ed emozionale la realtà Amorim

Le sugherete e la decortica - "Per fare un tappo ci vuole un albero"
Il mio viaggio è partito proprio da dove nasce tutto, ovvero dalle foreste di quercia da sughero (quercus suber - lat.) dell'Alentejo, vero epicentro delle sugherete portoghesi e globali. E' in questo luogo incontaminato, che nasce, cresce e viene reperita la materia prima per quella che ancora oggi è la chiusura più utilizzata per il nostro amato vino.
La foresta di sughero portoghese è considerata uno dei 35 santuari di biodiversità del mondo, e da qui annualmente si ottiene buona parte della sue produzione mondiale. Il Portogallo è il primo paese produttore, segue la Spagna e poi tutti gli altri paesi del bacino mediterraneo tra cui l’Italia, con una produzione, ovviamente, concentrata in Sardegna.
produzione sughero al mondo
Il ciclo del tappo di sughero inizia, qui, con la decortica, un processo che ancora oggi viene svolto completamente a mano da squadre di decorticatori locali che si tramandano questo sapere artigiano di generazione in generazione, mantenendo in vita quella che ad oggi è l'attività artigianale più remunerata al mondo, proprio per via dell'alta specializzazione richiesta e per la poca disponibilità di personale qualificato.
decortica quercia sughero
Le operazioni di decortica si svolgono nel periodo tra maggio a luglio, quando la linfa scorre tra il fusto della pianta e la sua corteccia favorendone il distacco dalla pianta madre, nel pieno rispetto dei cicli della natura. L'attenzione dei decorticatori è maniacale, in quanto ogni ferita inferta alla pianta potrebbe causarne la morte e quindi l'improduttività, altro motivo per il quale la loro esperienza è e resterà sempre fondamentale in questo settore. Vedere questi uomini segnati dal tempo arrampicarsi su questi maestosi alberi incidendo la sola corteccia con una sorta di piccola accetta, per poi far leva con un apposito manico e distaccare il sughero con tale maestria è stato a dir poco emozionante.
decorticatori guadagno
"Decorticare una quercia da sughero è un po' come tosare una pecora", in quanto quest'azione permette alla pianta di non accumulare sughero (isolante) all'esterno e di rigenerarsi ciclicamente e di svilupparsi nella maniera più equilibrata.

La cosa che mi ha impressionato di più è la durata di questi cicli, che partono con la semina o con la nascita di una quercia spontanea (la maggior parte delle sugherete è ancora di natura spontanea) per arrivare alla prima decortica al raggiungimento di 25 anni. La prima decortica, però, non darà origine a sughero atto a tappi, in quanto ancora vergine e non idoneo alla fabbricazione di chiusure di qualità. 

Dovranno trascorrere altri 9 anni per la seconda decortica e ancora altri 9 prima che dalla corteccia si possano realizzare tappi. In pratica occorrono minimo 43/45 anni dalla nascita della pianta per iniziare a produrre tappi in sughero. La vita media di una quercia da sughero è di circa 200 anni, quindi fate voi i vostri calcoli e ditemi se questo potrà mai essere un processo assimilabile alla produzione massificata (in questi ritmi vincolanti risiede uno dei motivi per i quali difficilmente grandi multinazionali investiranno in questo settore... per fortuna, direi!).
corteccia sughero tappi
A questo punto il sughero raccolto dai decorticatori viene subito trasportato nella sede più vicina di Amorim nella quale ogni pezzo si sughero verrà rifilato, messo a stagionare in cataste poste in piazzali in cemento drenante, con un'apposita copertura, in modo da permettere un'asciugatura sana e lenta, che durerà circa 6 mesi. Anche in questo caso le attenzioni di Amorim sono lodevoli, in quanto molte altre aziende non adottano alcuni degli accorgimenti messi a punto dall'azienda portoghese rischiando che il sughero possa marcire favorendo lo sviluppo di altri difetti (la macchia gialla ad esempio, responsabile dei sentori di cartone bagnato) che verranno successivamente traslati nel tappo e quindi altereranno il nostro vino.
amorim sughero
Ecco le 4 misure preventive contro i potenziali difetti dei tappi in sughero adottate dall'azienda:
  • Pavimenti in cemento drenanti per evitare il contatto con la terra (prima il sughero veniva lasciato stagionare in foresta con ovvi problemi di contaminazione e di ristagno);
  • Taglio della zeppa (viene eliminata la parte che è stata per anni a contatto con la terra potenzialmente più carica di inquinanti);
  • Copertura delle cataste (contro la macchia gialla o sughero putrido – sensazioni di cartone bagnato – dovuto al ristagno di acqua e/o umidità durante la stagionatura),
  • Sollevamento da terra delle cataste per permettere maggior ricircolo d'aria ed evitare il contatto con il pavimento di ogni plancia;
Il sughero viene poi bollito e vaporizzato per eliminare gran parte dei microorganismi e delle impurità e per renderlo più malleabile, donandogli quindi le caratteristiche ideali per la produzione dei tappi.
amorim tappi portogallo
Se è vero che la nascita dei tappi da sughero richiede tanta fatica, rispetto per la Natura e tanta pazienza, è pur vero che i produttori di vino da un lato ed i consumatori dall'altro non si pongono di questi problemi e vogliono tutto e subito o quanto meno con tempi e velocità decisamente più rapidi. E' qui che entra in gioco il secondo reparto Amorim che ho avuto modo di visitare, ovvero quello dedicato alla ricerca ed allo sviluppo, nonché alla produzione dei tappi ed alle infinite analisi di ogni plancia prima e di ogni tappo poi.
Tra i vari problemi correlati alla tappatura del vino la lotta al TCA.
TCA che può essere presente nel tappo a causa della contaminazione di una piccola parte della corteccia (da notare che il sughero è uno potente isolante ed è per questo che anche nello stesso tappo per avere un'incidenza nel vino di quello che comunemente chiamiamo “sentore di tappo” è necessario che sia la parte a contatto con il liquido quella intaccata dalla tricloroanisolo).
Un'attenzione, quella verso la TCA, davvero trasversale e che passa dai più pregiati tappi monopezzo, alle singole rondelle per tappi da spumante ai singoli granuli per i tappi agglomerati. Ogni singolo tappo di Amorim subisce trattamenti naturali e meccanici (mai chimici) atti a scovare e scongiurare contaminazioni del nostro vino.
Cos'è il TCA e da dove viene?
E' importante sottolineare che il TCA, che in molti pensano sia dovuto esclusivamente all'azione di un fungo o di una muffa, in realtà va ad inquinare il sughero direttamente in pianta a causa dell'azione irresponsabile dell'uomo. Studi scientifici, infatti, hanno dimostrato che il TCA si formi a causa di agenti chimici provenienti da diserbanti ed altri prodotti utilizzati in passato in agricoltura che avrebbero inquinato terreni e falde acquifere. Ovviamente questo tipo di prodotto ha un decadimento lunghissimo ed ancora oggi ne paghiamo lo scotto ogni volta che stappiamo un vino e riscontriamo sentori di tappo. Il fungo a quanto pare è in grado di scatenare la reazione che darà poi vita alla contaminazione del vino. Altra nota importante è che il TCA è stato rilevato anche in vini non tappati a sughero, in quanto presente nel vino stesso in quantità percettibili. Questo è dovuto all'inquinamento di botti in legno o ad altre fonti di contaminazione atmosferiche negli ambienti di cantina e/o di stoccaggio. In questo caso è fondamentale specificare che il sughero in realtà funge da isolante e non lascia entrare nulla nella bottiglia a meno che non presenti difetti di produzione, rotture o restringimenti, lo stesso vale per i tappi a vite (di tipo ermetico e non traspiranti), mentre i tappi in plastica sono risultati i più permeabili da inquinanti atmosferici.

Niente più TCA! - La prima rivoluzione del sughero - Ndtech®

Passiamo dunque a quella che è stata la prima rivoluzione del sughero capitanata e ad oggi portata avanti dalla sola Amorim, ovvero Ndtech®, il progetto che ha reso possibile ciò che sembrava essere impossibile: la creazione di un tappo naturale garantito contro la TCA. Il naso elettronico che scopre i tappi difettosi, infatti, elimina i pezzi contaminati da tricloroanisolo (TCA) prima che entrino nella catena produttiva. La tecnologia utilizzata è stata messa a punto dalla stessa azienda portoghese in collaborazione con dei veri geni del settore ed è così segreta che non mi è stato permesso scattare foto all'interno dei laboratori, ma posso assicurarvi che anche uno scettico come me, di fronte a tale perfezione, non abbia potuto fare altro che credere.

L’avanguardia tecnologica riesce a rilevare la presenza di una molecola con un grado di 0,5 nanogrammi di TCA per litro (parti per trilione) e rimuovere automaticamente i tappi incriminati; da tener presente che la soglia di rilevamento di 0,5 nanogrammi/litro è l’equivalente di una goccia d’acqua in 800 piscine olimpioniche. “Il sistema NDtech® ha richiesto cinque anni e 10.000.000 di euro in investimenti in ricerca e sviluppo da parte di Amorim, oltre ad una partnership con una società britannica specializzata in gascromatografia, ma ora la remota possibilità di trovare una bottiglia alterata dal gusto di tappo viene superata”, conclude Carlos Santos, AD della Amorim Cork Italia che ci ha fatto da Cicerone attraverso l'azienda.
Verifiche di due importanti Istituti di analisi e di ricerca in campo enologico a livello globale su NDtech®
Questa è la realtà dei fatti, con tanto di studi di istituti ed enti scientifici internazionali a supporto di ciò che ho avuto modo di vedere e testare personalmente, ma mi rendo conto che, io stesso, prima di questo viaggio non avrei mai potuto credere a qualcosa del genere e, soprattutto, è da sottolineare che non tutti i tappi in circolazione, specie quelli delle altre aziende che non dispongono di questa tecnologia, siano garantiti contro la TCA. La cosa interessante, però, è che tutti i tappi in sughero naturale di Amorim subiscono una notevole quantità di test che già portano la percentuale di tappi potenzialmente affetti da TCA a soglie ridicole, ma se prima si era disposti ad accettare il rischio per mancanza di alternative, oggi ogni produttore può richiedere l'ulteriore test con il sistema NDtech® e quindi la garanzia totale contro la TCA per i propri tappi, con una piccola maggiorazione.
Etica e Sostenibilità
Un'ulteriore importante considerazione va fatta circa l'etica e la sostenibilità che rappresentano i valori cardine di questa azienda e partono dall'utilizzo di ogni singola parte del sughero per la produzione di tappi (monopezzo, in granina e rondelle), di altri prodotti in sughero come oggetti di design, coibentazioni per bioedilizia e per l'industria aerospaziale, nonché pavimenti e pareti, abbigliamento ed una serie infinita di altre creazioni, fino ad arrivare alla combustione della polvere di sughero per alimentare le centrali a biomassa degli stabilimenti ed al progetto ETICO che da oltre sei anni recupera e ricicla tappi in sughero, andando a sostenere sia l'azienda stessa che enti di beneficenza.
Quindi filiera chiusa e progetti di ecosostenibilità e solidarietà a testimoniare l'approccio sostenibile ed etico di Amorim.

La Amorim è un'azienda verticalmente integrata, con un'economia circolare, che prevede l'azzeramento degli sprechi, la massimizzazione di ogni operazione di produzione e quindi un'ottimizzazione dei costi di gestione dell'impresa. Il paragone tra il sughero il maiale è un must, dato che anche di questo preziosissimo materiale naturale "non si butta via niente".

Considerazioni finali su tappi & co.
Io continuerò ad avere un atteggiamento equilibrato e rispettoso e nonostante tutto, come detto allo stesso Carlos, penso che i risultati raggiunti con le tappature a vite siano quanto meno interessanti, ma mi permetto di consigliare ai produttori ed agli appassionati di approfondire le dinamiche di produzione di tutte le tipologie di chiusura e di verificare, non tramite gli studi interni delle singole aziende, ma affidandosi ad istituti ed a laboratori esterni, quali siano davvero, oggi, i pro ed i contro del tappo in sughero di qualità e dei tappi a vite, in modo che ognuno possa semplicemente farsi una propria idea.
E' indubbio che il sughero sia una materia prima sempre più difficile da reperire, ma è grazie ad Amorim che si stanno reimpiantando intere foreste e che si da lavoro ancora a oltre 3000 artigiani decorticatori portoghesi, in una zona che, altrimenti, avrebbe già subito una desertificazione naturale e sociale.

Detto questo c'è e ci sarà sempre il problema dei costi, ma anche da questo punto di vista il gap non è poi così ampio, se facciamo eccezioni per i tappi di alta gamma che, però, fanno riferimento all'1% dei vini prodotti oggi, nel mondo.
Comunque, pensare che ci sia una sola via da seguire sarebbe da ottusi, ma alla luce di quanto visto coi miei occhi e di quanto testato personalmente, per certo so che il tappo in sughero, specie se garantito contro la TCA, resti il miglior sistema di chiusura per vino in assoluto, non solo per il discorso meramente legato alle deviazioni organolettiche, bensì  per l'aspetto evolutivo del vino stesso, che grazie al tappo in sughero può assorbire una minima quantità di tannini atti al fissaggio del colore e può avere a disposizione una quantità di aria ottimale che non è quella che penetrata dall'esterno, ma quella contenuta dei pori del tappo che verrà enfiata nella bottiglia al momento della compressione in tappatura.
Dati forniti da autorevoli agenzie di statistica nei principali stati consumatori ed importatori di vino
Come vedete dai dati qui sopra si può dedurre che il fattore culturale e di tradizione, ma anche le qualità del sughero siano ancora oggi molto incidenti sulle scelte del consumatore e questo non può che influire su quelle dei commercianti e per ovvi motivi su quelle del produttore. Fa specie che un mercato così importante come quello degli USA, solitamente più frammentato e forse più aperto alle "novità", non sembri avere dubbi in questo caso.
Sia chiaro, il tappo a vite avrà la sua evoluzione e di certo sarà sempre più presente nelle bottiglie anche di fascia media, oltre che in quelle di fascia bassa, ma non è escluso che questo maggior utilizzo non metta a nudo alcuni limiti culturali (i dati dicono che il tappo a vite è cresciuto esponenzialmente in termini di vendite con l'inizio della crisi del 2009, ma che poi si è stabilizzato, mentre il tappo in sughero oggi sta riacquisendo importanti quote di mercato, di pari passo con un maggior potere d'acquisto delle aziende e questo è sintomatico della percezione generale del sughero) e, soprattutto, l'appurata predisposizione alla riduzione dei vini affinati in bottiglia con tappi a vite nei quali la capsula in alluminio costituisce solo il supporto fisico mentre l’ermeticità è fornita dalla pellicola impermeabile contenuta all’interno. Questa pellicola è quindi l’elemento più importante del tappo a vite per vino ed è composto da materiale poli-accoppiato multistrato di polietilene espanso + strato isolante (Saranex, alluminio, stagno) + film trasparente idoneo al contatto con gli alimenti.
Non mi addentrerò nelle dinamiche relative alla tipologia di bottiglia da utilizzare ed alla linea di imbottigliamento da adeguare alla tappatura a vite, perché credo che se un produttore sia convinto di voler utilizzare questo tipo di tappo sia perfettamente in grado di fare i propri conti ed il mio non è di certo un invito ad acquistare tappi dall'una piuttosto che dall'altra azienda, ma è - come sempre - un'esortazione a non dare mai nulla per scontato e ad approfondire là dove si possa farlo. Io, nel mio piccolo, ho fatto presente ad Amorim che mi piacerebbe vedere molti produttori italiani in visita nella loro azienda ed ho appreso che lo fanno già da molto, ma che l'obiettivo è quello di implementare la possibilità di vedere con i propri occhi e di toccare con mano quanto quest'azienda faccia e quanta artigianalità, passione e, ovviamente, ricerca ci siano dietro ad un singolo tappo.

Parliamo spesso di romanticismo in vigna, di naturalità, di salvaguardia del sapere artigiano e della biodiversità, nonché di etica e di sostenibilità... beh, tutti questi valori io in Portogallo lì ho riscoperti in un luogo in cui mai avrei pensato di trovarne di così nitidi, vale a dire in un'azienda così grande ed importante. 
Fa un po' riflettere il consueto abbinamento del tappo a vite, di produzione più industriale e di certo meno sostenibile ed ecocompatibile, ad una filosofia più green o bio nel vino.
L'idea che mi sono fatto di Amorim, visitando tutto ciò che si potesse visitare, dalle sugherete ai laboratori più tecnologicamente avanzati, è quella di una realtà che nonostante la sua leadership globale, non smetta mai di alzare l'asticella e di inseguire sogni, che divengono mission e che una volta raggiunti servono da volano per ulteriori traguardi. Uno di questi traguardi sarà svelato l'anno prossimo e porterà, probabilmente, alla seconda e definitiva rivoluzione del sughero ed a quel punto, credo, ogni singolo dubbio reale o potenziale verrà fugato. Ma questa è un'altra storia e spero di potervene parlare in futuro...
A prescindere dalle opportune opinioni di ognuno (credo ci sia spazio per ogni scelta e posizione in questo campo come nella produzione del vino stesso, nel momento in cui ci siano comprensione e rispetto) credo che visitare una sughereta durante il periodo di decortica e, magari, seguire il sughero fino alla nascita dei tappi in modo da comprendere quanto sia affascinante, ma lungo ed attento il processo di produzione. Per me è stata un'esperienza davvero interessante, che mi spingerà ad essere ancora più attento e curioso riguardo le evoluzioni di ogni tipologia di chiusura, nell'attesa di potervi raccontare anche una visita in una fabbrica di tappi a vite, magari... perché, no?! Di sicuro sarà un po' meno affascinante, ma di sicuro potrà darmi ulteriori spunti di riflessione da condividere con voi.

N.B.: non credo che un'azienda di questo calibro avesse bisogno di un endorsement da parte mia e lungi da me voler imporre un'idea commerciale o una filosofia etica a consumatori o ancor prima ai produttori, ma credo fosse opportuno raccontarvi la mia esperienza e darvi qualche informazioni in più riguardo il mondo dei tappi in sughero ed Amorim, che è la più antica azienda al mondo in questo campo, ancora oggi guidata dalla stessa famiglia che la fondò nel 1870.


F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 24 luglio 2017

Poggio Lupo - Un sogno che diventa realtà in Umbria

Oggi torniamo in Umbria, dove ho avuto il piacere di scoprire un'azienda agli albori, che ha all'attivo solo una prima annata di produzione, composta da due vini dei quali sono state prodotte circa 3mila bottiglie per tipologia, ma di questo vi parlerò più avanti. Lasciate che vi racconti qualcosa di Poggio Lupo – questo è il nome di questa neonata cantina -, una realtà nata dal sogno di Massimo, Manuela e Marco Morgante, figli di Alberto che negli anni 60 fece la sua fortuna aprendo il primo supermercato al dettaglio in Abruzzo e il quinto in Italia. Massimo è un professore universitario presso la Facoltà di Medicina Veterinaria di Padova; Manuela è una commercialista e lavora nel suo studio di Roma; Marco lavora presso una banca in Abruzzo. Pur avendo preso strade diverse da quella paterna hanno sempre avuto un sogno in comune. Così il giorno in cui Manuela propose ai suoi fratelli di rilevare un'azienda agricola in Umbria, per rendere onore all'eredità del padre, sono stati tutti concordi nell'iniziare a scrivere insieme questo nuovo capitolo delle proprie vite e della famiglia Morgante.
L’azienda Agricola Poggio Lupo (il nome deriva dal toponimo riportato sulle carte catastali del casolare che si trova in cima alla collina più alta) è sita nel comune di Allerona, in provincia di Terni (Umbria) e si colloca a nord di Orvieto in un territorio ancora incontaminato e particolarmente vocato per la coltivazione della vite e dell’olivo. E’ caratterizzata dalla presenza di terreni argilloso-sabbiosi comprendenti argille grigio-azzurre, risalenti al pliocene medio inferiore. L’azienda si estende per 70 ha su un dislivello che varia tra i 220 e i 350 m s.l.m. Il vigneto è collocato in un anfiteatro naturale con una esposizione sud-est che ne permette un ottimo irraggiamento solare durante l’intero arco della giornata.
Poggio Lupo è una giovanissima azienda gestita principalmente in prima persona da Massimo e dal figlio Alberto che studia viticultura ed enologia a Perugia con la consulenza per il vigneto del giovane enologo Fabrizio Fimiani.
Come accennato in precedenza, la prima vinificazione risale all'anno scorso, ovvero alla vendemmia 2016 abbiamo che ha dato vita ad un Umbria Bianco IGP (utilizzando uve Sauvignon blanc al 100%) e un Umbria Merlot IGP (utilizzando uve Merlot al 100%). Con buone probabilità si arriverà nelle prossime vendemmie a sfruttare la vigna vecchia (40 anni) per la vinificazione di uve autoctone come il Procanico, il Verdello ed il Grechetto.

Massimo pur essendo abruzzese di nascita e origini è Umbro di adozione, dove ha studiato all’università di Perugia Medicina Veterinaria e dove vive ormai da più di 40 anni. Perugia ha dato anche i natali al figlio Alberto che lo coadiuva nella gestione del vigneto. Sin da quando è stata rilevata l’azienda si è cercato di mantenere il più possibile il legame col territorio e soprattutto con le persone che avevano lavorato da sempre in azienda. La ricerca dellas sostenibilità e della tradizione passa anche per la scelta di mantenere i rapporti con i collaboratori della precedente gestione, tutti nati e vissuti nella zona di Allerona. Anche il nome dei vini (DELSOLE e DELLALUNA) sono stati ispirati dalla Porta Del Sole e dalla Porta Della Luna che sono le due porte principali del bellissimo borgo medioevale di Allerona.
Porta del Sole - Allerona
L'approccio in vigna ed in cantina è quello dell'agricoltura e della viticoltura biologica e sostenibile, ma senza dimenticare ciò che di buono e di meno invasivo la modernità metta a disposizione dei vignaioli oggi.
Una delle cose che mi hanno colpito di più del racconto legato a questa azienda è stata di sicuro un aneddoto che vede protagonista il padre Alberto e che ora vi lascio raccontare da uno dei suoi figli:
“Noi dobbiamo tutto a nostro padre Alberto che ci ha dato la possibilità di coronare questo sogno. Lui è stato un commerciante anche e soprattutto di vini all’inizio della sua attività, subito dopo la guerra. Era un grande intenditore di vini come tutti coloro che li comprano e li rivendono, ma con una sua peculiarità, era totalmente astemio! Questa sua “avversione” a bere il vino era originata da un episodio successo alla fine della seconda guerra mondiale quando l’Italia fu invasa e saccheggiata dalle truppe tedesche. Nostro padre Alberto aveva solo 18 anni quando, nostro nonno Callisto lo mise di guardia a tre botti ti Vermouth dentro una grotta per non farlo trovare ai tedeschi. Mio padre lo custodì per tre giorni e tre notti e quando il pericolo fu scampato finalmente uscì dalla grotta. Appena uscito si senti male, i fumi dell’alcool che aveva respirato nella grotta per tre giorni lo avevano completamente ubriacato. Da quel giorno non riuscì più a bere neanche un sorso di vermouth e né tanto meno uno di vino!”

I Vini assaggiati sono ben più di quanto mi aspettassi da una prima annata, complice una 2016 generosa, ma anche un grande garbo nell'interpretazione di due vitigni, che seppur internazionali, mostrano in questa zona un'identità molto spiccata.
Il Sauvignon Delsole 2016 Umbria IGP di Poggio Lupo porta con sé la forza e l'eleganza delle crete nelle quali affonda le sue radici. Un sauvignon bilanciato nei profumi e per questo per nulla eccessivo e noioso nell'espressione tiolica. Un naso fresco e balsamico che innesca quell'aspettativa mista a speranza di trovarsi in bocca, da lì a poco, un sorso altrettanto fresco, dritto, lungo e vitale. Aspettativa e speranza pienamente soddisfatte, con un tocco sapido nel finale che rende ancora una volta, come piace a me, inerziale la beva. Un vino che ho stappato in terrazza, in una di queste caldissime serate di luglio e gli è bastato un attimo per rinfrescare aria ed anima.
Poggio Lupo - DELSOLE 2016
Il Merlot Dellaluna 2016 di Poggio Lupo fa solo acciaio, ma sfrutta la struttura del terreno e la bassa resa per ettare per ottenere volume e morbidezza, evitando ogni incidenza da affinamento in legno. Il varietale qui è rispettato nel senso più democratico del termine e fa ben sperare per le prossime produzioni.
Sorso intenso e pieno, ma capace di mantenere una buona freschezza, che rende schietto ma elegante questo Merlot in purezza, capace anche di una buona lunghezza.
Poggio Lupo - DELLALUNA 2016

Vino che mi fa pensare alla passione ed all'amore che questa famiglia abbia messo nella concretizzazione di un sogno ed ancor più nel rendere questa cantina un veicolo di valori atavici come il rispetto, la condivisione e la lungimiranza.

F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 19 luglio 2017

Su Wine TV il servizio sull'Only Wine Festival visto dai Wine Bloggers

Ricordate l'Only Wine Festival? E' l'evento dedicato ai giovani produttori di piccole cantine d'Italia (e da quest'anno non solo) che si è tenuto a Città di Castello l'aprile scorso. Perché torno a parlarne proprio oggi? Semplice!
Perché da pochi giorni è entrato nel palinsesto di Wine TV (Canale 815 di SKY) un editoriale sull'Only Wine Festival che vedeva coinvolti alcune/i dei wine blogger e influencers che mi era stato richiesto di selezionare per l'evento. In chiusura troverete un mio ampio intervento, a riassumere il concept dell'OWF.
Il servizio in questione è "Only Wine Festival 2017 - Editoriale Tecnico"
Per tutti coloro che non hanno SKY il video del servizio è, da poche ore, online anche su Youtube e lo troverete qui sotto (il mio intervento va dal min 25 al termine del servizio, ma vi consiglio vivamente di guardarlo per intero in quanto ne vale davvero la pena).
L'Only Wine Festival è stato il primo ed il solo evento con il quale io abbia accettato di partecipare e le motivazioni sono state principalmente due: il focus della manifestazione è molto in linea con quello della mia ricerca enoica personale e quindi con quella di questo WineBlog, ovvero giovani produttori e realtà di dimensioni medio-piccole (con le dovute eccezioni, là dove io trovi rispetto, qualità ed identità); la partecipazione all'evento di ciascuna cantina era gratuita in quanto frutto di una reale selezione affidata a varie entità del mondo del vino con a capo AIS, che si è dimostrata molto aperta mentalmente introducendo come selezionatore anche una figura indipendente come la mia.

Per l'anno prossimo ci sono già in ballo migliorie e novità, ma di questo ve ne parlerò a tempo debito.
Intanto spero che questo servizio vi piaccia e colgo l'occasione per ringraziare lo staff di Wine TV, che si è dimostrato disponibile e davvero professionale nell'improntare uno speciale così particolare con persone che di certo non sono abituate a stare di fronte ad una telecamera, compreso il sottoscritto. Grazie anche a Simona Bizzarri, conduttrice che ha saputo mettere tutti a proprio agio.
Io penso che comunicare il vino in maniera democratica e trasversale significhi usufruire di tutti i media che abbiamo a disposizione e la tv è indiscutibilmente, ancora oggi, uno degli strumenti più forti, se non il più forte in assoluto, per arrivare ad un pubblico eterogeneo, e la possibilità che Wine TV ha offerto a degli appassionati di vino - perché noi wine bloggers siamo principalmente questo - è stata davvero importante.

F.S.R.
#WineIsSharing


martedì 18 luglio 2017

The Winefathers e La Cricca - Due progetti da vignaioli per i vignaioli

In questo WineBlog, ogni tanto, amo dedicare spazio e visibilità a quei progetti che abbinino al meglio qualità, sostenibilità ed una comunicazione etica del vino e del lavoro dei vignaioli. L'ho fatto in passato con dei progetto di crowdfunding e lo faccio oggi con un'idea che seguo dagli albori e che oggi, finalmente, può definirsi una concreta realtà: The Winefathers.
Ho deciso di lasciare che siano gli ideatori a raccontarvi di questo bellissimo progetto, che rappresenta un unicum nel panorama del vino italiano e non solo, quindi godetevi l'intervista.
the winefathers
  • Cos'è "The Winefathers"?
The Winefathers è il primo sito internet che consente di diventare parenti di vignaioli artigianali italiani. Ma cosa significa esattamente? Significa che sul nostro portale si possono supportare i progetti dei migliori vignaioli artigianali italiani, progetti orientati alla sostenibilità, sia essa ambientale (ad esempio il recupero di un vitigno autoctono in via di estinzione) o sociale (ad esempio la produzione di un vino lavorando con persone disabili). Supportando questi progetti si diventa cugini, zii, fratelli o sorelle, fino a winefathers e winemothers dei vignaioli. In cambio si ottengono ricompense proporzionali all’offerta effettuata: da bottiglie di vino a soggiorni dal vignaiolo, pranzi e degustazioni in famiglia ecc...
  • Come nasce il progetto e perché?
Il progetto è nato un po' per caso, come spesso capita. Siamo da sempre appassionati di vino e un giorno Luca Comello (il fondatore di The Winefathers), lavorando su un altro progetto imprenditoriale, si imbatte in un sito americano di nome Etsy, che mette in relazione tra di loro piccoli hobbisti e appassionati di tutto il mondo. Da lì si accende una lampadina: perché non fare qualcosa del genere nel mondo del vino? Da un lato ci sono tanti vignaioli artigianali che, pur avendo prodotti e progetti di qualità, faticano a farsi conoscere, e d’altro canto sono sempre di più gli appassionati che si interessano alla storia di piccole cantine fortemente legate al loro territorio.
Qui troverete tutti i vignaioli aderenti al progetto: www.thewinefathers.com/winemakers.
vignaioli italiani
  • A cosa puntate?
A diffondere una filosofia chiara e forte a cui teniamo molto: dietro un vino autentico e di qualità, c’è storia, cultura, legame con il territorio, rispetto per la natura e per le persone. Conoscere questi vignaioli, degustare insieme a loro, ascoltare i loro racconti: tutto questo è lusso secondo noi. Dobbiamo dire che il riscontro è molto positivo, soprattutto da oltreoceano, e questo ci spinge ad andare avanti.
  • E La Cricca, come nasce?
Il lavoro dietro al computer cominciava a stare stretto, ed ecco che, all’inizio del 2016 nasce il progetto La Cricca. Volevamo fare “il nostro vino”, ma chiaramente non ci si improvvisa vignaioli…
In quel periodo, però, abbiamo conosciuto l’enologo Giacomo Orlando, che lavora in una rinomata cantina friulana ma sentiva lo stesso bisogno di realizzare qualcosa di nuovo. E così abbiamo formato un gruppo - una cricca come la chiamiamo noi - per lavorare insieme e portare in tavola la nostra idea di vino friulano.
  • Quali sono i vini prodotti e quali sono i principi seguiti (se ci sono) in vigna ed in cantina?
Come prima produzione abbiamo scelto un Friulano e un Pinot Bianco. Si tratta di una piccola produzione di circa 2.000 bottiglie. Abbiamo voluto puntare su un autoctono che da sempre rappresenta il Friuli autentico, e un internazionale che ha trovato nella nostra regione alcune interessanti interpretazioni, ma su cui abbiamo voluto dire la nostra. I principi seguiti sono quelli della sostenibilità, senza se e senza ma. Utilizzo di uve biologiche e vinificazione secondo il disciplinare del vino biologico. Fermentazione spontanea per il Pinot. Ma non ci siamo limitati a questo. I nostri vini hanno un livello di solfiti che è circa la metà di quanto previsto dal disciplinare.
  • Quali sono i riscontri ottenuti sino ad ora?
Abbiamo appena lanciato i vini de La Cricca, da neanche due mesi, ma i riscontri sono davvero ottimi. I vini piacciono a esperti e non, e per noi è fondamentale, perché ci fa piacere avere buone recensioni dai sommelier ma rimaniamo convinti che il vero indicatore del successo è se la bottiglia finisce o rimane a metà. Poi chiaramente c’è chi preferisce il Friulano, autentico, salato, marino, retrogusto amandorlato, e chi il Pinot Bianco, più strutturato, fruttato, con sentori di spezie.
  • Progetti per il "futuro"?

Come La Cricca siamo entrati nei primi ristoranti ed enoteche, ma chiaramente per poterci far conoscere siamo alla ricerca di locali giovani, guidati da appassionati che abbiano voglia di proporre e raccontare un prodotto nuovo ai propri clienti. E poi, sia come La Cricca che come The Winefathers, punteremo sempre di più sul tema della sostenibilità. Stiamo lavorando ad un ambizioso progetto con un’università tedesca… ma ve lo racconteremo più avanti!
Sin dal principio ho trovato il concept del progetto The Winefathers davvero positivo e molto in linea con una comunicazione enoica organica, votata a far conoscere le realtà vitivinicole italiane più piccole e la figura del vignaiolo nella sua interezza, dalla fatica alla soddisfazione di portare in cantina le proprie uve e trarne un vino che sia frutto del proprio fare e del proprio sentire. Sono molto felice che le cose stiano andando bene, perché sono sempre molti i dubbi iniziali quando un progetto contiene una buona dose di sogno.
Per quanto concerne La Cricca, ho avuto modo di assaggiare entrambi i vini e devo ammettere che per essere una microproduzione sperimentale, alla prima annata, il lavoro svolto sia stato davvero notevole. Il Friulano è molto identitario, affusolato nella sua freschezza, ma ben composto nella struttura, con un finale sapido che invoglia al refill.
Il Pinot Bianco è un vino da attendere (sono sicuro che tra uno o due anni questo vino farà gioire anche i più scettici), ma che stappato "oggi" con degli amici che amano i bianchi affinati e non temono il legno ancora da integrare, ha mostrato un'evidenza lampante, ovvero che noi "enonerd" ci facciamo un sacco di paranoie sul legno, ma poi quando stappi una bottiglia così tra amici fuori "dalla cricca" il vino piace e la bottiglia finisce. A mio parere, quindi, la scelta di fare due vini così diametralmente differenti, eppure uniti da un concetto comune di sostenibilità e pulizia, è più che condivisibile, specie se si vuole inquadrare quale possa essere la strada da perseguire. 
I vini sono ben fatti, puliti e di buon equilibrio, quindi non mi resta che attendere le prossime annate, magari con numeri più importanti e godere le evoluzioni di questo bel progetto.

F.S.R.
#WineIsSharing

sabato 15 luglio 2017

Un Wine Blogger in viaggio attraverso la Sardegna del Vino

Continuano i miei viaggi enoici alla scoperta di territori meno conosciuti, ma non per questo meno vocati alla viticoltura o meno capaci di stupire, di indurre meraviglia negli occhi ed al palato.
Il mio ultimo tour mi ha portato in Sardegna, isola magnifica, dalla grande tradizione enoica, ma che negli ultimi decenni ha subito un calo ingente di attenzione sia da parte del "grande pubblico" che dei più appassionati.
L'obiettivo era quello di visitare quattro areali differenti per varietali coltivati, condizioni pedoclimatiche, sistemi di allevamento ed influenze storico-culturali partendo dal Sud ed arrivando al Nord, il tutto in tre giorni. Impossibile? Lo pensavo anch'io, ma sono sempre stato del parere che con positività, organizzazione e, soprattutto, con l'umiltà di affidarsi al giusto Cicerone il tempo possa far decisamente meno paura. Così è stato, ma lasciate che vi racconti nello specifico come sia andato il mio viaggio attraverso la Sardegna del vino.
Ora mettetevi comodi, versatevi un calice di buon vino, meglio se sardo, e godetevi il viaggio...

Il Sulcis - L'Isola di Sant'Antioco ed il Carignano

carignano del sulcis
Sulcis - Vigne sull'Isola di Sant'Antiaco a Calasetta
Arrivo a Cagliari di prima mattina ed incontro i miei due compagni di viaggio, Mario Bagella, giovane laureato in agraria, nonché vignaiolo, conosciuto in tempi non sospetti attraverso i vini che produce con suo padre a Sorso e Luca Mercenaro uno dei più noti esperti di agronomia sardi, nonché Professore al Dipartimento di Agraria dell'Università di Sassari. Come avrete notato dai miei ultimi viaggi il mio percorso di ricerca e di crescita è fatto di viaggi solitari di cantina in cantina, di evento in evento, di territorio in territorio, ma anche di “affiancamenti” con vari esponenti del settore, tra i quali enologi ed agronomi. Questo perché ho sempre ritenuto fondamentale, ai fini dell'acquisizione di maggiori competenze tecniche ed anche solo per il semplice fatto di aver un punto di vista differente sulle varie realtà enoiche che ho modo di visitare, poter condividere i miei viaggi con chi sia più preparato di me nella produzione di vino, dalla vigna alla cantina, piuttosto che nell'assaggio.
Nel caso della Sardegna la mia scelta non poteva essere più felice, in quanto parliamo di una terra in cui, oggi, forse ancor più di ieri, sono molti di più i vignaioli che i produttori di vino.
Mi spiego meglio... in Sardegna per anni le cantine sociali hanno fatto il bello ed il cattivo tempo e molti viticoltori non hanno mai avuto lo stimolo a produrre vino direttamente, preferendo conferire le proprie uve a tali cantine. Oggi, molte di quelle cantine sono fallite o calate notevolmente di potenziale, ma al loro posto restano i grandi nomi della produzione vitivinicola sarda che con i loro svariati milioni di bottiglie attingono alle uve di viticoltori di tutta la regione, se non altro remunerando abbastanza bene chi fa vigna.
Queste dinamiche, però, hanno portato la Sardegna ad avere tanta vigna e pochissime cantine private capaci di fare qualità in campagna al fine di produrre ed imbottigliare vino con la propria etichetta. Per fortuna, però, io ho avuto modo di incontrare piccole realtà che mi hanno riempito l'animo di positività a partire dalla prima tappa del mio eno-tour sardo: l'isola di Sant'Antioco.
Un luogo magico, un'isola collegata alla madre Sardegna con un istmo, quindi comodamente raggiungibile in macchina, che un tempo godeva dell'areale vitivinicolo più importante in termini di ettari (se ne contavano oltre 2500 ora sono solo 250) e di qualità dell'intera regione.
Oggi, un po' per le dinamiche legate al declino della cantina sociale, vuoi per una viticoltura non fra le più semplici, gli ettari vitati sono notevolmente calati, ma restano ugualmente alcune delle vigne vecchie ad alberello più suggestive e qualitativamente vocate attraverso le quali abbia avuto modo di camminare. Vigne impiantate per lo più sulla sabbia, che dimostrano spirito di abnegazione giorno dopo giorno, specie in annata siccitose come quella corrente, ma che sono in grado di regalare risultati di grande pregio in bottiglia, se rispettate da chi ne interpreterà il prodotto in cantina. Il vitigno principe di questa terra e del Sulcis in generale è il Carignano, vitigno di origine francese che ben si è adattato a questo territorio. Dopo aver visitato vari appezzamenti ed aver avuto modo di apprezzare, grazie al supporto dei due agronomi, le peculiarità pedoclimatiche ed ampelografiche di questa realtà vitivinicola, è arrivato il momento di assaggiare i vini nati da queste uve. Mario mi conosce e sa che se non servono cene di gala o cantine monumentali per stupirmi e farmi star bene, bensì occorre solamente la realtà pura e semplice di un territori e quella sera ciò che ho fatto è stato proprio un tuffo nella realtà di Sant'Antioco e del Carignano. I miei due compagni di viaggio, infatti, avevano organizzato una cena a base di informalità e convivialità, il tutto innaffiato da micro-produzioni di Carignano, portate da quelli che sarebbero stati i miei commensali, ovvero un gruppo di piccoli vignaioli uniti dalla passione per questo vitigno e dalla volontà di dare nuovo lustro al proprio meraviglioso territorio.
E' stato così che, tra un boccone di pecora arrosto ed un pezzo di pecorino sardo, ho potuto degustare, anzi bere alcuni delle più interessanti espressioni di Carignano dell'intera regione, confermando quanto già appurato in vigna, vale a dire il grande potenziale delle vigne di questo areale, specie dei vecchi alberelli capaci di grande complessità ed equilibrio anche nelle annate più difficili, unitamente alla possibilità di esprimere vini mai omologati e con molta identità ed altrettanta personalità.
Questa è una di quelle esperienze che ogni winelover dovrebbe invidiarmi, a discapito delle visite nelle più note cantine o assaggi di rinomati e rari vini, perché il vino è questo niente di più niente di meno.
Per concludere questa tappa, più che descrivere i vini uno ad uno, data la filosofia di questa associazione dei vignaioli indipendenti del Carignano, ci terrei a porre l'attenzione su quanto in questo caso il becero luogo comune “pocos, locos y mal unidos” venga meno, almeno per quanto concerne l'ultima parte dell'affermazione!

Meana - Il Mandrolisai

mandrolisai vino
Mandrolisai - Vigneti di Meana Sardo
Lasciata a malincuore la suggestiva Isola di Sant'Antioco, in cui anche le vigne sembrano spiagge tanto da invogliarti a camminarci attraverso a piedi nudi, mi dirigo verso Meana, nel Mandrolisai, dove si pratica quella che in Sardegna può considerarsi a tutti gli effetti viticoltura montagna.
Quando si pensa alla Sardegna si pensa al mare, alle sue meravigliose coste, ma è l'entroterra il cuore pulsante di una terra che per secoli ha visto proprio nel mare e nella costa la via d'accesso di conquistatori ed usurpatori. Vi risparmierò la lezione di storia relativa alle dominazioni subite dalla Sardegna e dai Sardi, anche se molte di essere si ripercuotono oggi in fattori culturali dominanti come i dialetti e per vie traverse anche nelle colture, quindi anche nel vino. E' importante, però, prendere atto di quanto zone come quella di Meana e più in generale del Mandrolisai, poste esattamente al centro della regione, abbiano rappresentato per molti sardi luoghi in cui stanziarsi, vivere e costruire abitazioni sin dai tempi dei Nuraghe e che oggi, però, si vedono spopolate per via delle poche opportunità lavorative e per la distanza dal mare, che per la Sardegna, allevamento e viticoltura a parte, rappresenta fonte di vita, lavoro e contatto con il continente.
Nonostante questo progressivo abbandono, però, il Mandrolisai resta uno dei luoghi più suggestivi e vocati alla viticoltura dell'Italia intera e probabilmente del pianeta, con altitudini che vanno dai 500mslm ai 750mlsm, con terreni differenti, ma tutti ricchi di forti componenti minerali vulcaniche.
Un territorio talmente vario e vocato che i sardi hanno pensato bene di sfruttare in tutte le sue sfaccettature riservandogli l'unica denominazione che contempli un blend. L'assemblaggio nello specifico è da uve: Bovale sardo non meno del 35%, Cannonau dal 20% al 35%, Monica dal 20% al 35%.
La Cantina di Meana è una realtà relativamente giovane, ma fondata su principi senza tempo quali il rispetto del territorio e della tradizione vitivinicola del Mandrolisai, dove le colline si fanno montagne e gli antichi vigneti ad alberello accolgono al loro fianco nuovi impianti con grande armonia, senza passarsi il testimone, bensì complentandosi vicendevolmente nel risultato di ogni vendemmia che arriverà in bottiglia.
Risultati che ho avuto modo di assaggiare, anche in questo caso nel modo più informale eppure più degno e coerente nel quale si possa ritrovarsi a bere vino, ovvero a tavola.
I vini prodotti, con il supporto dell'enologo Antonio Manca, sono il Parèda Isola dei Nuraghi IGT, il Parèda Mandrolisai Doc ed il Parèda Biologico IGT. Tra tutte le interpretazioni del blend tradizionale del Mandrolisai e tra le varie espressioni di questo territorio l'assaggio che mi ha colpito di più è stato senza ombra di dubbio il Mandrolisai Doc che enfatizza le due peculiarità che speravo di trovare in un contesto di questo genere, vuoi per l'altitudine, vuoi per l'età dei vigneti coltivati (nel caso di questo specifico vino) ad alberello, ovvero una grande e verticale freschezza, che attraversi una buona struttura, il tutto con un'armonia che anela all'eleganza. Freschezza ed eleganza, si... mi aspettavo proprio questo dai vini del Mandrolisai e la Cantina di Meana non mi ha affatto deluso.
Molto interessanti anche il progetto “bio”, che mira a dare un'identità ancor più rispettosa in vigna ed in cantina all'azienda.
Un luogo primordiale, in cui l'uomo ha assecondato ripidi pendii ed irti versanti di colline che raccontano storie antiche come quella del Nuraghe Nolza che dominia l'altopiano scistoso Su Pranu con una vista a 360° che rende concreta l'idea di quanto la vigna, qui, abbia connaturata in sé la meraviglia. Una meraviglia che andrebbe vista con i propri occhi, ma che al contempo andrebbe comunicata e veicolata ancor meglio attraverso i prodotti di una terra che ha tantissimo da dare e che sa emozionare come pochissime altre al mondo, ma che purtroppo è poco conosciuta ed ancor meno ricondotta a grande terra del vino. Io confido in voi tutti nel abbandonare le bellissime spiagge della Sardegna almeno per un giorno, durante le vostre prossime vacanze, alla volta del Mandrolisai, centro nevralgico di storia, cultura e viticoltura sarde.

Usini - Coros ed il Cagnulari

Usini - Vigne nel Coros della Cantina Carpante
Detto questo, il viaggio continua ed in un paio d'ore, direzione Nord ovest, ci ritroviamo a Usini, nel Sassarese, terra del Cagnulari, vitigno unico nel suo genere, dalle qualità a mio parere, ancora, solo minimamente comprese.
L'azienda che ho avuto modo di conoscere attraverso vigne vecchie, nuovi e futuri impianti, nonché, ovviamente, visitando i locali di cantina ed assaggiandone la produzione, è Carpante.
Due previe parole su Usini e sul territorio di Coros, nel quale la vigna ha sede da secoli e che non ha bisogno di grandi indagini o analisi per mostrare le proprie attitudini e la propria vocazione ad una viticoltura di qualità, in quanto basta guardarsi intorno e sotto i piedi per sentirsi letteralmente avvolti dal calcare. Interi costoni calcarei sui quali sorgono vigneti dalle forme di allevamento tradizionali fino a quelle più “moderne”, alla ricerca della massima qualità che si possa ottenere da quei bianchi terreni.
L'azienda Carpante coltiva con attenzione e rispetto quasi tutti i varietali storici di Sardegna, dal Cagnulari, come già detto, al Cannonau, passando per il Carignano ed il Vermentino, con piccole produzioni di Bovale e Pascale, con l'obiettivo di offrire una produzione che copra un ventaglio molto ampio, ma soprattutto con la volontà di dimostrare quanto questo areale possa dimostrarsi adatto ad ottenere, seppur con diverse personalità, ottimi risultati con tutti i vitigni sardi.
Anche in questo caso abbiamo la disposizione classica di vigne e cantina, che prevede i vigneti in diverse parcelle nelle campagne del paese e la cantina nel pieno centro, dove si vinifica, si imbottiglia e si stocca la produzione.
E' in cantina che assaggio tutti i vini Carpante e devo ammettere che il garbo in vinificazione, unito al valore aggiunto dato da questa grande quantità di calcare attivo assorbito dalle radici di ogni singola vite, mi hanno stupito su tutta la linea, con picchi relativi al Cagnulari ed al Vermentino Frinas in cui potenza espressiva, vena acida e sapida mineralità rendono ogni sorso inerziale.
Non posso che fare i miei più sinceri complimenti a Luca Mercenaro, che oltre ad avermi fatto da Cicerone attraverso altri territori e ad avermi presentato altri produttori, con la massima umiltà mi ha presentato i vini che cura in prima persona nell'azienda di sua moglie.

Sorso & Sennori - La Romangia

romangia vino sardegna
Romangia - Sorso e Sennori
Dopo l'ennesima degustazione, lasciamo Usini per dirigerci verso una città dal nome evocativo: Sorso.
Siamo in Romangia, terra che per decenni se non secoli ha rappresentato il “miglior vino” di Sardegna, ma che, anche in questo caso, ha avuto una fase di lento declino negli ultimi anni. Un declino che, però, non ha fermato alcuni giovani produttori che stanno letteralmente resuscitando questo territorio, cito Alessandro Dettori delle omonime tenute, le sorelle Laura e Delia della Cantina Sorres ed una delle mie più luminose scoperte degli ultimi anni, ovvero Mario Bagella della cantina 1Sorso, che oltre ad essere un valido agronomo, è stato l'altro mio compagno di viaggio in questo intenso enotour attraverso la Sardegna del vino.
Avevo già assaggiato i vini di Mario e di suo padre Leonardo e mi avevano colpito a tal punto da selezionarlo come uno dei più rappresentativi giovani produttori d'Italia per l'Only Wine Festival tenutosi lo scorso aprile a Città di Castello, ma non avevo ancora avuto modo di visitare i suoi vigneti affacciati sul mare, quindi non potevo che terminare il mio viaggio proprio da lui. Aspettate, però... c'è dell'altro! Prima di parlarvi dell'azienda 1Sorso dei suoi vini, c'è stato un tanto inatteso quanto piacevole fuori programma, legato a doppio filo alla passione per il vino ed alla storia di questa terra ed è stato l'incontro con la confraternità del Moscato di Sorso-Sennori, una delle più piccole Doc italiane, che stava quasi per perdersi, quando questo gruppo di vignaioli (anche in questo caso il becero adagio "spagnoleggiante" si dimostra inadatto) e di amici decide di dar vita ad un progetto che riporti in auge la storicità di questo ottimo vino dolce del territorio ed il vino stesso, producendone poche, ma fondamentali bottiglie per comprendere quali siano le potenzialità del moscato in questa zona.
Un assaggio che non dimenticherò, fatto mentre scorrevo un album di foto senza tempo, nelle quali erano ritratti i confratelli in vesti antiche e con fare ancestrale, come a rievocare i fasti di una terra e di un vino che oltre ad avere il colore del sole e dell'oro, era altrettanto prezioso per la popolazione locale.
Confraternita Moscato di Sorso e Sennori
Torniamo a Sorso, dove il giovane vignaiolo Mario Bagella e suo padre Leonardo accettano la mia proposta di organizzare una piccola degustazione alla cieca con alcuni dei più rappresentativi Cannonau del territorio, per comprendere tramite il mio palato e, soprattutto, tramite la loro stessa incondizionata percezione a che punto sia il loro vino.
La degustazione è stata davvero interessante ed ha confermato la qualità del lavoro svolto da 1Sorso, che si è distinta per eleganza e freschezza, nonostante i buoni prodotti proposti anche dalle altre realtà. Un contesto in cui anche le cooperative sono in grado di imbottigliare vini di grande qualità, magari con meno identità, ma molto piacevoli, quindi un ulteriore merito a Mario e suo padre per aver ben figurato in mezzo a vini davvero ben fatti.
Eppure, se il Cannonau 2016 1Sorso mi ha colpito molto, ha stupirmi in tutto e per tutto è stato il Vermentino 2016, in grado di mostrare il meglio del varietale al naso, evitando ogni nota organolettica omologante e noiosa come l'eccessivo aroma di banana al quale tendono molti "vermentini" sardi, specie in Gallura, evidenziando invece note fresche, marine e minerali, anche grazie alla leggera macerazione sulle bucce. Un vino di grande slancio, nonostante la buona struttura, che si fa bere anche grazie ad una sapidità che cresce fino alla chiusura del sorso. Il sole ed il mare si incontrano e si fondono in questo Vermentino, dando origine ad uno dei migliori bianchi assaggiati durante la mia permanenza in Sardegna.
Un viaggio davvero ben congegnato, che mi ha permesso di fare un "coast to coast", da sud a nord, in 3 giorni potendo dedicare ad ogni realtà la giusta attenzione. Ora non mi resta che pianificare il mio ritorno in terra sarda, stavolta per attraversarla in orizzontale.
Rinnovo il mio invito a provare a visitare almeno alcuni di questi areali durante i vostri prossimi viaggi in Sardegna... ne vale davvero la pena!

Per le altre foto scattate durante il mio viaggio in Sardegna clicca qui 
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F.S.R.
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