venerdì 22 luglio 2016

Il "culto" della Biodinamica nel Vino tra illusione e realtà

C'è chi crede a Dio, c'è chi crede al Bio, ma c'è anche chi crede alla Biodinamica ed io, onestamente, come tollero ogni religione e cultura diversa dalla mia (che poi, proprio bene bene quale sia mica lo so?!) non capisco perché non dovrei tollerare e cercare di conoscere e comprendere, nei limiti del possibile, chi ha fede e fiducia in pratiche, teorie, filosofie o pseudoscienze che a prescindere dalla loro attendibilità o meno, non fanno poi male a nessuno... o forse sì?
biodinamica vino
Allora, partiamo dal presupposto che io, come in molti di voi sanno, non ho mai pregiudizi riguardo ai Vini che assaggio ed alle Cantine cerco di conoscere, anche se con gli anni qualche mio personale criterio di selezione, per forza di cose, me lo sono fatto. Quindi assaggio con lo stesso approccio curioso e con la stessa sete di emozioni Vini definiti "convenzionali", biologici, biodinamici e/o "naturali" e valuto solo e soltanto le impressioni e le risposte che ottengo dal Vino stesso e per quanto sarebbe da ipocriti asserire che non si sia almeno leggermente condizionati dalla filosofia produttiva, io, personalmente, credo di esser ancor più condizionato dalla personalità del produttore stesso, sia esso convenzionale, bio o naturale, ami definirsi vignaiolo o produttore vitivinicolo.
Tornando a prima e fatta questa doverosa premessa, direi che il "male" non venga di certo dalla diversità di opinione, dalle differenze tecniche e tecnologiche, dalle divergenze filosofiche o pseudo tali là dove esse risultino costruttive e non mere dinamiche dialettiche volte a screditare l'una o l'altra "fazione", bensì potrebbe provenire dall'illusoria capacità di alcuni individui e dei propri accondiscendenti "followers", per non usare termini settari come adepti o discepoli,  di distorcere la realtà e far passare per concreto e veritiero qualcosa di quanto meno opinabile, se non surreale ed a volte inverosimile.
Prendiamo la Biodinamica, ad esempio... in molti sanno che sia una sorta di branca del biologico, ma in realtà, posso dirvi per esperienza diretta, che non molto fra produttori e winelovers sanno in maniera approfondita da dove derivi questa pratica prima teorico-filosofica poi agronomica ed a suo modo astro-chimico-scientifica.


Com'è noto il padre della Biodinamica è stato Rudolf Steiner, filosofo austriaco fondatore, anche, dell’antroposofia, che nel 1924, a 63 anni, pur non essendo un esperto di agronomia, tenne una serie di otto lezioni sull’agricoltura dal titolo“impulsi scientifico-spirituali per il progresso dell’agricoltura”, sulla fertilità del suolo e sulle forze cosmiche e spirituali che impregnano, secondo lui, il nostro mondo.
Fu proprio da quelle lezioni che, per convenzione, si pensi abbia origine l’agricoltura biodinamica. Come avrete intuito non possiamo parlare di una materia scientifica o di una pratica razionale, bensì di una filosofia che crede nelle “energie vitali” infuse nella materia inanimata applicata all'agricoltura e nel nostro caso alla viticoltura. Se guardiamo alla pratica agricola in sé, la biodinamica può rientrare per certi versi nel concetto dell'agricoltura biologica alla quale si vanno ad aggiungere pratiche “esoteriche”, legate al mondo olistico e mistico, tra cui l’utilizzo di alcuni “preparati” oltre all’attenzione verso le fasi lunari e le posizioni dei pianeti nelle costellazioni dello zodiaco. Cose, che... sia chiaro... sarebbero ed a parer mio restano ragionevoli laddove vengano private del contorno astruso e controproducente legato all'esoterismo, materia interessantissima a livello storico e culturale, ma davvero trascurabile se si parla di viticoltura, cosa molto diversa, invece per ciò che oggi sappiamo più o meno con certezza possa influire sull'agricoltura e su tutto ciò che accade sul nostro pianeta più in generale, ovvero le fasi lunari.
Tornando a Steiner, il filosofo iniziò il suo percorso di studi presso l’Istituto tecnologico di Vienna e seppur non sia riuscito a laurearsi la sua indole era sicuramente votata ad un approccio scientifico, almeno inizialmente. Fu dopo aver lasciato gli studi che iniziò a scrivere trattati di filosofia e a parlare liberamente di una sua maggior percezione dell'immateriale, come quanto fu visitato dallo spirito di una zia morta. Non è uno scherzo, l'ha detto davvero! All’inizio del Novecento entrò a far parte della Società Teosofica, un culto esoterico di ispirazione indiana e non vi nego che, in via del tutto ideale, i valori professati da questo culto non mi dispiacciano: fratellanza universale, nel karma, nella reincarnazione e nei “poteri latenti dell’uomo”.
Non contento della Teosofia Steiner, palesemente schiavo del suo ego, fondò un culto tutto suo, la Società Antroposofica, i cui dettami contemplano i soliti “poteri latenti dell’uomo” (per esempio i “sette sensi interni” oltre ai cinque tradizionali). Prima di morire nel 1925, Steiner ebbe anche il tempo di scrivere diverse opere teatrali misteriche e iniziatiche, di fondare una loggia massonica, di progettare due edifici monumentali, di suggerire una nuova organizzazione della società tedesca, di teorizzare un nuovo modello educativo (le “scuole steineriane“, che esistono ancora oggi in tutto il mondo), di fondare una nuova disciplina di medicina naturale (la “medicina antroposofica”, una specie di omeopatia a dir poco opinabile) fino a ciò che ci riguarda direttamente, ovvero l'elaborazione dei dettami dell’agricoltura biodinamica.

A questo punto dovrei parlarvi del cornoletame (preparato 500), di come funziona e di come si procede nella sua preparazione o del cornosilice (preparato 501) e della difficoltà odierna di reperire una cosa come la vescica di cervo, che magari ai tempi si Steiner potesse sembrare meno assurdo come "ingrediente" di un preparato un po' agronomico un po' alchemico... ma non lo farò! Potete trovare tutto l'occorrente online, ma se volete leggere un parere ponderato e pratico riguardo viticoltura biodinamica e letame vi invito a leggere il contributo che ha rilasciato tempo fa Monty Waldin a me, per WineBlogRoll.com. Io qualche dubbio riguardo l'ente di certificazione del quale vi invito ad approfondire liberamente (potrei citarvi io alcune fonti, ma condizionerei il vostro pensiero come fanno molti organi di disinformazione!) e riguardo i prodotti biodinamici in commercio ce l'ho, ma più che altro per il semplice fatto che qualcosa di così naturale ed energetico, qualcosa di così legato al ruolo della persona e del suo fare non solo del suo sentire e pensare, dovrebbe avere come obbligo primario l'impegno a creare tutti i preparati (naturali) in maniera autonoma e non ad acquistarli già belli e pronti alimentando un business da milioni e milioni di euro... ma è solo un pensiero estemporaneo, magari qualcuno ha una spiegazione valida a riguardo.
cornoletame
Comunque, torno a sottolineare che molte di queste pratiche, in realtà, non avrebbero nulla di sbagliato e ragionandoci sù, con le conoscenze odierne, si può apprezzarne anche la minuziosità, come quella rappresentata dalla scelta del corno di vacca che abbia partorito una sola volta... dai, ammettiamolo, non si può credere che la ragione possa essere legate alle energie cosmiche, ma può avere un senso se si pensa alla quantità di cartilagine contenuta nel corno di una vacca di questo tipo, che essendo maggiore potrebbe portare, ipoteticamente parlando, a dei vantaggi nello sviluppo microbico all'interno dei corni e della buca nella quale verranno sotterrati.
La logica, con un po' di sana positività e con qualche forzatura si può trovare anche in altri passaggi ed in altre pratiche, ma torno a dire che nulla di sbagliato ci sarebbe, a prescindere dal fatto che la biodinamica sia logica o meno, se non si commettesse l'errore di abbinarla a quelli che, permettetemi, a volte sembrano più dei meri vaneggiamenti (data l'intelligenza e l'acume imprenditoriale di R.S. mi chiedo se credesse davvero a tutto ciò che scrivesse?!).
Io credo, dunque, che la biodinamica ed il biologico, ma ancor più un'atteggiamento rispettoso e naturalmente attento nei riguardi della terra, della vite e dell'uva in vigna e del Vino in cantina, non possa che considerarsi positivo e che non vedo un solo motivo valido per criticare ciò che, come ho detto all'inizio, non ha certo l'intenzione di nuocere, convengo, però, con quei produttori, spesso anch'essi biodinamici, che non amano vendere fumo, ma fare Vino e non propinano illusorie favolette, ma una personale visione di quello che è il proprio lavoro.
Ogni produttore è libero di adottare le pratiche (consentite) che più rispecchino la propria indole e che si adattino meglio al proprio terroir - ricordo con piace un produttore che smise l'utilizzo del rame in vigna, per quanto considerato biologico, in quanto i tioli del suo Verdicchio ne risentissero notevolmente e lo dimostrò scientificamente - ma credo che non si possa continuare a dare la colpa al cliente poco informato o al soggetto più condizionabile, creando quasi un alibi per chi sposta l'attenzione su discorsi e dinamiche surreali, piuttosto che concentrarsi sul raccontare la propria storia nel mondo del Vino ed ancor lasciar parlare il proprio Vino.
cavalli in vigna
Mi piacerebbe si parlasse di più del grande contributo che gli animali (oche, cavalli, asini) possano dare in vigna e quanto si possa arrivare a gestire al meglio i costi aziendali con progetti votati a quello che definirei bio-ragionato. Vi invito a fare due chiacchiere con Roberto di Filippo riguardo gli animali in vigna e con Lorenzo Corino circa un approccio naturale e consapevole alla viticoltura. Mi piacerebbe sentir più parlare del sovescio di leguminose e crucifere fatto come si deve o di alternative al rame e zolfo e ci sono piccoli produttori che stanno sperimentando tanto in questo senso e sono quegli stessi produttori che sono partiti dal convenzionale per approdare al bio e che si ritrovano a fare biodinamica perché è il meglio che possono fare ora nelle proprie vigne, ma non di certo perché hanno avuto visite in sogno di spiriti di zie defunte. 
sovescio
In questi casi le degustazioni alla cieca riescono a rimettere i furbetti al loro posto ed al contempo a far emergere la qualità di quei vignaioli e produttori che effettivamente fanno del rispetto il proprio valore fondamentale. Rispetto che dalla vigna alla cantina, per la proprietà transitiva, si trasferisce anche a chi berrà quel Vino.
Ovviamente, esiste anche chi è convinto fermamente che la dottrina Steineriana sia veritiera ed attendibile in toto e, per quanto io faccia fatica a comprenderlo, rispetto ed accetto chi ne parli con coinvolgimento e chi trova in questa "fede" una ragione in più per rispettare la propria vigna ed il proprio vino. Continuo a non vedere di buon grado la reiterata volontà di indottrinare anche altri, proprio come fosse una sorta di culto... ma dopo tutto io credo in qualcosa che molti chiamano Dio, forse più perché è intrinseco all'uomo aggrapparsi alla speranza dell'esistenza di qualcosa di più grande... di superiore... quindi non mi sento di sparare a 0 con chi, creda in qualcosa che tutto sommato è di gran lunga meglio di roba in stile scientology, no?!? ;-)

Consigli per i winelovers 

- Guardate al Vino Biodinamico come guardereste ad un Vino Biologico, in quanto poche sono le reali e concrete differenze, se non quelle derivanti dai preparati e da alcune pratiche che solo in parte possono essere scientificamente provate. Nel dubbio, comunque, diffidate da quei produttori che focalizzano le loro presentazioni più sull'aspetto filosofico ed a volte persino esoterico che su quello che è il loro modo di lavorare in vigna ed in cantina. A prescindere da questo, i principi della biodinamica sia pratici che filosofici sono da accogliere come qualcosa di positivo làddove il risultato finale sia un Vino più "pulito" dal punto di vista chimico del termine e si evitino forme invasive di concimazione, diserbo e quant'altro. Sulle qualità organolettiche del singolo Vino, a patto che non ci siano evidenti difetti (ed anche qui mi affido all'onestà intellettuale del produttore di non far passare un difetto per una scelta stilistica) si possono trovare gran belle sorprese. Quindi assaggiate e fatevi una vostra idea personale su etichette, cantine e filosofie di pensiero, come per qualsiasi altra "corrente enoica". Un Vino Biodinamico può essere un ottimo Vino e non serve scomodare i miti francesi per convincersene, in quanto in Italia ce ne sono sempre di più e sempre di più validi!

Consigli per i produttori biodinamici

- Dato per assunto che io non possa criticare chi creda fermamente in una corrente di pensiero anche se essa cozzi fortemente con la ragione comune, sarebbe meglio, a mio parere, parlare del proprio approccio al Vino, in vigna ed in cantina in termini pratici piuttosto che pseudo-filosofici o ancor peggio esoterici, con tutto il rispetto per chi crede nell'esoterismo, che storicamente e culturalmente, come già accennato, ha comunque una sua valenza anche pratica. Il consumatore, il winelover, il degustatore vogliono assaggiare il vostro Vino e sicuramente possono essere interessati alla vostra storia, ma a prescindere dal fatto che siate biodinamici per convinzione o per "moda o marketing" (non siamo ipocriti, le certificazioni BIO fanno gola a molti anche in questi termini), l'importante è non illudere o condizionare troppo con argomentazioni più che opinabili. Tanto poi alla cieca tutti i nodi vengono al pettine. Per il resto massima libertà come sempre. Fare Vino è un lavoro e ognuno è libero di fare le proprie scelte, entro i limiti della legge ed ancor più dell'etica. Sia chiaro, in Italia sono molti di più i produttori seri e sinceri che fanno biodinamica e la fanno sempre meglio, che quelli, per così dire, "meno seri", ma se ho scritto quest'articolo è proprio perché infastidito da un episodio non molto positivo.

Io, continuerò ad assaggiare ogni tipo di Vino senza farmi condizionare troppo da certificazioni e filosofie ed inizio ad aver quel pizzico di presunzione che mi fa pensare di poter capire chi dica il vero e chi meno, attraverso il bicchiere, perché è sempre e solo lui che fa... fede! Per il resto, continuerò anche a farmi condizionare dalle storie di ogni singolo produttore, ma ciò che conta e conterà sempre, almeno per me, è proprio quell'etica tanto soggettiva quanto fondamentale, in ogni aspetto del lavoro e della socialità.

F.S.R.
#WineIsSharing

martedì 19 luglio 2016

Julien Miquel - Uno dei più importanti Wine influencer al mondo parla di Vino italiano e Wine Bloggers

Oggi ho deciso di dare spazio ad un collega, nonché uno dei più importanti wine blogger e wine influencer al mondo, Julien Miquel.  (english version here)
Ho conosciuto Julien quando mi citò tra quelle le definì le Wine Social Media Celebrities (forse un tantinello esagerato per me, ma all'estero i Blogger in generale ed anche in Wine Blogger nella loro nicchia sono delle vere e proprie star), quindi non vedevo l'ora di aver l'occasione per ricambiare il "favore"!
 
Julien fonda Social Vignerons a metà del 2014 ed il suo wineblog, dopo solo sei mesi, viene votato come "Miglior nuovo Wine Blog" ai Wine Blog Awards.
Un enologo, un esperto di social media marketing, ma in primis un grande winelover che ha deciso di mettere a disposizione di tutti, produttori di vino ed appassionati di tutto il mondo, la propria esperienza maturata grazie ad esperienze da winemaker in Francia (ha lavorato anche per Chateau Margaux), Spagna, Australia ed ovviamente in Italia. E' proprio per questo che ho voluto ospitarlo qui su WineBlogRoll, in quanto avere un punto di vista di un esperto del Vino mondiale che abbia conosciuto l'Italia del Vino dall'interno, possa solo rappresentare un valore aggiunto alla mia personale consapevolezza e, spero, a quella di tutti voi. Come vedrete dalla brevissima chiacchierata con Julien, le domande sono molto semplici e dirette ed il tono è molto informale, come si confà a dei wine blogger che puntano tutto sulla condivisione e sullo storytelling.
best wine blogger
Cosa ne pensi dell'Italia e di cosa ti occupavi nel settore del vino in Italia?
Ho lavorato in Italia come produttore di vino per poco più di 6 mesi nel 2006.
A dire il vero, giunsi nel vostro Paese l’anno dei Mondiali di Calcio, proprio la domenica di luglio, durante la finale tra Francia e Italia (vinsero gli Azzurri ovviamente!). Ero felice che l’Italia avesse vinto, sennonché per aver reso più facile la mia vita rispetto al caso in cui avessero vinto i Francesi, visto che avrei trascorso il resto dell’anno in Italia! ;-)
Ho prodotto vino sulla costa toscana, nei pressi di Bolgheri, in una tenuta chiamata Caiarossa. Producevamo vini “Super Tuscan” con svariati vitigni, principalmente con Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, Merlot, Petit Verdot e Syrah e con Chardonnay e Viognier per i bianchi.
È stata un’esperienza fantastica, che mi ha dato la possibilità di immergermi nella cultura locale, circondato dagli abitanti del posto. Ho dovuto imparare l’italiano in un paio di mesi. Ho dovuto anche iniziare a parlare un po’ più forte del solito e a gesticolare mentre parlavo. 
Mi sono innamorato come non mai dell’Italia, della profondità della sua cultura e dell’indole gentile del suo popolo. Essere in grado di parlarne la lingua aiuta moltissimo a comprenderne la cultura e a condividere i momenti più belli.

Cosa ti è piaciuto di più dell’Italia e del vino italiano?
Anche se può sembrare scontato, in quanto molte persone potrebbero dare la stessa risposta, tuttavia, quel che più ho amato del vino italiano è stata la sua diversità. L’Italia è il più grande Paese produttore di vino al mondo, eppure tutta la sua produzione è suddivisa tra una miriade di piccoli produttori. Ogni zona presenta vitigni propri, spesso sconosciuti altrove. Dunque, esagerando un po’, si potrebbe dire che i vini sono molto diversi tra loro, il che non risulta necessariamente un vantaggio per il Paese da un punto di vista del marketing giacché, da winelover, potresti non finire mai di esplorare e di imparare, nonché di restarne sorpreso.
Si potrebbe anche sostenere, in generale, che in Italia c’è un forte legame tra i vini e i loro terroir, il che amplifica la diversità complessiva. In Italia ogni vino riesce ad esprimere in maniera più distinta rispetto ad altri Paesi il luogo in cui esso è stato prodotto e gli individui che lo hanno prodotto. Vi è stata una minore influenza delle tendenze di moda, delle tecniche moderne di vinificazione, dell’impiego di botti di rovere, etc.
Il mio sito web/blog si chiama Social Vignerons perché ho la passione per i viticoltori e per quello che riescono ad esprimere attraverso i loro vini. Di sicuro, in Italia c’è molto da scoprire e da esplorare sotto questo profilo.
Per di più, quasi tutti i vini italiani si possono abbinare facilmente a qualsiasi piatto, il che per me, da buon francese, ovviamente risulta fondamentale.
social vignerons
Cosa pensi della qualità del vino italiano?
Non credo vi sia una risposta generica a tale domanda. A causa della diversità precedentemente menzionata e l’immenso volume della resa vinicola del Paese, tutti i livelli di qualità sono rappresentati nel vino italiano: dai più ordinari, piuttosto a buon mercato, a quelli che vengono considerati i migliori al mondo; ma nell’insieme posso affermare che la qualità del vino italiano sia piuttosto buona. Credo che uno dei vantaggi del vino italiano nel suo complesso consista nel fatto che una gran quantità della produzione di qualità più scarsa venga esportata all’ingrosso senza essere necessariamente venduta sotto l’etichetta di “Prodotto in Italia”, in modo da non danneggiare l’immagine del Paese. Mi vengono in mente gli enormi volumi destinati alla produzione dei vini spumanti tedeschi Sekt o ai blend dei vini rossi da tavola a buon mercato “dall’Unione Europea”. Pertanto, in linee generali, quel che viene fuori dalle bottiglie IGT o DOP è di qualità piuttosto buona.

Cosa pensi della comunicazione del vino italiano? Perché i Wine blogger sono così importanti sul piano internazionale?
Nella comunicazione essere diversi e divisi non è un bel vantaggio, come ho illustrato nell’articolo sopracitato. È molto più facile comunicare su una scala globale quando sei un grande brand piuttosto che un piccolo produttore.
Molti piccoli vignaioli non hanno tempo o denaro a sufficienza da investire nella comunicazione.
Tuttavia, ritengo che con i social media siamo entrati in un’era che permette ai produttori di vino di connettersi con i propri clienti e con i potenziali clienti molto più facilmente e a più basso costo. I social media permettono di collegare la diversità dei bevitori e degli amanti di vino di tutto il mondo alla diversità dei produttori di vino di tutto il globo. Tutti possono trovare ciò che più gli o le interessa. Ogni bevitore di vino può trovarvi un vino o una storia che gli piace. Ed ogni produttore dovrebbe essere in grado di trovare persone a cui piaccia il proprio vino e la propria storia.
È come se nel mondo del vino i social media siano stati effettivamente creati per rispondere alla diversità.
È questo il punto di vista di Social Vignerons, in cui cerco di dare la possibilità ai produttori di raccontare la propria storia attraverso il mio sito web e la mia community virtuale. Invito i produttori a condividere semplicemente la loro storia con me e con il mio pubblico. Come consulente, aiuto anche qualcuno di loro ad essere più efficace sui social media per trovare i clienti.
L’importanza dei wine blogger consiste nella continuità di questo movimento che sta prendendo piede con il web e i social media, i quali conferiscono a produttori e appassionati un maggior potere. Interagendo con i wine blogger, i produttori di vino possono ottenere recensioni sui loro vini su scala globale praticamente gratis. Non dovranno necessariamente acquistare lo spazio pubblicitario. Vale lo stesso per i bevitori di vino, i quali dovranno semplicemente verificare sui wine blog qual è la vera qualità del vino piuttosto che pagare per abbonarsi ad una rivista che non è necessariamente rappresentativa della realtà.
Inoltre, i wine blog permettono ai consumatori di saperne di più sui vini e di fare acquisti consapevoli. Permettono anche ai produttori di raccontare la propria storia e di “spargere la voce” (è questo lo slogan di Social Vignerons) sui loro vini.

Nessuno passa inosservato con i wine blog! Per questo motivo, essi sono sempre più popolari.

Credo che Julien, specie per quanto concerne la comunicazione, sia stato in grado di sintetizzare alcuni punti focali riguardanti il Vino italiano e, soprattutto, la figura del wine blogger, non tanto al fine di "tirare l'acqua al nostro mulino" (anche perché ci piace più il Vino!), bensì per dare una visione più internazionale di quelli che sono i valori della comunicazione del Vino odierna.
Non posso, quindi, che ringraziare il caro Julien Miquel  per il tempo concessomi. (Segui Julien Miquel sui social).

Ringrazio inoltre la traduttrice dei testi, ovvero Martina Pirosini, specializzata in traduzioni enoiche.


F.S.R.
#WineIsSharing

Julien Miquel interview about Italian Wine and the importance of Wine bloggers

Interview with Julien Miquel, founder at Social Vignerons

(click here for the Italian version)

julien miquel wine blogger
- What about Italy? Have you every been here? And What did you do in the Italian Wine sector?
I worked in Italy as a winemaker for a bit over 6 months in 2006.
I actually entered the country that year on the Sunday in July just following the world cup final football game between France and Italy ( that the "Azzurri" won obviously!!). I was happy in a way that Italy had won, as it made my life easier than if the French had won for spending the whole rest of the year in Italy. ;-)
I made wine on the Tuscan Coast near Bolgheri at an estate called Caiarossa. We made ‘Super Tuscan’ wines out of many different grape varieties, mainly Sangiovese, Cabernet Sauvignon and Franc, Merlot, Petit Verdot and Syrah, and Chardonnay and Viognier for the whites.
It was a fantastic experience as I was immerged in the local culture surrounded with locals. I had to learn Italian which I did in a couple of months. I also had to start talking a bit louder than I usually would, and started moving my hands while talking. ;-)
I’ve been in love with Italy and the depth of the its culture, and the kindness of Italian people ever since. Being able to speak helps immensely understanding the culture and sharing good moments.
- What you like the most about Italy and Italian Wine?
This may sound a bit generic as many people could do that same answer.
What I love most about Italian wine is the diversity. Italy is the biggest wine producing country in the world, yet the production is all broken down into myriads of small producers. Each area has its own grape varieties that are often unknown anywhere else. So exaggerating a little, one could say that all wines are very different from one another. It’s not necessarily an advantage for the country from a marketing standpoint, put as a wine lover, you could keep exploring forever and continue learning and be surprised for a very long time.
You could also argue that generally speaking, there is a strong connection still between the wines and their terroir in Italy, which amplifies the overall diversity. In Italy, each wine expresses more distinctively where it comes from and who made it than in many other countries. There has been less influence of fashion, modern winemaking techniques, usage of oak barrels etc.
My website/blog is called Social Vignerons, because I have a passion for the work of wine growers and what they express through their wines. There is a lot to discover and explore in Italy from that angle for sure.
Then pretty much all Italian wines are food-friendly which as a Frenchman is obviously important for me.
best wine blog
- What do you think about the quality level of Italian Wine?
I don’t think there is a generic answer to that question. Because of the diversity previously
mentioned and the sheer volume output of the country, all levels of quality are represented in Italian wine. From cheap rather ordinary stuff to some of the best wines in the world for sure. But overall I guess one could say the quality of Italian wine is pretty good. I guess one of the advantages of Italian wine as a whole, is that a lot of the lowest quality production is exported in bulk and not necessarily sold under the ’Prodotto in Italia’ label so it doesn’t hurt the country’s image. I’m thinking of the huge volumes that go into producing German Sekt sparkling wines, or cheap red table wine blends ‘from the European Union’. So generally speaking, what comes out bottle under IGT or DOP is of a rather good quality.
I shared more views about Italian wine a few years ago with winemeridian.com here.

- What do you think about Italian Wine Communication? And why are the Wine Bloggers so important internationally?
For communicating, being diverse and divided is not quite an advantage, like I described in the article on winemeridian linked above. It’s much easier to communicate on a global scale when you’re a large brand than a small producer.
Most small vignerons don’t have time or much money to spend on communication.
I think however, that with social media, we’re entering an era that allows wine producers to connect with their customers and potential customers much more easily, and cheaply. Social media allows to connect the diversity of wine drinkers around the world, to the diversity of wine producers around the globe. Everyone can find what he or she is interested in. Every wine drinker can find a wine and a story that he likes there. And every producer should be able to find people that like their wine and their story, so long as they’re on it.
It's actually like social media was made for serving the diversity in the world of wine.
That is the point of Social Vignerons, where I try to allow producers to tell their story via my website and my global social media community. I invite producers to easily share their story with me and my audience. As a consultant, I also help some producers be more effective on social media and find their customers.
The importance of wine bloggers is the continuation of this movement that is taking place with the web and social media that empowers producers and wine drinkers. By interacting with wine bloggers, wine producers can get their wines noticed on a global scale virtually for free. They don’t necessarily have to buy advertising. Same for wine drinkers, they can simply check on wine blogs what the quality of wine really is rather than paying for a subscription to a magazine that is not necessarily representative of the truth. Again, wine blogs enable consumers to learn more about wines and make informed buying decisions. They also allow producers to tell their story and ‘spread the word’ (which is the strapline of Social Vignerons) about their product.

Everyone wins with wine blogs, that’s why they are increasingly popular.



Interview by F.S.R.
#WineIsSharing
Translation by Martina Pirosini

lunedì 18 luglio 2016

Il Crowdfunding nel mondo del Vino

L'argomento di oggi è il Crowdfunding. Se ne sente parlare sempre più spesso, quindi mi sono deciso anch'io a scriverne qui su WineBlogRoll.
"Il crowdfunding (dall'inglese crowd, folla e funding, finanziamento) o finanziamento collettivo in italiano, è un processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizza il proprio denaro in comune per sostenere gli sforzi di persone e organizzazioni". Questo è ciò che dice la nostra cara amica wikipedia, ma in soldoni come si applica questo concetto al Vino o, ancor meglio, come potrebbe essere applicato al mondo del Vino?

Il Crowdfunding nel mondo del Vino

Premetto che l'Italia è a dir poco indietro rispetto ad altri paesi nell'utilizzo del crowdfunding in toto ed ancor più indietro per quanto riguarda il suo impiego per iniziative e progetti legati al Vino, ma che qualcosa si sta muovendo, in quanto è palese che le congiunzioni socio-economiche e la grande voglia di uscire da questa situazione di immobilismo di molti produttori italiani vedano nel crowdfunding una possibilità unica nel suo genere da cogliere e sfruttare al meglio.
crowdfunding vino
Il bello di questo tipo di finanziamento collettivo è, sicuramente, la sua democratica meritocrazia, poiché partendo dal basso necessita davvero di un coinvolgimento non solo economico-imprenditoriale, bensì emotivo e sinergico da parte di chi va ad investire in qualcosa che, essendo ricorsa al crowdfunding, si presume, non navighi in acque buonissime, abbia avuto problemi come frane in vigna o incendi in cantina o sia solo in fase embrionale o per meglio dire di start-up.
Il Vino a detta di molti si presta più che bene al crowdfunding, ma in quali casi può rappresentare una concreta possibilità, se non addirittura un ancora di salvezza, affidarsi alle piattaforme che offrono questo servizio?
Se le start up nel mondo della tecnologia (le richieste di finanziamenti per la creazione di nuove App per smartphone sembrano essere attualmente le più quotate sulle varie piattaforme di crowdfunding) sono centinaia di migliaia e non sempre vantino grandi potenzialità in termini di riuscita, imprendere in campo agricolo in generale ed in quello vitivinicolo nello specifico può rappresentare un'idea capace di infondere maggior sicurezza in chi contribuirà. 
Creare un'azienda da zero, però, pur dimostrando passione e mostrando le opportune qualifiche atte a far pensare ad un potenziale successo, ha costi che difficilmente potrebbero essere coperti con una campagna di crowdfunding, ma di certo ampliare un'azienda agricola esistente, creare un nuovo brand, iniziare una sperimentazione in vigna riscoprendo vitigni dimenticati o piantando vitigni resistenti, o ancora rimodernare la cantina al fine di dare nuovo corso alla propria realtà, potrebbero essere idee vincenti. Tutto, però, dipenderà dalla capacità di strutturare la campagna e di raccontare la propria storia ed il perché della vostra richiesta, oltre, ovviamente, alle "ricompense" (rewards & fees). Sì, perché le maggiori piattaforme di crowdfunding richiedono un video di presentazione girato dai richiedenti, in questo caso i vignaioli/produttori, e la scelta di una o più tipologie di ricompensa in base al contributo dato dai finanziatori del progetto. La case history più positivo (purtroppo credo un unicum in Italia) è quello di Franco Cavallero e del suo Barolo Preclara 2001, di cui il video qui sotto.

Quali sono le piattaforme di crowdfunding più idonee a proporre iniziative nel mondo del Vino?

Kickstarter ed Indigogo: sono le più importanti piattaforme al mondo e vantano la più alta percentuale di successo dei progetti lanciati, ma non sono focalizzate nel settore Vino. Se questo sia un pro o un contro lo lascio decidere a voi. Provare, dato il bacino di utenza, non credo possa far male, anche solo in termini di visibilità.
Cruzu: è la piattaforma americana già utilizzata da Franco Cavallero e da altri produttori italiani ed è dedicata in particolare a progetti di vinificazione. Fondamentali saranno le ricompense che spaziano da Vini di annate particolari ad etichette personalizzate (private labels), fino a visite in cantine e gadget aziendali. Il tutto con utenti internazionali. Diciamo che in questo caso si tratta di una sorta di do ut des, molto più concreto di una finanziamento all'idea.

Fundovino: nata in Francia, questa è la prima piattaforma di crowdfunding interamente dedicata al Vino ed adotta il sistema "tutto o niente", vale a dire che il produttori che lancia il suo progetto porrà un obiettivo da raggiungere in termini di finanziamento e potrà acquisire quelle quote solo e soltanto se il traguardo verrà raggiunto. Anche in questo caso le rewards saranno importantissime, ma ancor più lo sarà lo sviluppo e la presentazione del progetto.

Seedrs, Crowdcube, Snowball effect: anche in queste tre piattaforme (le prime due del Regno Unito e la terza Neozelandese) sono stati registrati ottimi risultati di progetti a tema Vino, ma molto ristretti a produttori di Vino locali.

In Italia, attualmente, siamo in fase di crescita e la piattaforma di riferimento resta quella generalista ovvero www.crowdfunding-italia.com.
Esiste, però, un'alternativa che strizza l'occhio al crowdfunding, ovvero, The Wine Fathers, un progetto made in Italy che offre la possibilità agli utenti di diventare "parenti" dei vignaioli italiani che hanno aderito all'idea. Questa parentela virtuale da diritto a visite in cantina, esperienze dirette come la vendemmia, sconti ed omaggi sui Vini prodotti dai vignaioli in questione. L'idea è davvero interessante, soprattutto per la qualità dei piccoli vignaioli e dei progetti inseriti nella piattaforma, che vi invito a visionare.

Perché, come e quando fare Crowdfunding nel Vino

Detto questo le iniziative ed i progetti di crowdfunding inerenti al Vino non si limitano alla produzione e quindi ai produttori, ma coinvolgono e possono coinvolgere anche giovani ideatori di programmi ed app per le cantine e/o per i winelovers, inventori di brevetti di tappi, salvagocce o altre utilità enoiche, nonché il settore dell'enoturismo in genere, scrittori di libri sul Vino ed i suoi territori, viaggi alla scoperta della viticoltura nel mondo da trasformare in format televisivi o web series. Insomma, l'unico limite al crowdfunding è la fantasia, ma questo non significa che l'idea più strana ed originale vinca, anzi, è sempre più evidente quanto già accennato in precedenza, ovvero che la “scarsità” dei premi di donazione impostati dagli utenti portano all'assenza di risposta da parte dei potenziali finanziatori. Molti pensano che solo perché un progetto sia originale ed interessante, la gente possa essere disposta a donare senza ricevere nulla in cambio, ma non è così, o almeno non lo è per le imprese, mentre può esserlo per le onlus, ma quella è pura e semplice beneficenza. Inoltre, mancano da parte di chi lancia il progetto la capacità e l'impegno nel far conoscere la propria iniziativa al mondo, cosa che implica una maggior consapevolezza delle dinamiche del web e dei social networks. Quindi, se siete intenzionati ad avviare una campagna di crowdfunding preventivate una buona dose di impegno (anche in termini di tempo da dedicare alla promozione del progetto), nonché un approfondimento ed un'implementazione riguardo la vostra presenza sui social network.
Se vedete il crowdfunding come una mera richiesta di beneficenza o lo snobbate proprio perché a voi non serve l'aiuto di nessuno, o ancora pensate di poter attuare una campagna su uno di questi portali senza spendere un'ora al giorno del vostro tempo sui social (in maniera concreta e produttiva intendo!) meglio lasciar perdere e lavorare come avete sempre fatto, in quanto avrete di certo maggiori e migliori risultati. Se invece la cosa vi intriga, rivolgetevi a qualche esperto del settore, iniziate a pensare ai vostri obiettivi ed alla produzione dei contenuti video e di testo per lanciare la campagna e vedrete che anche in Italia le soddisfazioni arriveranno!

F.S.R.
#WineIsSharing

sabato 16 luglio 2016

Storia e cultura del Vino - Nuova materia per le scuole superiori in Italia

Non troppo tempo fa parlai della proposta di legge riguardante l'insegnamento della storia e della cultura del Vino nelle scuole, beh... forse ce "l'abbiamo" davvero fatta, stavolta!
Durante un convegno tenutosi a Siena il Presidente della commissione agricoltura della camera dei deputati sembra confermare che non oltre la prossima vendemmia il disegno di legge denominato Testo Unico del Vino dovrebbe arrivare ad approvazione.

insegnamento vino a scuola
Molte le novità in termini burocratici per i produttori, ma non sarebbe in linea con il mood di questo Wine Blog mettersi a disquisire su leggi, provvedimenti ed altri aspetti della burocrazia del Vino che interesseranno sicuramente i produttori, che alloro volta potranno consultarsi con chi di dovere per avere maggior informazioni a riguardo, dato che io rischierei solo di fare un sacco di confusione, tanta sia la mia avversione con questo genere di argomento.
Tornando a qualcosa di molto più umanistico è coerente con le condivisioni di WineBlogRoll, la sola idea che la storia e la cultura del Vino possano finalmente entrare nelle scuole come materia di studio e di sviluppo in termini di sensibilità all'argomento e responsabilizzazione degli adolescenti non può che rendermi estremamente felice! Parlo di adolescenti in quanto sembra che la proposta sia indirizzata agli studenti delle superiori, che reputo la fascia più idonea a questo tipo di insegnamento, in particolare per provare ad incidere sull'approccio, spesso, negativo che questa i ragazzi di quell'età abbiano con gli alcolici e con il Vino nello specifico.
Mi piace credere che conoscendo ciò che c'è dietro al Vino in termini storici e culturali ed ancor più comprendendone le fasi produttive e quell'innato e labile equilibrio fra meraviglia e rischio che vi è nel fare Vino, molti di quei ragazzi possano imparare a rispettare ciò che noi amiamo tanto e a maturare un atteggiamento differente e meno "sbornia-oriented" nei confronti del nettare di Bacco.

studenti in vigna
Non credo nelle rivoluzioni istantanee né nella redenzione di massa, ma l'insegnamento della materia Vino nelle scuole rappresenta, comunque, un bellissimo messaggio ed un passo importante per l'Italia nel cominciare a far apprezzare le sue eccellenze e le sue potenzialità anche alle nuove generazioni, che rischierebbero, altrimenti, di crescere in una cultura deviata, povera di contenuti reali e di tanta... troppa virtualità. La realtà del Vino e la sua concretezza, ma anche l'ambito più artistico e poetico, la sua congiunzione con territorio e tradizione e la possibilità di tirar fuori gli studenti dalle classi per portarli, magari, a fare un giro in vigna con l'obbligo di lasciare gli smartphones in cantina, potrebbero rappresentare una tessera importante nella formazione socio-culturale di chi non necessariamente dovrà lavorare nel mondo del Vino o divenire un winelover, ma farà parte di questo paese e ne potrà comprendere una delle principali arterie.
Non ci resta che aspettare settembre ed incrociare le dita!


F.S.R.
#WineIsSharing

Wine BlogRoll - Rassegna stampa dei migliori blogs sul vino italiani ed internazionali