venerdì 27 maggio 2016

Enoturismo: le Marche del Vino tra le mete imperdibili

L'enoturismo è una realtà sempre più importante a livello globale e se in Italia proprio in questo weekend gli appassionati potranno godere dell'evento Cantine Aperte organizzato dal Movimento Turismo del Vino, ci sono portali come HomeToGo, che suggeriscono mete enoiche in tutto il mondo per i wine-globetrotter.
enoturismo
Mi è stato chiesto, giorni fa, di dare una mia opinione riguardo le scelte fatte dal portale che aveva segnalato le regioni più vitivinicole più note al mondo, senza tralasciare un ampio spazio dedicato all'Italia, ovviamente.
Tramite la cartina qui di sotto potrete selezionare le varie regioni citate nel portale ed entrare nella sezione ad esse dedicata.
Comprendendo le dinamiche di una comunicazione orientata nei confronti di chi non viva il Vino con la frequenza, l'intensità e la curiosità con il quale lo possa vivere io o lo possa vivere comunque un comunicatore o un influencer, piuttosto che un produttore o un esperto del settore, ho preferito aggiungere piuttosto che togliere o cambiare, anche perché è ora di parlare di Vino in maniera più snella ed accessibile e quando sono professionisti di altri settori a parlarne, ben venga! Il Vino è di tutti ed è bene che se ne parli, su tutti i piani e su tutti i livelli.
Detto questo, il mio semplice ed estemporaneo intervento non poteva che essere rivolto alla mia terra natìa, ovvero le Marche, che a mio parere meritano di essere citate fra le regioni del Vino da visitare e da scoprire, non solo grazie alla crescente qualità della produzione (Verdicchio primo fra tutti), bensì per la varietà di bellezze paesaggistiche che, una terra stretta amorosamente dagli Appennini e dal mare e solcata dolcemente da colline che in questo periodo vantano dei cromatismi che tanti pittori en plein air hanno incantato, può vantare.
paesaggi vigne marche

Ormai lo sapete, l'unica “marketta” che tollero è la “marchetta” quindi, già da questo weekend o comunque durante l'estate ormai alle porte una capatina nelle Marche del Vino io mi sento di consigliarvela e sono certo che in ogni provincia, in ogni zona troverete oltre che culture, dialetti e tradizioni differenti, persone meravigliose, un'accoglienza umile e calorosa e tanta tanta voglia di raccontare la propria realtà e la propria passione... ah, ovviamente troverete anche dei gran bei Vini e se volete fare del bene ad una denominazione che ha ancora tanto da dare e da dire, ma che sta soffrendo a livello di comunicazione, assaggiare qualche Rosso Conero, oltre all'ormai famosissimo Verdicchio, all'ottima Lacrima di Morro d'Alba ed al possente Rosso Piceno... io nelle prossime settimane lo farò e spero di potervi consigliare qualcosa di davvero interessante!
Se poi vi venisse voglia di venirmi a trovare a Cingoli, dove sono nato e cresciuto e dove torno ancora ogni mese, questo è quello che vedo dal balcone di un umilissimo appartamento, ma che ha il lusso di una vista impagabile.
cingoli vino


F.S.R.
#WineIsSharing

giovedì 26 maggio 2016

Quanti anni ha la vite più vecchia del mondo?

Quanto vive una vite? E dov'è la vite più antica al mondo?

Si parla tanto dell'età delle viti e di quanto sia triste vedere interi vigneti reimpiantati, ripiantumati nel giro di un paio di lustri. L'età della vite è direttamente proporzionale alla qualità della sua vita (terroir) ed alla volontà dell'uomo di farla vivere nelle migliori condizioni possibili e se è vero che i francesi ci hanno insegnato molto riguardo quella che a me piace definire l'esperienza della pianta e quanto essa incida sulla qualità dell'uva e la complessità del Vino che vi si produrrà, oggi vorrei condividere con voi una notizia che magari già in molti conoscerete, ma che per un winelover è davvero qualcosa di emozionante. Parlo della vite più antica al mondo.
Provate a sparare un paese, dai!
Georgia? E' il paese dov'è nato il Vino e dove dicono esistano viti di oltre 300 anni... potrebbe essere, no?
Spagna? Hanno viti ad alberello antichissime!
L'America, con la California? Sembra esistano esemplari che superano di gran lunga i 100 anni.
In Grecia? Dove vengono ancora oggi utilizzati metodi di allevato ancestrali per vitigni antichissimi.
O forse la gran mere Grand-mère del Vino, la Francia?
No... non si tratta di nessuna di queste nazioni, almeno secondo le fonti, in quanto sembra essere una “sfida” tutta fra due paesi confinanti, ovvero la Slovenia e proprio la nostra Italia.
vite piante maribor

La vite più antica del mondo è in Slovenia

E’ a Maribor che negli anni ’80 è stata letteralmente salvata una vite che, in base ad analisi eseguite da esperti del settore, risulta avere almeno 400 anni. L'antica pianta si trova subito fuori dalle mura medievali, “arrampicata” sulla facciata del civico 8 in via Vojašniška, lungo il fiume Drava. Fiume che l'ha protetta dalla filossera che distrusse gran parte delle viti europee nella seconda metà dell’800. Radici ormai lunghissime, che arrivano fino al fiume.
Se volete conoscerne la storia nella “Hiša stare trte”, “casa della vecchia vite”, è stato allestito una sorta di museo nel quale conoscere meglio questo vero e proprio monumento al Vino. La cosa più bella? La vite è ancora in produzione e nel periodo della vendemmia Maribor organizza una vera e propria festa del Vino, che prevede danze e convivialità per una settimana. Da ogni vendemmia verranno prodotti circa 25l di Velluto Nero, è così che si chiama il Vino fatto con le uve di quella che sembra essere la vite più antica al mondo.
vite più vecchia italia

La vite più antica d'Italia è anche la vite più antica del mondo?

L'Italia, però, non è da meno e sembra voler ottenere la “maternità” di una vite per lo meno antica quanto quella di Maribor. La vite in questione di trova a Prissiano presso Tesimo, ai piedi del Castel Katzenzungen, a quota 600mslm. Una pianta di dimensioni epiche, con un pergolato di oltre 350 m². L'età della vite è stata accertata scientificamente: conta circa 350 anni, ma gli studi in merito hanno margini abbastanza ampi e le due piante sembrano essere davvero molto vicine in termini “anagrafici”.
Inoltre, trattandosi di una vite così vecchia, questa pianta testimonia una produzione di vino antica in questa zona, da una varietà che è per forza di cose la più storica del luogo: la Versoaln.
Il nome „Versoaln“ si riferisce con molta probabilità al modo di raccolta dell'uva: lungo i pendii ripidi c'era il bisogno di trasportare il raccolto con delle corde e „versoaln“ in tedesco significa discesa con la corda. E la regione principale di coltivazione di questa specie, chiamata anche Versailler, era la Val Venosta con i suoi ripidi vigneti lungo i pendi della valle.
Sono i Giardini di Castel Trauttmansdorff a premurarsi di proteggere questa meravigliosa e possente vite da malattie e parassiti come anche „a fulgere et tempestate“ (estratto dall'atto).
Anche in questo caso la vite è ancora in produzione ed è possibile assaggiare il Versoaln, ovvero il Vino ivi prodotto durante la visita guidata “Giardini e Vino” organizzata nei giardini di Castel Trauttmansdorff.


Un paio di luogo, neanche troppo distanti da aggiungere alle mete dei vostri viaggi enoici estivi, che ne pensate? Magari, una volta scattata qualche foto di rito alle viti, cogliete l'occasione per visitare qualche cantina della zona, dato che sia il Trentino-Alto Adige che la Slovenia sono splendide terre del Vino dove potrete assaggiare Vini davvero interessanti e conoscere vignaioli di grande personalità.

Infine ci tengo a sottolineare che in Italia esistono ancora diverse realtà che vantano viti a piede franco centenarie come gli alberelli di alcune aziende pugliesi o siciliane (Milleuna e Benanti ad esempio)  o i vigneti di Dettori (e non solo) in Sardegna, fino ad arrivare alle viti di moscato, in alcuni casi, vicine ai 200 anni come quelle della Cantina Mongioia a Santo Stefano Belbo. Ce ne sarebbero tanti altri da citare e di certo se cercassimo fra le viti maritate del Sud Italia e tra gli esemplari dolomitici più antichi troveremmo viti antichissime, ma confido sarete voi a scoprirne di nuove per mezzo della vostra curiosità, dote imprescindibile di ogni winelover!

F.S.R.
#WineIsSharing

N.B.: ovviamente le ricerche sono state orientate su esemplari di vitis vinifera e non su vite selvatica.

mercoledì 25 maggio 2016

Esistono davvero i vitigni autoctoni in Italia? E se li dovessimo spostare tutti?

In un periodo in cui impazzano le ricerche e gli allarmismi, più o meno giustificati, sui cambiamenti climatici e sul catastrofico global warming, il mondo del Vino sembra statico ed impassibile, ma non lo è.
In Italia godiamo ancora di un clima più equilibrato, se pur le ultime stagioni abbiano testimoniato delle notevoli variazioni, quindi non stiamo correndo ai ripari e non ci siamo ancora posti il problema di dover improntare il nostro futuro vitivinicolo in maniera lungimirante, cercando di prevedere e prevenire ciò che sarà delle nostro colture, in base a questi cambiamenti climatici, ma faremo in tempo ad adattarci?
cambiamenti clima vino italia
Mentre in paesi come il Regno Unito, il Canada e regioni fredde come il Sud del Cile o la Tasmania, nonché in vaste aree della Cina si è iniziato ormai da qualche anno ad impiantare nuovi vigneti ed oggi si intravedono le prime produzioni degne di questo nome, in Italia sento spesso lamentele e "denunce contro ignoti" riguardanti le mezze stagioni che non ci sono più (quest'anno a me sembra ci siano solo quelle!), il caldo che arriva a cuoce le uve e problemi in vigna legati al cambiamento climatico, che sembra non si fossero mai affrontati prima... questo solleva due questioni principali:
- Perché non stiamo agendo con l'obiettivo di prevenire eventuali cali di produzione e la potenziale estinzione di alcuni varietali?
- Quali sono i limiti dell'Italia in questo senso?

A mio parere le due domande hanno una risposta comune, ovvero la quantità disarmante di vitigni "autoctoni" italiani, che oltre ad essere una ricchezza, divengono un limite là dove si debba anche solo pensare di sradicare dal proprio territorio di riferimento quel varietale.
Tante regioni, tanti areali, tante micro-denominazioni, fino alla vigna del parroco propagata da 2,5,10 produttori... questa è la meraviglia dell'Italia del Vino, ma è anche ciò che potrebbe ritorcersi contro il nostro paese in un futuro sempre più prossimo.
Io stesso faccio fatica a pensare di scindere l'Aglianico dal Vulture, il Verdicchio dai Castelli di Jesi o da Matelica, il Ruché di Castagnole Monferrato, ma se riflettiamo sul significato di "autoctono" è facile rendersi conto di quanto questo termine sia spesso usato per convenzione e non per autentica definizione. Infatti, a parte rare espressioni di vitis vinifera, gran parte dei vitigni presenti nel nostro paese non "appartengono al territorio" di riferimento, tanto meno all'Italia, in quanto importati da Fenici, Greci e Cartaginesi fatti adattare ed acclimatare (come accadeva principalmente nella Magna Grecia) per poi essere propagati nelle regioni più o meno adatte al varietale di riferimento, che con il tempo subiva a sua volta variazioni genetiche per via di una vera e propria selezione naturale, ancor prima degli incroci genetici di Mendel.
(Un po' ciò che fa la Cina oggi con i nostri vitigni.)
Le conoscenze dell'epoca erano empiriche e non c'erano di certo parametri di riferimento scientifici ed oggettivi come quelli odierni riguardo la risposta di uno o l'altro vitigno nei confronti del territorio nel quale venisse impiantato, ma erano il gusto e la capacità di produrre delle viti a determinare la persistenza di quelle piante in quell'area, quindi possiamo dire che i vitigni più che essere autoctoni si sono "autoctonizzati" (passatemi il termine), ovvero adattati alle nostre regioni, prendendo nomi diversi, ma risultando, più spesso di quanto crediamo, simili se non identici a livello genetico. Nome diverso, per la stessa uva... dimostrando, quindi che il territorio sia più importante del vitigno.
Come sempre noi pensiamo alla tradizione come uno sguardo al passato a tempo indeterminato, si può parlare di 50 anni fa come di 300 senza molte distinzioni, ma non riflettiamo mai sull'assenza di una tradizione contemporanea, solo perché vediamo la modernità in contrasto con il concetto di tradizione, senza renderci conto che il presente sarà il passato del futuro.

Esprimo questo concetto per stimolare una discussione che credo ormai fondamentale che mira a comprendere se sia il caso di provare a spostare vitigni che si sono dimostrati più adatti a determinate condizioni pedoclimatiche in aree vocate a quel vitigno e più agevoli pensando alla prospettiva "global warming". Noi siamo strani... abbiamo piantato Sangiovese (che poi si è dimostrato un parente stretto della famiglia degli aglianici) ovunque, ma se pensiamo di dover spostare il Susumaniello andiamo in crisi (e lo comprendo sia chiaro!) e poi magari non ci facciamo problemi a piantare varietà internazionali in ogni dove, anche dove quei vitigni non potranno mai dare il meglio di loro (vedi Pinot Nero e Riesling).
Sia chiaro, si parla di cambiamenti a lungo termine, anche se già da metà di questo secolo si prospetta una diminuzione drastica e drammatica della produzione così come la conosciamo oggi se non si prenderanno precauzioni in tempo, ma proprio per questo, nella consapevolezza che una pianta ha bisogno di anni per giungere al suo pieno sviluppo, sarebbe il caso di iniziare quanto meno a riflettere sul da farsi.
Meglio non avere più Primitivo o trovarne anche in Emilia Romagna? Io non ho la risposta a tutto questo, ma se pensiamo che lo Zinfandel ed il Primitivo sono fratelli di linfa, forse l'attenzione più che sul vitigno andrebbe data al territorio ed ancor più al concetto di terroir.
Basta immaginare ciò che facciamo con il Sangiovese o con i vitigni internazionali, una stessa uva con espressioni ed identità completamente differenti e spiccate in base al proprio contesto, al proprio terreno, al pedoclima ed alla personalità del produttore, oltre che, ovviamente, all'annata. Quindi conta di più il vitigno o il terroir? La nostra identità territoriale è legata imprescindibilmente al varietale o può essere espressa ancor meglio e mostrare maggiori peculiarità producendo la stessa uva in regioni diverse?
Io adoro l'Italia in tutte le sue sfumature, dalle centinaia di dialetti che mutano nel raggio di pochi km, alla miriade di piccoli comuni con una manciata di anime, fino alle oltre 400 vitigni definiti autoctoni presenti sul territorio da Nord a Sud, ma so anche quanto questo risulti difficile da comprendere e quanto spesso faccia confusione all'estero. Non avrei mai detto né pensato di poter sostenere un pensiero di questo genere fino a pochi anni fa, ma se e solo se fosse vero tutto ciò che dicono riguardo la possibilità di vedere estinti molti di questi varietali perché non si ha avuto la lungimiranza di spostarli in tempo, forse è quanto meno il caso di provare, magari lasciando delle sacche storiche (le viti più vecchie saranno più dure a morire ed avranno maturato un'esperienza tale da provare a sopportare e magari sostenere i cambiamenti climatici), ma sperimentando in altre aree con consapevolezza ed andando a studiare al meglio le condizioni migliori per un determinato vitigno, cosa che ad oggi spesso non facciamo, non capendo che in realtà le cose sono già cambiate. Un'ulteriore risposta, che viene dal comparto enologico/scientifico è quella delle viti resistenti di cui vi parlerò più avanti, in quanto le versioni sono molteplici e riguardo più che altro la resistenza alle patologie della vite.
wine global warming italy
Voi che ne pensate? Ah, dimenticavo... tenete presente che il Vino è già cambiato migliaia di volte e cambia di anno in anno, per via dei cambiamenti climatici già avvenuti e delle condizioni dei terreni, ma ancor più è cambiato grazie ed a causa dell'avvento dell viticoltura moderna ed ancor prima dell'industrializzazione (basti pensare anche soltanto a ciò che oggi contenga la pioggia) e quindi, ciò che beviamo ora, a parte in rari casi, non ha nulla a che fare con il Vino di un tempo e ciò che berremo domani sarà ancor più differente, migliore o peggiore, lo capiremo ad ogni assaggio.


F.S.R.
#WineIsSharing

martedì 24 maggio 2016

Torna Cantine Aperte a cura del Movimento Turismo del Vino

Anche quest'anno siamo arrivati all'ultimo weekend di maggio e come di consuetudine sono moltissimi winelovers e gli enogastronauti che si stanno organizzando per il fine settimana dedicato a Cantine Aperte.
cantine aperte 2016
In un paese in cui, spesso, l'aggregazione e le sinergie in generale e l'associazionismo in particolare fanno davvero fatica a dare buoni frutti di certo il Movimento Turismo del Vino ha dimostrato negli anni coerenza, concretezza e lungimiranza. Sabato 28 e domenica 29 maggio, l'appassionato di Vino o anche il semplice curioso, la coppia che ama i viaggi enogastronomici o la famiglia che vuole semplicemente godersi una gita fuori porta, potranno entrare nel meraviglioso mondo del Vino dalla porta principale, ovvero quella delle centinaia di Cantine che da Nord a Sud hanno aderito anche quest'anno alla manifestazione Cantine Aperte. Come al solito si alterneranno degustazioni, visite in vigna, spettacoli e performance di artistiche di vario genere, a sancire un connubio fra Natura, Arte e Vino che cattura gli animi e coinvolge chiunque, indipendentemente da quanto si sia preparati in termini tecnico/enoici.
Di certo per chi ha un approccio al Vino più viscerale e sente la necessita di dialogare in maniera più tranquilla e dedicata con i produttori il consiglio è quello di prendere Cantine Aperte come un modo per rompere il ghiaccio con alcune realtà, per godersi il Vino in maniera meno attenta e tecnica, per poi, magari, tornare in quella stessa Cantina da soli e prendersi del tempo per conoscere contesto e produttori in maniera più approfondita.

Comunque, se è vero che noi comunicatori predichiamo da anni il riavvicinamento del Vino alla gente, il ritorno delle bottiglie di Vino sulle tavole degli italiani ed un fare cultura del Vino in maniera semplice, diretta e democratica, di certo Cantine Aperte è l'evento che di più fa suoi questi concetti, quindi tanto di cappello al Movimento Turismo del Vino ed alla aziende piccole, medie e grandi che partecipano.
Ho sentito tanti amici alle prese con i preparativi e sono certo che ci sarà davvero da divertirsi! Qui troverete tutte le cantine aderenti regione per regione: www.movimentoturismovino.it.
Con questo weekend si inaugra un'altra stagione di eventi molto carini, organizzati dal Movimento Turismo del Vino che vi invito a seguire da qui al Natale 2016. Buon divertimento! ;-)

F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 23 maggio 2016

Bianchello del Metauro, questo sconosciuto - Cantina Cignano

“Di mare o d’entroterra l’importante e ‘ essere metaurensi . La genialità e l’umorismo sono connaturati a chiunque attinge dalla propria terra. Per cui resta radicato dove Dio t’ha messo e i tuoi frutti oltre che genuini saranno sempre piu’ saporiti “

Inizio il mio post con questa citazione dello scrittore Fabio Tombari, che racchiude in poche parole il legame fra la cantina che in cui vi accompagnerò oggi ed il proprio territorio.
La realtà in questione è la Cantina Cignano, un'azienda agricola che si trova in quella parte delle Marche, forse meno nota dal punto di vista enoico, che fa dei propri paesaggi, degni dei più bei dipinti impressionisti, e della conservazione integrale dell'ambiente storico-rurale caratteristiche che riempono occhi, mente e cuore al solo passare attraverso quelle zone. Scusatemi per il campanilismo, ma chi ha visitato le Marche sa di cosa sto parlando.
cantina cignano marche
Tornando alla Cantina, ci troviamo in località Isola di Fano, vicino Fossombrone (PU), e quella di Cignano è un'azienda storica di quest'area, tanto da esser stata avviata negli anni '60 da Antonio e Mario Bucchini. Oggi è gestita dalla terza generazione della famiglia, ovvero da Annibale e Fabio Bucchini, che mi hanno colpito e divertito autodefinendosi "contadini evoluti", definizione che dice molto su quest'azienda che è parte integrante di un contesto importante per l'enografia marchigiana, tanto da essere la culla della Doc Bianchello del Metauro.
Una denominazione che non tutti conoscerete, ma che deve il suo nome al vitigno biancame, tipico di queste zone ed ovviamente al fiume Metauro ed alla sua vallata. Vallata che nel 207 a.c. è stata teatro di una delle battaglie più importanti della storia antica, nella quale i Romani ebbero la meglio sui Cartaginesi grazie anche al Bianchello che già all'epoca era molto apprezzato e che in quel caso ubriacò a tal punto i soldati nemici da renderli inabili alla lotta.
L'approccio in vigna è sempre stata a basso impatto ambientale, limitando l’uso della chimica pesante, coadiuvati dal contesto pedoclimatico dei vigneti, ma da quest'anno si sta andando ancora più verso un rispetto totale delle uve, del Vino e quindi di chi quel Vino lo berrà, adoperandosi per portare in cantina uve sane atte a produrre vini a "Residuo Zero".
Oggi a Cignano si continua a coltivare ciò che è radicato sul territorio, quindi Bianchello e Sangiovese.
Io personalmente ho avuto modo di assaggiare solo i due Bianchello del Metauro Bianco Assoluto e Sanleone.
bianchello del metauro vino

Bianco Assoluto 2015 Bianchello del Metauro Doc: terreni più vocati che portano il bianchello alla sua espressione più tesa e luminosa. Un gioco di ammalianti contrasti fra maturità del frutto e freschezza, fra struttura e mineralità, che rendono questo Vino un assaggio piacevole ed a suo modo intrigante, grazie ad un finale che sembra ricordare il té che amo prepararmi quando ho bisogno di tirarmi sù con miele e zenzero. Un Vino che sa coniugare al meglio territorio, varietale e filosofia aziendale, grazie alla sua pulizia ed alla spontanea e mai scontata eleganza.

Sanleone 2015 Bianchello del Metauro Doc: un Bianchello più mediterraneo, nel quale si fondono note fruttate fresche ed agrumate, ma che trova la quadratura del cerchio nella sua naturale predisposizione alla tavola, agevolata da sfumature di quella macchia mediterranea nella quale raccogliere rametti di origano, timo, rosmarino ed un pizzico di mirto, come a voler sottolineare un legame indissolubile fra Vino e cucina. Anche il mare si fa sentire e bilancia in maniera ottimale la fisicità di un Bianchello davvero prestante e sicuro di sé.

In entrambi i Vini ho trovato grande integrità e pulizia, stile non invasivo che lascia il vitigno libero di esprimersi e di dare ciò che sa, senza condizionamenti o storpiature e, tanto più in una doc così piccola, questo è fondamentale. 

Concludo con rinnovando l'invito a tutti i winelovers ad incontrare e conoscere meglio queste piccole, ma interessantissime denominazioni ed in particolare quella del Bianchello del Metauro, così legata alla storia e ad un territorio meraviglioso da visitare, da vivere e da assaggiare con tutti i vostri sensi.
L'azienda Cignano sta facendo molto, insieme ad altre realtà delle quali vi ho già parlato in passato e con le quali c'è una stretta e sincera sinergia, ma il mio augurio più grande, unitamente ai più sentiti complimenti per ciò che ha fatto fino a quel maledetto giorno, va alla bravissima Sara Bracci, Sommelier e comunicatrice che negli ultimi anni tanto si è spesa e prodigata nella promozione di questa doc e del territorio che la ospita con la sua Staffetta del Bianchello.
Sara ti aspettiamo tutti di nuovo col calice in mano!

F.S.R.
#WineIsSharing

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