lunedì 20 novembre 2017

Il Clayver - L'"evoluzione" dell'anfora

Girando per le cantine italiane, negli ultimi anni non è stato difficile accorgersi del graduale, ma importante sviluppo di una tendenza che vede come protagonisti i "vasi vinari alternativi". Se da un lato le più "classiche" (per quanto non tradizionali) anfore in terracotta nostrane hanno fornito un più o meno valido surrogato dei Kvevri georgiani, dall'altro - da bravi italiani - la curiosità innescata dalla richiesta di tali contenitori ha portato alla nascita di nuovi "strumenti" (botti, vasche, anfora ecc...) di vinificazione ed affinamento.
Quello che mi ha incuriosito di più, sia in termini di concept che di risultati, è stato sicuramente il Clayver, moderna interpretazione dell'anfora, che ha scelto come materiale un particolare gres più compatto ed omogeneo.
E' per questo che, al ritorno da una visita in cantina nella quale ho avuto modo di testare l'incidenza di diversi vasi vinari e/o botti (vari tipi di terracotta, cocciopesto, legno, cemento e ceramica), ho deciso di porre qualche domanda a Luca Risso Co-fondatore dell'azienda che ha ideato il Clayver.

Cos'è il Clayver?
Clayver è un contenitore ceramico della capacità di 250 e 400 litri. Il peso dei modelli è 100 e 150 Kg rispettivamente. La forma può essere sferica o oblunga per limitare il peso e favorire i moti convettivi che si manifestano naturalmente in fase di fermentazione e affinamento sulle fecce fini. La forma sferica permette anche una più agevole movimentazione del contenitore negli spostamenti e ne facilita la pulizia.
clayver
Come nasce il progetto Clayver?
Il progetto Clayver nasce come idea di un appassionato di vino e viticolture dilettante casualmente esperto in materiali ceramici quando il fenomeno del recupero delle anfore georgiane arrivò anche in Italia grazie a Josko Gravner. Lo scopo era quello di modernizzare e attualizzare le tecnologie legate alla storia millenaria della terracotta alla luce delle moderne conoscenze scientifiche.
anfora georgiana kvevri
Quali sono le peculiarità di questo vaso vinario?
Clayver vuole essere un contenitore chimicamente inerte nei confronti del vino al netto di un piccolo ma misurabile e controllabile contributo di ossigeno indispensabile all'evoluzione del vino medesimo. La certificazione alimentare con analisi delle possibili pericolose cessioni di piombo, Cadmio, Arsenico, Alluminio e Cobalto gioca un ruolo importante fin dall'inizio del progetto. Infine Clayver ha sempre avuto come obiettivo la praticità del sistema, privilegiando contenitori con volumi non troppo grandi e ingombranti, movimentabili e accessoriati con scarichi, supporti e coperchi anche di tipo diverso. Importanza strategica riveste attualmente lo sviluppo del gruppo di tre Clayver orizzontali denominato Trio.
botti cemento
Quali sono le differenze fra il Clayver e gli altri “vasi vinari”? (anfore, vasche in cemento, acciaio e legno ecc...
La terracotta a differenza di Clayver è composta da un solo tipo di terra, di solito estratta nella zona di trasformazione senza alcuna selezione e cotta a temperature inferiori o appena superiori a 1000°C.
Dal punto di vista funzionale, rispetto a Clayver la terracotta presenta di solito una porosità più alta, spesso eccessiva, e necessita talvolta di impermeabilizzazione per poter contenere liquidi.
Clayver è equiparabile al cemento dal punto di vista della sua impermeabilità e isolamento termico. Clayver però subisce un trattamento ad alta temperatura (1200°C) che lo rende assai più stabile rispetto al cemento. Clayver acquisisce quindi una resistenza chimica elevatissima nei confronti di acidi e basi forti, che il cemento non ha.
Le differenze rispetto a un contenitore in acciaio sono tre:
  • maggiore isolamento termico di Clayver dovuto al peso e allo spessore di parete, che è maggiore di 2 cm;
  • conducibilità elettrica nulla e quindi minori problemi di riduzione del vino;
  • piccola porosità residua che consente uno scambio gassoso con l’esterno, seppur modesto.

Ci sono studi scientifici che ne attestino le peculiarità?
Le caratteristiche di Clayver sono comprovate da ricerche effettuate dall'università di Valladolid, dall'Höhere Bundeslehranstalt e Ufficio federale per la Viticoltura e frutticoltura Austriaco, mentre ulteriori ricerche sono in corso in collaborazione con l'Università di Torino.
Esistono varietali più adatti alla vinificazione in Clayver?
I vini bianchi si prestano molto all'affinamento in Clayver. Un esempio di comprovato successo sono ad esempio le basi per lo champagne, dove il contributo dell'ossigeno senza l'invadenza del legno è fondamentale. Tuttavia anche rossi importanti a base di Sangiovese, Nebbiolo e Syrah hanno dato ottimi risultati in Clayver, a patto di lasciare più tempo al contenitore per effettuare il suo lavoro.

Quali sono i risultati raggiunti dalla vostra azienda negli ultimi anni?
A partire da Agosto 2014 Clayver ha venduto più di 600 contenitori in tutti i continenti, con un aumento quasi del 100% nell'ultimo anno.
botti ceramica
Qual è il costo del Clayver?
Clayver attualmente ha circa la capacità di una barrique o di un tonneau, contenitori che abbiamo preso come riferimento. Il suo costo franco magazzino leggermente superiore a quello di una ottima barrique o di un ottimo tonneau, con la differenza che, adeguatamente trattato, Clayver durerà di più e non cederà mai nessuna sostanza al vino, né ne altererà le caratteristiche organolettiche.
Ormai è qualche anno che trovo Clayver nelle cantine che ho modo di visitare, ma ho ritenuto opportuno scriverne solo dopo aver avuto modo di iniziare ad assaggiare concretamente dei vini che non fossero solo in fase "sperimentale".
Alla luce dei miei assaggi, dalla Puglia al Friuli passando per Montalcino, posso asserire che il Clayver, a differenza di alcune anfore in terracotta manifesti un'incidenza minore in termini organolettici - alla stregua del cemento - ed una costanza maggiore nella "performance" di affinamento e nella tenuta. La micro-ossigenazione è minima e, specie per i vini rossi, il successivo affinamento in vetro aiuta molto nel completare il percorso evolutivo del vino prima dell'uscita sul mercato.
Io apprezzo molto la ricerca e credo che questa curiosità scaturita dall'arrivo in Italia delle prime anfore georgiane ad opera di J. Gravner, abbia portato ad un fermento molto interessante in cui, oggi, ci sia l'imbarazzo della scelta. L'anfora in terracotta è, a mio modo di vedere, un contenitore con una maggiore incidenza sul vino (in misura diversa se lasciata al naturale o impermeabilizzata internamente vetrificandola o utilizzando cera d'api) e che potrebbe dare il meglio di sè interrandola (è comunque un vaso vinario molto interessante e duttile), mentre il Clayver si dimostra uno strumento di vinificazione e di affinamento altamente inerte con ottime qualità anche sopratterra, sia per quanto concerne lo scambio gassoso (molto ridotto) che per il "controllo/isolamento" termico.
Queste peculiarità lo rendono adatto ad "andare da solo" o a contribuire in blend o tagli con masse affinate in legno, in modo da smussarne l'incidenza e da apportare una maggior percezione di freschezza all'assemblaggio.
Comunque, come sempre, ciò che farà la differenza sarà sicuramente l'uva portata in cantina e l'interpretazione dell'annata da parte del singolo vignaiolo/produttore/enologo. Per ora, ciò che ho assaggiato sia da cantina che da bottiglia non mi dispiace affatto, soprattutto per l'integrità varietale che il Clayver riesce a mantenere. 

F.S.R.
#WineIsSharing

sabato 18 novembre 2017

Il Ramandolo - Vino eroico friulano

Si parla spesso di viticoltura eroica e i social sono pieni di foto di tanto meravigliosi quanto impervi vigneti di zone vocate e difficili dell'Italia del vino, come le Cinque Terre, la Valtellina o Carema, ma difficilmente - purtroppo - sentirete parlare della zona, delle vigne e del vino di cui vi parlerò oggi: Ramandolo.
Durante il mio ultimo viaggio enoico in Friuli, il mio amore spassionato per le vigne mi ha spinto fino ad una delle più belle zone vitivinicole italiane – e anche una delle meno conosciute - dove le viti di Verduzzo sembrano arrampicarsi sui ripidi e ben esposti versanti collinari.
Quando parliamo di viticoltura eroica siamo portati a focalizzarci sulle pendenze ed i terrazzamenti che ne impediscono la meccanizzazione ed impongono un arduo lavoro manuale al vignaiolo, ma c'è un ulteriore parametro di cui tener conto, ovvero l'enorme sforzo economico che il far vino in queste zone comporta. Se poi aggiungiamo, al costo di gestione dei vigneti, il “normale” rischio d'impresa che per un vignaiolo ha le mutevoli sembianze dell'annata e può prendere il nome del gelo, della pioggia eccessiva, della grandine, della siccità e delle infinite patologie della vite, la domanda che sorge spontanea è sempre la stessa: “Vignaioli, che ve lo fa fare?!?”.
Eppure, se amo il mondo del vino è anche per questa passione tanto incosciente quanto consapevole che alcuni vignaioli mettono nel loro lavoro ed in ogni singola bottiglia prodotta. E' questo il caso di Walter Revelant, titolare della minuscola Cantina Micossi (poco più di 3ha), che continua imperterrito a coltivare i suoi vigneti impervi con attenzione e rispetto, al fine di produrre vini sinceri, senza fronzoli, ma in grado di stupire per la loro integrità espressiva.
Parlando con Walter trovo decine di spunti di riflessione, ma quello che mi colpisce è il calo produttivo del Ramandolo che non supera le 150.000 bottiglie l'anno totali e che vede gli ettari di Verduzzo atti alla sua produzione ridursi di annata in annata.
I motivi principali di questo calo sono due: l'alta età media dei viticoltori di questa zona che solo in pochi casi vantano una prole che voglia portare avanti la tradizione del Ramandolo restando a lavorare in questa terra queste terre; il calo della richiesta dei vini “dolci” sia in Italia che nel mondo.
Per fortuna, però, ci sono aziende importanti con giovani figli e figlie che si stanno adoperando per seguire le orme dei padri, continuando a produrre e promuovere il Ramandolo. Lo stesso Walter confida nel figlio, enologo - in un'altra più "nota e grande" cantina -, per il futuro della sua realtà.
vigneti eroici ramandolo
Di certo queste problematiche non rendono semplice portare avanti un'azienda in una zona che non ha altri cavalli sui quali puntare e che ha costi di produzione altissimi in confronto ad altri areali anche degli stessi Colli Orientali del Friuli.
Eppure, sarò il solito sognatore, ma io credo fortemente in questo vino e nella possibilità di farlo tornare ad essere una rarità capace di incuriosire e di stupire gli appassionati e gli addetti ai lavori italiani e stranieri, vuoi per la qualità raggiunta da gran parte dei produttori della denominazione, vuoi per la bellezza di questi luoghi, cosa non da poco ai fini della comunicazione di un territorio, oggi.
Quello che un tempo era chiamato l'oro del Friuli è prodotto in un areale davvero vocato, dove il Verduzzo friulano, coltivato in un anfiteatro, su vigneti in colline per lo più terrazzate, tra i comuni di Nimis e Tarcento, può esprimersi al meglio.
A proteggere i vigneti dai freddi venti di tramontana ci pensa il Monte Bernadia, che oltre a fare da frangivento riflette il calore del sole mitigando un clima fresco, ma non eccessivamente freddo.

"…dagli aspri monti degradando si scende in verdi colli piantati di vigna che fanno preciosi vini dorati et dolci" Cit. Cornelio Frangipane - 1564 

I vigneti sono quasi tutti esposti a sud, con altitudini che variano dai 250mslm ai 450mslm e i terreni marnosi sono poveri quanto basta per tradursi in rese basse ma di qualità. Le forti escursioni termiche garantiscono una buona acidità, capace di bilanciare vini con un alto residuo zuccherino rendendoli meno stucchevoli e – udite udite – da bere.
Walter è un uomo ripettoso, capace di ascoltare tanto la natura quanto le persone e nei suoi vini si percepisce un'artigianalità curiosa, competente che non proviene da un percorso di formazione accademico, bensì dall'esperienza.
Un'esperienza che non è solo ereditata da chi faceva vino prima di lui in queste terre, bensì da viaggi nelle più vocate e note zone del vino mondiali. Umili ed emozionanti i suoi racconti di viaggio dalla Mosella a Bordeaux passando per la Borgogna, dove anche solo l'opportunità di scambiare una bottiglia del suo Ramandolo con una delle bottiglie dei produttori del luogo per Walter rappresentava un sogno.
Il Ramandolo dell'azienda Micossi che Walter ha acquisito e gestisce con garbo e passione è un vino di grande equilibrio frutto di tanta sperimentazione riguardo l'appassimento, la vinificazione e l'affinamento. L'acidità del Verduzzo è enfatizzata dal terroir che ha insite in sè le peculiarità più adatte al tendere verticalmente le linee di questo dolce, ma equilibrato. Come già accennato poc'anzi ciò che rende, a mio modo di vedere, un vino “dolce” davvero bilanciato e la sua capacità di non risultare stucchevole e, soprattutto, la sua bevibilità – termine poco consono a questa tipologia di vini, ma che nel Ramandolo può trovare una degna dimora.
vini micossi cantina ramandolo
Un terroir, però, non può essere valutato da un solo vino, specie se il vino in questione è frutto di una tecnica “laboriosa” come quella dell'appassimento. E' per questo che ho chiesto a Walter di farmi assaggiare anche gli altri suoi vini fermi e secchi prodotti da uve Cabernet Franc, Refosco, Schioppettino, Franconia ed ovviamnte Verduzzo Friulano.
Se il filo conduttore degli assaggi è stata la netta e fine percezione di freschezza, tra tutti è stato lo Schioppettino – seppur non propriamente nella sua zona più rappresentativa – a stupirmi maggiormente.
schioppettino micossi
Uno Schioppettino di alta collina, scarico ed elegante nel calice, intrigante e profondo al naso, dal sorso fresco e dinamico con uno scheletro minerale che sorregge una struttura longilinea. Impressionante lo slancio che questo rosso che Walter quasi temeva di farmi assaggiare, preoccupato di potenziali, solo apparentemente "scomodi", paragoni.

Al ritorno da questa suggestiva e vocatissima terra da un lato vorrei tanto credere in un rilancio dei vini dolci o comunque in un rinnovato interesse per il Ramandolo - che comunque è apprezzato e richiesto nel mondo, ma che ancora oggi, a mio parere è sottovalutato sia in termini strettamente organolettici che in termini economici -, ma dall'altro non posso che auspicare un interesse in senso lato per questo areale, per le sue ripide vigne e per i suoi eroici vignaioli, capaci di esprimere il territorio con grande equilibrio e rispetto, sia attraverso le interpretazioni classiche del Verduzzo che con eleganti vini rossi, molto attuali grazie alla loro freschezza ed alla profusa mineralità.

Questo è uno di quei casi in cui mi piacerebbe davvero che da una mia condivisione di sensazioni, impressioni ed esperienze dirette, nascesse la voglia di saltare in macchina ed andare a scoprire questo territorio e ad assaggiare il Ramandolo della Cantina Micossi, ma anche tutti quelli prodotti dagli altri vignaioli della zona. Sì, mi piacerebbe... perché sono territori, vini e persone come queste ad alimentare la mia passione enoica e a scongiurare ogni tipo di malumore o noia. Io da solo non posso di certo cambiare la vita di un produttore, le sorti di un vino ed ancor meno di un territorio, ma posso sperare di mettervi la pulce nell'orecchio e, magari, sarete voi a diventare i primi ambasciatori del Ramandolo!


F.S.R.

#WineIsSharing


martedì 14 novembre 2017

Vinoé, evento F.I.S.A.R. a Firenze - Tra assaggi e semplici considerazioni da wineblogger

Dopo aver preso parte alla “prima” non potevo mancare alla seconda edizione dell'evento più atteso dagli appassionati di vino di Firenze e non solo: Vinoé.
In una cornice perfetta come quella della Stazione Leopolda di Firenze la F.I.S.A.R. Ha dimostrato ancora una volta di saper organizzare al meglio un evento enoico di questa portata, con un aumento delle cantine presenti ed ancor più momenti di confronto per addetti ai lavori e winelovers, come degustazioni guidate e convegni su macro temi molti interessanti.
vinoè firenze evento vino
A prescindere dal contesto, sempre molto suggestivo e spazioso, vorrei complimentarmi con l'organizzazione per la scelta di dare a ciascun produttore un banco d'assaggio adeguatamente ampio nel quale gestire al meglio le degustazioni ed il confronto con gli avventori e per l'illuminazione di ogni postazione, capace di “mettere in luce” - letteralmente – ogni vino in maniera ineccepibili.
Ora, questi due dettagli potrebbero sembrare di poco conto, ma - sarà la mia una deformazione da wineblogger – mi capita sempre più spesso di partecipare ad eventi e degustazioni con banchi d'assaggio minuscoli e vini in penombra, cosa che oltre a rendere l'assaggio ed il confronto con il produttore molto difficoltosi impedisce di poter scattare una foto ad un'etichetta piuttosto che ad un calice di vino. Per tutti quelli che troveranno questo discorso superficiale – lo capisco – ci terrei a sottolineare quanto oggi sia importante per un produttore partecipare a questo tipo di eventi non solo per far assaggiare i propri vini o sperare di intercettare nuovi clienti, ma anche e soprattutto per avere una visibilità organica, data anche e soprattutto dalla possibilità di essere comunicati dagli stessi appassionati, tramite un post sui social, un commento su un blog o anche semplicemente mostrando uno scatto tenuto come promemoria nel proprio smartphone ad amici e potenziali clienti. Sin troppo spesso ci si fossilizza su un ritorno economico diretto prodotto dagli eventi enoici, quando – oggi – è importantissimo cercare di massimizzare il ritorno di immagine e comunicativo che si può ottenere ad un evento come Vinoé, senza alcuno sforzo, se non quello di veicolare al meglio le peculiarità dei propri vini e della propria realtà.
Non vorrei farla troppo lunga con “sta” storia delle foto, ma credo mettere i produttori nelle condizioni di poter mostrare al meglio i propri vini anche solo per le loro specifiche cromatiche nel calice, sia fondamentale e lo è ancor di più per me che tornando alla base mi diverto a condividere i miei assaggi e i miei incontri tramite i social network e questo wineblog. Quindi bravi agli organizzatori di Vinoè per questo dettaglio non indifferente.

Mi scuso per questa digressione comunicativa, ma è un pensiero condiviso durante l'evento con molti appassionati e “colleghi” e ci tenevo a riportarlo anche in questa sede.
Ora passiamo agli assaggi che mi hanno colpito di più in questa edizione di Vinoé:
migliori vini vinoè firenze
Metodo Classico Brut- Podere La Regola: 90% Gros Manseng e 10% Chardonnay, per un Metodo Classico atipico nella scelta del varietale principale, ma tipicamente elegante al naso, in cui i lieviti sono già ben integrati ad un profilo aromatico fresco, agrumato e a tratti balsamico. Il sorso è deciso e ben bilanciato, con una buona freschezza ed un finale lievemente minerale.

Mi Mo Ma Mu 2015 – Terre di Macerato: un'Albana che fa l'Albana! Si dice spesso che l'Albana sia una sorta di rosso travestito da bianco e spingendone la macerazione sulle bucce come ha fatto Franco Dalmonte, ovvero vinificandola in rosso, ci si rende conto di quanto quell'affermazione sia concreta e veritiera. Una struttura imponente ed un tannino ben presente vengono bilanciati da un sorso longilineo dal finale salino. Un vino che alcuni considererebbero estremo, ma che a me sembra solo estremamente buono!

Le Barrosche 2016 Ravenna IGT - Costa Archi: un bianco da uve Montù, il primo che ho modo di assaggiare, non lo nego. Il naso si diverte a giocare con il frutto ed il fiore senza eccedere in maturità, ma con una buona concretezza. Il sorso è dinamico, con un buon bilanciamento fra struttura e freschezza. Un vino che si lascia bere, senza tanti fronzoli e che conclude con un lieve finale tannico come a voler mostrare la stoffa di questa uva, che prende il nome dalla sua predisposizioni alla quantità ma che in realtà, in questo caso, si dimostra capace di prodigarsi in un'ottima qualità.

Campo della Pieve Vernaccia di San Gimignano 2015 – Il Colombaio di Santa Chiara: che luce che ha questa Vernaccia! Un vino che a primo naso ti catapulta in primavera, con una profusa freschezza floreale resa per nulla banale dallo sfondo minerale, a tratti marino. In bocca si apre per poi allungarsi verticalmente fino ad arrivare ad un finale salino che manda il sorso in loop.

Le Tese Umbria IGT 2015 – Romanelli: un altro macerato, tanto per dimostrare che nella reale omologazione di massa che c'è stata con il “boom” italiano delle macerazioni spinte con ogni sorta di varietale, spesso poco adatto a questo tipo di vinificazione, c'è anche qualcosa di molto buono! Prima nota di merito è, senza ombra di dubbio, il fatto è che il Trebbiano Spoletino c'è e si sente! Sorso pieno, ma spinto fino in fondo da un'ondata di freschezza e mineralità tipiche di questo grande vitigno umbro. Un'interpretazione rischiosa, ma ben riuscita.

Fosso di Corsano Colli di Luni 2016 – Terenzuola: eccola qui la lama che cercavo per tagliare in due il logorio della vita moderna! Una folata d'estate in quel contesto autunnale, con una beva che non manca di nulla, piena quanto basta per permettere alla freschezza di non perdersi in un sorso esile, bensì di farsi strada lentamente dal calice all'ultima papilla gustativa che ho nel cavo orale. La forza tanto armonica quanto dirompente di un'onda.

Lacrime del Bricco Derthona Timorasso 2015 – Vigneti Boveri Giacomo: un Timorasso di grande identità, comparato con altri prodotti su terreni differenti e ad altitudini diverse, questo è quello che mi ha stupito per equilibrio fra componente fresca e corpo e tra mineralità sapidità e lunghezza. Il naso è divertente e solare ed il sorso inerziale. Ottimo vino anche in prospettiva.

Vigna Cavarchione 2014 Chianti Classico – Istine: annata difficile che continua a stupirmi, specie nelle interpretazioni più eleganti del Sangiovese come questo “cru” di Istine, che regala finezza al naso e linearità al sorso, con una buona spina dorsale minerale. Un vino che non lesina struttura, nonostante la 2014 sia da considerarsi un'annata più esile, e che che manifesta una gran bella dinamica capace di renderne la beva disinvolta e davvero piacevole. Vorrei ritrovarne una bottiglia in cantina tra 4 o 5 anni, ma so già che la stapperei prima!

Volubile Langhe Nebbiolo 2016 – La Carlina: del Nebbiolo “giovane” spesso si accusa un tannino eccessivamente presente e si tende a considerarlo prematuro, ma sto assaggiando diverse interpretazioni della 2016 in grado di integrare alla materia del corpo la trama tannica e la componente acido/minerale, creando equilibri divertenti ed apprezzabili pur mantenendo una forte predisposizione all'affinamento in vetro. Questo Volubile non è da meno, con un naso intrigante che sfocia in un sorso dalla buona freschezza ed un tannino ben smussato – seppur, ovviamente, presente.
Un nitido esempio di come anche il Nebbiolo possa essere apprezzato anche in gioventù.

Vigna Laura 2014 - Tenuta Benedetta: avevo già avuto modo di assaggiare i vini di questa piccola nuova azienda dell'Etna in “anteprima” qualche mese fa ed in particolare dell'unicum rappresentato dal loro sangiovese in purezza, ma a colpirmi in questa occasione è stato il loro IGP (presto vi spiegherò perché non è ancora un Etna Doc) da assemblaggio classico di Nerello Mascalese (80%) e Nerello Cappuccio (20%). Un vino che al naso ammalia con la vitalità del frutto e la mineralità del vulcano ed in bocca conferma una buona struttura, una texture tannica ben integrata ed una buona acidità, a delineare un profilo elegante ed un sorso slanciato e profondo.

Migliarina Rossese di Dolceacqua 2014 – Roberto Rondelli: Un vitigno prezioso, coltivato con rispetto e sapienza in un terreno che definire vocato renderebbe solo in parte l'idea. Il Migliarina si conferma essere, anche in questa “strana” 2014, il Rossese nella sua espressione più longilinea, dinamica e congruente con ciò che, oggi, cerco in questo ed in molti altri vini. E' palese che abbia bisogno di bottiglia, ma la stoffa c'è e si percepisce tutta! Davvero un grande vino (presentato in anteprima – ancora non sul mercato).

Ventisei Pinot Nero IGT 2014– Az. Agr. Il Rio: se c'è un Pinot Nero capace di posizionarsi nel “posto giusto” questo è il Ventisei de Il Rio. Perché dico questo? Perché esistono pochi Pinot Nero in Italia davvero validi e, tra quei pochi, in molti cercano di scomodare paragoni importanti e, spesso, improponibili. Questo è un vino che esprime grande umiltà e consapevolezza, rinunciando ad improbabili paragoni ed enfatizzando, piuttosto, la propria espressione territoriale e l'interpretazione del vignaiolo. Più che descriverlo, vi confiderò un “segreto”: di tutti i vini assaggiati a Vinoé questo è quello che mi sono tenuto nel calice anche una volta lasciato lo stand ed ho continuato a sorseggiarlo chiacchierando con degli amici, ritrovandomi a rimetterci il naso continuamente ed a berlo con una facilità disarmante. Se lo scopo del vino è essere apprezzato e bevuto... missione compiuta!

Brunello di Montalcino 2012 – Fattoi: in un'annata, forse, sopravvalutata, Fattoi resta una sicurezza nello stile e nella coerenza materica che contraddistingue i vini di questa realà. E' un vino potente, ma capace di non sfociare in stucchevoli e spiacevoli “cotture” e di mantenere un sorso ben slanciato grazie ad una freschezza integrata al meglio con la struttura possente. Un vino lungo e di grande profondità, che non pone limiti al proprio potenziale evolutivo.

Barolo Aculei 2013 - La Biòca: è il vino che da inizio ad una nuova era aziendale, in quanto si tratta della mia raccolta e la prima vinificazione di uve da Barolo di proprietà de La Biòca. Un assemblaggio di diverse vigne che ha dato modo al produttore di "divertirsi" con i tagli, andando a ricercare una complementarietà fra le varie peculiarità dei singoli vigneti in termini di terreno ed esposizione. C'è struttura e c'è una buona acidità, il tannino non risulta eccessivamente aggressivo, per un sorso già equilibrato, ma che non potrà rifinire la sua eleganza con qualche annetto di bottiglia.

Titolo Aglianico del Vulture 2015 - Elena Fucci: sono sempre molto curioso di assaggiare le nuove annate di vini che seguo da un po' come il Titolo di Elena Fucci. Questa 2015 mi ha colpito molto, in confronto alle annate assaggiate in passato, in quanto ho percepito una grande predisposizione all'eleganza, nonostante la consueta forza ed il calore di questo vino pieno ed avvolgente. Il sorso è asciutto e il tannino dell'Aglianico è ben smussato, seppur giustamente presente. E' la spina dorsale acida a renderlo così vivo oggi ed in prospettiva. Probabilmente - vedremo cosa diranno i prossimi assaggi - l'annata più in linea con il mio gusto da quando assaggio questo vino.

Nel complesso, Vinoé si conferma, a distanza di un anno dalla sua prima edizione, un evento ben organizzato e nel quale è possibile, ancora, trovare qualche chicca enoica non troppo mainstream. Questo è molto importante per me, ma ormai anche per un appassionato qualsiasi che non può non rendersi conto di quanto "gira e rigira" molte manifestazioni enoiche presentino le stesse aziende da anni. Confido che per Vinoé la strada sia sempre di più quella della ricerca e del ricambio di anno in anno.

F.S.R.
#WineIsSharing

giovedì 9 novembre 2017

Podere La Chiesa - Cantina tra arte e vino nel cuore della DOC Terre di Pisa

La Cantina Podere La Chiesa, a Casanova di Terricciola, dove arte e vino si incontrano, nel cuore della DOC Terre di Pisa

Nella Toscana del vino c'è un areale a cui tengo particolarmente, perché estremamente sottovalutato ma soprattutto perché ricco di cantine e vignaioli capaci e lungimiranti.
Parlo di quello che attualmente, grazie al recente avvento della nuova DOC, è stato definito come "Terre di Pisa".
podere la chiesa cantina
Se siete in piedi sedetevi, se siete seduti alzatevi poi sedetevi di nuovo! No, non siamo in Chiesa, ma oggi vi porto con me al Podere La Chiesa, un’azienda vinicola sita a Casanova di Terricciola, proprio nel cuore delle Terre di Pisa.

La storia della Cantina Podere La Chiesa, così come la conosciamo oggi, nasce grazie alla passione sfrenata per il vino di Maurizio Iannantuono e Palma Tonacci, che decidono, dopo una lunga attività lavorativa nel campo informatico, di stravolgere la propria vita e di trasformare quella grande passione nel proprio lavoro. Così si lanciano in un'avventura che non ha mai avuto i connotati di un mero investimento imprenditoriale, bensì è nata e continua ancora come la realizzazione di un sogno, quello di fare vino e di farlo bene.
Durante la mia visita in cantina è stato bello constatare quanti punti in comune ci fossero tra me e Maurizio riguardo l'amore per il vino in senso stretto ed in senso lato e quanto il suo cammino enoico sia passato per vie che io ho solcato più e più volte e per altre che io spero di solcare: parlo delle giornate passate a cercare enoteche, girando per centinaia di chilometri per acquistare un vino assaggiato ad un evento o in un ristorante, o dei giorni di ferie impiegati a visitare cantine in tutta Italia e nel mondo, fino ai grandi incontri, unici ed emozionanti, come quello Bartolo Mascarello ed altri grandi persone, ancor prima che personaggi, del vino.
Eppure, a Maurizio e Palma non bastava acquistare vino e goderne solo in degustazione... il richiamo della vigna e la convinzione di poter realizzare qualcosa di proprio, di vivo e di buono sono stati così forti da portarli a fare quella che loro stessi chiamano una piccola grande “follia”.
E' bastato arrivare alla porta delle nuova cantina per rendermi conto di quale sforzo "fisico", economico e creativo sia stato fatto per realizzare una struttura capace di coniugare in maniera organica e mai forzata arte e vino, bellezza ed ergonomia.
cantina mostra arte vino
Un luogo dove la luce entra da ogni lato portando e le vigne, che circondano la struttura, vengono incorniciate da cerchi volti a rappresentare gli acini che sono alla base di tutto.
La storia di Palma e Maurizio vignaioli, però, inizia prima di aver potuto inaugurare questo esempio di eno-architettura sostenibile, in quanto la prima vendemmia risale al 2009 e è da lì che, oltre all'avventura, inizia l'”università di vigna e cantina” per Maurizio.
Oggi è lui ad occuparsi degli aspetti agronomici ed enologici, avvalendosi di quelli che sono più consigli che una vera e propria consulenza, di amici enologici e di vicini viticoltori.
Il Podere la Chiesa è al quarto anno di conversione biologica e le lavorazioni in vigna sono solo ed esclusivamente a mano. Circa l'80 % delle uve rosse è di sangiovese, la restante parte si divide fra Canaiolo, Merlot e Cabernet. La vinificazione è tradizionale, con periodi di fermentazione e di macerazione strettamente dipendenti dall'annata. Banditi i protocolli standard, focalizzando tutta la proria attenzione nel seguire l'evoluzione delle uve in vigna e del vino in cantina. Il vino che Maurizio e Palma hanno sempre voluto produrre non è quello che segue a tutti i costi il mercato ma è quello che piace a loro, frutto di migliaia di assaggi e di centinaia di esperienze enoiche vissute in giro per il globo.
E' palese e lo si percepisce da ogni parola e da ogni scelta di Maurizio: il rapporto con il territorio è fortissimo, imprescindibile, quasi simbiotico!
Un rapporto che parte in vigna, prosegue in cantina, per poi sfociare un un impegno costante ed in prima persona nell'attività di promozione del territorio. Maurizio è, infatti, tra i primi promotori e ideatori del progetto Terre di Pisa nonché presidente delle Strade del Vino delle Colline Pisane. Sempre presente in ogni iniziativa utile alla crescita dell'area e questo gli fa onore, specie in un contesto in cui lui potrebbe essere considerato “il nuovo arrivato”.
I vini prodotti sono 6 (Punto di Vista, Le Redole di Casanova, Terre di Casanova, Sabiniano di Casanova, Opera in Rosso e Opera in Nero) per un totale di 40mila bottiglie prodotte in annate a "pieno carico", ovvero una ponderata inezia, che mira a poter portare avanti un concetto di qualità sempre più alto gestendo micro-vinificazioni di parcella in parcella.

Il mio interesse nei confronti di questa realtà nasce nell'ottica di una personale ricerca volta a scoprire terre vocate alla produzione del Sangiovese, fuori dai "classici" e più noti contesti e devo ammettere che la mia curiosità sia stata più che ripagata dall'assaggio di un vino in particolare prodotto dal Podere La Chiesa:
opera in rosso vino podere la chiesa
Opera in Rosso 2011-2012-2013: un Sangiovese in purezza che si destreggia bene in questi terreni di origine pliocenica, in cui limo ed argilla si caricano di calcare attivo e, unitamente al sole ed alle brezze, danno vita a vini ben strutturati, di ottima maturità, incentrati su questo raro equilibrio fra forza e finezza, spostando gli aromi più sul floreale che sul frutto e donando al sorso un'ampiezza che non rinuncia a note minerali di ferro e sale.
In questa Jam Session di 3 annate assaggiate in una mini verticale - che lo stesso Maurizio ha confessato di non aver mai fatto prima - la 2011 si è dimostrata capace di un'evoluzione elegante e profonda, mantenendo una buona dinamica del sorso, mentre la 2012 a differenza di altri areali toscani e non è stata un'annata semplice per le vigne di Maurizio, ma ciò nonostante si è ben comportata manifestando una buona integrità varietale ed un'indiscutibile spina dorsale acido-minerale che dà un notevole slancio al sorso pieno e coerente. 
La 2013 è ancora in fasce, eppure scalpita già per far notare il suo potenziale espressivo di grande impatto. E' un vino da attendere, che inizierà a muovere i primi passi tra non molto per poi imparare a camminare con incedere sicuro, piglio ed elegante portamento, ne sono più che convinto. Interessante come il ferro presente in evoluzione negli altri vini, qui sembri ricordare l'ottone, quasi a voler fare il pari con la passione per il Jazz di Maurizio.

Molto interessante anche l'Opera in Nero, un Merlot in purezza diverso da quelli della costa, meno carico e più elegante, dal grande potenziale evolutivo.

Queste, però sono solo le mie parole, le mie personali impressioni, di una degustazione avvolta dal Jazz ed immersa nel più sano e costruttivo confronto enoico ed umano tra me e Maurizio, ecco perché mi è venuta in mente una frase del grande musicista Bill Evans che vedrei bene con il "vino" come soggetto proprio al posto del "Jazz" tanto caro allo stesso Maurizio:
"Il jazz non lo puoi spiegare a qualcuno senza perderne l’esperienza. Dev’essere vissuto, perché non sente le parole. Le parole sono i fanciulli della ragione, e quindi, non possono spiegarlo. Queste non possono tradurre il feeling perché non ne sono parte. Ecco perché mi secca quando la gente cerca di analizzare il jazz come un teorema intellettuale. Non lo è.
E’ feeling!" (Bill Evans)  
mostra foto cantina
Concludo con la convinzione che quella del Podere La Chiesa sia una realtà in grado di dare i natali ad ottimi vini con profondo rispetto ed umiltà propositiva, senza dimenticare quella giusta dose di sogno misto a lungimiranza che piano piano si sta tramutando in certezza. 


F.S.R.
#WineIsSharing

martedì 7 novembre 2017

Il Caberlot della cantina Il Carnasciale tra mistero e realtà

La storia che vi racconterò oggi è una storia capace di coniugare amore, lungimiranza, fortuna e mistero in modo più unico che raro, come più unico che raro è il vitigno protagonista di questo racconto enoico.
Gli amanti di miti e leggende hanno l'”arturiana” Camelot, mentre noi, wine-nerd ed appassionati di vino fino al midollo abbiamo il Caberlot a rappresentare un vero e proprio mistero.
Molti di voi conosceranno già il Caberlot, nella sua forma solida di vitigno ed in quella liquida di vino, ma partiamo dal principio, ovvero da chi nel Caberlot ha creduto e da chi il Caberlot ha reso grande nel mondo: Bettina e Wolf Rogosky.
caberlot vino carnasciale
Questa coppia di creativi e sognatori nel 1982, al rientro in Europa, pur stabilendosi nella Ville Lumière, decide di acquistare un podere nelle campagne aretine, dove ad essere coltivati erano per lo più ulivi: Il Carnasciale. Eppure, per una coppia di creativi e di amanti del vino quella terra doveva ospitare anche delle viti e doveva produrre qualcosa di unico.
Galeotto fu l'incontro con il noto enologo italiano, Vittorio Fiore, che li presentò all'agronomo romagnolo Remigio Bordini, al fine di dar vita all'avventura di Bettina e Wolf nel mondo della viticoltura e della produzione di vino.
L'idea è stata subito quella di puntare alla qualità assoluta, ma mai avrebbero pensato che quell'agronomo potesse far loro un “dono” così grande... un dono difficile da comprendere, da coltivare, da comunicare, ma al contempo dall'immenso potenziale, semplicemente perché unico nel suo genere. Quel “dono” non era altro che un vitigno che Remigio Bordini aveva scoperto in un vigneto abbandonato sui Colli Euganei negli anni '50, identificandolo come un incrocio naturale tra Cabernet Franc e Merlot
Bettina e Wolf non ebbero dubbi sul nome, quell'uva ed il vino che ne avrebbero tratto si sarebbero dovuti chiamare Caberlot, dall'unione dei nomi dei due vitigni dei quali serba le peculiarità.
Un varietale sconosciuto all'epoca  - e del quale tutt'ora si sa relativamente poco -, che la coppia decise di impiantare a scatola chiusa, non potendo assaggiare alcun vino prodotto da tale uva. Una scommessa agevolata dalla voglia di produrre qualcosa che avesse insita in sé l'unicità ed il Caberlot non poteva non averne, dato che Il Carnasciale si apprestava ad essere la prima (ed ancora oggi l'unica) azienda vitivinicola ad ospitarlo nelle proprie vigne.
Non tutto, però, andò come Bettina e Wold avrebbero voluto, in quanto alla prima richiesta di autorizzazione per l'impianto dei nuovi vigneti ex-novo si videro chiudere in faccia la porta del proprio sogno, ma nello strano ed a volte sadico gioco del “do ut des” di Madre Natura fu proprio un evento catastrofico e nefasto come la gelata dell'inverno 1985-1986 a rendere possibile la nascita dell'azienda vitivinicola Podere il Carnasciale, che sostituì gli ulivi martoriati dal freddo con le barbatelle di Caberlot.
Un piccolo fazzoletto di terra al quale la coppia ha prestato grande attenzione e cura, portando avanti una viticoltura di grande rispetto, nella convinzione di poter trarre da quell'intrigante uva un vino fuori dal comune.
Purtroppo, l'avventura enoica di Bettina e Wolf subì un duro colpo nel 1996 quando, proprio a pochi attimi dall'imbottigliamento dell'annata 1994, Wolf se ne andò per un attacco di cuore lasciando Bettina ed il Caberlot senza una parte fondamentale di questa meravigliosa e vincente equazione enoica.

Come in ogni storia, mito o leggenda che si rispetti gli ostacoli e gli avversi accadimenti aumentano soltanto il climax del racconto, ma non lo interrompono.
Bettina, infatti, decide di portare avanti con rinnovata forza e ancor più caparbietà il sogno suo e del suo amato marito, continuando il progetto di espansione dalla micro-produzione dell'epoca ad una produzione che, seppur sempre molto ridotta, potesse portare l'azienda ad essere più economicamente indipendente. E' così che vennero impiantati altri due vigneti più in basso sulla stessa collina, nel 1999 e nel 2004, per un totale di cinque ettari coltivati, per poi aggiungerne un terzo, piantato nel 2011. La produzione attuale del Caberlot è di circa 3.000-3.500 magnum (oggi si producono anche quelle che Moritz chiama ironicamente “demì-magnum” in esclusiva per Vino & Design), al quale si affiancherà la piccola produzione del “secondo vino” Il Carnasciale (dal 2000) e dal 2015 un Sangiovese in purezza (Ottantadue).
Oggi è Il figlio Bettina e Wolf, Moritz, anch'egli creativo prestato al mondo del vino, dirige l'azienda con grande trasporto, mantenendo intatta la volontà dei genitori di realizzare in ogni singola annata
A rappresentare il Caberlot è una “X”, etichetta di grande impatto, realizzata – come poteva essere altrimenti?! - da un artista locale, che varia soltanto nel colore dello sfondo di annata in annata.
caberlot vino etichetta
Ogni fase, dalla vigna all'etichettatura, passando per l'imbottigliamento è gestita rigorosamente a mano nell'ottica di un'attenzione al limite del maniacale, che solo con produzioni così – volutamente – ridotte si potrebbe gestire.
Durante la mia visita in cantina ho avuto modo di assaggiare ogni singola parcella vinificata in purezza ed affinata in piccole botti di diverse essenze di rovere francese scelte accuratamente dall'enologo dell'azienda al fine di enfatizzare ed elevare le peculiarità del varietale in ciascuno dei differenti contesti pedoclimatici relativi ai vigneti aziendali.
E' così che ho compreso la complessa armonia di ciò che fino ad allora avevo avuto modo di assaggiare solo da bottiglia “finita”, ovvero un gioco di altitudini, terreni ed esposizioni che presi singolarmente non potrebbero mai dar vita ad un vino completo nella sua massima espressione varietale, ma che assemblati con rispetto, sensibilità e sapienza possono dar vita ad un vino capace di scuotere i sensi in maniera potente ed elegante allo stesso tempo.
Tra gli assaggi fatti in passato e quelli fatti durante la mia visita a Il Carnasciale il Caberlot 2013 si è dimostrato quella più in linea con il mio gusto, grazie ad un naso che sa gestire bene le note vegetali proprie del Cabernet Franc arricchendole di una naturale speziatura che intriga e non lascia pensare ad un eccessivo utilizzo del legno, con un frutto ancora evidente che fa il pari con il sorso potente, ma fresco e dinamico, privo di storture, dal finale piacevolmente ferroso. In molti scomodano paragoni con Bordeaux, ma per quanto mi riguardi, credo che Il Caberlot vanti un'identità propria, legata sì all'unicità del varietale, ma anche e sempre di più al territorio, specie con i nuovi impianti che hanno dato modo all'azienda di mostrare le varie sfumature di quest'uva attraverso contesti a diversa vocazione espressiva.

Un vitigno difficile da interpretare, ma facile da apprezzare per chi ama il Franc e più in generale per chi gode nel assaggiare e nel bere vini armonici, improntati su un bilanciamento e sull'armonia.

Un equilibrio degno di un grande funambolo e è proprio come un funambolo che comprende l'importanza e l'eleganza della lentezza nell'appoggiare prima punta, poi pianta ed in fine tallone del proprio piede, che del Caberlot possiamo cogliere l'armonia in una lenta e prospettica evoluzione in bottiglia.
cantina il carnasciale
Del Caberlot, probabilmente, non sapremo mai più di quanto sappiamo ora, ma se c'è una cosa bella delle leggende è proprio quest'alone di mistero che avvolge luoghi e protagonisti come a voler anteporre l'espressione di sè alla mera identità.

F.S.R.
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