lunedì 5 dicembre 2016

Cantina Villa Parens - Eleganza in purezza nel Collio

Oggi torniamo in Friuli dopo qualche mese di latitanza da questo wineblog di una terra che amo e vivo sempre con estremo piacere. Lo facciamo grazie al racconto della storia enoica di Giovanni ed Elisabetta Puiatti, definiti ambasciatori di una filosofia della purezza e dell’essenziale.

La loro cantina, Villa Parens, a Farra d'Isonzo (Collio), è oggi esempio di eleganza e semplicità nel fare e nell'essere. I due fratelli proseguono il percorso nel mondo del vino aperto e tracciato dal padre Vittorio Puiatti, firma classica e famosa del Collio. Un'eredità importante ed impegnativa che Giovanni ed Elisabetta hanno accolto e fatta propria con grande personalità e coerenza.
cantina villa parens
Vittorio Puiatti è ancora oggi considerato da molti il padre fondatore di una nuova identità enologica della zona, primo ed ancora oggi riconosciuto, innovatore degli anni ’60 - ’70.
Dal 2014 Giovanni ed Elisabetta Puiatti sono ritornati con Villa Parens, inaugurando a Farra d’Isonzo la cantina dove vengono vinificate le uve provenienti dai vigneti di proprietà sulle colline di Ruttars, nel Collio friulano. Sono bastati davvero pochi istanti per comprendere quanto forte fosse e sia tuttora l'attaccamento a questo territorio ed all'eredità concettuale e pragmatica del padre e dietro ad una veste esclusiva si celano due persone di grande umanità e fierezza, che con sicurezza, ma al contempo palese umiltà, vogliono proseguire qualcosa che rischiava di andare perduto o di essere male interpretato da altri.
Dopo quasi un cinquantennio di numeri che hanno raggiunto tutto il mondo con il marchio Puiatti (oggi non più di proprietà della famiglia Puiatti), infatti, Villa Parens per divergere dal nuovo percorso, si vuole concentrare su eleganza e raffinatezza, evoluzione e rivoluzione, su uno stile unico e riconoscibile, con una produzione limitata, ma dalla grande espressività. Presenta quattro vini: Ribolla Gialla, Chardonnay, Sauvignon, Pinot Nero, e tre metodi classici: Blanc de Blancs, Rosè de Noirs e Blanc de Noirs – quest’ultimo ancora in affinamento – che interpretano l’uva nella sua naturale integrità. L’uomo interagisce con la natura per seguire questa filosofia: il terreno, ponca (marna arenaria di origine eocenica, frutto di stratificazioni millenarie ricche di sali e microelementi che conferiscono al vino una specifica e inconfondibile mineralità), il clima mite, la buona ventilazione ed escursione termica, la vendemmia effettuata rigorosamente a mano, e la vinificazione e la maturazione svolte solo in contenitori d’acciaio danno vita ai Vini di questa cantina che rendere la tradizione moderna e la contemporaneità tradizione futuribile. Con il principio di “meno alcool niente legno”, i vini Villa Parens hanno un'identità forte, priva di incidenze esterne, se non quelle della sana e talentuosa interpretazione di chi il Vino lo fa, in vigna e di cantina.
Un'identità ed una personalità che non accettano compromessi e che è finalizzata alla valorizzazione del territorio, il Collio friulano, un patrimonio autentico ed originale – dice Giovanni -“svilito dalla poca lungimiranza con la pretesa di fare tutto dappertutto: un’illusione”. È necessario imporre quest'identità, andare a favor di natura e riaffermare una tipicità che c'è, esiste e può sussistere, se e solo se compresa, enfatizzata e condivisa.
Villa Parens si pone lo scopo di rispettare la materia prima, per presentare qualcosa che sia genuino e puro: “perché la perfezione sta nella natura”.
A testimonianza di questa filosofia enoica c'è l'esalogo della famiglia Puiatti, che opinabile o meno, rappresenta una presa di posizione ed una linea identitaria forte e per nulla aleatoria che rispetto ancor più là dove si traduca in ottimi Vini:

Esalogo Villa Parens - Giovanni Puiatti

NO macerazione sulle bucce per i vini bianchi
per vini meno corposi e più eleganti
-
NO riposo sui lieviti
per profumi più fini e delicati
-
NO fermentazione malolattica per i vini bianchi
per freschezza e longevità maggiori
-
NO all’uso del legno per tutti i vini
per rispetto dell’identità varietale e territoriale:
per evolvere e maturare grazie a qualità intrinseche e quindi autentiche
-
NO residui zuccherini
per vini secchi, sensazionali ed emozionali
-
NO più di 12,5 gradi di alchool
per bere in modo sano ed equilibrato
per abbinare, senza alterare, i sapori della grande cucina


Ciò che ho apprezzato durante una breve, ma incisiva chiacchierata con Giovanni Puiatti è stata la sua equilibrata commistione fra intransigenza nei confronti di chi non fa bene e la sua volontà di far crescere il Made in Collio, come sogno che diviene progetto collettivo, incentrato sui concetti del “fare bene” e dell'artigianalità-logica. Princìpi senza tempo che si incontrano e si spalleggiano in quest'epoca in cui, spesso, si hanno “poche idee e ben confuse”.
A Villa Parens l'obiettivo principale è quello di valorizzare due uve, in particolare, la Ribolla Gialla, unica uva autoctona, in cui credono, purtroppo, in pochi, visto l’esiguo ettaraggio coltivato, ed il Pinot Nero, uva di grande classe, probabilmente come nessun’altra, che richiede grande maestria, tanto da essere considerata “la bestia nera di enologi e vignaioli”, specie in Italia.
E' proprio dei vini nati da queste due uve che vorrei parlarvi:
vini villa parens

I Vini di Villa Parens

Ribolla Gialla 2015 (Cru Ruttars) - Villa Parens: una Ribolla tra passato e futuro, in pieno stile Puiatti, con grande delicatezza e profonda freschezza, intrisa di una mineralità esaltante. Un Vino che simboleggia alla perfezione l'essenza della classe, ovvero quella semplicità che diviene eleganza, quel minimalismo che non prevede lacune. Una Ribolla che fa parla del Collio, che sa di Collio e lo rappresenta come pochi sanno fare. Identitario.

Ivangelo 2013 (Riserva) - Villa Parens: questo è un Vino davvero particolare, una Riserva che dimostra quanto sia importate avere una base di estrema qualità per un metodo classico, specie se base Pinot Nero. Ivangelo, infatti, non è altro che una piccola parte della base del Blanc de Noir Millesimato, quindi di una selezione delle migliori uve di Pinot Nero vinificate in bianco, che Villa Parens ha deciso di proporre ferma, prima della spumantizzazione. Un Vino che ha al naso tutta l'eleganza del Pinot Noir, specie se servito poco al di sotto della temperatura di servizio di un rosso, e che al sorso si fa ancor più fine, delicato, senza spigoli, ma con una notevole tensione. Come il canto di un usignolo è limpido ed energico, nella sua estrema delicatezza. Un vino che si fa melodia e che, credo, possa raggiungere picchi davvero elevati con qualche anno di riposo al fresco ed al buio. Nitido!

Pinot Nero 2015 Villa Parens: un Vino didattico nell'accezione più positiva del termine, tanto da averlo preso come esempio dell'espressività del Pinot Nero in purezza in una recente comparativa. Vino che mantiene un frutto vivo, quanto la sua freschezza, ma che dopo qualche minuto nel calice lascia scorgere la sua sottesa eleganza. Stappata volontariamente in epoca prematura proprio per percepirne la sua purezza, senza incidenze di affinamento né di evoluzione e devo dire che l'armonia e la piacevolezza che ha mostrato sono state davvero notevoli. Un gran bell'esempio di Pinot Nero di quelli che più si avvicinano ai cugini d'Oltralpe. Esemplare.

Rosé de noirs Dosaggio Zero 2013 - Villa Parens: potrebbe sembrare il classico esercizio di stile, la mera riproduzione di uno champagne rosé da Pinot Nero in purezza, in Italia, ma in realtà è tutt'altro. Questo Metodo Classico di francese ha sicuramente il varietale, lo stile e la classe, ma vanta un'identità che solo il Collio sa dare e coincide con una mineralità davvero entusiasmante. Se il naso si avvicina molto a quello di alcuni champagne rosé, è in bocca che si distingue per compostezza, precisione e questo finale sapido che sembra essere il filo conduttore e la firma del terroir di Villa Parens. Provate a chiudere gli occhi e con il pensiero tracciate un cerchio lentamente per poi attraversarlo velocemente con una linea retta... otterrete la rappresentazione grafica di questo assaggio, rotondo ed avvolgente al principio, tagliente e profondo nella sua evoluzione dinamica in bocca.
Eleganza vitale.

Per concludere, ci terrei a sottolineare che le scelte di Villa Parens prescindono dalle mode e dal tempo e questo fa onore a Giovanni ed Elisabetta Puiatti, a prescindere dall'opinione di ognuno riguardo l'utilizzo del legno, ad esempio. Apprezzo molto la coerenza e l'eleganza con la quale, questa realtà, stia portando avanti un percorso iniziato da Vittorio Puiatti, che rischiava di essere smarrito. Si parla tanto di purezza e di eleganza, beh... questa è una di quelle cantine in cui questi due termini divengono dogma e non solo marketing o parole al vento.


F.S.R.
#WineIsSharing

venerdì 2 dicembre 2016

Piccolo è sempre bello nel mondo del Vino? Cantine piccole, medie, grandi di quali scrivo?

Stavo leggendo il libro "Piccolo è bello" di E. F. Shumacher e mi è venuta voglia di buttar giù due righe su ciò che penso riguardo questa affermazione, in riferimento al mondo del Vino.
piccolo è bello vino
In molti credono che io parli per lo più di piccole cantine, di produttori artigianali e di realtà di nicchia perché ce l'abbia con le grandi realtà o perché ad esse preferisca aprioristicamente aziende di piccole dimensioni, ma non è così!

Partiamo da un dato approssimativo, ma esaustivo riguardo la suddivisione delle cantine italiane per dimensioni:

- 30% ca. piccoli produttori (sotto le 60.000 bott.);
- 20% ca. medio-piccoli produttori (tra le 60.000 e le 150.000 bott.);
- 15% ca. medi produttori (tra le 150.000 e le 300.000);
- 15% ca. medio grandi produttori (tra le 300.000 ed il 1.000.000 di bott.);
- 5% ca. grandi produttori (tra il 1.000.000 e i 3.000.000 di bott.);
- 5% ca. grandissimi produttori (dai 3.000.000 ad un numero indefinito di bottiglie che in Italia sembra attestarsi alla quota massima di 65milioni).

Fatta questa fredda premessa e scartando subito l'ultima voce, ovvero quella relativa alle ai grandissimi produttori (industriali), ci rendiamo subito conto che il cuore delle aziende agricole italiane è tornato (e stanno aumentando) ad essere quello delle piccole e medie imprese. Quindi vorrei soffermarmi su quanto i numeri possano dire, effettivamente, poco di un'azienda, ma al contempo possano creare differenze e scompensi in termini, non tanto di qualità, bensì di identità.
Partendo dal presupposto che ognuno sia libero di lasciarsi incuriosire da chi e ciò che senta più vicino a sè, che ogni penna sia libera di scrivere di chi e ciò che ritenga più opportuno ed in linea con la propria indole e la propria ricerca personale, umana ed enoica, io, da par mio, credo di aver trovato un equilibrio cercando storie da raccontare, ancor prima di limitarmi al solo assaggio.
Il mio ragionamento sarà semplicistico, perché ho sempre visto il mio approccio al mondo del Vino così, molto semplice e diretto, e per questo ho basato la mia ricerca su ciò che potesse essere interessante condividere con un pubblico non di nicchia, bensì il più eterogeneo possibile (winelovers più o meno appassionati e più o meno preparati, sommelier, enologi, produttori, vignaioli, ma anche l'ormai nota casalinga di Voghera) in base a tre fattori:

- la storia dell'azienda, delle persone e di un territorio;- la personalità dei produttori e l'identità dei vini assaggiati;- il rispetto in vigna ed in cantina a prescindere dalle certificazioni;

Il tutto, unitamente, all'emozione totalmente soggettiva che storie, persone ed assaggi sappiano suscitare in me.
Questi fattori, da un lato trascendono le dimensioni aziendali, dall'altro operano una sorta di selezione naturale che escluda sin dal principio i grandissimi produttori e molti dei grandi produttori di vini - che seppur vadano rispettati perché danno lavoro a migliaia di persone, producono qualcosa che non rispecchia il concetto reale di Vino, andando ad elaborare enologicamente e chimicamente un prodotto che dovrà essere omologato - ma non per questo includa tutti i piccoli o ancor meno i piccolissimi produttori. Perché? Perché non sempre "piccolo è bello" ed anche se fa molto figo parlare di tirature super limitate e di micro-appezzamenti, di micro-vinificazioni, di approcci iper-naturali e del "vino del contadino" non sempre tutto questo si traduce nel giusto equilibrio fra contesto, contorno e bicchiere. Piccolo, però, può essere bellissimo là dove la storia, il lavoro, il sacrificio, l'artigianalità, la competenza, l'attenzione e la qualità si intersechino al fine di produrre l'unicità ed è per questo che la maggior parte della cantine di cui ho scritto fanno parte dei piccoli vignaioli. Sia ben chiaro l'artigianalità non è sempre foriera di qualità e la competenza enologica non sempre è da demonizzare. Assaggiando tanto, se c'è una cosa alla quale si diventi intolleranti è la "presa per i fondelli" volontaria o involontaria, forse nata dall'incuria, forse da un'idea di Vino troppo filosofica e poco rispettosa del consumatore finale. Dico ciò per sostenere la tesi dell'artigianalità attuata con cognizione di causa, senno e logica e va benissimo quel quid in più di inventiva, di creatività e di rischio, ma purché abbia un riscontro che nel bene e nel male esalti l'identità e non tenda all'omologazione. Omologazione che, purtroppo, sta colpendo alcune nicchie, specie quella dei macerati, dove in pochi stanno facendo piccoli grandi capolavori, ma in molti seguendo la scia, stanno creando Vini dalle peculiarità molto simili, celando varietale e territorio, ovvero il contrario che mi aspetti da un piccolo vignaiolo artigiano.
Piccolo è bello quando arrivi in una cantina, pulita, minimale, ma con tanta storia dentro; è bello quando trovi nonno, padre, madre, figli e nipoti in giro per la campagna, in casa ed in cantina, uniti per intorno al Vino; è bello, soprattutto, quando il Vino che la piccola cantina produce sa di quella terra, di quel piccolo fazzoletto di vigna ed è tratto da una conoscenza quasi intima, individuale di ciascun filare, di ciascuna pianta tanto che quando una vite perisce si assiste ad un vero e proprio lutto. Il piccolo, insomma, dovrebbe puntare sempre di più sulla sua unicità e su un'artigianalità pragmatica e non solo idealistica, che possa aiutarlo a vivere la produzione vitivinicola senza tutte quelle difficoltà di cui molti winelovers non si curano, bevendo un Vino prodotto da un'azienda che magari non arrivi neanche alle 15.000 bottiglie annue ad un prezzo con il quale in GDO si possano trovare Vini di grandi e grandissime aziende.
Il punto è questo... il piccolo non è sempre piccolo per sua volontà, ma per dinamiche economiche e commerciali che gli impediscono di crescere, ma se potesse arrivare ad aumentare leggermente la propria produzione, almeno nel regime del guadagno ne sarebbe felice e riuscirebbe, di certo, a mantenere e persino ad aumentare la qualità dei propri Vini. Ecco il motivo principale per il quale io sono, da sempre più vicino ad aziende piccole e medio-piccole... il fatto che siano segregate in un limbo, dal quale non è facile uscire, nel quale il ritorno economico è tale da non permettere grandi investimenti in termini  di attrezzature di cantina, di marketing, di eventi, di viaggi e di tutto ciò che potrebbe concorrere ad una crescita aziendale, quanto meno in termini di posizionamento. Sono realtà che dipendono tantissimo dall'annata (una grandinata può ridurle sul lastrico per intenderci) e devono variare i mercati, nonostante abbiano piccole produzioni e poca notorietà e questo non è sempre facile (se non ti chiami Brunello o Barolo tanto per dire...), quindi alla fatica fisica si aggiunge, spesso, quella economica, che chi compra la bottiglia discutendone anche il prezzo spesso non comprende. Per la serie "piccolo è bello, ma grande conviene!".
Eppure non guarderei alle grandi cantine ed alle piccole cantine come ad una sorta di Davide e Golia, in quanto si tratti di due segmenti paralleli che non devono per forza di cose scontrarsi.

Perché scrivo per lo più delle piccole cantine?

Ci terrei a specificare che scrivere per passione vada oltre la ragione, ma quando ci si rende conto di poter cambiare anche solo in piccolissima parte le cose, credo sia normale, indirizzare i propri sforzi, per lo più, verso chi possa trarre maggior giovamento dai piccoli cambiamenti. Il discorso è semplice... io scrivo solo dei Vini che apprezzo, ma questo apprezzamento emozionale tiene conto sì delle peculiarità organolettiche, ma anche della capacità di quel Vino di rappresentare un territorio, un vitigno, un'idea ed una realtà aziendale/umana, magari familiare. Quando questo accade per un Vino prodotto da una piccola cantina e molti di voi che mi seguite e che - non smetterò mai di ringraziarvi abbastanza per questo - vi fidate del mio palato e delle mie impressioni a tal punto da acquistare quei vini o, addirittura, catapultarvi in cantina per conoscere le persone ed i territori di cui vi ho raccontato, le mie parole acquisiscono un maggior valore di quanto potrebbero averne se parlassi dei "soliti noti", che in primis non hanno bisogno di me ed in secondo luogo, non sono quasi mai in linea con il mio gusto personale ed in quanto tale opinabilissimo. Forse mi faccio condizionare dalle storie, dai caratteri dei vignaioli, dalla loro affabilità e dal rischio che si prendono ogni annata a fare questo lavoro e... beh, a me va bene così, perché il Vino non può essere ridotto al solo gusto, ai soli descrittori... il Vino è tutto ciò che racchiude una bottiglia, ma anche e soprattutto tutto ciò che c'è intorno a quella bottiglia. Perché è palese che alla cieca alcuni Vini di cui scrivo potrebbero risultare meno precisi, meno "piacevoli", ma anche, spesso, meno "ruffiani" di alcuni "BIG", ma io scrivo perché confido che le bottiglie che io stappo finiscano in un contesto di convivialità e piacere, che non si riduca alla sola percezione tecnica dell'assaggio, per quanto in alcuni casi, ho "scoperto" piccoli grandi Vini di piccoli grandi vignaioli che alla cieca potrebbero tener testa a chiunque (e ne ho le prove! 😉). Quegli "BIG" che non necessariamente ricadono nell'insieme delle grandi aziende, anzì, sono spesso cantine medie che hanno avuto la fortuna da un lato, l'abilità e la lungimiranza dall'altro di realizzare quelli che in gergo vengono definiti "vini da punteggio" e che oggi sono noti grazie ad una visibilità nazionale e globale su guide e riviste di settore e che quindi non avrebbero bisogno della mia penna, tutto qui. Io rispetto il grande nome e l'azienda "famosa" perché hanno fatto da traino ed ancora oggi fungono da locomotiva per intere denominazioni e perché hanno reso grande il Vino italiano nel mondo, ma, semplicemente tra un "BIG" ed un produttore meno conosciuto, ma capace di eguale se non superiore qualità, mi sento più a mio agio nello scrivere del secondo. Opinabile? Certamente, ma è ciò che sento e credo sia fondamentale agire sempre secondo la propria indole e la propria personalità, specie in un mondo in cui, chiunque - guardate me! - può scrivere e condividere con grande facilità le proprie opinioni riguardo qualsiasi cosa, spesso, senza rendersi conto che le parole di ognuno, mai come oggi, possono cambiare in bene ed in male, in piccolo o in grande, la vita di altri.
Comunque, considerazioni personali e coinvolgimenti emozionali a parte, credo di aver trovato qualità, artigianalità e competenza tecnica in tutte le aziende di cui ho scritto, comprese alcune medio-grandi, con produzioni ben oltre le 150.000 bottiglie e la cosa non può che farmi piacere, tanto che qui, magari senza saperlo - dato che non scrivo mai numeri nelle mie recensioni, né per quanto riguardi la produzione né per quanto riguardi i prezzi - avete già letto di diverse realtà di questo genere, che vantano, però, oltre ai numeri, un approccio rispettoso a 360° ed una storia aziendale ed umana che vale la pena raccontare.

Le eccezioni tra i grandi produttori esistono!

Ecco... se quello che cercate, però, sono l'identità, l'espressione massima di un terroir, la personalità di un vignaiolo/produttore riversata in un Vino è difficile pensare che questo possa avvenire in situazioni aziendali grandi o medio-grandi, ma questo non significa che sia sempre e necessariamente così. Esistono, eccezioni, ovvero aziende che producono più di un milione di bottiglie, che riservano piccole produzioni alle etichette di punta, quelle referenze che io stesso apprezzo e nelle quali il produttore riesce ad esprimere le potenzialità di un cru, la sua visione del Vino ed il varietale nella sua integrità. La grande azienda può farlo e lo farà bene grazie all'ausilio di una struttura, che pur essendo tarata su grandi numeri, magari ha mantenuto un'area storica della cantina tradizionale con il plus della tecnologia, della pulizia e della professionalità che si può avere in aziende di questo genere.
Quindi non disdegnerei a priori  il Vino di una grande azienda solo perché conosciamo le sue dimensioni o il numero di bottiglie prodotte. Vi faccio due esempi:
- L'azienda produce oltre 1milione di bottiglie l'anno eppure riserva alle sue referenze di punta, una piccola produzione, con una grande attenzione al rispetto in vigna, all'espressione dell'annata ed all'ottenimento di uno standard di qualità sempre alto. La storicità di un'azienda, la presenza sul territorio, la conduzione familiare, unitamente a questa sorta di "cantina nella cantina", dove la tecnologia incontra la tradizione e l'artigianalità si fonde con le competenze più moderne rappresentano il mix perfetto per fare qualità in maniera identitaria a prescindere dai numeri. E' questo ciò che cerco in una grande azienda ed è questo ciò di cui posso e voglio scrivere. Ho assaggiato giusto ieri il loro nuovo Metodo Classico Riserva, base Verdicchio, Pàs Dosé e rappresenta a pieno il connubio fra artigianalità, tecnica e rispetto del territorio e del vitigno.
- Uno dei Vini più chiacchierati per via della poca attenzione in vigna e dei numeri spropositati della sua produzione... il Prosecco! Sì, siamo tutti d'accordo sull'assurdità di alcune produzioni, eppure c'è una realtà grande (non grandissima per il Prosecco) che ha voluto lanciare un messaggio importante, contrapponendosi a chi pur di fare cassa sia disposto a qualsiasi scempio in vigna ed in cantina. L'azienda in questione è giovane e dinamica, ha investito sin dal principio su un approccio "green", rispettoso e sostenibile a partire dagli oltre 150ha coltivati in regime bio, fino alla produzione di energia rinnovabile atta a rendere autosufficiente l'azienda. Anche in questo caso abbiamo, di fianco ai grandi numeri del Prosecco, piccole produzioni come quella dell'Incrocio Manzoni, in cui si può scorgere un'identità ben definita, nonostante le dimensioni aziendali.
Potrei fare altri esempi andando ad attingere a bacini in cui la quantità e la qualità si aternano, ma a volte, rare volte, si incontrano, parlo di Toscana, Emilia, Sicilia solo per citare alcune regioni, ma lascio a voi trovare il vostro equilibrio tra gusto ed emozione, fra filosofia e concretezza, fra ragione e sogno.
Io, credo, assaggio dopo assaggio, che l'unica regola per non rischiare di perdersi potenziali grandi Vini e potenziali grandi storie sia quella di non dare mai nulla per scontato e di non aver pregiudizio alcuno nei riguardi delle cantine, avendo, però, chiara la propria idea di rispetto e l'obiettivo della propria ricerca personale. Avere aspettative non significa avere pregiudizi e di certo io mi aspetto molto dalle cantine che incontro e dei loro Vini, cosa che di assaggio in assaggio, di incontro in incontro può solo aumentare ed al contempo diventare più mirata e più consapevole.

Di chi scriverò?

Io continuerò a scrivere di chi saprà darmi qualcosa di bello, buono ed emozionante da condividere con voi e se saranno solo piccoli vignaioli ben venga, perché ad oggi, di certo il nucleo di questo wineblog è formato dal loro lavoro e dalle loro creazioni, ma se dovesse arrivare la grande azienda capace di stupirmi e magari io dovessi trovare interessante il fatto di potervi mostrare quella stessa realtà da un altro punto di vista, ben venga anch'essa! Qui non ci sono fazioni, non ci sono preferenze, se non legate ad una mera percezione personale, al mio gusto ed ai condizionamenti umani che ognuno di noi ha, incontrando persone, camminando nei vigneti, rivolgendo lo sguardo al contesto ed assaggiando un Vino. Ciò che conta per me è poter entrare in contatto con chi il Vino lo fa e con chi vede il prodotto finale come qualcosa di proprio, di unico e non come un prodotto seriale e questo, purtroppo o per fortuna, accade per lo più in realtà medio-piccole, ma tanto di capello alle grandi aziende che riescono a fare qualità ed a trovare un'identità forte e percettibile, perché non è di certo semplice. Mi piace pensare che voi, che leggete i miei post, che mi seguite sui social, siate alla ricerca di qualcosa di "nuovo", che vi stupisca, che non avete mai sentito nominare o che, semplicemente, non avete mai avuto modo di conoscere perché nessuno vi avesse confermato il suo valore. E' per questo che amo ricercare, scoprire e condividere realtà meno note e vedere che molte di esse, di cui ho scritto in tempi non sospetti, oggi siano conosciutissime, non penso dipenda da me, ma quanto meno mi fa credere che le mie sensazioni fossero giuste. E questo non coincide sempre con le dimensioni, anzi... esistono piccole realtà diventate molto note e cantine più grandi che secondo me vale la pena presentarvi, perché meno conosciute, ma come già detto più volte, per me ciò che conta è che ci sia rispetto, che si producano Vini di qualità e che abbia una storia di vigna e di vita da raccontarvi.

Mi scuso per il mio ennesimo articolo prolisso e, probabilmente, caotico, ma trovo terapeutico scrivere in questo wineblog, che io continuo a vedere come il mio diario senza lucchetto, ciò che a voce mi capita di dire spesso e volentieri ad amici winelovers e produttori. Ho sempre perseguito gli ideali ed i principi dell'equilibrio ed il rispetto e confido di riuscire a trasmetterne a voi attraverso le mie semplici parole. Io ci provo!😊

F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 30 novembre 2016

Vignaioli e Vini della 6° edizione del Mercato dei Vini FIVI a Piacenza

Avendo già espresso il mio parere sulla FIVI e sulla qualità della manifestazione Mercato dei Vini di Piacenza appena svoltosi, oggi vorrei dedicarmi a ciò che di più ci piace, ovvero agli incontri con i vignaioli ed agli assaggi dei loro Vini.
Premetto che dall'aumento dei vignaioli presenti al Mercato dei Vini il rischio che il livello qualitativo medio si abbassasse era quanto meno statistico, invece, se possibile, si è persino innalzato, a mio parere, quindi è stato piacevolmente difficile fare una piccola cernita riguardo le realtà ed i vini da condividere con voi - ma magari fosse sempre questo il "problema"..!

Vignaioli, cantine e vini del Mercato dei Vini FIVI in ordine sparso:

vini vignaioli mercato fivi
Gianfranco Fino e Simona Natale: parto col botto, lo so... ma questa è una cantina a cui tengo particolarmente, perché sono anni che ne scrivo e sono anni che Simona e Gianfranco continuano ad emozionarmi con i loro vini e con la loro umanità. Una cantina che porta il nome del Deus Ex Machina di questa ormai stranota realtà pugliese, ma io continuo a vedere la grandezza dei Vini di Gianfranco come un blend delle personalità entrambi. Incontrare persone che stimo, ammiro ed alle quali tengo è sempre un piacere, ma ciò che mi ha colpito di più, in un contesto così diverso per le sue dinamiche e per il suo target, è stato rendermi conto ancora una volta della vera umiltà di chi potrebbe ostentare, ma non lo fa, semplicemente perché non è nella loro indole.
Vini di un'apertura sconcertante, capaci di coinvolgere in un istante tutti i sensi, per luminosità, spessore, eleganza ed ovviamente per uno spettro organolettico unico nel suo genere. In questo Vino c'è tutto il meglio della terra, del varietale, dell'annata, del bio-sensato-logico--consapevole e del mio concetto di vignaiolo, che sappia cosa fare in vigna ed in cantina, con profondo rispetto ed altrettanta conoscenza. L'Es, in ambo le sue interpretazioni, è un Vino colto, ma mai snob, proprio come Gianfranco e Simona... l'Es non se a tira, altresí è in grado di farsi comprendere da molti in maniera trasversale. L'Es e l'Es più sole sono... boni e Simona Natale e Gianfranco Fino sono un valore aggiunto notevole, ma che nulla toglie al Vino, anzi ne rende solo più coerente e comprensibile la grandezza!

Terre di Pietra: di questa realtà scrissi già in tempi non troppo sospetti, ma fu solo andando in cantina che capì profondamente da dove venissero vini così speciali. L'equilibrio fra due zone con peculiarità complementari, ma soprattutto l'equilibrio fra i membri di una famiglia in cui la forza e gli strumenti della vita vengono condivisi e la somma di questa energia è maggiore della somma delle singole parti. Vini eleganti, mai sbilanciati in potenza e prepotenza. Laura Albertini è una tappa fissa per me ad ogni evento e deve ancora arrivare il giorno in cui un sorso di un suo vino mi deluderà.
Il nuovo Rabiosa da uve marcelan è già buono ora che le viti sono piccine picciò, ma figuratevi quando avranno raggiunto la piena maturità espressiva..! Per di più mi sono nuovamente innamorato del Mesal e dell'Amarone, due vini che hanno bisogno, anch'essi, di tempo, come tutti i vini di Terre di Pietra, ma che sanno sempre della giusta commistione fra vigna e cantina... due vini che sanno di Laura e del suo modo di vedere e di sentire il Vino: pulito, profondo, armonico e mai noioso! Una persona che non si accontenta, di quelle che saltata la misura più alta alzano l'asticella ad oltranza, ed è per questo che, mi piace pensare, non mancherà mai di stupirmi ed io nel Vino, ormai, cerco per lo più questo... lo stupore!

Marco Cecchini: penso sia lo stand che abbia consigliato più volte e nel quale io stesso sia tornato più volentieri ad assaggiare e riassaggiare. Perché? Perché credo che Marco sia un vignaiolo vero, ma di quelli che scesi dal trattore, finito di potare, entrano in cantina e sanno cosa fare e come farla. Marco è preparato, consapevole e sicuro della strada che ha intrapreso. Una strada irta di fatica e sacrificio da un lato e di grande rispetto e personalità dall'altro. Nel suo Riesling - per me in assoluto uno dei migliori renani italiani tra quelli assaggiati - c'è un torrente fresco in un letto dagli argini morbidi e sicuri, fino alle rapide, minerali, rocciose, entusiasmanti. Un Vino tanto composto quanto carico di una forza vitale che si sprigiona nel tempo, lentamente, ma intensamente. Ottimo e di grande identità il Tové (Friulano e Verduzzo) che ammalia con la sua delicata freschezza e persiste con la salinità. Anche il Refosco sa il fatto suo, intenso, avvolgente e mai scorbutico, capace di grande evoluzione.

Mattia Filippi: a volte si dice che nei grandi Vini vi si possano scorgere la personalità del vignaiolo, del produttore, dell'enologo, ma in questi io ci sento l'anima di una persona dai grandi valori e di grande valore, ci sento i principi del rispetto e della sincerità e ci sento la pulizia di chi sa fare Vino senza se e senza ma. L'Augusto Primo è un metodo classico base Chardonnay Brut Nature che ha la freschezza dei grandi metodo classico e sa stare sui lieviti più di 40 mesi senza perdere varietale, dinamica e guadagnando, al contempo, in complessità e finezza. Il suo Muller Xurfus è didattico, nel senso che andrebbe fatto assaggiare a chiunque abbia intenso questo vitigno come aromatico o ruffiano, quando la sua reale personalità è ben altra... glaciale, composta, verticale, dalla grande e persistente mineralità. Poi ci sono i due Cabernet Sauvignon Under the Sky ed Equinotium (Riserva) che, anche in questo caso, convertirebbero tutti gli annoiati da Cabernet "italico" come me ad amanti del genere. Uno dei rari casi in cui il sequel serva davvero a comprendere a pieno la trama completa ed in cui il primo capitolo della saga non lasci delusi da un finale scontato o ancor peggio incompleto. 
Se in alcuni casi è palese che si abusi di parole come eleganza ed armonia qui, forse, sono persino riduttive, quindi definiamoli "semplicemente"... grandi vini! 
Sviolinata? Sì, ma più che meritata e dormo sogni tranquilli, data la qualità dei Vini, sono più che lieto di espormi con tanta enfasi e sicurezza.

Gli Oltrepò Pavese Boys: un territorio tanto bistrattato quanto vocato ed in grado di realizzare piccoli grandi sogni. Sogni come quelli di tre produttori, giovani e volenterosi, che cercano di ritagliarsi uno spazio nel mondo del Vino che conti, in maniera onesta, pulita, rispettosa e volenterosa. Parlo di Gianluca Cabrini, in primis, che con la sua Tenuta Belvedere negli ultimi anni sta trovando la quadratura del cerchio annata dopo annata, Vino dopo Vino e che, oggi, stupisce per preparazione e coerenza. Gianluca e la sua compagna Federica (ormai è questione di settimane e la famiglia si allargherà, quindi auguroni!) sono una di quelle coppie del Vino che, nonostante la mole di lavoro, le difficoltà e qualsiasi ostacolo non lesinano mai sorrisi e quei sorrisi, quella positività è infusa nei loro Vini, sempre più fieri e sicuri, sempre più piacevoli e dinamici. Il suo Riesling farà parlare di sè, specie con la nuova annata e la Croatina in purezza Coccìnea è uno di quei Vini che, quando arrivano amici a casa, vorrei sempre poter stappare. 
Il secondo Oltrepò Pavese Boy e Matteo Maggi di Colle del Bricco, il più giovane produttore che conosca, un ragazzo che ha voluto fare Vino e sta ancora lavorando sodo per crearsi il contesto migliore per realizzare il suo sogno mattoncino dopo mattoncino, vendemmia dopo vendemmia. Un bravo comunicatore ed un umile lavoratore, che non smette di studiare e di cercare la sua enoica via, con l'ausilio dell'esperienza e della curiosità. Il restyling al packaging delle bottiglie ha donato nuova linfa all'immagine aziendale, ma, come sapete, a me interessa di più il contenuto e quello, beh... è sempre più interessante! Uno dei pochi che sa tirar fuori grande mineralità ed ampiezza espressiva dal Riesling Italico fermo. Sui rossi piacevole la Barbera Stafilo ed intrigante la Croatina Makedon, ma sta lavorando ad una sorpresa che spero avrete modo di assaggiare un giorno, perché è davvero tanta roba, non vi dico altro.
Sempre per quanto riguarda l'Oltrepò, ho avuto, poi, modo di assaggiare le nuove annate dell'azienda agricola Padroggi La Piotta, che continua ad fungere da esempio e da traino per quanto riguardi l'agricoltura bio in Oltrepò. Tra tutti i Vini assaggiati spiccano, sicuramente, i due metodo classico Brut e Brut Rosè base Pinot Nero, eleganti e piacevoli, di grande verticalità.

Patrick Uccelli - Ansitz Dornach: ho sempre visto il Vino come una scultura ancor più che come un dipinto. Perché? Perché la scultura è l'arte del togliere anzi del saper togliere, del conoscere cosa levare ed in tal senso Patrick Uccelli è un istrionico e creativo sculture contemporaneo, un'artigiano più che un artista, che sa cosa fare, perché dietro alla sua contagiosa simpatia cela consapevolezza e competenza. I suoi Vini sanno più dei luoghi dai quali provengono e del proprio varietale che di lui e della sua mano. Sono puliti, netti, nitidi, puri davvero! Il suo Gewürztraminer è un'esperienza che tutti gli amanti di questo vitigno dovrebbero fare... e forse qualcuno capirà la sua vera essenza... bravo davvero colui che sa togliere tutto il superfluo per dare sincere emozioni con complessa semplicità.

Luca Ferraro - Bele Casel: ormai noto a tutti i winelovers, perché oltre ad essere un grande vignaiolo sa come comunicare il suo territorio ed il Vino in generale, Luca è l'esempio lampante che il Prosecco rispettoso e di qualità esista. Il suo Colfondo da vigne vecchie porta in dote la freschezza e la piacevolezza del Prosecco e la complessità e la profondità aromatica e gustativa della rifermentazione in bottiglia. Chi critica il Prosecco generalizzando e sparando a zero su tutti e tutto, non ha mai assaggiato i suoi vini e quelli di altri validi produttori.

Rocco di Carpeneto: parola d'ordine "equilibrio"! Si, ho parlato più volte di quanto per me sia importante l'equilibrio nel Vino, ma ancor prima nella conduzione in vigna ed in cantina e credo che Lidia e Paolo siano l'emblema dell'"equilibrio naturale delle cose". Equilibrio nel gestire rispettosamente i bellissimi vigneti di Ovada, nel approcciare il Vino in cantina togliendo tutto il peggio, ma facendo restare tutto il meglio, con senno, rigore ed una naturalità consapevole. La Barbera Reitemp da vigne vecchie è straordinariamente lucente, dinamica, piena e saggia. Durante il Mercato dei Vini in molti mi hanno chiesto di consigliar loro qualche Barbera dal grande potenziale organolettico ed emozionale e questa era sempre in lista.

Poggio di Gavi: Francesca Poggio è proprio come i suoi Vini o forse sono i suoi Vini ad essere come lei, non lo so e poco mi interessa! Fatto sta che ogni volta che assaggio qualcosa da lei i tecnicismi svaniscono e si chiacchiera di tutto tranne che di Vino e sapete qual'è la cosa più bella? Che nonostante si chiacchieri di altro, me ne vado sempre con un gran bel ricordo dei suoi Vini ed in particolare del Metodo Classico di Gavi di grande finezza ed il Gavi di Gavi Etichetta Oro, sempre intenso, salino e dotato di grande potenziale evolutivo.

Vigneti Vallorani: conoscevo Rocco tramite social ed avevo avuto modo di assaggiare qualche suo Vino in giro per le mie Marche, ma ora che ho avuto modo di fare una panoramica della linea aziendale, non vedo l'ora di fare un salto in cantina, perché credo ne valga davvero la pena. Grande lavoro in vigna e ricerca di equilibrio ed eleganza in cantina, con scelte che alla potenza preferiscono preferiscano la finezza. Anche in questo caso parliamo di un bio molto cosapevole e che trasla il rispetto avuto in vigna verso la cantina, dove tutte le fasi della vinificazione vengono seguite con minuziosa attenzione e nulla è lasciato al caso. Tutti molto espressivi e varietali gli assaggi di Pecorino, Passerina e Rosso Piceno, ma devo ammettere che il Sangiovese in purezza mi abbia quasi fatto ricredere sull'affinamento in legno piccolo, ben gestito e ben dosato, senza particolari incidenze, ha mostrato davvero un grande potenziale.

Boccadigabbia: sempre dalle mie Marche, la cantina Boccadigabbia rappresenta un punto di riferimento per i rossi di una regione, spesso erroneamente, considerata solo bianchista. L'Akronte è una vera e propria pietra miliare dell'enologia marchigiana e non solo e credo che con le ultime annate abbia riacquisito i fasti di un tempo. La chicca, però, che non ho mancato di far assaggiare ad amici e colleghi è, senza ombra di dubbio, la Ribona (o Maceratino), un varietale su cui io punto molto e che ancora in pochi produttori sanno gestire al meglio. Boccadigabbia è, sicuramente, uno di questi! Dritta, minerale, piena, persistente e capace di grande tenuta nel tempo, la Ribona è in grado di lottare ad armi pari con i migliori Verdicchio e detto dal paladino del Verdicchio è tutto un dire!

Cignano: il Bianchello del Metauro ha visto nascere e crescere negli ultimi anni dei giovani produttori che stanno facendo di tutto per portare questo storico vitigno marchigiano ai fasti che meriti. Uno di questi giovani vignaioli è Fabio Bucchini, un vero e proprio paladino del Bianchello che lavora con grande attenzione e con l'obiettivo di una qualità sempre più alta con un impatto sempre più basso. Vini a "residuo zero", quelli che Fabio vuole far uscire dalla sua cantina incastonata in una delle zone delle Marche più bella eppure meno nota enoicamente parlando. Grandi espressioni del Biancame sia il Bianco Assoluto, più caldo, ed avvolgente, mantenendo una buona vena acida ed il Sanleone più fresco, minerale, dinamico. Vini che una volta assaggiati hanno la capacità di lasciare il segno grazie ad un'unicità semplice e diretta, palese a tutti e non solo a chi conosce il varietale.

Fratelli Aimasso: erano anni che sentivo parlare di Luca Aimasso, ma per un motivo o per l'altro non eravamo mai riusciti ad incontrarci e soprattutto io non avevo ancora avuto modo di assaggiare i suoi Vini. Come per la maggior parte dei vignaioli FIVI anche in questo caso parliamo di piccole produzioni, ma che nel caso di Luca sono distribuite in molte etichette, che danno un'idea più capillare del suo terroir.  Il suo Dolcetto di Diano d'Alba è sincero, schietto diretto e molto territoriale, ma è con il Nebbiolo che si inizia far davvero sul serio. Sia nel Nebbiolo base che nel Barolo Brunate c'è tanta stoffa, profonda freschezza ed un tannino che guarda dritto al futuro. Molto buona anche la Barbera d'Alba rotonda ed armonica. L'impatto con Luca ed i suoi Vini è stato subito molto empatico e credo sarà una di quelle aziende che difficilmente smetterò di seguire.

Muralia di Stefano Casali: un incontro fortuito, uno di quei "ti presento un amico" che possono lasciare indifferenti e, spesso, s'hanno da fare, ma nulla più. Invece no! L'incontro, sì fortuito, con Stefano e la sua realtà si è dimostrato sin dal primo empatico scambio di vedute sino all'ultimo attimo di persistente piacere dell'ultimo assaggio, avere tutti i canoni della scoperta! Avevo già sentito parlare di Muralia eppure non ero ancora riuscito ad assaggiare nulla che provenisse da questa cantina, incastonata nelle colline maremmane, in armonia con un contesto, tra i pochi, ancora naturalmente naturale. E' proprio per enfatizzare, esprimere e rispettare questo contesto così scevro dall'agire incauto dell'uomo e delle sue industrie, che Stefano Casali ha deciso di fare Vino e di farlo bene, con intuito, pazienza, saggezza, ma anche con molta semplicità.
Una semplicità spontanea che diviene altrettanto spontaneamente complessa, nel calice. Ho molto apprezzato il garbo nei blend e la peculiare mineralità che attraversa in maniera trasversale ogni Vino. La curiosità è stata solleticata, quindi ora non resta che andare in cantina!

Moreno Ferlat: di Moreno dell'azienda Silvano Ferlat vi ho parlato in occasione della manifestazione Vinoè di Firenze e se già in quell'articolo mi sbilanciai abbastanza circa la precisione dei suoi Vini e l'eleganza alla quale tutte le referenze anelino, a Piacenza ho avuto un'ulteriore conferma della validità sua come vignaiolo ed enologo, ma ancor più della sua umiltà. Mi ero permesso di chiedergli di assaggiare qualcosa di "vecchio" per valutare il potenziale evolutivo dei suoi bianchi e senza batter ciglio Moreno ha portato al Mercato dei Vini due chicche da stappare insieme, che lui stesso non assaggiava da molto. Così, a scatola chiusa, si stappano una Malvasia 2008 ed un Tocai (all'epoca di poteva ancora chiamarlo così) 2006 entrambi con una vitalità a dir poco stupefacente, la prima dotata di grande freschezza e mineralità, il secondo ancora pieno e carico, per nulla seduto. Nessun segno di cedimento nei due assaggi più interessanti di tutta la manifestazione in termini tecnici ed emozionali. Un piacere notare il mio stupore specchiarsi nel suo.

Terenzuola: Ivan Giuliani è un vignaiolo che ha abbattuto confini per unire territori, che ha fatto della storia una mappa da seguire e dei diversi terroir motivo di unicità.
"Né solo ligure né solo toscano ma produttore in Luni, Candia, Lunigiana e Cinque Terre: cercando di unire così tutti i territori della Lunigiana storica così come era unita un secolo e mezzo fa." Il suo Cinque Terre ha il sapore del mare ed il calore della terra, sferzata da una brezza fresca e garbata. Un Vino unico, blend di uve Bosco, Albarola e Vermentino provenienti da diverse parcelle di un vigneto eroico, mozzafiato, a picco sul mare nel comune di Riomaggiore. Poche bottiglie per un'esperienza che vale più o meno quanto un teletrasporto nella terra dal quale questo Vino proviene.

Agricola Paolo Avezza: un suggerimento che non potevo che assecondare e di corsa, anche! Quello di Armando Castagno, che dai social mi segnalava questo nome a me ignoto, che mi ha stupito sin dal primo assaggio con un metodo classico Alta Langa fine e dinamico, di quelli che possono regalare grandi emozioni dimenticandoli in cantina. Era dalla Barbera che mi aspettavo, però, l'exploit e con il Nizza Superiore Sotto La Muda c'è stato! Un ottima Barbera, tradizionale quanto basti per farti chiedere perché non la facciano tutti così?! Grande integrazione del legno e già siamo sulla strada giusta, se poi alla struttura solida si interseca una tessitura fine, puoi solo aspettarti un gran finale, che arriva e persiste... insiste!
Il Moscato d'Asti, io sto iniziando ad apprezzarlo soporattutto dopo qualche tempo in più di bottiglia, ma la 2015 della famiglia Avezza è comunque molto molto piacevole e per nulla stucchevole, quindi non mancherò di riassaggiarlo anche tra qualche mese.
Purtroppo non ho avuto modo di conoscere Paolo, ma sua figlia Roberta è stata più che esaustiva ed ho apprezzato molto il suo sincero coinvolgimento nelle dinamiche dell'azienda. Una mano femminile in cantina si nota e rappresenta un sicuro valore aggiunto.

Luciano Ciolfi - Sanlorenzo: ormai assaggio i suoi Vini ogni settimana, visto che sembriamo frequentare gli stessi "eno-postacci", io al di qua lui al di là del banco d'assaggio. Scherzi a parte, è sempre un piacere ritrovare un produttore che pur portando in dote una denominazione così importante, è sempre presente, disponibile ed umile nel far conoscere sè, la sua azienda, il suo territorio e, ovviamente, i suoi ottimi Vini. Se del suo Rosso di Montalcino e dei suoi Brunello Bramante vi ho già parlato, vi metto già tutti in allerta per una novità che, credo proprio, stupirà molti. Prendi del Sangiovese Grosso, mettilo in un claiver ed ottieni un'espressione nitida, pura del varietale, tannino compreso. Un Vino già buono, ma che andrà seguito e compreso nel tempo, sia nelle integrazioni a breve termine che nell'evoluzione a lungo termine. A qualcuno la sperimentazione non piace, ma io sono molto per il "chi si ferma è perduto", quindi non posso che apprezzare questa novità.

Zanotelli: Nicola Zanotolli è uno dei Cembrani Doc che andai a trovare qualche mese fa e che non vedo l'ora di ritrovare in quelle terre ibernate nella bellezza. Conoscevo già molti dei suoi Vini, che ho sempre ritenuto lungimiranti e di grande piacevolezza e inerzialità alla beva, ma assaggiando il Silvester è stato come ricominciare da zero! Alla freschezza ed alla mineralità presente in tutti i bianchi dell'azienda, in questo chardonnay (con un piccolo saldo di altre uve a bacca bianca) si aggiunge un tepore rassicurante, un tocco netto e convinto, un amichevole abbraccio. Il meglio delle notti fredde e del sole battente, in questo Vino da bere oggi, domani, tra un anno ed ancora...

Giovanni Mattia Ederle: Giovanni è uno dei giovani vignaioli più eclettici, dotato di grande verve ed acume, produce Vini che all'attenzione in vigna ed alle peculiarità varietali sanno addizionare quel quid di, tanto geniale quanto rischiosa, intuizione che ad oggi non ha ancora smesso di stupirmi. Potrei parlarvi dei suoi grandi Rossi, ma sarebbe scontato! Vi parlerò invece di un bianco, che ha stupito me e tutti coloro che l'hanno assaggiato con me o ai quali ho consigliato di assaggiarlo. Parlo del Donna Francesca un blend di Garganega e Chardonnay che parla veronese con l'accento francese a metà fra la Borgogna e lo Jura. Elegante come i borgognotti, con quella punta di ossidativa eresia che mi fa amare così tanto lo Jura ed i suoi vignaioli. Questo Vino è proprio come Giovanni, ovvero educato, composto e preciso, ma al contempo eclettico, originale e di spirito. L'ho definito un Peter Pan 2.0 e se l'eterna giovinezza potrebbe sembrare un po' eccessiva, una grande longevità è più che auspicabile per il Donna Francesca.

I Carpini: ho conosciuto Paolo Carlo Ghislandi da poco, ma è bastato prima assaggiare alcuni dei suoi Vini e poi fare due chiacchiere al Mercato dei Vini per prendere piena coscienza di che persona e che vignaiolo Paolo sia. Un'artigiano capace di guizzi artistici, un razionale quando gli occhi sono aperti, un sognatore non appena essi si chiudano, competenza ed istinto, tecnica e fantasia.  Un trequartista del Vino, che ha una linea di referenze con identità ben distinte, ma mai slegate fra loro. Dei Vini credo proprio vi parlerò nei prossimi giorni in un articolo interamente dedicato a Paolo ed alla sua cantina.

Pieve de' Pitti: che Caterina fosse una vera vignaiola ormai l'avevo appurato, ma devo ammettere che ogni volta che assaggio i suoi Vini è come scoprire un po' più di lei, della sua terra, delle sue vigne e dell'idea di Vino che stia portando avanti. In particolare, in questa occasione, sono stato colpito dal suo Syrah Scopaiolo, che alla classica e sempre intrigante pepata spezia aggiunge un'intelaiatura minerale che, unita ad un buon nerbo acido, ne fa un Vino da bere con inerzia. Interessanti anche i bianchi assaggiati in cantina qualche mese fa ed ovviamente il Moro di Pava, un gran bel Sangiovese di quelli che sanno di Sangiovese e di terroir.


Pietro Beconcini: Leonardo Beconcini è uno di quei vignaioli che in vigna ci vivrebbe giorno e notte e che mentre cammina fra i filari - ed io ho avuto il piacere di camminarvi con lui - entra nel suo habitat naturale, dove non smetterebbe più di raccontare della bellezza del suo territorio e delle potenzialità delle sue piante. Piante uniche, quelle di Tempranillo, vigneto unico in Italia che da vita a vini che dimostrano quanto il terroir possa fare la differenza. Specie per un varietale che altrove, Spagna in primis, dia origini a Vini dolcioni ed eccessivamente morbidi, mentre nei vigneti di Leonardo si fa asciutto, lineare, profondo e pieno quanto basti per donare un sorso ampio, ma non stancante. Sempre un piacere parlare di Vino e di vita con persone con così tante esperienza ed umanità.

Grifalco: dietro suggerimento di più di un amico mi catapulto ad assaggiare i Vini di quest'azienda nel Vulture, ma con una forte impronta toscana. Fabrizio Piccin e Cecilia Naldoni li conoscevo già ai tempi di Salcheto, ma una volta ceduta l'azienda di Montepulciano - perché il modo di fare Vino in Toscana non sembrava essere più in linea con la loro filosofia enoica - è proprio in Basilicata che stanno creando il futuro loro e dei loro figli, ormai entrambi fondamentali per l'azienda. 
Ricordo ancora il giorno in cui, davanti ad un paio di wine critics ed un produttore toscano, mi beccai uno sberleffo parlando di quanto l'Aglianico avesse in comune con il Sangiovese, sia a livello storico che in termini di varietale e non può che farmi piacere aver trovato qualcuno che avendo lavorato con entrambi i vitigni nelle due zone d'elezione di ciascuno confermi questa mia percezione. Interessante la commistione di stili tosco-lucana che ha portato alla realizzazione di Vini molto puliti, espressivi ed equilibrati. Tra tutti quello che ho, sicuramente, apprezzato maggiormente è stato il Grifalco, un bell'Aglianico in purezza che al frutto integro e fresco abbina una dinamica vibrante striata di tannini netti, ma educati ed attraversata da una vena minerale che ne agevola ancor più la beva.

Kobler: Armin Kobler è uno di quei produttori che ho sempre seguito con piacere sui social, perché dotato di quella giusta dose di ragionevolezza ed ironia che in molti dovrebbero comprendere e far propria. Non avero, però, mai assaggiato i suoi Vini, quindi quale miglior occasione del Mercato dei Vini per farlo?! Ciò che è emerso dal mio assaggio rapido e conciso - un po' come Armin, a cui si vede lontano un miglio piacciano più i fatti e la concretezza che i voli pindarici - è che la ricerca della pulizia e della precisione sia il comun denominatore di tutta la linea dei Vini Kobler. Mi hanno molto colpito il Gewürztraminer Feld, molto dritto, netto e salino, ed il Puit (Cab. Franc) molto elegante, educato, suadente, ma al contempo dinamico, anch'esso, per freschezza.

Tenuta San Marcello: dal momento in cui raccontai in questo wineblog la storia di Massimo & Pascale e del loro amore per le Marche e per la Tenuta San Marcello non ho più smesso di seguire le evoluzioni di questa realtà e dei suoi ottimi Vini. Tanto che nell'ultima trasversale del verdicchio fu proprio un Vino di Massimo a stupire tutti. Al Mercato dei Vini ho avuto modo di assaggiare le nuova annata del Cipriani e, beh... che 2015 ragazzi! Un Verdicchio che chiunque ami il varietale - io non faccio testo, dato che ormai siamo sposati io e quest'uva - dovrebbe assaggiare. Di grande identità, pienezza, ma fresco e sapido, con tutte le note, dal principio al finale, al posto giusto, mandorla amara compresa. Poi Massimo è una persona da conoscere, quindi se capitate nelle Marche un saltino in azienda è d'obbligo! 



Podere Albiano: adoro la Val d'Orcia e sono convinto che in un luogo così bello si debba necessariamente puntare a fare grandi Vini. Alberto & Anna non hanno mai avuto dubbi a riguardo e la qualità dei loro Vini ha sempre rispecchiato la volontà di mostrare le potenzialità di un territorio, sin troppo spesso, messo in ombra dalle vicine sorelle maggiori. 

Il Tribolo Riserva 2011 è davvero un grande Sangiovese, fiero ed elegante, ancora in fase di start up evolutiva.
Tenuta di Ghizzano: una realtà che ho scoperto di recente assaggiando tutta la linea di Rossi prodotti in questa storia tenuta dell'alta Toscana. Ritrovarla al Mercato dei Vini è stato un piacere, soprattutto perché ho avuto modo di assaggiare l'ultimo imbottigliamento del Ghizzano che esprime il Sangiovese in tutto il suo splendore, con carica ed eleganza, con freschezza e struttura, il tutto reso più intrigante e stuzzicante dalla speziatura naturale di questo varietale che solo trattandolo con il massimo rispetto e senza artifizi può essere esaltata. Di sicuro una cantina di cui vi parlerò in maniera più approfondita in futuro.

San Biagio Vecchioper quanto piccola sia questa realtà e per quante poche bottiglie producano, sono sempre attivi e non mancano mai un evento, pur di far conoscere il proprio territorio e la propria idea di Vino ed io non perdo mai occasione di passare da loro ad assaggiare le ottime Albana ed i Rossi sempre più maturi ed interessanti.
Solo qualche giorno fa scrissi di questa cantina romagnola, in occasione dell'evento Sangiovese Purosangue, quindi eviterò di annoiarvi ripetendomi, ma non eviterò di consigliarvi di assaggiare i loro Vini, perché ne vale davvero la pena e Lucia saprà illustrarvi ogni peculiarità dell'azienda e delle vinificazioni in maniera impeccabile.

Lo stesso discorso vale per Gabriele Succi e la sua Costa Archi e Marta Valpiani due aziende che si dimostrano, con due stili diversi, ma approcci ugualmente rispettosi e ponderati, ai vertici espressivi del Sangiovese di Romagna. Dalla personalità inconfondibile, con una buona struttura, attraversata da lineare freschezza, giocati su equilibri sottili tutti i Vini di Costa Archi, mentre leggiadra eleganza negli assaggi di Marta Valpiani, belli freschi e minerali anch'essi, molto territoriali.

Qualche assaggio estemporaneo degno di nota al Mercato dei Vini:

Il Rosso del veronese Theobroma (cabernet sauv. e croatina) di Pier Paolo Antolini è il Vino che non t'aspetti in Valpolicella, quell'esercizio di stile che potrebbe risultare fuori luogo, ma che invece, in questo caso, stupisce per il grande equilibrio fra spalle larghe e sorso affusolato.

Liana Peruzzi: la sua minuta produzione di Metodo Classico da uve Verdicchio Dosaggio Zero rappresenta ora come ora l'eccellenza della spumantizzazione da autoctono in Italia. Un Vino di rara eleganza, che mantiene integro il varietale, spogliandolo solo degli eccessi ed esaltandone freschezza e mineralità. In assoluto uno dei miei Metodo Classico preferiti per pulizia e finezza.

Una realtà che sto imparando a conoscere proprio in questi ultimi mesi quella della cantina Massimago che sta ancora crescendo, ma ha già raggiunto obiettivi importanti. Tra i percorsi meglio avviati c'è sicuramente quello del Profasio 2012 vanta il giusto connubio fra dinamica e struttura, che grazie ad una buona balsamicità rendono la beva agile e godibile.

L'Ortrugo Narciso di Davide Valla è una sorpresa inattesa! Forse il Vino più bizzarro, particolare che abbia assaggiato ultimamente grazie alla sua natura irriverente, con una macerazione abbastanza spinta e la sua vivacità frizzante. Una sorta di orange wine rifermentato in bottiglia, che d'estate ne berresti a secchi!

Il Vino da Messa dell'Az. Agr. Ca' Richeta di Orlando Enrico è un passito prodotto secondo i regolamenti di Diritto canonico dei vini ad uso sacramentale, sotto la supervisione e l’autorizzazione della Curia Diocesana di Alba e sin dal primo naso fa sorgere spontanea l'esclamazione "fortunati 'sti preti!". Intenso, piacevole, assolutamente non eccessivo in dolcezza. Una goduria!

Siamo a Piacenza e non potevo che salutarla con un Vino piacentino di un produttore che ho sempre apprezzato per la qualità dei propri Vini, ovvero l'Az. Agr. Casa Bianca della famiglia Marengoni.
Il Vino in questione è il Gutturnio Riserva, un blend classico di Barbera e Croatina affinato in botte grande per tre anni più uno in bottiglia che se avesse sull'etichetta un nome o una denominazione più conosciuta ed importante potrebbe competere con Vini ben più blasonati e costosi. Ottimo!

Nella speranza di non aver dimenticato qualcuno, ma è molto probabile data l'enorme quantità di assaggi e la piccola cernita che ho dovuto per forza di cose effettuare, rimando amici winelovers e tutti i produttori - specialmente quelli che non sono riuscito a passare a trovare per motivi di tempo e perché il mio clone era in ferie - alla prossima edizione del mercato dei vini dei vignaioli indipendenti, certo che sarà ancora una volta una grande esperienza enoica ed umana!

F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 28 novembre 2016

Il Mercato dei Vini FIVI secondo me...

Il Mercato dei Vini della FIVI secondo me ha un terribile difetto! Dura troppo poco! Ovviamente, sto scherzano ma anche quest'anno il risveglio post-mercato dei vini ha quel fresco, intenso, ma equilibrato blend di luce e malinconia affinato nei ricordi che, prima di passare al mio consueto articolo relativo agli incontri ed agli assaggi che di più mi hanno colpito ed emozionato durante questa edizione, mi spinge a condividere con voi qualche semplice considerazione.
mercato vini fivi
Parto col confermare ciò che ho scritto in tempi non sospetti, ovvero che il Mercato dei Vini FIVI sia, in assoluto, l'evento più sensato per tutte le categorie coinvolte: produttori, media, winelovers e buyers. Si può assaggiare, si può parlare, si può comprare, ci si può persino mettere in un carrello della spesa come da bambini e farsi spingere sù e giù per la fiera!!! 😋 Scherzi a parte... evento che non smette di crescere ed implementare ogni aspetto organizzativo e comunicativo, ma soprattutto che, nonostante l'aumento importante del numero di produttori coinvolti, è capace di mantenere e, se possibile, di innalzare la qualità media dei vignaioli e dei vini presenti. Al Mercato dei Vini ci sono due cose davvero difficili da trovare: produttori che se la tirino e che non abbiano valori umani importanti, ancor prima che professionali, e vini di scarsa qualità. Si possono trovare, invece, approcci diversi, idee personali, modi di intendere e di volere differenti relativamente alla vita, alla vite ed al vino, ma non esistono lotte di genere, talebani o rivoluzionari, si respira grande consapevolezza ed altrettanta umiltà. Non esistono lotte intestine fra questa o quella pseudo-eno-filosofia perché il principio primo di quest'aggregazione di teste, cuori e lavoratori è il rispetto, per ciò che si faccia in vigna ed in cantina, per il collega vignaiolo e per chi il vino poi lo compri, lo beva o magari lo venda ed è bastato riservare l'ingresso in FIVI a chi produca con dalle sue vigne, quindi con le sue uve, nella propria cantina i suoi vini per fare una sorta di selezione "naturale".
La diversità che diviene unità di intenti, l'identità del terroir, vignaiolo compreso, che diventa peculiarità - come dovrebbe essere sempre - a prescindere da certificazioni o auto-proclamazioni.
Un esempio di aggregazione e collaborazione umana e lavorativa concreta, rispettosa, seria ed in grado di fare questo e molto altro, a mio parere. Se ci fosse un partito politico dalle simili capacità credo non avrei dubbi nel votarlo! 😋
Tornando all'evento in sè e per sè, mai così tanta affluenza, vuoi per il numero di produttori aumentato, ma ancor più - credo - per il grande lavoro di comunicazione fatto in primis dai produttori stessi, che in maniera esponenziale moltiplicano la visibilità di una realtà, ormai, imperdibile per ogni winelover italiano.
Ho notato, inoltre, che ad aumentare sia stata anche la qualità degli avventori, che di certo si sono nuovamente divisi fra più attenti e concreti durante il sabato - giornata in cui molte cantine sono rimaste senza vino tanta era la voglia di fare "la spesa" di alcuni visitatori - e curiosi, appassionati e qualche rarissimo bevitore durante la domenica. Ciò che fa riflettere di più è quanto un'associazione senza grandi diktat riesca a creare un contesto nel quale la selezione avvenga a monte, nella percezione e nella consapevolezza dell'azienda che chiede di iscriversi, come se già sapesse se sia o meno adatta ad entrare in FIVI. Per di più, anche il pubblico è sembrato essere tanto variegato quanto unito da una stessa matrice composta da curiosità, attenzione, rispetto e, soprattutto, da una grande sete di qualità.
Bellissimo, per me, da wineblogger ed appassionato comunicatore è stato veder riuniti così tanti amici che mi seguono e mi leggono, che a mia volta stimo e con i quali ho potuto mettere in atto il mio claim "wine is sharing" in modo semplice e divertente, convidivendo conoscenze ed assaggi in giro per il mercato. E' stato davvero emozionante e constatare, quest'anno più che mai, che le mie parole possano avere un concreto effetto, se pur nel mio piccolo, nelle dinamiche di notorietà e quindi di vendita dei vini dei produttori che apprezzo di più e sapere che molti amici abbiano letto dell'evento tramite questo wineblog mi riempe d'orgoglio da un lato ed aumenta la responsabilità dall'altro e vi assicuro che continuerò a mettercela tutta, nel rispetto della mia etica e nella speranza di non deludervi.
Al Mercato dei Vini io mi sento come nel mio paesino di origine, dove camminando per le vie del piccolo centro storico, dove potevi fermarti a fare la spesa nella piccola bottega, potevi salutare chi avesse un'attività ed incontrare amici con i quali fermarti a fare due chiacchiere in tutta libertà e serenità. Il Mercato dei Vini non è un centro commerciale, è il centro di un piccolo paese governato democraticamente dal RISPETTO - mi scuso se sottolineo questa parola in continuazione, ma è ciò che mi fa sentire così vicino alla FIVI, quindi non smetterò mai di ribadirla - con un cuore pulsante capace di portare linfa vitale ad un mondo, quello del Vino, che aveva terribilmente bisogno di unità di intenti, visioni comuni e complementari e di concretezza, che non fosse solo economica, ma anche umana.
Se poi, oltre ad essere un gran bell'evento dalla mia parte dello stand, il produttore se ne torna a casa ammortizzando, in molti casi, abbondantemente le spese ed avando potuto comunicare la propria realtà, condiviso pareri ed assaggi con gli altri vignaioli e fatto rete, il mercato vince a mani basse e per questo tipo di aziende, di queste dimensioni e con questo approccio al Vino, forse è ancor meglio di altri più importanti eventi, per quanto la FIVI sia riuscita, specie l'anno scorso, a traslare questa positività anche in un contesto più generalista e dispersivo come Vinitaly.
Complimenti davvero a tutta l'organizzazione ed ai vignaioli FIVI!
Vi rimando ai prossimi giorni per il mio articolo sugli incontri e gli assaggi più emozionanti di questa due giorni straordinariamente interessante e divertente.


F.S.R.
#WineIsSharing

giovedì 24 novembre 2016

La Franciacorta di Corte Aura - L'eleganza che si fa bere

E' facile innamorarsi delle cantine storiche, delle famiglie del vino, di chi è radicato nel territorio da decenni, a volte secoli e lo è ancor più per me che amo raccontare storie di legami indissolubili fra i produttori e la terra che li ospiti. Il mondo del vino, però, è anche innovazione, evoluzione e continua spinta verso il futuro, ma ciò non significa slegarsi dal territorio o contrapporsi necessariamente alla tradizione, anzi..! La realtà di cui vi parlerò oggi, ad esempio, rappresenta una sfida, un nuovo progetto in un territorio in cui la storia e la modernità, la tradizione e l'evoluzione tecnica rappresentano il blend di default. Parlo della Franciacorta, ovviamente, e la cantina che vi vado a presentare è Corte Aura.
Federico Fossati è uno di quei produttori che non si accontenta di creare una cantina e di fare vino, bensì voleva fare ottimo vino secondo la sua idea di Franciacorta. Fu così che il proprietario dell'azienda Corte Aura decise, in accordo con il responsabile tecnico Pierangelo Bonomi, di provare ad allungare i tempi di affinamento delle bottiglie fino ad un minimo di 36 mesi, rispetto al disciplinare del consorzio. La Franciacorta, che è stata più volte nell'occhio del ciclone per una forbice troppo ampia riguardo costi e qualità presenti in GDO e quella reale dei produttori più attenti – indipendentemente dalle dimensioni -, può ancora garantire costanza qualitativa e identità di territorio per vini che combinano facilità di beva, eleganza e rigorosa struttura ed è questo che vuole dimostrare Corte Aura.
Corte Aura è un nome che viene da lontano, dalla culla della cultura greca ed ha più significati etimologici. Aura, è l'insieme dell'energia positiva mentre Corte rievoca la storia della Franciacorta. Quando nel medioevo il territorio era amministrato da monaci Benedettini e Cluniacensi che in cambio del lavoro prestato non pagavano le gabelle e i dazi, da qui il nome La Francia Curta.
Il logo dell'azienda può risultare, inizialmente, simpatico, divertente, poco comprensibile, ma in realtà non c'è nulla di più azzeccato e diretto, di una tartaruga per rappresentare la calma, la pacatezza e quindi la lenta attesa, nonché un'incredibile longevità.
Bisogna ammettere che, nonostante le diatribe legate alla commercializzazione a basso costo di alcuni prodotti, il lavoro del consorzio del Franciacorta è sempre stato orientato verso i fatti e senza di esso difficilmente questo territorio sarebbe arrivato ai picchi che ha raggiunto negli scorsi anni. In un momento in cui si cerca ribadire il livello medio di qualità del Franciacorta ed un'espressività sempre maggiore di un territorio sicuramente vocato, Corteaura ha scelto la strada più lunga e dispendiosa, ma di certo quella più coerente.
Nello specifico l'affinamento dei propri Metodo Franciacorta (metodo classico con seconda rifermentazione in bottiglia) va da un minimo di 36 mesi per i non millesimati, ad un massimo (finora) dei 55 mesi per Satèn 2010 (prima annata) passando per i 48 mesi del dosaggio zero.
Io ho avuto modo di assaggiare il Brut, il Rosé, il Pàs Dosé ed il, nuovo nato, Satèn e sono rimasto piacevolmente colpito dal livello di qualità raggiunto da un'azienda così giovane, che ha saputo fondere al meglio tecnica ed territorio.

I Vini di Corte Aura che mi hanno colpito di più

vini corteaura
Il Pàs Dosé Corteaura: da amante dei non dosati, non nego di avere sempre particolari aspettative da queste bottiglie ed in questo caso non sono state disattese. Finezza dalla bolla al sorso, naso intrigante e più varietale, maggior persistenza, queste le tre cose che cerco in un Pàs Dosé e che ho riscontrato in toto in questo vino. Una donna bellissima con un abito di classe, con la sensualità intrigante di toni speziati e l'incedere sicuro, tosto, tostato... incedere dritto, fresco, incessante.
Eppure la cosa cosa più apprezzabile non è l'eleganza, bensì il fatto che si faccia bere con estrema semplicità.

Satèn Millesimato 2010: un Satèn di ottimo livello, con la proverbiale setosità dal calice al palato, ma soprattutto con un'anima imperturbabilmente equilibrata. Armonia e complessità spinte in profondità dalla grande freschezza che anche in questo caso ne fanno inerziale la beva. All'ombra di un mandorlo, una brezza estiva ti accarezza premurosa il viso e... sorridi!
Se questa era la prima annata, beh... buona la prima!


La cosa che mi interessava approfondire con questa realtà ed in generale con il mio ultimo viaggio in Franciacorta era il discorso relativo al target di riferimento di questi vini, che sembra esser quello dei Millennials, categoria nella quale ancora per un po' ricadrò anch'io. Per un winelover abituato ad assaggiare molto e con gusti più maturi, spesso, è più difficile comprendere a pieno le dinamiche del gusto comune, dei trend che vedono le bollicine sempre al centro dell'attenzione, ma se c'è una cosa che ho capito è che in Franciacorta l'attenzione per il "buono" non può prescindere da quella per il "bello". C'è una sorta di congiunzione tutta franciacortina fra l'idea il gusto e la bellezza e questo è un po' ciò che ha fatto dello Champagne uno status symbol, quindi ben venga. L'importante, a questo punto, è che aziende nuove, come Corte Aura, agiscano nel rispetto della qualità e della "bellezza" di un territorio e di un'idea di vino vincente, mentre le aziende storiche continuino a creare bontà e bellezza a prescindere dai numeri e dalle dimensioni, con rispetto del territorio stesso e dei competitors. Il tutto, con un occhio sempre più attento a ciò che viene immesso nel mercato a prezzi che da soli possono minare la reputazione di un'intero areale.
Il fatto che Federico Fossati abbia condiviso con me la sua volontà di fare rete e di confrontarsi continuativamente con i colleghi produttori, mi fa bene sperare, confidando anche in una presa di posizione forte del consorzio, di certo ci sarà ancora un futuro importante per l'italica terra delle bollicine.

F.S.R.
#WineIsSharing

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