mercoledì 23 maggio 2018

Nel cuore del Barbaresco la visione prospettica dell'Azienda Agricola Molino

Oggi si torna in Langa e più precisamente a Treiso dove nel 1991 nasce l'Azienda Agricola Molino, ad opera di Virginio Molino, originario di San Damiano d’Asti e da sempre nel mondo del vino. E' in quell'anno che Virginio decide di acquistare, insieme ai figli Tommaso, Franco e Dario, una piccola parcella di vigna e un locale di vinificazione per iniziare la propria avventura di vignaiolo e produttore. 
cantina molino
Oggi l'Az. Agr. dispone di 16ha tra Treiso (Cru Ausario), Guarene e Costigliole d’Asti (dove  vengono prodotte le Docg Astigiane Barbera d’Asti e Moscato d’Asti). 
cantina barbaresco treiso molino
L’azienda è oggi composta da 4 soci, i 3 fratelli Molino (Tommaso, Dario, Franco) e da  Stefano Cappuccio, cognato di Franco. Si sta inoltre affacciando la terza generazione, con Marco (figlio di Tommaso). 
Tommaso: Nel mondo del vino fin da tenera età, dopo aver conseguito il diploma di tecnico  commerciale decide di seguire le orme del padre, affiancandolo e specializzandosi nella commercializzazione;
Dario: dopo essersi diplomato alla prestigiosa scuola enologica di Alba, segue un percorso di formazione presso alcune aziende vitivinicole francesi, dove integra ed affina il suo stile.  Dal 1991 è il solo enologo dell'azienda Molino;
Franco: profondamente appassionato di agronomia, è da sempre il responsabile del vigneto. Grazie all’esperienza pratica acquisita nel corso degli anni, è oggi un avido sostenitore di tecniche agricole a bassissimo impatto;
Stefano: dopo una vita immersa nel design e nell'ingegneria dell’automobile accetta la  sfida dei fratelli Molino di far crescere insieme a loro l’azienda fondata dal padre Virginio. Si occupa della comunicazione e del Marketing;
Marco: cresciuto a Treiso e diplomato in lingue straniere, dopo essersi laureato in Scienze Politiche alla facoltà di Torino e dopo alcune esperienze all’estero, decide di continuare a lavorare nell’azienda di famiglia.
La famiglia Molino è rimasta molto fedele alla volontà di Virginio di produrre vini da uve autoctone piemontesi (Nebbiolo, Barbera, Dolcetto, Arneis), ma non si tira indietro quando c'è da scommettere su qualcosa di nuovo, come il progetto legato all'alloctono Chardonnay, che in queste terre assume connotazioni davvero particolari, ma di questo ve ne parlerò più avanti. 
Ciò che mi ha colpito piacevolmente di questa realtà è sicuramente l'approccio vigna-cantina, che si traduce in ponderato e rispettoso connubio fra tradizione e modernità, fra sottrazione e consapevolezza tecnica.
permacoltura vigna
Interessante l'introduzione della permacoltura in vigna. Questa scelta, oltre ad avere motivazioni legate ad una maggior ecosostenbilità e a un profondo rispetto del vigneto, si pone in contrapposizione con la situazione che negli ultimi lustri si è andata a creare nelle Langhe, ovvero il progressivo depauperamento della biodiversità in favore di una quasi totale monocoltura. Lo scopo primario della Permacultura o Agricoltura Permanente è, infatti, quello di creare e gestire ecosistemi in ottimo equilibrio produttivo ricchi di biodiversità, al fine di ridonare alla terra ciò che, negli anni, l'uomo le ha tolto non rispettando i cicli naturali e precorrendo i tempi non curandosi del suo impoverimento. 
Il rischio, nelle splendide terre del Barolo e del Barbaresco, non è solo quello di produrre vini da vigne sempre più stanche e povere, quindi meno espressivi del reale potenziale di un territorio indubbiamente vocato, ma anche la scomparsa di parte della fauna locale e una radicale diminuzione dell'altra eccellenza di queste terre: il tartufo.
A prescindere dalla Permacultura, è palese sia sempre più urgente una presa di coscienza diffusa di una situazione che può solo aggravarsi qualora non vengano adottati approcci più consapevoli e rispettosi dai produttori locali, in questo areale come in altri importanti areali del vino italiani.
pompa travasi vino
Fatta questa doverosa digressione, torniamo allo Chardonnay, esaustivo e divertente è l'aneddoto raccontatomi da Marco, che dimostra quando, nel mondo del vino come nella vita, ci sia sempre da imparare e niente vada mai dato per scontato: in origine la vigna di Chardonnay venne piantata con l’idea di produrre un Metodo Classico, ma dopo le prime vendemmie, grazie alla capacità di maturazione e alla qualità delle uve la famiglia ha intravisto la possibilità di produrre un grande vino bianco da invecchiamento. Da qui la scelta di vinificare ed affinare (senza esperienza) il mosto direttamente nel legno. 
Convinti della bontà della loro scelta, al momento dell’assaggio (era la vendemmia 2011) si trovarono con un vino sì di grande struttura, ma completamente slegato e sbilanciato. 
Gli errori di valutazione dettati dall'inesperienza nel gestire questo varietale e dalla fretta li hanno fatti riflettere, spingendoli a comprendere l'importanza di aggiornarsi ed affinare le tecniche produttive, non temendo di confrontarsi con le più importanti produzioni nazionali ed internazionali in quanto a Chardonnay. Oggi, il vino prodotto – io ho assaggiato il Sofia Langhe Chardonnay 2016 - vanta il giusto compromesso fra struttura e potenziale evolutivo da un lato e freschezza e agilità di beva dall'altro.
langhe chardonnay sofia  molino
Esperienza che non è mai mancata nella gestione e nella vinificazione del Nebbiolo e in particolare di quello destinato ai due Barbaresco della Cantina Molino: 
Barbaresco Docg Teorema 2015: un'interpretazione del Nebbiolo che concede alla tradizione la licenza poetica della prontezza. Un vino che, nonostante la sua gioventù, vede le sue durezze già ben integrate e la sua agilità di beva come fattore tanto inatteso quanto apprezzato.
Onestamente non so se il nome derivi da Pitagora o da qualche altro matematico, o magari dalla celebre canzone di Marco Ferrandini, ma di certo il risultato di questo “Teorema” torna! 
Barbaresco Docg Ausario Riserva 2013: un vino austero, ma non troppo, che ha avuto tempo di affinarsi, ma è ancora in piena fase evolutiva per quanto concerne la terziarizzazione degli aromi e l'integrazione del legno. La complessità è quella dei grandi Barbaresco e l'identità del Cru Ausario si sente forte nel suo essere potente ma al contempo dritto e profondo, con un finale saporito ancor più che sapido. Il tannino è fitto e di grande eleganza in prospettiva. 
Rispetto per il territorio e per la tradizione si fondono ad una rinnovata e contemporanea consapevolezza.
vini molino barbaresco
Molto divertente anche la Barbera d'Alba Superiore 2016 capace di mostrare l'azione del territorio già apprezzata nel Barbaresco, che in questo vitigno esalta le doti varietali della freschezza abbinando ad essa una notevole potenza espressiva.
vigneti langhe cru barbaresco
Una realtà, quella della famiglia Molino, che ha una innegabile visione prospettica sia nel produrre i propri vini che nel presentarli, cosa che - abbinata alla qualità - mi ha fornito non pochi stimoli comunicativi e per questo ci tenevo particolarmente a condividerne con voi alcuni. 

F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 21 maggio 2018

Cantina Croce di Febo - A Montepulciano il bio-consapevole di Maurizio Comitini

"Coniugare l’esperienza del nostro passato con il sapere della modernità nel rispetto della natura."
Inizio quest'articolo con una citazione presa dal sito della cantina di cui vi parlerò oggi, in quanto al netto di personali parafrasi, questo è in grandi linee il concetto di "fare Vino" che ho sempre perseguito e che, con piacere, ritrovo in Maurizio Comitini.
Maurizio è il Deus Ex Machina dell'Az. Agricola Biologica Croce di Febo a Montepulciano, ed a prescindere dall'istrionico personaggio che è, ha saputo incuriosirmi a tal punto da inserirlo tra i miei assaggi obbligati del Vinitaly appena trascorso e  da prendere al balzo la prima occasione per andarlo a trovare là dove nasce tutto.
croce di febo cantina montepulciano
Un paladino dei senza solfiti? Un vignaiolo naturale? Un fanatico della biodinamica? No, Maurizio non rientra in nessuna di queste categorie né tanto meno può essere definito talebano nel suo modo di esporre quello che è il suo pensiero di viticoltura ancor prima che di vinificazione. 
Un approccio equilibrato e razionale, ponderato e ragionato, ma che non lascia spazio ad astrusi percorsi filosofici o mere, per non dire illusorie, favolette... insomma quello che ho definito bio-consapevole.
La volontà è quella di produrre un vino artigianale, limitando l'utilizzo di prodotti chimici e di sintesi, che sia la massima e la più sincera espressione dell'annata e del terroir, termine che, come sempre ricordo, non contempla solo peculiarità del terreno o uno specifico pedoclima, bensì tiene conto dell'influenza che l'uomo... il vignaiolo... ha sul contesto naturale, quindi in vigna, e sulla vinificazione con le sue scelte e la sua personalità.
Per fare questo l'approccio alla viticoltura e al lavoro in cantina, nonché alla sua intera gestione, non può che essere consapevole e sostenibile, ma state ben attenti, da Croce di Febo non escono vini "sporchi" o difettati. A testimonianza di ciò vi cito un aneddoto relativo, proprio, alla mia visita in cantina durante la quale, assaggiando il Somaio (bianco macerato di trebbiano, malvasia e San Colombano), lanciai una provocazione a Maurizio suggerendogli di lasciarlo leggermente torbido come un orange wine old style, ma la risposta tra il serafico ed il severo è stata la seguente "Io un vino così non lo imbottiglio!".
Più che radical chic credo che sia natural chic in quanto nei suoi vini ho riscontrato quel piacevole e altresì raro equilibrio fra la ricerca del "bello" e la naturale spontaneità, libera nell'espressione, ma supervisionata dall'occhio attento di chi non ammette sgarri.
I vini che vorrei condividere con voi sono i seguenti:
vini croce di febo
Somaio IGT Toscana Bianco 2014 (vino non più in produzione): in un'annata strana come la 2014, per alcuni disastrosa, ma che continua a dimostrarsi, a mio parere, una buona annata per molti bianchi, là dove si siano ricercate e privilegiate freschezza e mineralità/sapidità, nonché nasi meno impattanti, ma a loro modo fini ed armonici, il Somaio conferma la mia teoria in pieno. Un Vino al quale le bucce hanno mutuato non solo una maggior intensità cromatica, bensì una texture più concreta. Al naso, non ci sono solo fiore e frutto bianchi... si aggiungono vapori minerali probabilmente varietali, piuttosto che da attribuire ai terreni, che ritroveremo in ogni sorso e che, a braccetto con la tensione acida, ne agevolano la beva... o per meglio dire, fanno sembrare bucata la bottiglia! Un Vino che sa ancora di step intermedio tra la precisione ed il controllo e l'elogio della follia... pulito, ma divertente, equilibrato, ma mai noioso, sicuro di sé, ma in palese evoluzione.

Nobile di Montepulciano DOCG 2015: con questo Nobile l'annata 2015 si conferma più che benevola nei confronti di questo territorio e in particolare delle vigne di Croce di Febo che godono di maggior altitudine, terreni più sciolti e buone escursioni termiche.
Coerente con tutta la produzione di Maurizio, anche questo Nobile si fa apprezzare per il connubio fra spontaneità ed eleganza, fra struttura e freschezza, fra complessità e beva. Il frutto è intergro, note di spezia dolce e tratti balsamici si fondono n un contesto di buon equilibrio. Il sorso è pieno ma agile e profondo, di buona persistenza. Un sicuro riferimento per l'annata.

Nobile di Montepulciano Riserva Amore Mio 2012: un Sangiovese puro che scalpita ancora come se il lungo affinamento, in legno prima e in vetro poi, sia riuscito a domare solo parte del suo spirito indomito. Intenso, con quel giusto mix fra l'anima selvaggia e quella più elegante del varietale principe di queste terre, con intriganti note speziate, sfumature sulfuree e folate balsamiche che sembrano voler preannunciare una buona freschezza anche al sorso. E' proprio la freschezza che stupisce, nel saper fendere di netto la struttura piena, morbida e la trama tannica forte e fitta, come a voler tracciare la strada che spingerà il sorso in profondità senza, però, perdere in corpo e lunghezza.

"I vini di Croce di Febo si fanno bere" ecco cosa ho pensato uscendo dalla Cantina quel giorno ed a prescindere da tecniche di vinificazione e materiali utilizzati per l'affinamento il risultato è costante, tanto da farne una sorta di cifra stilistica non comune, soprattutto con un approccio che metta l'enologia a servizio della natura e non viceversa.


bio lupo croce di febo vino

A questi vini si aggiunge una linea di prodotti che potrebbero essere definiti irriverenti, ma in realtà sono tutt'altro, in quanto rappresentano l'esaltazione della semplicità e del lavoro in sottrazione. 
Parlo del BonBonBio', un rosato da uve Sangiovese, che strizza l'occhio ai provenzali nella cromia, ma sa di Toscana sin dal primo naso. Il Sangiovese tira fuori la freschezza del frutto e la sua delicata speziatura che fanno da preludio ad un sorso dritto, composto, dal finale saporito.
Poi c'è il Bio Lupo, un uvaggio di uve autoctone quali Sangiovese, Canaiolo, Ciliegiolo, Colorino, Mammolo, Trebbiano, Malvasia, Pulcinculo e Canaiolo Bianco e un piccolo contributo di Alicante. Un vero vino di vigna, in cui il vignaiolo vuole lasciar esprimere la terra ancor prima del varietale, nella sua più diretta interpretazione dell'annata, vinificando in cemento e anfore di diversa tipologia e dimensione. L'assaggio è tutto giocato sulla croccantezza del frutto al naso e sulla dinamica di beva al sorso.
In fine il Bio Orcia, figlio di una terra cugina di quella di Montepulciano, ma diversa nell'assecondare in maniera sicura e identitaria la natura del Sangiovese. Un vino intenso, capace di non farsi sovraffare dalla presa di legno delle piccole botti di secondo passaggio. Il piccolo saldo di autoctoni c'è ma fa solo da gregario alla corsa di un Sangiovese che coniuga al meglio la complessità e la maturità della vigna vecchia alla freschezza e la sapidità di un espressione territoriale molto contemporanea. Un vino che non lesina dinamica, ma che non sembra affatto temere il tempo.
il cacciato vin santo croce di febo
Ci sarebbe anche l'interpretazione del Vin Santo di Maurizio, ovvero "Il Cacciato", ma di quello non ve ne parlerò, perché ce ne sono pochissime bottiglie e non vorrei correste tutti a cercare di accaparrarvene una!
Last but not least, una doverosa citazione alla giovane "cantiniera" Elisa Solfanelli, che oltre a pigiare coi piedi e a passare più tempo in vigna di quanto molti produttori, purtroppo, facciano, si è dimostrata molto in sintonia con il mood di Croce di Febo e un valido aiuto per Maurizio.

Una realtà che mi ha colpito molto sin dal primo assaggio e che sono felice di aver visitato confutando le mie sensazioni positive e trovando in Maurizio un uomo di vino di grande consapevolezza, sempre aperto all'ascolto ed al confronto.

N.B.: La Cantina Croce di Febo fa parte dell'associazione Terra Nobile, volta a valorizzare la qualità nel massimo rispetto del territorio, di cui ho parlato in questo articolo: www.wineblogroll.com/terranobile-montepulciano.

F.S.R.
#WineIsSharing

giovedì 17 maggio 2018

Il mito del Castello di Monsanto e la realtà del Chianti Classico Riserva 2014

Sapete cos'è un mito? Il “mito” è prodotto dall’innata tendenza dell’uomo a raccontare e propone in ogni cultura una serie multiforme di figure simboliche e di modelli di comportamento.
Il mito nasce per affascinare, ma al tempo stesso per insegnare e le storie del mito devono essere avventurose e piene di colpi di scena, ma anche semplici e chiare, così come lo sono i personaggi che simboleggiano i caratteri fondamentali dell’uomo. Spesso queste storie sono costruite su opposizioni: bello e brutto, buono e cattivo, maschile e femminile. L’uomo e la natura ne sono i protagonisti: dalla nascita del mondo ai viaggi degli eroi, il mito cerca di rispondere alle domande fondamentali degli uomini e al loro desiderio di conoscere.

Questo è, più o meno, quello che troverete cercando il termine “mito” all'interno dell'Enciclopedia Treccani e molti di voi, leggendo queste parole, correranno con il pensiero verso i miti Greci e Romani, ricorderanno gli studi di epica o magari penseranno a qualche personaggio famoso dello sport o dello spettacolo considerato un “idolo” per le sue più “popolari” gesta. Ma questo è un Wine Blog, quindi il “mito” di cui vi parlerò oggi fa della vigna il proprio contesto d'azione e dell'annuale percorso verso la vendemmia la propria sfida, più o meno eroica in base a ciò che Madre Natura deciderà.

cantina monsanto
Il mito è quello del Castello di Monsanto, ma è anche e soprattutto quello di Fabrizio Bianchi e di sua figlia Laura. I miti, si sa, sono intrisi di leggende, ma nel vino la leggenda oltre ad essere tramandata oralmente o per iscritto ha il vantaggio di poter essere stappata e assaporata anche a distanza di lustri. E' proprio dal tempo e dalla lungimiranza che partirò nel giustificare la mia definizione di mito riferita a questa cantina, in quanto è in questo luogo che si ha uno degli storici più importanti d'Italia e al mondo in termini di bottiglie conservate per ogni annata di produzione, con oltre 120mila “diari liquidi” capaci di raccontare in maniera più che esaustiva la nascita e la storia di un mito.
castello di monsanto
I miti diventano tali perché hanno il coraggio di andare controcorrente e di mettersi in gioco con quel giusto blend di sfrontatezza e consapevolezza, proprio come quello che ha spinto Fabrizio Bianchi ad abbandonare sin dal 1968 il protocollo chiantigiano che prevedeva raspi, uve bianchi e la pratica del Governo all'uso toscano per la vinificazione. La missione era chiara: fare vini di grande identità nel rispetto dell'annata e del territorio, senza temere di rischiare e di sperimentare, ma sempre con grande consapevolezza.
vecchie annate monsanto
Ancor prima, nel 1962, Fabrizio aveva già dato prova della sua leggendaria lungimiranza, mutuando dai francesi l'idea di cru - per la prima volta nella denominazione – originando quello che oggi può essere considerato, senza tema di smentita, il vino più rappresentativo dell'azienda e uno dei vini più apprezzati di tutto il Chianti Classico.
Poi arrivò il Sangioveto (Grosso), l'espressione di un vigneto, un altro cru, votato alla valorizzazione del Sangiovese nella sua più integra purezza, in quella Barberino Val d'Elsa che in pochi credevano potesse dare risultati così luminosi.
cru monsanto
Come già detto poc'anzi, i miti osano, non temono e godono di visioni prospettiche che più si spingono avanti più sembrano coincidere con una premonizione, proprio come quella che portò Fabrizio a produrre il Nemo, uno dei primissimi Supertuscans, nel 1981.
Un mito che può identificarsi tanto nelle persone quanto nella splendida tenuta nella quale scorre un arteria che pompa sangue nelle vene degli appassionati e arriva dritta al cuore dell'azienda: la cantina ipogea.
barricaia monsanto
Un tunnel temporale che vede entrare di diritto nella leggenda tre braccianti, tre uomini della terra che proprio quella terra decisero di scavare per quasi 300m, per 6 lunghi anni.
I nomi degli eroi che donarono a Fabrizio e Laura e a chi verrà dopo di loro, ma soprattutto a noi appassionati amanti del vino questa maestosa opera intrisa di fatica e di forza di volontà sono Mario Secci, Giotto Gigionesi e Romolo Bartalesi e a loro la famiglia Bianchi non dimentica mai di rendere grazie.
monsanto barrique
Ora potrei raccontarvi delle mie camminate in vigna, della vista che si ha dalla terrazza in pietra in cima al “poggio” o dell'emozione che si prova nell'attraversare la lunga galleria di botti che accompagna alle antiche cantine del Castello di Monsanto, ma non lo farò, perché, a me, i miti che affascinano di più non sono quelli legati alla mera bellezza, all'indiscusso potere o alla condizione di innata superiorità, bensì sono quelli in cui l'umanità si rende capace di affrontare la difficoltà con saggezza, ma non senza timore; quelli in cui non tutto va come dovrebbe andare, ma alla fine l'esperienza e il lavoro danno origine a qualcosa di inaspettato anche per chi è abituato ad aspettarsi il massimo.
verticale poggio monsanto
Sì, perché tra tutti i vini prodotti dal Castello di Monsanto che ho avuto modo di assaggiare recentemente, - dalla leggendaria annata botritizzata 1972 de Il Poggio alla più recente maestosa 2012 del Sangioveto, passando per una serie di annate storiche che non vorrei svilire in un mero elenco, ma che hanno lasciato il segno nella memoria e dell'animo – oggi, ho scelto di parlarvi di un potenziale “brutto anatroccolo”, che si è fatto cigno in un istante, forse perché non poteva essere altrimenti, nonostante i fuorvianti preconcetti.
il poggio 1972 monsanto
Parlo del Chianti Classico Riserva 2014 del Castello di Monsanto che, a mio modesto parere, racchiude in sé molti degli aspetti che hanno contribuito a creare il mito di questa Cantina.
Parto col dirvi che quest'etichetta è quella notoriamente più prodotta dall'azienda, ma che nella 2014 ha incontrato sicuramente delle difficoltà dovute all'andamento climatico non proprio benevolo di cui tutti abbiamo parlato, ma di cui qualcuno – forse – ha straparlato per di più prematuramente attribuendole l'epiteto di anno horribilis.
La 2014 è una di quelle annate che da un lato insegnano e dall'altro mettono in luce quello che in gergo motociclistico verrebbe definito “il manico” dei produttori, la loro esperienza, ma soprattutto la loro capacità di interpretare l'annata, prendendo le più opportune decisioni al fine di portare in cantina uve sane atte alla produzione del miglior vino possibile per quelle specifiche condizioni.
Inutile dire che a Monsanto l'esperienza non manca, eppure, quando ho avuto modo di assaggiare il Chianti Classico Riserva 2014 e di elogiarne le fattezze riferendomi direttamente a Laura nei suoi occhi ho notato un malcelato stupore, come a ribadire quanto sia stata sorprendente anche per la stessa famiglia Bianchi questo risultato.
Un vino di grande finezza al naso, privo di sporcature di sorta, con un sorso teso, dritto come i quasi 300m della cantina di affinamento, di rara dinamica nel farsi strada tra la fitta trama tannica. Un sorso profondo, lungo quanto basta per far apprezzare un vino che ha nella sua forza non tanto la possente struttura bensì lo slancio e l'agilità di beva unite alla sua capacità di non risultare esile nonostante le sue grandi doti di finezza e di freschezza. Non manca la firma in "calce" del terroir, che in questo caso assume duplice significato, dato che ad apporla a fine sorso è proprio il carbonato di calce presente nella composizione del galestro unitamente alle restanti componenti minerali ad arricchire questo vino di sapidità e complessità. Un vino che durerà nel tempo, sorretto dal suo scheletro e dalla suo nerbo acido.
E' il Chianti Classico Riserva 2014 il vino che di più mette in risalto la grandezza di un'azienda che non teme né i numeri né le annate difficili e che sa mettersi in gioco tanto in vigna quanto in cantina, con estrema consapevolezza e profondo rispetto regalando ancora oggi inattese sorprese e emozionanti pergamene liquide in cui è raccontato un passato che non teme il futuro.
chianti classico riserva 2014 monsanto
E con questo vino, oltre alla grandezza di questa cantina, si conferma quanto sia sciocco e inopportuno giudicare le annate prematuramente, tanto che la 2014 - ad oggi - si conferma, per quanto difficile e con cali importanti di produzione in quasi tutta la penisola - una buona annata per i bianchi e un'annata da apprezzare per la sua contemporaneità in termini di slancio e di finezza in molte interpretazioni in rosso, specie se parliamo di Sangiovese.

Un grazie speciale a Laura per la grande ospitalità dimostrata nella mia ultima visita alla cantina e alla, ormai, celebre "compagnia delle merende" per aver condiviso con me il viaggio all'interno il mito di Monsanto.

F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 14 maggio 2018

Cantina Le Lase - Una realtà tutta al femminile nella Tuscia Viterbese

Oggi vi porto nel Lazio, una regione di cui – mea culpa – non ho avuto modo di scrivere molto negli ultimi anni, ma che sono sempre più curioso di approfondire specie per quanto riguarda un areale, in pieno fermento enoico, come quello di cui vi parlerò oggi: la Tuscia.

Tra le numerose piccole realtà della Tuscia viterbese la cantina in cui vi accompagnerò oggi vanta delle peculiarità che la rendono particolarmente interessante sia dal punto di vista pedoclimatico che per quanto concerne il lato prettamente umano dell'azienda.
Parlo della Cantina Le Lase, un progetto tutto al femminile all'interno dell'Az. Agr. Le Querce Antiche con sede a Orte.
cantina le lase tuscia
Ai più avvezzi allo studio delle Mitologia romana, il nome “Le Lase” sarà già indicativo di una delle caratteristiche fondamentali di questa realtà: le Lase erano divinità alate femminili etrusche, che rappresentavano l'ingegno e la famiglia. Essendo i vigneti ubicati in quella che rappresentava l'ultima città della dodecapoli etrusca, ed essendo l'azienda guidata da quattro sorelle - Benedetta, Chiara, Giada e Marta Ceccarelli - il nome è sembrato più che opportuno per coniugare e raccontare al meglio il legame fra il territorio e questa famiglia. Nata nel 2004 con l'impianto delle prime barbatelle, la prima vendemmia risale al 2007, quindi parliamo di un'azienda relativamente giovane, con vigneti che nel corso degli anni sono andati ampliandosi sia come superficie che come varietali.
vigneti tuscia viterbese
Vitigni che si dividono fra italiani (autoctoni e non) e vitigni internazionali: da un lato Sangiovese, Violone (nome laziale del Montepulciano d'Abruzzo), Incrocio Manzoni, Canaiolo Nero e dall'altro Cabernet Sauvignon, Merlot, Petit Verdot, Pinot Bianco e Pinot Grigio.
Quello fra queste quattro sorelle e la loro terra è un rapporto forte, che attraversa varie fasi e solo grazie alla scelta del padre di intraprendere questa nuova avventura sfocia nella viticoltura e nella produzione di vino. Non si tratta di una famiglia con un grande storico nel mondo vitivinicolo, dunque, eppure la voglia di far crescere in termini di qualità e di notorietà l'areale della Tuscia e di creare sinergie con le aziende limitrofe, unite dal filo conduttore della qualità e dell'identità, fanno de Le Lase un riferimento.
Lo testimoniano i vini che ho avuto modo di assaggiare e in particolare:
vini cantina le lase
Zefiro – Bianco Lazio Igp (Incrocio Manzoni) – 2016: insolito, ma non troppo, trovare l'Incrocio Manzoni 6.0.13 fuori dal Veneto. Un vitigno che ho avuto modo di apprezzare in molteplici interpretazioni ma quella de Le Lase, di certo, ne rappresenta una nuova, non ricalcandone alcuna assaggiata sino ad ora. Il frutto è integro, fresco, fragrante ma è l'equilibrio fra struttura, verticalità acida e toni minerali a rendere dinamica e prospettica la performance di questo vino nel bicchiere. I due vitigni che danno origine all'incrocio, ovvero Pinot Bianco e Riesling vedono enfatizzare le proprie peculiarità da un lato grazie alle forti escursioni termiche di cui godono i vigneti e dall'altro per merito di terreni che spingono molto e conferiscono forza, maturità e complessità al vino senza necessità di un troppo lungo affinamento in bottiglia.
Una bottiglia che fa dell'incosuetudine un fattore al quale è molto facile abituarsi.

Terra – Rosso Lazio Igp (Sangiovese e Violone) – 2012: un rosso sulla falsa riga dei vini del Piceno, dato l'uvaggio (Montepulciano/Violone 60% e Sangiovese 40%), ma che anche in questo caso mostra una sua peculiarità identità: frutto e fiore tipici dei due vitigni si fondono in un contesto aromatico più ampio e complesso di spezia dolce e sottobosco; il sorso è dritto, sferzante, senza lesinare corpo e un'opportuna trama tannica, buona anche la persistenza.
Un nitido esempio di quanto di buono si possa fare in questo areale, interpretando il territorio ancor prima dei vitigni, con estremo rispetto, umiltà e semplicità. Valori, questi ultimi, che possono e sanno tradursi in profonda eleganza.

La Cantina Le Lase entra di diritto nel novero delle realtà, meno conosciute, che vale la pena scoprire al fine di scoprire attraverso questi vini le potenzialità di un territorio che merita sicuramente più attenzione.


F.S.R.
#WineIsSharing

giovedì 10 maggio 2018

Vino Rispettoso - Il Rispetto ancor prima delle certificazioni

Quindici anni non sono nulla, ma rappresentano comunque un piccolo background, una serie abbastanza importante di momenti di vita vissuta, di viaggi, di incontri e, sicuramente, di assaggi.
E' proprio da quindici anni che ho approcciato il vino in maniera curiosa, appassionata, dapprima senza comunicarlo, senza condividerne impressioni e emozioni se non direttamente, de visu, con persone concretamente di fronte a me.
Eppure, in questi quindici anni, in cui tanto è cambiato a livello di comunicazione (l'avvento dei blog e, soprattutto, dei social è stato dirompente) continuo a leggere di diatribe fra naturali e convenzionali, fra bio e non bio, fra grandi e piccoli, fra tradizionalisti e modernisti, fra amanti della barrique e irriducibili della botte grande, per non parlare dell'annosa lotta fra tappi in sughero e tappo a vite.
rispetto vino
Tutto questo, nell'era del “basta che se ne parli” ha sicuramente un pregio, ovvero quello di aver portato il vino a essere argomento di dialogo su più fronti, ma la percezione che si ha dall'esterno è – mi dicono in molti - che questo mondo sia sempre diviso in fazioni e che, un po' come in politica, ci sia bisogno di schierarsi perché, in caso contrario, non si hanno le idee chiare.
Ho iniziato a scrivere di vino perché speravo di poter portare il vino, almeno nel mio piccolo, in una dimensione meno elitaria, più schietta, senza però tralasciare contenuti tecnici e nozioni importanti per comprendere cosa c'è dietro e dentro ad una bottiglia, eppure c'è sempre questo alone oligarghico, che sembra quasi mirare al mantenimento di questi gradi di separazione piuttosto che all'equilibrio e al coinvolgimento di molti nelle dinamiche informative, conoscitive e esperienziali intrinseche al vino stesso.
Continuare ad alimentare certe diatribe non credo faccia bene al vino e sta creando dei piccoli grandi “mostri” tra i neo-appassionati, che si ritrovano nel bel mezzo di un contesto condizionato e condizionante, che proprio per questo non può che finire con l'essere fuorviante.

A prescindere dal rispetto tra comunicatori, tra degustatori, tra produttori, mi piace pensare che esistano dei principi da rispettare, delle regole non scritte per chi il vino lo fa e per chi il vino lo comunica.
Parlo del rispetto per il vino stesso che agli appassionati dà di che disquisire per ore o anche “solo” di che emozionarsi, mentre a chi lo comunica dà un soggetto senza il quale dovrebbe scrivere o parlare di altro - o magari non saprebbe più di cosa scrivere, come me! -, ma soprattutto a chi lo produce dà - o almeno dovrebbe dare - di che vivere.
Non è forse il rispetto ad essere il valore fondamentale? Quello dal quale scaturiscono, in un'ideale reazione a catena, tutti gli altri principi primari del vivere sociale, degli affetti, delle passioni, dell'ecosostenibilità e di tutto ciò che riguarda noi in prima persona, lo stare insieme ad altri individui e il contesto in cui viviamo.
Negli anni si sono avvicendati al vino termini come "bio", "biologico", "biodinamico", ma anche "libero", "artigianale", "naturale", "simbiotico"... termini che hanno alle spalle un concetto di vino e - spesso - una certificazione con dei disciplinari da seguire e dei principi da rispettare (che restano importantissime come base diffusa per un approccio più rispettoso) che, però, non sempre risultano chiari ed esaustivi, tanto che molti produttori, pur avendo conseguito la certificazione non ritengono opportuno riportarlo in etichetta.

E se, quindi, bastasse parlare "solo" di RISPETTO?!
vino rispettoso etichetta
Rispetto per il territorio: eliminando il diserbo chimico, limitando i trattamenti chimici (antiparassitari sistemici e concimi chimici ecc...) al minimo sostituendoli gradualmente con quelli meno impattanti. Continuare la ricerca di soluzioni dal minor impatto ambientale possibile, auspicando un utilizzo sempre meno importante del rame (che oltre ad essere un metallo pesante e a inquinare le falde acquifere, lede in molti casi l'espressività naturale dei varietali) e dello zolfo che, pur essendo il mezzo più efficace per il contenimento dell’oidio nel vigneto biologico, può causare problemi di fitotossicità nei confronti dei giovani tralci, soprattutto in caso di temperature estive elevate;

Rispetto per i varietali: cercando di mantenere integre le peculiarità organolettiche di ciascun vitigno dalla vigna alla cantina (l'utilizzo di alcuni trattamenti, rame e zolfo compresi in quanto il primo ha un'azione inibitrice nei confronti di molti naturali precursori aromatici – sui tioli ad esempio; il secondo può interferire nel processo di fermentazione, specie con vitigni bianchi precoci);

Rispetto per il patrimonio ampelografico e genetico: cercare di preservare le vigne vecchie e di mantenere se non propagare (questo dipende molto da dinamiche commerciali che non possiamo escludere dall'equazione) vitigni e cloni che fanno parte del nostro patrimonio vitivinicolo .
Piccola digressione:
Nello studio genetico della vite e dei varietali, tra cui le più avanzate indagini sulla natura e il funzionamento dei singoli geni (ad esempio quelli utili a determinare resistenza a patogeni o alla produzione di metaboliti fondamentali per la produzione di vino di qualità) si stanno facendo passi da gigante grazie all'avvento di quella che viene chiamata Ameplografia molecolare, che permette un'analisi di specifiche porzioni di DNA.
Ciò non implica un contrasto con la diffusione di vitigni PIWI, che da par loro, rappresentano, ad oggi, la soluzione ottimale in termini di conduzione ecosostenibile del vigneto, pur mancando di identità storica. varietale. E' e sarà interessante comprendere quanto questi vitigni resistenti potranno permettere al territorio stesso di incidere con una marcata impronta sul vino prodotto. In quel caso l'identità di terroir potrebbe fare a meno di quella varietale, ma parlare comunque di pedoclima, annata ed interpretazione del vignaiolo al fronte di una viticoltura iper rispettosa.
Credo che le due cose possano andare di pari passo e che si debba approfondire lo studio della cisgenetica che potrebbe permettere di inervenire direttamente in pianta su vitigni molto soggetti a patologie quali la flavescenza dorata che tanti danni sta sortendo in alcuni areali italiani, decimando letteralmente vigneti storici e non.

Rispetto per l'annata: nel bicchiere di un vino “rispettoso” vorrei ritrovarmi a scorgere le peculiarità relative all'andamento stagionale di quell'annata (nel bene e nel male) e l'interpretazione della stessa da parte del vignaiolo/produttore con testa e mani consapevoli e garbate.

Rispetto per il “contenuto”: la diatriba sui tappi avrebbe ragione d'esistere nel momento in cui l'incidenza delle problematiche relative al sughero si dimostrasse così alta da giustificare un abbandono totale del metodo più naturale di chiusura in favore dei tappi alternativi. Anche in questo caso, a prevalere dovrebbero essere buon senso ed equilibrio, in quanto è palese che, per una certa categoria di vini, sarà sempre molto difficile pensare a chiusure alternative (tanto che molti disciplinari di produzione non ammettono chiusure differenti da quella a sughero) ma è sempre più importante creare una forte competizione tra produttori di tappi per arrivare a migliorare i sugheri da un lato e i tappi “tecnici”, a corona e a vite dall'altro, e in secondo luogo per dar modo ai produttori di sughero di non effettuare la decortica in maniera prematura (ogni albero necessita almeno di 9 anni per accumulare uno spessore di corteccia atto alla produzione di tappi di qualità). Il concetto è semplice “più tappi alternativi = più tappi in sughero di qualità”. L'obiettivo non deve essere l'abbandono di un sistema di chiusura in favore dell'altro, bensì l'utilizzo della chiusura più opportuna per ciascun vino in base all'incidenza organolettica, al potenziale evolutivo, ma anche a dinamiche culturali e commerciali che sarebbe superficiale e lesivo per l'economia di molte realtà non tenere in considerazione.

Rispetto per la tradizione con consapevolezza e competenza tecnica attuale: “la tradizione non è la contemplazione delle ceneri ma la salvaguardia del fuoco” G. Mahler.
E' fondamentale cercare metodi di vinificazione sempre meno invasivi che privilegino la qualità, l'espressività territoriale e varietale piuttosto che l'omologazione organolettica dettata da condizionamenti commerciali.
Raggiungere la competenza e la consapevolezza per lavorare in sottrazione, limitando ogni intervento invasivo ed eliminando le molecole di sintesi e prodotti enologici dall'alta incidenza organolettica dalle fasi di vinificazione.
Graduale eliminazione di processi enologici quali la dealcolizzazione e/o aggiunta di MCR, concentrazione ad osmosi, acidificazione e disacidificazione, elettrodialisi, scambiatori di cationi e l’eliminazione della solforosa attraverso procedimenti fisici.

Rispetto per chi compra e beve una bottiglia di vino: etichette più chiare, che non raccontino solo “favole” e riportino in maniera trasparente una breve scheda tecnica del vino.
Non vi nego che mi piacerebbe arrivare a leggere in una retroetichetta frasi del tipo “da uve prodotte in vigneti non diserbati chimicamente” o “vino prodotto senza utilizzo si molecole di sintesi” piuttosto che "senza solfiti aggiunti". Questo, ovviamente, a prescindere dalle certificazioni, che pur contemplando una serie di parametri e di obblighi da rispettare, non necessariamente danno un'idea concreta e diretta di ciò che si è fatto e ancor più di ciò che non si è fatto per produrre quel vino, dalla vigna alla bottiglia.
Lungi da me fare discorsi "talebani", ma credo sia palese la necessità di avere maggior chiarezza e maggiore riconoscibilità di certi aspetti produttivi da parte di chi ha tra le mani una bottiglia di vino e non ha di fronte il produttore al quale chiedere ragguagli.

Rispetto per la diversità: sento spesso di vini "bocciati" dalle commissioni delle denominazioni per via di un punto di colore lievemente diverso da quello "preteso" dal disciplinare o per via di aromi che un degustatore della commissione non reputa idonei o attinenti a quel varietale e quel produttore è costretto a fare una scelta fra due opzioni: cambiare l'identità e l'integrità del proprio vino per assecondare il volere di una commissione composta da uomini (quindi soggettiva) e basata su disciplinari spesso anacronistici; non rivendicare la denominazione riqualificando il vino ad esempio a IGT. Poi però parliamo di identità, di territori e di diversità! Un controsenso che tende all'omologazione e che dovrebbe venir meno di fronte alla qualità produttiva e alla pulizia organolettica del vino, peculiarità che devono essere primarie nei confronti di aspetti più soggettivi e superficiali come il colore o la mera corrispondenza con la lista dei descrittori aromatici. Identità e territorialità fanno rima con diversità e unicità ed è questo che dovrebbe essere enfatizzato e valutato positivamente anche e soprattutto dalle denominazioni di origine. Questo perché tutti sappiamo quanto uno stesso varietale possa sviluppare uno spettro organolettico anche radicalmente differente in base al pedoclima, all'annata e alla tecnica di vinificazione, ma vi chiedo una cosa: reputereste più idoneo a rientrare in una doc o una docg un vino pulito, rispettoso (vedi sopra) e unico nel suo spettro aromatico giustificato e giustificabile dal contesto pedoclimatico, dall'annata e dalla mano del produttore o un vino che rientri in maniera pedissequa nei parametri di un disciplinare ma magari frutto di una voluta e forzata omologazione enologica? Magari sbaglio, ma io preferisco il primo... tutta la vita!

Rispetto nella comunicazione: parlo tanto di etica e di rispetto, perché - a mio modo di vedere - non sono solo principi fondamentali, ma anche e soprattutto i modi migliori per farsi conoscere e comprendere in maniera trasparente, realistica e per essere apprezzati nel tempo. E' per questo che la chiarezza e la trasparenza, l'onestà intellettuale e la concretezza dovrebbero essere alla base della comunicazione del proprio lavoro da parte di ogni produttore. Non parlo di marketing, ma della trasmissione di ciò che si fa in maniera sincera e dettagliata. A partire dall'etichetta, passando per il web (sito, social ecc...) e arrivando al rapporto diretto con gli avventori durante un evento enoico piuttosto che una degustazione.

L'obbligo morale di dire le cose come stanno porta automaticamente ad una riflessione e di conseguenza alla volontà di migliorare e di arrivare a poter comunicare una realtà sempre migliore di pari passo con le migliorie apportate al proprio lavoro.

Insomma, potremmo andare avanti all'infinito e sono certo che tra di voi, che state leggendo, ci sarà qualcuno pronto a scrivermi ulteriori punti da aggiungere a questo elenco, ma q
ueste mie parole non vogliono essere una sorta di "Manifesto del Vino Rispettoso", bensì vogliono fungere da stimolo, da piccola provocazione nei riguardi di chi sin troppo spesso cerca di fuorviare piuttosto che di comunicare le cose come stanno. Non parlo solo di chi, come me, cerca di condividere le proprie esperienze enoiche e di divulgare la conoscenza acquisita in questo campo di giorno in giorno, ma anche dei produttori stessi che sin troppo spesso si adeguano alle mode, utilizzano certificazioni, marchi, loghi e "slogan" senza credere realmente in ciò che rappresentano, agevolati da un lato dalle lacune di certe certificazioni e dall'altro dalla percezione superficiale di chi il vino lo compra e lo beve. Eppure, non si può andare avanti continuando a ripetere a sé stessi che "tanto la gente non sa nulla di vino!" o che "è inutile scrivere gli ingredienti in etichetta o pubblicare online le analisi di un vino perché i più non capirebbero". Le persone, gli appassionati e persino i commercianti di vino vanno educati e lo si fa anche solo semplicemente cambiando approccio in termini di comunicazione delle proprie peculiarità e cercando di dare più informazioni possibili, mettendo a disposizione sin dall'etichetta tutto ciò che possa concorrere ad una comprensione più approfondita e realistica del lavoro che c'è a monte di ogni bottiglia e di ciò che andremo a versare nei nostri calici. Mi rivolgo alle aziende d'eccellenza, quelle che, a prescindere dalle certificazioni, credono nel rispetto dalla vigna al bicchiere, quindi dal proprio lavoro al consumatore.

Sono consapevole di quanto il mio ragionamento sia utopistico, ma la mia speranza è quella di aver suscitato anche soltanto una piccola riflessione sul concetto di rispetto a 360° nel vino e in tutto ciò che gira intorno ad esso. Perché più vado avanti più mi rendo conto di quanto questo rispetto possa esserci, ma ancor più di quanto possa essere comunicato meglio laddove esiste già. Un rispetto che permea il lavoro di molti e che, spesso, si perde proprio nel momento in cui la bottiglia esce dalla cantina e non ha più il proprio produttore a raccontarla e a veicolarne i valori.
Oggi il rispetto si può avere, in vigna, in bottiglia e nei confronti di chi è pronto ad ascoltare, ad acquistare, a bere e a comprendere il vino. Basterebbe solo crederci e comunicarlo meglio!


F.S.R.
#WineIsSharing

Elenco blog personale