venerdì 30 settembre 2016

Vendemmia 2016 - Condivisione foto

Anche quest'anno siamo in epoca di vendemmia ed anche quest'anno vorrei raccogliere fotografie in giro per l'Italia per raccontare la fase più affascinante del lavoro in vigna tramite i miei profili social ed ovviamente questo wineblog.
Lo farò utilizzando scatti fatti da me durante le mie visite in cantina, ma vorrei farlo anche e soprattutto grazie agli scatti che sarete voi ad inviare a wineblogroll@gmail.com o tramite facebook/messenger, potendo, così, raccogliere scatti da ogni luogo d'Italia.
vendemmia 2016 foto
Sarà emozionante scegliere le fotografie più suggestive ed emozionanti, che sappiano rappresentare una fase che racchiude in sé l'essenza della viticoltura e della produzione di Vino, alternando la gioia di esser finalmente arrivati alla vendemmia alla fatica del duro lavoro della raccolta manuale (là dove venga effettuata) o, purtroppo, la delusione per un'annata non delle migliori in un areale, piuttosto che la consapevolezza di aver portato in cantina un'uve straordinaria.
Punti di vista differenti, occhi e cuori che interpreteranno in modo differente ed estremamente soggettivo il proprio lavoro nel caso a scattare siano gli stessi vignaioli o la propria esperienza da appassionati nel caso le fotografie pervengano da winelovers coinvolti nella vendemmia 2016. 
Sentitevi liberi di inviare qualsiasi tipologia di scatto, purché rappresenti a pieno la vostra visione del Vino e l'emozione della vendemmia, sia essa positiva o negativa, in quanto sarà mia premura raccontarla da ambo i lati, per ribadire ancora una volta l'incertezza di questo meraviglioso, ma ostico, lavoro.

Vi chiedo solo di non inviare foto meramente promozionali e di evitare foto che inquadrino bambini, per quanto sappia che il valore della famiglia sia legato a doppio filo a quello del lavoro della terra... preferirei evitare.

Vi chiedo, inoltre, di accordarmi il diritto alla condivisione degli scatti tramite i miei profili social nel pieno rispetto di ogni singola realtà fotografata.

Questo non è un contest, ma solo una mia iniziativa personale, volta a condividere con follower italiani e stranieri (specie tramite il mio profilo instagram) la bellezza delle nostre vigne, delle mani dei nostri vignaioli e raccoglitori, la suggestione ed il fascino delle nostre terre ed ovviamente l'essenza della passione enoica.

C'è chi ha già terminato la propria vendemmia, chi sta iniziando proprio in questi giorni e chi dovrà attendere ancora un po', ma l'idea è quella di raccogliere scatti da qui alla fine di ottobre, non oltre.

Aspetto i vostri scatti! #HarvestIsSharing ;-)

F.S.R.
#WineIsSharing

giovedì 29 settembre 2016

Cantina Lunarossa - Quartara e Borgomastro vini carichi di passione ed emozione

Erano mesi che avevo in testa quest'articolo e che sentivo forte la voglia di condividere con voi la storia e le dinamiche di una cantina che negli ultimi due anni ha saputo emozionarmi come poche altre hanno saputo fare. Credo di non esser mai partito con tutta questa enfasi, sarà l'influenza? Bah... probabilmente no ed ora vi spiego il perché...
Oggi vi porto a Giffoni Valle Piana, comune del salernitano noto ai più per il Giffoni Film Festival, rassegna cinematografica per ragazzi, ma che vede nella cantina di cui vi parlerò oggi una meta degna di una visita a prescindere dal festival!
Parlo della Cantina Lunarossa vini e passione, dell'istrionico Mario Mazzitelli. laureato in scienze delle preparazioni alimentari, con un Master in viticoltura ed enologia, che vanta nel suo background enoico ed umano esperienze come enologo in Friuli, Puglia, Toscana, Abruzzo, Argentina e Campania, con un picco professionale raggiunto presso la Winemaking di Roberto Cipresso.
cantina lunarossa
I vigneti dell’azienda Lunarossa sorgono a ridosso dei monti Picentini nell’enclave igt dei Colli di Salerno e si protendono verso il suggestivo golfo di Salerno. Le vigne in gestione diretta (circa 6 ettari), insistono su un terreno di natura calcarea-argillosa e sono immerse in un terroir a dir poco vocato. Il clima è mite e soleggiato; tutto il territorio è ben protetto alle spalle dalle vette picentine ed irpine ed è influenzato dalle brezze marine, che favoriscono la crescita di uve perfettamente in salute, limitando, quindi l'intervento dell'uomo.
Per me è particolarmente importante parlare di un territorio che, solo, da pochi anni ha acquisito una certa notorietà in termini vitivinicoli, in quanto da anni ancorato ad un ruolo subalterno nei confronti dei territori limitrofi dell’Irpinia, del Cilento e della Costiera Amalfitana. Pensare che un giovane vignaiolo come Mario abbia scelto di investire e confidare in questo territorio, pur vantando esperienze in alcuni dei più importanti contesti vitivinicoli italiani e non solo e con un c.v. che di certo non gli avrebbe impedito di lavorare altrove, probabilmente con meno difficoltà, ma al contempo molte meno soddisfazioni, conferma ancora una volta quanto la passione enoica ed il richiamo della propria terra siano forze impossibili da contrastare.

L’ispirazione, la passione e l’entusiasmo, mi racconta Mario, provengono dalla bellezza nella quale la cantina ed i vigneti di Lunarossa sono immersi: “gli occhi guardano al mare e i piedi sono piantati nella terra fra le splendide colline a metà strada fra la costiera amalfitana e quella cilentana.”
E' in questo incantevole contesto che i vitigni locali come l’Aglianico, il Fiano e la Falanghina riescono ad esprimere peculiarità uniche, affiancati da alcuni selezionati varietali internazionali atti a fungere da gregari e non di certo da protagonisti, nell'ottica di una produzione contenuta e votata alla ricerca continua di una qualità sia organolettica che in termini di salubrità.
Avevo parlato di Lunarossa e precisamente di quello che considero il Vino più rappresentativo dell'azienda, il Quartara, nel mio articolo/studio riguardante i Vinivinificati e/o elevati in anfora ed è proprio l'anfora a segnare svolte importanti per Lunarossa, tanto che in occasione di questa 10° vendemmia sono state realizzate delle nuove anfore con un impasto particolare, una miscela di argilla dell’Impruneta e pietra lavica del Vesuvio, quindi di colore nero, nelle quali verranno fermentate le uve di aglianico selezionate per il Borgomastro, il rosso di punta.
Anche Mario sa quanto, oggi, utilizzare anfore per la produzione di Vino sia qualcosa di decisamente più comune di quanto lo potesse essere qualche anno fa, ma gli va dato atto che nella provincia di Salerno Lunarossa sia stata la prima in assoluto a credere in questo metodo, non limitandosi all'acquisto di contenitori, bensì creando un concept che potesse rappresentare un unicum e, quindi, indurre estrema curiosità tanto in chi fa Vino che in chi se lo ritrovi nel calice.
Questo nuovo impasto sarà una sfida per Mario e per la sua piccola cantina, ma sono certo che la affronterà con la positività e la competenza che ha sempre dimostrato.
La volontà di creare sinergie e di implementare la qualità diffusa del territorio in cui Lunarossa è incastonata, si palesa nell'interessante Progetto UVA (Unione Vignaioli Associati), che vede Mario e la sua cantina in contatto sul territorio con i piccoli vignaioli per promuovere il recupero di vecchi vigneti abbandonati in modo da valorizzare le produzioni autoctone mantenendo viva la tradizione vitivinicola dei Monti Picentini. Con questo progetto si affronta anche il concetto di “cantina condivisa” offrendo la possibilità agli eno-appassionati di adottare un filare e renderli partecipi a tutte le fasi della produzione, dalla vigna fino alla bottiglia. Quest’attività permette di educare il consumatore e far conoscere l’impegno, ma soprattutto la cura che c’è dietro la produzione di una bottiglia di vino. Cosa che, anche a livello di comunicazione, io stesso cerco di far comprendere quanto più possibile, perché è facile dare un punteggio o una valutazione negativa ad un Vino dimenticandosi che anche là dove un assaggio non sia di nostro gusto, dietro quella bottiglia ci siano sempre e comunque tempo, impegno, sacrificio, investimento e passione... in parole povere tanto lavoro che dovrebbe essere rispettato, specie quanto si tratti di realtà come questa, nella quale si persegue un approccio in vigna ed in cantina volto a rispettare e rispecchiare l'andamento naturale delle annate e quindi l'espressione più sincera dei varietali, seppur con un'interpretazione del vignaiolo/enologo che imprima personalità al Vino.
Questa variabilità di annata in annata può essere considerata, sicuramente, un rischio a livello commerciale, in particolare sui mercati esteri, dove grandi nomi/aziende del settore offrono prodotti organoletticamente di “qualità”, ma con caratteristiche immutabili e standardizzate, indipendentemente dall'andamento dell'annata. A Mario, invece, piace sorprendere, rischiare e mai produrre un vino scontato e per noi winelovers queste sono parole sante!
Veniamo ai due Vini di cui vorrei parlarvi oggi il Quartara ed il Borgomastro, i due fiori all'occhiello di Lunarossa:

quartara vino
Quartara Colli di Salerno (Fiano) 2011/2012: se dopo il mio primo incontro con il Quartara, durante la degustazione comparativa di Vini in anfora, avevo parlato per lo più delle caratteristiche organolettiche di questo Fiano in purezza affinato in otri di terracotta interrati, oggi sento forte la voglia di condividere con voi qualcosa di più in linea con la natura delle mie descrizioni enoico-emozionali. Lo faccio citando un aneddoto legato allo scorso Vinitaly, durante il quale un caro amico produttore piemontese, mi chiese di portarlo ad assaggiare un Vino che potesse stupirlo, perché aveva qualche minuto "libero" e confidava in me per qualche dritta. Ci misi poco più di un decimo di secondo a decidere dove, da chi portarlo e cosa fargli assaggiare e per uno che, solitamente, ci mette mezz'ora per scegliere un Vino dalla carta di un qualsiasi ristorante è tutto un dire! Scherzi a parte, sono solitamente così piacevolmente confuso dalle emozioni che ho provato grazie a vini e vignaioli che non c'è domanda che mi metta più in crisi della fatidica "se dovessi consigliarmi un Vino quale mi consiglieresti?". Quel giorno, però, non ebbi alcun dubbio, vuoi perché avessi assaggiato il Quartara pochi giorni prima del Vinitaly, vuoi perché avevo finalmente avuto modo di conoscere Mario personalmente, dopo averne percepito la personalità e la concezione enoica solo tramite i suoi Vini. Sapete perché portai un produttore, dal palato molto esigente, proprio ad assaggiare il Quartara? Perché mi aveva emozionato come pochi altri Vini avessero mai saputo fare ed ho sempre pensato che per quanto il Vino sia soggettivo in termini di gusto, alcune bottiglie abbiano la capacità di indurre sensazioni comuni a chi vanti la sensibilità di poterle percepire e di poterne godere a pieno e così fu. La cosa più bella, però, non fu l'emozione condivisa nell'assaggio di questo Fiano dal colore del sole, dalla disarmante freschezza e dalla profonda mineralità, ma il vedere Mario e questo produttore parlare di Vino come se si conoscessero da anni e constatarne una visione comune, nonostante le diverse interpretazioni di cantina. Affinità elettive... 
Tornando al Vino posso asserire, senza tema di smentita, che, per quanto diverse, sia la 2011 che la 2012 esprimano interpretazioni di Fiano di altissimo livello complementari in termini organolettici, ma identiche nell'approccio svincolato dai canoni comuni e libero dalle standardizzazioni. Un esempio di quanto firma dell'annata e del vignaiolo possano coesistere con rispetto reciproco e risultati grandiosi, rinunciando all'omologazione.
Borgomastro Colli di Salerno (Aglianico) 2008-2009: tutto pensavo tranne che, dopo l'amore a primo naso con il Quartara, Lunarossa potesse stupirmi anche con un rosso, per quanto i vigneti di Mario si trovino non così distanti dalla culla d'elezione dell'Aglianico. Eppure anche il mio incontro con il Borgomastro, Aglianico in purezza, non ha lesinato emozioni intense e sincere. Un Vino che racchiude in sé l'essenza del varietale e lo eleva, grazie ad una lunghissima macerazione sulle bucce ed all'affinamento in legni selezionati fra il più classico rovere francese e l'autoctono castagno locale, fino a renderlo sensuale ed intrigante. Il tannino sembra tessere una trama ed un ordito di grande finezza ed eleganza, senza rinunciare ad una personalità spiccata. Una conferma in rosso di quanto questo terroir, corroborato dall'attitudine all'unicità di Mario, possa dar luogo a piccoli grandi capolavori.
Nello specifico, la 2008 mostra un'apprezzabile maturità, mantenuta in piena forma da una freschezza ancora vivida e da uno vena salina che stimola la curiosità di sorso in sorso. Finale appagante quello del sorso, ma deprimente quello della bottiglia, in quanto risulta davvero dura accettare di averla terminata ed è in quel momento che la gioia per averla condivisa con amici winelovers, viene lievemente intaccata da una bonaria rabbia nei confronti di chi si sia versato l'ultimo calice! Scherzi a parte, se la 2008 è stata una lieta sorpresa in termini di agilità nonostante l'età, la 2009 sembra uscita da cocoon, tanto sia evidente il nerbo acido, in perfetto equilibrio con morbidezza vellutata e sinuosità del corpo. Non oso pensare alle potenzialità evolutive di questo Vino, più che altro perché vorrebbe dire doverne conservare qualche bottiglia in cantina a tempo indeterminato e non credo ne sarei capace, ma sarà un buon motivo per andare in cantina tra qualche anno per verificare con una bella verticale se le mie sensazioni siano giuste o meno.

Come si può intuire dalle mie impressioni riguardo il Quartara ed il Borgomastro, ciò che mi ha colpito di più di entrambe le etichette nelle quattro annate assaggiate è il paradosso che si crea nel dover dare un valore ideale alla freschezza di ognuno dei Vini e la loro età. Questa grande gestione dell'acidità unitamente ad un sapiente utilizzo della terracotta e del legno confermano quanto minuzioso sia il lavoro in cantina, nel rispetto della materia prima accudita e coccolata in vigna con massima naturalezza. Eppure nei Vini di Mario ho sempre la percezione ci sia una sorta di contrasto armonizzante, fra la naturalezza e la consapevolezza tenica, fra il grande lavoro in vigna ed in cantina e la voglia di non apparire snob o troppo fighetti. Un po' come nel Quartara, in cui ad una complessità organolettica unica si alternano la semplicità nella beva ed il "look" così privo di artifizi... così puro nella sua opaca limpidezza.
E' come se ci fosse sempre qualcosa da scoprire ancora... ed ancora... sorso dopo sorso, annata dopo annata ed è per questo che non mancherò di seguire le evoluzioni dei Vini di Lunarossa da qui in avanti.

F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 26 settembre 2016

Una Cantina bio consapevole dai terreni al calice - Tenuta Santi Giacomo e Filippo a Urbino

Questo weekend sono tornato nelle Marche, ma l'ho fatto prendendo strade nuove, che portano più spesso all'università che al Vino, attraversando luoghi intrisi di storia e paesaggi che in più di un'occasione ispirarono le pennellate di Piero della Francesca... vi porto ad Urbino! Terra, di certo, non tra le più conosciute per la viticoltura eppure dalla palese vocazione, enfatizzata e resa ancor più pura da un approccio rispettoso e sostenibile di gran parte delle aziende presenti sul territorio, unite, per lo più, dal comun denominatore della preservazione di un patrimonio di grande valore.
Sono arrivato ad Urbino per partecipare ad un evento che, non per essere snob, ma per semplice praticità (io amo dedicarmi al Vino in maniera più intima e profonda e visitare cantine con la dovuta calma ed una maggior attenzione), nella maggior parte dei casi avrei evitato, ovvero l'inaugurazione di una nuova cantina. La cantina in questione è quella dell'Azienda Agricola Bruscoli Marianna, nella Tenuta dei Santi Giacomo e Filippo, attiva già da diversi anni, ma solo oggi pronta a vinificare autonomamente le proprie uve. Una scelta particolare, che rappresenta, probabilmente, l'iter migliore per arrivare al proprio Vino, vale a dire l'aver costruito una cantina, non come obiettivo primario al quale far succedere le vigne, bensì creandola su misura per quello che è il potenziale aziendale (14ha vitati), dotandola della strumentazione più consona a vinificare ed affinare il prodotto di una sperimentazione durata anni e che mai smetterà di proseguire. Sì, perché questa cantina, definita dalla titolare Marianna un'officina vinaria, è nata con lo scopo di perseverare nella ricerca di un approccio sempre più rispettoso e meno invasivo, ma ponderato, al Vino. Fidatevi, sarebbe stato semplice compiere scelte opposte, come edificare una cantina ex novo ancor prima di aver impiantato la prima barbatella, con il solo obiettivo di produrre Vino, con il "come" a rappresentare un quesito secondario, ma è stato altrettanto semplice per me comprendere quanto ogni passo venga ponderato senza fretta e con grande coscienza in questa realtà.
Un'azienda agricola biologica, nella quale si alternano seminativo, boschivo, oliveti e vigneti, nell'armonia tipica delle fattorie di un tempo, ma con la consapevolezza di un approccio più contemporaneo e ragionato, a testimoniare un'evoluzione conservativa e propositiva e non di certo distruttiva. La cosa che mi ha colpito di più è la sostanziale differenza fra i vigneti biologici di questa azienda e quelli di molte altre realtà, in quanto, sin troppo spesso, si mettono a dimora ettari ed ettari di barbatelle su terreni che per anni hanno ospitato colture gestite in maniera quanto meno opinabile in termini di salubrità, mentre in questo caso parliamo di una terra che già ospitava un'agricoltura totalmente rispettosa da 20 anni, garantendo alle viti impiantate fra il 2007 ed il 2009 terreni esuli dalla presenza di qualsiasi forma di residuo chimico dovuto a diserbo, concimi o fitofarmaci.
Un aspetto che mi ha incuriosito a tal punto da voler vedere coi miei occhi queste terre, ancor più della struttura in sé, anche se non nego di esser stato piacevolmente colpito da una forma di rispetto profusa in ogni scelta aziendale, compresa quella di recuperare un vecchio edificio per la costruzione di una cantina minimalista e perfettamente integrata nel contesto, con il plus di essere interrata, con tutti i vantaggi relativi al mantenimento della temperatura in maniera naturale.
Una famiglia, quella della proprietaria Marianna Bruscoli, che è andata controcorrente nella realizzazione di una realtà polivalente, che doveva essere un campo da golf da 18 buche, ma che oggi è un albergo diffuso nato dal recupero ed il ripristino di vecchie strutture, intorno alla ristrutturata abbazia dei Santi Giacomo e Filippo (dalla quale prende il nome la Tenuta), un ristorante ospitato da una ex capanna per pescatori, un maneggio ed ovviamente l'azienda agricola che comprende altre colture ed altre produzioni oltre a quella vitivinicola, ma che vede nel Vino un obiettivo in termini di qualità e di espressione di un territorio al quale questa famiglia è palesemente legata e del quale Marianna e tutto il suo staff sono profondamente innamorati.
Come vi dicevo, solitamente evito inaugurazioni o happening di questo genere, perché so, a priori, di non potermi dedicare al Vino quanto e come vorrei, ma qualcosa mi suggeriva di dismettere i panni del nerd enoico e di provare a godermi la giornata. In realtà è bastato incontrare Giorgia, responsabile della comunicazione aziendale (e molto altro a giudicare dalla sua irrefrenabile, valida, attività all'interno dell'azienda), per comprendere che avrei potuto dedicarmi al Vino alla mia maniera, pur essendo nel bel mezzo di un'inaugurazione, e così è stato. Una piacevolissima degustazione, estemporanea, delle attuali 6 etichette prodotte dall'azienda, con la possibilità di fare due chiacchiere con enologo, cantiniere ed il caro Raffaele Papi, sommelier che in queste terre vive e che questi vini conosce bene.
Ad aprire le danze organolettiche, in maniera vitale e dinamica, sono stati i due charmat IsaBecta, uno base Verdicchio molto fresco e piacevole, di grande duttilità ed un Rosé da uve Sangiovese molto varietale e dal tocco vellutato ed elegante atipico per un Martinotti. Per quanto riguarda le bollicine, sembra essere in cantiere un metodo classico, che sarà mia premura raccontarvi a tempo debito.
In seconda battuta arrivano nei calici i due Vini, La Fogliola Bianco 2015 e La Fogliola Rosso 2014 che, a mio parere, rappresentano il vero punto "0" aziendale, quello dal quale ripartire per il futuro, in quanto massime espressioni di una concezione di rispetto dei vitigni più rappresentativi della zona, ovvero Biancame (o Bianchello, ma essendo fuori denominazione troverete Trebbiano in etichetta) e Sangiovese. Il primo concreto, varietale, minerale quanto basti per renderlo inerziale e dotato di quel raro equilibrio, a me tanto gradito, che gli permetta di essere apprezzabile oggi, ma al contempo di buona prospettiva di cantina; il secondo invece, nonostante l'annata non felicissima per i rossi, ha il grande merito, non così comune, di saper di Sangiovese, nel senso più stretto del termine. Vini senza artifizi, puri e semplici, ma eleganti nei loro equilibri naturali, vinificati con l'arte del togliere tutti gli orpelli cercando di salvaguardare e preservare ciò che di buono sia stato fatto in vigna. Un cantiniere, Marco, che è arrivato solo da due anni e che sta già facendo la differenza in vigna ed in cantina, tanto da aver dato più di un input nel futuro delle due etichette che ho avuto modo di assaggiare nel finale di degustazione, ovvero le due "riserve", che non vi racconto proprio perché  destinate a cambiare radicalmente, ma di una cosa sono certo... l'Incrocio Bruni 54 ha trovato un altro terroir di grande vocazione, fatto di grandi terreni, di una viticoltura oculata e rispettosa e di mani e menti capaci di lasciare che esprima la sua identità in maniera sincera.
Acciaio, anfore di terracotta e botti grandi accoglieranno i mosti da questa vendemmia in avanti, a confermare la volontà di non imbrigliare ed offuscare i varietali, bensì lasciarli liberi di parlare di sé e del territorio. Inoltre, come suggerito a "chi di dovere", mai in questo caso ho scorto nell'essere fuori da ogni denominazione/disciplinare un'opportunità da cogliere e sulla quale sviluppare un concetto di terroir ancora più forte ed identificativo, che mira ad anteporre territorio, personalità ed interpretazione a qualsiasi dinamica burocratica. 
winetunnel
Ciò che ho appreso ieri, grazie al discorso di Marianna Bruscoli e dopo aver chiacchierato con buona parte dello staff, è che il Vino in questa azienda agricola è "solo" il frutto di un percorso che parte da lontano ed affonda le radici nel passato di una famiglia che per generazioni ha sentito forte l'appartenenza a questo territorio ed alla terra che lo rende forte e vivo, nonché meravigliosamente suggestivo. Un percorso che ho intenzione di seguire, nell'ottica di un'attenzione maggior da parte mia, e spero da parte di tutti voi, per una zona delle Marche che in pochi conoscono enoicamente parlando, ma che ha tanto da dare e da raccontare, in maniera sincera e sempre più consapevole.

Si respira aria nuovamente antica nella Tenuta Santi Giacomo e Filippo, dove si cammina fra storia e futuro, senza sentirsi spaesati, in armonia e serenità... dove la Terra torna al centro di tutto, in senso stretto ed in senso lato.




F.S.R.
#WineIsSharing

venerdì 23 settembre 2016

Tenuta Cocci Grifoni - Una storia di pionierismo, terroir e personalità dal Pecorino al Rosso Piceno

Oggi, ad un mese dal terremoto mi ritrovo qui a condividere con voi una storia, che avrei dovuto raccontarvi proprio il giorno in cui ci furono le prime 2, distruttive, scosse. Sì, perché era proprio il 24 agosto il giorno che avevamo concordato io e Paola Cocci Grifoni per una mia visita presso la sua cantina di Ripatransone, nel Piceno.
cantina cocci grifoni
Le cose poi andarono diversamente e nonostante Paola, con la proverbiale forza d'animo che la contraddistingue, a poche ore dalle scosse fosse pronta ad accogliermi comunque, decisi di rimandare, per motivi personali. Non vi nego, però, che l'attesa di un mese mi sia pesata abbastanza, in quanto la voglia di conoscere dall'interno una realtà tra le più importanti della Marche, in termini di storicità e pionierismo, era tanta! Voglia decisamente appagata dall'incontro con Paola e con l'intero staff dell'azienda, che parla molto al femminile e vanta valori rari dal punto di vista umano ed etico.
Fatta questa premessa, vi racconto un po' della Tenuta Cocci Grifoni, della sua storia e del territorio in cui è incastonata.

Tutto nasce con Guido Cocci Grifoni, padre di Paola e Marilena, enologa e responsabile della cantina la prima, direttrice del commerciale Italia ed estero la seconda. Guido aveva un sogno, che a giudicare da come mi hanno descritto la sua personalità, ci ha messo un istante a passare dallo stato effimero di sogno alla concretezza di un progetto: creare un grande Vino bianco nel Piceno, allora terra di rossi. Guido era un pioniere e come tutti i pionieri vantava due doti che insieme possono creare la meraviglia e lo stupore... possono cambiare le cose e lasciare un segno indelebile nel tempo, ovvero la consapevolezza e la sicurezza nelle proprie idee ed una buona dose di coraggio che potesse permettergli di prendersi quei rischi senza i quali oggi il Pecorino, così come lo conosciamo, non esisterebbe. Sì, è proprio per il Pecorino che sono andato a trovare questa famiglia del Vino, perché è qui che questo vitigno così radicato nella storia del territorio, sin dalla notte dei tempi, è rinato dopo esser stato pressoché dimenticato per anni. La mia voglia di andare in vigna e di arrivare a vedere le prime piante del vigneto madre di Pecorino era così tanta che la copiosa pioggia della mattina e la difficile praticabilità del terreno non hanno sortito neanche il minimo dubbio riguarda il da farsi.
E' proprio dal vigneto madre che ho potuto vedere con i miei occhi ciò che Guido aveva creato e che la sua famiglia continua a custodire con premura ed attenzione, preservando un patrimonio unico e fondamentale per quello che oggi possiamo definire un grande Vino italiano.
pecorino vino marche
Il bello del Piceno è che basta poco per rendersi conto di quanto sia speciale questo luogo, immerso in un contesto fra mari e monti, povero di grandi opere viarie, scevro di una civilizzazione spinta e dannosa per gli occhi, per l'anima, ma anche e soprattutto per il calice.
Qui si producono le DOC Rosso Piceno, Rosso Piceno Superiore, Falerio e Terre di Offida, quest’ultima con le tipologie Passerina spumante, vinsanto e passito. Qui è stato identificato anche un terroir di vini DOCG Offida che comprende tre tipologie: Offida Rosso, Offida Passerina e Offida Pecorino.
Denominazioni che rappresentano una storia che parla di terroir ed ancor più di persone e famiglie che hanno visto nell'agricoltura e nella viticoltura una filosofia di vita che trascendesse il tempo, incondizionata dalle mode e dai trend, una visione che ha mantenuto sul territorio famiglie come quella di Paola Cocci Grifoni, che fanno grande questo territorio e lo mantengono integro e vitale.
L'incontro con Paola è stato folgorante, non solo per la sua dinamicità ed un'ospitalità calorosa e familiare priva di sovrastrutture, bensì per la forza d'animo e la consapevolezza, frutto di esperienza e lavoro, di positività e propositività a prescindere da qualsiasi evento o ostacolo le se potesse parare davanti. Un'enologa di grande umiltà, che come il padre non ha lesinato rischi ed approcci pionieristici al Vino, primo fra tutti l'utilizzo di lieviti ecotipici, nella maniera più sensata e ponderata, ovvero selezionandoli in vigna e coltivandoli in cantina per poterne controllare al meglio gli sviluppi. Fa sorridere, ora come ora, sentirla raccontare di quando si guardava bene dal parlarne a clienti e degustatori, nonché ai colleghi stessi, in quanto l'avrebbero presa per “folle”, mentre oggi i lieviti indigeni sembrano essere argomento distintivo ed esclusivo di un certo tipo di idea di Vino. L'obiettivo della Cantina Cocci Grifoni è quello di produrre Vini salubri, ma di grande qualità, che vantino un potenziale di longevità fuori dal comune, ma che siano sempre rispettosi e mai illusori o estremi, perché non è con gli estremi che si possa arrivare ad esprimere una territorialità così spiccata ed uno spettro varietale così nitido, ma è con la continua ricerca di armonia ed equilibrio che lo si può fare. 
vini cocci grifoni
Equilibri che io ho ritrovato in ogni assaggio fatto, dalla mini verticale di Pecorino Colle Vecchio (2014-2012-2010) nella quale freschezza montana, mineralità marina sembravano avere il gps integrato tanto fosse chiara l'appartenenza di quei vini ed ancor prima di quelle uve, a quel territorio. Una 2014, che a discapito del catastrofismo comunicativo relativo all'annata, dimostra ancora una volta quanto i bianchi, specie nelle Marche, abbiano raggiunto un livello qualitativo disarmante, esprimendo grande contemporaneità proprio grazie ad un'acidità più netta e lineare ed uno scheletro minerale che sembra voler ribadire la similitudine tra Pecorino e Riesling Renano, spaziando dall'idrocarburo alla salsedine al naso e finendo salino in bocca. Vini lunghi, che nella 2010 mirano all'infinito, mostrando una tenuta nel tempo che definirei quasi irriverente, tanto sia assente alcun segno di cedimento. L'evoluzione è lenta, graduale, sincera e carica di saggezza... è un'evoluzione da grande Vino, quella di questo Pecorino, non c'è altro da dire.
Nel Guido Cocci Grifoni 2013, Pecorino di punta dell'azienda, proveniente dal solo vigneto madre (ca. 35 anni), il varietale ha modo di esprimersi in tutta la sua intensità, portando il concetto di equilibrio su un piano differente, adagiato su una percezione più aulica di aroma e gusto. Le note sono quelle distintive del Pecorino, ma è il sorso a creare dipendenza, con una freschezza che taglia, ma non divide, anzi si unisce alla morbidezza del corpo in una discesa che non si ferma se non una volta arrivata all'anima. Un Vino vivo, pulsante, fiero di ciò che è e conscio di ciò che sarà... in qualsiasi degustazione di Pecorino io lo prenderei come riferimento di espressività ed eleganza.
Ho avuto modo di assaggiare anche il Rosso Piceno Superiore, altro motivo di orgoglio dell'azienda e della famiglia, in quanto fu proprio Guido Cocci Grifoni a spingersi fino al primo imbottigliamento di questa denominazione. Il Vigna Messieri 2010 stupisce a primo naso per il frutto ancora integro e per la perfetta integrazione del legno, dovuta alla rispettosa scelta dell'affinamento in botte grande, con i varietali (Montepulciano 70% e Sangiovese 30%) ad armonizzare come i migliori duetti. Intrigante la nota speziata che invita ad un sorso composto, ma passionale, privo di incertezze, ancora in piena fase evolutiva.
Anche in questo caso la sensazione è quella di confrontarsi con una realtà parallela, in cui il tempo scorra più lentamente, le uve sviluppino una loquacità unica nel suo genere, i tannini mettano le scarpette con le punte e danzino sull'ideale linoleum, resiliente, del mio palato.

Che ve devo dì? Ah sì, che mi hanno dovuto portar via con la forza dalla sala degustazione, non solo per i Vini che stessi degustando, ma per la compagnia di persone che vi auguro di conoscere presto e di vivere, anche solo per qualche istante, com'è capitato a me... ne vale la pena!

giovedì 22 settembre 2016

Un viaggio fra alcuni dei migliori cru di Barolo grazie ai Vini della Cantina Sordo Giovanni

Torno in Piemonte, per condividere con voi storia ed impressioni di una cantina che da sola potrebbe rappresentare buona parte dei più grandi cru di Barolo: l'Agricola Sordo Giovanni. Oggi guidata dal figlio Giorgio, si trova a pochi chilometri da Alba ed è situata ai piedi della collina di Barolo, nel comune di Castiglione Falletto, in provincia di Cuneo. Data la mia predilezione per le aziende a conduzione familiare, grandi e piccole che siano, anche in questo caso sono felice di trovare una realtà che porti avanti di generazione in generazione lavoro, tradizione e custodia premurosa di un territorio prezioso.
Fondata nei primi del ‘900 dal nonno Giuseppe, subì una vera e propria svolta con Giovanni Sordo che, insieme alla moglie Maria, memoria storica dell’azienda, riuscì ad accaparrarsi numerosi vigneti, ricercandoli tra i migliori della zona del Barolo: ’’i Sorì’’. Tanto per dare una nozione al volo, "SÖRÌ" in dialetto langarolo significa soleggiato o baciato dal sole e quindi vuole identificare quelle zone con una migliore esposizione e maggiormente vocate alla viticoltura.
I terreni di questi vigneti, composti da marne calcaree compatte, molto profonde, ricche di microelementi, con la complicità del microclima tipico delle colline delle Langhe, hanno permesso e permettono tuttora al Nebbiolo di esprimere tutto il suo potenziale.
Oggi l’azienda ha una superficie totale di 53 ettari vitati di cui 38 iscritti a Barolo, distribuiti nei comuni di Castiglione Falletto, Serralunga d’Alba, Monforte d’Alba, Barolo, Novello, La Morra, Verduno, Grinzane Cavour e Vezza d’Alba.
L'approccio in vigna è ponderato ed equilibrato, proteso verso una conduzione naturale, con il minor impatto possibile sull'uva, ma senza disdegnare i principi dell'agricoltura moderna, con decisioni prese con senno e non solo per moda o “pseudo-filosofia”.

Solitamente chiedo alle aziende un aneddoto, ma stavolta ve lo racconto io... dopo aver degustato due cru di Barolo Sordo stavo già iniziando a scrivere quest'articolo, quando una sera, dopo una degustazione in Toscana, un collega mette sul tavolo una bottiglia alla cieca, che mi colpisce così tanto che una volta scoperta l'etichetta decisi di rimandare la pubblicazione di questo articolo per poterla integrare.
Passiamo quindi ai Vini tramite i quali ho potuto apprezzare le peculiarità di questa cantina e dei suoi cru di Barolo:
Sordo Barolo Parussi DOCG 2012: espressione di uno dei cru più intriganti di Castiglione Falletto, con aromi che scaldano il cuore dalla gentile e romantica rosa alla dolce e matura visciola, per arrivare al ricordo della pipa del nonno, seduto a contemplare un dipinto sapientemente incorniciato nel quale, dondolando sulla sua sedia a dondolo può scorgere ancora la tela. Una tela dalla texture fine e compatta, sulla quale spiccano pennellate armoniche ed eleganti, lunghe e protese verso la profondità di campo. Assaggiato in comparativa con altri Barolo di zone differenti, ha espresso notevole personalità.

Sordo Barolo Monvigliero DOCG 2012: interessante poter comparare due cru qualitativamente non così distanti, ma espressivamente differenti come il Parussi ed il Monvigliero. Uno spettro olfattivo nitido quanto quello del Parussi, ma forse dalle sfumature più complesse. E' in bocca, però, che le differenze rendono ancor più riconoscibile il più nobile cru di Verduno, grazie ad una classe innata ed una profondità che definirei vettoriale. Un Vino saggio, ma contemporaneo, preciso ed ineccepibile nella forma, ma intenso ed originale nella sua essenza. 

Quasi dimenticavo... il Vino degustato alla cieca che ci tenevo quanto meno a citare e contestualizzare in questo post è il Barolo Rocche di Castiglione 2008 che mi ha colpito con la sua freschezza, quasi a volerne evidenziare la notevolissima prospettiva temporale, unita ad un grande equilibrio giocato sul filo sottile, ma deciso e teso, dell'eleganza.
Vino profondo e complesso, eppure spigliato, affatto austero, come un ragazzino bravissimo a scuola, ma non un noioso secchione, bensì uno di quelli che amino divertirsi e... vivere!

Nel complesso la Cantina Sordo va conosciuta e riconosciuta come riferimento per chi ami il Vino in senso lato ed il Barolo in senso stretto, in quanto non è da tutti poter presentare e far degustare un tale numero di diversi cru e, quindi, interpretare altrettante sottozone, che spero di raccontarvi in futuro.


F.S.R.
#WineIsSharing