giovedì 9 aprile 2015

Diserbanti chimici in vigna? No, grazie! Il "Rosso" lo preferisco nel calice!

"Rosso di sera, diserbante si spara"
Inizio con un'emblematica battuta, che mi è stata ispirata dal fatto che in questi ultimi giorni mi sia imbattuto in diverse immagini di campi variopinti e di vigneti "spennellati" di questo "suggestivo" color rosso/aranciato... nulla a che vedere con quello dell'unghia di un barolo lasciato una ventina d'anni in cantina, purtroppo!

Premetto che non sono un tecnico, quindi sapendo per certo che la maggior parte di Voi, che seguite il mio umile Wine Blog, è composta da produttori ed addetti ai lavori, nonché da winelovers di grande esperienza, do per assunto che ne sappiate ben più di me riguardo l'argomento che proverò a trattare oggi. Quindi lo farò con la dovuta cautela e la mia consueta leggerezza, aprendo un potenziale dialogo a riguardo. Parliamo del diserbo chimico in vigna.  
Innanzi tutto vorrei porre l'attenzione, in maniera oggettiva, ma opinabile, su alcuni semplici concetti, ovvero i "contro" relativi all'utilizzo di diserbanti chimici (ed altri prodotti chimici tossici) in vigna ed i "pro" di una viticoltura maggiormente sostenibile.

Il Diserbo Chimico:
  • mette a rischio la salute degli operatori, nonostante essi si possano proteggere in maniera più o meno consapevole;
  • nuoce all'ignara popolazione (chiunque si viva o transiti nelle zone limitrofe alle aree diserbate) che entra a contatto con queste sostanze che una volta nebulizzate mantengono la propria tossicità a lungo termine;
  • produce un appurabile aumento delle frane e degli smottamenti che possono finire su strada e provocare incidenti stradali in caso di forti piogge;
  • abbassa drasticamente la biodiversità vegetale ed animale di un determinato micro-ecosistema;
  • provoca un imbruttimento in termini paesaggistici delle aree trattare chimicamente;
  • i prodotti chimici utilizzati possono raggiungere le falde acquifere sotterranee e permanere, come per il terreno, per anni ed anni con conseguenti danno su chi usufruirà dei prodotti derivati da quelle colture;
  • riduce sensibilmente l’assorbimento dell’anidride carbonica e l’abbattimento delle sostanze azotate contenute nelle acque superficiali da parte della copertura vegetale eliminata.
Va precisato, inoltre, che il principio attivo presente nella maggior parte dei diserbanti in commercio è il glifosato (gliphosate); una sostanza che, nonostante rientri nella gamma di prodotti fitosanitari (fitofarmaci) autorizzati sia a livello nazionale che europeo è ormai appurato, possa provocare a lungo termine effetti dannosi anche sull'uomo, come tumori del sangue, alterazioni al sistema endocrino, disfunzioni ormonali e danni sui meccanismi di neurotrasmissione cerebrale  

L'assurdo sta nel fatto che Secondo il decreto legislativo 194/1995 un prodotto fitosanitario può essere autorizzato solo se “non produce effetti nocivi, in maniera diretta o indiretta, sulla salute dell’uomo o degli animali o sulle acque sotterranee”. Dato, quindi, che nelle indicazioni tecniche degli stessi diserbanti a base di glifosate viene riportato che: “Può provocare a lungo termine effetti negativi per l’ambiente acquatico”, perché cavolo sono ancora commercializzati?

Questo lo ignoro, o almeno cerco di evitare astruse teorie, potenzialmente realistiche, legate a dinamiche politico-economiche che in paesi come Italia e Francia limitano da anni gli interventi in favore di una viticoltura più "green".
Cosa accadrebbe, però, se si adottasse ancora di più una viticoltura più sostenibile, non necessariamente “bio”, ma che escluda, comunque, l'utilizzo di diserbanti chimici in vigna?
Alcuni dei vantaggi sarebbero i seguenti:
  • salvaguardia della fertilità naturale del terreno;
  • riduzione di ogni forma di inquinamento determinato dalle tecniche agricole che prevedono l'utilizzo di concimi e diserbanti chimici e fitofarmaci;
  • produzione di Vini di elevata qualità e dalle più integre caratteristiche organolettiche;
  • produzione quantitativamente oculata e non intensiva ed eccessiva;
  • preservazione della biodiversità di un determinato ecosistema;
  • riduzione dei danni provocati a breve e lungo termine dai prodotti chimici/tossici utilizzati in vigna, nell'uomo.
  • mantenimento di un paesaggio verde e di un equilibrio uomo-Natura rispecchiato dalla bellezza delle campagne e delle vigne sul territorio.
Ovviamente, ricordo che, proprio per le subdole caratteristiche di alcuni diserbanti chimici, è pressoché inutile pensare di poter coltivare in maniera "biologica" confinando con vigneti in cui si adottano sistemi tutt'altro che sostenibili. Quindi fondamentale è e sarà sempre l'unità di intenti, sia fra governo ed amministrazioni locali, che fra amministrazioni e produttori ed infine fra produttori e produttori stessi.


Detto questo, mi definisco da sempre un inguaribile sognatore, ma non un co... ops...un ingenuo, quindi so bene che per alcune realtà “pseudo-industriali” il diserbo chimico è l'"unico modo" (a loro parere) per produrre con il massimo ritorno economico ed il minimo dispendio di energie “umane”, quindi, difficilmente si arriverà mai ad un'Italia totalmente “green”, ma di certo l'ecosistema ed il consumatore andrebbero maggiormente tutelati e per fortuna molti produttori si stanno prodigando da anni per migliorare le tecniche dell'agricoltura sostenibile, da una parte andando a riprendere vecchie e sagge tradizioni come l'utilizzo del favino per la concimazione verde (sovescio) e dall'altra assumendo ed applicando le nozioni dell'agricoltura biologica più moderna come la tecnica della confusione sessuale o la lotta integrata.
Io sono un po' restio riguardo le soluzioni più tecnologicamente avanzate, quali l'utilizzo di droni (come sembra vogliano fare i francesi) che analizzino i grappoli uno per uno (?!?) ed i bruciatori per il pirodiserbo, che comunque utilizzano combustibile per funzionare, ma comunque tutto sarebbe più tollerabile della chimica, non credete?
Concludo dicendo che preferirei che il Rosso con tutte le sue meravigliose sfumature, finisse solo nel mio calice o nelle foglie delle vigne in autunno, e non nei sotto-filari degli stupendi vigneti che ogni regione italiana vanta e che il mondo ci invidia, perché alla lunga, i "vantaggi" economici comportati da questi abusi, non potranno che ritorcersi contro chi non comprende che i tempi stanno cambiando ed il consumatore sta diventando sempre più consapevole ed esigente, avendo accesso, con estrema facilità, ad una sterminata fonte di informazioni (per quanto a volte da selezionare accuratamente) come il web.
Con questo lungi da me fare proclami nei confronti dell'agricoltura biologica, in quanto la certificazione attuale ha molte lacune da colmare, e, come ho avuto già modo di dire in articoli come questo ->www.wineblogroll.com, per me l'importante è l'equilibrio rispettoso fra uomo e Natura, e non è di certo una certificazione a farmi stare più o meno tranquillo. Di certo, però, mi sento di dare il mio sostegno spassionato, a chi, nonostante i rischi e la fatica, opta per una viticoltura meno invasiva e più sostenibile, non necessariamente "bio-qualcosa", ma comunque rispettosa dell'ecosistema, del prodotto e di chi come me, il Vino non lo fa, ma lo beve!  
Le foto di questo collage sono state scattate nei vigneti sostenibili dell'Azienda Podere di Pomaio che rappresenta un esempio non solo di viticoltura "green", ma di come si possa portare la sostenibilità in ogni ambito aziendale.
Citando un loro "motto":
"E' facile sognar"...ma è difficile realizzare sogni...ma proprio per questo vale la pena continuare a credere di poter cambiare la realtà!



F.S.R.

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