mercoledì 29 aprile 2015

"Non lasciate ogni speranza o voi che il Vino Amate!" - Il Dantesco incontro con Federico Staderini

Indi la valle, come ‘l dì fu spento,
da Pratomagno al gran giogo coperse
di nebbia; e ‘l ciel di sopra fece intento, 

sì che ‘l pregno aere in acqua si converse;
la pioggia cadde e a’ fossati venne
di lei ciò che la terra non sofferse;
(Dante Canto V Purgatorio - Divina Commedia)

Inizio questo articolo con una citazione aulica del più grande fiorentino di tutti i tempi, in quanto descrive al meglio la giornata passata nel Casentino al cospetto di paesaggi meravigliosamente intrisi di ruralità ed in compagnia di un altro grande fiorentino, ma esso, dei nostri tempi, ovvero Federico Staderini.
Di ritorno dalla Val d'Orcia io e l'amico Fausto Gregori, con il quale ho condiviso questo percorso eno-emozionale tra il senese e l'aretino, decidiamo di far visita ad uno dei più validi enologi italiani (Ornellaia e Poggio di Sotto sono solo due delle sue molteplici esperienze professionali), già conosciuto al Vinitaly, in una breve, ma intensissima chiacchierata, che mi incuriosì al tal punto da voler approfondire quanto più possibile la conoscenza di Federico e del suo progetto...o meglio...del suo sogno: Podere Santa Felicita.
Federico, autodefinitosi "enologo lento", ci raggiunge nella piazzetta di Ponte a Poppi con la sua R4, che definire vintage sarebbe un eufemismo, ma che ben delinea le peculiarità della personalità umile, low profile, ma al contempo centratissima e identificativa di questo vero e proprio anti-personaggio del mondo del Vino italiano, che se non è noto ai più è solo e soltanto per la sua capacità di dare senza pretendere e di fare senza mostrare, se non attraverso i risultati del suo oculato e, altresì, spontaneo lavoro.
Arrivati al Podere Santa Felicita, su una collina a 500mslm incastonata nel contesto paesaggistico e rurale della suggestiva Pratovecchio, sovrastata dal parco nazionale delle foreste casentinesi, Federico ci accoglie mettendo subito in chiaro due cose: la prima è che quella che ci accingevamo a vivere non sarebbe stata una semplice "visita in Cantina" e la seconda è che gli "oggetti di scena" di quella che sembrava strizzare l'occhio ad una Pièce teatrale, in cui il Vino sarebbe stato il protagonista e Noi, giuste, schive comparse, sarebbero stati 3 calici, una bottiglia del suo Brendino 2010 ed una Zappa.
Inutile dirvi che al solo udir la parola zappa, con un rispettosissimo sorriso appena accennato io ed il caro Fausto ci guardammo un po' interdetti...ma di lì a poco avremmo compreso che, come in tutto ciò che compete a Federico, anche l'utilità della zappa sarebbe stata legata ai suoi due principi primi ottimizzazione e semplicità.
Dopo questa particolare accoglienza, ci addentrammo in una selva oscura... no sto scherzando... è che per trovare la terzina di prima mi sono riletto mezza Divina Commedia! Dicevamo...ci addentrammo nella sua cantina invernale, sotto il casolare, ma ovviamente non interrata, in cui l'unico controllo della temperatura in una delle due stanze in cui riposano le barriques, è un piccolo condizionatore che Federico utilizza in maniera abbastanza empirica, ma con estrema sapienza, per regolare la temperatura in casi di eventuali picchi.

...Tra un po' vi arriva il momento della zappa, so che siete curiosi...date tempo al tempo!...

Una cantina, come vedrete dalle foto qui di sotto, che ha un fascino ancestrale, rurale eppure sempre così identificativo e comprensibile, grazie alla capacità del nostro "Virgilio", Federico, di diffondere nell'ambiente che lo ospita la sua aurea così al medesimo tempo eterea e profondamente pragmatica.
E' proprio questa commistione fra sogno e realtà, fra estrema spontaneità e grande consapevolezza tecnica, che fa di questo creatore di Vino un esempio per chi pensa che l'enologo sia solo uno scienziato, capace solo di imporsi sulla Natura e non di assecondarne le sue peculiarità e vocazioni, e quantunque i suoi capricci.
Inciso a parte, dopo qualche assaggio di botte, ci rechiamo nella "cantina d'estate", ovvero quella interrata, in cui si passa dall'ancestrale al primordiale, con terreno in terra battuta e null'altro che il minimo indispensabile per accudire quelle quelle preziose botti, nelle quali riposano le sue amate creature.

...Vi ho già detto a cosa servisse la zappa? Dai, manca poco suvvia...non siate impazienti!

La cosa più buffa è che, tra aneddoti e preziosissime pillole di saggezza concesse a noi (per fortuna poliglotti) spaziando dal latino all'inglese, passando per il francese ed il fiorentino stretto, era così tanta la voglia di ascoltare che a stento mi ricordavo di fare qualche scatto o di prendere qualche appunto. 
Fatto un breve, ma indimenticabile, tour delle Cantine stagionali finalmente si va "dove tutto nasce", nella vigna di Pinot Nero, dal quale il Brendino che porteremo con Noi scaturisce.
Bottiglia, calici e zappa in mano, cavatappi sempre con me via, sù, fino in cima alla collina, appoggiando con rispetto, un piede dopo l'altro, sul sovescio ed ammirando quella creazione così perfetta ed a suo modo "estrema", che Federico sentiva potesse essere il preambolo di un grande Vino: viti vicinissime (50cm), con un capo a frutto che porterà una quantità di grappoli irrosoria, tanto che per fare una bottiglia di Brendino, occorreranno 4 piante e non una come per fare gran parte del bordeaux (ci dice con acume e sarcasmo Federico).
Siete curiosi di sapere a cosa servisse la zappa, eh!? Ebbene...non ve lo dirò!
Mmm...va beh dai... tanto lo avreste comunque compreso dalle foto, quindi vi lascio solo immaginare la naturalezza con la quale Federico affondò il manico della suddetta zappa nel terreno argilloso (con presenza di scisti e calcari), dando forma ad un rudimentale, ma alquanto efficace, "altarino" sul quale poggiare quella preziosa bottiglia, alla quale tutti e tre non potemmo fare a meno di dedicare un intero servizio fotografico, che neanche al mio battesimo!

A quel punto, con lo sguardo perso in quel paesaggio de-limitato agli occhi dalle montagne, eppur infinito all'anima, si passa dall'esperienza puramente enoica a quella mistico-emozionale, durante la quale io non posso che ascoltare in silenzio ogni singola parola detta da Federico Staderini, come fosse una sorta di Guru esistenziale, che fa della sua vita la sua personale dottrina e delle sue esperienze brani di pura storia e di intensa emozionalità. Tra un discorso prettamente tecnico sulla natura di quei terreni e sul perché reputasse, sin dai tempi dell'Ornellaia (fine anni '80), che proprio nel Casentino, ed a quella altitudine, con le sue notti fresche ed un'ottimale esposizione al sole, "ci sarebbe venuto proprio bono il Pinot Nero" (capace di giungere a maturazione lentamente e, quindi di sviluppare al meglio le sua componenti aromatiche e gustative), e spezzoni della sua vita, come il suo viaggio in vespa fino in Germania, dove grazie ad una sua vecchia fiamma negli ultimi Km di viaggio quella vespa "l'andava che sembrava unta!", l'assaggio di quel Brendino divenne un episodio di quelli che già mentre lo stai vivendo sai che non potrai mai dimenticarlo.
Mi scuso per questa premessa così prolissa e, probabilmente, sconnessa, ma io non rileggo mai ciò che scrivo, in quanto rischierei di correggere qualcosa e per me sarebbe come razionalizzare ed imbrigliare le emozioni, così libere, vere e spontanee, riducendole a mere schiave della ragione, che, sono certo, toglierebbero alle mie parole una parte fondamentale della loro intrinseca valenza.
Ora, però, ci siamo... posso parlarvi del suo Brendino - Cuna (troverete info sul Sempremai in questo articolo: www.wineblogroll.com/vinitaly):


Brendino/Cuna Toscana Rosso IGT di Podere Santa Felicita 2010: Pinot Nero in purezza, che rappresenta la versione Riserva del Cuna. Frutto di una raccolta rigorosamente a mano di uve da agricoltura biodinamica, con conseguente doppia selezione dei grappoli, questo Pinot Nero sa di Francia, eppure parla Toscano! Mi spiego meglio...all'eleganza del suo bouquet fruttato e floreale, con intrigante speziatura,  e alla sua trama tannica così fine, segue un sorso schietto, mai scontato, decisamente armonico, ma, al contempo di un'espressività che, personalmente, non mi aspettavo. I più grandi Pinot Noir fanno leva sulla loro pregevole raffinatezza, il Brendino di Federico Staderini riesce ad trascendere quell'equilibrio ponderato e quasi statico, con un'inattesa mineralità ed una dinamica ascendente ed appagante, che compie l'assurdo ossimoro di farti uscire dal tuo corpo mentre esso entra dentro di te.
Pensavo fosse stato il contesto, che sicuramente ha dato tanto alla degustazione in termini emozionali, ma avendo avuto modo di finire la bottiglia iniziata in vigna, nel più equo ed emotivamente controllato contesto di casa mia, posso dirvi che i Vini di Federico hanno un'anima così viva che si fa davvero fatica a trovargli un difetto...ed io...anche volendo, non mi ci affanno neanche, dato che mi hanno emozionato sin dal primo naso!
Stavo quasi per concludere senza avervi detto il perché di quelle terzine Dantesche con le quali ho decido si aprire questo articolo, ma vi spiego subito...
Dante in quei versi racconta di un episodio svoltosi proprio nel Casentino, probabilmente nel "punto esatto" in cui ci trovavamo, che ricalca perfettamente ciò che successe al termine del nostro viaggio:


"Poi, appena calò il sole, coprì di nebbia tutta la pianura da Pratomagno fino alle alte vette dell'Appennino; e rese il cielo soprastante gonfio di umidità, tanto che questa si trasformò in pioggia; essa cadde e ciò che la terra non riuscì ad assorbire riempì i fossati;

e quando confluì ai corsi d'acqua, si riversò verso l'Arno tanto velocemente che nulla poté arrestarla."

Quale più degno finale di un'avventura enoico-emozionale di tale pregio e goduria?!? 

F.S.R.
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