lunedì 27 aprile 2015

Un Sogno chiamato "Orcia", fra Montalcino e Montepulciano

Oggi vi parlerò di Brunello di Montalcino... ops...scusate... volevo dire di Nobile di Montepulciano... scusatemi di nuovo, devo essermi confuso... eppure ero proprio in quelle zone in questo weekend... cosa diavolo avrò bevuto? Datemi giusto il tempo di riprendere il mano i miei appunti di viaggio... 
Orcia DOC...sembra ci sia scritto così!
A pensarci bene, ora ricordo! Si tratta di una DOC recente (2000) in un territorio antico come il mondo e speciale come il Vino che produce e la gente che lo popola, un'area ricca di storia, Arte e paesaggi mozzafiato, dove la tradizione rurale e la capacità di "imprendere e di volare" si sta facendo strada fra chi fino a pochi anni fa si accontentava di fungere da zona di passaggio tra i due fratelloni maggiori Montalcino e Montepulciano, limitandosi al flusso indotto dalla notorietà del Brunello e del Nobile e dalla capacità di attrarre turisti che queste due località vitivinicole hanno ormai da anni (tanto per ricordarlo a chi lo sappia già e per evidenziarlo a chi non ne fosse a conoscenza, la Val d'Orcia è Patrimonio mondiale dell'Umanità dell'Unesco dal 2004).
Sembra che qualcosa stia cambiando, però, o almeno la mia personale impressione è che ci sia chi una mattina si sia svegliato in Val d'Orcia, abbia aperto la finestra, abbia dato un'occhiata a quell'immane spettacolo donatogli dalla Natura e dai propri avi che tanto hanno accudito e rispettato quel territorio, per poi vestirsi e fare due passi in alcuni dei centri storici più belli di tutta la Toscana, come quello di San Quirico d'Orcia, mangiare un pezzo di buon pecorino di Pienza, ed abbia compreso che, forse, qualcosa di buono sia a livello enologico che del turismo enogastronomico si poteva fare.
In occasione di questa due giorni di Vino e scambi eno-culturali presso l'Orcia Wine Festival, ho avuto modo di comprendere principalmente 4 cose:
  1. La Val d'Orcia ha terroir, uve e viticoltori degni di competere con chiunque in Italia e nel mondo, ma il "Brand" deve ancora farsi strada, in quanto soffre un po' la sudditanza psicologica indotta da due mostri sacri del panorama enologico italiano e mondiale come il Brunello ed il Nobile;
  2. La fase di crescita della qualità media, di una produzione che attualmente è di circa 300.000 bottiglie totali suddivise nelle ca. 40 aziende che rientrano nella DOC, è palpabile e si sta dimostrando, non solo una nicchia da conoscere e valutare con attenzione, ma una solida realtà;
  3. La Doc Orcia non ha bisogno di altro, che di un po' di tempo, per permettere a chi ha impiantato le proprie vigne in terroir vocatissimi, ma da poco, di entrare a regime (condivido ciò avevo scritto tempo e fa e Donatella Cinelli Colombini, ha opportunamente ribadito durante una verticale multipla a Palazzo Chigi, ovvero che non bastano i classici 8 anni per permettere alla pianta di dare il meglio di sè, ma ne occorrono almeno 20!);
  4. C'è ancora molta eterogeneità a livello di qualità e di identità in questa Doc, con giustissimi stili ed altrettanto apprezzabili filosofie produttive differenti, ma anche molto divario nel bicchiere. La verticale alla quale ho avuto modo di partecipare (magistralmente diretta dalla Delegata ONAV Alessandra Ruggi), ha mostrato, però, un positivo filo conduttore, che è quello rappresentato dalla unanime volontà di portare in Cantina Uve sane e adeguatamente mature, con un'accurata selezione ed un'attenzione particolare ai tagli ed alle metodologie di vinificazione, andando ad accentuare i pregi e le peculiarità di ogni singolo terroir. Spesso, avendo l'umiltà e l'intuito di affidarsi a professionisti d'esperienza e di grande sensibilità che hanno già operato nella vicina Montalcino, ricercando però una propria identità, senza scimmiottare il Brunello, cosa che mi preoccupava molto. Le grosse differenze sono nell'uso del legno, che a mio avviso, è ben ponderato in molte delle aziende che ho conosciuto, senza mirare ad accontentare questo o quel mercato straniero, bensì andando a coccolare al meglio Vini di grande vitalità.
Detto questo, come spesso mi piace fare, ho deciso di selezionare alcuni dei Vini che mi hanno colpito di più e di condividere con Voi le mie impressioni a riguardo, cercando di dare la priorità alla ricerca della qualità, all'identità territoriale ed aziendale ed anche, perché no, alla piacevolezza e la professionalità dei produttori:
Tagete Toscana IGT Bianco 2013 - Az. Poggio Grande (50% Roussanne 50% Marsanne): l'avevo assaggiato in anteprima qualche mese fa descrivendone le primarie caratteristiche qui descrivendolo così: intensi gli aromi erbacei, di té matcha, quasi balsamici con un finale amandorlato ed un educatissimo sentore boisé. Il sorso è fresco, minerale ed ancor più intenso del naso, con una lunghezza inattesa per un Vino che ancora deve finire il suo corso in bottiglia, ma che è già una piacevolissima realtà. Emozionante! Beh...la accendiamo! Dico solo questo, aggiungendo che i 3 mesi di bottiglia hanno giovato molto in termini di equilibrio e finezza degli aromi, ma che mi confermano, in particolar modo, il fatto che questo Tagete sia un Vino di quelli che ora stupiscono, ma con qualche anno stravolgono! Non mi sbilancio mai così tanto, ma sappiate che in questo caso vi troverete di fronte a qualcosa di più unico che raro, che catturerà la vostra attenzione al naso, vi strapperà un sorriso incredulo al primo sorso e vi creerà una sana dipendenza alla prima bottiglia terminata! Taste it and, then, let me know!

Tavoleto Toscana IGT Bianco - Cantina Campotondo (100% Chardonnay): un'azienda, quella di Campotondo che parte proprio da questo Vino e dall'intuizione del proprietario Paolo Salvucci, che vede in terroir apparentemente meno vocato di altri un'opportunità...quella di poter creare qualcosa di diverso, per quanto concerne l'armonia, l'eleganza e la spiccata mineralità. Una mineralità che in questo Chardonnay è evidente, ma che ritroviamo anche nei Rossi (molto interessante il loro "Il Tocco").
Il naso è definito, fresco, tropicale, davvero molto invitante! L'equilibrio degli aromi si ritrova in un sorso stuzzicante, polposo, ma mai fuori tema, con questa struttura di freschezza e sapidità atta a rendere il Tavoleto un Vino "easy-chic", ovvero facile da apprezzare, nonostante la sua inopinabile finezza ed eleganza.

Orcia Rosato IGT Toscana - Poggio Grande: odiatemi pure, ma di questo Rosato, preferisco non parlarvi tecnicamente ma postare semplicemente una foto, che credo valga più di mille parole. Sono certo che provandolo, magari quest'estate in una location simile a quella da me utilizzata per l'assaggio, sentirete una sensazione di libertà e di appagatezza che, solitamente, non ritrovo nei rosati toscani. Non ho timore nel dire che questo è uno dei 2/3 Rosati migliori base Sangiovese da me mai assaggiati.
Passiamo ai pezzi da 90, o meglio...da 60, dato che la percentuale minima di Sangiovese (peccato non sia specificato "Grosso" - o Prugnolo Gentile) prevista dal Disciplinare della DOC Orcia è proprio il 60%, che rischia di alimentare questa etereogeneità, ma che da più libertà stilistica ai produttori, se questo sia un bene o un male lo scopriremo solo...bevendo (per fortuna, comunque, nella maggior parte dei casi la percentuale utilizzata di Sangiovese è molto superiore):
Trìbolo Orcia DOC Sangiovese 2010 - Podere Albiano:probabilmente una delle 3 realtà più solide e conosciute di questa DOC, ma anche quella dalla quale ci si aspetta di più in termini di qualità ed armonia. Specifiche che sono state puntualmente confermate da tutti i Vini in linea, ma in particolare da questo Sangiovese in purezza che brilla per intensità, nerbo acido, ancora ben presente e tannini eleganti, ma ancora vividi, che ne fanno intuire un potenziale in termini di longevità da seguire non anno dopo anno, ma di lustro in lustro! Pulito!
Cenerentola Doc Orcia 2010 - Fattoria del Colle: degustato in verticale insieme alle annate 2001 (che ne fa percepire una longevità con ancora un buon margine evolutivo) ed alla 2004 (dal tannino già raffinato e con aromi terziari di rara intensità) questa 2010, del Cenerentola (65% di Sangioves 35% Foglia Tonda) evidenzia uno step importante nella ricerca dell'estrema pulizia e qualità dell'Azienda di Donatella Cinelli Colombini, deus ex machina dell'evento e presidente del Consorzio. Interessante la lunga ed accurata ricerca svolta ed ancora implementata riguardante la varietà Foglia Tonda, uva che affonda le proprie radici nell'antichità, con origini toscane (tanto che ne ritroviamo esempi persino in corti urbane all'interno della città di Siena, dove si pensa venisse utilizzata per produrre Vino finalizzato alla conservazione di acqua in una città carente di fonti di approvvigionamento) e che Donatella ha recuperato e valorizzato coniugandolo con il Sangiovese, in un mix di intensità aromatica, struttura e freschezza. Il colore è vivido, brillante, ma è il suo naso così suadente e distintivo che mi invita subito ad approfondire la conoscenza di questa Cenerentola, antica nelle sue origini, ma, altresì, moderna nella sua ricercatezza (in questa annata si è passati alla selezione degli acini oltre che la già importante selezione dei grappoli). Se nel naso sono le spezie ed un finale balsamico a rendere più interessanti le più comuni note “sangio” di viola, visciola e prugna, in bocca sono l'incedere della freschezza e la texture tannica a completare l'opera, dotandola di una pulizia ed una finezza interiore e non vanificabile con lo scoccar della mezzanotte, in quando non ci sono abiti, scarpette e carrozze con su scritta una scadenza temporale, anzi...tutt'altro... questo Vino invita a far scoccare molte mezzanotte per poterne godere della sua massima espressione.
Sesterzo Orcia rosso DOC 2005/2007/2008/2012: vi avevo già parlato del Sesterzo qui, ma averne degustate 4 annate (3 nell'ultima verticale) e l'altra per la mia precedente recensione, mi ha fatto comprendere ancora una volta (se mai avessi avuto dubbi...che non avevo!) quanto la passione unitamente alla tradizione ed all'umile sensibilità di sapersi contornare delle persone e dei professionisti giusti, senza mai tralasciare o svilire le proprie idee la propria natura, possano dar vita a delle vere e proprie magie. Il Sesterzo è una magia, una magia fatta della forza di volontà e dell'umanità di Luca Zamperini, della caparbietà e lungimiranza di sua figlia Giulitta e dell'amore che si respira nell'Azienda Poggio Grande per quel territorio dove fino agli anni '70 non vi arrivava neanche la corrente elettrica e per tutto ciò che è vivo, dalle loro Uve, ai loro Cavalli, alle persone. In occasione della cena di gala, ho avuto la possibilità di conoscere alcuni dei collaboratori di Luca, l'agronomo Maurizio Saettini (che cura anche le scelte enologiche dell'azienda insieme a Luca) e l'enologo di Adour, Matteo Malpassi, che coadiuva Luca e Maurizio nella scelta dei "Legni" per l'affinamento...beh... se c'è una cosa che ho potuto appurare con certezza è che la ricerca dell'Azienda Poggio Grande parte in vigna, con un rispetto maniacale delle proprie uve e dei propri vocatissimi terreni, passa per la fermentazione con tecniche evolute, ma anche in questo caso pienamente rispettose della materia prima, e termina con una premura più unica che rara nell'affinamento, sia attraverso la scelta dei legni (la nuova Cantina è una piccola chicca in cui troverete barriques e tonneaux di assoluta qualità) che dei tappi. Non posso non segnalarvi anche il loro Syrah, quasi un vezzo data la esigua produzione (ma credo presto avremo belle sorprese in merito) ed il Cabernet Sauvignon, che dal mio assaggio di botte promette cose egregie nell'annata 2013, ancora non in bottiglia.
Martin del Nero Orcia Doc 2012 - Fattoria Resta: innanzi tutto, ringrazio la cara Gigliola Giannetti de "Le Potazzine" per l'ennesimo apprezzatissimo consiglio, che mi ha permesso di conoscere questo Vino ed ancor più la simpaticissima Annalisa Tempestini, italo...o meglio tosco-americana, che nella sua storica e suggestiva Fattoria Resta da vita a questo Vino, 100% Sangiovese (Clone Montosoli) che fa dell'armonia e della sua sottile schiettezza un Vino di quelli che piacciono a me, che non accontentano si camminare su di un filo dell'equilibrio fra passato e presente, sobrietà e complessità, fra tradizione ed originalità, il Martin del Nero su quel filo ci balla! Balla una danza che non ha tempo, ma che quasi ipnotizza per la sua melodica armonia. Un Vino sincero, vero e che sa giocare su ritmi e sfumature in maniera divertente, ma allo stesso tempo centratissima! E' un po' come Annalisa, "ironique, but always focalized".


Ciò che ci tengo a dire è che a prescindere dalla mia scrematura, ciò che si è palesato ai miei occhi, al mio naso ed al mio palato, ma soprattutto alla mia percezione umana e professionale è un'elevazione della qualità media dei Vini prodotti dalla DOC Orcia, davvero sensibile e che si possono vantare esempi, rari anche in altre più importanti denominazioni, di consapevolezza e correttezza, ovvero di qualità produttiva e rispetto del prodotto stesso e quindi del consumatore, come le aziende che ho citato ed altre già note come il Castello di Ripa d'Orcia (ormai convertito a Biologico) del quale ho apprezzato molto la 2011 del Terre di Sotto Riserva e l'Azienda Capitoni che mette nella selezione delle uve per il suo Frasi una cura ineccepibile che ritroviamo nella maturità dei suoi Vini nel calice.

Voglio concludere con un problema gravissimo che ho avuto modo di verificare in prima persona e che vorrei testasse anche Voi per confermare la mia sensazione o, magari (credo sia impossibile), per contestarla... parlo del fatto che la Val d'Orcia con i suoi Vini, i suoi paesaggi e la sua gente ha il terribile ed inevitabile "difetto" di portarti via il Cuore... ecco perché oggi non darò i miei cuori ad un Vino in particolare, ma a questa Terra, nella quale vi invito ad andare, bere e mangiare, conoscendo, parlando, vivendo con la gente del posto per innamorarvi ad ogni tramonto, ad ogni alba, fino alla ripartenza, in cui inizierete a contare i secondi che vi separano dal vostro ritorno.

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