venerdì 18 dicembre 2015

Alla scoperta dei varietali autoctoni italiani semi-sconosciuti - Il viaggio continua

Vitigni autoctoni poco conosciuti di oggi sono: Cagnulari, Susumaniello, Vermentino Nero, Tintilia, Albarola, Enantio e Tazzelenghe.

Come promesso qualche giorno fa, continua la ricerca dei vitigni sconosciuti o semi-sconosciuti italiani. Siete stati in tanti a segnalarmene di nuovi e sono certo che nelle prossime settimane ci sarà spazio per ulteriori approfondimenti a riguardo, al fine di valorizzare queste uve antiche, spesso radicate nella storia e nella tradizione dei nostri territori, che per varie cause hanno rischiato di non arrivare ai giorni nostri, ma che, per fortuna, grazie ad alcune illuminate Cantine fanno ancora parte del nostro inestimabile patrimonio ampelologico. 
Cagnulari: Il Cagnulari sembra essere uno dei vitigni autoctoni meno conosciuti della Sardegna e si distingue per il grappolo dalla forma caratteristica, compatto, con due ali e gli acini piccoli, dalla buccia molto delicata. In passato le uve Cagnulari, vinificate assieme a quelle di altre varietà, offrivano vini robusti, adatti per il taglio di vini esili. Sempre meno utilizzato, il vitigno era destinato a scomparire a vantaggio di altre varietà più produttive. Ad oggi alcune cantine stanno cercando di valorizzare e riportare in auge questo varietale vinificandolo in purezza ed enfatizzandone le peculiarità identificative: parlo dell'Az. Agricola Cherchi e Siddura ad esempio.


Susumaniello: “Il Susumaniello carico come un somarello”. Questo detto popolare del Salento dice già molto sulle caratteristiche di questo prorompente vitigno, che ai tempi in cui la quantità era senza remore anteposta alla qualità produceva talmente tanto da meritare questo accostamento con l'animale da soma.

E' un vitigno autoctono della Puglia, dunque, anche se, come in molti altri casi, si suppone lo sia diventato dopo essere stato portato sulle coste della regione, importante scalo commerciale, dalla dalmazia.
Da questo vitigno, che in pochi hanno avuto l'ardire di vinificare in purezza, scaturiscono Vini strong, molto rudi, ma a loro modo espressivi di una terra che lavora e sa affrontare anche l'annata più dura. Io personalmente ho assaggiato quello dell'Az. Due Palme molto schietto e varietale ed il Tagaro u’Cucci più complesso, per via del più lungo affinamento in barrique.

Vermentino nero: Il Vermentino Nero è vitigno molto raro, probabilmente originario della costa dell'alta Toscana, dove ancora oggi poche, ma attente, aziende lo coltivano e ne preservano il patrimonio generico e storico-culturale.
I tecnici pensano che si tratti di una mutazione del più tradizionale vermentino bianco, ma non v'è certezza alcuna a riguardo.
Io personalmente ho assaggiato quello dell'azienda Castel del Piano , Pepe Nero, che reca nel nome parte delle sue peculiarità organolettiche votate tutte ad una speziatura piacevolmente intrigante.


Tintilia: ne parlai tempo fa in un mio articolo, in quanto rimasi molto colpito da questo vitigno autoctono tipico del Molise. La Tintilia è un'uva che per secoli fu considerata dai molisani il varietale di riferimento in termini di qualità, ma a causa dell'avvento della “quantità” si rischiò l'estinzione completa. Per fortuna, anche in questo caso, l'attenzione e la perseveranza di pochi ha permesso alla Tintilia di arrivare ai giorni nostri e di continuare a far assaporare tutta la sua qualità. Io ho trovato molto espressiva quella della Cantina San Zenone.



Albarola: L'Albarola è un'uva a bacca bianca diffuso in Liguria nella zona delle Cinque Terre ed in Toscana. Presenta molte affinità con la Bianchetta Genovese, tanto che si è arrivati ad asserire che siano la stessa uva, con due appellativi diversi, come accade per molti altri vitigni tradizionali italiani.

A causa degli acini “accalcati” fra loro il vitigno era anticamente conosciuto col nome di Calcatella.
L'uva dà un vino chiaro dal delicato colore giallo paglierino, con riflessi verdognoli, dal profumo accentuato di erba di campo. Sono pochissimi colore che “osano” vinificarla in purezza, ma va loro reso atto che si possono ottenere buoni risultati se la si tratti con rispetto. Quello di Santa Caterina, sulla falsariga degli orange wines sa regalare emozioni davvero uniche!


Enantio: L'Enantio, o in latino Enanzio (comunemente chiamato Lambrusco a foglia frastagliata), è un vitigno dalla grande rilevanza storica ed agronomica, in quanto sembra essere molto legato alle viti selvatiche.

Citato, persino, da Plinio nel I° secolo D.C.: “Labrusca hoc est vitis silvestris quod vocatur oenantium” ...una vite selvatica chiamata Enantio.
Se questo non bastasse, si tratta di un varietale che è riuscito a resistere alla filossera tra la fine dell''800 e l'inizio del '900, tanto da poter trovare in Veneto e Trentino vigne prefilossera fino ad oltre 150 anni, come quelle della Cantina Roeno.


Tazzelenghe: Il Tazzelenghe è un vitigno autoctono friulano a bacca rossa, originario della zona collinare di Buttrio, Cividale (UD). Nello scorso secolo era molto apprezzato, soprattutto come varietà da botte, e largamente diffuso in Friuli Venezia Giulia, ma successivamente se ne persero quasi totalmente le tracce a favore dei vitigni a bacca bianca.

Il Tazzelenghe vanta un tannino importante, che necessità di un adeguato affinamento in legno per addolcirsi, dando così origine a Vini di rara complessità e profondità. E' un'uva ostica, che se lasciata macerare un po' più a lungo del dovuto si guadagna a pieno il suo sopranome di taglia-lingua, da qui il suo nome. Mi è molto piaciuto quello della famiglia Jacùss.

Ho deciso di rimandare l'appuntamento con il Cesanese, in quanto sto aspettando di assaggiare alcuni Vini davvero interessanti, grazie ai quali vorrei approfondire e molto le caratteristiche e le doti emozionali di questo vitigno. Quindi, come al solito, stay tuned!

F.S.R.
#WineIsSharing

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