venerdì 31 luglio 2015

Cuore e sole nei Syrah di Fabrizio Dionisio de Il Castagno a Cortona

Vidi un cuore ed un sole sulla capsula rossa di un Vino che non conoscevo ancora... guardai meglio e vidi sull'etichetta un disegno puerile in cui erano ancora un cuore ed un sole a brillare... il Castagno, questo era il nome di quel Vino che da lì a poco incontrò il mio fortunato calice, ma non prima di aver conosciuto suo "padre", un uomo dalla duplice natura, ma da un'unica e definita personalità... quest'uomo si chiama Fabrizio Dionisio ed è di lui e dei suoi Vini che vi parlerò oggi.

Fabrizio è nato a Roma 52 annate fà, in pieno tempo di vendemmia...quasi come fosse un segno.
Figlio di un avvocato, ma, da come ne parla, prima di tutto di un grande uomo, Fabrizio intraprende lui stesso la strada percorsa da suo padre, ma non solo a livello professionale, in quanto è l'amore per la campagna e per la terra ciò che di più li accomuna. A testimonianza dell'eredità di quest'amore per la terra, c'è il modo in cui Fabrizio vede, sente e vive la casa di Cortona, acquistata più di 40 anni fa proprio da suo padre.
Una casa dove Fabrizio trascorse lì le interminabili “villeggiature” all'insegna della natura e della libertà, nel correre con le proprie gambe, ma ancor più con i propri pensieri, i propri sogni, i propri desideri... innamorandosi giorno dopo giorno, attimo dopo attimo di quel luogo così vero e semplice eppure così diverso da tutto il resto... Cortona.

Tutto nasce da questo…dall’amore per un luogo dello spirito…dove forte era il desiderio di dar vita a qualcosa che sapesse di buono e che parlasse di quel territorio, di quei ricordi, di quelle sensazioni.

Da lì la decisione di far diventare il Castagno - questo è il nome della tenuta - il posto in cui il sogno di creare un Vino di qualità e di grande finezza prendesse vita.
Già esistevano, attorno alla nostra casa, circa tre ettari di vecchi vigneti di trebbiano, sangiovese, malvasia, destinati ad una produzione casalinga, ma è alla fine degli anni '90, che Fabrizio, appoggiato dal papà, ha deciso di estirparli e, nel 2000, ha cominciato i reimpianti, terminati nel 2003. E non solo sui circa tre ettari de Il Castagno, ma anche sui circa 12 ettari di un altro podere, “Poggio del Sole”, acquistato qualche anno prima insieme ai suoi fratelli.
Circa 15 ettari di superficie vitata in totale, quindi, piantati in tre anni, 75.000 barbatelle selezionate ed arrivate dalla Francia…Rodano…terra di elezione (ed origine, pare) dell’antico, nobile, misterioso vitigno Syrah.
Piantati rigorosamente a mano, da una famiglia (padre e due figli) di agricoltori francesi…uno spettacolo - mi racconta Fabrizio - vederli tendere fili sul campo reso liscio come un biliardo dalle preliminari lavorazioni, scavare fori circolari con una specie di piolo di ferro, infilarvi la piantina con una forcella e, subito, richiudere il buco. Nel 2003, prima raccolta, prima vendemmia, primo Vino, in cinque barriques, ovvero Il Castagno 2003. Estate torrida, eppure Vino incredibilmente fresco, elegante, fine, minerale... così equilibrato da stupire persino Fabrizio e la sua famiglia.
Fortuna del principiante? Poteva, effettivamente, sembrare la risposta più plausibile, ma a distanza di più di 10 anni, appurando la qualità e la coerenza dei Vini di questo attentissimo vignaiolo, sono la consapevolezza e la tenacia a vincere sul fato e sul caso.
Dalle prime sperimentali 1000-1500 bottiglie del primo anno si arriva non senza fatica e grandi sacrifici, alle circa 35-40.000 attuali, suddivise fra tre (e talvolta quattro) diverse etichette.

La cosa che mi ha colpito particolarmente è che quella di Fabrizio Dionisio non è una vera e propria azienda… è una casa dove viene fatto anche Vino e forse è proprio per questo che lui stesso non riesce a vedere quest'attività come una vera e propria azienda, bensì come un prolungamento del proprio essere... delle proprie pulsioni e, quindi, una passione incondizionata e pregna di contenuti e valori importanti, che prescindono spesso il mero ritorno economico.
In fondo parliamo di una casa, abbracciata dai vigneti,  con una cantina ed una barricaia nel bel mezzo del giardino. Una casa/azienda,  condotta da una famiglia in senso stretto, ovvero Fabrizio e sua moglie, con il supporto dei proprio figli (l'etichetta è tratta da un disegno che la figlia Isotta fece quando aveva 5 anni), ed una in senso lato, vale a dire gli operai con i quali la famiglia Dionisio ha un legame che trascende il lavoro.

Una personalità complessa quella di Fabrizio, ma allo stesso tempo molto schietta e diretta, senza compromessi né sotterfugi di comodo... uno di quelli che non te le manda a dire, per intenderci, ma che se hai la sensibilità ed il tatto per far sì che ti apra le porte della sua interiorità sa essere di grande cuore, come di certo lo è con i propri figli e la propria famiglia, a cui tiene più di ogni altra cosa.
Il suo pensiero e la sua ideale meta possono essere spiegati e trasmessi solo attraverso le sue parole, che vi cito letteralmente:
"la mia speranza è che tutti coloro che si avvicineranno ad una bottiglia dei miei Syrah saranno, prima o poi, consapevoli di acquistare un flacone di territorio… diverso di anno in anno, di stagione in stagione, che esprime e riflette quel singolo millesimo, con le sue irripetibili caratteristiche, e sapranno quindi apprezzarlo e valorizzarlo come, credo, merita.
Noi viticoltori dipendiamo dai nostri clienti, in particolare dai consumatori finali, dobbiamo rispettarli e mai snobbarli né, tanto meno, deluderli o tradirli. Da noi a Il Castagno realizziamo vini fatti a mano… in maniera artigianale, tendendo alla pulizia, alla sanità, nel rispetto della pianta, del frutto, e soprattutto di coloro che quel vino…un anno o venti anni dopo…lo berranno. Rifuggendo e rifiutando l’omologazione e le mode, le categorie e le definizioni. Voglio essere libero, assolutamente nelle regole…ma libero.
Non firmerò mai manifesti né mi affilierò a sette o assoggetterò a regole diverse da quelle dello Stato, del buonsenso e della mia coscienza."

Come non apprezzare parole di cotanto equilibrio?
Ora, però, passiamo ai miei assaggi, perché non vedo l'ora di parlarvene!

Rosa del Castagno 2014: un Syrah cortonese vinificato in "bianco", beh... bella sfida, no?! Eppure, al solo mettere il naso nel calice gelato (è così che piace al produttore e chi sono io per contraddirlo?!?) di questo rosato, sembra tutto così al suo posto che più che una sfida sembra qualcosa di così naturale dal sembrare semplice. Avete presente il sorriso della ballerina di danza classica che compare nel suo volto ancor più luminoso anche nei momenti di più alta difficoltà e più grande sforzo fisico? Beh... questo Vino mi fa pensare a questo, in quanto non deve e non può esser stato semplice pensare ad un Vino di questo genere, con un uva come la Syrah ed in una terra come Cortona, eppure l'attenzione e la precisione stilistica portata avanti con naturale meticolosità da Fabrizio porta nel calice una piacevolezza così libera, leggiadra e melodica, da permettermi di goderne senza grandi riflessioni o tanto meno dubbi sulla scelta.
Fresca la rosa, succosa la fragola, appena maturo il melograno e gradevole il cedro, ma non poteva mancare all'appello la leggera speziatura varietale che rende tutto decisamente più interessante!
In bocca vanta grande coerenza, con un acidità dinamica e rinfrescante ed una struttura degna di un rosso che non sa di esser stato vinificato in bianco. Bella beva estiva!
Il Castagnino 2014: il Syrah senza sé e senza ma, ma soprattutto senza legno. Fabrizio stesso lo definisce il fratello minore del Castagno, ma io mi permetto di dissentire, nella maniera più positiva possibile, in quanto non credo che il termine "minore" possa contemplare accezioni degne di un Vino che, in realtà, è semplicemente diverso dal suo simile, affinato in legno, ma tutt'altro che "minore".
Il Castagnino fa acciaio e cemento vetrificato, materiali che permettono al vitigno d'elezione di Cortona di esprimersi in aromi primari e secondari freschi, intensi, da mordere e assaporare con gusto e semplicità. Dalla macchia mediterranea, al frutto nero croccante, per arrivare alla speziatura naturale distintiva della Syrah. Se fresco è il naso, il sorso non è di certo da meno, grazie ad una acidità verticale che solca una texture tannica di grande eleganza.
Un Vino che pur non essendo impegnativo, sono certo sia in grado di grandi sorprese... ad averne una bottiglia l'anno da assaggiare da qui al 2025!!! :p
Il Castagno 2012: eccolo qui, il Vino di punta dell'azienda... o meglio dire... il Vino di Fabrizio! Quello che ha cercato, ma che solo quando lo ha assaggiato ha compreso essere davvero il suo. Prodotto di alto artigianato enologico, fatto di uva, passione e competenza, aiutato nella sua evoluzione terziaria dai migliori legni francesi (barriques Allier, Nevers e Troncais), il Castagno non è di certo un Vino timido! L'impeto al naso si palesa come il sole dopo esser stati al buio per qualche minuto... bastano solo pochi istanti per abituarsi a quella luce, che ci sembrava eccessiva, ma in realtà è la più naturale e vitale delle cose. Un bouquet di aromi davvero "colorato" del nero e del rosso e di frutti appena maturati, per poi tingersi degli eleganti toni del cacao, del sigaro cubano e dell'orzo in polvere, per finire con puntini neri di pepe e sfumature grigie minerali.
Il sorso è una pennellata d'artista, netta, viva, morbida, calda, su una tela dalla trama fitta e perfettamente integra... senza sbavature. Una pennellata lunga, quasi eterna... che sembra partire dal calice e terminare nell'anima... sarà mica quello del Syrah il colore dell'anima di Fabrizio Dionisio?!? Beh... probabilmente sì! 
Come sempre, ora sta a Voi assaggiare, ascoltare, sentire ed emozionarvi come me, di più o di meno... questo non importa! L'importante è che guardiate ad ogni Vino come ad un Dono concesso a Noi dal connubio imprescindibile di Terra e Cielo, che con l'aiuto e la comprensione dell'uomo cosciente e rispettoso arriva sin dentro i nostri calici.
Fabrizio questo lo sa ed è per questo che il suo artigianato è in grado di dar vita, non solo a gran bei Vini, ma anche a gran belle emozioni!

F.S.R.
#WineIsSharing

giovedì 30 luglio 2015

Il mio tour enoico in Toscana tutto in un post

Per facilitarvi le cose ho deciso di riunire tutte le tappe del mio tour enoico toscano, che mi ha portato nelle stupende città di Montalcino, San Quirico d'Orcia, Campiglia d'Orcia e Buonconvento, in un solo post, tramite il quale avrete accesso ai links diretti della 4 tappe di questo viaggio indimenticabile.
Prima Tappa - Montalcino - Le Potazzine: www.wineblogroll.com/un-wine-blogger-fra-amici-e-vini.

Seconda Tappa: Montalcino - Podere Sanlorenzo: www.wineblogroll.com/un-wine-blogger-montalcino-parte.

Terza Tappa: San Quirico e Campiglia d'Orcia - Cantina Campotondo: www.wineblogroll.com/2015/07/da-san-quirico-campiglia-dorcia-wine.

Quarta Tappa: Buonconvento - Fattoria Resta: www.wineblogroll.com/un-wine-blogger-in-toscana-quarta-tappa.

Un tour in cui ho ritrovato vecchi Amici e ne ho conosciuti di nuovi, durante il quale ho assaggiato Vini di rara qualità con peculiarità uniche nel loro genere.

Se c'è una cosa che mi stupisce ancora, se pur non cambi mai, è quanto mi manchino quelle meravigliose terre quando me ne vado... tanto che, non credo, passerà molto prima che io torni di nuovo a fare man bassa di Vini davvero indimenticabili!

F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 29 luglio 2015

Un Wine Blogger in Toscana - Quarta Tappa: il Bono Vino della Fattoria Resta a Buonconvento

Con un giorno di ritardo, dovuto alla mia breve capatina ad Expo - della quale vi parlerò nei prossimi giorni - sono di nuovo qui a raccontarvi la quarta ed ultima tappa del mio tour toscano, fra Montalcino e Val d'Orcia. Oggi vi portò a Buonconvento, dove salendo una ripida strada sterrata vi ritroverete in una delle Cantine/Dimore più interessanti e suggestive che abbia mai visitato: la Fattoria Resta.
Ad aspettarci c'è la cara Anna Lisa Tempestini, padrona di casa impeccabile, che fa Vino da quando era giovanissima e che porta avanti con estrema passione ed altrettanto entusiasmo quello che più che un lavoro sembra un do ut des energentico fra lei e le mura dell'Ex Monastero in cui ora vive con suo marito Claudio e la Natura che la circonda, fatta di rigogliose vigne e panorami mozzafiato.
E' proprio dalle vigne che partiamo, trovandoci subito di fronte ad un'interessantissimo particolare, infatti il Sangiovese Grosso che ci si para davanti non è un semplice clone, bensì lo stesso con il quale all'Altesino viene prodotto il famoso Brunello Montosoli, il quale deve i natali proprio a Claudio Basla, marito di Anna Lisa e suo compagno in questa meravigliosa avventura che li ha portati a produrre i propri Vini.
Il caldo è intenso e la curiosità di conoscere meglio la storia della Fattoria è ancor più fervente, quindi in poco più di 20 passi di ritroviamo di nuovo nel bellissimo cortile del Convento dove Anna Lisa inizia il suo racconto, con trasporto e dovizia di particolari.
Un ex convento ricco di storia, di simbolismo e di energie che non si può fare a meno di sentire sottopelle, in particolare scendendo nella Cantina, dove il Vino veniva già prodotto nel 1573, come testimonia l'incisione troviamo nella colonna centrale e della quale condivido con voi alcune foto.

Mentre Anna Lisa ci legge e traduce la scritta è impossibile non avere la pelle d'oca per chi Ama il Vino da profondo, ma anche solo per chi ha la sensibilità di comprendere l'importanza di un'iscrizione che sembra voler dire, a chi ora vive e produce Vino in quella dimora, che ciò che si sta facendo ora è come un ritorno alle origini, è come riportare in auge qualcosa che da secoli era stato perduto, ma che quelle mura conoscevano bene.
Il "Bono Vino" è proprio questa frase del capo Mastro Martin del Nero, che resta incisa nelle mente e nel cuore, oltre che nella pietra, data la sua schietta semplicità, ma anche l'importanza che ha in termini emozionali per chi al Vino ha dedicato la sua vita sin da prima di andare a vivere lì e di poter leggere quella sorta di preghiera,come Anna Lisa e Claudio, una vera e propria coppia del Vino.
Anna Lisa sa bene cosa sono le emozioni e sa bene cosa significhi entrare in contatto con le energie di una persona, di un luogo, della Natura stessa e non poteva essere miglior "guida" in questo tour tra le mura di una location davvero unica, nella quale si respira storia, ma soprattutto vita!
Dopo un breve passaggio nella sala in cui questa dinamica e trascendente produttrice si dedica all'insegnamento dello Yoga, grazie alle altissime qualifiche raggiunte, facciamo un salto nella splendida cappella privata, ricca anch'essa di simbologie addirittura templari, per poi dedicarci, come speravate tutti, all'assaggio dei Vini della Fattoria Resta.
In un ambiente informale, sulla penisola di una graziosa e confortevole cucina, mi sento già a casa e le parole escono da sole, libere e sincere, fra un calice di Martin del Nero ed uno di Rosso di Montalcino, ma il mio cuore registra ogni afflusso di Vino che attraverso le mie vene arrivi ad esso, quindi non posso non parlarvi di queste due ottime espressioni di un Sangiovese Grosso col pedigree:

Martin del Nero 2012 Orcia Rosso Doc: l'avevo già segnalato nel mio articolo scritto dopo l'Orcia Wine Festival, in quanto mi stupì particolarmente anche in quella occasione, ma ve ne riparlo con estremo piacere.
Martin del Nero, il nome di chi ha lasciato in un'eredità ideale ad Anna Lisa e Claudio, non solo una dimora meravigliosa e suggestiva, dove sono stati firmati trattati e dove hanno trovato ristoro pellegrini e probabilmente persino templari, bensì il dovere di continuare a produrre Vino vero, sincero, intriso di storia, terra, fatica ed emozione.
E questo Sangiovese Grosso in purezza è davvero un Vino del quale Martino, credo, sarebbe felice, in quanto espressione onesta e pulsante del legame indissolubile che si è creato fra la Fattoria Resta ed i suoi proprietari, ancor più con Anna Lisa che, a volte, sembra essere davvero in simbiosi con le sue vigne, la sua terra e la sua dimora.
Il naso è intenso, ma mai impulsivo, dall'eleganza d'altri tempi, privo di imperfezioni e di grande compostezza con i suoi aromi varietali di viola e piccoli frutti rossi e neri, spezia dolce e nera, con un finale lievemente balsamico che accompagna all'assaggio con grande aspettativa. Aspettativa che non viene affatto delusa da un sorso pieno e sicuro, ma, altresì, caldo e romantico. Un Vino che sa concedersi in maniera semplice, ma che racchiude in sé un'anima di rara complessità, armonizzata da una un finale lievemente balsamico, lungo ed invitante.
Un Sangiovese Grosso in purezza, che, però, sa essere un blend perfetto di terroir, passione e rispetto... impossibile non provare qualcosa di unico nel bere un Vino che ha ripristinato l'ordine naturale delle cose in un luogo così suggestivo ed interessante.
Rosso di Montalcino 2012: dai 2h di proprietà coltivati a Sangiovese Grosso di proprietà della famiglia, viene prodotto un Rosso di Montalcino capace di denotare la differenza fra terreni ed esposizioni differenti da quelli di Buonconvento. Un Vino di grande coerenza, che al naso stupisce per il suo bouquet di viola, ciliegia fresca e croccante, con lievi note di fungo e spezia dolce sul finale. Il sorso è un bellissimo gioco di equilibri fra morbidezza e freschezza, con una profondità di grande piacevolezza, che sa mantenersi alla lunga distanza. Si... un sorso davvero persistente, ma ancor più, non è difficile percepire, che la freschezza di questo Vino ed il suo tannino ne facciano auspicare un buon invecchiamento, tanto che confido di riassaggiare questa 2012 tra 5/6 anni con la certezza di trovarvi interessanti sorprese.
Un Vino distante da casa, nel quale forse troviamo meno impatto emozionale e meno suggestione, ma di certo un Vino che sa regalare sensazioni importanti e degne di essere ricordate con gioia e positività.
Un posto unico la Fattoria Resta, dove - perdonatemi il gioco di parole - sarei resta-to ancora per ore, grazie ad una piacevolissima padrona di Casa, che con il suo slang tosco-americano rende anche la conversazione più aulica ed importante una chiacchierata fra amici, da affrontare col sorriso e senza alcuna snobberia.
Per chi sente col cuore, prima di guardare con gli occhi e di ascoltare con i propri orecchi, non è difficile comprendere quanto sia forte la positività di Anna Lisa, un'energia positiva che converge nel suo Vino e, mi piace pensare, che possa confluire anche dentro di noi attraverso di esso, calice dopo calice... emozione dopo emozione!

Se avete modo di passare da quelle parti, non potete davvero perdervi un'esperienza di vita, ancor prima che enoica, come quella che ho vissuto io, insieme al caro Fausto, nella Fattoria Resta.

F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 27 luglio 2015

Da San Quirico a Campiglia d'Orcia Wine Bloggeggiando - Parte Terza: Campotondo e non solo

Non pensavate mica che il mio tour Montalcino-Val d'Orcia fosse già terminato?! Il mio girovagar enoico continua in quel di San Quirico d'Orcia, cittadina che avevo già avuto modo di apprezzare in occasione del Orcia Wine Festival di aprile durante il quale ho conosciuto realtà molto interessanti, fra le quali quella di cui vi parlerò in questo articolo, ma prima vorrei fare una piccola digressione, accennandovi di un posto due volte su due mi sono davvero trovato benissimo.
Parlo dell'Antica Trattoria toscana al Vecchio Forno, ristorante tipico, ma al contempo unico, nell'accoglienza e nell'attenzione verso gli amici ed i clienti, che spesso sono o diventano (come spero nel mio caso) la stessa cosa. Grazie al caro Fausto, compagno di questo e del mio ultimo viaggio in terra d'Orcia, ho potuto conoscere gli intraprendenti e simpaticissimi Roberto e Cosetta, titolari del ristorante e di altre attività ricettive in quel si San Quirico e dato che è già da troppe righe che non vi parlo di Vino, ovviamente non ci siamo fatti mancare una bella bottiglia, nello specifico un Montevertine 2008 che ti cattura al naso, con profumi ancora intensi, inebrianti di grande dolcezza e spezia, per poi stenderti con un fendente di dritta freschezza ed armonica finezza, con quel pizzico di originalità che rende questo Vino davvero un piccolo capolavoro, nella sua complessa semplicità.

Fatta questa digressione, doverosa, si sale in macchina, in tutti i sensi, dato che arriveremo ben oltre gli 800mslm, e dopo aver guidato fra meravigliose dune dorate, che fan sembrar i campi di grano appena trebbiato un Sahara nostrano (non per nulla siamo in pieno patrimonio dell'Unesco), ci imbattiamo piacevolmente in quelle che credo siano le uniche vigne ad alberello di tutta la Val d'Orcia, ovvero le viti della Cantina Campotondo di Campiglia d'Orcia.


Una realtà, quella di Campotondo, che avevo già avuto modo di conoscere all'Orcia Wine Festival, ma che di certo meritava un maggior approfondimento.
Una piccola produzione, composta di 4 Rossi (più Riserve) ed un Bianco, da uve Sangiovese (a volte tagliato con un pochino di Merlot, che male non fa) i primi e da uve Chardonnay (nelle prime annate anche da trebbiano) il bianco.

Ciò che stupisce di questa Cantina è l'unicità di Vini che solo lì potrebbero nascere e solo da quelle piante potrebbero acquisire le loro peculiarità... per intenderci, parliamo di vigneti coltivati in alta collina ben oltre la maggior parte degli altri vigneti valdorciani e questo comporta una maggior escursione termica fra giorno e notte, se pur un vento tiepido accarezza gli alberelli in annate come questa, anche di notte. Ok... avremo Vini di gradazione equa più protesi verso una marcata acidità, no? No! L'allevamento ad alberello in queste condizioni crea equilibri completamente nuovi, fuori dal comune, che vanno a bilanciare la freschezza con una maggior concentrazione, che viene poi educata in affinamento, con un buon utilizzo del legno.
E' giunto il momento che vi parli dei Vini che ho avuto modo di degustare, confermando ciò che avevo scritto in tempi non sospetti del Tavoleto, ovvero che si tratti di uno Chardonnay in prezza tutto giocato su freschezza e mineralità.
Il naso è definito, fresco, tropicale, davvero molto invitante! L'equilibrio degli aromi si ritrova in un sorso stuzzicante, polposo, ma mai fuori tema, con questa struttura di freschezza e sapidità atta a rendere il Tavoleto un Vino "easy-chic", ovvero facile da apprezzare, nonostante la sua inopinabile finezza ed eleganza.
Passando ai rossi, ho trovato davvero tutti i Vini dell'azienda molto molto interessanti e da valutare nel tempo, in quanto di palese longevità, ma se il Mezzodì 2013 (solo acciaio) nonostante la sua giovinezza, vanta già un buon equilibrio fra freschezza ed estratto, il suo fratello maggiore, il Banditone 2011, chiede ancora un po' di tempo per essere apprezzato al meglio, ma ciò non toglie che il suo approccio è tutt'altro che negativo... anzi! Parliamo di un Vino dal naso complesso, che fa sentire ancora forte il frutto maturo e che intriga con una speziatura che va da quella naturale del sangiovese e a quella conferitagli dall'affinamento in botti di rovere di Slavonia per 12 mesi ed oltre.
In bocca ritroviamo ancora una buona vena acida ed un tannino che tende ad ammorbidirsi ed ingentilirsi, consapevole di poter armonizzare un Vino impetuoso, ma mai impulsivo. Un Vino da bere ora e valutare negli anni a venire.
L'assaggio del giorno, però, è stato senza ombra di dubbio il Tocco 2010 Riserva, sempre Orcia Rosso (90% Sangiovese e 10% Colorino), che grazie ad un più paziente affinamento in botte (18 mesi almeno) e ad una selezione delle uve ancora più attenta, mi ha permesso di ritrovare nel calice un Vino di grande imponenza e levatura, che gode ancora di notevole vitalità, ma che al contempo sfoggia una classe degna di nota.
Aromi ben amalgamati di viola, piccoli frutti rossi e neri, speziatura dolce di bacca di vaniglia e cannella, fino ad un finale di tabacco toscano ed una nota balsamica di legno di cedro.
In bocca la trama tannica è una tela tessuta a mano con quel meraviglioso connubio fra artigianalità e precisione, finale minerale e grande persistenza.
Davvero un Vino con il cuore, che merita almeno 6 cuori.
Una Cantina davvero da tenere in grande considerazione quella di Campotondo, sia per la grande attenzione nella produzione dei propri Vini che per le continue sorprese che potranno darvi queste splendide vigne ad alberello in una terra così speciale.


F.S.R.
#WineIsSharing

P.S.: Entro un paio di giorni condividerò con Voi l'ultima tappa del mio viaggio in queste meravigliose terre e sono certo che non ne resterete delusi! Sarà qualcosa di mistico, di... va bé... lo scoprirete solo leggendo! ;-)

domenica 26 luglio 2015

Un Wine Blogger a Montalcino - Parte seconda: Podere Sanlorenzo

Come promesso mi rimetto a scrivere, per condividere con voi l'ennesima tappa dei miei viaggi in quel di Montalcino: Podere Sanlorenzo.
Conoscevo già Luciano Ciolfi attraverso i suoi Vini e, soprattutto, ai suoi profili social, dato che è evidentemente uno dei produttori che meglio sa gestire la comunicazione sul web della propria azienda, senza risultare mai meramente promozionale, ma semplicemente trasmettendo la propria identità e personalità e di conseguenza quella del suo Vino, quindi non potevo non passare a trovarlo in Cantina.

Una realtà che parte con il nonno di Luciano, Bramante, un ultracentenario, che è ancora parte integrante dell'azienda e che quando il clima e le forze (magari io!) glielo permettono non si fa problemi a dare il suo contributo camminando fra quei meravigliosi terreni dove oggi troviamo vigne dai 10 ai 40 anni, che sembrano cingere in un rigoglioso abbraccio la cantina.

Dopo aver fatto la conoscenza delle vigne del Podere Sanlorenzo, come da prassi, arriva il bello, ovvero la visita in cantina, dove il caro Luciano mi pone di fronte ad un arduo dilemma:- "Volete provare tutte le annate o solo alcune in particolare?" 
Ehm... Luciano... ma che domande sono?!? Qualcuno di voi mi ha mai visto optare per la strada più "asciutta"? Perché fare del torto a qualche annata, basandosi magari su preconcetti relativi all'andamento generale del Brunello in quell'anno, quando è proprio nelle annate considerate, dai più, meno favorevoli che si vede e si sente la differenza fra uno e l'altro terroir e fra l'uno e l'altro produttore?!? Giammai!
Quindi eccoci qui ad affrontare un'interessante verticale dalla 2004 alla 2010 di Brunello Bramante (Riserve 2006 e 2007 comprese), arricchita da digressioni e variazioni sul tema, come l'iniziale Rosato 2014, l'ottimo Rosso di Montalcino e la nuova sfida di Luciano, ovvero un Sangiovese Grosso in gres, nello specifico in Clayver, il più moderno e performante surrogato dell'antica anfora.


Per non dilungarmi troppo, non andrò a sviscerare ogni assaggio, seppur ne varrebbe la pena, ma mi piacerebbe condividere con voi impressioni generali, ma non troppo generalizzate, sulla qualità del lavoro svolto da Luciano e dei miei appunti emozionali riguardo gli assaggi che mi hanno colpito di più, fermo restando che in linea di massima ogni singolo Vino aveva molto da dire, anche là dove lo stesso Luciano ammetteva di non aver dato del suo meglio.

Infatti, la mia impressione generale è quella di aver assaggiato il prodotto di una terra particolare, dotata di notevole mineralità, di vigne che stanno entrando nell'apice della loro maturità, ma che sono già capaci di grande equilibrio aromatico e strutturale, ma soprattutto di un attento e rispettoso lavoro di un produttore che non si limita a produrre un Vino da "brand", bensì mira in ogni annata a produrre il suo Vino, il Vino delle sue uve, con pulizia e lungimiranza.
Ho riscontrato tanta umiltà in Luciano, nonostante ormai non sia più solo una stella nascente del Brunello, ma una solida certezza, e credo che questo si ritrovi anche nei suoi vini, pieni di vitale dinamicità, ma anche di quella naturale vocazione del Sangiovese ad esprimere i suoi più celati connotati là dove venga trattato senza condizionamenti ed imposizioni di sorta, come ad esempio una speziatura naturale molto evidente nel Rosato e nei Rossi, nonché nello sperimentale Vino in terracotta e perfettamente armonizzata con quella del legno nel Brunello.

Fatta questa premessa veniamo agli assaggi che di più mi hanno emozionato:



Rosato 2014: un Rosato a Montalcino?!? Chissà in quanti gli abbiano dato del pazzo o magari non l'abbiano fatto, ma lo stiano pensando tutt'ora... ma, fatto sta, che ciò che può sembrare ai più un azzardo, non è altro che una conseguenza naturale di un'annata difficile come la 2014 nella quale i salassi hanno suggerito a Luciano di produrre un Vino che ottimizzasse l'ottimizzabile e, magari, permettesse di uscire sul mercato con un prodotto che nonostante le difficoltà potesse reggere il confronto con i competitors di altre zone, sicuramente più note per la produzione di Rosati.

Non vi nego che già nel calice il suo colore corallino intenso ne denotano una grande levatura, com'è giusto che sia date le uve dalle quali proviene, ma è al naso che sa stuzzicare di più la fantasia, con note che vanno dalla più classica rosa alla ciliegia matura, ma non troppo, nessun eccesso e grande armonia, resa ancor più intrigante dalla macchia mediterranea e dal finale di spezie nere e leggerissimo boisé. In bocca la sua freschezza va a fendere verticalmente un morbido approccio, che si evolve al palato secco e minerale, in un sorso di grande piacevolezza, che è difficile definire in termini di persistenza, dato che staresti sempre a sorseggiarne un po'!
Un Rosso più scarico? No! Sarebbe denigratorio, ma neanche un Rosato che mira ad essere un Rosso, questo è davvero un Rosato a tutti gli effetti, con grande equilibrio e squisita beva.
Nell'occasione Luciano aveva messo una maglia Rosa, chissà che non sia stata quella a creare suggestione! :-p Scherzi a parte, davvero un bell'esempio di come nel Vino, se si ha coraggio e rispetto, si può sopperire alle avversità con il sano lavoro e la ancor più sana positività.


Brunello di Montalcino Bramante 2004: Un Vino che nonostante avesse avuto qualche scambio di battute di troppo con delle simpatiche molecole di ossigeno, aveva tanto da raccontare e soprattutto da trasmettere nel sorso, nel quale era palese la sua signorilità, la stessa di un anziano signore vestito a festa per l'occasione, ma che non teme nel nascondere le mani segnate dalla fatica, anzi, le mostra orgoglioso e fiero. Qualche briciola di terra sotto le scarpe tirate a lucido dalla propria compagna, una Natura premurosa ed attenta senza il quale quel l'uomo non sarebbe null'altro che corpo, mentre è grazie ad essa che non teme il temo e mai lo temerà ed è ancora grazie ad essa che il suo scheletro non cede un colpo, perché fatto di materia ed anima.

Un Brunello che sa di quelle strette di mano di un tempo, in cui non senti solo la forza della stretta, bensì guardi negli occhi una storia, senti sotto le dita il lavoro e senti il rispetto scorrere nelle tue vene.


Brunello di Montalcino Bramante 2006 Riserva: l'annata è stata eccezionale, su questo non ci piove, o meglio lo è stata proprio grazie all'aiuto di piogge che arrivavano a preghiera dei viticoltori, come ogni anno mi auguro che accada, ma che, forse, è giusto così, in quanto ci permette di stupirci ancora quando mettiamo il naso in un calice di questi grandissimi Vini.

Luciano vuole fare Brunello, vuole, esige e spera di fare sempre Vini che seguano un filo conduttore nel rispetto di ciò che ci si aspetti da quella che è, insieme al Barolo, la denominazione più importante d'Italia... ma Luciano non è Dio e la Natura è di certo ciò che di più vicino a Dio ci sia, quando si fa Vino e se questo 2006 non è solo un grande Vino, ma uno dei migliori Brunello che abbia mai assaggiato (così "giovani") è perché Luciano e la Natura hanno saputo lavorare di squadra e la sua umiltà gli ha permesso di esprimere la sua terra piuttosto che il suo stile.
Quando bevo Vini che mi fanno vibrare l'animo, chiudo gli occhi e mi perdo, viaggiando ovunque quelle sensazioni mi vogliano portare ed in questo caso il viaggio è stato davvero intenso, accompagnato da profumi che spaziavano dalla viola alla ciliegia, con note balsamiche di menta piperita ed i classici aromi di cuoio e tabacco rinfrescati da cedro e legno di cedro. Il sorso mostrava ancora forza, ma non quella prettamente fisica, più d'animo, che abbinata alla sua vitale freschezza ed al tannino nobile e presente ne fa auspicare una longevità di sicura importanza.
Davvero lungo! Un Brunello di grandi equilibri, ma soprattutto dalla beva eccezionale, cosa, aihmé, mai scontata.


Brunello di Montalcino Bramante 2010: lo so, mi piace vincere facile, penserete, ma credo che mai come questa volta le annate così definite "importanti", mi abbiano convinto. La 2010 del Brunello Bramante è il Vino che di certo mi ha, più di ogni altro, stupito. Perché? Semplice... dovrebbe essere un Vino ancora agli albori delle sue potenzialità, mi aspettavo un Vino potente nella componente aromatica e nel tannino, con un'armonizzazione ancora in fase evolutiva, ma in realtà io trovato questo Vino eccellente nel suo equilibrio fra ciò che è e ciò che sa di poter diventare. Aromi varietali perfettamente integrati con una terziarizzazione da affinamento in via di sviluppo, ma già piacevolmente percepibile, per un naso che invoglia.

Acidità ben bilanciata, tannino fitto e mai eccessivo, scheletro di grande mineralità, per una bocca composta, ma divertente, degno di Kim Basinger in 9 settimane e 1/2, con quel vedo non vedo, che lascia intravedere tutto, ma costringe a lavorare di fantasia, nella consapevolezza che non si resterà delusi, una volta tolta la tendina e per me la tendina di questo Brunello non  si aprirà tutta in una volta, bensì, proprio come nel film, ma con tempi ovviamente diversi, ci permetterà di sbirciare di volta in volta, di anno in anno un cm in più della sua bellezza, provando sensazioni diverse, in un crescendo che ci porterà sicuramente ad una bella dose di piacere... ehm... sto parlando di Vino! Non pensate male! 


Una citazione generale per il Rosso di Montalcino di Luciano Ciolfi, che è uno di quei Vini che io berrei ogni giorno, per la sua piacevolezza e, soprattutto ora che è entrato nel biologico, non tanto a livello di certificazione, ma concettualmente, è capace di esprimere un'integrità ed una pulizia davvero degne di nota.



Per quanto riguarda la prova di botte, o meglio, di clayver, io credo davvero che Luciano sia sulla buona strada per creare un Vino che prescinda da Montalcino e si identifichi con lui e con la sua visione della vita e della sua terra: purezza, freschezza, gioia e sorpresa.



Concludo ringraziando Luciano per l'ospitalità e per la sua schietta simpatia, che non incide mai negativamente sulla sua composta professionalità e sulla capacità di raccontare la sua terra, la sua azienda, ma ancor più la sua famiglia in maniera emozionale ed emozionante.

Tornerò presto e, dato che ha trovato anche un bel trucchetto per far funzionare alla perfezione il Coravin, sono certo che avrò tanto da assaggiare, senza timore di dovergli far stappare qualche bottiglia in più!


Domani, la terza tappa del mio viaggio mi porterà e vi porterà, se mi seguirete attraverso le mie parole, a Campiglia d'Orcia, tra splendidi scorci e Vini fuori dall'ordinario.



F.S.R.
#WineIsSharing

sabato 25 luglio 2015

Un Wine Blogger fra Amici e Vini speciali a Montalcino - Prima Parte: Le Potazzine

Quelli, di Voi, che mi seguono quotidianamente tramite i miei profili social già sapranno che sono appena rientrato da una fugace, ma intensa, due giorni in Toscana, fra Montalcino e la Val d'Orcia e la pulsione, il desiderio, la voglia di condividere almeno le principali emozioni di questi due giorni è davvero forte!
Ecco perché ho deciso di scrivere qualche riga sul mio breve viaggio enoico in una terra che adoro e nella quale mi sento davvero bene, non solo per i grandi Vini ivi prodotti, bensì per stupende persone ed i grandi amici che ho avuto modo di conoscere negli anni ed ai quali devo molto sia come Wine Blogger che come uomo.

Il mio viaggio non poteva che partire da Montalcino ed ancor più da un luogo in cui ho iniziato a credere che scrivere di Vino potesse essere davvero la mia strada, ovvero la Vineria Le Potazzine, dove ad accogliermi trovo una persona speciale, con la quale anche un pranzo veloce, diventa l'occasione per confrontarsi sui temi più disparati senza mai sentirsi a disagio o ancor meno fuori contesto. Ovviamente - so che vi stavate già preoccupando - il mio enoico ciarlar non poteva che essere lubrificato dai grandi Vini che Gigliola ha voluto condividere con me, il suo Rosso di Montalcino, sempre più alla pari di un Brunello (in realtà, al di là delle tempistiche di affinamento, si tratta proprio di un Brunello) ed il suo Brunello di Montalcino che rappresenta a mio modesto parere l'espressione più fine e garbata di tal Vino... ma come potrebbe essere altrimenti? L'educazione e l'eleganza di questi Vini è insita nel nome della Cantina, Le Potazzine, ovvero in Viola & Sofia, figlie di Gigliola e Giuseppe, che sanno esprimere finezza, pur non perdendo mai la freschezza d'obbligo per la loro giovane età. Non sarà mica che alla Potazzine Vigne e Vino vengan trattate come "dei figlioli"... beh... andate e bevetene tutti (se trovate ancora Vino, dato il successo imperterrito che stanno avendo!) e capirete che è proprio così!

Pensando a ciò che ci siamo detti a pranzo, ho capito che il vero Vino "naturale" è quello che congiunge i termini Madre e Natura, ovvero quello prodotto con l'attenzione, la cura, la premura e la capacità di un genitore di dire di "Sì" o di "No" solo quando serve. Per intenderci, nessuno conosce meglio di chi ogni giorno può visitare ed accudire le proprie vigne, e solo chi ha questo contatto continuo e costante con esse può, davvero, comprendere le loro reali necessità, cercando, se si può, di assecondarne la natura e di intervenire nella maniera meno invasiva possibile solo in casi di estremo bisogno, permettendo alle proprie "figlie" di crescere e di maturare in piena serenità e sicurezza, consapevoli del fatto che non saranno mai sole, ma anche e soprattutto che quel qualcuno crede e spera che ce la possano fare con il solo ausilio delle proprie forze. Un produttore di Vino dovrebbe essere questo... un genitore attento e presente, ma mai invadente, capace di osservare e di capire prima degli altri i bisogni delle proprie vigne, senza pretendere risultati, ma facendo il meglio per far sì che essi arrivino dopo averne gettate le basi.
Scusatemi per la digressione da "psicologo della famiglia", ma è bello evolvere e confutare i propri pensieri, le proprie idee ed anche le proprie convinzioni in continuazione... la cosa più importante, nel Vino, come nella vita, è e sarà sempre l'equilibrio.
Parole d'ordine, quindi, finezza, eleganza ed equilibrio ecco come definisco da sempre e da oggi ancora di più la Cantina Le Potazzine, in ogni sua espressione, a partire dalle persone che la compongono fino ad ogni calice dei propri Vini, ai quali, però, mi piacerebbe dedicare qualche minuto in più citandoli e condividendone con Voi le mie impressioni:
Parus 2013 Le Potazzine: la versione "casual" nell'abito, ma non casuale nella sua espressività, del sangiovese grosso. In acciaio guadagna in profumi, freschezza e beva, senza rinunciare ad un fascino acqua e sapone, fatto di una bellezza intrinseca che non necessità di chissà quante davanti ad uno specchio. Non è egocentrico il Parus, non pretende, preferisce dare e farsi apprezzare con la genuinità di un abbraccio fra amici e lo stupore di un tramonto di mezza estate su Montalcino.

Rosso di Montalcino 2013 Le Potazzine: prendi le uve di Sangiovese Grosso più sane, portale in una Cantina dove pulizia e rispetto sono i capisaldi produttivi, chiedile se preferisce aspettare 5 anni prima di uscire dalla Cantina o preferisce godersi un po' di più la vita... alcune uve opteranno per la seconde, ma in realtà la loro qualità sarà identica a quella di quelle che decideranno di aspettare e quindi verranno utilizzate per il Brunello. Ciò che cambierà sarà solo la loro indole, la personalità più fresca e dinamica, che però, non rinuncerà ad eleganza e complessità, tanto meno peccherà di immaturità.
Un Vino che vanta un naso che apre dolce, con visciola e viola, lampone e rosa,  ma poi chiude intrigando con un mix di tipici sentori di spezia, tostato ed animale, dalla vaniglia al pepe bianco, passando per tabacco, anch'esso, bianco, polvere di caffé e di cacao e chiudendo con il tipico odore che si sentiva una volta entrando da un artigiano del cuoio e della pelle.
Io credo, senza tema di smentita, che questa espressione del Rosso di Montalcino sia da considerarsi come un'eccellenza a sé e non come un prodotto inferiore al Brunello, se non in termini di tempistiche di affinamento. C'è passione, c'è vita, c'è raffinatezza, cos'altro vorreste da un Vino così giovane?
Brunello di Montalcino 2010 Le Potazzine (della 2008 e della 2009 ne avevo già parlato qui): l'annata è ottima, ma è quando la qualità media di una denominazione è altissima, che la differenza la fanno i piccoli dettagli, le piccole attenzioni e soprattutto, per il sottoscritto, le emozioni! Quindi inutile che vi dica che il Brunello 2010 de Le Potazzine è un Brunello ai limiti della perfezione, perché lo sanno anche i muri e forse anche i muli, ormai! Vorrei condividere con voi qualcosa di diverso dalla descrizione organolettica di un Vino che rischierei persino di limitare, di racchiudere in uno stereotipo in una gabbia fatta di descrittori comuni, quando, invece, questo Brunello a me ha donato una sensazione che fino a quel momento solo le grandi opere d'Arte di Leonardo da Vinci mi avevano donato: armonia, precisione, eleganza, ma mai e poi mai monotonia o scontatezza. Ho assaggiato un Vino che esprime il principio primo di ogni Arte, far sembrare semplice anche ciò che c'è di più difficile, far arrivare a chiunque apra gli occhi del proprio cuore anche ciò che c'è di più complesso ed aulico.
Questo Brunello è figlio o la figlia, decidete voi, che tutti i genitori vorrebbero avere!

Quasi dimenticavo che in questo viaggio, come già capitatomi in passato, ho avuto una vera e propria spalla, di quelle alle quali puoi dare una pacca dopo una battuta o puoi piangere se c'è qualcosa che non va, insomma quella di un Amico, di quelli veri... va beh... troppe smancerie, parlo di quel tipo là, che ho iniziato al Wine Blogging, ma dal quale ho tanto da apprendere in termini di esperienza di vita, tale Fausto Gregori, "concessionario esclusivista" dei miei Cuori del Vino e grande compagno di bevute!

Ora vi lascio riprendere fiato e non vi tedio oltre, ma domani arriverà la seconda parte del mio viaggio alla quale ne seguirà una terza, forse una quarta... chissà! Ormai sapete quanto io sia libero da construtti e qualsivoglia regola... e spero la cosa vi piaccia! Stay tuned!


F.S.R.
#WineIsSharing

giovedì 23 luglio 2015

Il Moscato di Mongioia - Innovazione ed emozione da vigne vecchie fino a 170 anni

Oggi sono particolarmente felice, in quanto, finalmente, ho tempo e modo di dedicare un mio post ad un'azienda che, se pur conosciuta da pochi mesi, ha saputo regalarmi emozioni senza tempo. Parlo di Mongioia, una realtà di Santo Stefano Belbo, condotta dai giovani coniugi Maria e Riccardo Bianco, che in occasione di una degustazione mi hanno dapprima incuriosito con le loro parole, i loro racconti e la loro storia, per poi stupirmi e commuovermi con i loro Vini.
cantina mario bianco asti
Riccardo, figlio di Marco Bianco, innovatore e pioniere del Moscato d'Asti, è un enologo di quelli molto “eno” e poco “logici”, capaci di prendere le proprie decisioni più col cuore e con l'istinto che con la sola mera tecnica. Sia chiaro... la sua preparazione tecnica e professionale c'è e si sente, ma basta scavare un po' nel suo animo per capire che dietro quell'atteggiamento mix di umiltà e timidezza, c'è tanto da dire e tanto da dare in termini emozionali ed io, ormai lo sapete, cerco emozioni e vivo di emozioni.
Partiamo dall'inizio... era la fine di Aprile quando a Città di Castello di teneva l'Only Wine Festival, rassegna dedicata ad alcuni dei migliori giovani viticoltori italiani e se pur, difficilmente mi sarei mai recato ad un banco d'assaggio di un'azienda di moscato d'Asti durante una degustazione del genere, con poco tempo e tanto da assaggiare, diedi retta alla dritta del collega Wine Blogger Matteo Carlucci – che non smetterò mai di ringraziare per questo – e mi ritagliai qualche minuto – che poi divenne un'ora abbondante – da dedicare a questa Cantina, ammetto, a me ignota.

Arrivato al banco d'assaggio c'è subito empatia con la simpaticissima e vitale Maria, che presa dai molti astanti mi saluta, chiede del blog e mi passa a quello che doveva essere il “tecnico”, ovvero Riccardo, per procedere con la degustazione.
Inizio e già mi sento spaesato... ma cosa sto assaggiando? Un Moscato “tirato a secco”?!? Un residuo praticamente pari a 0 da un uva così ricca di zuccheri? Sogno o son desto?!? Beh... Riccardo con fierezza, ma con il fare di chi attende curioso il mio giudizio, mi spiega che il metodo utilizzato per questo Vino, il Meramentae, è un metodo segreto, studiato appositamente per raggiungere questo obiettivo.
vigne vecchie
Riccardo Bianco, è senza dubbio un grande sperimentatore e da quando ha preso in mano le redini dell'azienda, cedutegli da papà Marco, ha iniziato, senza remore, abbattendo le rese per ettaro creando il Crivella negli anni ’90, ha esaltato i punti forti antichi e con la visione di eleganza ed eccellenza ha diretto l’azienda verso l’esclusiva produzione del moscato bianco definendo la precisa identità dei Vini e ampliando la famiglia delle etichette Mongioia con nuove versioni dolci e secche puntando senza incertezze e senza seguire dogmi o stereotipi all’eccellenza.

Parliamo di una cantina attiva dal 1840... capace di esprimere una varietà di Vini, aromi, sapori ed esperienze emozionali variegate e dalle sfumature più peculiari, da un solo vitigno, il Moscato! La scelta di dedicarsi unicamente al Moscato bianco, la dice lunga sulla determinazione di Riccardo Bianco, che con il suo lavoro racconta e la sua lungimiranza riesce a cogliere, imbottigliare e raccontare i colori di un terroir straordinario dalle ineguagliabili caratteristiche.

Dirigere e gestire un'azienda così non è di certo una passeggiata... terreni ripidi ed ostici da domare, vigneti dall’eccezionale longevità tra i più antichi del comprensorio che meritano e pretendono le dovute cure, il tutto unito alla volontà di ottenere un Vino che rispetti la Natura in senso stretto ed in senso lato, che rappresenti il territorio e sia in linea con la tradizione, ma al contempo, riesca ad esprimere eleganza, pulizia e, soprattutto, innovazione.

Sarebbe persino riduttivo per me, parlare di un Vino alla volta, discernendo referenza per referenza, dato che si tratta di qualcosa che nella sua diversità ha un filo conduttore così evidente all'assaggio, così palese alle sensazioni. Quindi, oggi, forse, per la prima volta avrò un approccio diverso, che spero non vi spiazzi, anzi, vi possa aiutare a godere delle emozioni che ho vissuto io stesso e che i Vini di Mongioia sono pronti a suscitare in chiunque li ritrovi nel suo calice.
Partiamo dall'eleganza e la sobrietà dei Moscato d'Asti docg Lamoscata e Belb, che con grande schiettezza e sincerità riescono a vestire i panni di due Vini dalla classe evidente, ma mai ostentata, che giovano su differenze fascinose ed intriganti fra frutta tropicale ed agrumi, con una potenziale longevità che non teme il lustro.
Passiamo poi allo stupore, l'assurdo che diventa evidenza... sapete quando vi viene da dire “ma perché non c'ho pensato io?!?” Sì... ho provato proprio quella sensazione quando ho assaggiato in ordine prima il Meramentae ed il Leonhard. Il primo è uno spumante brut millesimato da uve moscato con un residuo zuccherino praticamente inesistente, capace di una finezza inattesa e stupefacente, naso complesso che spazia dal frutto a pasta bianca al gelsomino, per poi arrivare all'ananas, al lime, al bergamotto, con una chiusa rinfrescante di caramella all'eucalipto! Il secondo è un Vino bianco, secco, dall'impatto aromatico che per i più romantici può sembrare un bacio in aspettato dalla propria Amata, ma per i meno romantici, potrebbe essere assimilabile a... beh... un bacio inaspettato della propria Amata! :-p
Frutta fresca, albicocca, pesca, zeste di agrume e fiori di campo... mmm... che buono! Un sorso che ti aspetteresti almeno un pochino dolce, ma invece parte ed arriva secco, con un approccio dinamico che diventa ancora più divertente quando un'evidente nota minerale chiude il cerchio, invitando ad un altro sorso.
Poi c'è il Crivella (di cui già vi parlai in questo articolo: www.wineblogroll.com), che, per me, rappresenta un unicum ancor più dei già originalissimi Vini sopracitati, in quanto non è stato difficile per me, che sono un amante del genere, definirlo a primo naso un Sauternes con le bollicine!
Un Vino frutto della geniale intuizione di Riccardo, che non mi nasconde, quasi commosso, di aver, in realtà, portato avanti un sogno di suo padre, che per anni ha sperimentato al fine di giungere alla realizzazione di un Moscato d'Asti da invecchiamento. Naso che strizza l'occhio ai migliori botrizzati, con note passite di frutta gialla matura e pane biscottato, grano arso e sentori leggeri di muffa nobile. Lo assaggio e non posso fare a meno di gridare... portatemi un Blu! Datemi un erborinato per favore! Vi assicuro che non c'è cosa più bella di sorprendersi quando il pregiudizio, anche per me che non ne ho mai per partito preso, si insinua nella mente e tenta di inficiare una degustazione e quindi l'emozione da essa potenzialmente suscitata! Un Moscato che mira ad invecchiare 30 anni e che io ho avuto modo di assaggiare sia giovane, ovvero del 2011, che già con qualche annetto alle spalle nell'annata 2003 (grazie a Maria e Riccardo che si sono privati letteralmente di una delle pochissime bottiglie della loro personale riserva). Un Vino fuori da ogni concezione, che evolve a modo suo, senza dare reali punti di riferimento, ma che è così e così deve essere, lo si capisce dalla sua innata piacevolezza.
...Sapete? E' raro che io perda il filo e che le mie parole, se pur le lasci sempre fluire di getto, rifuggano il mio controllo, ma quest'azienda per me ha qualcosa di speciale! Io che amo i Rossi, io che mi emoziono raramente con le bollicine, figuriamoci con quelle “dolci”, mi ritrovo a parlare di Moscato come un bambino delle elementari che scrive il suo primo tema sul suo migliore amico!

Non voglio dire altro, non voglio svilire con ulteriori informazioni tecniche qualcosa che dovete necessariamente assaggiare, conoscere, vivere e sentire con la vostra mente, il vostro palato ed il vostro cuore.
Andate e bevete tutti amici miei, ne vale la pena! 
Ah, non dimenticate... qualche bottiglia tenetela in cantina! Mettete alla prova le mie parole e vedrete che vi sorprenderete!

F.S.R.
#WineIsSharing

martedì 21 luglio 2015

I Vignaioli ed il Vino meritano più rispetto sui social e non solo

Dato che in molti su facebook ed altri social avete condiviso il mio pensiero riguardo la volontà di veicolare un messaggio più costruttivo, positivo e rispettoso che tenga conto del lavoro di tutti quei vignaioli che producono Vino (con la parola vignaioli escludo già in partenza la produzione meramente industriale, che non avrebbe senso contemplare in questo discorso), ho deciso di condividere le mie personali e, in quanto tali,  opinabili parole anche qui, nel mio diario... nel mio blog.

"Sono sempre pacato... da sempre, cerco di mediare e di far sì che a vincere sia sempre il Vino, nei meandri di diatribe a volte sensate a volte meno; accetto confronti, mi piacciono le discussioni costruttive, ammiro chiunque creda fermamente in un'idea, in una filosofia e persino in valutazioni personali del tutto opinabili, come il sottoscritto. Ultimamente, però. mi ritrovo a confrontarmi, sempre più spesso, con persone che sputano a "0" su un Vino solo perché non è nelle proprie corde... le quali magari sanno tutto di un'etichetta (annate, cambiamenti aziendali e produttivi, quante volte andava in bagno il cane del produttore durante la vendemmia e quanto mangiava il gatto durante l'imbottigliamento), ma poi di tutto il resto?!? Bah... sembrano non vogliano saperne nulla, in quanto non di loro gradimento! Mi piace molto la passione che alcuni hanno nel culto di un singolo produttore, una singola tipologia (vedi Champagne) o persino di una sola etichetta, ma non mi ci vedo proprio nel diventare uno di quelli che impara a memoria ogni virgola di una scheda tecnica o ancor meno ogni andamento climatico di 50 annate diverse, perché significherebbe saturare la mia mente e rischiare di rubare spazio a nuovi assaggi, a nuove esperienze, a nuove emozioni, che un approccio così razionale, didattico, esclusivo e critico (nel senso distruttivo del termine) può limitare... inficiare... contaminare! Stimo chiunque sia in grado di sapere tutto di una Cantina o di un Vino... stimo chiunque sappia più o meno di quanto io possa sapere circa Cantine e Vini che incontro sulla mia ancora lunghissima strada enoica, ma confido in un approccio sempre più aperto, passionale, emozionale e soprattutto rispettoso del lavoro di tutti i vignaioli e di quei produttori che a prescindere dai nostri gusti, mettono anima e corpo, nonché sudore e denaro, nel cercare di portare qualcosa di buono nei nostri calici! Assaggiare, vivere, conoscere Vino e produttore... chiacchierare, dimenticandosi di appuntare tutto per filo e per segno su di un taccuino... perdersi un'annata, ma ritrovarla per caso e con stupore ad una degustazione... essere curiosi e non etichettare mai un Vino come "cattivo" solo perché quel giorno, quella bottiglia ci ha delusi... non so... tutto questo ragionare a compartimenti stagni... questo è meglio di quell'altro... tizio è più bravo di sempronio... a cosa serve? Magari qualcuno non assaggerà un Vino che potrebbe piacergli...che potrebbe emozionarlo perché un "Guru" del momento ha detto "NO"! Bah... io sarò pure l'uomo del Monte del Vino, ma io preferisco dire "Sì!" e tenermi i "NO" per me... per non condizionare nessuno, in quanto non mi reputo così saccente e tanto meno onnisciente da poter dare giudizi assoluti né sul Vino né su qualsiasi altro soggetto che la vita sottopone al mio giudizio.
Poi... sia chiaro... massima libertà di pensiero ed espressione e se qualcuno vuole bere tutta la vita solo Masseto o Dom Pérignon, lungi da me criticarlo... se qualcuno ama solo una nicchia di produttori, perché ha una filosofia più vicina alla propria visione del Vino, lungi da me criticarlo... ma apprezzare qualcosa, non significa necessariamente distruggere tutto il resto. Nessuno impone a nessuno di assaggiare qualsiasi Vino, come faccio io, senza inutili pregiudizi o labili aspettative, ma almeno rispettiamo il lavoro di chi si fa il mazzo per produrre qualcosa che a prescindere dal nostro gusto soggettivo miri a rendere felice qualcuno, miri a piacere a palati ed emozionare cuori, perché se è vero ciò che scrisse Dalì, ovvero che "i veri intenditori non bevono Vino, ma degustano emozioni", sono proprio i veri vignaioli a produrre quelle emozioni ed a donarcele, nella maggior parte dei casi, dovendo far fronte ai problemi che tutti noi affrontiamo ogni giorno e senza poter neanche minimamente pensare di arricchirsi, perché il Vino da tanto, ma toglie anche moltissimo e non c'è nulla di più poco controllabile dall'uomo. Tu che sei comodamente seduto nel tuo ufficio ed ogni mese porti a casa il tuo stipendio, che ci sia il sole o che grandini, rifletti un attimo e non rispondermi che guadagni in base a quanto fai, a quanto lavori, perché comunque non basterebbe! Conosco amici, vignaioli, che per un giorno di grandine a poche ore dalla vendemmia non hanno potuto produrre una sola bottiglia di Vino e fidati, anche loro si danno da fare in tutto ciò che dipende da loro fare! Non dirmi che il Vino non ha vissuto la crisi perché è un settore in ascesa... in ascesa è la passione, in ascesa è la qualità, in ascesa è sicuramente la levatura dei produttori italiani in quanto persone ancor prima che professionisti nel loro ambito, ma non di certo il mercato! Tu che ti ergi a giudice e dal tuo pulpito non fai altro che sparare giudizi gratuiti volti solo a denigrare ed affondare persone e prodotti (perché sono pur sempre questo produttori e Vini, non dimentichiamolo!), ricorda che ogni lavoro è degno di rispetto ed ogni tua parola, anche se lanciata a casaccio su un social, può ledere in modo difficilmente reversibile un'azienda, una famiglia, un sogno! Sarò demagogico, lo so... ma sono davvero stanco di tanta cattiveria fine a sé stessa! Sì... parlo sempre con te, carò il mio bevitore di etichette e snobbatore di emozioni... semplicemente non bere nulla di ciò che non ti piace, ma tieniti per te e per la tua ristretta cerchia di cultori del vile Dio Denaro le tue valutazioni distruttive... se poi, per caso, dovesse andarti di provare qualcosa di diverso e magari, non si sa mai, di emozionarti un po'... i veri vignaioli non aspettano altro che accoglierti a casa loro e versarti un buon calice del frutto del loro lavoro, aperti a qualsiasi critica, occhi negli occhi, calice contro calice.
Un abbraccio Adam... a no scusate... quello era Mistero :D
Non rileggo altrimenti mi do del palloso, demagogo e qualunquista da solo, ma "quando ce vo' ce vo'!"

F.S.R.
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lunedì 20 luglio 2015

A Jesi non solo bianchi, ma anche rossi di pregio - L'utopia realizzata da Montecappone

Se è vero che Jesi è la patria indiscussa del Verdicchio, è anche vero che il territorio vitivinicolo jesino è distribuito in un'area molto vasta e le Cantine spesso distano non pochi Km dalla città simbolo di questa denominazione e di questo vitigno. Eppure c'è un'azienda che in linea d'aria è a, passate il termine, “un tiro di schioppo” dal centro della città del Leone rampante: Montecappone.
Jesi è famosa, soprattutto, per due cose, il Verdicchio e la Scherma ed a mio parere entrambe hanno qualcosa in comune, ovvero due tipologie di approccio basilari, quella che vede predominare l'impeto e l'attacco, senza badare troppo alla pazienza, bensì dando priorità alla freschezza ed alla forza, l'altro più attendista e ponderato, che attente il momento giusto per tirare il suo affondo e stupire con colpi di classe e stile personale.
Se uniamo questi due approcci avremo il Verdicchio perfetto e di certo quelli di Montecappone mirano a questo, il raggiungimento di un Vino che sappia, al contempo, stupire per la sua intensa componente aromatica e per la sua innata freschezza “fisica”, e maturare in grande stile acquisendo esperienza e complessità, finezza e personalità.
Un'azienda fondata nel 1968 dal nonno Recildo, quando molte delle odierne aziende dei Castelli di Jesi non erano ancora che un lontano sogno nel cassetto, da ben 18 anni è gestita da Gianluca Mirizzi, che ha saputo mantenere salda la tradizione, apportando, però, modernità e qualità in termini di nuovi impianti ed attrezzatura produttive.

Dal 2002 Gianluca si avvale della collaborazione dell'agronomo ed enologo Lorenzo Landi, che ha permesso un notevole salto di qualità all'azienda, che, come già detto, ha come concreto obiettivo quello di arrivare a produrre Vini sempre più grandi, elevando le denominazioni produttore, ma ancor più il vitigno Verdicchio capace di dar vita, ormai all'unanimità, ad alcuni dei migliori bianchi italiani.
Con Gianluca abbiamo spesso affrontato la diatriba attorno alle concezioni radicali e radicate riguardo i metodi produttivi, trovandoci, il più delle volte, in assoluta sintonia, quindi non mi sorprende il fatto che prossimamente voglia stampare dietro ai propri Vini la dicitura: <<Vino logico>> prodotto con uve ottenute da vigneti in coltivazione agronomica. Senza nascondere un velo di sarcasmo, che con rispetto per tutte le correnti di pensiero attuali, mira a valorizzare la propria volontà di creare Vini che siano espressione del terroir, ma anche dell'apporto umano (e non per questo assimilabile alla chimica o a chissà quale altra invasiva azione dell'uomo) che con la propria conoscenza e le proprie capacità di interpretare le proprie vigne può agevolare ciò che la Natura da sola non potrebbe fare, ovvero la produzione del Vino, ancor più se di qualità e che miri ad una longevità importante. Il tutto nel pieno rispetto della materia prima e cercando di utilizzare il know how tecnico solo ed esclusivamente per coadiuvare Madre Natura e non per condizionarla prescindendo la sua naturale evoluzione ed ancor meno le sue specifiche varietali, che, anzi, Gianluca mira, da sempre, ad enfatizzare, soprattutto in termini aromatici.
Montecappone imbottiglia i Vini prodotti con sole uve di proprietà mirando alla piena valorizzare delle uve dei seguenti vitigni: Verdicchio e Sauvignon i bianchi, Montepulciano, Sangiovese e Syrah per i rossi.
E' proprio da queste uve che prendono vita i Vini che ho avuto modo di assaggiare e dei quali sono rimasto piacevolmente colpito, in primis per una qualità media davvero degna di nota ed in secondo luogo per la pulizia e l'equilibrio dimostrato da ogni etichetta.

Tabano IGT Marche Bianco 2014: prodotto con un 50% di Verdicchio ed il restante 50% diviso fra Moscato e Sauvignon Blanc. Di certo ciò che colpisce previamente di questo Vino è la sua componente aromatica (la quota di moscato è ponderata, ma molto evidente e piacevole), dal frutto esotico al fiore bianco, per passare a note di salvia ed un finale di mandorla amara che sembra voler ricordare che è il Verdicchio che comanda, nonostante le altre varietà in blend siano di grande impatto olfattivo.
Il sorso attacca dolce, potrebbe sembrare “ruffiano”, ma non lo è... tutt'altro... è un sorso capace di evolvere al dalla lingua, al palato fino alla deglutizione, fino a divenire estremamente asciutto e lungo... decisamente lungo! Vino di equilibri tanto difficili quanto azzeccati, che identifica a pieno la volontà di Montecappone di creare Vini fuori dal comune, ma che sappiano appagare palati democraticamente vari e che siano in grado di produrre abbinamenti interessanti, sia con la cucina locale che con piatti di altre regioni se non addirittura internazionali. Dallo stoccafisso all'anconetana, agli spiedini di calamari e gamberi alla griglia dell'adriatico fino alla cucina orientale che a mio parere potrebbe riservare notevoli soddisfazioni... penso ad esempio ad una tempura giapponese.

Utopia Rosso Piceno 2012: un Vino di grande potenza e potenziale, che trae al meglio forza, consistenza e profumi dalle uve Montepulciano con le quali viene prodotto.
Naso intenso, complesso, intrigante giocato sull'amarena, integra e matura che è resa sensuale dalle pennellate speziate e tostate, dovute alla parte delle uve affinate in barrique.
Sorso coerente, compatto, mai fuori posto e molto lungo, nel quale ci si lascia piacevolmente assalire da un tannino importante, ma al contempo, da una buona vena acida che insieme ne fanno auspicare una buona longevità.
Un Vino che esprime territorio, varietale e viticoltore.... in realtà quello che per i francesi è il terroir, dal quale noi spesso esuliamo l'uomo, ma che in realtà, là dove agisca con rispetto e pulizia è imprescindibile nell'apprezzamento del Vino stesso. Se per i Mirizzi l'utopia ideale fosse produrre un gran bel Rosso in terra di bianco, credo che il nome possa benissimo essere cambiato in Realtà!

Tabano IGT Marche Rosso 2011: ancora Montepulciano nella sua espressione più pura, con tutta l'uva affinata in legno piccolo per 12 mesi (a differenza dei 18 della parte di uve affinate in barrique dell'Utopia) il risultato è un Vino dai toni addolciti, più malleabili, che al naso spaziano in maniera serena e piacevole fra piccoli frutti rossi e sfumature di vaniglia, pepe nero, leggerissimo ginepro ed un finale quasi mentolato. Vino che mantiene, nonostante i 4 anni, una buona freschezza, che sostiene benissimo la dolcezza del tannino e equilibra al meglio il poderoso fisico. Intensità e struttura armonizzate da fresche note al naso e acidità dinamica al sorso, in un Vino che mi ha colpito particolarmente e sa andare oltre il mero esercizio di stile, conferendo modernità al montepulciano, senza uscire troppo fuori dal seminato.
Quando riscontro questo equilibrio fra eleganza e schiettezza, fra classe e moderna dinamicità mi viene sempre un gran sorriso in volto, spero accada anche a voi!

Per quanto riguarda il Vino di punta dell'azienda, ovvero il Verdicchio Utopia (2012) ed il Verdicchio Federico II (2014) dell'azienda Montecappone vi invito a sbirciare fra le emozioni che ho condiviso qui: www.wineblogroll.com/verdicchio.

Concludo ribadendo che ho trovato davvero impeccabile il lavoro fatto da Gianluca Mirizzi ed il suo team di Montecappone, in quanto capaci di trarre il meglio da una materia prima che arriva in Cantina sana e matura, che con pulizia e sapienza viene coadiuvata nella realizzazione di Vini espressivi e mai eccessivi.
Non c'è complessità che non nasca dalla semplicità, ma senza know how non si può raggiungere l'eccellenza, questo è in parole povere il concetto di viticoltura di questa Cantina, che vuole continuare a mantenere un equilibrio costante fra il rispetto della Natura e quello del consumatore finale, al quale deve necessariamente arrivare un Vino privo di errori e di volontaria o involontaria negligenza. Di certo in azienda hanno le idee molto chiare e questo lo si percepisce in ogni Vino che ho avuto modo di assaggiare.
Ora non mi resta che attendere di poter provare anche la nuova bollicina da uve Sauvignon concepita da Montecappone e di condividerne con voi ulteriori sensazioni.

F.S.R.
#WineIsSharing

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