mercoledì 30 marzo 2016

Stati Uniti, Matt Bellassai, Millennials, Made in Italy, Prosecco -> VINO

Forse il titolo più assurdo che abbia mai scritto, ma aspettate di leggere l'articolo e magari sarà coerente con esso! :-p
Oggi butto giù un pensiero che, come spesso accade, parte da lontano e può sembrare, ai più, abbastanza confuso, ma proverò a dipanarne la matassa quanto più possibile.
Gli States sono da sempre un grande mercato per il Vino italiano, ma, un po' come nello sport (in NBA fanno statistiche anche sul numero di volte in cui un giocatore ha perso la scarpa in partita e non scherzo!), i loro dati e le loro valutazioni sono dettate da uno stile di vita completamente diverso dal nostro e, nel nostro caso, da un approccio al Vino ed al Cibo che noi per cultura, rispetto e necessità di tutelare le nostre eccellenze non potremmo mai avere. Attenzione quindi a prendere pseudo studi universitari, fantomatiche ricerche di mercato e notizione d'effetto che in molti casi sono solo frutto di opinabili indagini su ancor più opinabili campioni.

Io credo di essere un portatore sano di ironia ed è una componente fondamentale di ogni aspetto della mia vita sia nella "critica" che, ancor più, nell'autocritica, ma cerco, per quanto in mio potere, di abbinare ad essa dei contenuti che vadano oltre il mero scherno o la battuta simpatica fine a se stessa. Negli USA, invece, l'eccesso, anche nell'ironia, produce successo. A testimoniarlo è la più grande social star del Vino americana (e numeri alla mano... del mondo!).
Non mi esprimo mai con giudizi critici ed ancor meno nei confronti di chi ha creato qualcosa di indubbio successo e sono ed ammetto di aver riso di gusto guardando alcuni suoi video su youtube, ma mi permetto di citare questo caso solo ed esclusivamente per mostrarvi e dimostrarvi che il nostro rapporto con i media, con i social, ma ancor più col Vino e la sua cultura e successivamente con i mercati, non potrà mai essere subordinato ai condizionamenti di chi non ha il nostro approccio e non ha la nostra capacità di abbinare ironia a cultura e sapere.
L'eccellenza italiana da sola non andrà da nessuna parte, il made in Italy è morto e defunto là dove non si è capaci di dare una svolta comunicativa ad esso, ma non è il Vino che deve cambiare in funzione del mercato, è il modo di comunicarlo e la nostra capacità di far comprendere al mondo dove siamo, chi siamo e quanto possiamo dare.
Il caso di Matt Bellassai (whineaboutit.tumblr.com), che poi, col Vino in realtà c'entra solo relativamente in quanto per lui è solo uno strumento e non l'argomento delle sue "performance" video ed editoriali, è l'estremo, ma serve, a mio parere, a comprendere cosa non fare, o meglio, cosa non possiamo permetterci di fare in Italia, eppure può scardinare un paio di false certezze:
1) la prima è quella che il Vino, in Italia, vada per forza trattato in maniera iper tecnica e professionale, quando tutti, ormai, ci stiamo rendendo conto di quanto questo elitarismo e questo esclusivismo portino solo ad allontanare potenziali winelovers da questo meraviglioso mondo;
2) la seconda è quella che si debba per forza di cose essere critici e distruttivi per acquisire autorità, rilevanza e notorietà nel mondo del Vino, ma... anche no! La critica, purché costruttiva, è fondamentale, ma non di certo se usata per meri scopi promozionali o autoreferenziali! Ve la faccio breve... assaggio un Vino? Non mi piace! Prendo il telefono e chiamo il produttore se è un amico, imbastendo una chiacchierata riguardo quello che può essere un mio parere personale o un difetto oggettivo del Vino, oppure scrivo una mail con le mie personali impressioni al fine di dare un feedback fondamentale per la crescita di chi fa Vino, come di chi fa qualsiasi altro mestiere.
Leggerezza! Questa è la parola d'ordine, ma non quella che ci vogliono imporre gli americani con Vini in lattina, gadgets assurdi o il loro modo irriverente di trattare qualcosa che per noi ha un valore troppo importante e radicato dal poter arrivare a tanto. Freschezza nel proporsi al mondo, ma ancor prima agli italiani stessi, che non hanno bisogno di leggere abbinamenti ideali in etichetta o di sommelier che decidano per loro cosa debbano sentire in un Vino, ma vogliono sorrisi e, magari, quel pizzico di poesia tutta nostrana che rievochi attimi di vita vissuta o territori.
Leggerezza che mette tutti d'accordo tanto che l'unica ricerca che riesca a tollerare tra quelle che ho letto negli ultimi giorni, tra "Vino che fa bene al sesso" e "Vini che fanno dimagrire", è quella relativa ai Millennials, ovvero la mia generazione, che è semplicemente quella che rappresenta attualmente quasi 1/4 della popolazione statunitense e una 1/6 di quella italiana. Sapete cosa unisca i Millennials americani ed italiani nella loro ricerca della "felicità"? La leggerezza! In ogni scelta, in ogni preferenza la leggerezza! Una leggerezza intesa come la facilità di fruizione, la rapidità di comprensione, l'assenza di sovrastrutture eccessive tali da indurre una sorta di disagio e di inferiorità. 
millennials vino
Noi, a differenza dei francesi, vantiamo la leadership mondiale in questo segmento nella moda, nel cibo e nel Vino. Il fenomeno Prosecco lo testimonia e che ci piaccia o no dovrebbe farci riflettere.
Non abbiamo battuto lo champagne in qualità, ma l'abbiamo fatto spostandoci su una strada parallela, nella quale potevamo comunicare al target di riferimento un concetto di life style tutto italiano, improntato sulla leggerezza e la gioia di vivere. Una gioia che vuoi per la crisi, vuoi per la nostra capacità unica di darci la zappa sui piedi, stiamo perdendo, ma che basterebbe davvero poco per ritrovare, almeno in ambito Vino. Non emulando il Prosecco, ma comprendendo quello che è attualmente il più grande fenomeno globale di vendita, comunicazione e numeri in generale in ambito enoico, per poter vendere, comunicare ed aumentare la qualità, l'eccellenza e la territorialità in maniera meno snob e più ITALIANA.
Continuiamo a dire che abbiamo la materia prima migliore, il clima migliore, i terreni migliori, ma poi ci lamentiamo costantemente di non riuscire a confrontarci coi mercati internazionali con gran parte dei nostri Vini, fatta eccezione per quelli che non hanno qualità maggior, ma solo un brand più forte e strutturato nel tempo. A mio parere è ora di riequilibrare le cose, comunicando la qualità nel modo più fresco e giovane possibile così da poter fare ciò che potrà davvero dare una svolta al mercato del Vino italiano, ovvero permettere ai Millennials del nostro paese ed a quelli di tutto il mondo di assaggiare quanto più possibile di italiano e non solo quelle 4 o 5 denominazioni che rischiano solo di creare rappresentare l'Italia del Vino a compartimenti stagni e di limitarne la conoscenza interna ed esterna.
La mia ricetta per comunicare il Vino italiano in modo migliore? Qualità, territorio, poesia e... leggerezza!!!

F.S.R.
#WineIsSharing

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