mercoledì 25 maggio 2016

Esistono davvero i vitigni autoctoni in Italia? E se li dovessimo spostare tutti?

In un periodo in cui impazzano le ricerche e gli allarmismi, più o meno giustificati, sui cambiamenti climatici e sul catastrofico global warming, il mondo del Vino sembra statico ed impassibile, ma non lo è.
In Italia godiamo ancora di un clima più equilibrato, se pur le ultime stagioni abbiano testimoniato delle notevoli variazioni, quindi non stiamo correndo ai ripari e non ci siamo ancora posti il problema di dover improntare il nostro futuro vitivinicolo in maniera lungimirante, cercando di prevedere e prevenire ciò che sarà delle nostro colture, in base a questi cambiamenti climatici, ma faremo in tempo ad adattarci?
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Mentre in paesi come il Regno Unito, il Canada e regioni fredde come il Sud del Cile o la Tasmania, nonché in vaste aree della Cina si è iniziato ormai da qualche anno ad impiantare nuovi vigneti ed oggi si intravedono le prime produzioni degne di questo nome, in Italia sento spesso lamentele e "denunce contro ignoti" riguardanti le mezze stagioni che non ci sono più (quest'anno a me sembra ci siano solo quelle!), il caldo che arriva a cuoce le uve e problemi in vigna legati al cambiamento climatico, che sembra non si fossero mai affrontati prima... questo solleva due questioni principali:
- Perché non stiamo agendo con l'obiettivo di prevenire eventuali cali di produzione e la potenziale estinzione di alcuni varietali?
- Quali sono i limiti dell'Italia in questo senso?
A mio parere le due domande hanno una risposta comune, ovvero la quantità disarmante di vitigni "autoctoni" italiani, che oltre ad essere una ricchezza, divengono un limite là dove si debba anche solo pensare di sradicare dal proprio territorio di riferimento quel varietale.

Tante regioni, tanti areali, tante micro-denominazioni, fino alla vigna del parroco propagata da 2,5,10 produttori... questa è la meraviglia dell'Italia del Vino, ma è anche ciò che potrebbe ritorcersi contro il nostro paese in un futuro sempre più prossimo.
Io stesso faccio fatica a pensare di scindere l'Aglianico dal Vulture, il Verdicchio dai Castelli di Jesi o da Matelica, il Ruché di Castagnole Monferrato, ma se riflettiamo sul significato di "autoctono" è facile rendersi conto di quanto questo termine sia spesso usato per convenzione e non per autentica definizione. Infatti, a parte rare espressioni di vitis vinifera, gran parte dei vitigni presenti nel nostro paese non "appartengono al territorio" di riferimento, tanto meno all'Italia, in quanto importati da Fenici, Greci e Cartaginesi fatti adattare ed acclimatare (come accadeva principalmente nella Magna Grecia) per poi essere propagati nelle regioni più o meno adatte al varietale di riferimento, che con il tempo subiva a sua volta variazioni genetiche per via di una vera e propria selezione naturale, ancor prima degli incroci genetici di Mendel.
(Un po' ciò che fa la Cina oggi con i nostri vitigni.)
Le conoscenze dell'epoca erano empiriche e non c'erano di certo parametri di riferimento scientifici ed oggettivi come quelli odierni riguardo la risposta di uno o l'altro vitigno nei confronti del territorio nel quale venisse impiantato, ma erano il gusto e la capacità di produrre delle viti a determinare la persistenza di quelle piante in quell'area, quindi possiamo dire che i vitigni più che essere autoctoni si sono "autoctonizzati" (passatemi il termine), ovvero adattati alle nostre regioni, prendendo nomi diversi, ma risultando, più spesso di quanto crediamo, simili se non identici a livello genetico. Nome diverso, per la stessa uva... dimostrando, quindi che il territorio sia più importante del vitigno.
Come sempre noi pensiamo alla tradizione come uno sguardo al passato a tempo indeterminato, si può parlare di 50 anni fa come di 300 senza molte distinzioni, ma non riflettiamo mai sull'assenza di una tradizione contemporanea, solo perché vediamo la modernità in contrasto con il concetto di tradizione, senza renderci conto che il presente sarà il passato del futuro.

Esprimo questo concetto per stimolare una discussione che credo ormai fondamentale che mira a comprendere se sia il caso di provare a spostare vitigni che si sono dimostrati più adatti a determinate condizioni pedoclimatiche in aree vocate a quel vitigno e più agevoli pensando alla prospettiva "global warming". Noi siamo strani... abbiamo piantato Sangiovese (che poi si è dimostrato un parente stretto della famiglia degli aglianici) ovunque, ma se pensiamo di dover spostare il Susumaniello andiamo in crisi (e lo comprendo sia chiaro!) e poi magari non ci facciamo problemi a piantare varietà internazionali in ogni dove, anche dove quei vitigni non potranno mai dare il meglio di loro (vedi Pinot Nero e Riesling).

Sia chiaro, si parla di cambiamenti a lungo termine, anche se già da metà di questo secolo si prospetta una diminuzione drastica e drammatica della produzione così come la conosciamo oggi se non si prenderanno precauzioni in tempo, ma proprio per questo, nella consapevolezza che una pianta ha bisogno di anni per giungere al suo pieno sviluppo, sarebbe il caso di iniziare quanto meno a riflettere sul da farsi.
Meglio non avere più Primitivo o trovarne anche in Emilia Romagna? Io non ho la risposta a tutto questo, ma se pensiamo che lo Zinfandel ed il Primitivo sono fratelli di linfa, forse l'attenzione più che sul vitigno andrebbe data al territorio ed ancor più al concetto di terroir.
Basta immaginare ciò che facciamo con il Sangiovese o con i vitigni internazionali, una stessa uva con espressioni ed identità completamente differenti e spiccate in base al proprio contesto, al proprio terreno, al pedoclima ed alla personalità del produttore, oltre che, ovviamente, all'annata. Quindi conta di più il vitigno o il terroir? La nostra identità territoriale è legata imprescindibilmente al varietale o può essere espressa ancor meglio e mostrare maggiori peculiarità producendo la stessa uva in regioni diverse?
Io adoro l'Italia in tutte le sue sfumature, dalle centinaia di dialetti che mutano nel raggio di pochi km, alla miriade di piccoli comuni con una manciata di anime, fino alle oltre 400 vitigni definiti autoctoni presenti sul territorio da Nord a Sud, ma so anche quanto questo risulti difficile da comprendere e quanto spesso faccia confusione all'estero. Non avrei mai detto né pensato di poter sostenere un pensiero di questo genere fino a pochi anni fa, ma se e solo se fosse vero tutto ciò che dicono riguardo la possibilità di vedere estinti molti di questi varietali perché non si ha avuto la lungimiranza di spostarli in tempo, forse è quanto meno il caso di provare, magari lasciando delle sacche storiche (le viti più vecchie saranno più dure a morire ed avranno maturato un'esperienza tale da provare a sopportare e magari sostenere i cambiamenti climatici), ma sperimentando in altre aree con consapevolezza ed andando a studiare al meglio le condizioni migliori per un determinato vitigno, cosa che ad oggi spesso non facciamo, non capendo che in realtà le cose sono già cambiate. Un'ulteriore risposta, che viene dal comparto enologico/scientifico è quella delle viti resistenti di cui vi parlerò più avanti, in quanto le versioni sono molteplici e riguardo più che altro la resistenza alle patologie della vite.
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Voi che ne pensate? Ah, dimenticavo... tenete presente che il Vino è già cambiato migliaia di volte e cambia di anno in anno, per via dei cambiamenti climatici già avvenuti e delle condizioni dei terreni, ma ancor più è cambiato grazie ed a causa dell'avvento dell viticoltura moderna ed ancor prima dell'industrializzazione (basti pensare anche soltanto a ciò che oggi contenga la pioggia) e quindi, ciò che beviamo ora, a parte in rari casi, non ha nulla a che fare con il Vino di un tempo e ciò che berremo domani sarà ancor più differente, migliore o peggiore, lo capiremo ad ogni assaggio.

F.S.R.
#WineIsSharing

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