martedì 4 ottobre 2016

Il vino si fa in vigna? Si, se non si rovina tutto in cantina!

Nel bel mezzo di una delle mie letture enoiche mi sono imbattuto in uno degli aneddoti più eloquenti e senza tempo dell'enologia e la viticoltura. Si tratta di un breve scambio di battute fra Andre Mentzelopulous, che acquistò Château Margaux e la portò ad essere la cantina più "importante" al mondo Emile Peynaud, a sua volta, probabilmente l'enologo più famoso della storia, anche grazie ad una serie di aforismi che vi invito a cercare nel web, in quanto capaci di sintetizzare una filosofia di viticoltura capace di fondere tecnica in cantina e rispetto in vigna, per quanto, sia chiaro, Peynaud adottasse un approccio molto tecnico ed all'epoca così tecnologico da risultare pionieristico.
il vino si fa in vigna
Tornando all'aneddoto, il giorno in cui l'ormai defunto proprietario della celebre cantina francese assunse Emile Peynaud come consulente enologico, pronuncio le parole che definiscono il comprensibile incipit dell'avventura di ogni produttore di vino e vignaiolo:
-"Vorrei fare il miglior Vino!"
E' a quel punto che L'enologo rispose:
-"Non è così difficile... tutto ciò che deve fare è darmi le migliori uve!"
Scontato, penserete voi... e forse, ora come ora potrebbe esserlo per alcuni, ma per esperienza personale ho compreso quanto, specie ultimamente, si tenda ad utilizzare fra fatte e termini sin troppo iperbolici per definire il proprio approccio alla viticoltura ed alla produzione di vino. Cosa più grave, a volte, si tende a farlo senza cognizione di causa, solo perché a livello comunicativo quelle frasi risultino vincenti!
Volete un esempio? Vi accontento subito... quanti di voi, winelovers di ogni genere, si sono sentiti dire o hanno letto online in qualche sito aziendale la frase

“il Vino si fa in vigna”?!

Beh, frase bellissima, no?! In fondo è proprio quello che Emile Peynaud diceva, eppure egli non era di certo un vignaiolo naturale! Peynaud era noto per aver, più volte, sottolineato quanto fosse importante portare in cantina uve sane ed a piena maturazione, eppure era consapevole che ciò non bastasse, tanto che la maggior parte dei suoi scritti trattino di lavoro di cantina e ben poco di quello in vigna.

D'altro canto, c'è davvero chi pensi che fare grandi vini senza competenze tecniche, nascondendo le lacune con dei principi quali la naturalità e la genuinità sia possibile?

Come sempre, anche in questo caso, secondo il mio modesto parere, "veritas" in medio stat...
E' fondamentale acquisire maggior consapevolezza e, quindi, rispetto nel lavoro agricolo in genere ed ancor più nella viticoltura moderna, odierna, contemporanea. Sì, perché è questo il nodo principale della questione “la modernità”, che può attingere alla tradizione, ma deve, per forza di cose, saper discernere e fugare quelle che sono credenze popolari e approcci tradizionali dettati non dall'amore per la terra, bensì dall'ignoranza.
La mia non vuole essere una sviolinata ai tecnici, agli enologi, bensì una presa di coscienza personale che mi ha portato a capire che sarebbe assurdo demonizzare la figura dell'enologo in toto, ma altresì sarà sempre più importante per le cantine e per chi il vino lo compri e lo beva, prendere atto di quanta sia la differenza fra un enologo illuminato e rispettoso in vigna ed in cantina (meglio se anche agronomo) ed un winemaker che voglia solo creare il proprio vino, o ancor peggio vino tailor made, fatti su misura per mercati o imprenditori/produttori.
Molti pensano che la figura dell'enologo sia quella di un moderno alchimista o ancor peggio di un chimico e, forse, qualcuno ancora oggi continua ad approcciare il proprio lavoro imboccando la strada più semplice e remunerativa, ma io posso asserire senza tema di smentita che la maggior parte degli enologi italiani, di cantine non industriali, stia sempre più tornando ad un rispetto assoluto di quello che dalla vigna arrivi in cantina. Ci sono e ci saranno sempre le eccezioni, ma la speranza è quella che la visione dell'enologo sia sempre più vicina o quanto meno complementare a quella dell'agronomo e del vignaiolo.
Per quanto, come già detto, le parole di Emile Peynaud possano sembrare scontate, io continuo a pensare che le chiacchiere stiano a zero e che, a prescindere dalle certificazioni bio, si debba arrivare ad una maggior chiarezza in etichetta, riguardo l'approccio reale ad ogni fase della filiera ed, ancor più, dei processi di cantina, perché se è vero che il vino si faccia in vigna, non dimentichiamo che è in cantina che tutto possa essere disfatto, corretto, mutato o omologato. Vedo molti vignaioli che hanno sentito forte il bisogno di studiare e di approfondire le tecniche enologiche o con percorsi di studi universitari o grazie al supporto di mentori, altri ancora viaggiando e cercando apprendere il più possibile dal lavoro delle cantine di tutto il mondo... io non sto qui a sindacare su quale sia il percorso migliore, in quanto non ho idea, ma inizio a diffidare di chi mi dica "questo vino è fatto proprio come lo faceva mio nonno" o ancor peggio "a questo vino non gli ho fatto niente"... troppe frasi, usate male e con poca ragionevolezza nel mondo del vino, eppure, per fortuna, di consapevolezza ce n'è e ce ne sarà sempre di più, proprio grazie a questa eterna diatriba fra naturale e convenzionale, che è partita come una guerra, ma oggi, finalmente, sembra entrata nella sua fase costruttiva.
Io, da par mio, sono certo che i migliori Vini che ho avuto modo di assaggiare abbiano sempre meno la firma dell'enologo e sempre più quella del terroir ed è in quel caso che l'enologo meriterebbe una standing ovation e non quando in mezzo a tanti se ne riscontri una chiara cifra stilistica individuale ed indipendente da annata e territorio.
Quindi, sintetizzando, la tecnica ci vuole, ma va messa a servizio della natura cercando di rispettarne a pieno le dinamiche e di aiutarla ad esprimersi al meglio, nella sua integrità e salubrità, in vigna ed in cantina.


"Il Vino è un'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica"


F.S.R.
#WineIsSharing

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