domenica 31 gennaio 2016

Dalle Cantine Sant'Agata al Cicchetto di Asti con Mr Ruché Franco Cavallero

Questa tappa del mio viaggio enoico targato DestinazioneVino è davvero un unicum, in quanto a dinamiche ed emozioni. Parlo della tappa partita da Scurzolengo presso le Cantine Sant'Agata della Famiglia Cavallero e "terminata" ad Asti, presso il Cicchetto di Asti.
Andiamo per ordine... arrivati in cantina è Franco Cavallero ad accoglierci e, se pur lo conoscessi già, ero curioso come un bambino in un negozio di giocattoli, nel voler approfondire il suo ruolo in azienda, ma ancor più il suo rapporto con il Vino. Franco è una figura che definire carismatica sarebbe un eufemismo ed è per questo che il soggetto delle mie condivisioni di oggi non saranno solo Vini e Cantina, bensì troverete molti riferimenti a colui che chiamerò Mr Ruché.
ruché cantine sant'agata
Sì, perché è proprio il Ruché che rende la storia della famiglia Cavallero nel mondo del Vino una bellissima favola, fatta di sacrificio, ma anche di tanta lungimiranza e capacità di confrontarsi senza paura e con consapevolezza con stagioni più o meno positive e mercati internazionali.
Tornando a Mr Ruché, Franco è un fiume in piena ed è stato davvero interessante ascoltare il racconto di una vita dedicata al Vino ed inutile dire che ad un quarto della tappa avesse già illustrato tutto ciò che avremmo potuto chiedere e che avremmo voluto sapere riguardo le Cantine Sant'Agata!
Un manager? Un viticoltore? Un comunicatore? Mr Ruché è un mix di questi aspetti e, probabilmente, di molto altro ancora, in quanto si è occupato da sempre dell'immagina dell'azienda, dei rapporti commerciali in Italia ed all'estero, ma al contempo è stato fondamentale nelle decisioni di cantina, vantando una grande preparazione enologica ed un palato davvero niente male. Simpatico, ma eloquente l'aneddoto che lo vede, insieme alla sua simpaticissima moglie Patrizia, scegliere come metà del viaggio di nozze la prima fiera all'estero alla quale Cantine Sant'Agata ha partecipato, per ottimizzare le spese e perché non vi era regalo più importante del porre le basi per un futuro positivo e propositivo per l'aziende e la sua famiglia.
Meno divertente se non drammatico l'episodio che vede l'intera cantina, con annessa produzione vinicola, andare letteralmente in fumo nel 2007, quando un incendio cancellò anni di lavoro e di investimenti mettendo a serio rischio l'azienda e minando le sorti della famiglia di Franco e di suo Fratello Claudio, che si occupa più specificatamente della vinificazione.
Questi due episodi, in completa antitesi, in qualsiasi altra storia avrebbero potuto rappresentare un inizio ed una fine, eppure come l'araba fenice (alla quale Sant'Agata ha dedicato un Barolo) Franco e suo fratello hanno lavorato e lavorano tutt'ora per riportare l'azienda ai fasti pre-incendio, con risultati notevoli, dato il riscontro che i Vini di questa azienda, trainati dal Ruché declinato in tutte le sue versioni, ha sul mercato italiano ed internazionale.
Questo non solo mi ha colpito molto, ma mi ha fatto approcciare il mondo di Cantine Sant'Agata con una forma mentis differente, tanto da poter trovare in molti dei Vini che ho avuto modo di assaggiare, il fuoco, il calore, la forza della rinascita e l'eleganza del volo della fenice, ma anche la freschezza, la poesia e l'imprevedibilità del vento e degli attimi di vita, un po' come cantava Paolo Conte, che abbiamo casualmente incontrato mentre il mio sguardo si perdeva nell'anfiteatro naturale dei vigneti antistanti la cantina:
"Sull'otto volante dei secoli, dei
Millenni, del freddo, del fuoco,
Del vento degli attimi..."
Detto questo, entriamo nel secondo atto delle tappa dedicata a Franco Cavallero ed al suo ruolo nel mondo del Vino, quindi ci spostiamo al Cicchetto, locale nel centro di Asti, che definirò con eleganza e signorilità una figata pazzesca!!! Per intenderci, appena entrato ho confidato a Fausto "Beh, troppo bello, potrei tornare spesso in questo posto!" ed uscendo "Wow... ne voglio uno uguale sotto casa, ma potrei andare sul lastrico nel giro di pochi giorni!".
Ci siamo trasferiti in questa sorta di Wine Bar, ristorantino, american bar e distributore di felicità enogastronomica in genere, semplicemente perché è Franco a gestirlo, da anni, con grande successo ed una passione che non gli fa pesare l'impegno che lo porta a staccare dal "normale" lavoro in Cantina, per poi iniziare un'altra attività che si protrae spesso fino a tarda notte. 
vini franco cavallero
Un posto fantastico per gli amanti del Vino e delle eccellenze gastronomiche, nel quale puoi trovare dal miglior Prosciutto di Parma 36 mesi (da perdere la testa!) a dell'eccellente Patanegra, passando per digressioni regionali come il tonno del Chianti alla maniera di Dario Cecchini e tra le migliori mozzarelle assaggiate in vita mia, il tutto innaffiato dai Vini della Cantina Sant'Agata, ma anche da una selezione di altissima qualità fra Italia ed estero, con un occhio di riguardo nei confronti dello Champagne e della Francia in genere. Eh sì, perché Franco ama la Francia e la vede come un esempio in molti contesti, pur essendo consapevole del potenziale italiano ed ancor più della sua terra, cosa che a me faceva un po' storcere il naso, finché nella massima espressione del mio motto "wine is sharing", Franco ha condiviso con noi una bottiglia di Chateau d'Yquem del 1983, sogno di gran parte del Winelovers globali. Quella bottiglia è servita molto, ad aprire il cuore, ma anche la mente e non solo nei confronti delle capacità dei francesi di creare capolavori di gusto e di immagine, bensì nei riguardi dei Vini della Cantina Sant'Agata, che, almeno a mio parere, hanno superato di gran lunga le emozioni concesse da quel grandioso Vino.
sauternes chateau d'yquem annata
In particolare ho apprezzato tutte le varianti del Ruché, dal 'Na Vota, massima espressione varietale senza l'incidenza del legno, al Genesi, che contempla una percentuale (dipendentemente dall'annata) di Barbera e che viene prodotto con i criteri dell'appassimento, naso di travolgente armonia e lungo come un viaggio sulla via della seta della quale ricorda le note speziate.
Le emozioni forti, però - forse perché conoscevo già gli ottimi Ruché di Franco - me le hanno donate la Barbera Cavalé 2007 ed il Barolo Bussia 2009, il primo per la sua evoluzione ancora in fase ascensionale, con una freschezza disarmante, un pieno rispetto del varietale e con un legno nuovo mai eccessivamente incidente, mentre il secondo la sua profondità e la capacità di regalare note minerali e balsamiche di grande identità e territorialità.
Vi parlerei anche della passione di Franco per il Gin, tanto da essere arrivato a produrne di suoi, ma non sarei bravo quanto lui, quindi fate un salto al Cicchetto e vedrete che non ve ne pentirete!
Una citazione particolare e doverosa all'Albergo Etico, che ci ha ospitati con grande cortesia ed attenzione. Un progetto che riesce a coinvolgere ragazzi e ragazze affetti dalla sindrome di Down, nella gestione di un intero e bellissimo albergo, con tutti i comfort ed i servizi di un normale hotel, ma con l'impagabile valore aggiunto del principio etico sul quale è stato fondato. 
albergo etico
Grazie davvero a Mr Ruché per averci accompagnati in un viaggio all'insegna dell'eccellenza enogastronomica e delle più sincere emozioni. Perché se il Vino è condivisione la vita lo è ancor di più!

F.S.R.
#WineIsSharing

sabato 30 gennaio 2016

Destinazione Mongioia - Rinnovate emozioni, antiche vigne e vini lungimiranti

Un amico mi disse "tu dovresti scrivere di Vini più accessibili, di realtà che tutti conoscano, altrimenti come fa chi ti legge a trovare certi vini?" Beh... io gli risposi: "Ecco... i Vini di cui parli tu non hanno bisogno di me, forse neanche agli altri a pensarci bene, ma nel dubbio io scrivo dei vini che mi hanno emozionato nella speranza che possano emozionare anche chi li berrà dopo di me. Questo indipendentemente dal fatto che siano più o meno reperibili in commercio o che, magari, siano persino fuori produzione... che appartengano a nicchie o a realtà più riconoscibili ed accessibili. Io non scrivo né per i produttori né per chi legge... io scrivo per il Vino!"
Faccio questa premessa perché questo breve scambio di battute avvenne dopo aver sconvolto quello stesso amico con un assaggio del Moscato Crivella dell'azienda agricola Mongioia di Santo Stefano Belbo, nella quale DestinazioneVino ha fatto tappa negli scorsi giorni.
Un'azienda che rappresenta in toto l'equilibrio fra la mia visione più romantico-emozionale del Vino e quella prettamente gustativo-sensoriale e che vanta peculiarità che, ormai, noto essere comun denominatori delle Cantine e dei vignaioli capaci di emozionarmi coi propri vini.

Nell'approccio alla produzione:
- Gestione familiare;
- Forza di volontà e passione;
- Preparazione tecnica applicata ad un approccio più sostenibile in vigna e cantina;
- Rispetto ed umiltà, ma anche forte fiducia nei propri mezzi;
- Voglia di fare qualcosa di buono, deviando in maniera ponderata e mai eccessiva dalla via dell'omologazione.

Nei Vini:
- Grande interpretazione dell'annata;
- Personalità infusa in ogni etichetta;
- Rispetto per una produzione di qualità e non di quantità, meglio se da vigne vecchie (Mongioia ha "esagerato" e poi vi spiegherò il perché);
- Melodie armoniche, rese uniche da assoli di rara originalità.
Questo è ciò che ho trovato in questa realtà che ad oggi è stata capace di conservare e preservare una, se pur, piccola fetta di un territorio martoriato dalle produzioni intensive, nel quale vedere vigne vecchie è raro, ma vederne di quasi 200 anni (avete letto bene!) è davvero impossibile, se non in rari casi, ma di certo non nella quantità e la qualità di quelle che i nonni di Riccardo Bianco hanno lasciato dapprima in eredità a suo padre, il visionario Marco Bianco, e poi a lui ed alla sua splendida famiglia.
Un mondo, quello di Mongioia, in cui ridurre tutto al Vino ed ai suoi descrittori sarebbe un sacrilegio, oltre che impossibile per uno come me, che non si vergogna di dire che il Moscato da invecchiamento Crivella sia uno degli assaggi che di più sia stato capace di regalarmi emozioni, quindi il mio invito è quello a cercarli, in giro per gli eventi, ma ancor più andarli a trovare e magari assaggiare qualcosa in mezzo a quelle stesse vigne che io avevo sentito mie ancor prima di poterci posare lo sguardo ed avvicinare il cuore.

Vi basterà dare un'occhiata ad alcuni dei miei scatti per comprendere quando sia importante, in questo caso, come in altri, l'esperienza di una pianta, unita a quella di chi ci ha preceduti, unitamente ad una prospettiva più contemporanea e lungimirante che possa produrre un equilibrio basato sull'originalità e la qualità.
Non vedo l'ora di approfondire il tutto con le immagini video e l'ebook, per potervi portare ancor più dentro questo piccolo grande mondo, fatto di Vini particolari dai nomi importanti, come il Leonhard un moscato secco dedicato al primo genito Leonardo, fino al Brut di moscato Meramentae, che esprime un percorso di ricerca tanto minuzioso quanto fuori dagli schemi della standardizzazione. Vini che sanno di Moscato, ma ancor più di Mongioia!
Uno di quei casi in cui uscendo dalla porta, ti chiedi se hai spento luce e gas, come se uscissi da casa tua.

F.S.R.
#WineIsSharing
#DestinazioneVino

lunedì 25 gennaio 2016

In Oltrepò Pavese 3 generazioni di vignaioli a confronto per DestinazioneVino

Eccoci qui, nell'Oltrepò Pavese, bistrattato dai più elogiato da qualche enostrippato, ma di certo una grande terra del Vino di questa strana Italia che, sempre più spesso, sembra saper nascondere, celare, a volte persino mistificare meglio di quanto sappia mostrare.
La scelta delle Cantine da visitare in Oltrepò, per il viaggio di DestinazioneVino, in realtà è stata molto semplice e ci ha permesso di avere uno spettro davvero ampio di ciò che il territorio, i varietali autoctoni, internazionali ed "autoctonizzati" (vedi pinot nero), ma ancor più i vignaioli possano esprimere... si, potevo condensare tutto nel solo termine Terroir, ma sapete che non ho il dono della sintesi, ahimé!
-Dalla Tenuta Belvedere di Gianluca Cabrini, un simpaticissimo ex-venditore di auto, che ha messo anima, cuore e corpo nella sua trasformazione in vignaiolo, che lo vede impegnato a 360° all'interno di un'azienda nuova, moderna e proiettata verso un futuro di raro equilibrio fra Vini di slancio contemporaneo nella veste e nel gusto, ma anche un modo di concepire il lavoro in vigna ed il rispetto per terra e territorio davvero sostenibile ed attento. Una vocazione forte quella di Gianluca, credetemi!
"Bio non bio", a Gianluca importa poco delle "etichette", ma è palese quanto sia l'impegno profuso per far arrivare nei nostri calici Vini puliti dalla vigna alla cantina, sicuramente non artefatti.
Dagli assaggi di botte, fino alla degustazione del suo Pinot Nero Metodo Classico (un 30 mesi che farà parlare di sè... bene ovviamente!) in divenire, la sua voglia di dare un'impronta personale e di creare Vini mai scontati, ma sempre armonici e piacevoli è lampante. La sua Bonarda, dalla grande struttura alla poca vivacità, rispecchia a pieno ciò che avrei voluto ritrovare nel mio bicchiere da anni, ovvero un Vino di maggior corpo, complessità e profondità, che non rinunci alla sua piacevolezza di beva ed all'immancabile freschezza.
Tra l'altro a lui dobbiamo una rapidissima lezione full immersion di potatura alla Simonit & Sirch, che ha messo a nudo l'insormontabile differenza fra un semplice Wine Blogger scribacchino e chi in campagna lavora davvero! Nonostante qualche esperienza sporadica e qualche callo sulle mani procurato nell'orto di casa e nel mio primo lavoro di artigiano del legno, fidatevi... la potatura è una bella gatta da potare... ops da pelare!
Pinot nero e Riesling Renano, messi al posto giusto e nelle mani giuste sanno far ricredere persino uno come me che da sempre sostiene che sia meglio lasciare i vitigni internazionali a chi li sa fare meglio, per puntare tutto sui nostri gioielli di famiglia, ovvero gli autoctoni. Bravo Gianluca e... aspettalo quel Renano, ti e ci darà grandissime soddisfazioni!

-Lasciata la Tenuta Belvedere, ci dirigiamo a Colle del Bricco e facciamo il primo piccolo salto generazionale, trovando ad accoglierci il giovanissimo Matteo Maggi, forse l'unico produttore più giovane di me, di tutta DestinazioneVino, con i suoi 26 anni. 
Come scrissi tempo fa in un articolo interamente dedicato a questa realtà, di Matteo ho apprezzato in primis la forza di volontà e l'essere controcorrente in un'era in cui sia sicuramente più semplice seguirla per inerzia. Da bravo "salmone" invece di risalire i fiumi, ha deciso di inerpicarsi negli irti vigneti di famiglia, salvando l'azienda dalla vendita ed iniziando ad imbottigliare, con l'aiuto di quel padre che pensava di smettere, ma che ora insegna il suo prezioso sapere al figlio, che si occupa in prima persona di tutto il lavoro in vigna e che in cantina si avvale di un enologo per non incorrere in errori di inesperienza, con grande umiltà e pazienza.
I suoi sono Vini che potrebbero sembrare acerbi nella cifra stilistica, perché alle prime annate, ma che in realtà, per chi ha una certa sensibilità ed un po' di intuito rivolto al futuro, sono già molto molto avanti, se si pensa al lavoro che è stato fatto per educare dei vigneti improntati tutti sulla vendita dell'uva alla Cantina Sociale, ad una produzione propria sempre più di qualità e di rispetto.
Il suo Brina, un Riesling italico, che abbiamo avuto la fortuna di assaggiare dopo una vera brinata notturna, direttamente nella vigna dove nasce, è un raro esempio di quanto, se pur diversi nel varietale, il Renano e l'Italico possano evolvere in maniera non troppo dissimile, soprattutto per quanto riguarda le tipiche note di idrocarburo e la longevità.
Anche la sua Bonarda, segue la falsa riga di quella di Gianluca, e quindi proprio come la sua, ha saputo colpirmi piacevolmente.
In attesa del suo metodo classico Sauvignon, che deve ancora riposare sui lieviti per qualche mese, direi che anche questa volta il caro Matteo ha confermato le mie prime impressioni, dimostrandosi un ragazzo con la testa sulle spalle (e casco bene allacciato, data la passione per le moto) ed un vignaiolo in cui credere sin da ora ed in prospettiva futura. Ah... il suo sogno è fare una grande Barbera, ma intanto il suo inedito dal blend della Bonarda (croatina, uva rara e barbera) fa paura e che gli sia venuto fuori per c... ehm... fortuna o per intuito non importa, il Vino Matteo la capisce e questo è già un buon inizio!

-Last but not least, il Maestro Stefano Milanesi, un vero esempio di quanto l'enologia possa conciliarsi con l'arte dell'essere vignaiolo e fondersi in un'artigianalità produttiva ponderata e mai casuale, giustificata nelle scelte, ma di certo non agevolata dai compromessi.
La passeggiata in vigna, tra storia del territorio, aneddoti di famiglia e cultura del Vino, è stata, senza tema di smentita, la prima in assoluto in tutto il viaggio di DestinazioneVino nella quale le mie domande non solo non siano servite, bensì sarebbero risultate inutili e persino inopportune, dato che tutto ciò che avrei voluto sapere fluiva liberamente ed in maniera così accessibile dalla bocca di Stefano. Un linguaggio diretto, una serie di concetti di rara verità, che cozzano con le filosofie astruse e le sovrastrutture mirate a dire ciò che non si è ed a vendere ciò che non si fa.
E' in cantina, però, che si può entrare ancor più nelle dinamiche di quella che è a tutti gli effetti l'arte del togliere e di ridurre all'indispensabile, senza rinunciare a bellezza ed eleganza, un po' come per gli scultori del rinascimento o per i poeti ermetici. Stefano è l'equilibrio fatto persona (se non gli andarte a raccontare baggianate troppo grosse per poterci credere!) tanto da ammettere che nei suoi vini usa lieviti autoctoni non per moda o per filosofia, ma semplicemente perché bastano quelli ed il risultato lo soddisfi, senza demonizzare i lieviti selezionati, ma di certo ponendo l'attenzione su quanta sia la differenza fra un Vino artigianale ed uno artificiale.
Gli assaggi sono tra quelli che attendevo di più, senza nulla togliere agli altri produttori, ma semplicemente perché ammetto che i Vini di Stefano erano a me ignoti fino a poco tempo fa e nella mia totale ignoranza di essi, mi sono posto come un bimbo al primo giorno di scuola, ovvero voglioso di scoprirli, di farmeli amici, di apprendere da essi quanto di più possibile potessero e volessero darmi e così è stato. Il Vesna, metodo classico 100% Pinot Nero che Stefano sbocca su prenotazione, strizza l'occhio alla Francia in eleganza, ma poi gli fa una pernacchia in struttura e persistenza, come a voler ribadire la sua origine, forse meno fighetta della Champagne, ma di certo inferiore in nulla per terroir (e ricordatevi che nel terroir mettiamo sempre l'uomo!).
Dopo i due Poltre (bianco e rosso) che potrebbero farmi tornare a bere il Vino anche a pranzo, tanto siano piacevoli e gastronomici, arriviamo alle due Riserve, Elisa, la Barbera che non ti aspetti... in Oltrepò,.. carica di grande intensità, con un equilibrio mai in bilico fra freschezza, tannino e mineralità. Naso pieno, dalle sfaccettature di un diamante, che spazia dal frutto, alla spezia, alla catramina, per pulire via tutto con una nota mentolata che ci sta proprio da Dio! In bocca è... assaggiatelo, io non vi dico nulla stavolta, è inutile che scriva ciò che ho sentito o provato io, è stata un'emozione diversa dal solito e ne sono geloso! Quindi provatelo e vediamo che succede.
Dulcis in fundo arriva Alessandro, che non poteva che stregare Fausto sin dal nome, ma che ha colpito molto anche me, essendo questo Cabernet Sauvignon molto vicino al mio ideale di vinificazione in purezza del vitigno, struttura e potenza al servizio dell'eleganza e delle persistenza, equilibri tanto sottili quanto armonici nel complesso, che sanno stuzzicare mente e palato. Vino che intriga più di ogni altro assaggiato. Considerazione che vale per tutti i vini affinati in legno di Stefano, è la volontà che l'essenza del legno stesso non incida se non nella rotondità e nel respiro sulle note varietali e sulla territorialità, espressa soprattutto in mineralità, dei suoi Vini. Volontà messa in pratica grazie all'utilizzo di barriques "esperte".

Bellissima tappa quella nell'Oltrepò, 3 generazioni di vignaioli a confronto in un territorio che io stesso ho rischiato più volte di prendere sottogamba, ma che sa esprimersi in qualità ed in personalità, se solo si sa scegliere l'uomo giusto, ancor prima dell'etichetta.
Ah... tutti e 3 fanno parte della FIVI
... le cose sono due, o la FIVI mi perseguita o c'è davvero un filo conduttore fra qualità, rispetto e quest'associazione.


F.S.R.
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#DestinazioneVino

domenica 24 gennaio 2016

Alla scoperta del Groppello di Revò della Cantina Laste Rosse in Val di Non

Partendo dal presupposto che non mi sia mai piaciuto “vincere facile”, penso che tra le tappe di DestinazioneVino una di quelle che esprima meglio la filosofia di questo viaggio, ed almeno in parte, la mia ricerca enoica personale, sia quella del Trentino con i suoi territori estremi e la viticoltura eroica, fermo restando che in ogni regione ed in ogni Cantina selezionata abbiamo trovato spunti unici ed un filo conduttore qualitativo a livello umano e produttivo che sfido chiunque a mettere in dubbio.
Se nel precedente articolo ho condiviso con voi la tappa in Val di Cembra, oggi ci spostiamo qualche km più a Nord, nella meravigliosa Val di Non, dove un tempo al posto delle centinaia di ettari coltivati a Melo, un tempo c'erano vigneti tra i più estremi e suggestivi in Italia e, oserei dire, del mondo.
Testardo come sono, non potevo desistere di fronte alla sfida di poter trovare ancora almeno un produttore in grado di tenersi stretta la propria vigna, per di più continuando a credere in un vitigno ormai quasi estinto, come il Groppello di Revò. Alla fine l'ho trovato in quel di Romallo e si tratta di Pietro Pancheri della Cantina Laste Rosse, che con la sua famiglia sta portando avanti quella che sembra essere più una missione che un'attività di produzione vitivinicola. Impresa che a volte assume i connotati di una vera e propria impresa, in quei vigneti che in totale non arrivano neanche ad 1 ettaro.
E' stato chiaro sin dall'arrivo della VinoMobile nella Cantina Laste Rosse che non ci saremmo trovati nella solita cantina, bensì a casa Pancheri, con Pietro, sua moglie Silvia e due splendide bimbe ad accoglierci con un fiore giallo come il sole che ci ha accompagnati per tutto il successivo tour delle vigne.
Già nel nome troviamo una peculiarità di questo territorio, i terreni rocciosi, che abbinati a pendenze che farebbero scendere dalla bici persino i ciclisti più abili, rendono impossibile ogni lavorazione meccanizzata.
Tra racconti legati a quanto l'avvento della melicoltura abbia cambiato radicalmente paesaggi ed abitudini dei locali, ho percepito forte l'attaccamento ad un mondo, quello del Vino, che si distingue persino dall'agricoltura stessa, proprio in quei frangenti nei quali il lavoro diventa passione, soddisfazione e condivisione. Un lavoro, quello di Pietro, che deve fare i conti con un territorio impervio, con condizioni proibitive legate all'attacco di uccelli e negli ultimi anni insetti, ma che grazie al supporto di tutta la famiglia ed all'ingegno (vedi le reti per uccelli) viene portato avanti all'insegna dell'artigianalità e della qualità. Se c'è una cosa che si comprende sin da subito in questa azienda è che la fatica non spaventa nessun membro, a partire dalla bimbe che non hanno fatto altro che correre a destra ed a manca su e giù per le scoscese vigne... che invidia! Io dopo due salite avevo già l'affanno!

Tornando al Vino, se una volta, in questa Valle, tutti avevano un piccolo appezzamento vitato a Groppello, è solo da pochi anno che alcuni produttori hanno deciso di reimpiantare quest'uva che in dialetto veniva chiamata “Gropel”. Un'uva sicuramente “selvaggia”, ostica ai più, ma che se coccolata e, soprattutto, interpretata con umiltà e comprensione sa dare grandi risultati.
I Vini che abbiamo assaggiato sono il Gropello di Revò Laste Rosse, vinificato in acciaio per poi affinare metà in acciaio e metà in barrique esprime al meglio la sua natura forte al naso con spezie e frutto nitidissimi ed in bocca con una tannicità presente, ma ben domata dalle sapienti e rispettose cure di Pietro, ciò che colpisce di più però è la sua freschezza, che abbinata ad una gran bella profondità, rende ogni sorso davvero piacevole e mai scontato.
Pietro, però, non si è limitato all'interpretazione più positivamente "classica" e, forse, anche quella che lascia emergere di più il vitigno, in quanto ha stupito i nostri palati prima con il Privato (etichetta frontale sostituita da una bellissima scritta a mano libera di Silvia), Groppello che gioca sulla capacità del legno di arrotondarne il tannino, rendendolo sicuramente più elegante ed apprezzabile da un maggior numero di palati, per poi finire con una con una chicca che neanch'io mi sarei mai aspettato, ovvero un Metodo Classico (Blanc de Noir) base Groppello, che a mio parere è riuscito a prendere il varietale e vestirlo da serata di Gala, senza andarne a coprire le peculiarità, bensì preservandone i tratti distintivi, prima fra tutti l'acidità, integrandoli con dei sentori da lievito, di amaretto e biscotto al miele, davvero golosi!
La Famiglia Pancheri produce anche un piacevolissimo bianco da uve Traminer, di spiccata aromaticità, specchio del terroir, ma sempre molto composto e mai eccessivo.
Lascio la Cantina Laste Rosse con un fiore giallo fra le mani, la meraviglia negli occhi ed il calore umano nel cuore, ma ancor più con la conferma che ne sia valsa la pena arrivare sino a Romallo per capire dove nasce il Groppello di Revò e quanto può ancora darci quest'uva, soprattutto in termini di longevità, che in ogni Vino si palesava avere un potenziale davvero imponente.
Se passate in Val di Non, cercate fra la mela golden, un uva ancor più preziosa dell'oro e capirete molte cose di questo Vino, anche solo scorgendone i piccolissimi vigneti.

F.S.R.
#WineIsSharing
#DestinazioneVino


sabato 23 gennaio 2016

La Val di Cembra: Viticoltura eroica, ospitalità e grandissima sinergia

DestinazioneVino è sempre di più un'esperienza di vita fra le viti delle regioni e dei contesti più belli e, spesso, meno valorizzati d'Italia. E' un viaggio verso mete rappresentate, ancor prima che dal Vino, da persone e realtà intrise di passione, voglia di raccontarsi e di accogliere tutti voi in un loro calice o ancor meglio nella loro cantina. 
E' proprio quello che ho sentito in questa tappa, partita dal Trentino, nella Val di Cembra, un luogo incantato, tra montagne e vigneti eroici, fra giovani vignaioli ed aziende storiche.
Ad accogliere la VinoMobile e ad accogliere me ed i miei compagni di viaggio, è stato il consorzio Cembrani D.O.C., l'unica associazione accettata dall'interno di DestinazioneVino
Innanzi tutto, dei Cembrani D.O.C. fanno parte 5 cantine e 2 distillerie: Opera Vitivinicola in Valdicembra, Azienda Agricola Simoni, Azienda Agricola Zanotelli, Azienda Vitivinicola Nicolodi Alfio, Azienda Vitivinicola Villa Corniole, Distilleria Paolazzi e Distilleria Pilzer.
Ciò che mi ha stupito di più dei Cembrani D.O.C. è stata la grande sinergia e la sintonia manifestata da ogni produttore coinvolto nel nostro incontro conoscitivo, nonché da un'identità forte espressa nei Vini portati in degustazione. Qualcuno avrebbe potuto portare riserve particolari, vecchie annate, o Vini di punta al fine di emergere sull'altro, mentre la mia scelta di assaggiare 2 Vini e due grappe per ogni singola Cantina ha evidenziato il grande attaccamento al territorio e la volontà di dare la priorità ad uno sviluppo congiunto sia comunicativo che economico della Val di Cembra.
Avete l'opportunità di parlare prima nella bellissima Villa Corniole e poi tra i suggestivi vigneti dell'Az. Agr. Zanotelli, con tutti i produttori è stata una nuova esperienza per DestinazioneVino e per me, che ci ha dato modo di avere uno spettro molto più ampio ed un racconto a 360° di ciò che la Val di Cembra e le sue eccellenze rappresentano sia a livello storico che nell'attualità di un territorio così bello, ma terra di mezzo , spesso bistrattata, preferendo, i turisti, le vicine mete turistiche ad essa.
Dalle storie legate alla distillazione di frodo, ora divertenti, ma così sentite e radicate nella memoria dei cembrani ed ancora tramandate con l'orgoglio di chi sa di essere la culla di un prodotto rappresentativo dell'Italia intera, come la grappa, fino alle storie legate al Vino ed ai vitigni tipici di queste zone, come la Schiava ed il Müller-Thurgau che ha trovato la casa ideale in Val di Cembra ed in Trentino.
Racconti, come quelli della "Rachele" nome in codice della grappa di contrabbando o del ritrovamento in loco di vasi vinari antichissimi che attestano la produzione vitivinicola cembrana sin dalla notte dei tempi, che approfondiremo con i video e nell'ebook dedicati al progetto che pubblicheremo prossimamente, ma intanto passiamo al mio bicchiere, nel quale ho avuto modo di accogliere 10 diversi Vini e 4 grappe, di aziende dalla produzione piccola o molto piccola, con vigneti che dire impervi sarebbe un eufemismo, capaci di trarre il meglio dal clima continentale, l’esposizione sud/est, dai terreni porfirici e calcarei, la forte escursione termica in periodo pre-vendemmiale. Caratteristiche in grado di dar vita a Vini bianchi dalla componente olfattiva di grande impatto ed armonia, ma anche dalla freschezza e dalla mineralità uniche; a Vini rossi dalla forte tipicità, con un occhio di riguardo al Pinot Nero che probabilmente qui trova il tuo territorio più vocato; a bollicine, metodo classico, di una finezza disarmante, taglienti come lame di aurea freschezza, che non temono il tempo e fanno "ciao ciao" con la mano mentre sorpassano in eleganza, piacevolezza e persistenza gran parte degli Champagne.
Ad ulteriore prova della grande sinergia che i Cembrani D.O.C. Sono stati in grado di instaurare e portare avanti negli ultimi anni, ci sono due Vini davvero speciali, simboli di un territorio, di un modo di viverlo, ma anche di umiltà e voglia di emergere unitamente, con qualità e forza di volontà: il 708km Cembrani Bianco e il 708Km Cembrani Rosso.
Il primo nasce da un cuvée tra Müller Thurgau e Riesling Renano e il secondo da Schiava e Lagrein.
La particolarità è, però, che le uve di questo blend oltre a far parte dei più vigneti di proprietà dei consorziati dei Cembrani DOC, vengono selezionate ogni anno, dopo una degustazione alla cieca dei mosti in purezza, in base alla qualità ed all'espressività territoriale. Questo porterà in bottiglia il blend del prodotto di due soli vignaioli per ognuno dei due Vini, che non verranno citati in bottiglia, ma rappresenteranno in modo equo tutti i cembrani. Questo per me è un esempio davvero raro di umiltà e visione univoca di un percorso irto, come i vigneti della stessa Val di Cembra, ma che questi giovani produttori, con il supporto dell'attivissima Mara Lona, stanno percorrendo nel migliore dei modi.

Per concludere, non posso che ribadire ciò che ho già detto tramite i miei profili social, ovvero che il freddo, le camminate fra i vigneti più ripidi ed impervi d'Italia diventano qualcosa di speciale da affrontare con il calore nel cuore e la meraviglia negli occhi, di fronte a paesaggi unici nel loro genere ed all'ospitalità di persone di grandi umanità e verità, privi di sovrastrutture o costrutti commerciali, bensì impazienti di raccontare la Val di Cembra ed accogliervi tutti coloro amino il buon Vino, l'ottimo cibo e la natura. 

Non vedo l'ora di tornarci, questi posti ti rubano il cuore... e poi non puoi far altro che andare a riprendertelo, soprattutto se il posto è quello che vedete nelle foto di repertorio qui sotto!

F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 18 gennaio 2016

Un Vino giallo da 13 filari - La Coda di Volpe di Oppida Aminea

Dell'ArcipelagoMuratori avevo già avuto modo di parlarvi in tempi non sospetti, ma vorrei tornare a scriverne grazie ad un assaggio che mi ha colpito particolarmente, qualche giorno fa, ma lasciatemi fare prima la mia consueta premessa.
Siamo ad Oppida Aminea, nel Sannio beneventano, una delle 4 “Isole/Cantina” che fanno parte dell'Arcipelago Muratori, dove la Famiglia Muratori, con la supervisione ed il supporto di Francesco Iacono, produce i cosidetti "Vini gialli", in quanto frutto di uve a bacca gialla.
Oppida Aminea e la Tenuta Giardini Arimei, rappresentano il cuore mediterraneo dell'azienda, quel Sud carico di sole, profumi e sfumature che vanno dal giallo al dorato, per sfociare nell'ambra se parliamo dei passiti prodotti ad Ischia.

Se del passito avevo già scritto in occasione di una degustazionededicata ai Vini Vulcanici, oggi ad impormi di scrivere, grazie all'emozione suscitatami, è stato un Vino bianco o, meglio giallo, che sa di quell'intrigante mix fra storia, leggenda e contemporaneità che già da solo rappresenta uno di quei condizionamenti positivi che non temo di evidenziare e di amalgamare con le peculiarità organolettiche di un Vino.
Ops... mi sono appena accorto di aver scritto tanto, come al solito, senza dirvi il nome di questo fantomatico Vino: Coda di Volpe Filari 1-13 annata 2014(Sannio Doc).
Questa Coda di Volpe è prodotta seguendo gli insegnamenti degli antichi romani che, come potrete leggere voi stessi in controetichetta, ritenevano che fosse nei primi filari l'essenza più spiccata e marcata dell'uva e che, quindi, i Vini prodotti da quegli stessi primi filari potessero esprimere al meglio il varietale sia al naso che al palato.
E' così che nasce il Coda di Volpe Filari 1-13 di Oppida Aminea, che a prescindere dalle parole di Plinio il Vecchio, rappresenta in pieno la volontà della Famiglia Muratori e di Francesco Iacono, di mettere il terroir in bottiglia. Un terroir inteso come rapporto imprescindibile ed interdipendente fra contesto paesaggistico, vigna e uomo, che funga da firma indelebile di ogni singolo Vino ed ancor più di ogni singola annata.
Un Vino che racconta e si racconta, che aiuta a rompere il ghiaccio con una storia intrisa di genio e tradizione, ma che non è solo questo, altrimenti non sarei qui a condividerlo con voi... è un Vino buono, che splende come il più caldo dei soli d'estate e come quel sole riscalda gli animi in corpo e struttura, armonizzato dalla carezza di una brezza marina che sa di mare e vulcano, ma ancor prima di margherite e lychees. Il sorso sembra il dolce finale di una passeggiata che abbia come meta una collina affacciata sul mare, dove stendere a terra una coperta e gustare una fetta di torta di quelle della nonna, che sanno di crema e di pastafrolla... ehm, sia chiaro, il pic nic da soli no, eh!!!

Davvero una sferzata di energia, capace di grande intensità pur mantenendo un'impeccabile e leggiadra eleganza, in particolare al naso.
Peccato che dei Vini che mi rubano il cuore ce ne siano sempre troppo pochi, ma per fortuna, nel caso di Oppida Aminea, da assaggiare c'è molto altro e la qualità non manca!
Un grazie a Michela Muratori per il grande contributo che sta dando in azienda e per avermi dato la possibilità di assaggiare una vera perla rara.

F.S.R.
#WineIsSharing

domenica 17 gennaio 2016

Medici Ermete ed il Rinascimento del Lambrusco

Alcuni amici, sia fra chi il Vino lo fa che fra chi il Vino lo compra e lo beve, spesso mi lanciano frecciatine riguardo al fatto che in questo Wine Blog io dia “troppa” attenzione alle piccole Cantine, quasi scartando a priori le realtà più “grandi”, beh... come ho già avuto modo di dire e scrivere in più di un'occasione, non è così e con questo articolo voglio dare ancora una volta spazio ad una realtà grande nei numeri, ma anche e soprattutto nei valori. Parlo della Cantina Medici Ermete, che deve la sua nascita a Remigio Medici, padre di Ermete a cui è dedicato il nome dell'azienda, che fondò la sua cantina per vinificare una piccola produzione di bottiglie per quella che allora era una piccola osteria di sua proprietà. Ebbe così inizio una storia che ha portato quella che ora è a tutti gli effetti la famiglia più importante nella storia del Lambrusco, ad impegnarsi con rigorosa costanza ed estrema passione nella produzione di vino... anzi... di Lambrusco di altissima qualità!
La mission della Cantina Medici Ermete ha sempre avuto un target ben preciso, ovvero quello di riuscire ad offrire a chi si sarebbe ritrovato un loro Vino nel proprio calice un prodotto di elevatissima qualità e questa volontà poteva essere concretizzata solo creando un fortissimo legame tra singoli vigneti e Vini prodotti, con una rigida selezione delle uve, a costo di una resa per ettaro inferiore anche del 30-40% rispetto al disciplinare delle Doc. Sì, parliamo proprio di CRU, che fino a quel momento erano impensabili per quella che era considerata dagli americani “the italian coca cola”.
La Medici Ermete è stata infatti, assieme a pochissimi altri produttori illuminati, l'azienda che negli ultimi anni è riuscita a convertire l'opinione comune e l'immagine di un prodotto ormai bistrattato come il Lambrusco, in un'eccellenza del made in Italy a tutti gli effetti, capace di toccare vette tanto impensabili quanto palesemente apprezzabili in Vini fatti con coscienza e consapevolezza.
La storia del Lambrusco 1.0 mi ha molto affascinato, nonostante io non l'abbia vissuta in prima persona e ammetta di sapere molto poco di questo grande pezzo di storia enologica italiana, forse proprio a causa di limiti pregiudiziali indotti e pregressi o semplicemente perché non ho avuto modo di assaggiare tanto, se pur negli ultimi tempi mi stia rifacendo! Comunque, digressioni a parte, possiamo racchiudere la storia del Lambrusco in due fasi focali: il grande boom che va dal 1970 al 1985, in cui due grandi cooperative riuscirono ad esportare negli Stati Uniti milioni di bottiglie e la decadenza che nel 1987 vede i rubinetti del Lambrusco chiudersi in concomitanza con quelli dei mercati che ne avevano fatta la fortuna. Da prodotto di moda (persino James Bond in una sua biografia del 1973 ordinò un Lambrusco al posto del classico champagne) a oggetto di scherno e paragoni infelici, come, appunto, quello con la coca cola, per il Lambrusco non è stato semplice riprendersi da quel periodo buio. Quando Alberto, il padre di Alessandro Medici (quinta generazione della famiglia Medici, che ci tengo a citare perché è con lui che ho avuto il piacere di interagire per la stesura di questo articolo e perché sono certo che rappresenterà nuova linfa per questa già fortemente vitale famiglia), prese in mano le redini dell'azienda, nessuno possedeva terreni vitati poiché tutti i "produttori" acquistavano le uve dai grandi gruppi cooperativi con rese in vigna altissime e vini "amabili" di bassissima qualità.
Mio padre, allora, decise di investire in vigneti abbassando le rese per ettaro di un 30-40% rispetto al disciplinare creando così nel 1993 quello che viene considerato tra i primi Lambruschi secchi di qualità, il "Concerto. Nel 94 il concerto sarà il primo Lambrusco secco ad essere esportato negli Stati Uniti. Per anni mio padre è andato in giro per il mondo combattendo una "battaglia" che sembrava impossibile da vincere. Nessuno in giro per degustazioni voleva avvicinarsi al nostro banchetto. Il Lambrusco era bandito da tutti i ristoranti e nessuno voleva assaggiare il nostro prodotto. Dopo anni di grandi fatiche sono arrivate finalmente grandissime soddisfazioni...” mi confida Alessandro, che sente forte l'attaccamento a radici che si sono fatte strada in una terra dura, ostica, a volte arida, ma che hanno saputo trarre il meglio, come la vite più matura.
Tornando alla mia premessa, come vedete non ho alcun problema nel confrontarmi con realtà che producono meno di 10.000 di bottiglie l'anno o con Cantine, che come la Medici Ermete, ne produce 800.000, con i suoi 75 ettari di vigneto, ma ancora una volta è mentre vi sto scrivendo che riesco a tirare le somme ed a trarre conclusioni relative, non solo al mio gusto, ma anche a ciò che cattura il mio interesse e suscita in me emozioni. La Cantina Medici Ermete, infatti, racchiude in sé peculiarità che ho riscontrato a posteriori in ogni “grande” azienda che sia stata capace di coinvolgermi, di incuriosirmi e di non deludermi in termini gustativo-emozionali e questi fattori sono:
  • gestione familiare e valori che ne conseguono;
  • attaccamento al territorio e volontà di valorizzarne e/o rivalorizzarne i prodotti;
  • capacità di fare qualità sia nei prodotti di grande respiro, che nelle piccole tirature di Vini d'eccellenza, vinificati con l'attenzione tipica di un produttore “garagista”;
Ora, però, passiamo ai Vini che ho avuto il piacere di degustare e che, come pochissime volte, mi hanno visto sbalordito dagli esiti degli assaggi:
-Unique (metodo classico rosè 30 mesi sui lieviti. Vendemmia 2012 sboccatura 2015): come vi dicevo, una grande azienda deve, a mio parere, essere capace di dimostrare di sapersi confrontare anche con produzioni di nicchia e questa lo è a tutto gli effetti, nelle sue 5000 bottiglie, frutto di basse rese per ettaro, di uve Lambrusco Marani, una varietà di Lambrusco tipica del territorio di Reggio Emilia, che l'azienda non vuole dimenticare. Se queste sono solo particolarità razionali che non assicurano qualità a priori, non ho alcuna remora nel confidarvi che, già a primo naso, quello sul mio volto, misto ad un sorrisetto di quelli che si fanno quando non ci si aspetta un'emozione positiva, era vero e proprio stupore. Stupore dovuto alla finezza nel calice ed al naso, all'eleganza della entrata in bocca ed all'equilibrio costante e mai in bilico fra frutto, lieviti e mineralità. Curioso di riassaggiarlo tra qualche anno, in quanto qualcosa mi dice che ci sono bei margini in termini di longevità!

-Nebbie d'autunno (Malvasia di Candia in purezza dolce e spumantizzata con metodo charmat): 4 gradi di morbido e godevole piacere. Una coccola per il naso ed una carezza al palato! Mai stucchevole e, con il giusto abbinamento, o meglio con il giusto interlocutore, impossibile pensare che ne resti anche solo una goccia, a fine chiacchierata. Meglio di molti moscati e decisamente da sconsigliare a chi ha poca forza di volontà, in quanto provoca davvero dipendenza!

-Concerto (Lambrusco salamino 100%. Metodo charmat): anche in questo caso rese bassissime, per il Lambrusco di riferimento dell'azienda, capace di grandi exploit in Italia e nel mondo e di farsi condottiero di quella che venne chiamata “The Lambrusco Renaissance” e che a me piace vedere come la nascita del Lambrusco 2.0, in cui 2.0 sta per presa di coscienza volta ad una profonda ricerca di qualità e ad un'evoluzione che prende una strada completamente differente da quella intrapresa dai fautori della disfatta del Lambrusco 1.0. Tornando al Vino, nel calice ho trovato Il mix armonico di frutto e fiore, in un passo a due romantico ed a tratti sensuale nel quale freschezza e morbidezza non si pestano mai i piedi. Avvolgente e coinvolgente ed elegante come una di quelle ballate rock nelle quali la melodia orecchiabile accompagna un testo di grande trasporto e profondità.
alla Cantina

Ci sarebbe anche la chicca delle chicche, che sono certo avrò modo di assaggiare in futuro e si tratta del Gran Concerto, solo 3000 bottiglie di un metodo classico ottenuto dalle stesse uve del Concerto, con rifermentazione in bottiglia per 30 mesi a contatto con i lieviti.

E fu così che il Lambrusco mi convinse definitivamente e se tanto mi da tanto, questo è solo l'inizio! Il mio viaggio alla scoperta di questo Vino dalla storia così affascinante e dall'animo così anticonformista, non può che proseguire nei prossimi articoli.

F.S.R.
#WineIsSharing

venerdì 15 gennaio 2016

Wine reviews, Wine ratings, recensioni del Vino - pro e contro tra Italia e Usa

Gli americani le chiamano Wine Reviews o Wine ratings quando si tratta di punteggi di degustazione, ma in Italia le chiamiamo semplicemente recensioni del Vino.
Scrivo questo articolo, proprio dopo essermi confrontato con dei colleghi stranieri riguardo le differenze fra l'approccio italiano al mondo del Vino e delle recensioni e quello, ad esempio, degli americani.
Scrivere di Vino per passione, come lo faccio io, può essere molto semplice, ma a volte ci si trova di fronte a delle scelte etiche e tecniche da dover prendere e la cosa si fa più difficile, in quanto il Vino in Italia è a tutti gli effetti un fattore culturale radicato, fortemente, nella storia e nella tradizione.


Negli stati uniti ed in un certo in tutti i paesi dove la produzione di Vino è arrivata solo negli ultimi decenni, senza parlare del Regno Unito nel quale solo grazie al global warming si sta "tornando" a produrre Vino con mire qualitative interessanti, scrivere di Vino è un atto molto meno legato a fattori come storia, tradizione e territorio e questo può rappresentare pro e contro nelle recensioni.

I pro sono senza dubbio i seguenti:
- Maggior internazionalità: si recensiscono molti più Vini di paesi come Francia ed Italia di quanti siano quelli americani;
- Meno condizionamenti: i fattori storico-culturali che portano italiani e francesi ad avere un approccio (più o meno giustamente) campanilistico ed a volte più rispettoso nei confronti del Vino da recensire, non incidono sulle wine reviews, se non volutamente (vedi comunicatori con legami particolari con i territori di provenienza del Vino recensito);
- Più attenzione ai prezzi: se per molti dei comunicatori/enogiornalisti/wine bloggers italiani il costo è  importante, ma (entro certi limiti) secondario e subordinato al valore gustativo e, per me, emozionale del Vino, per gli americani rappresenta, spessissimo, il fattore primario e moltissime classifiche e recensioni sono basate prettamente sull'aspetto economico.

I contro:

- Minor territorialità: la produzione vitivinicola degli USA è per circa il 90% focalizzata nello stato della California, con altre zone vocate di eccellenza come l'Oregon per il Pinot Nero, ma senza la varietà di aree che può vantare l'Italia in primis, ma che possono contare senza dubbio anche Francia e Spagna. Questo porta ad una generalizzazione maggior e ad avere come prevalente termini di paragone Vino proveniente da una sola area, con caratteristiche diverse, ma a loro modo molto simili. Il wine blogger americano è costretto a viaggiare o ad assaggiare Vini provenienti dalla Francia e dall'Italia per poter conoscere una quantità di varietali e di condizioni pedoclimatiche atte a poter avere un concreto (e non solo didattico) metro valutativo nei confronti del Vino di tutto il mondo. Questa non è una critica, anzi... confermo (ed invidio molti di loro), che la maggior parte dei Wine Bloggers americani viaggia costantemente e le mete di riferimento sono proprio Italia, Francia e Spagna (oltre a Sud America ed Australia);

- Background storico-culturale prettamente didattico: come già detto, se in Italia e Francia il Vino fa parte del quotidiano, delle dinamiche familiari ed ancor prima della storia e della cultura del paese stesso, negli States il Vino è argomento di studio e prodotto di consumo, quindi qualcosa di più legato al fattore prettamente gustativo ed economico-commerciale, che storico-culturale. Molti Wine Bloggers e critici americani e stranieri, però, sono in grado di approfondire tramite studio e viaggi anche gli aspetti storico-culturali, fermo restando che sarà sempre una ricerca basata su esperienze cercate e volute, senza la fortuna che possiamo vantare noi che con il Vino abbiamo a che fare in forme e modi differenti, praticamente ogni giorno della nostra vita, scorgendo una vigna dal finestrino, uscendo a cena con degli amici, sentendo parlare un anziano che produceva "il Vino del contadino" per uso e consumo familiare. Una ricchezza che dovremmo ricordare più spesso e coltivare al meglio.

- Distanze: in Italia, probabilmente, esistono pochissimi punti dai quali non si possa raggiungere un vigneto o ancor meglio una cantina in meno di un'ora, mentre negli USA esistono interi stati in cui è pressoché impossibile trovare una vigna, nonostante abbiano provato nel '600 ad impiantare coltivazioni vitivinicole in molti stati. Questo comporta un distacco fisico e successivamente psico-emotivo, dal mondo del Vino, che a mio parere sposta di più l'ago della bilancia verso valutazioni più razionali e pragmatiche, da quelle più legate a fattori umani (storia, cultura ed emozionalità).

Extra: giudicate voi se si tratti di un pro o un contro, ma è certo che in america si può scherzare, giocare, ironizzare e prendere in maniera meno austera il mondo del Vino. La cosa può risultare negativa e spiacevole quando si leggono articoli su come aprire il Vino con tutto tranne che con un cavatappi o quando si trovano in commercio vini in lattina piuttosto che kit per fare vino in casa. E' pur vero, però, che si può parlare più apertamente ed in maniera costruttiva di tematiche come i tappi alternativi o la sostenibilità nel Vino.

Come sempre, però, la verità sta nel mezzo e lungi da me criticare l'operato di chi, grazie alla lingua ed alle competenze nel blogging e nelle dinamiche della comunicazione online ed editoriali in genere, ha saputo far arrivare il Vino di tutto il mondo (compreso il nostro) nelle case di winelovers di qualsiasi paese. Se un uomo da solo, fino a poco tempo fa, poteva considerarsi Deus Ex Machina del Vino globale, in termini valutativi e nell'ascendente sui mercati, un motivo c'è, anche se mi spaventa e mi sconforta, a volte, pensare che l'opinione di una sola persona possa incidere così tanto sul gusto delle persone, ancor prima che sull'economia di aziende, famiglie e persone. E' pur vero che, quando si diventa così importanti ed influenti, il rischio che entrino in gioco dinamiche diverse, da quelle di cui un piccolo Wine Blogger potrebbe tener conto, c'è. Diciamo che a quel livello si tratta di un lavoro a tutti gli effetti e, per il mio modo di vedere, la "critica" non può mai essere subordinata ad un compenso economico, in quando ne va dell'onestà intellettuale nei confronti di chi legge e di chi spenderà i propri soldi per acquistare un Vino o per non acquistare quello stesso Vino in base alle parole di chi ha scritto una recensione.
Comunque è bene non demonizzare alcuna forma comunicativa, ma scindere bene il mero marketing (che ci sta tutto e va bene nel Vino come in qualsiasi altro settore!) e la recensione  individuale, anche se, purtroppo, anch'essa potrebbe essere condizionata da fattori prettamente economico-materiali, ancor prima che da fattori culturali-emozionali, capirlo non è semplice e forse non occorre, ma a voi la scelta. Vedere decine di classifiche, che gira gira, riportano sempre gli stessi Vini elencati tra i "Migliori Vini del mondo", mi sembra tanto assurdo, quanto palesemente riconducibile ad un discorso di semplice do ut des, che fa parte di alcuni settori ed a quanto pare anche di quello del Vino, ma almeno mi sembra ci sia, quasi, sempre l'accortezza di citare Vini qualitativamente importanti. Sarebbe bello rischiare un po' di più dando visibilità anche a chi non può o non accetta di sottostare a certe dinamiche, unitamente ai "soliti noti", ma io sono il solito sognatore, lo sapete, no!? 
Tornando al "wine marketing", a mio parere è da ipocriti subire pubblicità di qualsiasi settore, compreso quello alimentare e della ristorazione (vedi la sempre crescente presenza degli Chef in TV), ma non tollerare quello enoico. Io non recensisco cantine o vini a pagamento, ma non biasimo la cantina che investe in visibilità e cerca di farsi conoscere in Italia ed all'estero per le proprie peculiarità, tanto poi è il Vino a parlare e se c'è bisogno di arrivare nei calici delle persone per potersi far conoscere è comprensibile che si faccia il possibile per la promozione. L'importante è che non sia ingannevole e che si sia in grado di scindere la recensione di un Wine Blogger o quella fatta da un winelover su Vivino (ad esempio), da quelli che in gergo vengono chiamati pubbliredazionali (articoli a pagamento) o dalle campagne pubblicitarie in genere.
Se nel pubbliredazionale non è coinvolto l'aspetto emozionale, ma si tracciano le peculiarità dell'azienda e si evidenziano in modo razionale le caratteristiche ed i descrittori organolettici di un Vino, questo è più che accettabile, in quanto non è volto a condizionare la sfera emotiva di chi legge, ma solo ad informarlo di ciò che potrebbe andare a bere. Mentre il bello del blog, ma anche l'aspetto più delicato e difficile da gestire, è proprio la libertà emotiva ed il coinvolgimento che si ha e che si cerca con il Vino e con i propri lettori, con una pioggia di condizionamenti personali ed indotti, ma non economici. E' fondamentale, però, per chi legge dare per assunto che ciò che dico io o che possa dire qualsiasi altro wine blogger sia frutto della propria capacità di interpretare e di sentire un Vino, ma anche del proprio background personale e della propria storia, nonché dello stato emotivo relativo al momento della stesura di un articolo, quindi l'unica cosa che conta è e sarà sempre la vostra opinione! Assaggiate, lasciatevi incuriosire da classifiche, punteggi e recensioni, ma non lasciatevi mai condizionare in alcun modo da esse. Io sono felice di poter condividere in modo libero le mie impressioni, ma ancor più di avere la possibilità di assaggiare un Vino, rendermi conto che non sia nelle mie corde e, semplicemente, non sentire il bisogno di parlarne, piuttosto che parlarne negativamente.


F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 13 gennaio 2016

Gli eventi enoici da non perdere nei primi mesi del 2016

Calendario eventi Vino del 2016 (gennaio - maggio)

(si prevedono aggiornamenti nelle prossime settimane)

calendario eventi enoici
  • 16 - 17 gennaio: Sangiovese Purosangue (Radisson Blu Hotel – Roma)
  • 30 - 31 gennaio: Anteprima Amarone 2012 (Verona)
  • 30 - 31 gennaio: Wine & Siena (Siena)
  • 6 - 7 febbraio: Vignaioli Naturali (Roma)
  • 7 - 8 febbraio: Vinnatur (Genova)
  • 14 febbraio: Anteprima Chianti (Firenze)
  • 19 - 22 febbraio: Benvenuto Brunello (Montalcino)
  • 21 febbraio: Gradito Abito Rosso (Venezia)
  • 20 – 22 febbraio: Sorgente del Vino (Piacenza expo)
  • 5 - 7 marzo: Live Wine "Salone internazionale del vino artigianale" (Milano)
  • 13 - 15 marzo: Prowein (Düsseldorf)
  • 9 - 11 aprile: Vinnatur Villa Favorita (Monticello di Fara – Sarego -Vicenza)
  • 10 - 13 aprile: Vinitaly (Verona)
  • 23 – 25 aprile: Only Wine Festival (Città di Castello)
  • 24 - 26 aprile: Orcia Wine Festival (San Quirico d'Orcia)
  • 9 - 10 maggio: Grandi Cru della costa toscana (Lucca Real Collegio)
  • 21 - 23 maggio: Vin – Wine in Venice (Venezia)
Segnalo, inoltre, questo sito per essere aggiornati riguardo il foltissimo calendario di eventi enoici in Toscana: www.toscanago.com.

Questi sono solo alcuni degli eventi enoici, delle anteprime e delle degustazioni in programma per questo 2016 e di certo gli assaggi non mancheranno, speriamo anche le emozioni! Io confido di partecipare almeno alla metà di questi e di incontrare i vostri calici per condividere sensazioni ed impressioni senza uno schermo a separarci, perché Wine is sharing! 

F.S.R.
#WineIsSharing


N.B.: Come sempre potete segnalare ulteriori eventi enoici, anche locali, commentando l'articolo qui sotto o sui social network.

martedì 12 gennaio 2016

L'Apice Syrah di Stefano Amerighi tra corteggiamento, "liti" ed emozioni

Sembra che il Natale per me non sia ancora finito, tanto da aver ancora qualcosa da scartare, nel vero senso della parola!
Si tratta di un Vino condiviso con me, nell'ottica del wine sharing più sincero, dal Sor Fausto Gregori che volente o nolente ci mette sempre lo zampino!
Scherzi a parte, avevo avuto già un primo, un secondo ed anche un terzo approccio con le Syrah di Stefano Amerighi da Cortona, ma se c'è una cosa che ho imparato dopo tante annate è che non si finisce mai di conoscere un Vino e che non c'è alcuno schema meramente razionale che possa portare ad asserzioni del tipo "mi piacciono i Vini di quel produttore". Ogni Vino e, mai, come in questo caso, ogni singola bottiglia, fa storia a sè, in base allo stato di evoluzione della stessa ed al proprio stato d'animo.

Dico questo, perché, ieri è accaduta una cosa nuova per me e già questo mi rende felice, in quanto la mia curiosità ha un insaziabile fame di stupore e novità: ho litigato con un Vino!
Sì, c'ho proprio litigato! L'ho stappata, l'ho trattata con la dolcezza e la premura con cui tratto ogni Vino che assaggio, ma Lei sembrava non volersi concedere a me, tanto da farmi credere volesse tirarsela, sono sincero! L'ho corteggiato, alla vecchia maniera, ma era ancora così timida e restia al concedermi quanto meno la possibilità di conoscerla meglio. Stavo quasi per desistere, non lo nego, ma poi qualcosa è cambiato e nel momento in cui io ho preso coscienza di aver peccato della più antienoica fretta e dell'ancor più negativa pregiudizievole aspettativa, lei ha finalmente aperto le braccia in un caldo ed avvolgente abbraccio, schiudendo le labbra non per baciarmi, bensì per sussurrarmi all'orecchio "cosa credevi che mi concedessi al primo che incontro, così facilmente? Sono o non sono l'Apice di Stefano Amerighi?!?". Per fortuna donne e vini facili, mai piaciuti!

Beh, che dire, un assaggio che mi ha piacevolmente colpito ed affondato, nella sua dinamica così al pari di quelle umane, con fasi che avevo già vissuto, ma mai così nette, quasi al punto di voler rinunciare.
Eppure dovevo capirlo sin dal momento in cui portai il tappo al naso che il bisogno di questo Vino affinato in bottiglia così a lungo era solo e soltanto un respiro profondo, che permettesse alla sua armonia interiore di palesarsi a tal punto dal tramutare un iniziale conflitto in un'idilliaca emozione.
Potrei definirlo "odi et amo", perché per un attimo ho quasi "odiato" la sua chiusura e perché poi ho quasi "odiato" me per non aver avuto la mia consueta calma nell'approccio, ma non potrei mai usare un verbo come "odiare" in ambito enoico, in quanto l'odio non fa parte di questo contesto!
Non so se ridure l'Apice 2011 ad una mera descrizione organolettica possa funzionare, ma ci tengo a dirvi che una volta aperto le sue braccia e con essere il suo spettro olfattivo e retrolfattivo il varietale si è espresso nella sua forma più elegante, con un certo accento francese ed un alone di fumo di sigaro toscano, un alone di mistero quasi a volerne celare ancora alcune delle peculiarità, che credo ci vorranno anni e cadenzati assaggi per comprendere tutte, se mai si potrà.


Illuminante come lo stupore e persistente, quasi insistente, come il pensiero di chi si Ama senza freni ed inibizioni, di chi ci mancherà persino mentre l'avremo fra le mani, di chi... di Lei: Emozione.

Concludo dicendo che... l'era proprio bono! Scusate, ma stavo avendo una crisi esistenziale, non avendo fatto neanche una digressione nella dimensione della leggerezza! Va beh... ci siamo capiti, accattatevilo e sperate che la bottiglia sia timida come la mia, il corteggiamento è o non è la fase più bella di una potenziale storia d'amore?

F.S.R.
#WineIsSharing

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