giovedì 31 marzo 2016

Tappo a vite per tutta la vita?!? Tutti i tappi del Vino

Oggi torno a scrivere di una delle diatribe che attanaglia di più il mondo del Vino, sia nello schieramento dei produttori che in quello dei degustatori, oltre, ovviamente, a ristoratori e commercianti: I TAPPI ALTERNATIVI. Lo faccio perché mi sono reso conto di non aver mai pubblicato qualcosa a riguardo, se non in funzione di alcune scelte dei relativi produttori, contestualizzando l'argomento in un paio di mie recensioni, quindi... come si suol dire... era ora di buttar giù due righe a riguardo!
Non tutti sanno che il decreto legge del settembre 2013 abbia sdoganato l’utilizzo del tappo a vite e dei tappi "alternativi" anche per i vini DOCG, pur restando nella facoltà dei singoli consorzi di inserire vincoli più restrittivi all’interno dei disciplinari di produzione.
Come molti Wine Lovers italiani, la stra-grande maggioranza delle bottiglie che ho avuto modo di stappare disponevano della chiusura più tradizionale, ovvero il tappo in sughero, ma per quanto io ami stappare il vino alla "vecchia maniera" c'è una sensazione alla quale rinuncerei volentieri... l'ansia che precede la valutazione del tappo, nonché del Vino, almeno in parte. Quante volte abbiamo dovuto cedere di fronte alla crudele realtà e quante bottiglie, anche importanti, abbiamo dovuto lavandinare, per via del sentore di "tappo"?!? C'è chi sostiene che la qualità del sughero faccia la differenza e che più sono attenti e selezionati i produttori, più il tappo sarà qualitativamente ottimale e probabilmente questo è vero, eppure io stesso ho avuto modo di trovare problemi di TCA in bottiglie di valore con tappi tra i migliori sul mercato. La cosa che mi fa pensare che al giorno d'oggi i tappi in sughero siano una scelta da valutare al meglio (ovviamente è giusto che restino la prima scelta per quei produttori che vogliono restare fedeli ad un impatto più tradizionale ed al fascino inopinabile del sughero) sono i dati riguardo la produzione della materia prima, che sta diventando difficile da sostenere, in relazione alla crescente domanda (il sughero viene utilizzato anche per la bioedilizia e per il settore delle calzature) che sta portando, a detta di molti, all'immissione sul mercato di sughero raccolto prematuramente e quindi meno adatto alla produzione di tappi di qualità.
In paesi come l'Italia e la Francia il tappo di sughero è tradizionalmente associato al vino di qualità, mentre altre tipologie di tappo tendono a diminuire le aspettative del consumatore, ma in paesi come USA, Canada, Australia ed anche Russia, China e Giappone, vari studi di mercato hanno portato alla luce che la priorità per il consumatore medio-alto è quella di avere un Vino che non sappia di "tappo" e che quindi, eliminando i preconcetti legati alla qualità del contenuto, la sicurezza di avere un prodotto integro vince su qualsiasi altra valutazione primaria e preventiva. Lo stesso vale per ristoratori e commercianti, che vedono ridursi notevolmente le possibilità di doversi adoperare alla sostituzione della bottiglia difettata con tutto l'iter che ne segue, spesso reso più tedioso dal rapporto interpersonale con il produttore.
. Il modo per evitare questo rischio c'è e parliamo dei tappi alternativi:
  • Tappi sintetici
  • Tappi in vetro
  • Tappi a vite
  • Tappi a corona
  • Tappi in biopolimero da canna da zucchero
Se è vero che alcuni tappi non prevedono traspirazione e quindi si reputino (forse erroneamente) più adatti a vini giovani e non destinati a lunghe permanenze in cantine, come quelli a vite ed a corona, i tappi sintetici (in polimeri termoplastici) e, soprattutto, quelli in vetro garantiscono, oltre all'assenza di contaminazione del vino da Armillaria Mellea, una buona traspirazione, lenta e costante, in quanto anche il vetro, essendo un materiale microporoso, vanta una sua microtraspirazione. Ok, il vetro ha un costo elevato e solo oggi sembra aver risolto i problemini iniziali della guarnizione plastica, ma a me non dispiace affatto, forse anche per l'impatto visivo meno rude e più elegante, tanto da trovarlo perfetto per alcuni, anche importanti, vini bianchi. E' comunque fondamentale sapere che per il tappo a vetro e lo screwcap la scelta incide anche su tipologia di bottiglia e macchinari per l'imbottigliamento.
Tornando alla traspirazione... è davvero così importante?!?
Alcuni test hanno addirittura dimostrato che l'ossigeno contenuto tra il tappo e la superficie del Vino in bottiglia basti per la sua evoluzione ottimale. Non ci credete? Ecco qui di seguito il risultato di quello che sembra essere stato il più importante dei test effettuati e quello con l'esito più palese e concreto.
L'immagine sopra mostra lo stato di 14 bottiglie di vino bianco sigillato con vari tipi di tappo e lasciato invecchiare per circa 125 mesi (poco più di 10 anni) dopo l'imbottigliamento. Il processo di chiusura è stato condotto dal Wine Research Institute australiano per valutare gli effetti che il tappo in sughero, quello in plastica e quello a a vite hanno sulla bottiglia di vino, dimostrando inequivocabilmente la superiorità dei tappi a vite.
Oltre all'ovvio venir meno del “sapore di tappo” e del premox (ossidazione prematura), questo studio rivela le notevoli differenze di maturazione tra le varie bottiglie con le differenti chiusure. Gli australiani hanno condotto studi con tappo a vite su vino rosso e bianco per 20-30 anni, quindi sono i più autorevoli ricercatori in questo campo, ma questa è la prima prova fatta su grande scala e, forse, la prima reale testimonianza di una reale evoluzione lenta, ma costante e positiva del Vino con screwcap.
Il vino in questione era una Clare Valley Semillon 1999 realizzato da Kerri Thompson di Leasingham Estate. Migliaia di bottiglie sono state tappate con 14 diverse chiusure, tra cui molteplici tappi naturali e sintetici, nonché un solo campione con tappo a vite.
I vini in bottiglia sono stati sistematicamente analizzati nel corso di un periodo di 10 anni con metodi sensoriali e di analisi, oltre che fotografati. La bottiglia sigillata con tappo a vite è posizionata all'estrema sinistra. Se la foto in questione è a dir poco esaustiva riguardo quale sia il metodo di conservazione ottimale, sono i risultati della valutazione sensoriale/organolettica che stupiscono e non poco, me compreso! Sembra, infatti, che i vini sigillati con il tappo a vite fossero ancora più che bevibili, mentre molti di quelli tappati a sughero no, ma che soprattutto i primi vantassero peculiarità accattivanti tipiche dell'invecchiamento in bottiglia, come aromi secondari e terziari, pur mantenendo una notevole freschezza, propedeutica ad un ulteriore margine di longevità.

Ora, ognuno di noi è libero di credere a ciò che vuole e giusto ieri parlavo di quanto molti test e molte ricerche lascino il tempo che trovino (chi ci dice che questa non sia solo una trovata promozionale di qualche aziende produttrice di tappi a vite?!?), soprattutto in quanto vengono tutte finanziate da attività coinvolte direttamente nei termini della ricerca stessa, ma è sempre più chiaro quanto l'alternativa al sughero non sia una questione di preferenza, ma si scelta obbligata e di rispetto almeno per quanto concerne Vini con una longevità medio-bassa.
Dico questo, perché è impensabile che in paesi come l'Italia e la Francia si arrivi di punto in bianco ad un passaggio di massa ai tappi alternativi, ma di certo un primo step, partendo proprio dai Vini di qualità, anche di piccole realtà (non necessariamente da GDO), con un tenore di invecchiamento non altissimo, si potrebbe fare, no?!? Se poi il test di cui sopra si dimostrasse più che veritiero, dati alla mano, sarà più facile arrivare ad un approccio sempre meno pregiudizievole nei confronti dei tappi alternativi.
Io da par mio, sono convinto che in medio stat virtus e che semplicemente si possa trovare un equilibrio, aumentando sensibilmente l'utilizzo di tappi alternativi ed in particolare lo screw cap, andando così a rendere più agevole una produzione di qualità dei tappi in sughero (per i quali attualmente si stanno facendo passi avanti notevoli nella possibilità di eliminare TCA e TBA) che potranno continuare ad essere utilizzati da chi ne fa motivo di fascino e tradizione e non vi nego che non ci trovi nulla da obiettare nei confronti di chi voglia continuare a stappare le proprie bottiglie con un cavatappi a leva e voglia sentire il tappo prima di versarsi un calice di Vino.
Da sottolineare, inoltre, che il problema di sughero e derivati non è rappresentato solo dal “sentore di tappo”, che ha un'incidenza poco rilevante, bensì dalla variabilità e la poca affidabilità che per alcuni produttori e per alcuni mercati non sono tollerabili. Devo essere onesto, stappare due bottiglie integre dello stesso Vino e trovare leggere differenze in termini evolutivi, a me ha sempre affascinato ed è anche motivo di quelle piccole soddisfazioni personali che chi degusta centinaia o migliaia di Vino l'anno vuole continuare a godersi, ma comprendo che in termini razionali pensare che con il sughero semplicemente non potremmo mai dire che stiamo assaggiando lo stesso identico Vino da due bottiglie differenti, è qualcosa che fa riflettere.
La mia posizione resta ancora pro tappo a vite per quasi tutti i bianchi italiani e per buona parte dei rossi di media longevità e d'annata (questo non significa essere contrari al tappo in sughero che resta il più utilizzato ed il più apprezzato dai consumatori con tutto ciò che ne consegue per commercianti e produttori che il vino devono venderlo), per poi pensare ad un passaggio ad alcuni Vini di maggior longevità quando avremo una reale e concreta dimostrazione del potenziale di questo sistema di chiusura nei lunghi e lunghissimi invecchiamenti, cosa che ad oggi non è ancora possibile, se non in piccoli numeri che non possono essere presi come riferimenti certi. Per ora quando stappo un Brunello o un Barolo... non posso essere ipocrita... sono felice di trovarci un buon tappo in sughero e se sa di tappo... dopo qualche imprecazione, mi dico semplicemente che faccia parte del "gioco"... un gioco meraviglioso che, come tutti i "giochi", ha una piccola componente di incertezza e di rischio. 

Comunque qualcuno ha già cominciato per noi all'estero tempo addietro quindi, non dovremo attendere ancora per molto e sono sicuro che i pregiudizi verranno meno e saremo tutti ben lieti di bere Vini integri tappati semplicemente con quella che sarà la miglior soluzione per tutti: produttori, commercianti e consumatore finale.
Se poi volete una chicca che in realtà esiste da diversi anni, ma che io ho incontrato solo un paio di volte in una bottiglia da me stappata andatevi a cercare su google l'ardeaseal, un brevetto tutto italiano che sembra essere il tappo più tecnico in assoluto, con addirittura la possibilità di dosare il passaggio dell'ossigeno in base alle esigenze del singolo Vino. 


Aggiungo, in fine, che il brevetto del tappo in biopolimero ricavato dalla canna da zucchero è di un'altra azienda Nomacorc.

Ora sta ai produttori scegliere il tappo ideale per il proprio Vino, al comunicatore sensibilizzare il grande pubblico alla "wine closure revolution" in atto ed al consumatore liberarsi da stereotipi e preconcetti riguardanti i tappi alternativi... ci vorranno anni o secoli?!? Chissà...

F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 30 marzo 2016

Stati Uniti, Matt Bellassai, Millennials, Made in Italy, Prosecco -> VINO

Forse il titolo più assurdo che abbia mai scritto, ma aspettate di leggere l'articolo e magari sarà coerente con esso! :-p
Oggi butto giù un pensiero che, come spesso accade, parte da lontano e può sembrare, ai più, abbastanza confuso, ma proverò a dipanarne la matassa quanto più possibile.
Gli States sono da sempre un grande mercato per il Vino italiano, ma, un po' come nello sport (in NBA fanno statistiche anche sul numero di volte in cui un giocatore ha perso la scarpa in partita e non scherzo!), i loro dati e le loro valutazioni sono dettate da uno stile di vita completamente diverso dal nostro e, nel nostro caso, da un approccio al Vino ed al Cibo che noi per cultura, rispetto e necessità di tutelare le nostre eccellenze non potremmo mai avere. Attenzione quindi a prendere pseudo studi universitari, fantomatiche ricerche di mercato e notizione d'effetto che in molti casi sono solo frutto di opinabili indagini su ancor più opinabili campioni.

Io credo di essere un portatore sano di ironia ed è una componente fondamentale di ogni aspetto della mia vita sia nella "critica" che, ancor più, nell'autocritica, ma cerco, per quanto in mio potere, di abbinare ad essa dei contenuti che vadano oltre il mero scherno o la battuta simpatica fine a se stessa. Negli USA, invece, l'eccesso, anche nell'ironia, produce successo. A testimoniarlo è la più grande social star del Vino americana (e numeri alla mano... del mondo!).
Non mi esprimo mai con giudizi critici ed ancor meno nei confronti di chi ha creato qualcosa di indubbio successo e sono ed ammetto di aver riso di gusto guardando alcuni suoi video su youtube, ma mi permetto di citare questo caso solo ed esclusivamente per mostrarvi e dimostrarvi che il nostro rapporto con i media, con i social, ma ancor più col Vino e la sua cultura e successivamente con i mercati, non potrà mai essere subordinato ai condizionamenti di chi non ha il nostro approccio e non ha la nostra capacità di abbinare ironia a cultura e sapere.
L'eccellenza italiana da sola non andrà da nessuna parte, il made in Italy è morto e defunto là dove non si è capaci di dare una svolta comunicativa ad esso, ma non è il Vino che deve cambiare in funzione del mercato, è il modo di comunicarlo e la nostra capacità di far comprendere al mondo dove siamo, chi siamo e quanto possiamo dare.
Il caso di Matt Bellassai (whineaboutit.tumblr.com), che poi, col Vino in realtà c'entra solo relativamente in quanto per lui è solo uno strumento e non l'argomento delle sue "performance" video ed editoriali, è l'estremo, ma serve, a mio parere, a comprendere cosa non fare, o meglio, cosa non possiamo permetterci di fare in Italia, eppure può scardinare un paio di false certezze:
1) la prima è quella che il Vino, in Italia, vada per forza trattato in maniera iper tecnica e professionale, quando tutti, ormai, ci stiamo rendendo conto di quanto questo elitarismo e questo esclusivismo portino solo ad allontanare potenziali winelovers da questo meraviglioso mondo;
2) la seconda è quella che si debba per forza di cose essere critici e distruttivi per acquisire autorità, rilevanza e notorietà nel mondo del Vino, ma... anche no! La critica, purché costruttiva, è fondamentale, ma non di certo se usata per meri scopi promozionali o autoreferenziali! Ve la faccio breve... assaggio un Vino? Non mi piace! Prendo il telefono e chiamo il produttore se è un amico, imbastendo una chiacchierata riguardo quello che può essere un mio parere personale o un difetto oggettivo del Vino, oppure scrivo una mail con le mie personali impressioni al fine di dare un feedback fondamentale per la crescita di chi fa Vino, come di chi fa qualsiasi altro mestiere.
Leggerezza! Questa è la parola d'ordine, ma non quella che ci vogliono imporre gli americani con Vini in lattina, gadgets assurdi o il loro modo irriverente di trattare qualcosa che per noi ha un valore troppo importante e radicato dal poter arrivare a tanto. Freschezza nel proporsi al mondo, ma ancor prima agli italiani stessi, che non hanno bisogno di leggere abbinamenti ideali in etichetta o di sommelier che decidano per loro cosa debbano sentire in un Vino, ma vogliono sorrisi e, magari, quel pizzico di poesia tutta nostrana che rievochi attimi di vita vissuta o territori.
Leggerezza che mette tutti d'accordo tanto che l'unica ricerca che riesca a tollerare tra quelle che ho letto negli ultimi giorni, tra "Vino che fa bene al sesso" e "Vini che fanno dimagrire", è quella relativa ai Millennials, ovvero la mia generazione, che è semplicemente quella che rappresenta attualmente quasi 1/4 della popolazione statunitense e una 1/6 di quella italiana. Sapete cosa unisca i Millennials americani ed italiani nella loro ricerca della "felicità"? La leggerezza! In ogni scelta, in ogni preferenza la leggerezza! Una leggerezza intesa come la facilità di fruizione, la rapidità di comprensione, l'assenza di sovrastrutture eccessive tali da indurre una sorta di disagio e di inferiorità. 
millennials vino
Noi, a differenza dei francesi, vantiamo la leadership mondiale in questo segmento nella moda, nel cibo e nel Vino. Il fenomeno Prosecco lo testimonia e che ci piaccia o no dovrebbe farci riflettere.
Non abbiamo battuto lo champagne in qualità, ma l'abbiamo fatto spostandoci su una strada parallela, nella quale potevamo comunicare al target di riferimento un concetto di life style tutto italiano, improntato sulla leggerezza e la gioia di vivere. Una gioia che vuoi per la crisi, vuoi per la nostra capacità unica di darci la zappa sui piedi, stiamo perdendo, ma che basterebbe davvero poco per ritrovare, almeno in ambito Vino. Non emulando il Prosecco, ma comprendendo quello che è attualmente il più grande fenomeno globale di vendita, comunicazione e numeri in generale in ambito enoico, per poter vendere, comunicare ed aumentare la qualità, l'eccellenza e la territorialità in maniera meno snob e più ITALIANA.
Continuiamo a dire che abbiamo la materia prima migliore, il clima migliore, i terreni migliori, ma poi ci lamentiamo costantemente di non riuscire a confrontarci coi mercati internazionali con gran parte dei nostri Vini, fatta eccezione per quelli che non hanno qualità maggior, ma solo un brand più forte e strutturato nel tempo. A mio parere è ora di riequilibrare le cose, comunicando la qualità nel modo più fresco e giovane possibile così da poter fare ciò che potrà davvero dare una svolta al mercato del Vino italiano, ovvero permettere ai Millennials del nostro paese ed a quelli di tutto il mondo di assaggiare quanto più possibile di italiano e non solo quelle 4 o 5 denominazioni che rischiano solo di creare rappresentare l'Italia del Vino a compartimenti stagni e di limitarne la conoscenza interna ed esterna.
La mia ricetta per comunicare il Vino italiano in modo migliore? Qualità, territorio, poesia e... leggerezza!!!

F.S.R.
#WineIsSharing

martedì 29 marzo 2016

Un solo giorno al Vinitaly, cosa assaggiare? Ecco i miei 25 speed wine tasting!

E' vero, solitamente parlo di realtà poco conosciute e molte di essere sono così "piccole" da non reputare opportuno o, semplicemente, non poter partecipare a fiere come il Vinitaly, ma il mio percorso enoico-emozionale è sempre stato privo di preconcetti e votato alla qualità ed all'unicità, che per me sono valori trasversali, possibili da perseguire sia dalla piccola Cantina che da quella più strutturata ed è per questo che mai e poi mai snobberei un'evento come questo... e poi, fidatevi, ci sono più realtà poco conosciute di quanto pensiate!
Fatta questa premessa, dato che alcuni amici winelovers ed operatori del settore in genere, mi hanno contattato chiedendomi di restringere un po' il campo e visto che, in molti, saranno presenti al Vinitaly un solo giorno, estrapolerò dalla cartina che ho avuto modo di condividere con voi giorni fa qualche assaggio dall'alto potenziale emozionale, con tanto di localizzazione dello stand.
Come sempre sono consigli estemporanei e per come la vedo io, già i 90 nomi e poco più segnalati in cartina rappresentano solo una piccolissima selezione di ciò che di straordinario potrete trovare in fiera. Per quanto criticata, a volte comprensibilmente altre meno, il Vinitaly raccoglie ed accoglie grandi eccellenze e ciò che io mi diletto a fare è solo condividere con voi la mia esperienza diretta, con l'auspicio di potervi suggerire sempre nuove realtà e nuovi assaggi, ma intanto beccatevi questi: 


- Gavi Metodo Classico Millesimato - Il Poggio di Gavi - Pad 10 Q3;
- Salisa - Villa Corniole - Pad 3 stand E2;
- Tovè - Marco Cecchini - Pad 6 E8;
- La Selezione Gioacchino Garofoli Verdicchio - Casa Vinicola Garofoli - Pad 7 stand E7/E8;
- Donna Francesca - Giovanni Ederle - Pad 8 stand B9-E9;
- La Maliosa Bianco - Fattoria La Maliosa - Pad 8 stand F8/H10-63;
- Cerasa - Michele Calò & Figli - Pad 7 stand C4;
- Marinè - Cantine Fontezoppa - Pad 7 stand B8;
- Rosso di Montalcino - Le Potazzine - Pad 9 stand A7;
- Ovalis - Ronco Margherita - Pad 6 stand B9;
- Equinotium - Mattia Filippi - Area Fivi Pad 8 stand C8-C9/4;
- Trinità - Marchesi de' Cordano - Pad 12 stand C1-B1;
- Genesi - Cantine Sant'Agata - Pad 7 stand B9;
- Jo - Gianfranco Fino - Pad 11 stand G4/40;
- Tretarante - Milleuna - Pad 11 stand A5/52;
- Habemus - San Giovenale - Pad A stand 1;
- Titolo - Elena Fucci - Pad 12 stand A2;
- Sagrantino di Montefalco - Di Filippo - Pad 8 stand D3-E7/52;
- Calmarossa Etna - SantaMariaLaNave - Pad 2 stand 91F; 
- Burson Etichetta Nera - Tenuta Uccellina - Pad 1 stand C11-C9-D9;
- Rosson  - Terre di Pietra - Area Fivi Pad 8 stand C8-C9/4;
- Brigasco - Damoli - Pad 8 stand H2-H3;
- Collina d'oro Passito - Roccafiore - Pad 2 stand A9-F9;
- Cingulum Passito - Colognola - Pad 7 F7.

Come sempre le mie segnalazioni sono puramente soggettive e frutto di condizionamenti che vanno al di là delle mere dinamiche commerciali quali il ricordo di uno stupendo paesaggio osservato con il calice di quel determinato Vino in mano, il mio legame personale ad un territorio, le doti umane di un produttore, ovvero la sensibilità, l'umiltà ed il profondo rispetto per il proprio lavoro, la propria terra e per chi ha intorno o persino la capacità di quel Vino di commuovermi per le cause più disparate...
Questi e molti altri sani condizionamenti emotivi, emozionali... umani,  sono parte integrante del Vino e devono necessariamente essere contemplati nell'esperienza enoica di ognuno di noi, a prescindere da voti e premi, da numeri o prestigio, perché privare il Vino stesso di valori intrinseci che trascendono tecnica ed economia, assopirebbe ogni fuoco di passione, ogni fonte di curiosità, ogni stimolo a scoprire, assaggiare e vivere ancora ed ancora nuove realtà!
Tra questi Vino, inoltre, ce ne sono alcuni che hanno segnato in modo particolare gli ultimi mesi della mia vita, accompagnandomi in una nuova avventura della quale vi parlerò presto in maniera più approfondita!

Per tutte le altre segnalazioni potete scaricare la mia Cartina del Vinitaly ed utilizzare il catalogo online del Vinitaly per trovare i vari stands.

cantine vinitaly
Dimenticavo... alcune delle cantine segnalate mi hanno comunicato, dopo aver notato la segnalazione) che saranno liete di far assaggiare anche qualche "extra" davvero speciale ai miei lettori.


F.S.R.
#WineIsSharing

domenica 27 marzo 2016

Insegnare il Vino a scuola in Italia forse sarà possibile

Sapete quando pensate una cosa da anni, ma l'avete condivisa solo da pochi giorni con degli amici e quella stessa cosa poi si materializza in una qualsiasi forma, ma in maniera così evidente da farvi sentire come se un vostro desiderio fosse stato realizzato? Beh, a me è successo leggendo della proposta di legge fatta pochi giorni fa a Palazzo Madama dal Prof.
Attilio Scienza e dal noto enologo Riccardo Cotarella. Per quanto si tratti solo di una proposta di legge e per quanto possa aver ritenuto, spesso, opinabili le posizioni dei due indiscutibili esperti appena citati, non posso che essere lieto di condividere con voi un primo, piccolo, passo verso la possibilità che il Vino entri nelle scuole italiane.
storia del vino a scuola
La storia del vino, infatti, potrebbe essere presto una nuova materia scolastica.  Insieme a Scienza e Cotarella vi erano Paolo Castelletti, segretario generale Unione Italiana Vini e Isabella Marinucci, responsabile Area Vini di Federvini è il senatore pugliese Dario Stefàno (Sel),membro della commissione Agricoltura.

Il disegno di legge prevede che si studi la storia del vino, un’ora a settimana, nelle scuole primarie e secondarie. L’idea è quella di iniziare già dal prossimo anno scolastico con dei progetti pilota, ma al prescindere dalle specifiche tecniche della proposta, vorrei dire la mia riguardo questa opportunità che, se gestita bene, potrebbe produrre un approccio al Vino sicuramente differente dei giovani ed una maggior consapevolezza generale di quello che è un prodotto della Natura, ma anche della storia dell'uomo.
In primis l'idea che il Vino entri sin dai primi anni delle elementari, per assurdo mi trova d'accordo, in quanto potrebbe essere raccontato, spiegato, introdotto nelle menti fresche, spugnose e curiose dei bambini più piccoli come un fattore culturale, ma anche un trait d'union fra generazioni sin troppo limitate nel contatto con la Natura, dall'avvento della tecnologia ed i ritmi frenetici di gran parte dei genitori 2.0.
Immagino bimbi giocare con la storia del Vino, ma soprattutto escursioni in vigna ed in cantina, con un'interazione giocosa, ma corretta e propedeutica tra chi lavora nel mondo del Vino e gli alunni.
Fondamentale sarà insegnare l'importanza storica, sociale e culturale del Vino a partire dall'antichità, ma credo potrebbe essere ancor più interessante, soprattutto per i bambini più piccoli, partire dal lavoro, dal concetto che diventa pratica, per poi passare ad una maggior dose di teoria negli anni a venire. 
Il Vino è uno dei pochi soggetti, uno dei pochissimi argomenti che vantano un numero di gemme enorme, che in questo caso, per assurdo ne determinato la qualità, ovvero il legame con ogni ambito umanista, dalla già citata storia alla letteratura, passando per l'arte ed arrivando alla religione, ma anche con le materie scientifiche e tecniche come la biologia, la chimica, l'agronomia e soprattutto la geografia. 
Pensate a quanto le nuove generazioni appaiano, spesso, impreparate nella conoscenza stessa del proprio paese ed a quanto sarebbe interessante e stimolante utilizzare il Vino come veicolo aggiuntivo per una maggior consapevolezza geografica dell'Italia attraverso una possibilità che solo l'Italia ha, ovvero quella di collegare ad ogni singola regione i suoi varietali e la sua cultura del Vino.
Ciò che reputo ancor più importante, però, è l'opportunità che l'introduzione dell'insegnamento enoico nella scuole potrebbe dare agli insegnanti, opportunamente formati, di educare i ragazzi delle medie e delle superiori ad un approccio al Vino ed al bere più maturo, più consapevole e meno superficiale. Molti di voi penseranno questo sia utopistico, ma in realtà, posso dirvi con convinzione frutto di varie esperienze personali, che i giovanissimi ai quali parlo di Vino sono curiosissimi e sono sempre più sensibili ad un concetto di qualità che per ora è focalizzata per lo più sulla cucina e sul mangiare e quindi meno sul bere, che è visto come un elemento di sballo o di svago spicciolo, capace di diventare molto pericoloso sin da età davvero impensabili.
Far passare concetti semplici e non tediosi legati al piacere di bere bene e di saper bere e creare una maggior capacità di discernere tra il bene ed il male enoici, sarebbe davvero un passo avanti enorme per una società in cui i social stanno togliendo tempo a qualsiasi interesse e l'omologazione regna sovrana.
Di certo, tutto questo ha dei pro e dei contro, ma nel dubbio, pensare al Vino come argomento di studio nelle scuole italiane non può che renderci tutti felici e fiduciosi, invece che fatalisti o distruttivi. Produttori, vignaioli, comunicatori e tutti coloro che facciano parte di questo meraviglioso mondo dovrebbero (dovremmo), a mio parere, dedicare qualche attimo del proprio tempo a pensare a come sfruttare al meglio quest'occasione, qualora venisse approvato il disegno di legge, per creare un livello di consapevolezza generale anche solo di mezzo gradino più alto, perché step by step si potrebbe davvero arrivare ad un rispetto di un pezzo della nostra storia, della nostra cultura e del nostro vivere quotidiano che oggi non può essere preteso. Molti si crogiolano nell'assurdo piacere di essere “nicchia”, amano essere “i soli” a sapere, un'enoica oligarchia basata più sull'assenza di sapere generalizzata che sulla reale sapienza degli “oligarchi” stessi e le stesse grandi aziende potrebbero preoccuparsi nel percepire che l'alleata ignoranza possa venir meno e la mia speranza è che, proprio in questo senso, non ci siano “giochi sporchi” e che nessuno provi a sfruttare questa, che continuo a chiamare, possibilità per fini economici. Siamo in Italia, di sicuro ci sarà chi “ci mangerà” o meglio dire “berrà” e bla bla bla... molti penseranno qualcosa del genere e posso comprenderlo, ma se continuassimo a ragionare così ogni volta che si presenta l'occasione di cambiare qualcosa dovremmo davvero rassegnarci ad una vita piatta e priva di propositività. Io credo che il Vino nelle scuole potrebbe rappresentare una bellissima novità, un'opportunità ed un reale esperimento sociale, capace di creare interesse, consapevolezza e, perché no, un'apertura a possibilità lavorative/professionali che aumentino il bacino dal quale attingere, in Italia, alle future generazioni che opereranno in qualsiasi ambito del mondo del Vino, quindi incrociamo le dita!


F.S.R.
#WineIsSharing

martedì 22 marzo 2016

Colle Santa Mustiola - Vini fuori dal tempo nella terra degli etruschi

Ci sono aziende che non si possono non conoscere ed io ammetto sempre la mia ignoranza quando mi trovo di fronte a realtà che mi sono passate di fronte per anni, che ho conosciuto per vie traverse e delle quali ho già assaggiato i Vini, ma che poi quando mi ritrovo a leggerle in etichetta non mi sovvengono! Questi piccoli (e spero casuali!) vuoti di memoria, hanno un gran vantaggio, però! Il vantaggio è quello di poter assaggiare un Vino senza condizionamento alcuno, iniziando una conoscenza più profonda di quella realtà dallo step più importante, il Vino stesso.
Questo è ciò che mi è successo con l'azienda Colle Santa Mustiola, che molti di voi sapranno trovarsi a Chiusi, capitale dell’Etruria nel periodo Etrusco e città del Re Porsenna. 
santa mustiola vini
Una realtà attiva come azienda vitivinicola sin dai primi del 1900, quando il nonno dell'attuale proprietario Fabio Cenni produceva vino da commercializzare poi presso i propri magazzini a Milano. Fabio prende in mano le redini dell'azienda negli anni '80, iniziando un accurato lavoro sui sui cloni di Sangiovese già presenti in vigna e la ricerca di nuovi, finalizzati a dare vini con espressione di territorio e longevità, per arrivare al primo imbottigliamento di Poggio Ai Chiari nel 1992.
Attualmente i vigneti hanno da 15 ai 30 anni con un patrimonio genetico di 28 cloni
di Sangiovese, di cui 5 pre-filossera.
Nei 5ha di proprietà, ciò che mi ha colpito di più, non è stata tanto la densità di 10.000 ceppi per ettaro, bensì le rese che definire molto basse sarebbe un eufemismo, ovvero rese di 35/40ql x ettaro.
L'amore di Fabio per il Sangiovese si evince dalla grande selezione in vigna, nella quale ha letteralmente abolito i diserbanti ed ogni molecola che possa entrare nel circolo linfatico, mentre adotta concimazioni naturali e le fermentazioni, compresa quella malolattica, sono rigorosamente spontanee, senza inoculo di saccaromices, in fine macerazioni sulle bucce di 30/40 giorni.
Il territorio è imprescindibile, un grande vino nasce in vigna ed in particolare un grande Sangiovese ha bisogno di un terreno vocato, non essendo un vitigno ubiquitario, mi spiega Fabio, che ha trovato proprio nel territorio e nei terreni (pleocenici su fondali marini con depositi alluvionali), nell'altitudine di 300mslm e nel microclima che risente dell’influenza dei laghi di Chiusi e Trasimeno che regalano elevate escurzioni termiche notturne, il contesto ideale per il suo prezioso Sangiovese. Un Sangiovese capace di esprimersi, così, con rara eleganza e minerale sapidità e di non rinunciare al suo spettro aromatico, grazie alle importanti escursioni termiche notte-giorno.
Una mission, quella di Colle Santa Mustiola, che affonda le radici nella storia ed in particolare in quella etrusca, che Fabio Cenni vuole riallacciare in modo evidente e coerente alla qualità dei suoi Vini ed alla filosofia di lavoro adottata, pregna di rispetto e consapevolezza territoriale, storica e culturale. Una storia testimoniata dalla suggestiva cantina sotterranea, una tomba etrusca, che si dipana in grotte e gallerie perfette per accogliere ed elevare i Vini dell'azienda.
A Fabio poi, non potevo che chiedere un aneddoto legato alla sua vita di produttore e vignaiolo e mi hanno così colpito la semplicità ed al contempo la semplicità delle sue parole che vorrei riportarlo con le sue stesse parole:
"Ti voglio parlare del mio primo incontro con Giulio Gambelli alla fine degli anni 80, incontrato casualmente a casa di amici di Montalcino, senza sapere chi fossi e da dove venissi, versò il mio vino nel bicchiere lo osservò, lo portò al naso e senza nemmeno assaggiarlo mi disse: “Ma tu a Chiusi dove sei verso il lago o verso il monte Cetona?” Ed io:”Eh…verso il lago” , “Vai tranquillo su quei terreni farai sempre dei grandi vini” Chapeaux!"
Onore all'indimenticato Giulio Gambelli, un vero pezzo di storia enologica italiana, ma anche un leggendario degustatore e questo episodio lo testimonia.

Ora, però, tocca a me parlare e condividere con voi le mie impressioni, le mie sensazioni... le mie emozioni riguardo i Vini di Colle Santa Mustiola che ho avuto modo di assaggiare:
vino poggio ai chiari

Kernos 2014 - Toscana Rosato IGT: un rosato di quelli che già dal colore suggerisce la sua derivazione: un salasso con criomacerazione. Questo Kernos brilla di luce e per un amante dei rosati intensi come me è stato davvero un piacevole incontro. L'impatto è quello che dal naso ti fa correre alla bocca tanta è la voglia di prenderlo letteralmente a morsi! Il frutto è coerente con i suoi cromatismi, ma sono le note balsamiche ed il finale salino che lo rendono ancor più invitante.
Davvero un'interpretazione territoriale e piena di personalità.

Vignaflavia 2010 - Toscana Sangiovese IGT: non sono Gambelli e non potrò mai avere le sue doti e la sua conoscenza territoriale, in particolare di queste zone, ma è in questo Vino che sento esprimere al meglio il terroir, dal terreno, al microclima con le sue sferzanti escursioni termiche indotte dai laghi, ma soprattutto la personalità che credo di aver intuito di Fabio. Una personalità che non si impone sulla Natura, la ascolta, la segue fin dove può per poi interpretarla nella maniera più consona alla sua essenza. Il Sangiovese in tutte le sue vitali sfaccettature di fiore e frutto, che a quella del legno preferisce la sua speziatura naturale ed al quella del terreno aggiunge la sua mineralità intrinseca. Un Vino che la semplicità e la spontaneità nella più rara forma di eleganza.

Poggio ai Chiari 2007 - Toscana Sangiovese IGT: il top di gamma, il più conosciuto, ma anche quello dal quale ci si aspetta di più, fermo restando che io l'ho assaggiato alla cieca sia visiva che mnemonica! Anche in questo caso il legno è una culla che cinge e sorveglia, che accudisce e non scuote l'anima del Sangiovese di Fabio.
Il naso è una ballata rock, senza assoli disarmonici... una melodia di quelle romantiche ed eleganti, suonate da un abile chitarrista con gli stivali di pelle nuovi. Dolce il finale, ma non di quelli che straziano il cuore, bensì di quelli che regalano un sorriso incredulo per i razionali, ovvio per i sognatori. Lungo, lunghissimo in bocca ed ancor più dentro al petto. L'eleganza a volte imbriglia, costringe, affibbia canoni e condiziona calici, mentre in questo caso è l'immagine di un mosaico che si palesa solo quando ogni tessera sia giunta al suo posto e basterebbe toglierne una ed una soltanto per lederne l'equilibrio. Eppure, il Poggio ai Chiari le tessere le ha tutte ed il mosaico che vedo chiudendo gli occhi è di rara bellezza.

Un'azienda, quella di Colle Santa Mustiola che sta facendo parlare di sè da anni, pur non appartenendo, per scelta, a nessuna Docg. Forse Plinio il Vecchio non c'aveva visto così male quando scriveva della vitis vinifera Clusina in tempi assolutamente non sospetti.

F.S.R.
#WineIsSharing

domenica 20 marzo 2016

Monty Waldin interview about biodynamic wine - Original version

For my foreign readers, I would like to share the original version of the interview I had the pleasure to do with Monty Waldin, about his concept of wine, the bio certification and the biodynamic  wine in Italy. Enjoy! (click here for the Italian version)


What's wine for you?
Wine for me is food. It has always been food. When I am asked ‘what did you have for dinner’ I say “some solid food, and some liquid food meaning some wine.”
I worked in my first vineyard in Bordeaux in 1984, aged 17. I could not understand why so many wine-growers put so many unecessary chemicals on their land. They said “Bordeaux is the best place in the world to make red wine.” My conclusion was either Bordeaux was a really shit place to grow grapes, or the wine-growers were very bad at their job. They were spraying chemicals which damaged their soil, which made the grapes harder to ferment, and which made the wines lose their individuality. They were degrading their USP, the “Bordeauxness’ of their wines.
Some of the Bordeaux wine-growers even had organic vegetable gardens–just like my grandfather and my father did (I used to work in my father’s vegetable garden). These wine-growers did not used chemicals on their vegetables. So why did they use so many chemicals on the vines? It made no sense.
I kept going back to Bordeaux to learn how to make wine and discoverved biodynamics there in 1993 by accident. I tasted a wine with a unique texture, asked how it had been grown, and discovered it was “biodynamic”. I had never heard this word before so I started doing some research.
I started writing about wine, did some TV and radio for BBC, wrote some books and went to work on organic and biodynamic estates in France, Germany and California to learn more. I then did a few more books on biodynamic wine, a book on biodynamic gardening, a TV series called Chateau Monty about me making biodynamic wine in Roussillon in France, and I started consulting too (Germany, Argentina, Chile, England etc).
The hardest part about consulting is changing people’s mind-set. The wine-grower is paying you because they want to change. Your job as consultant is to allow them to see the work in the vineyard as something which will help them grow and develop as people, as farmers, as creatives (which is what wine-making is, you create each year something new) – and not as something which will be a hassle, which will be difficult, which will make them lose money or their pride in their work.
I do not believe you can convert a vineyard containing lots of weedkiller and other residues by spraying just two biodynamic sprays each year, or by “working by the moon”. Wine-growers who take this really lazy track often get poor results: poor grapes, poor wine and they give biodynamics a bad name.
I always start by getting growers to make lots of compost from high quality manure. This is complicated, time-consuming, costly, and logistically challenging and requires a high degree of expertise and commitment to get it right.
The first question anyone should ask a biodynamic wine-grower is “what is your composting regime”?, and not “do you prune by the moon?”. Anyone can prune by the moon, but not everyone has the will or the sensitivity to make good compost.
When I taste a famous “biodynamic” red wine from somewhere on the mediterranean coast which is very high in alcohol and lacks acidity, has over-ripe tannins and has a pH which is out of balance (too high) I am tasting wine from a soil which is too hot, which lacks humus, in which vines are stressing because like the soil they grow in they are out of balance: too many grapes, not enough leaves, weak roots. The sun is too strong, and the soil is too weak. The soil needs boosting with humus, humus being “the soil within the soil.” And humus formation is stimulated by worm-rich compost. And in the case of Biodynamics the compost also brings formative forces or processes to the soil which allows the vines to tune back in to lunar and seasonal cycles.
And when I taste a famous “biodynamic” white wine from a wetter climate further north on the Mediterranean coast which is dilute in flavour and aroma and has high green acidity I am again tasting a wine where the soil is also weak. The soil should be like a sponge which can process (soak up, drink) rainfall whilst also allowing mineralisation (the soil to digest food and give it to vines) and preventing the erosion of the soil and its minerals and worms.
This type of soil has become like a swimming pool.
The vine roots cannot work properly.
The vine produces too many grapes, too many leaves, unripe flavours, unripe acids.
Treat your vineyard like you would treat your vegetable garden. Have a biodiverse mix of plants, top the soil up with high quality biodynamic compost every so often, allow plants the right balance of heat and light and water and earth. Then you will enjoy the food that you grow and eat for dinner: wine as food, and food as wine.

Your definition of Biodynamics?
Easy. Biodynamics is a way of creating food and wine which stimulates both body and spirit by creating as far as possible a farm or vineyard which is a self-sustaining living organism whereby the farmer must try to put more tangible substances (minerals, humus, organic matter, worms) and intangible formative forces or processes into the land and crops than s/he takes out.

What about bio certification?
I see no disadvantages regarding certification, either for wine producers or for wine drinkers.
Wine producers who complain about the costs of certification–fees and extra paperwork–are happy to pay fees and complete extra paperwork when declaring their wines as DOC or DOCG. Even to label wines as IGT or Vino da Tavola requires paperwork and cost.
If you can’t be bothered to get certified organic/biodynamic, don’t bother making wine. When I get in an aeroplane I want the pilot to say “I have a licence to fly the plane and every so often I am checked to make sure my eyesight is OK, that I am a good pilot, and I know the rules of aviation,”. I do not want to get in a plane flown by a pilot who says “look, I don’t have a pilot’s licence but you have to trust me when I say I know how to fly this plane…”.
Also, wine importers and government monopolies (Canada, Scandinavia) want certification, documentation. Do some wine producers cheat with organics/biodynamics by spraying banned products?
Yes, but they eventually get caught via soil or wine analysis.
Organic and biodynamic certification means you have to record everything. It can be a good way of helping wine producers really see what products they are spraying, how much of it they are spraying, when–and whether or not it worked. It’s like doing a business plan: where can I save money (by spraying less) and improve quality (by spraying better)?
For many producers the calculation of changing from “chemical” wine-growing to bio wine-growing will be this: “I need to accept organics/Biodynamics will give me lower yields of grapes/wine. I will also have to pay for certification. But, I will save some money on sprays. However, any savings I make I will have to spend on employing more human labour in the vines because with organics there is no second chance if something goes wrong with the health of the vines or grapes. The idea is always therefore ‘prevention rather than cure’. So I will spend more money but my wines will be easier to ferment because their pH/acid/sugar/alcohol levels will become more balanced. And my wines will age better. And people and bees who live near to or who work in my vineyards will be happier that I am not spraying products like fertilizers and pesticides which were developed as a direct result of bomb-making and nerve gas technologies developed during the First World War.”

How do you see Italian Wine today?
Optimisitic, but I am a natural optimist. In terms of the average quality of biodynamic wine in Italy I have to be honest. There are some very, very good producers–I am not going to name names–but there are too many wines which taste of dirty winemaking, dirty barrels, lacking fruit, interest, typicity and ripeness. If you don’t believe me go to Austria and meet the biodynamic producers there, ask them how they work in the vineyard and in the cellar and taste their wines. Then go to New Zealand, to regions like Marlborough, Martinborough, Gisborne, and Otago and do the same thing. Then go to Alsace in France which is like a mini-Austria: lots of young winemakers who are very connected with their wines and who work in wineries which are clean but not sterile and who use wood, steel, stone tanks, and amphora. Then go to the Loire, Roussillon, southern Burgundy (Maconnais), Jurançon in south west France. In all these places I find wines with inner vitality, ripeness and crystalline clairity. In Italy my impression sometimes is like being in Germany in the mid-1990s, where biodynamics was about “the process”, how biodynamic you were and not about making a high quality food product. The “guru” consultants in France held biodynamics back, and this is sometimes the case in Italy. France had a new generation of consultants who emerged in the early 1990s. In Germany and Austria it took until the late 1990s/early 2000s. In Italy a new wave of consultants has only recently emerged.
Italy has a strong and developing “natural” wine counter-culture (as does France). But Italy is behind France in terms of biodynamics in wine at the highest level. How many Italian estates are 100% biodynamic in Barolo, Barbaresco, Bolgheri, Brunello? How many are biodynamic like Bonterra in California or Cullen in Australia or Château Pontet-Canet in Bordeaux? OK, these estates are famous, they have lots of money, they can afford to pay for horses to work the wines you will say. They are rich, we are not….etc etc.
Fine, lets go down a price level or two. Which Italian biodynamic estates are making red or dry white wines at the level of say Matassa in Roussillon or dry white wines like Bret Brothers in southern Burgundy or Ganevat in the Jura or from aromatic and semi-aromatic grapes like dozens and dozens of growers in Alsace or from horse ploughed vines like Bellahsen in the Midi or from heritage grape varieties like Comte Abbatucci in Corsica or Sauvignon Blanc like Alexandre Bain in Pouilly Fumé? The key to these wines is their saltiness. They taste ripe, clear, clean and saline. They come from hot climates but are light like ballerinas. They shine, they are brilliant, they make you want to take another sip. That is what you should be aiming for. You have some producers doing this, but you could have so many more. It will be exciting to see how things develop over the next few years.
…ends

Monty Waldin ed il Vino biodinamico, biologico e "naturale" in Italia e nel mondo

Durante benvenuto Brunello, in quel della bellissima tenuta di Col di Lamo, incontrai una persona che stimo molto, che avevo già avuto modo di ascoltare un anno esatto fa durante un dibattito sui Vini biologici, biodinamici e "naturali" al Vinitaly: Monty Waldin. Fu in quell'occasione che decisi di aprire ad un personaggio del suo calibro le porte del mio WineBlog, nella speranza di poter dare un punto di vista esterno, ma al contempo molto centrato ed equilibrato, sul Vino biodinamico italiano in particolare. Nonostante i suoi mille impegni Monty si è espresso con grande dovizia di particolari e credo valga la pena leggere l'intervista fino in fondo. (English version here)
biodynamics monty waldin

-Cos'è il Vino per te?
Vino per me è cibo. È sempre stato cibo. Quando mi chiedono “che cosa hai mangiato a cena?”dico "un po 'di cibo solido ed un po' di cibo liquido, intendendo un po' di vino."
Ho lavorato nel mio primo vigneto a Bordeaux nel 1984, all'età di 17 anni. Non riuscivo a capire perché così tanti viticoltori mettessero così tanti prodotti chimici, non necessari, sulla loro terra. Hanno detto "Bordeaux è il posto migliore al mondo per fare il vino rosso." La mia conclusione era o Bordeaux era davvero un posto di merda per coltivare l'uva, o i viticoltori erano pessimi nel fare il loro lavoro. Non facevano altro che spruzzare sostanze chimiche, che hanno danneggiato il loro suolo, che ha reso più difficile per l'uva fermentare e che ha fatto perdere ai vini la loro individualità. Stavano degradando la loro personalità, la "Bordeauxness” dei loro vini.
Alcuni dei viticoltori di Bordeaux avevano anche orti biologici, per i propri ortaggi e vegetali, come facevano mio nonno e mio padre (ho lavorato anch'io nell'orto di mio padre). Questi viticoltori non utilizzavano i prodotti chimici che usavano in vigna, sulle loro verdure. Allora perché usano tanti prodotti chimici di sintesi sulle viti? Non aveva senso!
Ho continuato a tornare a Bordeaux per imparare a fare il vino e scoprì la biodinamica lì, nel 1993, per caso. Ho assaggiato un vino con una struttura unica, chiesto come era stato “cresciuto”, e ho scoperto che era "biodinamico". Non avevo mai sentito questa parola prima, così ho iniziato a fare qualche ricerca.
Ho iniziato a scrivere di vino, fatto un po' di TV e radio per la BBC, ho scritto alcuni libri e sono andato a lavorare in cantine biologiche e biodinamiche in Francia, Germania e California per imparare di più. Poi ho scritto un paio di libri sul vino biodinamico, un libro sul giardinaggio biodinamico ed ho girato una serie televisiva chiamata Chateau Monty su di me, che facevo vino biodinamico a Roussillon, in Francia, e ho iniziato a fare anche consulenza (in Germania, Argentina, Cile, Inghilterra, ecc).
La parte più difficile della consulenza sta nel cambiare la mentalità della gente. Il viticoltore sta pagando te perhé vuole cambiare. Il tuo lavoro come consulente è quello di permettere loro di vedere il lavoro in vigna come qualcosa che li aiuterà a crescere e svilupparsi come persone, come agricoltori, come creativi (che è ciò che la vinificazione è, si crea ogni anno qualcosa di nuovo) - e non come qualcosa che sarà una seccatura, che sarà difficile, che gli farà perdere soldi o il loro orgoglio nel loro lavoro.
Non credo che sia possibile convertire un vigneto che contiene un sacco di diserbante e altri residui spruzzando un paio di spray biodinamici ogni anno, o "lavorando con le fasi lunari". I Viticoltori che prendono questa pigra strada spesso ottengono scarsi risultati: uva, vino poveri poveri e danno alla biodinamica una cattiva fama.
Inizio sempre facendo fare ai viticoltori un sacco di compost da letame di alta qualità. Questo è complicato, richiede tempo, è costoso e logisticamente impegnativo e richiede un alto grado di competenza e l'impegno per farlo bene.
La prima domanda che chiunque dovrebbe fare ad un viticoltore biodinamico è "qual è il tuo regime di compostaggio"?, e non "potate seguendo la luna?". Chiunque può potare seguendo le fasi lunari, ma non tutti hanno la volontà o la sensibilità per fare un buon compost.
Quando mi gusto un famoso vino rosso "biodinamico" della costa mediterranea, che è molto alto in alcool e manca di acidità, ha oltre-maturi tannini ed ha un pH che è fuori equilibrio (troppo alto) sto degustando un vino da un terreno che è troppo caldo, che manca di humus, in cui le viti sono sotto stress perché, come il terreno in cui crescono, esse non sono in equilibrio: troppi grappoli, non abbastanza foglie, radici deboli. Il sole è troppo forte, e il terreno è troppo debole. Il terreno ha bisogno di essere incrementato con humus, l'humus deve essere "il terreno all'interno del suolo." E la formazione di humus è stimolata da compost ricco di vermi. E nel caso del compost biodinamico, porta anche forze o processi formativi al terreno che permette alle viti di sintonizzarsi nuovamente ai cicli lunari e stagionali.
E quando mi gusto un famoso vino bianco "biodinamico" da un clima più umido più a nord sulla costa mediterranea che è diluito in sapore e l'aroma ed ha elevata acidità verde sto ancora degustando un vino in cui il terreno è di nuovo debole. Il terreno dovrebbe essere come una spugna in grado di elaborare (assorbire, bere) precipitazioni consentendo anche la mineralizzazione (con il terreno che digerisce il cibo da dare alla vite) e prevenire l'erosione del suolo e la perdita dei suoi minerali e vermi.
Questo tipo di terreno è diventato come una piscina.
Le radici di vite non possono funzionare correttamente.
La vite produce troppa uva, troppe foglie, sapori acerbi, acidi acerbi.
Trattare la vostra vigna come fareste col il vostro orto. Avere un mix di biodiversità di piante, rimpinguate il terreno con un po' di compost di alta qualità biodinamica ogni tanto, lasciate alle piante il giusto equilibrio di calore e di luce, di acqua e di terra. Poi godrai del cibo che hai coltivato e lo mangerai per la cena: “il vino come il cibo e il cibo come il vino”.

-La tua Definizione di biodinamica?
Facile. La Biodinamica è un modo per creare cibo e vino che stimoli il corpo e lo spirito, creando per quanto possibile, una fattoria o una vigna, che sia un organismo vivente autosufficiente per cui l'agricoltore deve cercare di mettere le sostanze più tangibili (minerali, humus, la materia organica , vermi) e le forze formative immateriali o processi nel terreno e raccogliere ciò che ne viene fuori.

-Che ne pensi delle certificazioni bio?
Non vedo svantaggi per quanto riguarda la certificazione, sia per i produttori di vino o sia per i bevitori di vino.
I produttori di vino che si lamentano dei costi di certificazione-tasse ed extra-documenti sono felici di pagare le tasse e di completare il lavoro di ufficio di più quando dichiarano i loro vini come DOC o DOCG. Anche per etichettare i vini come IGT o Vino da Tavola richiede burocrazia e dei costi.
“Se non ci si preoccupa di ottenere la certificazione biologica/biodinamica, non ci si dovrebbe preoccupare di fare il vino. Quando salgo in un areo vorrei che il pilota mi dicesse "Ho una licenza per pilotare l'aereo e ogni tanto mi controllato per assicurarsi che la mia vista è OK, che sono un buon pilota e conosco le regole del trasporto aereo ". Non voglio entrare in un aereo pilotato da un pilota che dice: "guarda, non ho licenza di pilota ma devi fidarti di me quando dico che so come volare con questo aereo ...".
Inoltre, importatori di vino e monopoli statali (Canada, Scandinavia) vogliono certificazione e documentazione. Ci sono dei produttori di vino biologici o biodinamici che barano spruzzando prodotti vietati?
Sì, ma alla fine si faranno prendere attraverso le analisi del suolo o del vino.
La certificazione biologica e quella biodinamica impongono di registrare tutto. Può essere un buon modo di aiutare i produttori di vino a vedere veramente quali sono i prodotti che stanno spruzzando, quanto ne stanno spruzzando, quando, e se non ha funzionato. E 'come fare un business plan: dove posso risparmiare soldi (spruzzando meno) e migliorare la qualità (spruzzando meglio)?
Per molti produttori il calcolo nel passare da "chimico/convenzionale" alla viticoltura bio sarà questo: "Ho bisogno di accettare che il Biologico/Biodinamico mi darà rendimenti inferiori di uva e quindi meno vino. Ho anche dovuto pagare per la certificazione! Ma, io ho risparmiato qualche soldo sul spray. Tuttavia, qualsiasi risparmio faccio io devo spendere per impiegare più lavoro umano nelle vigne perché con sostanze organiche non vi è alcuna seconda opportunità se qualcosa va storto con la salute delle viti o uva. L'idea è sempre dunque “prevenire è meglio che curare!”. Dovrò spendere di più, ma i miei vini fermenteranno più facilmente perché i loro livelli di pH /ACIS/zucchero/alcool saranno più in equilibrio. E i miei vini invecchieranno meglio. E le persone e le api che vivono nei dintorni o che lavorano nei miei vigneti saranno più felici che io non usi la nebulizzazione di prodotti come fertilizzanti e pesticidi che sono stati sviluppati come risultato diretto di fabbricazione di bombe e gas nervino tecnologie sviluppate durante la prima guerra mondiale. "

-Come vedi il Vino Italiano biologico/biodinamico oggi?
Sono ottimista, ma io sono un ottimista naturale! In termini di qualità media di vino biodinamico in Italia devo essere onesto... ci sono alcuni produttori molto, molto bravi, ma ho l'intenzione di fare nomi, ma ci sono, anche, troppi vini che hanno sentori di una vinificazione sporca, di botti sporche, mancano il frutto, la tipicità e la maturazione. Se non mi credete andate in Austria ed incontrate i produttori biodinamici lì, chiedete loro come lavorano in vigna ed in cantina e degustate i loro vini. Poi andate in Nuova Zelanda, in regioni come Marlborough, Martinborough, Gisborne, e Otago e fate la stessa cosa. Poi in Alsazia in Francia, che è come un mini-Austria: un sacco di giovani viticoltori che sono molto collegati con i loro vini e che lavorano in aziende vinicole che sono pulite, ma non sterili e che fanno uso di legno, acciaio, vasche in pietra, e anfore. Poi andate nella Loira, Rossiglione, sud della Borgogna (Maconnais), Jurançon sud ovest della Francia. In tutti questi luoghi trovo vini con una vitalità interiore, maturazione ed una chiarezza cristallina. In Italia, la mia impressione è che a volte è come essere in Germania a metà degli anni 1990, dove la biodinamica era nella fase in cui contasse quanto biodinamico tu fossi e non se facessi un prodotto alimentare di alta qualità. I consulenti "guru" in Francia hanno trattenuto la biodinamica, e questo a volte è il caso dell'Italia. La Francia ha avuto una nuova generazione di consulenti che sono emersi nei primi anni 1990. In Germania e in Austria ci sono voluti fino alla fine del 1990 / primi anni 2000. In Italia solo recentemente è emersa una nuova ondata di consulenti.
L'Italia un un forte fermento nello sviluppo del “vino naturale" (come in Francia). Ma l'Italia è dietro la Francia in termini di biodinamica nel vino di alto livello. Quante cantine italiane sono al 100% biodinamiche a Barolo, Barbaresco, Bolgheri o Montalcino? Quanti sono biodinamici come Bonterra in California o Cullen in Australia o Château Pontet-Canet a Bordeaux? OK, queste proprietà sono famose, hanno un sacco di soldi e possono permettersi di pagare per i lavorare in vigna con i cavalli, potreste dire. Essi sono ricchi, noi no... ecc... ecc...
Bene, andiamo giù un livello di prezzo o due. Quali cantine biodinamiche italiane stanno facendo i vini rossi o bianchi secchi a livello di Matassa a Roussillon o vini bianchi secchi come quelli dei Bret Brothers nel sud della Borgogna o Ganevat nel Jura o da uve aromatiche e semi-aromatiche come decine e decine di coltivatori in Alsazia o da vigne lavorate con i cavalli come Bellahsen nel Midi o da varietà di uva antiche come Comte Abbatucci in Corsica o Sauvignon Blanc come quello di Alexandre Bain a Pouilly Fumé? La chiave di questi vini è la loro sapidità. Hanno un sapore maturo, chiaro, pulito e salino. Essi provengono da climi caldi, ma sono leggiadri come ballerine. Brillano, sono brillanti, hanno una beva instancabile. Questo è ciò a cui si dovrebbe puntare. Ci sono alcuni produttori che stanno lavorando bene, ma se ne potrebbero avere molti di più. Sarà emozionante vedere come le cose si svilupperanno nel corso dei prossimi anni.

-Mie conclusioni-
Come sapete, io non sono solito a punti di vista iper-critici e credo che Monty Waldin sia stato spesso etichettato come una sorta di "talebano del vino naturale" quando, in realtà, è da sempre il più equilibrato nell'esprimere il suo punto di vista consapevole sulla situazione di quella che è ancora considerata, da noi, una nicchia.
Ciò che emerge dalla traduzione della sua intervista in lingua madre (che pubblicherò successivamente per gli amici di tutto il mondo e per avere un riscontro su eventuali termini ambigui in italiano) è proprio la sua volontà di far capire come si possa creare una buona reputazione dei Vini biodinamici e "naturali", perseguendo la qualità ed il rispetto, senza filosofeggiare troppo e ponendo la massima attenzione in ogni fase del lavoro, dalla vigna alla cantina.
Credo che ci siano spunti importanti per gli amici winelovers e per i produttori stessi, per fare passi avanti verso una maggior consapevolezza anche in Italia, nei riguardi di questo affascinante mondo del Vino biodinamico.
Ringrazio ancora il mitico Monty Waldin per la avermi concesso questo suo interessante punto di vista, dal quale, sicuramente, partirò per farmene uno mio, più concreto, ma prima voglio continuare ad assaggiare... assaggiare... assaggiare!


F.S.R.
#WineIsSharing

giovedì 17 marzo 2016

Tenuta Gatti - Una storia di famiglia, territorio e Vino

Quella di Nicolas Gatti Russo (no, non siamo parenti... o almeno non credo!) è una storia davvero ricca di fascino e di meraviglia. Un argentino imprenditore nel ramo della tecnologia che tornando in Sicilia per riscoprire la terra natìa dei suoi genitori, scopre che il suo padre naturale era l'erede di una nobile famiglia del messinese. Da qui la svolta, che lo porta ad ereditare la Tenuta Gatti, un'azienda agricola che produce Vino, olio ed agrumi dai primi dell'800, immersa in un contesto ancora autentico ed integro. 
La Tenuta Gatti si trova in Cuprani – Librizzi, nella Sicilia più incontaminata ed è proprio dal rispetto per la natura e per il territorio che sin dal 1990 questa realtà è stata convertita interamente al regime biologico. 
La tenuta che si estende su una superficie di 217 ettari nella splendida cornice naturale dei monti Nebrodi, ma la produzione vitivinicola è da considerarsi una vera e propria nicchia, relativamente nuova, per quanto riguarda la linea di Vini attuale, in quanto è solo dal 2008 che si inizia la nuova linea di imbottigliamento. Nicolas ha da subito fatto suo un legame intrinseco con li territorio, che arrivando da una vita vissuta lontano da questa terra, ha ancor più valore e ha il suono di un richiamo, di quelli che non si possono rifiutare.
Varietali autoctoni come Grillo, Inzolia, Nocera e Nero d’avola e vitigni internazionali quali merlot e cabernet sauvignon, approcciati in maniera iper-rispettosa in vigna e con maggior consapevolezza e contemporaneità di un tempo in cantina: i bianchi fanno solo acciaio, mentre i rossi in maggioranza tonneaux, botti grandi e/o barriques.
Nei Vini che ho avuto modo di assaggiare ho percepito un filo conduttore tanto palese quanto inatteso da Vini Rossi siciliani, da vigne così giovani, ovvero un nerbo acido di grande chiarezza ed equilibrio che fanno auspicare lunga vita a Vini che avevano già affinato per qualche annetto.
vini siciliani tenuta gatti
Sicè 2012 - Nocera Terre Siciliane IGP: varietale antichissimo, tipico del messinese, che si crede sia stato utilizzato persino dai Romani per la produzione del Mamertinum, il vino delle vittorie. Cenni storici a parte, ciò che mi ritrovo nel calice è un Vino che stupisce nell'armonia dei profumi intensi di frutta e finissimi di spezia e torrefazione, ma che soprattutto disarma con la sua freschezza e la sua velata ed elegantissima mineralità. Un rosso siciliano atipico che lo pone in una sorta di dimensione a tutta sua, dove il tannino non risulta mai aggressivo, ma fa intuire la sua gioventù e la verticalità ne rende piacevolissima la beva oggi, ma protende dritta verso gli anni di polvere in cantina che meriterebbe. Questo Vino mi fa pensare al viaggio di Nicolas, che compie un tragitto sola andata, così lungo in termini di tempo e di km, eppure così rapido per il cuore che arrivò in Sicilia, ben prima che l'aereo ed i piedi di Nicolas toccassero terra.

Cvrpanè 2010 - Mamertino DOC: eccolo qui il Mamertinum, citato poc'anzi come uno dei Vini più amati dai Romani e che oggi viene prodotto con Nero d'Avola e Nocera, come da disciplinare. Intenso, ma garbato, nei suoi profumi di fragola e ribes e profondo nella speziatura che non teme il legno, anzi lo esprime con molto savoir faire. Anche in questo caso la freschezza e la mineralità si fanno sentire a tal punto dall'insinuare quel dubbio che ti porti a prendere in mano la bottiglia almeno un paio di volte durante la cena per rileggerne l'annata. Un'espressione davvero importante di un territorio, ma anche di una tradizione antica che si fonde con una filosofia moderna e rispettosa. Uno di quei casi in cui nel tiro alla fune fra materia prima e legni a trionfare è la personalità di uva e terreni.

Franco 2010 - Rosso Sicilia IGT: cabernet sauvignon e merlot... il classico taglio bordolese. La prima cosa che viene da pensare è "ma perché con tutte le splendide uve autoctone di cui dispone la Sicilia?"... beh, tralasciando l'aspetto meramente commerciale, assaggiando questo Vino io mi sono dato una risposta, che è la seguente... perché, no?!? Mi sono ricreduto non appena messo il naso nel calice, in quanto alle note più classiche dei tagli bordolesi affinati in legno piccolo, sono subentrate dopo qualche minuto sfumature di menta ed ortica che portavano una ventata di freschezza e leggerezza alla compattezza del frutto e la compostezza del legno.
Di certo il più morbido dei tre, il più femminile, ma il rischio dell'omologazione e della scontatezza è stato evitato grazie a terreni che sono stati i protagonisti di tutti i Vini assaggiati con la loro incidenza più che positiva in mineralità e complessità.

Davvero una piacevolissima scoperta questa Tenuta Gatti, che confido di poter visitare con le vigne in fiore ed il sole a farmi da compagno. 
La Sicilia è davvero una grande terra del Vino e sono cantine come questa e persone come Nicolas che la possono rendere ancora più grande, perseguendo la qualità e sentendosi custodi privilegiati di un territorio meraviglioso, capace di rendere a chi è generoso e coscienzioso con esso, ben più di quando gli si dia.

F.S.R.
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