venerdì 29 luglio 2016

Film sul Vino alla mostra del Cinema di Venezia

Oggi parliamo del Vino al cinema. No, non da bere, non sarebbe il massimo con i pop corn, o forse si?!? Chissà... 
Scherzi a parte quanti di voi hanno iniziato ad appassionarsi al mondo del vino o anche solo a fantasticare su enoici viaggi in terre vocate alla viticoltura come la Provenza o la California dopo aver guardato la pellicola romantica "Un'ottima annata" (A good year) con il grande Russell Crowe nei panni del broker londinese Max Skinner e la bellissima Marion Cotillard in quelli della enoica musa proprietaria del Bistro del paese Fanny Chenal,  o il mitico road-movie "Sideways - In viaggio con Jack" con i simpaticissimi Paul Giamatti, l'enofilo Miles Raymond nel film, e  Thomas Haden Church, interprete del libertino Jackson 'Jack' Lapote?
film sul vino
Non sono molti i film sul Vino, o quanto meno non lo sono quelli che hanno riscosso successo e sono saliti agli onori della cronaca e molti di essi hanno le connotazioni di un documentario o un docu-film per la precisione, come Red Obsession di David Roach e Warwick Ross (narrato da Russel Crowe) o il critico Mondovino di Jonathan Nossiter che tutti coloro che non vogliono più credere nei punteggi del vino e nello strapotere di quella che è a tutti gli effetti una vera e propria oligarchia enoica dovrebbero guardare.
Per i Sommelier molto interessante il film SOMM, che racconta l'ardua impresa di diventare Master Sommelier, che culmina con uno degli esami col più basso tasso di successo al mondo.
In Italia ci sono stati tentativi più che discreti di produrre pellicole dedicate al vino e quella più nota è, sicuramente, Barolo Boys, che racconta la storia di quel manipolo di produttori che hanno cambiato letteralmente la storia delle Langhe e dell'Italia del Vino.
barolo boys
Se ho scelto questo tema per il post di oggi, però, non è soltanto per suggerirmi qualche titolo di film sul Vino che molti di voi potrebbero aver già visto, ma l'ho fatto per manifestare la mia gioia nel aver saputo che a Venezia, in occasione della 73ma Mostra del Cinema, il 6 settembre arriverà un nuovo film sul Vino, del quale in realtà vi parlai già qualche mese fa: The Duel of Wine (clicca per trama e trailer del film).
Un film che vede come protagonista quello che è stato definito da molti il più grande comunicatore di Vino al mondo, ovvero il Sommelier Charlie Arturaola. La trama ironica ed il percorso fra le grandi terre del Vino, fra le quali non poteva di certo mancare l'Italia che Charlie ama particolarmente, fanno di questo Wine Movie una novità nel panorama del cinema enogastronomico.
the duel of wine
Charlie, già protagonista de "El Camino del Vino" di Nicolàs Carreras (da vedere!) sta cercando da anni di comunicare il Vino in maniera diversa, sfruttando tutti i media ed arrivando in maniera libera, leggera, eppure sempre consapevole e competente ad un pubblico che non può e non vuole essere quello dei soli winelovers o ancor meno degli "addetti ai lavori". L'obiettivo della comunicazione del Vino deve essere quello di far avvicinare a questo meraviglioso mondo anche chi non sa ancora di poterlo amare, chi non ha necessariamente approfondito la "materia", ma sa apprezzare la cultura, la storia e, ovviamente, il gusto di questo meraviglioso protagonista non solo di film bensì delle nostre vite.

Qualora vogliate ancora qualche titolo, ho trovato una bacheca sul noto social network Pinterest nella quale potrete trovare le locandine di molti film che vedono il Vino come protagonistait.pinterest.com/wineponder/wine-movies/.

F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 27 luglio 2016

Nelle Langhe la storia della famiglia Saffirio tra Vita, Terra e Vino

Oggi vi racconto una storia... una storia fatta da generazioni di uomini e donne legate profondamente alla propria terra in senso stretto ed in senso lato; una storia che sa di nebbiolo e di passione, che guarda indietro con rispetto e gratitudine, ma sa proporsi al futuro con rinnovata consapevolezza e voglia di tracciare nuovi percorsi, coerenti con quelli solcati in passato e con il presente.

Una storia di famiglia, una storia di vino...

Parlo della storia della famiglia Saffirio, che inizia, enoicamente parlando, nel lontano 1870, quando Giovanni Battista Saffirio decide di emigrare da Prunetto, paese dell’Alta Langa, a Castelletto, comune della Langa più vicina ad Alba. Giovanni Battista, che faceva il "cartunè" (trasportatore - all'epoca a dorso di muli o cavalli), acquista il suo primo fazzoletto di terra tra Alba, Monforte e Serralunga e lì si sposa e vive con la sua famiglia. Come tutti i contadini, viveva di ciò che la terra regalava. Una mucca e un paio di capre offrivano latte e carne, le pesche frutta di stagione e le vigne l’uva, che in parte si usava a fare il vino (all’epoca un vero e proprio alimento) e in parte veniva venduta.
Dei suoi cinque figli, Ernesto è quello che dimostra di avere una marcia in più, per generosità ed acume, nonché per la sua indiscussa determinazione, che lo porta prima a studiare da autodidatta e poi, al ritorno dagli orrori della Guerra, a conseguire il diploma di Geometra, che gli consentirà di diventare dirigente dell’ Ente Previdenziale Italiano a Cuneo, dove sceglie di vivere con sua moglie Maria e la figlia Josetta.
Ernesto rimane sempre profondamente legato alle sue radici. Per questo decide di acquistare la parte dei fratelli e tenere la terra nel momento in cui tutti abbandonano la campagna per cercare fortuna nelle città. 
Questo amore per la propria terra porta Ernesto Saffirio, nel 1975,  a chiedere alla figlia Josetta, docente di viticoltura ed enologia alla Scuola Enologica di Alba, e a Roberto Vezza, enologo, di occuparsi dei vigneti. Josetta e Roberto accettano la sfida e comincia questa avventura meravigliosa che ci lega da quattro generazioni alla terra di Langa.
Nel 1982 nasce un primo grande Barolo, che segna la nascita dell’Azienda Agricola Josetta Saffirio. Oltre al Barolo vengono prodotti anche il Dolcetto e la Barbera d’Alba, dedicati ai figli Alessio e Sara. 
Tuttavia è proprio per permettere ad Alessio e Sara di pianificare il proprio futuro, che nel 1992 la famiglia decide di prendersi una pausa dalla produzione, ma non dalla voglia di fare Vino, che anzi, viene implementata dall'acquisizione di nuovi terreni.
Negli anni trascorsi, infatti, dal solo ettaro di vigneto da cui proveniva l’intera produzione, si arriva a cinque, la maggior parte vitati a Nebbiolo da Barolo e situati nei cru di Castelletto, nel cuore delle Langhe.
E' nel 1997 che Sara decise che il suo futuro fosse il vino.
Nel 1999 arriva la prima vendemmia del nuovo corso, vinificata nelle cantine dell’Azienda, con una produzione di poche migliaia di bottiglie di Barolo.
Da allora, cambiamenti, progetti e novità non si sono fatti attendere ed un nuovo percorso dell'azienda Josetta Saffirio ha inizio.
cantina vini barolo

La Cantina Josetta Saffirio oggi

Oggi è Sara, dunque, ad avere in mano le redini di questa Cantina e le sue parole sono molto eloquenti, per quanto concerne il suo legame con il territorio e la sua fiducia in un approccio rispettoso e sostenibile alla viticoltura:

"Ritengo di aver avuto il grandissimo privilegio di nascere qui, di aver potuto crescere conoscendo luci, colori e odori di questa terra. Finché un giorno mi sono resa conto che non era la terra ad appartenermi, bensì io ad appartenere ad essa. Questa consapevolezza mi ha cambiata profondamente. Mi sono resa conto di non avere altre possibilità se non continuare a lavorare i vigneti in cui erano fusi sogni, speranze e sacrifici di generazioni. Con passione e voglia di imparare, ho deciso di impegnarmi affinché questo sogno vada avanti, affinché questa terra ricca e generosa continui ad esserlo per i figli che verranno. Per questo mi impegno ogni giorno a fare in modo che tutte le nostre scelte aziendali (agronomiche, sociali, commerciali, produttive e culturali) abbiano come denominatore comune la sostenibilità. Ritengo che questa sia l’unica scelta possibile per garantire un futuro a me stessa e alle generazioni che percorreranno i filari delle vigne dopo di me.
Vorrei descrivervi l’emozione che si prova ad aprile, nel rivedere una vite germogliare e tornare a nuova vita dopo l’inverno. Vorrei raccontarvi il profumo intenso e delicato dei nebbioli in fiore a maggio. Vorrei essere in grado di esprimere la gioia nel portare in cantina il raccolto e il lavoro di un anno a settembre. Ma è impossibile farlo con le parole. Spero di raccontarvelo attraverso il mio vino."
So che non sono solito a cronistorie così dettagliate, in quanto, spesso, sono il primo a trovarle noiose e poco interessanti dal punto di vista emozionale, ma ho ritenuto opportuno farlo in questo caso, in quanto ogni passaggio, ogni data, per quest'azienda ed ancor più per la famiglia che la creata e composta da sempre, rappresentano un passo fondamentale verso il Vino che viene prodotto oggi e nel quale, mi piace pensare, si scorgano davvero, uno ad uno, i passi di ogni membro della famiglia.
vigneti barolo langhe
Ciò che mi ha colpito sin da subito dell'Azienda Josetta Saffirio è stata la concretezza con la quale Sara e la sua famiglia abbiano da sempre affrontato ogni loro scelta in vigna ed in cantina, perché le chiacchiere stanno a zero e, per quanto le parole siano il mio strumento di comunicazione preferito, la necessità di fatti che abbiamo in questo periodo è vitale. Beh, in questa cantina le idee, i principi e le scelte si traducono in azioni reali ed appurabili, perché essere contadino significa avere una grande responsabilità nei riguardi dell'eredità che viene lasciata e quella che si lascerà ai propri figli. Ecco alcuni punti distintivi di questa Cantina:
-azienda a gestione familiare dal principio;
-riduzione dei prodotti chimici di sintesi;
-conversione alla certificazione biologica (dal 2014);
-pratiche agronomiche rispettose e sostenibili, quali inerbimento e concimazioni organiche;
-ampliamento “polmone” boschivo aziendale;
-attenzione allo smaltimento dei rifiuti (consorsio Cascina Pulita);
-impianto fotovoltaico da 20Kw, pari a 2 volte il fabisogno interno;
-riduzione imballi ed utilizzo di vetro scuro riciclato al 90%;
-progetti orientati al riavvicinamento dei bambini e delle scuole alla campagna ed al mondo del Vino.

Gli assaggi: un bianco sorprendente, un rosato originale ed un rosso, scusate... un Barolo fra passato, presente e futuro...

Ora che vi ho detto quasi tutto di questa interessante realtà vitivinicola delle Langhe, passiamo alle mie impressioni personali riguardo i Vini di Josetta Saffirio che ho avuto modo di assaggiare:
vini josetta saffirio
Rossese Bianco Langhe D.O.C. 2013: inizio subito con il Vino che mi ha sorpreso di più, tra i tre assaggiati: carico, intenso, ma al contempo armonico nel suo equilibrio fra freschezza e maturità, fra minerale sapidità e note verdi. Ho chiuso gli occhi, come faccio sempre quando mi godo il viaggio di un assaggio, e mi sono ritrovato l'estate dentro e tutta intorno, con sensazioni che mi catapultavano dalla Sicilia con gli aranceti e mandorli in fiore a pochi passi dal mare, alla trebbiatura della magiche "dune" valdorciane, per poi tornare nelle Langhe con la loro verdeggiante bellezza, terra in cui il tempo sembra scorrere più lentamente quando si tratta di Vino, anche inaspettatamente come per questo Rossese bianco, che sembra ancora solo albeggiare. Un ricordo che si prospetta restar vivido ed intenso.
Un cuore extra/potenziale in attesa di un'ulteriore evoluzione. Questo Vino è uno dei miei assaggi migliori di questo 2016.
Rosato Langhe D.O.C. 2014: che a molti fare Rosato con il Nebbiolo, soprattutto quando è buono come quello di questa azienda, potrebbe sembrare un'eresia e non vi nego che anch'io ho le mie preferenze riguardo le uve da rosato e tra queste sangiovese e nebbiolo restano in disparte per il semplice fatto che le preferisco vinificate in rosso. Eppure, come accaduto per i vari rosati di sangiovese che ho avuto modo di assaggiare, anche in questo caso, da un'uva capace di grandiosi Vini rossi come il Nebbiolo è scaturito un Rosato dalle peculiarità varietali, seppur affievolite, sicuramente integre e ben definite. Un Vino piacevole, che si fa bere, nonostante la struttura alcolica importante, perché anche in questo caso lo scheletro minerale rende agevole il primo sorso ed inerziale il secondo... il terzo... 
Un Vino capace di coniugare una ventata di fresca e spensierata modernità ad un educato savoir faire, tra terra e mare, fra lavoro duro in campagna ed il privilegio di una vacanza rigenerante.
Barolo D.O.C.G. 2011: assaggiato in una verticale comparativa con la cifra stilistica di altre aziende e di altri terroir, questo Barolo è spiccato sin dal primo naso per voglia di esprimersi senza timidezza e con una spontanea vocazione al dialogo. Un dialogo senza fraintendimenti, dal linguaggio dolce e delicato, elegante, ma mai anacronistico. Non occorre essere poi così austeri (seppur quasi tutti i grandi Barolo lo siano) e farsi desiderare, non sempre almeno... anche se ti chiami Barolo e per quanto possa essere ovvio pensare che non sia possibile valutare al meglio le potenzialità e la qualità di un Vino da lungo/lunghissimo invecchiamento a pochi mesi dalla sua uscita sul mercato, è altrettanto assurdo creare alibi là dove quello stesso Vino sia già acquistabile, stappabile e, quindi, ipoteticamente bevibile da quel 99% dei consumatori che non degustano, ma semplicemente gustano un Vino. Quindi le mie sensazioni sono più che positive riguardo un Barolo che oggi sa già palare di sé in modo spigliato e senza essere snob, pur consapevole della propria natura e di una prospettiva che non può che essere quella della longevità.
Qui il terroir si sente ed abbraccia chi lavora in vigna ed in cantina includendo l'uomo nell'equazione che porta dall'uva al vino. Palesi le scelte indirizzate ad una maggior agilità di questo Vino, pur mantenendo grande rispetto per ciò che imponga l'annata, in questo caso molto particolare per il suo andamento, soprattutto sul finale.
Nel complesso posso dire in tutta onestà che i tre Vini assaggiati mi abbiano permesso una panoramica importante su questa cantina, in quanto in ogni singola etichetta ho potuto trovare un pezzo del viaggio della famiglia Saffirio, fatto di lavoro e lungimiranza, di storia e di futuro.
C'è poesia nelle Langhe ed in quel dell'Azienda Josetta Saffirio se ne scrivono versi niente male, intrisi di concretezza e spontaneità, di certo non astrusi, seppur creativi ed loro modo fantasiosi, un po' come gli Gnomi raffigurati nelle etichette e volti a rappresentare la coscienza degli uomini buoni, quasi invitandoci a non perdere mai il bambino che è in noi, cosa che Ernesto Saffirio sapeva bene ed ha saputo tramandare a figli e nipoti.

F.S.R.
#WineIsSharing
Seguimi sui social

lunedì 25 luglio 2016

I condizionamenti nella degustazione del Vino

Sentiamo spesso parlare di giudizi incondizionati, di valutazioni prive di ogni sorta di incidenza di fattori esterni che possano in qualche modo spostare l'ago della bilancia e l'esito, nel caso del Vino, di una degustazione, beh... se vi dicessi che essere totalmente incondizionati è impossibile? E che, magari, il segreto sia proprio essere consapevoli di questi condizionamenti ed approfondirli tenendone conto prima, durante e dopo una degustazione?
vino ultima cena
Ad alcuni di voi tutto questo parrà ovvio e scontato, ma per molti winelovers che si approcciano al Vino per la prima volta e per alcuni produttori che, a quanto sento, credono profondamente nei giudizi tecnici, magari queste personali ed opinabili considerazioni, corredate di qualche curiosa informazione, potrebbero risultare interessanti.
L'uomo è un essere condizionabile e condizionato per natura, in quanto, che lo si voglia o no, contesto ambientale e sociale incideranno sempre e comunque sui sensi e sulla capacità di discernere di un individuo.
Quindi perché non farsene una ragione spostando l'attenzione proprio sui fatto condizionanti, facendone parte integrante delle nostre valutazioni?

Vi cito alcuni esperimenti e degli accadimenti enoici che negli scorsi anni hanno confutato in maniera pratico-scientifica ciò che in realtà, a pensarci bene, ha dell'ovvio, ovvero quanto la percezione umana sia facilmente orientabile se solo si voglia condizionarla.

Esperimenti enoici a sostegno della tesi del condizionamento

-Nel 2001, un ricercatore presso l'Università di Bordeaux ha effettuato un test su 54 studenti di enologia. Il ricercatore ha offerto agli studenti due bicchieri di vino, uno rosso e uno bianco. Dopo un sorso, ai soggetti è stato chiesto di descrivere il gusto di ogni vino, e tutti hanno descritto le diverse uve, il tannino ed hanno utilizzato i descrittori comuni alle valutazioni per ogni singolo assaggio. Peccato non stessero bevendo vino rosso. Il ricercatore aveva, infatti, aveva tinto con un colorante alimentare inerte il vino bianco, ingannando tutti gli studenti.
degustazioni alla cieca
-Un test simile ha avuto luogo presso il California Institute of Technology. I ricercatori hanno messo vino a buon mercato in bottiglie costose e del vino più costoso in bottiglie a basso costo. I degustatori  non solo sono stati più affascinati dal vino, secondo loro, più costo, ma il loro cervello ha registrato al momento dell'assaggio di quello sesso vino un'attività celebrale involontaria ed una maggior produzione di endorfine, legate ad un piacere emotivo e fisico nell'assaggiare qualcosa di, sempre secondo loro, più prezioso.
- Inoltre (e questa è la più strana), a discapito di ciò che si pensi e di molti suggerimenti di marketing, sembra che uno studio della Brock University abbia appurato che le persone siano disposte a pagare di più per una bottiglia di Vino dal nome più difficile da pronunciare, che per quella dal nome più familiare ed in linea con il proprio idioma, a prescindere dal gusto, quindi solo scegliendola dallo scaffale.
vini contraffatti
-Famosissimo, poi, il caso di Rudy Kurniawan, salito agli onori della cronaca per una delle truffe enoiche più grandi del della storia. Per otto anni, l'indonesiano ha guadagnato almeno 1.3 milioni di dollari per vini contraffatti, in quanto avendo conquistato la fiducia dei suoi cliente poteva vendere Vini con etichette falsificate o annate ritoccate a prezzi stratosferici.
degustazione musica vino
-In ultimo, nel mondo della degustazione si parla spesso di sinestesia o almeno a me piace molto come concetto e credo sia fondamentale se preso per quello che è realmente. Il coinvolgimento di un senso come quello dell'udito, ad esempio, per rievocare sensazioni tattili, gustative e, magari ricordi legati all'ambito emozionale, può condizionare la degustazione di un Vino. Questo è ciò che ha attestato lo studio del ricercatore Adrian Nord della Heriot Watt University , che ha chiesto ad pubblico di prova, prima dell'assaggio, di suddividere diverse canzoni in categorie specifiche. La musica poteva essere classificata  come "potente e pesante", "sottile e raffinata", "dinamica e fresca" o "morbida e leggera." Nella fase due, Nord somministrò il test a 250 nuovi soggetti, ai quali fu chiesto di assaggiare un Cabernet Sauvignon o uno Chardonnay con in sottofondo la musica precedentemente classificata. (Un gruppo di controllo, nel frattempo, ha bevuto gli stessi vini senza nel silenzio più totale.) Alcuni, quindi, hanno degustato il loro vino ascoltando Tchaikovsky con il  "Valzer dei fiori" (sottile e raffinato); altri "Slow Breakdown" di Michael Brook (dolce e morbido). Dopo aver assaggiato, a quegli stessi soggetti è stato chiesto di raggruppare i vini in una delle categorie precedentemente menzionate. Con il tempo del Nord era finito, aveva scoperto che la musica ha un forte impatto sul modo in cui percepiamo il vino. Ad esempio, quando i degustatori bevevano vino rosso durante l'ascolto "Carmina Burana", il 60 per cento dei soggetti ha usato descrittori come "potente e pesante", mentre assaggiando lo stesso vino con colonne sonore più fresche e dinamiche, la categoria scelta è risultata essere di nuovo concordante a quella della musica. 

E' ovvio, questi sono solo esempi, ed i degustatori esperti (mica io!) riescono ad isolarsi ed a concentrarsi totalmente nell'assaggio del Vino, senza incorrere in questi condizionamenti, ma è palese che ci sia una, seppur piccola, percentuale di meccanismi percettivi che volente o nolente saranno sempre condizionati... e poi diciamolo, concentrarsi troppo non . Questo è il bello del Vino e non di certo un limite alla capacità di comprenderne le qualità e la dimensione ideale, anzi, credo che, come già espresso sopra, possano rappresentare un valore aggiunto da utilizzare nelle descrizioni e da far nostre per amplificare quelle sensazioni positive che ogni bottiglia può regalarci.
Ricordando sempre che il 99% di chi compri e beva Vino non debba essere e non sia necessariamente né un esperto né tanto meno una persona che senta la necessità di vivisezionare l'assaggio in note descrittive, bensì voglia solo e soltanto godersi gusto e sensazioni. Se poi riuscissimo a coinvolgere ogni senso, ben venga!

Parliamo spesso di di quanto possa essere intensa l'esperienza di un assaggio, beh... provate ad assaggiare un Vino a casa, da soli, in silenzio pensando, dopo aver letto la bolletta col conguaglio del gas, e riassaggiate lo stesso Vino al tramonto, in spiaggia, con la persona che amate con il rumore del mare a far da colonna sonora all'assaggio... 
vino al tramonto
Comunque, concludo, dicendo che quest'articolo è volutamente leggero, ma che c'è un valore che credo sia indispensabile per chi parli di Vino e mi piace pensare che sia proprio di molti critici, giornalisti e wine bloggers, ovvero la capacità di essere super partes, che può contemplare anche tutti i condizionamenti citati sopra, ma nella consapevolezza che alla fine ciò che condiziona l'animo umano e la sua percezione possa essere sensoriale ed emozionale, ma non materiale ed in malafede.
Per il resto, se c'è una cosa stupenda del Vino è che sono proprio questi condizionamenti umani a far sì che non si legga per lo stesso Vino solo la stessa descrizione declinata in varie forme, ma dal medesimo contenuto, bensì si possano avere mille e più punti di vista differenti e ci si possa confrontare su sensazioni soggettive ed individuali, a volte, persino totalmente divergenti.
Poi sul fatto che difetti e peculiarità tecniche l'opinabilità si riduca al minimo, siamo tutti d'accordo, ma pensato solo a quante persone abbiano goduto di un assaggio brettato senza rendersene conto e considerando quel difetto una nota distintiva ed un surplus di quel Vino...?!? Tutto è relativo... ancor di più nel Vino!


F.S.R.
#WineIsSharing
Seguimi sui social 

venerdì 22 luglio 2016

Il "culto" della Biodinamica nel Vino tra illusione e realtà

C'è chi crede a Dio, c'è chi crede al Bio, ma c'è anche chi crede alla Biodinamica ed io, onestamente, come tollero ogni religione e cultura diversa dalla mia (che poi, proprio bene bene quale sia mica lo so?!) non capisco perché non dovrei tollerare e cercare di conoscere e comprendere, nei limiti del possibile, chi ha fede e fiducia in pratiche, teorie, filosofie o pseudoscienze che a prescindere dalla loro attendibilità o meno, non fanno poi male a nessuno... o forse sì?
biodinamica vino
Allora, partiamo dal presupposto che io, come in molti di voi sanno, non ho mai pregiudizi riguardo ai Vini che assaggio ed alle Cantine cerco di conoscere, anche se con gli anni qualche mio personale criterio di selezione, per forza di cose, me lo sono fatto. Quindi assaggio con lo stesso approccio curioso e con la stessa sete di emozioni Vini definiti "convenzionali", biologici, biodinamici e/o "naturali" e valuto solo e soltanto le impressioni e le risposte che ottengo dal Vino stesso e per quanto sarebbe da ipocriti asserire che non si sia almeno leggermente condizionati dalla filosofia produttiva, io, personalmente, credo di esser ancor più condizionato dalla personalità del produttore stesso, sia esso convenzionale, bio o naturale, ami definirsi vignaiolo o produttore vitivinicolo.
Tornando a prima e fatta questa doverosa premessa, direi che il "male" non venga di certo dalla diversità di opinione, dalle differenze tecniche e tecnologiche, dalle divergenze filosofiche o pseudo tali là dove esse risultino costruttive e non mere dinamiche dialettiche volte a screditare l'una o l'altra "fazione", bensì potrebbe provenire dall'illusoria capacità di alcuni individui e dei propri accondiscendenti "followers", per non usare termini settari come adepti o discepoli,  di distorcere la realtà e far passare per concreto e veritiero qualcosa di quanto meno opinabile, se non surreale ed a volte inverosimile.
Prendiamo la Biodinamica, ad esempio... in molti sanno che sia una sorta di branca del biologico, ma in realtà, posso dirvi per esperienza diretta, che non molto fra produttori e winelovers sanno in maniera approfondita da dove derivi questa pratica prima teorico-filosofica poi agronomica ed a suo modo astro-chimico-scientifica.

Com'è noto il padre della Biodinamica è stato Rudolf Steiner, filosofo austriaco fondatore, anche, dell’antroposofia, che nel 1924, a 63 anni, pur non essendo un esperto di agronomia, tenne una serie di otto lezioni sull’agricoltura dal titolo“impulsi scientifico-spirituali per il progresso dell’agricoltura”, sulla fertilità del suolo e sulle forze cosmiche e spirituali che impregnano, secondo lui, il nostro mondo.
Fu proprio da quelle lezioni che, per convenzione, si pensi abbia origine l’agricoltura biodinamica. Come avrete intuito non possiamo parlare di una materia scientifica o di una pratica razionale, bensì di una filosofia che crede nelle “energie vitali” infuse nella materia inanimata applicata all'agricoltura e nel nostro caso alla viticoltura. Se guardiamo alla pratica agricola in sé, la biodinamica può rientrare per certi versi nel concetto dell'agricoltura biologica alla quale si vanno ad aggiungere pratiche “esoteriche”, legate al mondo olistico e mistico, tra cui l’utilizzo di alcuni “preparati” oltre all’attenzione verso le fasi lunari e le posizioni dei pianeti nelle costellazioni dello zodiaco. Cose, che... sia chiaro... sarebbero ed a parer mio restano ragionevoli laddove vengano private del contorno astruso e controproducente legato all'esoterismo, materia interessantissima a livello storico e culturale, ma davvero trascurabile se si parla di viticoltura, cosa molto diversa, invece per ciò che oggi sappiamo più o meno con certezza possa influire sull'agricoltura e su tutto ciò che accade sul nostro pianeta più in generale, ovvero le fasi lunari.
Tornando a Steiner, il filosofo iniziò il suo percorso di studi presso l’Istituto tecnologico di Vienna e seppur non sia riuscito a laurearsi la sua indole era sicuramente votata ad un approccio scientifico, almeno inizialmente. Fu dopo aver lasciato gli studi che iniziò a scrivere trattati di filosofia e a parlare liberamente di una sua maggior percezione dell'immateriale, come quanto fu visitato dallo spirito di una zia morta. Non è uno scherzo, l'ha detto davvero! All’inizio del Novecento entrò a far parte della Società Teosofica, un culto esoterico di ispirazione indiana e non vi nego che, in via del tutto ideale, i valori professati da questo culto non mi dispiacciano: fratellanza universale, nel karma, nella reincarnazione e nei “poteri latenti dell’uomo”.
Non contento della Teosofia Steiner, palesemente schiavo del suo ego, fondò un culto tutto suo, la Società Antroposofica, i cui dettami contemplano i soliti “poteri latenti dell’uomo” (per esempio i “sette sensi interni” oltre ai cinque tradizionali). Prima di morire nel 1925, Steiner ebbe anche il tempo di scrivere diverse opere teatrali misteriche e iniziatiche, di fondare una loggia massonica, di progettare due edifici monumentali, di suggerire una nuova organizzazione della società tedesca, di teorizzare un nuovo modello educativo (le “scuole steineriane“, che esistono ancora oggi in tutto il mondo), di fondare una nuova disciplina di medicina naturale (la “medicina antroposofica”, una specie di omeopatia a dir poco opinabile) fino a ciò che ci riguarda direttamente, ovvero l'elaborazione dei dettami dell’agricoltura biodinamica.

A questo punto dovrei parlarvi del cornoletame (preparato 500), di come funziona e di come si procede nella sua preparazione o del cornosilice (preparato 501) e della difficoltà odierna di reperire una cosa come la vescica di cervo, che magari ai tempi si Steiner potesse sembrare meno assurdo come "ingrediente" di un preparato un po' agronomico un po' alchemico... ma non lo farò! Potete trovare tutto l'occorrente online, ma se volete leggere un parere ponderato e pratico riguardo viticoltura biodinamica e letame vi invito a leggere il contributo che ha rilasciato tempo fa Monty Waldin a me, per WineBlogRoll.com. Io qualche dubbio riguardo l'ente di certificazione del quale vi invito ad approfondire liberamente (potrei citarvi io alcune fonti, ma condizionerei il vostro pensiero come fanno molti organi di disinformazione!) e riguardo i prodotti biodinamici in commercio ce l'ho, ma più che altro per il semplice fatto che qualcosa di così naturale ed energetico, qualcosa di così legato al ruolo della persona e del suo fare non solo del suo sentire e pensare, dovrebbe avere come obbligo primario l'impegno a creare tutti i preparati (naturali) in maniera autonoma e non ad acquistarli già belli e pronti alimentando un business da milioni e milioni di euro... ma è solo un pensiero estemporaneo, magari qualcuno ha una spiegazione valida a riguardo.
cornoletame
Comunque, torno a sottolineare che molte di queste pratiche, in realtà, non avrebbero nulla di sbagliato e ragionandoci sù, con le conoscenze odierne, si può apprezzarne anche la minuziosità, come quella rappresentata dalla scelta del corno di vacca che abbia partorito una sola volta... dai, ammettiamolo, non si può credere che la ragione possa essere legate alle energie cosmiche, ma può avere un senso se si pensa alla quantità di cartilagine contenuta nel corno di una vacca di questo tipo, che essendo maggiore potrebbe portare, ipoteticamente parlando, a dei vantaggi nello sviluppo microbico all'interno dei corni e della buca nella quale verranno sotterrati.
La logica, con un po' di sana positività e con qualche forzatura si può trovare anche in altri passaggi ed in altre pratiche, ma torno a dire che nulla di sbagliato ci sarebbe, a prescindere dal fatto che la biodinamica sia logica o meno, se non si commettesse l'errore di abbinarla a quelli che, permettetemi, a volte sembrano più dei meri vaneggiamenti (data l'intelligenza e l'acume imprenditoriale di R.S. mi chiedo se credesse davvero a tutto ciò che scrivesse?!).
Io credo, dunque, che la biodinamica ed il biologico, ma ancor più un'atteggiamento rispettoso e naturalmente attento nei riguardi della terra, della vite e dell'uva in vigna e del Vino in cantina, non possa che considerarsi positivo e che non vedo un solo motivo valido per criticare ciò che, come ho detto all'inizio, non ha certo l'intenzione di nuocere, convengo, però, con quei produttori, spesso anch'essi biodinamici, che non amano vendere fumo, ma fare Vino e non propinano illusorie favolette, ma una personale visione di quello che è il proprio lavoro.
Ogni produttore è libero di adottare le pratiche (consentite) che più rispecchino la propria indole e che si adattino meglio al proprio terroir - ricordo con piace un produttore che smise l'utilizzo del rame in vigna, per quanto considerato biologico, in quanto i tioli del suo Verdicchio ne risentissero notevolmente e lo dimostrò scientificamente - ma credo che non si possa continuare a dare la colpa al cliente poco informato o al soggetto più condizionabile, creando quasi un alibi per chi sposta l'attenzione su discorsi e dinamiche surreali, piuttosto che concentrarsi sul raccontare la propria storia nel mondo del Vino ed ancor lasciar parlare il proprio Vino.
cavalli in vigna
Mi piacerebbe si parlasse di più del grande contributo che gli animali (oche, cavalli, asini) possano dare in vigna e quanto si possa arrivare a gestire al meglio i costi aziendali con progetti votati a quello che definirei bio-ragionato. Vi invito a fare due chiacchiere con Roberto di Filippo riguardo gli animali in vigna e con Lorenzo Corino circa un approccio naturale e consapevole alla viticoltura. Mi piacerebbe sentir più parlare del sovescio di leguminose e crucifere fatto come si deve o di alternative al rame e zolfo e ci sono piccoli produttori che stanno sperimentando tanto in questo senso e sono quegli stessi produttori che sono partiti dal convenzionale per approdare al bio e che si ritrovano a fare biodinamica perché è il meglio che possono fare ora nelle proprie vigne, ma non di certo perché hanno avuto visite in sogno di spiriti di zie defunte. 
sovescio
In questi casi le degustazioni alla cieca riescono a rimettere i furbetti al loro posto ed al contempo a far emergere la qualità di quei vignaioli e produttori che effettivamente fanno del rispetto il proprio valore fondamentale. Rispetto che dalla vigna alla cantina, per la proprietà transitiva, si trasferisce anche a chi berrà quel Vino.
Ovviamente, esiste anche chi è convinto fermamente che la dottrina Steineriana sia veritiera ed attendibile in toto e, per quanto io faccia fatica a comprenderlo, rispetto ed accetto chi ne parli con coinvolgimento e chi trova in questa "fede" una ragione in più per rispettare la propria vigna ed il proprio vino. Continuo a non vedere di buon grado la reiterata volontà di indottrinare anche altri, proprio come fosse una sorta di culto... ma dopo tutto io credo in qualcosa che molti chiamano Dio, forse più perché è intrinseco all'uomo aggrapparsi alla speranza dell'esistenza di qualcosa di più grande... di superiore... quindi non mi sento di sparare a 0 con chi, creda in qualcosa che tutto sommato è di gran lunga meglio di roba in stile scientology, no?!? ;-)

Consigli per i winelovers 

- Guardate al Vino Biodinamico come guardereste ad un Vino Biologico, in quanto poche sono le reali e concrete differenze, se non quelle derivanti dai preparati e da alcune pratiche che solo in parte possono essere scientificamente provate. Nel dubbio, comunque, diffidate da quei produttori che focalizzano le loro presentazioni più sull'aspetto filosofico ed a volte persino esoterico che su quello che è il loro modo di lavorare in vigna ed in cantina. A prescindere da questo, i principi della biodinamica sia pratici che filosofici sono da accogliere come qualcosa di positivo làddove il risultato finale sia un Vino più "pulito" dal punto di vista chimico del termine e si evitino forme invasive di concimazione, diserbo e quant'altro. Sulle qualità organolettiche del singolo Vino, a patto che non ci siano evidenti difetti (ed anche qui mi affido all'onestà intellettuale del produttore di non far passare un difetto per una scelta stilistica) si possono trovare gran belle sorprese. Quindi assaggiate e fatevi una vostra idea personale su etichette, cantine e filosofie di pensiero, come per qualsiasi altra "corrente enoica". Un Vino Biodinamico può essere un ottimo Vino e non serve scomodare i miti francesi per convincersene, in quanto in Italia ce ne sono sempre di più e sempre di più validi!

Consigli per i produttori biodinamici

- Dato per assunto che io non possa criticare chi creda fermamente in una corrente di pensiero anche se essa cozzi fortemente con la ragione comune, sarebbe meglio, a mio parere, parlare del proprio approccio al Vino, in vigna ed in cantina in termini pratici piuttosto che pseudo-filosofici o ancor peggio esoterici, con tutto il rispetto per chi crede nell'esoterismo, che storicamente e culturalmente, come già accennato, ha comunque una sua valenza anche pratica. Il consumatore, il winelover, il degustatore vogliono assaggiare il vostro Vino e sicuramente possono essere interessati alla vostra storia, ma a prescindere dal fatto che siate biodinamici per convinzione o per "moda o marketing" (non siamo ipocriti, le certificazioni BIO fanno gola a molti anche in questi termini), l'importante è non illudere o condizionare troppo con argomentazioni più che opinabili. Tanto poi alla cieca tutti i nodi vengono al pettine. Per il resto massima libertà come sempre. Fare Vino è un lavoro e ognuno è libero di fare le proprie scelte, entro i limiti della legge ed ancor più dell'etica. Sia chiaro, in Italia sono molti di più i produttori seri e sinceri che fanno biodinamica e la fanno sempre meglio, che quelli, per così dire, "meno seri", ma se ho scritto quest'articolo è proprio perché infastidito da un episodio non molto positivo.

Io, continuerò ad assaggiare ogni tipo di Vino senza farmi condizionare troppo da certificazioni e filosofie ed inizio ad aver quel pizzico di presunzione che mi fa pensare di poter capire chi dica il vero e chi meno, attraverso il bicchiere, perché è sempre e solo lui che fa... fede! Per il resto, continuerò anche a farmi condizionare dalle storie di ogni singolo produttore, ma ciò che conta e conterà sempre, almeno per me, è proprio quell'etica tanto soggettiva quanto fondamentale, in ogni aspetto del lavoro e della socialità.

F.S.R.
#WineIsSharing

martedì 19 luglio 2016

Julien Miquel - Uno dei più importanti Wine influencer al mondo parla di Vino italiano e Wine Bloggers

Oggi ho deciso di dare spazio ad un collega, nonché uno dei più importanti wine blogger e wine influencer al mondo, Julien Miquel.  (english version here)
Ho conosciuto Julien quando mi citò tra quelle le definì le Wine Social Media Celebrities (forse un tantinello esagerato per me, ma all'estero i Blogger in generale ed anche in Wine Blogger nella loro nicchia sono delle vere e proprie star), quindi non vedevo l'ora di aver l'occasione per ricambiare il "favore"!
best wine blogger

Chi è Julien Miquel?

Julien fonda Social Vignerons a metà del 2014 ed il suo wineblog, dopo solo sei mesi, viene votato come "Miglior nuovo Wine Blog" ai Wine Blog Awards.
Un enologo, un esperto di social media marketing, ma in primis un grande winelover che ha deciso di mettere a disposizione di tutti, produttori di vino ed appassionati di tutto il mondo, la propria esperienza maturata grazie ad esperienze da winemaker in Francia (ha lavorato anche per Chateau Margaux), Spagna, Australia ed ovviamente in Italia. E' proprio per questo che ho voluto ospitarlo qui su WineBlogRoll, in quanto avere un punto di vista di un esperto del Vino mondiale che abbia conosciuto l'Italia del Vino dall'interno, possa solo rappresentare un valore aggiunto alla mia personale consapevolezza e, spero, a quella di tutti voi. Come vedrete dalla brevissima chiacchierata con Julien, le domande sono molto semplici e dirette ed il tono è molto informale, come si confà a dei wine blogger che puntano tutto sulla condivisione e sullo storytelling.
Cosa ne pensi dell'Italia e di cosa ti occupavi nel settore del vino in Italia?
Ho lavorato in Italia come produttore di vino per poco più di 6 mesi nel 2006.
A dire il vero, giunsi nel vostro Paese l’anno dei Mondiali di Calcio, proprio la domenica di luglio, durante la finale tra Francia e Italia (vinsero gli Azzurri ovviamente!). Ero felice che l’Italia avesse vinto, sennonché per aver reso più facile la mia vita rispetto al caso in cui avessero vinto i Francesi, visto che avrei trascorso il resto dell’anno in Italia! ;-)
Ho prodotto vino sulla costa toscana, nei pressi di Bolgheri, in una tenuta chiamata Caiarossa. Producevamo vini “Super Tuscan” con svariati vitigni, principalmente con Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, Merlot, Petit Verdot e Syrah e con Chardonnay e Viognier per i bianchi.
È stata un’esperienza fantastica, che mi ha dato la possibilità di immergermi nella cultura locale, circondato dagli abitanti del posto. Ho dovuto imparare l’italiano in un paio di mesi. Ho dovuto anche iniziare a parlare un po’ più forte del solito e a gesticolare mentre parlavo. 
Mi sono innamorato come non mai dell’Italia, della profondità della sua cultura e dell’indole gentile del suo popolo. Essere in grado di parlarne la lingua aiuta moltissimo a comprenderne la cultura e a condividere i momenti più belli.

Cosa ti è piaciuto di più dell’Italia e del vino italiano?
Anche se può sembrare scontato, in quanto molte persone potrebbero dare la stessa risposta, tuttavia, quel che più ho amato del vino italiano è stata la sua diversità. L’Italia è il più grande Paese produttore di vino al mondo, eppure tutta la sua produzione è suddivisa tra una miriade di piccoli produttori. Ogni zona presenta vitigni propri, spesso sconosciuti altrove. Dunque, esagerando un po’, si potrebbe dire che i vini sono molto diversi tra loro, il che non risulta necessariamente un vantaggio per il Paese da un punto di vista del marketing giacché, da winelover, potresti non finire mai di esplorare e di imparare, nonché di restarne sorpreso.
Si potrebbe anche sostenere, in generale, che in Italia c’è un forte legame tra i vini e i loro terroir, il che amplifica la diversità complessiva. In Italia ogni vino riesce ad esprimere in maniera più distinta rispetto ad altri Paesi il luogo in cui esso è stato prodotto e gli individui che lo hanno prodotto. Vi è stata una minore influenza delle tendenze di moda, delle tecniche moderne di vinificazione, dell’impiego di botti di rovere, etc.
Il mio sito web/blog si chiama Social Vignerons perché ho la passione per i viticoltori e per quello che riescono ad esprimere attraverso i loro vini. Di sicuro, in Italia c’è molto da scoprire e da esplorare sotto questo profilo.
Per di più, quasi tutti i vini italiani si possono abbinare facilmente a qualsiasi piatto, il che per me, da buon francese, ovviamente risulta fondamentale.
Cosa pensi della qualità del vino italiano?
social vignerons
Non credo vi sia una risposta generica a tale domanda. A causa della diversità precedentemente menzionata e l’immenso volume della resa vinicola del Paese, tutti i livelli di qualità sono rappresentati nel vino italiano: dai più ordinari, piuttosto a buon mercato, a quelli che vengono considerati i migliori al mondo; ma nell’insieme posso affermare che la qualità del vino italiano sia piuttosto buona. Credo che uno dei vantaggi del vino italiano nel suo complesso consista nel fatto che una gran quantità della produzione di qualità più scarsa venga esportata all’ingrosso senza essere necessariamente venduta sotto l’etichetta di “Prodotto in Italia”, in modo da non danneggiare l’immagine del Paese. Mi vengono in mente gli enormi volumi destinati alla produzione dei vini spumanti tedeschi Sekt o ai blend dei vini rossi da tavola a buon mercato “dall’Unione Europea”. Pertanto, in linee generali, quel che viene fuori dalle bottiglie IGT o DOP è di qualità piuttosto buona.

Cosa pensi della comunicazione del vino italiano? Perché i Wine blogger sono così importanti sul piano internazionale?
Nella comunicazione essere diversi e divisi non è un bel vantaggio, come ho illustrato nell’articolo sopracitato. È molto più facile comunicare su una scala globale quando sei un grande brand piuttosto che un piccolo produttore.
Molti piccoli vignaioli non hanno tempo o denaro a sufficienza da investire nella comunicazione.
Tuttavia, ritengo che con i social media siamo entrati in un’era che permette ai produttori di vino di connettersi con i propri clienti e con i potenziali clienti molto più facilmente e a più basso costo. I social media permettono di collegare la diversità dei bevitori e degli amanti di vino di tutto il mondo alla diversità dei produttori di vino di tutto il globo. Tutti possono trovare ciò che più gli o le interessa. Ogni bevitore di vino può trovarvi un vino o una storia che gli piace. Ed ogni produttore dovrebbe essere in grado di trovare persone a cui piaccia il proprio vino e la propria storia.
È come se nel mondo del vino i social media siano stati effettivamente creati per rispondere alla diversità.
È questo il punto di vista di Social Vignerons, in cui cerco di dare la possibilità ai produttori di raccontare la propria storia attraverso il mio sito web e la mia community virtuale. Invito i produttori a condividere semplicemente la loro storia con me e con il mio pubblico. Come consulente, aiuto anche qualcuno di loro ad essere più efficace sui social media per trovare i clienti.
L’importanza dei wine blogger consiste nella continuità di questo movimento che sta prendendo piede con il web e i social media, i quali conferiscono a produttori e appassionati un maggior potere. Interagendo con i wine blogger, i produttori di vino possono ottenere recensioni sui loro vini su scala globale praticamente gratis. Non dovranno necessariamente acquistare lo spazio pubblicitario. Vale lo stesso per i bevitori di vino, i quali dovranno semplicemente verificare sui wine blog qual è la vera qualità del vino piuttosto che pagare per abbonarsi ad una rivista che non è necessariamente rappresentativa della realtà.
Inoltre, i wine blog permettono ai consumatori di saperne di più sui vini e di fare acquisti consapevoli. Permettono anche ai produttori di raccontare la propria storia e di “spargere la voce” (è questo lo slogan di Social Vignerons) sui loro vini.

Nessuno passa inosservato con i wine blog! Per questo motivo, essi sono sempre più popolari.

Conclusioni sull'intervisa a Julien Miquel e la situazione del Wine Blogging italiano

Credo che Julien, specie per quanto concerne la comunicazione, sia stato in grado di sintetizzare alcuni punti focali riguardanti il Vino italiano e, soprattutto, la figura del wine blogger, non tanto al fine di "tirare l'acqua al nostro mulino" (anche perché ci piace più il Vino!), bensì per dare una visione più internazionale di quelli che sono i valori della comunicazione del Vino odierna.
Non posso, quindi, che ringraziare il caro Julien Miquel  per il tempo concessomi. (Segui Julien Miquel sui social).

Special thanks alla traduttrice dei testi, Martina Pirosini, specializzata in traduzioni enoiche.

F.S.R.
#WineIsSharing

Julien Miquel interview about Italian Wine and the importance of Wine bloggers

Interview with Julien Miquel, founder at Social Vignerons

(click here for the Italian version)

julien miquel wine blogger
- What about Italy? Have you every been here? And What did you do in the Italian Wine sector?
I worked in Italy as a winemaker for a bit over 6 months in 2006.
I actually entered the country that year on the Sunday in July just following the world cup final football game between France and Italy ( that the "Azzurri" won obviously!!). I was happy in a way that Italy had won, as it made my life easier than if the French had won for spending the whole rest of the year in Italy. ;-)
I made wine on the Tuscan Coast near Bolgheri at an estate called Caiarossa. We made ‘Super Tuscan’ wines out of many different grape varieties, mainly Sangiovese, Cabernet Sauvignon and Franc, Merlot, Petit Verdot and Syrah, and Chardonnay and Viognier for the whites.
It was a fantastic experience as I was immerged in the local culture surrounded with locals. I had to learn Italian which I did in a couple of months. I also had to start talking a bit louder than I usually would, and started moving my hands while talking. ;-)
I’ve been in love with Italy and the depth of the its culture, and the kindness of Italian people ever since. Being able to speak helps immensely understanding the culture and sharing good moments.
- What you like the most about Italy and Italian Wine?
This may sound a bit generic as many people could do that same answer.
What I love most about Italian wine is the diversity. Italy is the biggest wine producing country in the world, yet the production is all broken down into myriads of small producers. Each area has its own grape varieties that are often unknown anywhere else. So exaggerating a little, one could say that all wines are very different from one another. It’s not necessarily an advantage for the country from a marketing standpoint, put as a wine lover, you could keep exploring forever and continue learning and be surprised for a very long time.
You could also argue that generally speaking, there is a strong connection still between the wines and their terroir in Italy, which amplifies the overall diversity. In Italy, each wine expresses more distinctively where it comes from and who made it than in many other countries. There has been less influence of fashion, modern winemaking techniques, usage of oak barrels etc.
My website/blog is called Social Vignerons, because I have a passion for the work of wine growers and what they express through their wines. There is a lot to discover and explore in Italy from that angle for sure.
Then pretty much all Italian wines are food-friendly which as a Frenchman is obviously important for me.
best wine blog
- What do you think about the quality level of Italian Wine?
I don’t think there is a generic answer to that question. Because of the diversity previously
mentioned and the sheer volume output of the country, all levels of quality are represented in Italian wine. From cheap rather ordinary stuff to some of the best wines in the world for sure. But overall I guess one could say the quality of Italian wine is pretty good. I guess one of the advantages of Italian wine as a whole, is that a lot of the lowest quality production is exported in bulk and not necessarily sold under the ’Prodotto in Italia’ label so it doesn’t hurt the country’s image. I’m thinking of the huge volumes that go into producing German Sekt sparkling wines, or cheap red table wine blends ‘from the European Union’. So generally speaking, what comes out bottle under IGT or DOP is of a rather good quality.
I shared more views about Italian wine a few years ago with winemeridian.com here.

- What do you think about Italian Wine Communication? And why are the Wine Bloggers so important internationally?
For communicating, being diverse and divided is not quite an advantage, like I described in the article on winemeridian linked above. It’s much easier to communicate on a global scale when you’re a large brand than a small producer.
Most small vignerons don’t have time or much money to spend on communication.
I think however, that with social media, we’re entering an era that allows wine producers to connect with their customers and potential customers much more easily, and cheaply. Social media allows to connect the diversity of wine drinkers around the world, to the diversity of wine producers around the globe. Everyone can find what he or she is interested in. Every wine drinker can find a wine and a story that he likes there. And every producer should be able to find people that like their wine and their story, so long as they’re on it.
It's actually like social media was made for serving the diversity in the world of wine.
That is the point of Social Vignerons, where I try to allow producers to tell their story via my website and my global social media community. I invite producers to easily share their story with me and my audience. As a consultant, I also help some producers be more effective on social media and find their customers.
The importance of wine bloggers is the continuation of this movement that is taking place with the web and social media that empowers producers and wine drinkers. By interacting with wine bloggers, wine producers can get their wines noticed on a global scale virtually for free. They don’t necessarily have to buy advertising. Same for wine drinkers, they can simply check on wine blogs what the quality of wine really is rather than paying for a subscription to a magazine that is not necessarily representative of the truth. Again, wine blogs enable consumers to learn more about wines and make informed buying decisions. They also allow producers to tell their story and ‘spread the word’ (which is the strapline of Social Vignerons) about their product.

Everyone wins with wine blogs, that’s why they are increasingly popular.



Interview by F.S.R.
#WineIsSharing
Translation by Martina Pirosini

lunedì 18 luglio 2016

Il Crowdfunding nel mondo del Vino

L'argomento di oggi è il Crowdfunding. Se ne sente parlare sempre più spesso, quindi mi sono deciso anch'io a scriverne qui su WineBlogRoll.
"Il crowdfunding (dall'inglese crowd, folla e funding, finanziamento) o finanziamento collettivo in italiano, è un processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizza il proprio denaro in comune per sostenere gli sforzi di persone e organizzazioni". Questo è ciò che dice la nostra cara amica wikipedia, ma in soldoni come si applica questo concetto al Vino o, ancor meglio, come potrebbe essere applicato al mondo del Vino?

Il Crowdfunding nel mondo del Vino

Premetto che l'Italia è a dir poco indietro rispetto ad altri paesi nell'utilizzo del crowdfunding in toto ed ancor più indietro per quanto riguarda il suo impiego per iniziative e progetti legati al Vino, ma che qualcosa si sta muovendo, in quanto è palese che le congiunzioni socio-economiche e la grande voglia di uscire da questa situazione di immobilismo di molti produttori italiani vedano nel crowdfunding una possibilità unica nel suo genere da cogliere e sfruttare al meglio.
crowdfunding vino
Il bello di questo tipo di finanziamento collettivo è, sicuramente, la sua democratica meritocrazia, poiché partendo dal basso necessita davvero di un coinvolgimento non solo economico-imprenditoriale, bensì emotivo e sinergico da parte di chi va ad investire in qualcosa che, essendo ricorsa al crowdfunding, si presume, non navighi in acque buonissime, abbia avuto problemi come frane in vigna o incendi in cantina o sia solo in fase embrionale o per meglio dire di start-up.
Il Vino a detta di molti si presta più che bene al crowdfunding, ma in quali casi può rappresentare una concreta possibilità, se non addirittura un ancora di salvezza, affidarsi alle piattaforme che offrono questo servizio?
Se le start up nel mondo della tecnologia (le richieste di finanziamenti per la creazione di nuove App per smartphone sembrano essere attualmente le più quotate sulle varie piattaforme di crowdfunding) sono centinaia di migliaia e non sempre vantino grandi potenzialità in termini di riuscita, imprendere in campo agricolo in generale ed in quello vitivinicolo nello specifico può rappresentare un'idea capace di infondere maggior sicurezza in chi contribuirà. 
Creare un'azienda da zero, però, pur dimostrando passione e mostrando le opportune qualifiche atte a far pensare ad un potenziale successo, ha costi che difficilmente potrebbero essere coperti con una campagna di crowdfunding, ma di certo ampliare un'azienda agricola esistente, creare un nuovo brand, iniziare una sperimentazione in vigna riscoprendo vitigni dimenticati o piantando vitigni resistenti, o ancora rimodernare la cantina al fine di dare nuovo corso alla propria realtà, potrebbero essere idee vincenti. Tutto, però, dipenderà dalla capacità di strutturare la campagna e di raccontare la propria storia ed il perché della vostra richiesta, oltre, ovviamente, alle "ricompense" (rewards & fees). Sì, perché le maggiori piattaforme di crowdfunding richiedono un video di presentazione girato dai richiedenti, in questo caso i vignaioli/produttori, e la scelta di una o più tipologie di ricompensa in base al contributo dato dai finanziatori del progetto. La case history più positivo (purtroppo credo un unicum in Italia) è quello di Franco Cavallero e del suo Barolo Preclara 2001, di cui il video qui sotto.

Quali sono le piattaforme di crowdfunding più idonee a proporre iniziative nel mondo del Vino?

Kickstarter ed Indigogo: sono le più importanti piattaforme al mondo e vantano la più alta percentuale di successo dei progetti lanciati, ma non sono focalizzate nel settore Vino. Se questo sia un pro o un contro lo lascio decidere a voi. Provare, dato il bacino di utenza, non credo possa far male, anche solo in termini di visibilità.
Cruzu: è la piattaforma americana già utilizzata da Franco Cavallero e da altri produttori italiani ed è dedicata in particolare a progetti di vinificazione. Fondamentali saranno le ricompense che spaziano da Vini di annate particolari ad etichette personalizzate (private labels), fino a visite in cantine e gadget aziendali. Il tutto con utenti internazionali. Diciamo che in questo caso si tratta di una sorta di do ut des, molto più concreto di una finanziamento all'idea.

Fundovino: nata in Francia, questa è la prima piattaforma di crowdfunding interamente dedicata al Vino ed adotta il sistema "tutto o niente", vale a dire che il produttori che lancia il suo progetto porrà un obiettivo da raggiungere in termini di finanziamento e potrà acquisire quelle quote solo e soltanto se il traguardo verrà raggiunto. Anche in questo caso le rewards saranno importantissime, ma ancor più lo sarà lo sviluppo e la presentazione del progetto.

Seedrs, Crowdcube, Snowball effect: anche in queste tre piattaforme (le prime due del Regno Unito e la terza Neozelandese) sono stati registrati ottimi risultati di progetti a tema Vino, ma molto ristretti a produttori di Vino locali.

In Italia, attualmente, siamo in fase di crescita e la piattaforma di riferimento resta quella generalista ovvero www.crowdfunding-italia.com.
Esiste, però, un'alternativa che strizza l'occhio al crowdfunding, ovvero, The Wine Fathers, un progetto made in Italy che offre la possibilità agli utenti di diventare "parenti" dei vignaioli italiani che hanno aderito all'idea. Questa parentela virtuale da diritto a visite in cantina, esperienze dirette come la vendemmia, sconti ed omaggi sui Vini prodotti dai vignaioli in questione. L'idea è davvero interessante, soprattutto per la qualità dei piccoli vignaioli e dei progetti inseriti nella piattaforma, che vi invito a visionare.

Perché, come e quando fare Crowdfunding nel Vino

Detto questo le iniziative ed i progetti di crowdfunding inerenti al Vino non si limitano alla produzione e quindi ai produttori, ma coinvolgono e possono coinvolgere anche giovani ideatori di programmi ed app per le cantine e/o per i winelovers, inventori di brevetti di tappi, salvagocce o altre utilità enoiche, nonché il settore dell'enoturismo in genere, scrittori di libri sul Vino ed i suoi territori, viaggi alla scoperta della viticoltura nel mondo da trasformare in format televisivi o web series. Insomma, l'unico limite al crowdfunding è la fantasia, ma questo non significa che l'idea più strana ed originale vinca, anzi, è sempre più evidente quanto già accennato in precedenza, ovvero che la “scarsità” dei premi di donazione impostati dagli utenti portano all'assenza di risposta da parte dei potenziali finanziatori. Molti pensano che solo perché un progetto sia originale ed interessante, la gente possa essere disposta a donare senza ricevere nulla in cambio, ma non è così, o almeno non lo è per le imprese, mentre può esserlo per le onlus, ma quella è pura e semplice beneficenza. Inoltre, mancano da parte di chi lancia il progetto la capacità e l'impegno nel far conoscere la propria iniziativa al mondo, cosa che implica una maggior consapevolezza delle dinamiche del web e dei social networks. Quindi, se siete intenzionati ad avviare una campagna di crowdfunding preventivate una buona dose di impegno (anche in termini di tempo da dedicare alla promozione del progetto), nonché un approfondimento ed un'implementazione riguardo la vostra presenza sui social network.
Se vedete il crowdfunding come una mera richiesta di beneficenza o lo snobbate proprio perché a voi non serve l'aiuto di nessuno, o ancora pensate di poter attuare una campagna su uno di questi portali senza spendere un'ora al giorno del vostro tempo sui social (in maniera concreta e produttiva intendo!) meglio lasciar perdere e lavorare come avete sempre fatto, in quanto avrete di certo maggiori e migliori risultati. Se invece la cosa vi intriga, rivolgetevi a qualche esperto del settore, iniziate a pensare ai vostri obiettivi ed alla produzione dei contenuti video e di testo per lanciare la campagna e vedrete che anche in Italia le soddisfazioni arriveranno!

F.S.R.
#WineIsSharing

Elenco blog personale