martedì 30 agosto 2016

L'Amarone secondo Pietro Zardini

E' arrivato il momento di tornare ai miei racconti enoici, di andare avanti, nonostante ciò che sia successo e che stia accadendo in questi giorni e lo faccio parlando di una realtà che mi ha affascinato per la sua storia ricca di aneddoti e di verità, ma soprattutto capace di entusiasmare attraverso il calice.
Questa è la storia di Pietro Zardini, perito agrario con specializzazione in viticultura, che dopo aver lavorato a fianco dei migliori Enotecnici del Veronese, primo fra tutti Roberto Ferraini (il professore che seguiva le migliori aziende di Verona che purtroppo non è più fra noi), dal 2000 segue con attenzione e premura i 7ha vitati dell'azienda di famiglia.
Un'azienda che dapprima portava il nome del padre di Pietro, Leone Zardini, ma che ha sempre visto una linearità ed una consequenzialità nelle scelte e nel rispetto di una tradizione sin troppo spesso deviata o male interpretata in Valpolicella.
cantina pietro zardini
Pietro mi confida aver come riferimento, da sempre, il mostro sacro dell'Amarone, ovvero Giuseppe Quintarelli, con il quale ha avuto modo di confrontarsi direttamente e dal quale ha appreso molto, cosa che in pochissimi possono dire. E' proprio da questo confronto che nascono il desiderio e la convinzione di non fare la rincorsa alle grandi aziende, bensì di ritagliarsi una nicchia nella quale dimostrare che con la qualità ed un'espressione fedele, ma non scontata, di territorio e tradizione enoica, si possa arrivare a riconoscimenti importanti.
Uno dei tanti aneddoti legati a questa Cantina è sicuramente quello che vede protagonista il trattore Landini che oggi rappresenta l'etichetta ed il simbolo dell'azienda: 
"In cinque generazioni non ci siamo mai spostati dal piccolo paese di san Floriano nel comune di San Pietro in Cariano.
Mio padre negli anni 50 acquisto un trattore Landini testa calda, con il quale lavorava la terra a tante delle aziende viticole vicine.
Questo trattore che mio padre ha venduto per 500 mila lire negli anni '90 io l’ho ricomprato per 9000 euro e adesso è il marchio della mia cantina."

Una storia che da l'idea di quanto forte sia il valore della tradizione e dell'attaccamento alla terra in questa famiglia ancor prima che in questa cantina della Valpolicella.
Una cantina che vuole produrre vini della tradizione, senza molta tecnologia anzi riutilizzando vecchie tecniche come l’affinamento in anfora per i vini rossi, al fine di far tornare sulle tavole un Amarone che non sia solo il vino fruttato, scuro, corposo, legnoso, che ormai per qualcuno è "quel che dovrebbe essere l'Amarone", perché - dice Pietro - quel Vino non centra nulla con l’Amarone!
L'Amarone è un vino eccezionale con delle caratteristiche molto particolari, elegante lungo in bocca, ma mai super corposo. Può e deve essere leggermente tannico a garanzia della sua potenziale longevità, ma può e e dovrebbe rispecchiare le esigenze dei palati odierni, alla ricerca di vini con maggior armonia, una freschezza che ne bilanci il calore ed un pizzico di mineralità che ricordi le origini dei terreni della Valpolicella.
Passiamo quindi ai due Vini che ho avuto modo di assaggiare:
vini zardini
Rosignol Vino Rosso da Tavola: partiamo dal nome Rosignol che non è, ovviamente, un nome a caso...  Rosignol è l’Usignolo in dialetto Veronese e questo uccellino dalle doti canore eccezionali ha sempre affascinato il genere umano..
In Valpolicella classica, un tempo, quando una persona si dimostrava avere spiccate doti canore veniva chiamata appunto Rosignol e nella famiglia Zardini, Leone ed i suoi fratelli erano tutto cantori sopraffini, tanto che a 16 anni il padre di Pietro si esibì all'Arena di Verona, riscuotendo molto successo. All'epoca non vi erano i moderni talent scout, ma molti mecenate proposero a Leone di pagargli le scuole di canto a Milano scommettendo sulle sue doti. Il nonno di Pietro, dal quale ha ereditato il nome, non volle, perché appena dopo la guerra la zona, un po' come tutto il resto del paese, era molto povera e la priorità erano le due braccia per l'aiuto nei campi. 
Fatta questa piccola premessa, che rappresenta l'ennesimo aneddoto legato alla famiglia Zardini ed a questa Cantina, passiamo al Vino, che non è altro che un "piccolo Amarone", volutamente declassato a vino da tavola in quanto Pietro voleva godere di maggior libertà e pensa, da sempre, che le denominazioni rappresentino di più le grandi aziende e limitino le piccole. Sì, lo definirei "piccolo Amarone", anche se solitamente odio questo genere di paragoni, perché è effettivamente una sorta di anteprima di quello che è l'Amarone secondo Pietro Zardini. Un'ulteriore prova di quanto possano essere piacevoli ed inerziali i Vini da appassimento, là dove riescano ad esprimersi al meglio in verticalità, senza cadere in quel calderone chiamato omologazione, in cui molti Amarone si crogiolano.

Leone Zardini - Amarone della Valpolicella Classico DOC 2009 Riserva: nonostante l'iter classico di produzione di questo Amarone basta poco per rendersi conto che gli equilibri aromatici e gustativi di questo Vino sono spostati verso un'interpretazione votata ad un attitudine meno "ruffiana", ma sicuramente più agevole alla beva. Si parla spesso di Vini da meditazione, di quanto l'Amarone sia un grande Vino, ma non in grado di lasciarsi bere calice dopo calice, con agilità e piacevolezza, per via di un'eccessiva, passatemi il termini, pesantezza nella sua totalità e forse, ad alcuni va bene così, che male c'è? Un Amarone può essere davvero un grande "vino da caminetto" come anche questo potrebbe essere senza alcun problema, ma la differenza, Pietro Zardini, credo l'abbia fatta nel riuscire a mostrare e dimostrare l'attitudine dell'Amarone alla tavola ed alla convivialità. Molti Amaroni sono come uno smartphone bellissimo, capace di tutto, ma senza connessione, questo è iper-connesso e spinge alla socialità, con fare romantico là dove la compagnia lo richieda, ma anche con il calore e la premura di un abbraccio familiare se posto al centro della tavola domestica.
Credo sia un bel riferimento per comprendere a pieno le potenzialità di un territorio in grado di infondere grande freschezza e mineralità, che con l'appassimento si tende ad occultare ed inibire, ma che possono contribuire ad un'armonicità unica ed una maggior fruibilità dell'Amarone.
Ci tengo a fare una considerazione riguardo entrambi i Vini assaggiati, rimarcando quanto, a volte, i varietali (in questi casi: Corvina, Rondinella, Molinara e Rosignola) si perdano con l'appassimento e l'affinamento in legno, specie se piccolo e quanto, invece, Pietro Zardini sia riuscito a farli emergere nelle loro sfumature sottese quasi a voler rifuggire tutto ciò che possa cercare di oscurarne la franchezza espressiva.

Io credo che il Vino sia un po' come un'opera d'arte davanti alla quale chiunque possa soffermarsi in silenzio o filosofeggiando in maniera più o meno estemporanea, commuovendosi o magari sorridendo, sentendosi in linea con l'artista o essendo sopraffatto dalla noia, quindi le mie opinioni ed ancor più le mie sensazioni sono e saranno sempre mere impressioni soggettive, che vi invito a confutare e credo, in questo caso più che mai, possano quanto meno concedervi un punto di vista diverso su qualcosa di così conosciuto ed al contempo sconosciuto come l'Amarone.


F.S.R.
#WineIsSharing

domenica 28 agosto 2016

Il Pecorino di Arquata, Pecorina arquatanella o Arquitano... per non dimenticare

Arquata del Tronto non ci sarà più, o quanto meno non sarà più quella che conoscevamo, che noi marchigiani appassionati di Vino e non, apprezzavamo tanto per la sua storia legata al Vino Pecorino e che turisti di tutto il mondo stavano imparando ad amare, specie negli ultimi anni per la sua posizione meravigliosa fra due parchi.
"Paesaggi alpestri e verdi vallate fanno da cornice all'unico Comune d'Europa il cui territorio è conteso da due Parchi Nazionali: dei Monti Sibillini a Nord e del Gran Sasso-Monti della Laga a Sud.
La città fortezza di Arquata, compatta ed austera, si erge col suo castello medievale nel bel mezzo di una terra ricca e selvaggia, che da sempre ha destato fantasie, sogni e speranze.
Ripercorrete con noi i sentieri che dal Monte Vettore vi condurranno alla ricerca della grotta delle fate, proseguendo poi per i folti boschi di faggio e castagno ancora attraversati dall'ululato del lupo nelle lunghe notti d'Inverno...
Oppure ascoltate il mormorio festoso del fiume Tronto che si ingrossa a Primavera, allo sciogliersi delle nevi, quando già i primi calori preannunciano la fresca Estate, ricca di appuntamenti folkloristici: dalle tipiche feste paesane alle rievocazioni medievali di antiche battaglie...
O se preferite immergetevi nei caldi profumi autunnali delle nostre sagre, lasciandovi inebriare dalle specialità offerte dalla montagna: salumi, cacciagione e castagne sempre accompagnate dall'immancabile vino cotto...
Ogni stagione dell'anno offre momenti speciali per visitare Arquata del Tronto: una terra dove impossibile è stabilire quando finisce la storia ed ha inizio la leggenda..."

Era tutto questo Arquata e molto di più... eppure non voglio credere che questa la fine di una storia e l'inizio di una leggenda. Parole che fanno gonfiare gli occhi di lacrime e venire un magone di quelli difficili da dissipare, ma che testimoniano la bellezza di un luogo che, purtroppo, molti italiani non hanno avuto modo di visitare, vivere e godere.
Un posto così bello non potrà mai essere dimenticato e sono certo che la Natura, così nefasta in questi giorni, tornerà ad essere il cuore pulsante di quello che era davvero un borgo incantato, stupendo per le sue strutture, ma meraviglioso per il suo contesto paesaggistico, che per fortuna permane.
La Natura dei due parchi nazionali, quello dei Monti Sibillini e quello dei Monti del Gran Sasso - Monti delle Laga, ma anche quelle delle antiche viti di Pecorino, storicamente detta uva Pecorina o uva delle Pecore, per i suoi richiami alle zone dove veniva praticata la pastorizia e dove questo vitigno era diffuso, ma anche Pecorino d'Arquata, Pecorina arquatanella o Arquitano, ad attestare quanto forte fosse il legame con questa città. E' ad Arquata del Tronto, infatti, che il Pecorino fu “ritrovato”, in quei terreni collinari oltre 1000 metri sul livello del mare, dove questo vitigno ha dimostrato nei secoli la sua resistenza alle intemperie. Una resistenza, una duttilità ed una forza intrinseca quella del Pecorino d'Arquata che sono certo rispecchi quella degli abitanti di una città che non sarà mai più la stessa, ma tornerà a splendere e di certo risplenderà in ogni calice del suo Vino.
Invito tutti i winelovers, ma anche chi è per caso capitato in questo blog e non dovesse amare il Vino, ad informarsi, a leggere storie e leggende su Arquata del Tronto e le sue frazioni, prima fra tutte Pescara del Tronto, tenendo vivo il ricordo, ma ancor più guardando ad un futuro nel quale Arquata ed i suoi abitanti avranno bisogno di tutti noi. 

Potrei riportare informazioni e storie qui, ma vorrei vi riferiste ad alcuni siti nei quali troverete tanto:
http://www.vinopecorino.eu/ (sito creato dall'associazione dell'Alto Tronto con la mission di recuperare e promuovere il Pecorino di Arquata);
http://www.vinopecorino.com/ (qui si fa riferimento ad un'azienda, ma si tratta di un sito creato appositamente a scopo informativo e non meramente promozionale, ma liberi di nona accedervi, anche se credo ne valga la pena);
http://www.arquatadeltronto.com/it/ (qui per conoscere Arquata e donare).
Non dimentichiamola, parliamo della sua grandezza e torniamo a vivere la sua meraviglia non appena sarà possibile, dovessero passare mesi o più probabilmente anni. Arquata non c'è più? Non è vero... Arquata c'è e ci sarà sempre e non solo nel ricordo, negli scritti o nelle immagini di un servizio alla tv... Arquata del Tronto sarà ancora un posto magico da visitare, anche se ora regnano sovrane morte e distruzione.
Io l'ho conosciuta per il Vino, ma me ne sono innamorato per tutto il resto ed ancora faccio fatica a credere che il suo volto cambierà, ma sogno di tornarci presto e di rendermi conto che la sua essenza sia ancora intatta e sempre lo sarà.

Nei giorni scorsi ho manifestato i miei dubbi riguardo alcune iniziative relative a strumentalizzare l'Amatriciana, grande vanto di Amatrice e la Griscia (o Gricia) della frazione di Grisciano, per scopi spesso ibridi fra la beneficenza ed il marketing, ma è e sarà sempre importante parlare di Amatrice con le sue bellezze, la sua storia e le sue tipicità, come lo sarà parlare di Arquata del Tronto e degli altri comuni, per tener vivo il ricordo dell'accaduto ed essere continuamente e continuativamente spinti a fare qualcosa. Io non mi cucinerò un piatto di pasta alla maniera di Amatrice abbinandola ad un bicchiere di Pecorino di Arquata postandola sui social, ma so che che queste due città troveranno in queste due tipicità due armi in più per essere ricordate e spero che questi "remind" permettano a tutti winelovers, gourmet e non, in Italia e nel mondo di sentirsi legati in qualche modo alle persone che ora tutti corrono ad aiutare (GRAZIE!), ma che purtroppo avranno bisogno di ancor più aiuto tra settimane, mesi, anni!

Se il vino ed il cibo, con la loro storia e la loro lingua universale, possono aiutare ad aiutare ed a ricordare, ben venga, quindi! L'importante è non strumentalizzare e non cercare di trarre un deprecabile ritorno personale da tutto questo, perché l'importante è fare, ma non sfruttare e per quanto mi sembri impossibile che qualcuno lo faccia, mi affido al buonsenso di chi ami vino e cibo e quindi ami l'Italia tutta e le persone tutte, per comprendere cosa sia più giusto fare.
Aiutiamo in silenzio, ma non smettiamo di scriverne e di parlarne!

Ringrazio le persone che mi hanno segnalato il sito dell'associazione Alto Tronto.
F.S.R.
N.B.: questo blog non ha attiva nessuna attività promozionale payperview o payperclick che potrebbero portare un qualsivoglia ritorno economico diretto dalla pubblicazione di articoli come questo e dalle relative visite.

Per donare direttamente ai comuni più colpiti dal sisma:

CODICE IBAN del Comune di ARQUATA - EMERGENZA TERREMOTO 

Istituto Intesa SanPaolo - filiale di Arquata del Tronto
Iban: IT 33 W 03069 69370 100000000246
CODICE IBAN del Comune di AMATRICE - EMERGENZA TERREMOTO
Banca di Credito Cooperativo di Roma
Iban: IT 13 W 08327 73470 000000005050

CODICE IBAN del Comune di ACCUMOLI - EMERGENZA TERREMOTO
Conto di segreteria – coordinate bancarie.
Iban: IT83 E030 6914 6011 0000 0046 108
Causale “CONTRIBUTO SISMA AGOSTO 2016”
Conto corrente postale n. 14979025
Intestato a: “Comune di Accumoli – Servizio Tesoreria”
Causale “CONTRIBUTO SISMA AGOSTO 2016”
Riferimento per l’estero:
codice swift: BCITITMM
Link per la verifica: http://www.comune.accumoli.ri.it/sisma-centro-italia-2016/

sabato 27 agosto 2016

Ora basta!

Mi ero ripromesso di non scrivere per un po' perché preso da rabbia, sgomento e tanta desolazione nell'animo e nella mente povera di ispirazioni positive e propositive e non volevo di certo scrivere oggi, giorno di lutto per me e per tutti coloro che conoscono il terremoto, l'hanno vissuto, alcuni in più di un'occasione, vedendo sgretolarsi case, sogni e certezze.
Volevo evitare le polemiche, tanto da aver pregato tutti più e più volte sui social di lasciar perdere sterili critiche e dialettiche votate solo al peggioramento di uno stato d'animo comune, che potevano addirittura toglier tempo alla solidarietà.
Mi ero auto-imposto tante cose, ma stavo perdendo di vista i doveri di chi ha a disposizione un mezzo di comunicazione che possa anche solo in minima parte tentare di sensibilizzare l'opinione pubblica riguardo questioni più grandi, di quelle di cui solitamente tratta questo wineblog.
Oggi, però, ho letto parole che rispecchiano l'idea di molti e che giorni fa scrissi, seppur con meno classe e competenza di quelle che andrete a leggere, su facebook beccandomi numerose critiche che mi spinsero a non pubblicare più nulla che potesse scatenare polemiche inutili e dare adito ad ulteriori perdite di tempo e di senno.
Le parole di cui parlo sono quelle di Carlo Cambi, che molti di voi conosceranno per i suoi ruoli televisivi, ma che noi marchigiani rispettiamo ed amiamo per l'amore e la grande conoscenza rivolti alla nostra terra.
Non dirò null'altro, perché qualsiasi addizione alle sue considerazioni sarebbe superflua, ma vi invito a leggere e riflettere, perché il problema non è solo degli Chef in questione, ma è ancor più di chi pensa di poter essere solidale con chi ha perso tutto andando a pranzo o a cena fuori, sentendosi a posto con la propria coscienza avendo ordinato e "magnato" un piatto di pasta, quando la vera beneficenza è fatta di rinuncia e non è di certo un mero do ut des. Se poi vogliamo buttarla sul "basta fare qualcosa" e che nel dubbio meglio "2€" che nulla, liberissimi di pensarla così e posso persino arrivare a comprendere le dinamiche di certi gesti, alla stregue di chi spiattelli le cifre donate in prima pagina, ma magari le parole di Carlo vi faranno riflettere, come hanno fatto riflettere me... e magari, dico magari... vi faranno rinunciare ad una, due, tre cene fuori in favore di chi alla cena fuori preferirebbe di gran lunga quella nella propria casa ora e sempre. Nel dubbio, se proprio non potete fare a meno di mangiar fuori casa, optare per la piccola trattoria forse sarebbe meglio, per quanto immagini che la clientela di quel tipo di ristorante abbia prenotato da ben prima del sisma.

In questo mondo di libertà, ci sarà sempre chi si sentirà libero di proporre qualcosa, ma la più grande libertà è quella di chi può e deve sentirsi in dovere di non rispondere all'offerta, qualora non la ritenga concordante con la propria etica.

Qualsiasi sia il vostro pensiero a riguardo, credo che una piccola riflessione, le parole che seguiranno, la potranno far scaturire in voi. Pieno rispetto per chiunque dia a prescindere dal come, ma... ancor più per chi da senza avere e senza tener nulla per sé.

Di Carlo Cambi
Centinaia di morti e feriti, migliaia di sfollati, paesi cancellati e che facciamo? Spaghetti all’Amatriciana per i terremotati. Poca fantasia, pessimo gusto. L’idea è ingrossata rotolando dal web alla tivvù, ai giornali come le palle degli stercorari. Slow Food, negando se stessa, ha rilanciato: “Nel mondo sia l’anno dell’amatriciana e si diano due euro a piatto ai terremotati.” Si sta commettendo un orrore e un errore. L’orrore sta nel banalizzare una tragedia immane come se la cucina che tutto pervade tutto potesse lenire, l’errore sta nel credere che una matriciana qualsiasi possa evocare o sostituire l’Amatriciana. Ogni spaghetto che verrà da oggi in poi condito alla maniera di Amatrice – questo dovrebbe essere ora il nome della ricetta - sarà una cicatrice. Nasce come Gricia, da Grisciano frazione di Accumoli, si fa col guanciale di Amatrice e con i pecorini dei Monti Sibillini e della Laga. E’ la carta geografica sensoriale del disastro diventata santino per gli chef che faranno l’amatriciana solidale sì, ma detratte le spese. Jamie Olievr la farà a Londra donando due sterline a piatto. Bastianich, da Masterchef offrirà i bucatini (con Amatrice non c’entrano nulla) devolvendo cinque dollari. Carlo Cracco spernacchiato mesi fa dagli abitanti di Amatrice perché usa l’aglio nella ricetta devolverà 2 euro lui e 2 euro il cliente. Quanto si faccia pagare lo spaghetto sbagliato non è dato sapere. Lo dichiara invece Norbert Niederkohfer che lo mette in carta a 16 euro, 5 li dà alla Croce Rossa. Ma il costo di una porzione di Amatriciana usando i migliori ingredienti è un euro e 90! Certo non tutti sono così. I fratelli Serva organizzeranno una cena per ricostruire l’alberghiero pagando di tasca, Bruno Barbieri farà una sera, senza Amatriciana, a cento euro a persona devolvendo l’intero incasso. E poi ci sono i cuochi della Fic che cucinano gratis nelle tendopoli. Loro però non si fanno chiamare chef e non fanno notizia. Perché in Italia funziona solo la solidarietà all’amatriciana. Con la a minuscola. - (fonte Libero)


N.B.: qualora qualcuno pensasse che la pubblicazione di questo articolo possa essere una speculazione a sua volte, sappiate che, a differenza delle decine di articoli di bufale sul terremoto e le centinaia di ore di servizi di tg e trasmissioni tv votati a massimizzare un'audience che porti alle casse dei vari siti web o canali tv incassi pubblicitari di rilievo, questo blog ed il sottoscritto non trarranno alcun vantaggio da queste pubblicazioni, ma se qualcuno di voi ha anche solo il dubbio che questo possa accadere, vi prego e ve lo dico senz'astio e con il cuore, non leggetemi più.

giovedì 25 agosto 2016

Donazioni Terremoto

Su richiesta della Protezione Civile, è stato attivato il numero 45500 per la raccolta fondi che saranno trasferiti, senza alcun ricarico, dagli operatori nazionali (Tim, Vodafone, Tre, Fastweb, CoopVoce, Wind, Infostrada, TWT, CloudItalia e PosteMobile) alla Protezione Civile che si adopererà affinché vengano destinati alle Regioni colpite dal terremoto.
Anche la Croce Rossa ha attivato un numero e un conto corrente per le donazioni. Di seguito vi riportiamo tutti i numeri utili: il sostegno di ognuno di noi è VERAMENTE prezioso.
DONAZIONI SMS o CHIAMATA DA RETE FISSA al 45500 per donare 2 EURO.

Il servizio è attivato con gli operatori nazionali Tim, Vodafone, Tre, Fastweb, CoopVoce, Wind e Infostrada, TWT, CloudItalia e PosteMobile.

RACCOLTA FONDI | CROCE ROSSA ITALIANA
Attivato il servizio donazioni della Croce Rossa Italiana per il terremoto di Amatrice, Rieti e del Centro Italia
Email: aiuti@cri.it
Telefono: 06.5510
Beneficiario: Associazione italiana della Croce Rossa
Causale: “Poste Italiane con Croce Rossa Italiana – Terremoto Centro Italia”
IBAN: IT38R0760103000000000900050
BIC/SWIF: BPPIITRRXXX

Se non vi fidate (come ho letto in numerosi post sui social) iniziate a raccogliere fondi, come meglio credete ed attendete qualche giorno o qualche settimana, per poter poi donare direttamente ai comuni di riferimento la somma raccolta o il vostro contributo individuale:

Visso
IBAN Servizio di Tesoreria: (BANCA MARCHE SPA – Agenzia Visso) - IT11X0605569240000000002100

Ussita
Tesoreria – Banca delle Marche, filiale di Ussita
IBAN – IT60P0605569230000000000948

Camerino
COORDINATE BANCARIE PER BONIFICI D’ITALIA
UBI><BANCA POPOLARE DI ANCONA – AGENZIA DI CAMERINO
IBAN: IT 35 C 05308 68830 000000002094

Norcia
IT48M0631538580100000300005
BENEFICIARIO: COMUNE DI NORCIA
ISTITUTO BANCARIO: CASSE DI RISPARMIO DELL’UMBRIA SPA – AG. NORCIA


CODICE IBAN del Comune di ARQUATA - EMERGENZA TERREMOTO 
Per coloro che volessero donare un contributo  e' stato istituito il conto corrente (aperto in data 25/08/2016) intestato a:
Comune di Arquata del Tronto - Solidarietà terremoto Arquata del Tronto
presso l'istituto Intesa SanPaolo - filiale di Arquata del Tronto
codice IBAN:
IT 33 W 03069 69370 100000000246
CODICE IBAN del Comune di AMATRICE - EMERGENZA TERREMOTO
Banca di Credito Cooperativo di Roma
IT 13 W 08327 73470 000000005050
Mi comunicano, inoltre, che sono arrivati tantissimi aiuti da tutta Italia: al momento ci sono vestiario, coperte, alimenti e generi di igiene personale in esubero.
Se qualcuno volesse dare il suo contributo questi sono i codici IBAN ufficiali, in modo da permettere ai singoli comuni di gestire direttamente le donazioni.


CODICE IBAN del Comune di ACCUMOLI - EMERGENZA TERREMOTO
Conto di segreteria – coordinate bancarie.
Iban: IT83 E030 6914 6011 0000 0046 108
Causale “CONTRIBUTO SISMA AGOSTO 2016”
Conto corrente postale n. 14979025
Intestato a: “Comune di Accumoli – Servizio Tesoreria”
Causale “CONTRIBUTO SISMA AGOSTO 2016”
Riferimento per l’estero:

codice swift: BCITITMM

Link per la verifica: http://www.comune.accumoli.ri.it/sisma-centro-italia-2016/

Io metto a disposizione di tutti coloro che vogliano lanciare iniziative o vogliano esprimere in qualsiasi modo ritengano opportuno la propria solidarietà il mio tempo, i miei profili social e questo blog. Chiunque abbia molti contatti online può fare lo stesso, sfruttando a pieno le potenzialità di questo mondo iper-connesso, trasformando la virtualità in concretezza.
Qui trovate un piccolo gruppo su facebook che ho creato nella speranza di convogliare idee, iniziative e proposte di aiuti: https://www.facebook.com/groups/280167855686938/?fref=nf



N.B.: questa pagina non ha immagini e non sarà indicizzato secondo mere dinamiche seo e serp al fine di non produrre visite che possano far pensare ad una strumentalizzazione del contenuto. In questo modo dovrebbero arrivare alle mie parole solo lettori del blog indirizzati alla homepage, senza sfruttare in alcun modo l'accaduto, come purtroppo stanno facendo i peggiori sciacalli... quelli che nessuno conosce e riconosce... quelli del web, che creano contenuti volti a sfruttare le tragedie per fini commerciali.

martedì 23 agosto 2016

Intervista alla Wine Journalist Laura Donadoni sulle dinamiche del Vino italiano negli USA

Giorni fa, ho lanciato una lieve provocazione sui social, riguardo la conoscenza del Vino italiano negli USA ed ho trovato molto equilibrato e pertinente l'intervento di una professionista del Vino che risiede ed opera proprio negli Stati Uniti. La persona in questione è Laura Donadoni e mi sono bastate poche sue parole per comprendere che la linea di pensiero e l'etica professionale di cui disponeva fossero totalmente compatibili con il mio modo di vedere l'enosfera. E' per questo che ho deciso di darle più spazio per esprimere il suo "Wine point of view" in questo WineBlog, tramite un'intervista che mi ha gentilmente concesso, rispondendo a domande che credo possano dipanare alcuni fondamentali dubbi sia dei produttori e vignaioli italiani che dei winelovers nostrani.
Ciao Laura, ti presenteresti ai lettori di Wineblogroll.com, please?
Sono una giornalista a cui piace raccontare il vino come se fosse una notizia di cronaca (cosa che ho fatto per molti anni in Italia), tralasciando le informazioni ovvie e cercando di far emergere solo quelle davvero sconvolgenti, quelle che lasciano il segno.
Cosa fai, dove e come lo fai?
laura donadoni
Vivo negli Stati Uniti da quasi tre anni ormai, prima a Los Angeles, ora a San Diego, ma la mia attività di promozione dei vini italiani e’ nazionale, in tutti gli Stati Uniti. Offro alle cantine italiane o ai Consorzi supporto nel posizionamento dei brand, nell’organizzazione di eventi dedicati, nella redazione di contenuti per i social network, possibilità di collaborare con istituzioni, accademie e università statunitensi per la wine education. Sono un incrocio tra una export manager e una brand ambassador, per dirla con delle ‘parolacce’ inglesi. Ma resto comunque sempre e prima di tutto una giornalista: ho una rubrica dagli Stati Uniti su WineMeridian.com, collaboro da freelance con Gambero Rosso e ho il mio neonato blog in inglese www.laurawines.com dove racconto i vini italiani, ma anche le storie dei produttori americani che fanno scelte fuori dal coro, come piantare vitigni autoctoni italiani dove il grande pubblico nemmeno sappia pronunciarne i nomi.
Qual è il livello di conoscenza e di apprezzamento del vino italiano negli Usa attualmente?
laurawines blogger
Distinguerei i due livelli: parlando di conoscenza, inteso come cultura, direi che il livello è ancora basso, parlando di apprezzamento invece il livello è alto, basti pensare che i vini più importati negli Stati Uniti in assoluto sono italiani e sono Prosecco e Moscato. Il pubblico statunitense ama tutto ciò che arriva dal nostro Bel Paese: la cucina, l’olio di oliva, il vino, la cultura. Ma spesso ciò che arriva qui Oltreoceano è qualcosa di diverso e distorto rispetto alla nostra autenticità. E qui entra in gioco la conoscenza: essendoci un livello molto basso di conoscenza dei nostri vitigni e delle nostre denominazioni, tutto ciò che esula dalle logiche commerciali e dai trend (come i sopra citati Prosecco e Moscato) fa fatica ad emergere. Un esempio sintomatico: sono stata recentemente alla Wine Blogger Conference, evento che raduna i wine blogger americani, e ho avuto il piacere di conoscere di persona alcuni dei più popolari blogger del vino. Durante una degustazione un produttore locale (di Lodi, California) ha servito del Teroldego locale. Nessuno presente al seminario (eravamo una quarantina di blogger) aveva mai sentito parlare di questo vitigno. E si tratta di gente che vive scrivendo di vino.

Quali consigli daresti alle aziende italiane per ottenere migliori benefici per visibilità e vendite in Usa?
Think big! Gli Stati Uniti sono un continente, non una nazione, quindi se la volontà è quella di intraprendere azioni che diano risultati visibili in termini di vendite e di immagine, bisogna pensare in grande: selezionare i luoghi strategici per l’azienda (a seconda degli Stati nei quali e’ distribuita), scegliere le attività più adatte in ogni luogo (il Texas ha abitudini di consumo e di social event molto diverse da New York o dalla California), affidarsi a qualcuno che sa leggere il mercato e ha contatti sul posto per inserirsi negli eventi giusti con le persone giuste e non investire denaro in inutili attività di facciata, avere un brand ambassador che viva negli Usa e sia presente quando e dove può raggiungere gli influencer (blogger, giornalisti, master taster, professionisti del settore). Gli Stati Uniti sono un Paese di P.R., esserci ed esserci costantemente è fondamentale. Mi rendo conto che una piccola cantina di fronte a queste proposte si possa sentire sopraffatta o incapace di affrontare spese di questa natura, no panic, il mio suggerimento è: associatevi! Fate team! Create sinergie! Attraverso i Consorzi o privatamente, unite le forze per promuovere il vostro territorio e non pensate che coinvolgere il vostro competitor della porta accanto possa portarvi via mercato, anzi. Come dicevo all’inizio: gli Stati Uniti sono un continente, promuoversi come distretto o come territorio permette di raggiungere un pubblico più ampio e di creare possibilità di vendita per tutti.

Cos'è cambiato negli ultimi anni in termini di comunicazione del Vino negli USA?
E' aumentata la fame di conoscenza. Complice anche il grande successo del documentario “Somm” che ha mostrato al grande pubblico lo sforzo e la cultura trasversale che sta dietro al mondo del vino , si e’ accesa una lampadina nella mente degli appassionati alla ricerca di corsi, degustazioni, approfondimenti per avvicinare il misterioso mondo dei sommelier. Quindi da un lato abbiamo un gruppo di appassionati in aumento che cerca informazioni e questo e’ positivo, dall’altro abbiamo un grande pubblico che di fatto consuma più vino ogni anno (+5 per cento costante negli ultimi 3 anni) ma che non lo fa in modo consapevole e ignora i fondamentali, e per fondamentali intendo notizie come “Champagne non e’ un tipo di uva”Comunicare il vino a questo pubblico estremamente variegato e’ una sfida e si può affrontare solo con strategie e target specifici e diversificati. Un grande cambiamento degli ultimi anni nella comunicazione del vino e’ anche il ruolo sempre più importante dei social network e dei  wine blogger freelance, ovvero non associati a riviste o magazine di settore. Grande potenziale, ma anche grande rischio.
Quali sono i problemi che il Vino italiano ha negli USA? (Troppe denominazioni? Confusione con i vari varietali/vitigni? Troppa differenza fra piccole e grandi aziende? Mancanza di una comunicazione adeguata?)
Il problema a mio parere più grave, ma anche più facile da risolvere e’ la mancanza di adeguata comunicazione IN INGLESE. Questo soprattutto da parte di Consorzi o associazioni nate per promuovere i territori all’estero che spesso utilizzano mezzi obsoleti (siti internet orribili e con traduzioni davvero indecenti) e nessuna presenza sui social media, per non parlare dei posizionanti SEO. Wine Searcher è il motore di ricerca più utilizzato negli Usa e si basa sulla presenza online del tal vino con prezzi e recensioni. Wine Searcher, come tutti i motori di ricerca, trova i vini attraverso le parole chiave, SEO, quindi tantissimi vini italiani sono tagliati fuori dalla possibilità di comparire perché non hanno schede tecniche in inglese e/o non sono rintracciabili online. Ed è solo un esempio.
Per quanto riguarda la confusione che può creare la moltitudine di denominazioni italiane, anche qui, manca uno strumento che faccia chiarezza in inglese. Non voglio diventare noiosa, andate a visitare questo sito e guardate cosa stanno combinando i nostri cugini spagnoli in termini di comunicazione di denominazioni e territori su mercato USA: http://us.riojawine.com/en/.

Quanto contano ancora i wine ratings parkeriani” e come stanno cambiando le cose grazie ai social ed alle App (Vivino in primis)?
Ottimo punto di riflessione. I wineratings contano ancora parecchio, come naturale conseguenza della mancanza di conoscenza dei vini e dei territori, il consumatore medio si affida al mezzo più facile e più veloce per scegliere un vino: il punteggio. Il secondo metro di giudizio è il prezzo. Le applicazioni come Vivino o le recensioni dei blogger entrano in gioco soprattutto riguardo ai vini che non hanno ottenuto ratings, quindi o vini ritenuti “non meritevoli” dai vari Parker & co, o vini mai arrivati all’attenzione dei critici americani. Quello che voglio dire è che con l’avvento delle App, hanno una chance anche tutti quelli che non hanno mai avuto un punteggio. Le App e i Wine Blogger, che sono sempre più popolari tra i consumatori, sono la via per bypassare i critici.

Quali sono i Vini italiani che vengono più apprezzati dai winelovers americani?
I winelovers americani in questo momento hanno una cotta per i vini dell’Etna, un amore ormai consolidato per i baroli, i supertuscan e gli amaroni, un affetto crescente per i rosé di ogni categoria. Tra i bianchi i più apprezzati sono, oltre al sempre presente Prosecco, i Soave, i Pinot Grigio (ahime’ spesso di pessima qualità), i Vermentino di Sardegna.
Qual è il tuo Vino del cuore e quale l'esperienza enoica più emozionante vissuta in Italia e quale quella vissuta negli stati uniti?
Il mio vino del cuore è il Moscato di Scanzo, perché e’ il vino di casa mia (sono bergamasca), perché e’ unico nel suo genere e ha una storia degna di un romanzo enoico.
Ma il mio secondo vino del cuore a pari merito e’ made in provincia di Brescia (!), il Franciacorta. Pensa da bergamasca quanto mi costa questa ammissione!
L’esperienza enoica più emozionante vissuta in Italia è recente: la visita alle cantine di Emidio Pepe. Lui e’ una forza della natura, depositario di una conoscenza cosi’ profonda e cosi’ empirica, un rivoluzionario per la sua epoca, e’ riuscito a trasformare la semplicità in complessità e raffinatezza. E la sua famiglia e’ formidabile, loro sono davvero il simbolo di buona parte dei valori in cui credo. Il suo Montepulciano d’Abruzzo 1997 mi resterà nel cuore.
Ti manca l'Italia? Pensi di tornare?
blogger vinitaly accrediti
Mi manca l’Italia, si. Mi manca camminare su strade che hanno visto la storia di nazioni e continenti, re, principi, vassalli, cavalieri, filosofi e artisti, passeggiare immersa nell’arte e nella mia cultura, mi manca andare a caso per trattorie la domenica durante le mie gite enogastronomiche e sapere che la peggior cosa che mi può succedere e’ scoprire un posto nuovo e nascosto che serve prelibatezze d’altri tempi. Mi mancano i fornai, che fanno il pane vero, non di gomma. Mi mancano i prodotti tipici, quelli talmente tipici che non vengono esportati, perché finiscono prima. Questo negli Usa non è possibile, sono concetti che non esistono.
Ma negli Usa ci sono altre cose a cui mi sono affezionata: l’ottimismo, la fiducia nel futuro, la facilità di fare impresa, uno Stato che agevola l’imprenditoria e la crescita economica. E’ per questo che aiuto con tanta passione le cantine che vogliono sfruttare questo mercato: perché le potenzialità sono enormi e noi italiani abbiamo un grande vantaggio. Siamo Italiani.

Tornerò? Si, un giorno, il mio sogno è trasferirmi in Salento. Che poi è la California d’Italia, no? - O forse, meglio dire, che "la California è il Salento d'America", no? ;-)

Le mie considerazioni da Wine Blogger

In sintesi, credo che Laura abbia dato diversi spunti di quali improntare discussioni costruttive e dinamiche riguardo le potenzialità del Vino italiano negli USA e, soprattutto, l'importanza di una comunicazione adeguata, contemporanea e non più anacronistica non solo del singolo prodotto o della singola grande realtà, ma in maniera trasversale di territori, cantine di ogni dimensione e Vini anche meno conosciuti. Questo è possibile solo e soltanto (qui concordo pienamente con Laura) mettendo da parte egocentrismo ed orgoglio da un lato e pessimismo cosmico dall'altro, al fine di associarsi e di creare sinergie positive e propositive nell'esportare ciò che tutto il mondo ci invidia, ovvero uno stile di vita, prima ancora del Vino. Abbiamo dalla nostra qualità, varietà, salubrità ed un modello enogastronomico non replicabile nella sua unicità e nell'interconnessione che ogni singola tipicità ha con il proprio territorio di riferimento. Noi siamo connessi, ogni tema è connesso: produttori e winelovers, territorio e vino, arte e cultura.
Altro punto focale dell'intervista è rappresentato sicuramente dalla crescente importanza negli USA delle Wine App (vedi Vivino) e dei Wine Bloggers indipendenti, sempre più preferiti alle riviste di settore, soprattutto dai Millennials, una generazione che sembra essere in continua ascesa nell'acquisto del Vino consapevole (quindi più mirato a qualità, filosofia produttiva, territori e fasce di prezzo più alte). Sempre in riferimento al web, fondamentale è una maggior accuratezza nella creazione di siti internet aziendali graficamente accattivanti e performanti in termini di contenuti (SEO e SERP), specie per quanto concerne testi in lingua, che possono davvero fare il bello ed il cattivo tempo nell'esposizione di una cantina all'estero.

Sapete che non amo la mera pubblicità, ma ho sempre ritenuto che mettere in risalto, in modo meritocratico, personalità valide come quella di Laura Donadoni possa rappresentare la posa di un ulteriore mattoncino per il raggiungimento di una maggior consapevolezza in termini di comunicazione per le cantine italiane, specie le più piccole, spesso auto-inibite all'azione ed al pensiero "in grande" da erronee e retrograde convinzioni, smontabili solo dalla conoscenza di quelle che sono le dinamiche attuali del web, della critica e dei mercati.
Ringrazio Laura per la disponibilità e vi invito a farci due chiacchiere per approfondire la sua attività di promozione del Vino italiano negli States ed ancor più per avere conferma delle sue qualità umane, che a mio parere, rappresentano sempre e comunque la base di ogni potenziale collaborazione.

F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 22 agosto 2016

Ottime annate e pessime annate "non esistono" specie in Italia

"L'estate sta finendo e un'annata se ne va"... passatemi quest'adattamento di questa canzone un po' d'antan dei Righeira, che si presta benissimo al mondo del Vino, che vede l'avvicinamento alla fine dell'estate coincidere con l'arrivo di una nuova annata.
Nel mondo del Vino si tende sempre all'apriorismo in termini di comunicazione, speranze o catastrofismi ed anche in questo 2016 ne abbiamo sentite di ogni genere, dall'annata replica potenziale della grande 2015 per com'era iniziata, all'annata catastrofica per le condizioni avverse presentatesi in alcuni areali in epoca di fioritura, per non parlare delle bombe d'acqua e delle grandinate che hanno realmente ridotto ai minimi termini interi vigneti degli sfortunati produttori (capita sempre ai più piccoli ed "indifesi"!) che si troveranno con poco o nulla da vendemmiare, fino ad un più pacato equilibrio di questi ultimi giorni là dove la vendemmia sia ancora da farsi, per poi tornare all'estrema positività del Sud, dove già si sia vendemmiato o si stia per farlo.
Ogni annata è così, con i suoi inizi speranzosi e positivi, i suoi più o meno inaspettati capricci, note dolenti e finali in volata che, in alcuni casi, riescano a risollevare animi ed economie dei produttori, e non è forse per questo che noi tutti amiamo così tanto il Vino? Non è forse proprio per questi motivi che, nonostante ogni produttore sappia quanto difficile, incerto e maledettamente stressante sia fare Vino, il richiamo della terra e la gioia di essere tramiti privilegiati fra la Natura e chi beve quel blend di sogni, fatica, competenza, sacrifici, investimenti ed una buona dose di cul...tura siano più forti dell'idea di abbandonare tutto, a volte così impellente e ridondante nelle menti dei produttori?
So di non parlare solo a nome mio, dati i continui confronti che ho con altri winelovers italiani e stranieri e, soprattutto, con produttori e vignaioli, nel dire che è inutile continuare a sprecare tempo ed inchiostro reale o virtuale nel cercare di definire annate ancor prima del tempo o ancor peggio nel cercare di condizionare vendite e mercati... ormai, è da troppo che ci diano la zappa sui piedi e forse è ora di aspettare, di assaggiare e di dire la pura e semplice verità... in Italia più che in qualsiasi altro paese, vuoi per la sua morfologia, vuoi per la l'immensa varietà di terreni, varietali e condizioni pedoclimatiche, nonché per la sempre più vasta diversità di interpretazione agronomica ed enologica della singola realtà, non esiste l'ottima annata in senso lato, come non esiste (facciamo i dovuti scongiuri, toccatine comprese!) una pessima annata che coinvolga l'intera penisola.
Come ogni anno, il compito di chi fa Vino sarà mettercela tutta per interpretare la meglio, senza troppi artifizi (speriamo!) quello che i propri vigneti sapranno mettere a sua disposizione, il compito di chi scrive dovrebbe essere quello di attendere, magari valutando in vendemmia le condizioni dell'uva, magari assaggiando qualche campione da vasca ancor prima che il Vino sia "pronto", ma nella piena consapevolezza che l'unico modo per rendersi conto di come sia andata un'annata, in quella cantina, per quei vigneti, con quel terroir sarà assaggiare il Vino quando verrà il suo momento. Basti pensare a ciò che è successo e sta accadendo con i Vini del 2014, definita da molti ancor prima del suo termine una pessima annata, nella maggior parte dei casi (a parte quelli in cui i produttori rispettosi hanno deciso di non produrre le loro etichette migliori perché sarebbe stato impossibile raggiungere i livelli di qualità desiderati) sarete stupiti dalla qualità dei Vini, specie in un periodo in cui il gusto generale sembra propendere verso i Vini più freschi e minerali.
Quindi amici winelovers non disperate se avete sentito che l'annata 2016 non sarà un granché, ma rispettate chi ha davvero perso parti ingenti del proprio raccolto magari informandovi ed essendo disposti a pagare qualche euro in più il loro Vino (sarebbe più che giusto, anche se so che non siamo ancora pronti a questo...) ed al contempo non gasatevi se qualcuno spinge da mesi dicendo che la 2016 sia stata l'annata del secolo. Semplicemente, aspettate ed assaggiate ciò che incontrerete sul vostro cammino enoico e fatevi la vostra idea, cantina per cantina, zona per zona, uva per uva, Vino per Vino. 
La migliore annata è e sarà sempre quella che vi emozionerà di più nel bicchiere, se poi avrete modo e tempo di enfatizzare queste emozioni ascoltandone aneddoti e racconti da parte dei singoli produttori ben venga, ma alla fine dei conti, l'unica cosa che può far la differenza tra un ottimo Vino ed un Vino meno buono è la vostra percezione di esso, condizionata o incondizionata che sia.
Io posso solo dire che la curiosità per questa 2016 è tantissima e non vedo l'ora di assaggiare qualcosa!

F.S.R.
#WineIsSharing

sabato 20 agosto 2016

La Fattoria Fibbiano - Radici antiche e Vini contemporanei

Il mio ultimo tour della Toscana del Vino ha visto come ultima tappa una località forse non conosciutissima, ma di grande suggestione e meritevole dell'attenzione di ogni wineblogger e winelover che si rispetti: Terricciola.
Siamo in provincia di Pisa, in una zona della quale vi avevo già mostrato un piccolo squarcio presentandovi la cantina Pieve de' Pitti, che è stato il punto di partenza di una giornata davvero intensa, passata fra vigne ed assaggi, alla scoperta di questa terra.
Se di Pieve de' Pitti ho già avuto modo di parlarvene, la realtà di cui vi parlerò oggi è una reale nuova scoperta per me e, spero, per molti di voi. Siamo alla Fattoria Fibbiano, alla quale è legata una storia non così comune, che parla di sogni, sacrifici, lungimiranza e soprattutto di famiglia.
La famiglia in questione è la famiglia Cantoni, formata da Giuseppe, Tiziana e i due figli Matteo e Nicola, lombardi di origine, ma toscani nel cuore.
cantina fibbiano terricciola
Fu nel 1997 che Giuseppe Cantoni, trasferitosi all'estero per una carriera nellindustria, decide di tornare in Italia e ritrovare le radici della sua famiglia, agricoltori da generazioni.
Giuseppe, insieme alla moglie Tiziana e ai due figli Matteo e Nicola, sceglie la Toscana e va alla ricerca di una tenuta.
Basta un passo sulla terra della Fattoria Fibbiano  per innamorarsene e per decidere di far ripartire da lì la vita dell'intera famiglia, a contatto con la terra e le cose più pure, lontano dal caos e dalla routine della città.
Un'opera, quella avviata da Giuseppe con il supporto della moglie e dei due giovani figli Matteo e Nicola, che sin da subito non fu un mero investimento, bensì un percorso di recupero prima e di mantenimento poi dell'intero contesto naturale e paesaggistico che l'azienda agricola rappresentava in quel territorio. A quanti di noi, spesso, sfugge la bellezza del luogo in cui viviamo, per poi rendercene conto a pieno solo quando è qualcuno "che viene da fuori" a farcela notare con enfasi e meraviglia? E' proprio per questo che la famiglia Cantoni è diventata custode, non solo della propria azienda agricola, ma anche di quella fetta di territorio che, pur non essendo nativi del luogo, sentono la propria casa.
Un destino quello di fare Vino in questa terra ed ancor più in una fattoria dove la coltivazione della vita sembra essere presente da centinaia di anni e la produzione di Vino, addirittura in bottiglia, avveniva già dai primi del '900, come testimoniano alcune etichette ritrovate in loco.
Eppure il rischio di perdere la memoria storica di questa terra era palese, in quanto lo stesso fattore consigliò alla famiglia, al momento dell'acquisto, di espiantare l'antico vigneto di più di 100 anni per impiantare nuove viti, più produttive e magari varietà internazionali, come dettavano i trend dell'epoca.
Pur non conoscendo, ancora, benissimo la realtà vitivinicola della zona Matteo e Nicola fecero tesoro di ciò che fu insegnato loro dal nonno “non abbandonare mai la strada vecchia per la nuova anche se apparentemente più corta”, in quanto in natura e quindi in agricoltura nulla accade ed è lì per caso, e tutto è unito da un sottile filo logico per cui se una determinata varietà cresce e prolifera da sempre in un dato territorio è perché esiste questo legame.
Fu proprio quel vigneto ultracentenario a a far propendere la famiglia, prima, all'acquisto della fattoria e, poi, per scelte produttive di certo controcorrente (per l'epoca).
Da quelle piante, così diverse eppure così vicine, che convivono da anni in piena armonia conservando una salute ed una vigoria rare, sono stati selezionati i cloni di Sangiovese, Canaiolo, Ciliegiolo, Colorino e S. Colombana propagati poi in quelli che oggi sono gli attuali 20ha ca. di vigneti.
Detto oggi, anno 2016 selezione clonale, sembra una cosa abbastanza normale, (anzi forse anche un po' di moda) ma nel lontano 1998 in Toscana, in questa zona, ancor più che in altre, le tendenze dettate da mercati e critica enoica erano quelle di espiantare vitigni autoctoni e reimpiantare alloctoni.   
Questa scelta non fu di certo facile, né tanto meno portò i Vini di Fibbiano ad essere apprezzati da quella stessa critica che propendeva per tutt'altro "genere enoico" e per una cifra stilistica filo-americana, che non sempre corrispondeva ad un'espressione sincera del territorio in senso lato e del terroir in senso stretto, ma vi basterà fare due chiacchiere con Matteo e Nicola per capire di che pasta siano fatti questi due fratelli. Due fratelli che si sono suddivisi i compiti sin dall'inizio del percorso aziendale, senza lasciar nulla al caso. Se Nicola, infatti, ha portato a termine gli studi di enologia al fine di occuparsi con senno e consapevolezza tecnica della cantina, Matteo è colui che gira il mondo per far conoscere l'azienda e coordina la comunicazione aziendale. Tutta la famiglia è coinvolta nella gestione di un'azienda agricola che ha mantenuto intatto il fascino dei tempi andati (per molti altri, ma non per Fibbiano!), ma che oggi vanta, oltre al cuore vitivinicolo, una bellissima struttura agrituristica ed una produzione di ottimo olio evo. Quindi diciamo che il "da fare" non manca!
Se ho scelto di parlarvi di Fibbiano, però, non è solo per la bellezza del territorio e per la storia di una famiglia davvero speciale, ma è anche e soprattutto per l'unicum che questa azienda rappresenta sotto tanti aspetti e l'esempio lampante che ci sia sempre un'alternativa ai condizionamenti di massa di mercati e critica e che alla lunga ciò che vinca nel Vino possano ancora essere qualità e territorialità.
Sia chiaro, Nicola non si è fatto mancare passaggi sperimentali, per arrivare a prendere atto del fatto che, forse, per andare avanti bisognasse guardarsi indietro e non assecondare le mode. Partiti dal cemento, per poi tornare alla botti grandi di legno, fermentazioni, oggi, assistite solo con un normale controllo della temperatura, ma senza l'inoculo di lieviti selezionati, una gestione dei vari varietali in purezza che esaltino ogni singolo terreno aziendale ed ogni singola esposizione dei vigneti... queste sono solo alcune delle scelte di cantina, ma nulla di tutto ciò darebbe risultati così importanti, senza un approccio altamente rispettoso e conservativo in vigna.

A Fibbiano la tradizione coincide con l'innovazione, in quanto in ogni gesto, in ogni decisione ed in ogni bottiglia di Vino prodotta vengono convogliati i principi del rispetto e della lungimiranza, che uniti alle doti del terroir hanno dato vita ad una produzione davvero interessante.
Un terroir che grazie alle particolari condizioni pedoclimatiche ed alla grande richezza di calcare attivo dei terreni dona ai Vini freschezza e mineralità, rendendoli approcciabili sin dall'imbottigliamento, pur palesando grande longevità.
I Vini che ho avuto modo di assaggiare sono i seguenti: Fonte delle Donne (50% Vermentino e 50% Colombana), Sofia Rosé  (100% sangiovese da vinificazione in bianco - non da salasso), Le Pianette (70 % Sangiovese e 30% Colorino), Casalini Chianti Sup. (80% Sangiovese 20% Ciliegiolo), L’Aspetto (50% Sangiovese, 50% Canaiolo), Ceppatella (100% Sangiovese da vigna vecchia) e due assaggi extra un passito da uve Colombana, per ora fuori produzione, ma davvero equilibrato e profondo (che ho definito gastronomico, in quanto assolutamente incline all'abbinamento con formaggi erborinati) ed un metodo classico alla prima annata prodotta che già ha il suo perché e potrebbe farmi ricredere riguardo l'attitudine del alla spumantizzazione tradizionale.
fibbiano wines
Comunque, i Vini sui quali mi piacerebbe soffermarmi sono i seguenti:
L'Aspetto 2012: un blend toscano dal quale scaturisce un Vino che parla di Fibbiano ed esprime a pieno il connubio fra il terroir e la volontà dei fratelli Cantoni di produrre Vini che non se la tirino affatto, ma al contempo capaci di una complessità intrigante e dipanabile nel giro di pochi istanti. Una complessità dal naso varietale sfumato di una sensuale speziatura naturale, spinta verso l'animo di chi assaggia da una fresca dinamicità sorretta da una contemporanea mineralità salina.
Il biglietto da visita aziendale che si mostra per ciò che è e mostra ciò che Fibbiano è: rispetto in vigna, semplicità consapevole in cantina, duttilità in bottiglia e personalità spiccata nel bicchiere.

Ceppatella 2001-2012: di questo Sangiovese prodotto con le uve dei vari cloni presenti da oltre 100 anni nella vigna vecchia della fattoria, il vero cuore pulsante dell'azienda, ho avuto modo di conoscere ed approfondire sfumature e potenzialità attraverso l'assaggio di varie annate, in una verticale storica sensibilmente emozionante. Emozionante perché aver modo di percorrere un cammino che vedeva da una parte un vigneto destinato all'espianto, che solo grazie a questa famiglia ha avuto modo di mettere a disposizione della cantina la propria esperienza ultracentenaria e dall'altra dei produttori agli albori della propria storia enoica. Cosa ho evinto da questa degustazione? Semplice... la voglia di una vigna vecchia, ma affatto stanca, che aveva solo bisogno di cura ed attenzione, di parlare di sé e del territorio che la ospita da anni, ma soprattutto la sensazione che quelle viti stiano come ricambiando queste premure risorgendo a nuova vita.
Se il Vino si fa, per lo più, in vigna è anche vero, però, che è indispensabile da parte dei vignaioli avere una forte e chiara consapevolezza riguardo ogni aspetto produttivo e posso assicurarvi che sono bastati pochi istanti per capire quanto Nicola sia oculato in ogni fase dalla vigna alla bottiglia.
Un Sangiovese puro, che attinge a delle note varietali autentiche, mai scontate, in cui la spezia e la linfa sembrano voler porre dei lievi accenti sulla maturità delle piante da un lato e sulla voglia di vivere e dare ancora ed ancora dall'altro. Tannini di connaturata esperienza, che non conoscono il concetto di eccesso, in quanto ormai saggi e pazienti.
Grandi assaggi, per un Vino che berrei volentieri a pochi mesi dall'imbottigliamento, ma in egual modo dimenticherei in cantina nel vero senso della parola, perché se me lo ricordassi difficilmente arriverebbe ad elevarsi per più di una manciata di anni.

Una nota di merito ad entrambi i fratelli Cantoni ed a tutta la loro famiglia, mi sento di darla per il modo in cui stiano dando davvero anima e corpo in ogni sfaccettatura dell'azienda, dal lavoro nei campi all'accoglienza degli ospiti, passando per le dinamiche di cantina e la comunicazione di un intero territorio in Italia e, soprattutto, nel mondo.
Matteo è davvero un esempio di positività e propositività, doti manifestate in particolare nella voglia di creare continue e costruttive sinergie, senza egocentrismo e con la consapevolezza che l'unione non abbia mai fatto la forza come in questo momento!
Di Nicola posso solo dirvi che siamo stati molto di più in vigna che in cantina e questo la dice lunga sul perché io mi sia subito sentito in sintonia con i Vini di Fibbiano ed in empatia con questa famiglia del Vino.

Senza ombra di dubbio una realtà da scoprire e da continuare a seguire sia per la qualità dei propri Vini che per la piacevolezza delle persone che vi accoglieranno.


F.S.R.

#WineIsSharing


martedì 16 agosto 2016

Tra mito e leggenda la realtà della Cantina Tua Rita

Anche nel mondo del Vino esistono miti e leggende, ma, per nostra fortuna, tutto ciò che è materia enoica deve necessariamente avere una forte componente di concretezza e pragmatismo, una solida base reale sulla quale fondare convinzioni ed opinioni, per quanto soggettive esse possa essere.
Eppure, non è di miti e di leggende che voglio parlarvi ora, bensì di una realtà che si è ritagliata senza far “nulla di più” del proprio Vino, un posto nell'Olimpo delle Cantine mondiali, il tutto a bassa voce, senza eccessi, senza mai andare oltre in termini di manifestazioni di superiorità, anzi continuando a percorrere in modo umile e lungimirante il proprio cammino enoico iniziato proprio nel mio anno di nascita, il 1984.

La Cantina Tua Rita

cantina tua rita
Parlo dell'azienda agricola Tua Rita, fondata da Rita Tua e Virgilio Bisti, che proprio nell'anno che mi diede i natali decisero di acquistare quella che sarebbe diventata una delle aziende vitivinicole di riferimento per la qualità del Vino italiano. Siamo a località Notri, a Suvereto, in provincia di Livorno ed anche in questo caso non fu il Vino a portare in queste terre i due coniugi, bensì la serenità e la bellezza di questi luoghi, eppure di lì a poco la passione ed il richiamo del Vino ed ancor più della Vigna trasformarono quella che doveva essere una vera e propria abitazione nel fulcro dell'attuale cantina.

Una cantina che è partita davvero da zero o meglio da uno, uno come il 1° ettaro di vigneto dal quale Tua Rita inizia la sua ascesa.
Oggi gli ettari sono 35 eppure non sembra essere cambiato molto in termini di attenzione e premura se non in positivo e camminare tra le vigne con Stefano, marito di Simena (figlia dei titolari), palesa il perché i Vini di Tua Rita abbiano qualcosa di speciale.
Fino a 7 prevendemmie, una conduzione bio ragionata che miri a far esprimere al meglio le viti in quei terreni così carichi di scheletro minerale e che vedono nella presenza di ferro (siamo sulle colline metallifere) un'inconfondibile firma d'autore. Un lavoro maniacale che porta ad una selezione dell'uva che arriva fino all'olfazione del singolo acino, per comprendere eventuali difetti che possano in qualche modo intaccare l'innata armonia del Redigaffi, Vino simbolo dell'azienda e dell'Italia enoica nel mondo.
Prima di arrivare in cantina, ci tengo però a sottolineare una cosa, in quanto io stesso mi renda conto di aver spesso enfatizzato la scelta di portare avanti colture varietali autoctone piuttosto che internazionali, ma ho altresì espresso un mio, ormai assodato, concetto di terroir che mi fa vedere come apolidi (cit. Veronelli) tutti i vitigni dando ancor più importanza a quelle componenti fondamentali del terroir stesso che sono composizione del terreno, condizioni pedoclimatiche e, soprattutto, l'uomo con il suo approccio rispettoso nei confronti della vigna, dell'uva e dell'annata.
tuarita cantina
E' per questo che la scelta di abbandonare per un primo periodo il Sangiovese, qui coltivato solo per le alte rese, acquisisce una senso che oltre ad aver molto di logico in termini di mira alla qualità conferma l'importanza della scelta giusta per un determinato terroir che non sempre sia quella più “scontata”. Dopo alcune sperimentazioni, infatti, a Tua Rita decidono di impiantare Merlot e Cabernet, con l’aiuto dell’enologo Luca D’Attoma, che muoveva i primi passi della sua, oggi, grande carriera.
L'idea era quella di iniziare a produrre Vini sullo stile Vin du garage, con una micro-produzione di 2 ettari di vigneto, curato con perizia maniacale e grande entusiasmo e così fu, per poi ampliare la gamma di produzione proporzionalmente con l'aumento della superficie vitata, ma senza compiere neanche un passo indietro in termini di attenzione e cura.

Redigaffi

Ciò, però, che conferma la mia teoria riguardo l'importanza del terroir, ancor prima che del vitigno, è proprio la personalità dei Vini di Tua Rita, che trovano nel Redigaffi non un mero tentativo di emulazione dei Vini bordolesi, ma una grande espressione di un'area del mondo in cui quel vitigno riesca ad acquisire connotazioni uniche e irriproducibili. Questo è il terroir, un unicum irripetibile, indipendentemente dalle “alchimie di cantina”, che di certo qui a Tua Rita non vengono minimamente prese in considerazione.
E' proprio in cantina, infatti, che la cura e l'attenzione comprese in vigna trovano una diretta prosecuzione nella scelta dei legni, nella selezione delle piccole botti che andranno a dar vita ad una piuttosto che all'altra etichetta ed alla semplicità con le quali i giovani componenti del team Tua Rita si muovano in un luogo che per un winelover ha un non so che di sacro.
Tra racconti ed aneddoti legati alla scelta delle tonnelleries ed assaggi da botte capaci di sciogliere ogni inibizione enoica e di alzare l'asticella degli standard qualitativi oltre gli attuali record (siamo in periodo olimpico, passatemi il parallelo) il passo fino alla degustazione di parte della Vini prodotti in questo piccolo grande tempio del Vino italiano e mondiale è breve.
Come sapete io ho sempre dato per assunto che i condizionamenti ci siano e facciano parte del “gioco” della degustazione, ma devo ammettere che per indole e per la filosofia mia e di questo WineBlog, che mi vede impegnato in una ricerca spesso votata alla realtà meno conosciuta e meno considerata dalla critica comune, in casi come questo sarei solito essere leggermente prevenuto e forse, col Redigaffi è accaduto proprio questo...

I Vini di Tua Rita

redigaffi tua rita vino
Un Vino mitico, il primo 100/100 parkeriano in Italia con l'annata 2000, tantissimi consensi internazionali eppure capace di non diventare uno status symbol ed una semplice “etichetta” da bere per vanto; una realtà a sé quella di questo Merlot in purezza che dimostra in un'annata particolarmente difficile come la 2014 di essere un'eccezione, un'eccellenza, un satellite di un mondo che sta cambiando, ma che continua a rispettare chi non sia mai sceso a compromessi e non abbia cercato quei consensi, ma semplicemente gli siano piovuti addosso con merito. E' questo che rende grande quest'azienda ed ha dipanato ogni mio dubbio, cancellando ogni pregiudizio in un sol sorso, là dove il sorriso spunta in volto e la sensazione di colmare l'animo con emozione liquida prevale su qualsiasi altro pensiero.
Eppure, se dovessi tornare consigliarvi due vini di quest'azienda non avrei dubbi e vi inviterei ad assaggiare nell'ordine:

TuaRita - Lodano 2015: un bianco estemporaneo, frutto della cosa più sincera che ci possa essere, ovvero del gusto di Rita e del resto della famiglia, in quanto a varietali: traminer aromatico, riesling renano e chardonnay. Un trio che trattato ed accudito alla maniera di Tua Rita, grazie al supporto ed all'apporto minerale di questi terreni, da luogo ad un'armonia mai scontata, piena di sé nella sua matura complessità, eppure così schietto e dritto in bocca. Un Vino che lascia dietro ogni sorso una lunga scia di piacere.

TuaRita - Perlato del Bosco 2014: la conferma che in questo terroir si potesse fare un grande sangiovese, ma con una ricerca particolare dei cloni e con la consueta attenzione dedicata a tutti gli altri Vini. Pieno, intenso, ematico e minerale come terra vuole, ma soprattutto con una netta nota distintiva balsamica, mentolata. Una sfumatura lieve di verde, di clorofilla che sembra voler rendere l'assaggio più vicino alla terra che alle dinamiche di cantina, come a ristabilire l'ordine naturale delle cose. Anche in questo caso struttura e tannino danzano come due giovani ballerini di grande spontaneità, ma che sul palco, insieme, trovano un'eleganza propria solo ai grandi ed il ricordo permane... a lungo.

TuaRita - Giusto di Notri 2014: qualcuno di voi penserà “ecco l'ennesimo super tuscan!”, ma non è così, perché questo taglio bordolese è l'espressione della storia di questa azienda, il ricordo che guarda avanti, la lungimiranza della tradizione, che trae origine dal primo vigneto aziendale e sfoggia tutta la maturità di viti che hanno creduto per prime nel potenziale di questo territorio. Inutile descrivervelo organoletticamente, qualsiasi parola tenderebbe a razionalizzare ed a mio modo di vedere a sminuire un assaggio carico di emozione e di gusto. Un gusto che troppo spesso dimentichiamo, ma che è e deve essere la componente fondamentale di qualsiasi cosa transiti dalla nostra bocca e finisca nel nostro corpo, specie se, come in questo caso, poi decida di fare una capatina nel cuore e li rimane, anche a giorni di distanza.

Che vi devo dire? Ho enfatizzato troppo? Mi sono fatto prendere la mano? Non credo e chi era cn me potrà confermare quanto io sia scettico riguardo realtà troppo rinomate, eppure da Tua Rita mi sono sentito subito nel posto giusto per chi ami il Vino e voglia sentirsi dire la verità senza troppi fronzoli; nel posto giusto per chi odi la falsa modestia, ma apprezzi l'umiltà di chi lavori con consapevolezza e non sia mai pago dei traguardi raggiunti; il posto giusto per chi crede nei valori e li apprezzi ancor di più se diluiti nel Vino che assaggerà.

F.S.R.
#WineIsSharing

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