mercoledì 30 novembre 2016

Vignaioli e Vini della 6° edizione del Mercato dei Vini FIVI a Piacenza

Avendo già espresso il mio parere sulla FIVI e sulla qualità della manifestazione Mercato dei Vini di Piacenza appena svoltosi, oggi vorrei dedicarmi a ciò che di più ci piace, ovvero agli incontri con i vignaioli ed agli assaggi dei loro Vini.
Premetto che dall'aumento dei vignaioli presenti al Mercato dei Vini il rischio che il livello qualitativo medio si abbassasse era quanto meno statistico, invece, se possibile, si è persino innalzato, a mio parere, quindi è stato piacevolmente difficile fare una piccola cernita riguardo le realtà ed i vini da condividere con voi - ma magari fosse sempre questo il "problema"..!

Vignaioli, cantine e vini del Mercato dei Vini FIVI in ordine sparso:

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Gianfranco Fino e Simona Natale: parto col botto, lo so... ma questa è una cantina a cui tengo particolarmente, perché sono anni che ne scrivo e sono anni che Simona e Gianfranco continuano ad emozionarmi con i loro vini e con la loro umanità. Una cantina che porta il nome del Deus Ex Machina di questa ormai stranota realtà pugliese, ma io continuo a vedere la grandezza dei Vini di Gianfranco come un blend delle personalità entrambi. Incontrare persone che stimo, ammiro ed alle quali tengo è sempre un piacere, ma ciò che mi ha colpito di più, in un contesto così diverso per le sue dinamiche e per il suo target, è stato rendermi conto ancora una volta della vera umiltà di chi potrebbe ostentare, ma non lo fa, semplicemente perché non è nella loro indole.
Vini di un'apertura sconcertante, capaci di coinvolgere in un istante tutti i sensi, per luminosità, spessore, eleganza ed ovviamente per uno spettro organolettico unico nel suo genere. In questo Vino c'è tutto il meglio della terra, del varietale, dell'annata, del bio-sensato-logico--consapevole e del mio concetto di vignaiolo, che sappia cosa fare in vigna ed in cantina, con profondo rispetto ed altrettanta conoscenza. L'Es, in ambo le sue interpretazioni, è un Vino colto, ma mai snob, proprio come Gianfranco e Simona... l'Es non se a tira, altresí è in grado di farsi comprendere da molti in maniera trasversale. L'Es e l'Es più sole sono... boni e Simona Natale e Gianfranco Fino sono un valore aggiunto notevole, ma che nulla toglie al Vino, anzi ne rende solo più coerente e comprensibile la grandezza!

Terre di Pietra: di questa realtà scrissi già in tempi non troppo sospetti, ma fu solo andando in cantina che capì profondamente da dove venissero vini così speciali. L'equilibrio fra due zone con peculiarità complementari, ma soprattutto l'equilibrio fra i membri di una famiglia in cui la forza e gli strumenti della vita vengono condivisi e la somma di questa energia è maggiore della somma delle singole parti. Vini eleganti, mai sbilanciati in potenza e prepotenza. Laura Albertini è una tappa fissa per me ad ogni evento e deve ancora arrivare il giorno in cui un sorso di un suo vino mi deluderà.
Il nuovo Rabiosa da uve marcelan è già buono ora che le viti sono piccine picciò, ma figuratevi quando avranno raggiunto la piena maturità espressiva..! Per di più mi sono nuovamente innamorato del Mesal e dell'Amarone, due vini che hanno bisogno, anch'essi, di tempo, come tutti i vini di Terre di Pietra, ma che sanno sempre della giusta commistione fra vigna e cantina... due vini che sanno di Laura e del suo modo di vedere e di sentire il Vino: pulito, profondo, armonico e mai noioso! Una persona che non si accontenta, di quelle che saltata la misura più alta alzano l'asticella ad oltranza, ed è per questo che, mi piace pensare, non mancherà mai di stupirmi ed io nel Vino, ormai, cerco per lo più questo... lo stupore!

Marco Cecchini: penso sia lo stand che abbia consigliato più volte e nel quale io stesso sia tornato più volentieri ad assaggiare e riassaggiare. Perché? Perché credo che Marco sia un vignaiolo vero, ma di quelli che scesi dal trattore, finito di potare, entrano in cantina e sanno cosa fare e come farla. Marco è preparato, consapevole e sicuro della strada che ha intrapreso. Una strada irta di fatica e sacrificio da un lato e di grande rispetto e personalità dall'altro. Nel suo Riesling - per me in assoluto uno dei migliori renani italiani tra quelli assaggiati - c'è un torrente fresco in un letto dagli argini morbidi e sicuri, fino alle rapide, minerali, rocciose, entusiasmanti. Un Vino tanto composto quanto carico di una forza vitale che si sprigiona nel tempo, lentamente, ma intensamente. Ottimo e di grande identità il Tové (Friulano e Verduzzo) che ammalia con la sua delicata freschezza e persiste con la salinità. Anche il Refosco sa il fatto suo, intenso, avvolgente e mai scorbutico, capace di grande evoluzione.

Mattia Filippi: a volte si dice che nei grandi Vini vi si possano scorgere la personalità del vignaiolo, del produttore, dell'enologo, ma in questi io ci sento l'anima di una persona dai grandi valori e di grande valore, ci sento i principi del rispetto e della sincerità e ci sento la pulizia di chi sa fare Vino senza se e senza ma. L'Augusto Primo è un metodo classico base Chardonnay Brut Nature che ha la freschezza dei grandi metodo classico e sa stare sui lieviti più di 40 mesi senza perdere varietale, dinamica e guadagnando, al contempo, in complessità e finezza. Il suo Muller Xurfus è didattico, nel senso che andrebbe fatto assaggiare a chiunque abbia intenso questo vitigno come aromatico o ruffiano, quando la sua reale personalità è ben altra... glaciale, composta, verticale, dalla grande e persistente mineralità. Poi ci sono i due Cabernet Sauvignon Under the Sky ed Equinotium (Riserva) che, anche in questo caso, convertirebbero tutti gli annoiati da Cabernet "italico" come me ad amanti del genere. Uno dei rari casi in cui il sequel serva davvero a comprendere a pieno la trama completa ed in cui il primo capitolo della saga non lasci delusi da un finale scontato o ancor peggio incompleto. 
Se in alcuni casi è palese che si abusi di parole come eleganza ed armonia qui, forse, sono persino riduttive, quindi definiamoli "semplicemente"... grandi vini! 
Sviolinata? Sì, ma più che meritata e dormo sogni tranquilli, data la qualità dei Vini, sono più che lieto di espormi con tanta enfasi e sicurezza.

Gli Oltrepò Pavese Boys: un territorio tanto bistrattato quanto vocato ed in grado di realizzare piccoli grandi sogni. Sogni come quelli di tre produttori, giovani e volenterosi, che cercano di ritagliarsi uno spazio nel mondo del Vino che conti, in maniera onesta, pulita, rispettosa e volenterosa. Parlo di Gianluca Cabrini, in primis, che con la sua Tenuta Belvedere negli ultimi anni sta trovando la quadratura del cerchio annata dopo annata, Vino dopo Vino e che, oggi, stupisce per preparazione e coerenza. Gianluca e la sua compagna Federica (ormai è questione di settimane e la famiglia si allargherà, quindi auguroni!) sono una di quelle coppie del Vino che, nonostante la mole di lavoro, le difficoltà e qualsiasi ostacolo non lesinano mai sorrisi e quei sorrisi, quella positività è infusa nei loro Vini, sempre più fieri e sicuri, sempre più piacevoli e dinamici. Il suo Riesling farà parlare di sè, specie con la nuova annata e la Croatina in purezza Coccìnea è uno di quei Vini che, quando arrivano amici a casa, vorrei sempre poter stappare. 
Il secondo Oltrepò Pavese Boy e Matteo Maggi di Colle del Bricco, il più giovane produttore che conosca, un ragazzo che ha voluto fare Vino e sta ancora lavorando sodo per crearsi il contesto migliore per realizzare il suo sogno mattoncino dopo mattoncino, vendemmia dopo vendemmia. Un bravo comunicatore ed un umile lavoratore, che non smette di studiare e di cercare la sua enoica via, con l'ausilio dell'esperienza e della curiosità. Il restyling al packaging delle bottiglie ha donato nuova linfa all'immagine aziendale, ma, come sapete, a me interessa di più il contenuto e quello, beh... è sempre più interessante! Uno dei pochi che sa tirar fuori grande mineralità ed ampiezza espressiva dal Riesling Italico fermo. Sui rossi piacevole la Barbera Stafilo ed intrigante la Croatina Makedon, ma sta lavorando ad una sorpresa che spero avrete modo di assaggiare un giorno, perché è davvero tanta roba, non vi dico altro.
Sempre per quanto riguarda l'Oltrepò, ho avuto, poi, modo di assaggiare le nuove annate dell'azienda agricola Padroggi La Piotta, che continua ad fungere da esempio e da traino per quanto riguardi l'agricoltura bio in Oltrepò. Tra tutti i Vini assaggiati spiccano, sicuramente, i due metodo classico Brut e Brut Rosè base Pinot Nero, eleganti e piacevoli, di grande verticalità.

Patrick Uccelli - Ansitz Dornach: ho sempre visto il Vino come una scultura ancor più che come un dipinto. Perché? Perché la scultura è l'arte del togliere anzi del saper togliere, del conoscere cosa levare ed in tal senso Patrick Uccelli è un istrionico e creativo sculture contemporaneo, un'artigiano più che un artista, che sa cosa fare, perché dietro alla sua contagiosa simpatia cela consapevolezza e competenza. I suoi Vini sanno più dei luoghi dai quali provengono e del proprio varietale che di lui e della sua mano. Sono puliti, netti, nitidi, puri davvero! Il suo Gewürztraminer è un'esperienza che tutti gli amanti di questo vitigno dovrebbero fare... e forse qualcuno capirà la sua vera essenza... bravo davvero colui che sa togliere tutto il superfluo per dare sincere emozioni con complessa semplicità.

Luca Ferraro - Bele Casel: ormai noto a tutti i winelovers, perché oltre ad essere un grande vignaiolo sa come comunicare il suo territorio ed il Vino in generale, Luca è l'esempio lampante che il Prosecco rispettoso e di qualità esista. Il suo Colfondo da vigne vecchie porta in dote la freschezza e la piacevolezza del Prosecco e la complessità e la profondità aromatica e gustativa della rifermentazione in bottiglia. Chi critica il Prosecco generalizzando e sparando a zero su tutti e tutto, non ha mai assaggiato i suoi vini e quelli di altri validi produttori.

Rocco di Carpeneto: parola d'ordine "equilibrio"! Si, ho parlato più volte di quanto per me sia importante l'equilibrio nel Vino, ma ancor prima nella conduzione in vigna ed in cantina e credo che Lidia e Paolo siano l'emblema dell'"equilibrio naturale delle cose". Equilibrio nel gestire rispettosamente i bellissimi vigneti di Ovada, nel approcciare il Vino in cantina togliendo tutto il peggio, ma facendo restare tutto il meglio, con senno, rigore ed una naturalità consapevole. La Barbera Reitemp da vigne vecchie è straordinariamente lucente, dinamica, piena e saggia. Durante il Mercato dei Vini in molti mi hanno chiesto di consigliar loro qualche Barbera dal grande potenziale organolettico ed emozionale e questa era sempre in lista.

Poggio di Gavi: Francesca Poggio è proprio come i suoi Vini o forse sono i suoi Vini ad essere come lei, non lo so e poco mi interessa! Fatto sta che ogni volta che assaggio qualcosa da lei i tecnicismi svaniscono e si chiacchiera di tutto tranne che di Vino e sapete qual'è la cosa più bella? Che nonostante si chiacchieri di altro, me ne vado sempre con un gran bel ricordo dei suoi Vini ed in particolare del Metodo Classico di Gavi di grande finezza ed il Gavi di Gavi Etichetta Oro, sempre intenso, salino e dotato di grande potenziale evolutivo.

Vigneti Vallorani: conoscevo Rocco tramite social ed avevo avuto modo di assaggiare qualche suo Vino in giro per le mie Marche, ma ora che ho avuto modo di fare una panoramica della linea aziendale, non vedo l'ora di fare un salto in cantina, perché credo ne valga davvero la pena. Grande lavoro in vigna e ricerca di equilibrio ed eleganza in cantina, con scelte che alla potenza preferiscono preferiscano la finezza. Anche in questo caso parliamo di un bio molto cosapevole e che trasla il rispetto avuto in vigna verso la cantina, dove tutte le fasi della vinificazione vengono seguite con minuziosa attenzione e nulla è lasciato al caso. Tutti molto espressivi e varietali gli assaggi di Pecorino, Passerina e Rosso Piceno, ma devo ammettere che il Sangiovese in purezza mi abbia quasi fatto ricredere sull'affinamento in legno piccolo, ben gestito e ben dosato, senza particolari incidenze, ha mostrato davvero un grande potenziale.

Boccadigabbia: sempre dalle mie Marche, la cantina Boccadigabbia rappresenta un punto di riferimento per i rossi di una regione, spesso erroneamente, considerata solo bianchista. L'Akronte è una vera e propria pietra miliare dell'enologia marchigiana e non solo e credo che con le ultime annate abbia riacquisito i fasti di un tempo. La chicca, però, che non ho mancato di far assaggiare ad amici e colleghi è, senza ombra di dubbio, la Ribona (o Maceratino), un varietale su cui io punto molto e che ancora in pochi produttori sanno gestire al meglio. Boccadigabbia è, sicuramente, uno di questi! Dritta, minerale, piena, persistente e capace di grande tenuta nel tempo, la Ribona è in grado di lottare ad armi pari con i migliori Verdicchio e detto dal paladino del Verdicchio è tutto un dire!

Cignano: il Bianchello del Metauro ha visto nascere e crescere negli ultimi anni dei giovani produttori che stanno facendo di tutto per portare questo storico vitigno marchigiano ai fasti che meriti. Uno di questi giovani vignaioli è Fabio Bucchini, un vero e proprio paladino del Bianchello che lavora con grande attenzione e con l'obiettivo di una qualità sempre più alta con un impatto sempre più basso. Vini a "residuo zero", quelli che Fabio vuole far uscire dalla sua cantina incastonata in una delle zone delle Marche più bella eppure meno nota enoicamente parlando. Grandi espressioni del Biancame sia il Bianco Assoluto, più caldo, ed avvolgente, mantenendo una buona vena acida ed il Sanleone più fresco, minerale, dinamico. Vini che una volta assaggiati hanno la capacità di lasciare il segno grazie ad un'unicità semplice e diretta, palese a tutti e non solo a chi conosce il varietale.

Fratelli Aimasso: erano anni che sentivo parlare di Luca Aimasso, ma per un motivo o per l'altro non eravamo mai riusciti ad incontrarci e soprattutto io non avevo ancora avuto modo di assaggiare i suoi Vini. Come per la maggior parte dei vignaioli FIVI anche in questo caso parliamo di piccole produzioni, ma che nel caso di Luca sono distribuite in molte etichette, che danno un'idea più capillare del suo terroir.  Il suo Dolcetto di Diano d'Alba è sincero, schietto diretto e molto territoriale, ma è con il Nebbiolo che si inizia far davvero sul serio. Sia nel Nebbiolo base che nel Barolo Brunate c'è tanta stoffa, profonda freschezza ed un tannino che guarda dritto al futuro. Molto buona anche la Barbera d'Alba rotonda ed armonica. L'impatto con Luca ed i suoi Vini è stato subito molto empatico e credo sarà una di quelle aziende che difficilmente smetterò di seguire.

Muralia di Stefano Casali: un incontro fortuito, uno di quei "ti presento un amico" che possono lasciare indifferenti e, spesso, s'hanno da fare, ma nulla più. Invece no! L'incontro, sì fortuito, con Stefano e la sua realtà si è dimostrato sin dal primo empatico scambio di vedute sino all'ultimo attimo di persistente piacere dell'ultimo assaggio, avere tutti i canoni della scoperta! Avevo già sentito parlare di Muralia eppure non ero ancora riuscito ad assaggiare nulla che provenisse da questa cantina, incastonata nelle colline maremmane, in armonia con un contesto, tra i pochi, ancora naturalmente naturale. E' proprio per enfatizzare, esprimere e rispettare questo contesto così scevro dall'agire incauto dell'uomo e delle sue industrie, che Stefano Casali ha deciso di fare Vino e di farlo bene, con intuito, pazienza, saggezza, ma anche con molta semplicità.
Una semplicità spontanea che diviene altrettanto spontaneamente complessa, nel calice. Ho molto apprezzato il garbo nei blend e la peculiare mineralità che attraversa in maniera trasversale ogni Vino. La curiosità è stata solleticata, quindi ora non resta che andare in cantina!

Moreno Ferlat: di Moreno dell'azienda Silvano Ferlat vi ho parlato in occasione della manifestazione Vinoè di Firenze e se già in quell'articolo mi sbilanciai abbastanza circa la precisione dei suoi Vini e l'eleganza alla quale tutte le referenze anelino, a Piacenza ho avuto un'ulteriore conferma della validità sua come vignaiolo ed enologo, ma ancor più della sua umiltà. Mi ero permesso di chiedergli di assaggiare qualcosa di "vecchio" per valutare il potenziale evolutivo dei suoi bianchi e senza batter ciglio Moreno ha portato al Mercato dei Vini due chicche da stappare insieme, che lui stesso non assaggiava da molto. Così, a scatola chiusa, si stappano una Malvasia 2008 ed un Tocai (all'epoca di poteva ancora chiamarlo così) 2006 entrambi con una vitalità a dir poco stupefacente, la prima dotata di grande freschezza e mineralità, il secondo ancora pieno e carico, per nulla seduto. Nessun segno di cedimento nei due assaggi più interessanti di tutta la manifestazione in termini tecnici ed emozionali. Un piacere notare il mio stupore specchiarsi nel suo.

Terenzuola: Ivan Giuliani è un vignaiolo che ha abbattuto confini per unire territori, che ha fatto della storia una mappa da seguire e dei diversi terroir motivo di unicità.
"Né solo ligure né solo toscano ma produttore in Luni, Candia, Lunigiana e Cinque Terre: cercando di unire così tutti i territori della Lunigiana storica così come era unita un secolo e mezzo fa." Il suo Cinque Terre ha il sapore del mare ed il calore della terra, sferzata da una brezza fresca e garbata. Un Vino unico, blend di uve Bosco, Albarola e Vermentino provenienti da diverse parcelle di un vigneto eroico, mozzafiato, a picco sul mare nel comune di Riomaggiore. Poche bottiglie per un'esperienza che vale più o meno quanto un teletrasporto nella terra dal quale questo Vino proviene.

Agricola Paolo Avezza: un suggerimento che non potevo che assecondare e di corsa, anche! Quello di Armando Castagno, che dai social mi segnalava questo nome a me ignoto, che mi ha stupito sin dal primo assaggio con un metodo classico Alta Langa fine e dinamico, di quelli che possono regalare grandi emozioni dimenticandoli in cantina. Era dalla Barbera che mi aspettavo, però, l'exploit e con il Nizza Superiore Sotto La Muda c'è stato! Un ottima Barbera, tradizionale quanto basti per farti chiedere perché non la facciano tutti così?! Grande integrazione del legno e già siamo sulla strada giusta, se poi alla struttura solida si interseca una tessitura fine, puoi solo aspettarti un gran finale, che arriva e persiste... insiste!
Il Moscato d'Asti, io sto iniziando ad apprezzarlo soporattutto dopo qualche tempo in più di bottiglia, ma la 2015 della famiglia Avezza è comunque molto molto piacevole e per nulla stucchevole, quindi non mancherò di riassaggiarlo anche tra qualche mese.
Purtroppo non ho avuto modo di conoscere Paolo, ma sua figlia Roberta è stata più che esaustiva ed ho apprezzato molto il suo sincero coinvolgimento nelle dinamiche dell'azienda. Una mano femminile in cantina si nota e rappresenta un sicuro valore aggiunto.

Luciano Ciolfi - Sanlorenzo: ormai assaggio i suoi Vini ogni settimana, visto che sembriamo frequentare gli stessi "eno-postacci", io al di qua lui al di là del banco d'assaggio. Scherzi a parte, è sempre un piacere ritrovare un produttore che pur portando in dote una denominazione così importante, è sempre presente, disponibile ed umile nel far conoscere sè, la sua azienda, il suo territorio e, ovviamente, i suoi ottimi Vini. Se del suo Rosso di Montalcino e dei suoi Brunello Bramante vi ho già parlato, vi metto già tutti in allerta per una novità che, credo proprio, stupirà molti. Prendi del Sangiovese Grosso, mettilo in un claiver ed ottieni un'espressione nitida, pura del varietale, tannino compreso. Un Vino già buono, ma che andrà seguito e compreso nel tempo, sia nelle integrazioni a breve termine che nell'evoluzione a lungo termine. A qualcuno la sperimentazione non piace, ma io sono molto per il "chi si ferma è perduto", quindi non posso che apprezzare questa novità.

Zanotelli: Nicola Zanotolli è uno dei Cembrani Doc che andai a trovare qualche mese fa e che non vedo l'ora di ritrovare in quelle terre ibernate nella bellezza. Conoscevo già molti dei suoi Vini, che ho sempre ritenuto lungimiranti e di grande piacevolezza e inerzialità alla beva, ma assaggiando il Silvester è stato come ricominciare da zero! Alla freschezza ed alla mineralità presente in tutti i bianchi dell'azienda, in questo chardonnay (con un piccolo saldo di altre uve a bacca bianca) si aggiunge un tepore rassicurante, un tocco netto e convinto, un amichevole abbraccio. Il meglio delle notti fredde e del sole battente, in questo Vino da bere oggi, domani, tra un anno ed ancora...

Giovanni Mattia Ederle: Giovanni è uno dei giovani vignaioli più eclettici, dotato di grande verve ed acume, produce Vini che all'attenzione in vigna ed alle peculiarità varietali sanno addizionare quel quid di, tanto geniale quanto rischiosa, intuizione che ad oggi non ha ancora smesso di stupirmi. Potrei parlarvi dei suoi grandi Rossi, ma sarebbe scontato! Vi parlerò invece di un bianco, che ha stupito me e tutti coloro che l'hanno assaggiato con me o ai quali ho consigliato di assaggiarlo. Parlo del Donna Francesca un blend di Garganega e Chardonnay che parla veronese con l'accento francese a metà fra la Borgogna e lo Jura. Elegante come i borgognotti, con quella punta di ossidativa eresia che mi fa amare così tanto lo Jura ed i suoi vignaioli. Questo Vino è proprio come Giovanni, ovvero educato, composto e preciso, ma al contempo eclettico, originale e di spirito. L'ho definito un Peter Pan 2.0 e se l'eterna giovinezza potrebbe sembrare un po' eccessiva, una grande longevità è più che auspicabile per il Donna Francesca.

I Carpini: ho conosciuto Paolo Carlo Ghislandi da poco, ma è bastato prima assaggiare alcuni dei suoi Vini e poi fare due chiacchiere al Mercato dei Vini per prendere piena coscienza di che persona e che vignaiolo Paolo sia. Un'artigiano capace di guizzi artistici, un razionale quando gli occhi sono aperti, un sognatore non appena essi si chiudano, competenza ed istinto, tecnica e fantasia.  Un trequartista del Vino, che ha una linea di referenze con identità ben distinte, ma mai slegate fra loro. Dei Vini credo proprio vi parlerò nei prossimi giorni in un articolo interamente dedicato a Paolo ed alla sua cantina.

Pieve de' Pitti: che Caterina fosse una vera vignaiola ormai l'avevo appurato, ma devo ammettere che ogni volta che assaggio i suoi Vini è come scoprire un po' più di lei, della sua terra, delle sue vigne e dell'idea di Vino che stia portando avanti. In particolare, in questa occasione, sono stato colpito dal suo Syrah Scopaiolo, che alla classica e sempre intrigante pepata spezia aggiunge un'intelaiatura minerale che, unita ad un buon nerbo acido, ne fa un Vino da bere con inerzia. Interessanti anche i bianchi assaggiati in cantina qualche mese fa ed ovviamente il Moro di Pava, un gran bel Sangiovese di quelli che sanno di Sangiovese e di terroir.


Pietro Beconcini: Leonardo Beconcini è uno di quei vignaioli che in vigna ci vivrebbe giorno e notte e che mentre cammina fra i filari - ed io ho avuto il piacere di camminarvi con lui - entra nel suo habitat naturale, dove non smetterebbe più di raccontare della bellezza del suo territorio e delle potenzialità delle sue piante. Piante uniche, quelle di Tempranillo, vigneto unico in Italia che da vita a vini che dimostrano quanto il terroir possa fare la differenza. Specie per un varietale che altrove, Spagna in primis, dia origini a Vini dolcioni ed eccessivamente morbidi, mentre nei vigneti di Leonardo si fa asciutto, lineare, profondo e pieno quanto basti per donare un sorso ampio, ma non stancante. Sempre un piacere parlare di Vino e di vita con persone con così tante esperienza ed umanità.

Grifalco: dietro suggerimento di più di un amico mi catapulto ad assaggiare i Vini di quest'azienda nel Vulture, ma con una forte impronta toscana. Fabrizio Piccin e Cecilia Naldoni li conoscevo già ai tempi di Salcheto, ma una volta ceduta l'azienda di Montepulciano - perché il modo di fare Vino in Toscana non sembrava essere più in linea con la loro filosofia enoica - è proprio in Basilicata che stanno creando il futuro loro e dei loro figli, ormai entrambi fondamentali per l'azienda. 
Ricordo ancora il giorno in cui, davanti ad un paio di wine critics ed un produttore toscano, mi beccai uno sberleffo parlando di quanto l'Aglianico avesse in comune con il Sangiovese, sia a livello storico che in termini di varietale e non può che farmi piacere aver trovato qualcuno che avendo lavorato con entrambi i vitigni nelle due zone d'elezione di ciascuno confermi questa mia percezione. Interessante la commistione di stili tosco-lucana che ha portato alla realizzazione di Vini molto puliti, espressivi ed equilibrati. Tra tutti quello che ho, sicuramente, apprezzato maggiormente è stato il Grifalco, un bell'Aglianico in purezza che al frutto integro e fresco abbina una dinamica vibrante striata di tannini netti, ma educati ed attraversata da una vena minerale che ne agevola ancor più la beva.

Kobler: Armin Kobler è uno di quei produttori che ho sempre seguito con piacere sui social, perché dotato di quella giusta dose di ragionevolezza ed ironia che in molti dovrebbero comprendere e far propria. Non avero, però, mai assaggiato i suoi Vini, quindi quale miglior occasione del Mercato dei Vini per farlo?! Ciò che è emerso dal mio assaggio rapido e conciso - un po' come Armin, a cui si vede lontano un miglio piacciano più i fatti e la concretezza che i voli pindarici - è che la ricerca della pulizia e della precisione sia il comun denominatore di tutta la linea dei Vini Kobler. Mi hanno molto colpito il Gewürztraminer Feld, molto dritto, netto e salino, ed il Puit (Cab. Franc) molto elegante, educato, suadente, ma al contempo dinamico, anch'esso, per freschezza.

Tenuta San Marcello: dal momento in cui raccontai in questo wineblog la storia di Massimo & Pascale e del loro amore per le Marche e per la Tenuta San Marcello non ho più smesso di seguire le evoluzioni di questa realtà e dei suoi ottimi Vini. Tanto che nell'ultima trasversale del verdicchio fu proprio un Vino di Massimo a stupire tutti. Al Mercato dei Vini ho avuto modo di assaggiare le nuova annata del Cipriani e, beh... che 2015 ragazzi! Un Verdicchio che chiunque ami il varietale - io non faccio testo, dato che ormai siamo sposati io e quest'uva - dovrebbe assaggiare. Di grande identità, pienezza, ma fresco e sapido, con tutte le note, dal principio al finale, al posto giusto, mandorla amara compresa. Poi Massimo è una persona da conoscere, quindi se capitate nelle Marche un saltino in azienda è d'obbligo! 



Podere Albiano: adoro la Val d'Orcia e sono convinto che in un luogo così bello si debba necessariamente puntare a fare grandi Vini. Alberto & Anna non hanno mai avuto dubbi a riguardo e la qualità dei loro Vini ha sempre rispecchiato la volontà di mostrare le potenzialità di un territorio, sin troppo spesso, messo in ombra dalle vicine sorelle maggiori. 

Il Tribolo Riserva 2011 è davvero un grande Sangiovese, fiero ed elegante, ancora in fase di start up evolutiva.
Tenuta di Ghizzano: una realtà che ho scoperto di recente assaggiando tutta la linea di Rossi prodotti in questa storia tenuta dell'alta Toscana. Ritrovarla al Mercato dei Vini è stato un piacere, soprattutto perché ho avuto modo di assaggiare l'ultimo imbottigliamento del Ghizzano che esprime il Sangiovese in tutto il suo splendore, con carica ed eleganza, con freschezza e struttura, il tutto reso più intrigante e stuzzicante dalla speziatura naturale di questo varietale che solo trattandolo con il massimo rispetto e senza artifizi può essere esaltata. Di sicuro una cantina di cui vi parlerò in maniera più approfondita in futuro.

San Biagio Vecchioper quanto piccola sia questa realtà e per quante poche bottiglie producano, sono sempre attivi e non mancano mai un evento, pur di far conoscere il proprio territorio e la propria idea di Vino ed io non perdo mai occasione di passare da loro ad assaggiare le ottime Albana ed i Rossi sempre più maturi ed interessanti.
Solo qualche giorno fa scrissi di questa cantina romagnola, in occasione dell'evento Sangiovese Purosangue, quindi eviterò di annoiarvi ripetendomi, ma non eviterò di consigliarvi di assaggiare i loro Vini, perché ne vale davvero la pena e Lucia saprà illustrarvi ogni peculiarità dell'azienda e delle vinificazioni in maniera impeccabile.

Lo stesso discorso vale per Gabriele Succi e la sua Costa Archi e Marta Valpiani due aziende che si dimostrano, con due stili diversi, ma approcci ugualmente rispettosi e ponderati, ai vertici espressivi del Sangiovese di Romagna. Dalla personalità inconfondibile, con una buona struttura, attraversata da lineare freschezza, giocati su equilibri sottili tutti i Vini di Costa Archi, mentre leggiadra eleganza negli assaggi di Marta Valpiani, belli freschi e minerali anch'essi, molto territoriali.

Qualche assaggio estemporaneo degno di nota al Mercato dei Vini:

Il Rosso del veronese Theobroma (cabernet sauv. e croatina) di Pier Paolo Antolini è il Vino che non t'aspetti in Valpolicella, quell'esercizio di stile che potrebbe risultare fuori luogo, ma che invece, in questo caso, stupisce per il grande equilibrio fra spalle larghe e sorso affusolato.

Liana Peruzzi: la sua minuta produzione di Metodo Classico da uve Verdicchio Dosaggio Zero rappresenta ora come ora l'eccellenza della spumantizzazione da autoctono in Italia. Un Vino di rara eleganza, che mantiene integro il varietale, spogliandolo solo degli eccessi ed esaltandone freschezza e mineralità. In assoluto uno dei miei Metodo Classico preferiti per pulizia e finezza.

Una realtà che sto imparando a conoscere proprio in questi ultimi mesi quella della cantina Massimago che sta ancora crescendo, ma ha già raggiunto obiettivi importanti. Tra i percorsi meglio avviati c'è sicuramente quello del Profasio 2012 vanta il giusto connubio fra dinamica e struttura, che grazie ad una buona balsamicità rendono la beva agile e godibile.

L'Ortrugo Narciso di Davide Valla è una sorpresa inattesa! Forse il Vino più bizzarro, particolare che abbia assaggiato ultimamente grazie alla sua natura irriverente, con una macerazione abbastanza spinta e la sua vivacità frizzante. Una sorta di orange wine rifermentato in bottiglia, che d'estate ne berresti a secchi!

Il Vino da Messa dell'Az. Agr. Ca' Richeta di Orlando Enrico è un passito prodotto secondo i regolamenti di Diritto canonico dei vini ad uso sacramentale, sotto la supervisione e l’autorizzazione della Curia Diocesana di Alba e sin dal primo naso fa sorgere spontanea l'esclamazione "fortunati 'sti preti!". Intenso, piacevole, assolutamente non eccessivo in dolcezza. Una goduria!

Siamo a Piacenza e non potevo che salutarla con un Vino piacentino di un produttore che ho sempre apprezzato per la qualità dei propri Vini, ovvero l'Az. Agr. Casa Bianca della famiglia Marengoni.
Il Vino in questione è il Gutturnio Riserva, un blend classico di Barbera e Croatina affinato in botte grande per tre anni più uno in bottiglia che se avesse sull'etichetta un nome o una denominazione più conosciuta ed importante potrebbe competere con Vini ben più blasonati e costosi. Ottimo!

Nella speranza di non aver dimenticato qualcuno, ma è molto probabile data l'enorme quantità di assaggi e la piccola cernita che ho dovuto per forza di cose effettuare, rimando amici winelovers e tutti i produttori - specialmente quelli che non sono riuscito a passare a trovare per motivi di tempo e perché il mio clone era in ferie - alla prossima edizione del mercato dei vini dei vignaioli indipendenti, certo che sarà ancora una volta una grande esperienza enoica ed umana!

F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 28 novembre 2016

Il Mercato dei Vini FIVI secondo me...

Il Mercato dei Vini della FIVI secondo me ha un terribile difetto! Dura troppo poco! Ovviamente, sto scherzano ma anche quest'anno il risveglio post-mercato dei vini ha quel fresco, intenso, ma equilibrato blend di luce e malinconia affinato nei ricordi che, prima di passare al mio consueto articolo relativo agli incontri ed agli assaggi che di più mi hanno colpito ed emozionato durante questa edizione, mi spinge a condividere con voi qualche semplice considerazione.
mercato vini fivi
Parto col confermare ciò che ho scritto in tempi non sospetti, ovvero che il Mercato dei Vini FIVI sia, in assoluto, l'evento più sensato per tutte le categorie coinvolte: produttori, media, winelovers e buyers. Si può assaggiare, si può parlare, si può comprare, ci si può persino mettere in un carrello della spesa come da bambini e farsi spingere sù e giù per la fiera!!! 😋 Scherzi a parte... evento che non smette di crescere ed implementare ogni aspetto organizzativo e comunicativo, ma soprattutto che, nonostante l'aumento importante del numero di produttori coinvolti, è capace di mantenere e, se possibile, di innalzare la qualità media dei vignaioli e dei vini presenti. Al Mercato dei Vini ci sono due cose davvero difficili da trovare: produttori che se la tirino e che non abbiano valori umani importanti, ancor prima che professionali, e vini di scarsa qualità. Si possono trovare, invece, approcci diversi, idee personali, modi di intendere e di volere differenti relativamente alla vita, alla vite ed al vino, ma non esistono lotte di genere, talebani o rivoluzionari, si respira grande consapevolezza ed altrettanta umiltà. Non esistono lotte intestine fra questa o quella pseudo-eno-filosofia perché il principio primo di quest'aggregazione di teste, cuori e lavoratori è il rispetto, per ciò che si faccia in vigna ed in cantina, per il collega vignaiolo e per chi il vino poi lo compri, lo beva o magari lo venda ed è bastato riservare l'ingresso in FIVI a chi produca con dalle sue vigne, quindi con le sue uve, nella propria cantina i suoi vini per fare una sorta di selezione "naturale".
La diversità che diviene unità di intenti, l'identità del terroir, vignaiolo compreso, che diventa peculiarità - come dovrebbe essere sempre - a prescindere da certificazioni o auto-proclamazioni.
Un esempio di aggregazione e collaborazione umana e lavorativa concreta, rispettosa, seria ed in grado di fare questo e molto altro, a mio parere. Se ci fosse un partito politico dalle simili capacità credo non avrei dubbi nel votarlo! 😋
Tornando all'evento in sè e per sè, mai così tanta affluenza, vuoi per il numero di produttori aumentato, ma ancor più - credo - per il grande lavoro di comunicazione fatto in primis dai produttori stessi, che in maniera esponenziale moltiplicano la visibilità di una realtà, ormai, imperdibile per ogni winelover italiano.
Ho notato, inoltre, che ad aumentare sia stata anche la qualità degli avventori, che di certo si sono nuovamente divisi fra più attenti e concreti durante il sabato - giornata in cui molte cantine sono rimaste senza vino tanta era la voglia di fare "la spesa" di alcuni visitatori - e curiosi, appassionati e qualche rarissimo bevitore durante la domenica. Ciò che fa riflettere di più è quanto un'associazione senza grandi diktat riesca a creare un contesto nel quale la selezione avvenga a monte, nella percezione e nella consapevolezza dell'azienda che chiede di iscriversi, come se già sapesse se sia o meno adatta ad entrare in FIVI. Per di più, anche il pubblico è sembrato essere tanto variegato quanto unito da una stessa matrice composta da curiosità, attenzione, rispetto e, soprattutto, da una grande sete di qualità.
Bellissimo, per me, da wineblogger ed appassionato comunicatore è stato veder riuniti così tanti amici che mi seguono e mi leggono, che a mia volta stimo e con i quali ho potuto mettere in atto il mio claim "wine is sharing" in modo semplice e divertente, convidivendo conoscenze ed assaggi in giro per il mercato. E' stato davvero emozionante e constatare, quest'anno più che mai, che le mie parole possano avere un concreto effetto, se pur nel mio piccolo, nelle dinamiche di notorietà e quindi di vendita dei vini dei produttori che apprezzo di più e sapere che molti amici abbiano letto dell'evento tramite questo wineblog mi riempe d'orgoglio da un lato ed aumenta la responsabilità dall'altro e vi assicuro che continuerò a mettercela tutta, nel rispetto della mia etica e nella speranza di non deludervi.
Al Mercato dei Vini io mi sento come nel mio paesino di origine, dove camminando per le vie del piccolo centro storico, dove potevi fermarti a fare la spesa nella piccola bottega, potevi salutare chi avesse un'attività ed incontrare amici con i quali fermarti a fare due chiacchiere in tutta libertà e serenità. Il Mercato dei Vini non è un centro commerciale, è il centro di un piccolo paese governato democraticamente dal RISPETTO - mi scuso se sottolineo questa parola in continuazione, ma è ciò che mi fa sentire così vicino alla FIVI, quindi non smetterò mai di ribadirla - con un cuore pulsante capace di portare linfa vitale ad un mondo, quello del Vino, che aveva terribilmente bisogno di unità di intenti, visioni comuni e complementari e di concretezza, che non fosse solo economica, ma anche umana.
Se poi, oltre ad essere un gran bell'evento dalla mia parte dello stand, il produttore se ne torna a casa ammortizzando, in molti casi, abbondantemente le spese ed avando potuto comunicare la propria realtà, condiviso pareri ed assaggi con gli altri vignaioli e fatto rete, il mercato vince a mani basse e per questo tipo di aziende, di queste dimensioni e con questo approccio al Vino, forse è ancor meglio di altri più importanti eventi, per quanto la FIVI sia riuscita, specie l'anno scorso, a traslare questa positività anche in un contesto più generalista e dispersivo come Vinitaly.
Complimenti davvero a tutta l'organizzazione ed ai vignaioli FIVI!
Vi rimando ai prossimi giorni per il mio articolo sugli incontri e gli assaggi più emozionanti di questa due giorni straordinariamente interessante e divertente.


F.S.R.
#WineIsSharing

giovedì 24 novembre 2016

La Franciacorta di Corte Aura - L'eleganza che si fa bere

E' facile innamorarsi delle cantine storiche, delle famiglie del vino, di chi è radicato nel territorio da decenni, a volte secoli e lo è ancor più per me che amo raccontare storie di legami indissolubili fra i produttori e la terra che li ospita. Il mondo del vino, però, è anche innovazione, evoluzione e continuo slancio verso il futuro, ma ciò non significa slegarsi dal territorio o contrapporsi necessariamente alla tradizione, anzi..! La realtà di cui vi parlerò oggi, ad esempio, rappresenta una sfida, un nuovo progetto in un territorio in cui la storia e la modernità, la tradizione e l'evoluzione tecnica rappresentano il "blend" di default. Parlo della Franciacorta, ovviamente, e la cantina che vi vado a presentare è Corte Aura.
Federico Fossati è uno di quei produttori che non si accontenta di creare una cantina e di fare vino, bensì voleva fare ottimo vino secondo la sua idea di Franciacorta. Fu così che il proprietario dell'azienda Corte Aura decise, in accordo con il responsabile tecnico Pierangelo Bonomi, di provare ad allungare i tempi di affinamento delle bottiglie fino ad un minimo di 36 mesi, rispetto al disciplinare del consorzio. La Franciacorta, che è stata più volte nell'occhio del ciclone per una forbice troppo ampia riguardo costi e qualità presenti in GDO e quella reale dei produttori più attenti – indipendentemente dalle dimensioni -, può ancora garantire costanza qualitativa e identità di territorio per vini che combinano facilità di beva, eleganza e rigorosa struttura ed è questo che vuole dimostrare Corte Aura.
Corte Aura è un nome che viene da lontano, dalla culla della cultura greca ed ha più significati etimologici. Aura, è l'insieme dell'energia positiva mentre Corte rievoca la storia della Franciacorta. Quando nel medioevo il territorio era amministrato da monaci Benedettini e Cluniacensi che in cambio del lavoro prestato non pagavano le gabelle e i dazi, da qui il nome La Francia Curta.
Il logo dell'azienda può risultare, inizialmente, simpatico, divertente, poco comprensibile, ma in realtà non c'è nulla di più azzeccato e diretto, di una tartaruga per rappresentare la calma, la pacatezza e quindi la lenta attesa, nonché un'incredibile longevità.
Bisogna ammettere che, nonostante le diatribe legate alla commercializzazione a basso costo di alcuni prodotti, il lavoro del consorzio del Franciacorta è sempre stato orientato verso i fatti e senza di esso difficilmente questo territorio sarebbe arrivato ai picchi che ha raggiunto negli scorsi anni. In un momento in cui si cerca ribadire il livello medio di qualità del Franciacorta ed un'espressività sempre maggiore di un territorio sicuramente vocato, Corteaura ha scelto la strada più lunga e dispendiosa, ma di certo quella più coerente.
Nello specifico l'affinamento dei propri Metodo Franciacorta (metodo classico con seconda rifermentazione in bottiglia) va da un minimo di 36 mesi per i non millesimati, ad un massimo (finora) dei 55 mesi per Satèn 2010 (prima annata) passando per i 48 mesi del dosaggio zero.
Io ho avuto modo di assaggiare il Brut, il Rosé, il Pàs Dosé ed il, nuovo nato, Satèn e sono rimasto piacevolmente colpito dal livello di qualità raggiunto da un'azienda così giovane, che ha saputo fondere al meglio tecnica ed territorio.

I Vini di Corte Aura che mi hanno colpito di più

vini corteaura
Il Pàs Dosé Corteaura: da amante dei non dosati, non nego di avere sempre particolari aspettative da queste bottiglie ed in questo caso non sono state disattese. Finezza dalla bolla al sorso, naso intrigante e più varietale, maggior persistenza, queste le tre cose che cerco in un Pàs Dosé e che ho riscontrato in toto in questo vino. Una donna bellissima con un abito di classe, con la sensualità intrigante di toni speziati e l'incedere sicuro, tosto, dritto ed al contempo fresco e dinamico.
Eppure la cosa cosa più apprezzabile non è l'eleganza, bensì il fatto che si faccia bere con estrema inerzia.

Satèn Millesimato 2010: un Satèn di ottimo livello, con la proverbiale setosità dal calice al palato, ma soprattutto con un'anima imperturbabilmente equilibrata. Armonia e complessità spinte in profondità dalla grande freschezza che anche in questo caso ne fanno inerziale la beva. All'ombra di un mandorlo, una brezza estiva ti accarezza premurosa il viso e... sorridi!
Se questa era la prima annata, beh... buona la prima!

La cosa che mi interessava approfondire con questa realtà ed in generale con il mio ultimo viaggio in Franciacorta era il discorso relativo al target di riferimento di questi vini, che sembra esser quello dei Millennials, categoria nella quale ancora per un po' ricadrò anch'io. Per un winelover abituato ad assaggiare molto e con gusti più maturi, spesso, è più difficile comprendere a pieno le dinamiche del gusto comune, dei trend che vedono le bollicine sempre al centro dell'attenzione, ma se c'è una cosa che ho capito è che in Franciacorta l'attenzione per il "buono" non può prescindere da quella per il "bello". C'è una sorta di congiunzione tutta franciacortina fra l'idea il gusto e la bellezza e questo è un po' ciò che ha fatto dello Champagne uno status symbol, quindi ben venga. L'importante, a questo punto, è che aziende nuove, come Corte Aura, agiscano nel rispetto della qualità e della "bellezza" di un territorio e di un'idea di vino vincente, mentre le aziende storiche continuino a creare bontà e bellezza a prescindere dai numeri e dalle dimensioni, con rispetto del territorio stesso e dei competitors. Il tutto, con un occhio sempre più attento a ciò che viene immesso nel mercato a prezzi che da soli possono minare la reputazione di un'intero areale.
Il fatto che Federico Fossati abbia condiviso con me la sua volontà di fare rete e di confrontarsi continuativamente con i colleghi produttori, mi fa bene sperare, confidando anche in una presa di posizione forte del consorzio, di certo ci sarà ancora un futuro importante per l'italica terra delle bollicine.

F.S.R.
#WineIsSharing

martedì 22 novembre 2016

Podere Grecale - Padre, figlia ed il loro vini di mare, di vento e sole e di terra

Oggi vi porto in Liguria, più precisamente a Sanremo, ma non per il festival della canzone italiana, che ben poco avrebbe a che fare con questo wineblog, piuttosto per assaggiare qualcosa di buono, in una cantina che è stata una piacevole scoperta degli ultimi mesi, per me: Podere Grecale.
Podere Grecale è una cantina relativamente giovane, nata dal 2007 dalla voglia di fare Vino ed impresa di un padre ed una figlia, Lino e Serena Roncone. Una storia di vita e di vino, nata un po’ per gioco, con Lino che pianta il suo vigneto “nel giardino di casa”, con l’idea di fare un po’ di vino per sé e nulla più. Il desiderio primario e primordiale era quello di riassaporare il sapore del vermentino, da sempre coltivato a Bussana, ma ormai perso quasi del tutto. Dopo un paio di anni di vinificazione in proprio, ha scoperto che fare il vino lo appassionava molto - fino a quel momento era solo un fruitore del nettare di Bacco – ed è a quel punto che Lino chiede a Serena di avviare insieme una piccola azienda familiare, che avesse come principi cardine la sostenibilità ed il connubio fra passato e presente, con un occhio rivolto al futuro, senza dimenticare neanche per un solo istante ciò che è stato.
Impiantarono, così, nuovi vigneti sferzati dal grecale - da qui il nome della cantina -, si rimboccarono le maniche per arrivare nel 2008 alla prima annata commercializzata del vermentino, per poi iniziare a produrre anche il Pigato (molto bella la 2015) e solo negli ultimi due anni andare ad aggiungere altre referenze, molto distintive del territorio e del terroir tutto.
cantina riviera ligure
I vitigni piantati sono solo quelli tipici della zona e, fatta eccezione per la bollicina, rientrano nella DOC Riviera Ligure di Ponente.
La filosofia enoica di Lino e Serena è semplice: rispetto in vigna e apertura mentale in cantina, vale a dire tradizione là dove serva ed innovazione per arrivare a trarre il meglio dalle proprie uve, sane, in maniera meno invasiva possibile ed imbottigliando vini di grande pulizia e spiccata personalità.

Il legame con il territorio è forte, la prima premessa da fare è che coltivare in Liguria non è semplice e se lo si fa è perché si ama immensamente il proprio lavoro e la propria terra. Ogni fase della viticoltura è svolta a mano, dalla raccolta alla cimatura e potatura verde. I vigneti sono spesso dislocati in posti diversi ed a volte non semplicissimi da raggiungere – è raro avere vigneti in blocco da più di 2ha in questo areale - e questo crea non pochi problemi di gestione del lavoro, come trasportare il piccolo trattore da un vigneto all'altro, ma anche questo è fare vino e la passione, unitamente ad un pieno di sacrificio, spinge quel trattore ovunque ce ne sia bisogno. Il rispetto per la vigna, passa anche da una concezione fondamentale per ogni vignaiolo e viticoltore, ovvero quella di sentirsi “custodi della terra”, tanto da vedere Lino e Serena impegnati sia fisicamente che economicamente nella creazione e la manutenzione dei muretti a secco, cosa sempre più rara purtroppo.
Coltivare in Liguria è davvero un atto d’amore per la propria terra, le coltivazioni aiutano a mantenere il territorio e limitare il rischio idrogeologico che qui è molto alto ed al contempo evitano scempi e deturpazioni di paesaggi davvero unici al mondo.

Fatta questa premessa, il rapporto fra la famiglia Roncone, il Podere Grecale ed il territorio si esplica in 2 aspetti peculiari:
-Valorizzazione: utilizzo esclusivo di varietali autoctoni e riconosciuti in Liguria, atti alla produzione di vini DOC Riviera Ligure di Ponente.
In quest'ottica Lino e Serena hanno impiantato delle barbatelle di “Moscatello di Taggia”, un clone autoctono del Moscato Bianco, recuperato recentemente dalla regione Liguria a partire da poche piante sane ritrovate nel territorio nei dintorni di Taggia... ed io sono a dir poco curioso in merito!
-Salvaguardia del territorio e dell’ambiente: a prescindere dalle certificazioni, i vigneti del Podere Grecale sono coltivati senza uso di prodotti di sintesi e senza erbicidi. Si alternano inerbimento naturale, sovescio e concimazioni organiche e vengono utilizzati solo zolfo, rame (il minimo necessario) e prodotti come il bacyllus thuringiensis per la lotta biologica. Non vengono, inoltre, effettuati trattamenti “a calendario”, valutando l'entrata in vigna giorno per giorno (come ogni vignaiolo dovrebbe fare).

E' da questo approccio sano e consapevole che scaturiscono i vini che ho avuto modo di assaggiare e dei quali condivido le mie impressioni, molto volentieri.

I Vini di Podere Grecale


vini cantina podere grecale

Frizantin Spumante Brut "Metodo Ancestrale": la versione ligure del ColFondo veneto, dotatoa di grande luminosità e vitalità. Un Vino che sa essere estremamente pulito e lineare, pur mostrandosi nebbioso, quasi misterioso alla vista. Una divertente alternanza fra lieviti e varietale che si ricongiunge in bocca in un sorso davvero inerziale. C'è il mare, ci sono i fiori di Sanremo, c'è la rugiada del mattino, di quella che guardi dalla finestra appena alzato con gli che ancora fanno un po' di fatica a mettere a fuoco. La vista serve a poco quando tutti gli altri sensi sono in fibrillazione. Freschezza e mineralità, parole ormai ridondanti, eppure così esaustive nel descrivere questo Vino di mare e di terra, di contemporanea tradizione. L'ho appezzato davvero molto!

Maèn Vermentino Superiore 2014: il nome avrebbe potuto condizionarmi se solo avessi compreso che il suo significato in dialetto ligure fosse "marino", ma per fortuna ho potuto godermi questo sorso di salsedine e sole senza questa pulce nell'orecchio. Il naso è quello dei grandi vermentini, che guardano al mare, dall'alto delle colline in cui gli alberi di limone dipingono da lontano un quadro puntinista che rievoca, con le sue infinite tonalità di verde e di giallo la natura ed il sole. Ancora un vino di terra e di mare, che trova nel suo maturo equilibrio il tratto distintivo dell'intrinseca qualità. La 2014 si riconferma una grande annata per i bianchi ed una grandissima annata per il Vermentino ligure.

Beusi Granaccia Superiore 2014: un vitigno che ormai è da considerarsi a tutti gli effetti tipico di queste zone, seppur sembri arrivare dalla non poi così distante Spagna. Devo ammettere che non sono un grande estimatore delle Granacce spagnole, spesso troppo "dolcione", ma credo che in Liguria questo varietale abbia trovato le condizioni pedoclimatiche e l'approccio ideali per trarne Vini di struttura, ma che barattino, con immenso piacere del mio palato, l'eccessiva morbidezza con un sorso asciutto e dinamico, balsamico/mentolato e minerale/sapido. Armonico ed elegante nel suo incedere passionale e sicuro, forte di un corpo notevole e di una spontanea attitudine alla seduzione. Interessante sarà valutarne l'eventuale longevità.

Ciò che apprezzo di più di questa cantina? La ricerca nel campo della sostenibilità e la manifesta simbiosi fra uomo e natura, che al Podere Grecale si traducono in scelte ed atti pratici, ormai collaudati o sperimentali come la pulizia invernale del vigneto con le pecore e la pacciamatura dei nuovo impianti. Naturale? Sì, ma con senno!

A conferma della ragionevolezza con la quale si voglia portare avanti questa realtà, c'è il ritorno all'università di Serena, che ha sentito forte il bisogno di effettuare gli studi di viticoltura ed enologia.
Credo che l'approccio sia dei migliori e questo duo padre-figlia è una delle aziende da seguire di annata in annata, sia per la loro voglia di stupire che per la naturale evoluzione delle viti nei nuovi impianti, che sono certo apporteranno ancor più eleganza e complessità a vini, già, oggi, molto carichi di personalità.

F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 21 novembre 2016

BaroloBrunello - Personalità dei produttori o identità territoriale?

Barolo e Brunello, Brunello e Barolo... basta il nome, dicono... e per i winelovers italiani e di tutto il mondo è davvero così, tanto che alcuni li definiscono i più noti "brands" del vino italico.
Io, personalmente, non ho mai apprezzato il termine "brand" abbinato al vino, ma comprendo che di questo si tratti nel caso specifico di due nomi che da soli incutono in maniera trasversale nell'enoappassionato e nel neofita grande rispetto da un lato ed eguale aspettativa dall'altro.
barolo brunello montalcino
Trovare una kermesse di 44 aziende divise equamente fra Barolo e Brunello, concentrate in una stessa location, con la possibilità di apprezzarne e compararne storie, territori, interpretazioni e peculiarità non è cosa comune, ma grazie all'evento BaroloBrunello organizzato da WineZone a Montalcino lo scorso weekend (12-13 nov) tutto ciò è stato possibile.
Due storie tanto simili quanto parallele, nel senso geometrico del termine, nelle quali spicca, ovviamente, l'identificazione con un nobile vitigno, ancor più nobilitato da territori vocati alla viticoltura ed all'indurre stupore in chi abbia la fortuna di incontrarli con il proprio sguardo.
In molti li vedono come due competitors, come due rivali, ma in realtà, come già detto poc'anzi, le strade di queste due grandi denominazioni sono parallele e mai si scontrano, in quanto non c'è nulla che possa contrapporli, se non un sano spirito di rivalità nell'apprezzamento da parte degli amanti del vino di tutto il mondo.

Di certo c'è una cosa che le realtà ilcinesi potrebbero invidiare ai cugini langhetti, ovvero la zonazione del Barolo, che a Montalcino pare sia ancora in fase di discussione, ma che di certo farebbe gran bene ad un territorio in cui le stelle confondono ed ormai è palese che ci siano espressioni radicalmente differenti di ogni annata nelle quattro zone principali dell'areale. 
Eppure, sapete che vi dico? Girando tra i produttori di Barolo e Brunello presenti in degustazione ed assaggiando vini di territori e cru differenti, ho avuto come l'impressione che mentre per il Barolo ogni cru vive di una sua peculiarità di base, che si sviluppa poi molto attorno alla personalità ed all'idea di vino del produttore - moderno o tradizionale che sia - a Montalcino la "zonazione" ormai è già avviata ed è quella fatta dalle realtà più attente, rispettose e legate ad un concetto di Brunello che trascende la semplice diatriba fra tradizione e innovazione, optando per l'interpretazione più giusta del Sangiovese Grosso atto a Brunello (con, forse, solo un'eccezione). Parlo di rispetto e di giustezza perché, se un approccio comune dovrebbe indurre ad una parziale omologazione, in realtà a Montalcino si sta assistendo ad un'esaltazione delle identità davvero impressionante, vi basti pensare alle differenze espressive di 5 aziende delle aziende che mi hanno colpito di più negli ultimi anni e durante questo evento, ovvero Le Potazzine, il Marroneto, Salvioni e Pietroso e Baricci.
Se Le Potazzine vantano un loro naturale equilibrio fra spontaneità ed eleganza e brillano di annata in annata per profondità e pulizia, il Marroneto spicca per freschezza e finezza con un'innata vocazione alla longevità, mentre Salvioni è sempre sugli scudi per integrità e compostezza forte di un legame indissolubile con la tradizione, e Pietroso si presenta in continua e positiva evoluzione, che ad ogni anno in più dei vigneti, riesce a trarre più scheletro ed abbrivio dai suoi terreni. Baricci, infine è la mia sorpresa dell'evento, dato che da molto non assaggiavo i loro vini e devo ammettere che ho molto apprezzato l'armonia tra una forza importante e l'educazione del tannico, mai scontroso. Molto interessante, ma da riassaggiare, dato che si distanzia molto dallo stile dell'azienda, il Brunello 2011 Nastagio di Col d'Orcia, di una mineralità salina disarmante.
Tra i produttori di Barolo presenti, invece, ho riscontrato personalmente qualcosa che potrebbe sembrare un assurdo, data la premessa riguardante la zonazione, voluta proprio per delineare una serie di carte d'identità di cru di cui si hanno tracce, già, in scritti del XVIII secolo. Ho avuto, infatti, la percezione che all'univoca espressività della zona e del singolo cru si alterni, ed in alcuni casi si sovrapponga, la personalità del singolo produttore e quindi la sua interpretazione del nebbiolo proveniente dai propri vigneti, nel rispetto dell'annata (terroir). Questo alla luce delle diverse dimensioni delle aziende, dei diversi approcci tecnici in cantina, ma soprattutto, come già accennato sopra, di  un progressivo bisogno di alcuni produttori di Barolo di crearsi una propria identità, forte e riconoscibile. Se si pensa che il Barolo nasce come vino prodotto con uve di varie zone, nel quale era l'impronta del commerciante/imbottigliatore a determinarne equilibri e peculiarità specifiche, è comprensibile che ogni produttore voglia elevare il passato ad un'identità non solo commerciale, bensì territoriale e produttiva.
Per quanto riguarda i miei assaggi di Barolo, Rinaldi spicca per classe ed attitudine all'indurre chi beve al più sincero godimento,  Scavino continua imperterrito a stupire per tenuta nel tempo ed intensità, ma è Roberto Voerzio la star della manifestazione! Un produttore, un vignaiolo che abbina modernismo e tradizione, naturalità e maniacalità - nell'accezione positiva del termine - intraprendendo una strada che lo ha portato ad essere una delle firme del Barolo e del vino italiano più importanti al mondo. Usa le barrique e fossimo stati a Montalcino avrei storto il naso - beh, lo faccio anche col Barolo in realtà, sono sincero -, però vuoi per la maggior tannicità del nebbiolo, vuoi per l'impronta rivoluzionaria che i Barolo Boys hanno dato al Barolo, vuoi per l'utilizzo consapevole e poco invasivo (buona percentuale di legni "usati" e tostature accorte), questa è la sua cifra stilistica, questa è la sua identità, e finché il bicchiere parlerà così non credo sia criticabile. Eppure, più che i Barolo Boys a stupirmi - come già accennato in un precedente articolo -  in occasione di BaroloBrunello, è stata una Barolo Girl, la giovanissima Giulia Negri, che fa il suo "Barolo de garage" nel pieno rispetto della tradizione, steccatura compresa. Barrique il primo botti grandi la seconda, uno dei Barolo Boys il primo Barolo Girl la seconda, il coraggio di cambiare il primo il coraggio di tornare indietro la seconda... ci sarebbero gli estremi per un libro e magari sarà proprio il padre di Giulia, Giovanni Negri, a scriverlo, dato che oltre a produrre a sua volta grandi vini è un noto scrittore. Sta di fatto che il Barolo oggi è l'espressione di terroir più variegata che abbiamo in Italia, là dove per terroir si tenga in considerazione anche la personalità e la mano dell'uomo/produttore/vignaiolo, in addizione alle caratteristiche pedoclimatiche del vigneto ed alle peculiarità varietali.

Ricordiamoci, inoltre, che parliamo di due denominazioni che guardano ai mercati esteri come alle loro mete principali ed in alcuni casi totalitarie, eppure, va detto ed apprezzato, che esistono e resistono molti produttori che rifuggono l'idea di produrre un Barolo o un Brunello troppo "internazionale", in ambo i casi forti di trascorsi non troppo positivi.
Io, da par mio, resto fedele al gusto, ma non nego di protendere per la tradizione almeno per quanto concerne l'utilizzo di botte grande, in ambo i casi, segnalando un ritorno al cemento in vinificazione per il Barolo che non mi dispiace affatto.

Fatte queste mie personali e quindi opinabilissime considerazioni riguardo le due denominazioni allo stato dell'arte, faccio i miei complimenti ai ragazzi di WineZone che hanno creato una format vincente e molto interessante per winelovers, media, buyers ed addetti ai lavori, ma ancor più per gli stessi produttori che hanno modo di confrontarsi  e di scambiare idee, visioni e valutazioni utili ad una crescita reciproca delle due più importanti terre del vino italiane, quanto meno in termini di notorietà e qualità media.

F.S.R.
#WineIsSharing

P.S.: attenzione alla 2012 del Brunello... Potazzine, Marroneto, Pietroso, Castello di Velona  tanta roba, ma io non vi ho detto niente! 😉

venerdì 18 novembre 2016

Vinoè - Assaggi ed incontri tra novità e conferme

In una cornice davvero suggestiva come quella della Stazione Leopolda di Firenze, si è tenuto qualche giorno fa l'evento Vinoè organizzato dalla F.I.S.A.R. (federazione italiana sommelier albergatori ristoratori).
Devo ammettere che l'impatto è stato quello dei grandi eventi, con - almeno vista dall'altra parte dei banchi d'assaggio - un'organizzazione impeccabile, quindi non mi soffermerei molto sull'evento che può considerarsi ben riuscito anche solo alla luce del grande flusso di sommelier, addetti ai lavori ed appassionati che hanno affollato la Leopolda in entrambi i giorni di programma.
Ciò su cui vorrei soffermarmi, come mio solito, sono i produttori, che con la loro personalità ed i loro vini hanno saputo colpirmi di più in questo contesto particolare.
Partiamo con i nuovi incontri, che come accade spesso, erano già in cantiere da mesi grazie ad una previa conoscenza tramite social, ovvero:

I Vini assaggiati a Vinoè

vinoè cantine
Monterotondo: Saverio Basagni è un produttore di grande umiltà e preparazione, queste sono le prime due doti che si sono palesate dopo appena 5 minuti di sana ed informale chiacchierata calice alla mano. Ero molto curioso di assaggiare i suoi Vini, perché il suo approccio al Vino mi è sempre sembrato in linea con il mio modo di viverlo e di percepirlo. L'etica e qualità si incontrano nel suo Chianti, frutto di un rispetto totale in vigna ed in cantina unito ad una competenza tecnica che non lascia nulla al caso. Ottimo il suo Chianti Classico Riserva Seretina 2012, giocato su equilibri ai limiti del poetico fra freschezza pienezza, profondità e struttura, il tutto avvolto in un fazzoletto di setosa eleganza. In ogni Vino assaggiato ho apprezzato molto la territorialità unita a quella buona dose di introspezione tipica di chi è abituato a lavorare in vigna godendo soltanto dell'assordante silenzio della natura.

Silvano Ferlat: altro incontro che attendevo da tempo quello col giovane enologo/vignaiolo Moreno Ferlat, che da bravo friulano vedeva pararsi di fronte a lui tutta la schiera delle referenze tipiche, dal pinot grigio, alla malvasia istriana, passando per il sauvignon ed il friulano nei bianchi, per poi passare ai rossi con merlot e cabernet franc sugli scudi. Oltre ai vini in purezza ho avuto modo di assaggiare anche due blend, un bianco ed un rosso (No Land Vineyard) entrambi molto ben ponderati, ma ciò che mi ha colpito di più è stata quella che Moreno stesso ha definito una piccola grande sfida, ovvero Il Vin dal Paron. Si tratta di un moscato giallo in purezza, vinificato secco, che trasforma il contrasto in puro godimento, alla faccia di chi sostiene che la concordanza naso-bocca sia imprescindibile all'assaggio! Un Vino che al naso mantiene gli aromi "dolci" tipici del varietale, ma che poi al sorso, asciutto, stupisce con la sua madornale mineralità. Mineralità salina che fa da fil rouge ed anche "fil blanc" tra un assaggio e l'altro, in un'interconnessione che vede le differenze unirsi in un crogiuolo di dinamica inclusione. Vini diversi, sì, ma tutti riconducibili all'approccio di Moreno, che vede in una finezza di stampo transalpino la sua firma.

Fruscalzo: di Daniela Fruscalzo vi parlerò presto in un articolo interamente dedicato ai suoi Vini che avevo già avuto modo di assaggiare, ma che è stato un piacere ritrovare a Vinoè. Senza anticiparvi troppo, posso comunque dirvi che anche nel caso di Daniela il rispetto parte dalla terra, per poi protrarsi alla vite, all'uva ed a tutti i processi di vinificazione. Un territorio, quello del Collio, capace di elevare i varietali tipici friulani con armonia ed eleganza, doti che ricorrono in tutti i bianchi che ho avuto modo di assaggiare, prodotti da questa realtà.

Roberto Rondelli: il Rossese di Dolceacqua e Dolceacqua in senso lato ha un nuovo player! Un player, non un top player, perché, come dice Roberto, in questa piccola denominazione, non sono solo varietale e territorio ad essere congiunti e coesi, ma anche i produttori che fanno quadrato intorno ai concetti ed ai valori alla base del successo del Rossese: identità, rispetto e tanta tanta qualità, sempre!
Nel Rossese di Roberto all'armonia intrinseca ai grandi Rossese si aggiunge una venatura salina, che è resa ancor più profonda da una freschezza di grande dinamismo. Vini in divenire, ma già molto carichi di personalità.

Villa Corniole (Cembrani doc): un'azienda magnifica, che ho avuto modo di visitare l'anno scorso in Val di Cembra. Se degli altri Vini ebbi già modo di parlarvi, quello che vorrei mettere in luce oggi è il loro Trento Doc Salisa, che di annata in annata cresce in maniera esponenziale. Se siete alla ricerca di un metodo classico Trento Doc (chardonnay 100%) elegante, ma non omologato, questo è uno di quelli da assaggiare!

Cataldo Calabretta: che dire, se non che è sempre un piacere incontrare uno dei vignaioli che di più interpretano il concetto di terroir senza estremismi, ma con profondo rispetto e tanta... tanta consapevolezza! Scelta nette, in vigna ed in cantina, dove non vedrete legno, bensì acciaio per i bianchi e cemento per il Cirò. Un Cirò che in tutte le sue sfumature riesce ad esprimere quanto l'artigianalità possa divenire l'esaltazione dell'equilibrio e dell'eleganza. E poi... questi Vini si fanno bere come pochi altri e non credo ci sia dote migliore in un Vino!
Accanto a Cataldo, ho trovato Giuseppe Calabrese, un agronomo, vignaiolo che sta portando avanti una micro-produzione davvero lodevole, che mi riservo di approfondire, specie per la sua interpretazione del Magliocco.

Sangervasio: di Luca Tommasini e della sua "green winery" a Palaia (PI) ne ho già scritto in passato, ma è ci sono produttori con i quali non mi stancherei mai di chiacchierare, perché veri e poco propensi alle manfrine... proprio come Luca! Vi potrei parlare dei suoi Vini, ma avendolo già fatto in passato posso solo dirvi che sono come lui, sinceri e senza troppi fronzoli! Lavorare bene in vigna per poi limitare al minimo gli interventi in cantina... sì, lo dicono in molti, ma Luca è uno di quelli che lo fa davvero.

Cantina della Volta: una certezza ormai quando si parla di metodo classico emiliano, ancor più se base Lambrusco. Le nuove sboccature del 36 e del Christian Bellei brillano di luce propria. Un'identità sempre più forte e costante nell'interpretare questo varietale in maniera così fine, senza snaturarne l'identità.

Per le Marche ho avuto il piacere di ritrovare la Cantina Marconi e la Cantina Federico Mencaroni, la prima si conferma in grande crescita con la nuova etichetta Lilith (blend "irriverente" di verdicchio e pecorino) ed in generale su tutta la linea, mentre Federico Mencaroni continua a stupire con i suoi metodo classico base Verdicchio di una profondità disarmante.

Purtroppo erano prese d'assalto e non sono riuscito a passare a riassaggiare i loro vini, ma conoscendoli già da tempo posso comunque citare queste tre interessanti cantine presenti: Siddura, Fiegl e Villa Matilde. 

In conclusione, se in tre ore sono riuscito ad assaggiare tutto questo, potendomi permettere anche qualche piacevole chiacchierata e qualche extra (vedi gli assaggi presso lo stand di Luciano Ciolfi, che avevo già beccato a Sangiovese Purosangue), vuol dire che l'evento, seppur molto affollato - e ben venga per gli organizzatori -, permetteva una buona fruizione degli stand, con tutte le limitazioni del caso, ma sicuramente meglio di ciò che accada in ben più note manifestazioni. Quindi brava F.I.S.A.R.... buona la prima!


F.S.R.
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