lunedì 21 agosto 2017

Enzo Pontoni e la Cantina Miani - Vini rari come raro è il Vignaiolo

Il mondo del vino è pieno di leggende, di quelle che di bocca in bocca, di penna in penna, cambiano, vengono enfatizzate, a volte travisate e stravolte. Nel mondo del vino, però, esistono soprattutto storie! Storie di uomini e di donne, di territori e di vigne ed ovviamente storie legate al vino stesso.
Quella che vi racconterò oggi è una storia che ha assunto i toni della leggenda, ma che non ha – per nostra fortuna – avuto modo di essere snaturata, perché così intrisa di semplicità e di verità, che sarebbe stato impossibile fraintenderne i principi e divulgarne una versione distorta.
Enzo Pontoni - Miani
Il protagonista di questa storia è Enzo Pontoni, vignaiolo, artigiano della terra e della vite... un contadino, come ama definirsi lui e come amerò definirlo io, più volte, in questo fiume di parole, di impressioni ed emozioni che sto per condividere con voi.
Partiamo dal principio: Enzo Pontoni è stato un metalmeccanico, come tanti – o forse no, dato quel che è riuscito a fare... -, che per motivi personali, non in giovanissima età, ha deciso di lasciare la sua precedente attività per dedicarsi anima e corpo alla vigna ed ai suoi vini.
Mi piace pensare ad Enzo Pontoni come ad un anti-personaggio, perché uomo schivo, riservato, difficile da trovare nella sua cantina, non perché se la tiri – passatemi il termine -, ma perché lavora “tutto il giorno” in campagna ed è poco incline alle visite.
Un uomo mite ma sicuro, una mente nitida, dalle idee terse come il cielo del giorno in cui sono stato a trovarlo nei Colli Orientali del Friuli, più precisamente a Buttrio, presso quella che è la dimora dei suoi vini, la cantina Miani.

Tornando all'”anti-personaggio”, in realtà, per chi di voi non lo sapesse, in molti hanno provato a far diventare Enzo Pontoni un personaggio di spicco dell'enologia italiana e globale, tanto che i suoi vini spiccavano su motori di ricerca enoici come wine searcher tra i più costosi e rari al mondo ed importanti riviste, siti e blog ne hanno tessuto le lodi. Eppure, Enzo è rimasto fedele alla sua dedizione al lavoro in vigna, al suo essere contadino, ma al contempo ha preferito accrescere la propria cultura tecnica-enologica studiando e assaggiando - ho capito molto del suo garbo e della sua idea di vino dopo aver scorto bottiglie vuote di grandi Borgogna e barolo adagiate su una mensola, in alto, nel suo ufficio.
Il suo Refosco Calvari è, ancora oggi, una delle bottiglie più ricercate tra gli appassionati e ha raggiunto cifre seconde solo a grandi nomi del gotha del vino italiano e mondiale, ma a testimonianza della sua totale noncuranza delle dinamiche commerciali e mediatiche quando iniziamo a parlare di questo suo grande vino, con grande leggerezza e schiettezza Enzo dice “Il Calvari non lo produco più da qualche anno, perché io vinifico solo per singola vigna e quel vigneto ce l'avevo in affitto... il proprietario l'ha venduto ed io non avevo interesse nell'acquistarlo. Ho preferito dedicarmi ad altri vigneti”.
In questo aneddoto che saprebbe un po' di follia per la stragrande maggioranza dei produttori risiede una peculiarità dell'uomo e del vignaiolo in questione, ovvero la sua continua ricerca di "sfide" con sè stesso, con la terra e con la singola pianta, ma soprattutto la volontà di creare il vino più buono per sé e per quei pochi che avranno modo di berlo. Sì, perché ad oggi la produzione di Enzo Pontoni non supera le 12000 bottiglie annue, pur gestendo più di 15 ha. Questo perché un'altra delle particolarità dei vini Miani, oltre al provenire tutti da una singola vigna, è la resa bassissima che Enzo "impone" alle sue piante, ma senza forzature, cercando piuttosto un equilibrio della vite, ceppo per ceppo, in base alla sua conoscenza di quella parcella ed alla sua spiccatissima sensibilità agronomica.
Tutto questo fa riflettere, comunque, sui tanti - spesso giusti - preconcetti legati al branding ed all'influenza dell'etichetta sul prezzo di un vino, in quanto per una volta un vino ed il lavoro di un vignaiolo sono stati riconosciuti sia dalla critica specializzata, che dai media indipendenti che, e soprattutto, dal mercato per la sola qualità intrinseca.

Fatta questa premessa, torniamo alla mia visita in cantina...

Era da molto che tra i miei desideri enoici figurava quello di conoscere Enzo Pontoni in quanto esponente di una razza ormai quasi estinta di pragmatisti del lavoro capaci di infondere nella pratica non solo consapevoli valori tecnici, ma anche e soprattutto valori atavici che tanto sanno di verità e poco di pseudo-filosofia. Scusate, mi sono appena riletto e sembrava volessi farvi una sorta di supercazzola! Per farla breve, Enzo Pontoni è il vignaiolo e l'articolo determinativo non è casuale!

Eccomi, finalmente, presso la cantina Miani che rispecchia in tutto e per tutto la indole di Enzo e la sua predilezione nei confronti di una razionalità minimale e votata all'ottimizzazione del lavoro artigiano del fare vigna e del fare vino piuttosto che alla comunicazione. Un piccolo ufficio, senza tanti fronzoli, in cui è accampato un vecchio pc che lo stesso Enzo mi confida di utilizzare molto poco – un onore per me sentirlo ricordare il mio nome, appreso da una mail -, un piazzale anonimo divide la struttura dell'ufficio da quello che ha tutta l'aria di essere una rimessa di mezzi agricoli (che poi scoprirò essere stati progettati in parte dallo stesso Enzo), ma che in realtà nasconde “antri e sotterranei” nei quali fermentano e maturano i vini Miani.
Cantina Miani
La mia curiosità era palpabile e dopo qualche attimo di impasse, per mia fortuna, è Enzo a pronunciare le paroline magiche “andiamo ad assaggiare qualcosa di sotto!”. E' così che ha inizio una delle mie esperienze enoiche più intense e qualitativamente elevate della mia vita da amante spassionato del vino e di tutto ciò che gira intorno ad esso.

Nulla di scontato o di preventivato, una camminata fra le vasche dei bianchi 2016 prima e qualche assaggio da botte poi. Guardandomi intorno vedo solo piccole vasche inox, un paio in cemento e piccole botti di diverse tonnelerie di borgogna e bordeaux, il tutto nell'ottica di dare ad ogni singola parcella un contenitore ideale, scelto accuratamente da Enzo secondo la sua idea di vino e la conoscenza che ha di quel determinato vigneto. La volontà è quella di mettere l'uva a cui ha dedicato il 90% del suo lavoro nelle condizioni migliori per esprimersi in senso varietale e territoriale. Un sorriso appare sul volto calcato da tempo, sole e fatica, nel confidarmi che quella stessa uva, così tanto accudita e rispettata in vigna, una volta arrivata in cantina deve essere un po' “trattata male”, per poter estrarre il meglio da ogni suo componente e specie dalla buccia.
Un “trattar male” che non prevede la legge del contrappasso, bensì un ricco dono aromatico in cambio, come si evince da ogni naso sentito ed ogni sorso fatto, dalla Ribolla ai Sauvignon, passando per il Friulano e lo Chardonnay.
Interessantissimo scoprire di assaggio in assaggio la diversità espressiva di ogni singola vigna (vigne dai quali nascono vini che portano i nomi dei toponimi Filip, Le Zitelle o Saurint ad esempio) che pur mantenendo integri i principi organolettici varietali danno origine a vini radicalmente differenti per intensità, complessità ed eleganza, avendo, però, come filo conduttore una spiccata sapidità minerale.
Darvi descrittori tecnici di vini ancora in fase di affinamento sarebbe riduttivo e poco sensato, ma la cosa che mi ha impressionato di più è stata la stabilità di questi vini, la loro torbida chiarezza. Vini che hanno insito il mistero del come saranno, ma che in realtà sanno già di poter essere grandi, se non addirittura grandissimi.
E' con i rossi ed in particolare con il Refosco, però, che mi sono emozionato a tal punto da commuovermi segretamente come un bambino che prova vergogna nel mostrare gli occhi lucidi al padre dopo esser stato messo di fronte alla nuda verità. Enzo mi versa il primo, un naso esplosivo, un corpo prosperoso, sensuale ed un animo scuro, profondo, impenetrabile se non con grande sensibilità alla prospettiva. Mi emoziono, guardo Enzo ed esclamo qualcosa del tipo “Questo è un grandissimo Vino... che potenza straordinaria!” ed il vignaiolo mi fa “sì, quella vigna è così, ora assaggia questo!”. Vedo Enzo inserire “il ladro” in una delle barrique giusto un po' più in là ed ormai con una reazione quasi involontaria porgo il calice iniziando a comprendere alcune differenze già dal modo in cui quel secondo Refosco si stagliava nel bicchiere. Lo guardo meglio, lo porgo al naso, lo assaggio pensando tra me e me che non avrei potuto trovare anche in quella barrique un'emozione liquida così forte...
Eleganza, finezza, verticalità e profonda lunghezza, con il ritorno di una sapidità che pensavo di non ritrovare nel suo Refosco dopo il primo assaggio. Un vino che per eleganza e profondità acida e minerale sembra strizzare l'occhio alle più nitide espressioni di Pinot Nero, Nebbiolo e Sangiovese. E qui, scusatemi, ma l'occhietto lucido c'è scappato.
Detto questo, Enzo Pontoni mi aveva dato un'oretta - tra l'altro solo grazie all'intercessione di un comune amico produttore con cui suole farsi un "taglio" (il tipico bicchiere di vino che si prendeva nelle tradizionali frasche friulane) -, dedicandomi quella che è solitamente la sua “pausa pranzo”, ma dopo 2 ore abbondanti eravamo ancora in cantina ad assaggiare con mia immensa gioia! Potermi confrontare – per lo più ho ascoltato ed annuito, dato che ogni mio pensiero veniva anticipato da una sua affermazione - con un uomo della sua cultura della vite e del vino e con le sue competenze enologiche (il tutto da autodidatta) è stato davvero impagabile!

Semplicità, schiettezza, nessun volo pindarico, nessuna favoletta, bensì lavoro, praticità e ragione il tutto intriso di grande sensibilità e di un raro rispetto per la vigna in senso stretto e la natura in senso lato... ecco cos'ho trovato quel giorno da Enzo Pontoni, oltre a vini potenzialmente grandiosi!

Concludo dando un po' di speranza a tutti coloro che vorranno assaggiare i vini di Enzo Pontoni, condividendo con voi la mia personale parafrasi di un pensiero dello stesso vignaiolo che, penso, possa aiutarvi a capirne la personalità ancor più chiaramente:
"Sto pensando di produrre qualche bottiglia in più, senza snaturare la mia natura e senza crescere come cantina. Vorrei, però, avere più margine per dare lavoro ai giovani del luogo, perché sarebbe bello vedere un ritorno al lavoro in campagna delle nuove generazioni, specie oggi che il lavoro manca persino in città. Inoltre, vorrei poter lasciare un po' della mia esperienza a chi in futuro potrà metterla in atto."

Auguro a molti di voi di poterlo conoscere personalmente o attraverso i suoi vini, perché ne vale davvero la pena, enoicamente ed umanamente parlando! Io, stesso, dopo centinaia di incontri con vignaioli, enologi ed agronomi raramente mi sono sentito così arricchito lasciando una cantina.


F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 16 agosto 2017

Il Marsala può uscire dalla "crisi"? Intorcia e Martinez ci credono!

Durante il mio ultimo viaggio in Sicilia ho sentito la necessità impellente di andare a Marsala al fine di cercare di comprendere lo stato della DOC più antica d'Italia e di un vino che sta vivendo da anni una crisi profonda.
Una crisi, quella del Marsala, dovuta a diversi fattori storici, culturali ma soprattutto legati alla latitanza di un Consorzio che avrebbe dovuto tutelare il capostipite di tutte le doc italiche, mentre si è lasciato morire senza tentare di reagire al palese momento di difficoltà di questo grande vino liquoroso siciliano.
vino marsala crisi
Parlando con giovani produttori che credono ancora nel rilancio del Marsala e con chi ha visto nascere, crescere e morire il Consorzio di tutela, si evince che la crisi sia dipesa principalmente da 5 fattori (oltre a svariati altri):
  • La produzione di prodotti fuorvianti e di scarsa qualità a partire dagli anni '70, che ha danneggiato il posizionamento del Marsala sia in termini economici che nella percezione del consumatore. Basti pensare ai vari "Marsala all'uovo" (che di Marsala hanno ben poco!), nonché alla promozione del Marsala più per l'utilizzo in cucina e pasticceria che come vino da bere;
  • La poca predisposizione di alcune grandi aziende a salvaguardare la qualità del Marsala e quindi l'impossibilità di avere una massa critica importante e di livello in Italia e nel mondo;
  • La negligente gestione del Consorzio e la sua cessazione;
  • Il trend globale e nazionale che vede i vini liquorosi e fortificati avere vita davvero difficile in termini di appeal e quindi di vendite;
  • Non ultime, in termini di importanza, le vicissitudini delle Cantine Florio, che negli ultimi 100 anni hanno vissuto fasi a dir poco altalenanti, ma che ancora oggi possono e devono fungere da motore per il rilancio del Marsala (per importanza del brand, per massa critica produttiva e per quantità di enoturisti ricevuti ogni anno nella propria struttura sono ancora oggi il riferimento primario in Italia e nel mondo).
Sia chiaro, queste sono solo alcune delle problematiche che stanno rischiando di “estinguere” un pezzo di storia enoica italiana, ma per fortuna c'è chi crede ancora nel rinascita del Marsala.
Se il primo a credere profondamente in una produzione di Marsala di alta qualità è stato Marco de Bartoli (con l'innovazione da un lato e la scelta di tecniche come il metodo soleras più comuni ai cugini del Madeira), oggi ci sono altre aziende che lavorano per riportare in auge questo grande vino. Io ho scelto di visitare e di approfondire la conoscenza di due realtà molto diverse fra loro, eppure con la stessa propensione alla preservazione dei valori intrinseci alla storia del Marsala e ad una produzione di grande qualità: Intorcia e Martinez.

Intorcia - Heritage

Partiamo da Intorcia, realtà fondata nel lontano 1930, dall'omonima famiglia che negli anni è diventata un punto di riferimento in Italia e nel mondo per il Marsala di qualità.
La cosa che più di tutte mi ha spinto a visitare questa cantina è la presenza in azienda di un giovane che da anni si batte per comunicare il Marsala in modo contemporaneo, ma senza mai dimenticarne le origini e, soprattutto, senza snaturarne le qualità. Parlo di Francesco Intorcia, detto Ciccio per amici e colleghi produttori, creato e fautore del progetto “Heritage”. Un progetto che prevedeva la nascita di una linea di etichette votate alla qualità e realizzate al fine di lanciare un messaggio forte di attaccamento al territorio e ad un'eredità così antica e preziosa da sentire forte il dovere di preservarla.
Intorcia - Heritage
C'è un aspetto che mi ha colpito particolarmente del progetto Heritage e rappresenta una rarità nel mondo del Marsala, che un po' come accade per il Porto non prevede, storicamente, vigneti di proprietà da parte dei produttori (se non in piccola parte), ovvero la volontà di Francesco di riappropriarsi dei vigneti di famiglia e di acquisirne altri, per ripartire proprio dalla vigna. Una cosa che reputeremmo quasi normale, consueta, se si trattasse di altre denominazioni e di altre tipologie di vini, ma che per Marsale e per il Marsala rappresenta l'ennessimo forte messaggio lanciato da questa realtà, che crede fermamente nel potenziale della propria terra, delle proprie piante e delle proprie uve (Grillo in particolare).
Le tipologie di Marsala sulle quali Intorcia sta puntando sono il “Vergine”, il “Dolce” ed il “Semisecco”, ma sono le Riserve Vintage come la 1980 ad aver fatto fare il salto di qualità all'azienda, tornando ad accostare il Marsala ai più quotati cugini del Porto.
Vi basterà recarvi al Vinitaly presso lo stand tanto voluto da Francesco Intorcia per rendervi conto di quanto sia forte la volontà dell'azienda di rompere gli indugi e dissolvere i preconcetti legati a questo vino, tramite Master Class con degustazioni approfondite ed abbinamenti di alto profilo per comprendere il reale potenziale di ogni tipologia di Marsala, anche come aperitivo o a tavola.
Un lento processo di innovazione comunicativa e di rinnovamento mentale che va di pari passo con un forte attaccamento alla tradizione ed alla storia di questo vino e di questo territorio che Francesco sta cercando di velocizzare con idee giovani e dinamiche, ma mai eccessive.
Come molte realtà anche Intorcia ha dovuto ricorrere alla produzione di vini da tavola, ma anche in questo caso Francesco ha voluto creare due linee votate alla qualità ed alla massima espressione del territorio sia nei Vignemie Perricone e Grillo che nei due Perpetuo base Nero d'Avola e Grillo. Per chi non lo sapesse il Perpetuo è un vino è prodotto con una tecnica di affinamento in uso prima dello sbarco degli inglesi e base per la successiva produzione del Marsala che prevede la ricolma di botte contenente una cuvée delle migliori annate e l'imbottigliamento di parte di quella cuvée, mentre la restante attenderà la nuova (purché valida) annata per essere ricolmata.
Se tra i Marsala quelli più emozionanti, per me, sono stati il Marsala Vintage Riserva 1980 Vergine Secco nella sua infinita complessità ed il Vintage 2014 Rubino Superiore nella sua immediata e profonda piacevolezza, tra i vini igt il Grillo Vignemie si è volatilizzato in pochi minuti durante il pranzo e credo non serva dire altro.

Martinez

La seconda azienda di cui vorrei parlarvi è la Cantina Martinez, altro tassello del meraviglioso mosaico della storia del Marsala, ormai in parte sbiadito, ma che in parte sa ancora far valere la sua unica bellezza. L'azienda prende il nome dalla famiglia che l'ha fondata e nello specifico da Carlo Martinez, intraprendente palermitano che investì in questa impresa, intuendo le grandi potenzialità commerciali del Marsala.
Cantina Martinez
Nata nel 1866, la Cantina Martinez è una delle poche aziende storiche rimaste “in piedi” senza grandi sconvolgimenti aziendali, bensì con un grande equilibrio fra tradizione ed innovazione. L'azienda ha conferitori storici, come da tradizione, mentre tra le cose che la rendono una cantina molto attuale c'è una particolare attenzione all'enoturismo e, quindi, ad aprire le porte del proprio baglio di oltre 6000mq agli appassionati avventori. Nei locali del baglio, da poco ristrutturato, si possono ammirare ancora le botti disposte a criaderas (qui si pratica in parte il metodo soleras), strumenti utilizzati nella produzione del Marsala nel corso dei decenni e, soprattutto, le monumentali botti di affinamento. Questo aspetto, non così comune a Marsala, permette alla Martinez di veicolare in modo diretto la storia della propria realtà, ma anche quella del vino liquoroso più importante d'Italia.
Inoltre, Laura Doro, nipote degli attuali proprietari e responsabile della comunicazione aziendale, nell'accogliermi ha mostrato un trasporto viscerale nei confronti del Marsala e dell'azienda di famiglia che non ha eguali. Reputo questa passione fondamentale se si vogliono davvero cambiare le cose!
A testimonianza della volontà di Laura e della sua famiglia di dare una svolta all'azienda ed al Marsala c'è il suo ingresso nell'associazione tutta al femminile denominata Marsala Ladies che vede coinvolte altre note cantine nelle persone di Alexandra Curatolo, Giuseppina De Bartoli e Maria Chiara Bellino (Pellegrino). L'associazione Marsala Ladies nasce con lo scopo di promuovere la cultura del Marsala in Sicilia, in Italia e nel mondo con un approccio moderno e crossmediale. Altro sintomo della forte volontà delle nuove generazioni di ridare linfa vitale al Marsala.
Marsala Ladies
E' sempre grazie a Laura che ho modo di fare un rapido ed esaustivo ripasso della storia del Marsala ed in particolare del metodo di produzione e del disciplinare. E' proprio per questo che condivido con voi due schede realizzate proprio da Martinez per comunicare in modo sintetico e comprensibile le peculiarità produttive del Marsala:
Processo produttivo del Marsala
Disciplinare e Classificazione del Marsala
Tornando all'azienda Martinez, i vini assaggiati sono risultati tutti molto tradizionali e di qualità, specie il piacevolissimo Superiore Garibaldi Dolce e il Marsala Vergine Riserva 1995, secco ed equilibrato, con una lunga vita davanti e tanta complessità in divenire. Importanti sono le evoluzioni che piano piano si stanno apportando al packaging dei vini (solitamente non è un dettaglio di cui mi piace parlare, ma anche questo aspetto sarà fondamentale per svecchiare l'immagine del Marsala), ma soprattutto ad alzare l'asticella sarà l'uscita sul mercato di alcune riserve di annate storiche che, come per il progetto Hermitage di Intorcia, mirano ad un posizionamento più consono a vini di così grande longevità e complessità.
Nel caso dell'azienda Martinez, a differenza di molte altre realtà del marsalese, la scelta è stata quella di non prodigarsi nella produzione parallela di vini da tavola o comunque vini secchi non fortificati, continua però quella dei passiti liquorosi e dei vini da messa (mercato importantissimo per le realtà marsalesi).
Vini Marsala Martinez
In conclusione, posso confidarvi che dalla mia visita ho tratto conclusioni contrastanti che mi vedono perplesso nei confronti dell'intero "movimento Marsala" in quanto le grandi aziende non sembrano minimamente interessate a riportare in auge questo prezioso vino, ma d'altra parte sono molto fiducioso in queste due aziende in particolare ed in altre più propositive cantine, in quanto è palese che la strada intrapresa sia dura, ma percorribile. Sono certo che sia Intorcia che Martinez, seppur per vie diverse, stiano facendo e continueranno a fare tantissimo per il Marsala ancor prima che per le proprie imprese e questo fa loro onore. Io, da par mio, spero che molti di voi possano tornare a bere Marsala e, magari, a visitare queste aziende in loco per rendersi conto della grandezza della storia e della qualità di questo vino immortale.


F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 14 agosto 2017

Vini senza fronzoli per Ferragosto

Domani è Ferragosto e molti amici mi hanno chiesto qualche dritta riguardo i vini da stappare in una “ricorrenza” che per gli italiani coincide da sempre con gite fuori porta, pic nic, grigliate, giornate al mare, ma soprattutto con il mangiare e bere in maniera informale e conviviale, ed io non potevo che assecondare questa richiesta. Ho cercato, però, di scegliere vini votati ad una beva più pronta, con buona o, in molti casi, spiccata freschezza e sapidità, magari – specie nel caso dei rossi – da bere a temperature di servizio ancor più basse dell'usuale. Vini che si lascino bere, senza tanti fronzoli, ma che al contempo mantengano un'ottima qualità. Inoltre, sapete che in questo wineblog non si parla mai di prezzi, ma credo sia opportuno, in quanto valore aggiunto, che molti di questi vini vantano un grande rapporto qualità-prezzo.
Come sempre, quella che andrò a condividere non è altro che una selezione di vini che io stesso stapperò o che vorrei stappare domani (conoscendomi potrei entrare in cantina domani stesso e cambiare idea all'ultimo in base al mio stato d'animo, all'attitudine delle persone con cui condividerò il mio Ferragosto e semplicemente all'istinto del momento), quindi prendetela come un semplice riferimento dal quale prendere spunto e non come una classifica.

Bollicine (Vino Spumante)
Apollonia Brut Nature (Metodo Classico) – Federico Mencaroni;
Pignoletto Spumante 1877 (Metodo Classico) – Lodi Corazza;
Prosecco Valdobbiadene Sup. (Metodo Martinotti) - Leo Vanin;
Funis Blanc de Blanc (Metodo Martinotti) - Patrì;
WAI Metodo (Metodo Ancestrale*) – Tenuta Belvedere;
Frizantin (Spumante Sur Lie*) - Podere Grecale;
Mira (Rifermentato in bottiglia*) - Porta del Vento.
*www.wineblogroll.com/metodo-ancestrale

Frizzanti e vivaci 
Luna di Maggio Freisa d'Asti - Cascina Gilli;
Raboso Marca Trevigiana – Bellese;
Valnure Frizzante – Marengoni;
Rimosso Lambrusco di Sorbara - Cantina della Volta.

Bianchi
Bianco d'Altura – Tenute Lombardo;
Le Fratte Bianchello del Metauro – Il Conventino di Monteciccardo;
Egòn Verdicchio di Matelica - Borgo Paglianetto;
MammaMia - Cantina San Biagio Vecchio;
Castagnolo Orvieto Cl. Sup. - Barberani;
Ribolla Gialla – Valentino Butussi;
Vermentino - 1Sorso;

Rosati
Mjere – Michele Calò e Figli;
Cirò Rosato - Cataldo Calabretta;
La Grazia – Cantina del Signore;
Via Rosa - Cantina Colognola;
Rosé - Fattoria Sardi.

Rosso o rosato?!? Rosso!
Troccolone – Marco Capitoni;
Fresco di Nero – Pietro Beconcini.

Rossi
Piano Sangiovese IGT Toscana – Poggio Grande;
Bastaro Lacrima di Morro d'Alba- Tenuta San Marcello;
Vettina Pergola Rosso - Terracruda;
Groppello di Revò – Laste Rosse;
Barbera d'Asti – Alessandro Motta;
Na' Vota Ruché di Castagnole Monferrato - Cantine Sant'Agata;
Barbera Stafilo – Colle del Bricco;
Campi Taurasini - Le Masciare;
Parèda Mondrolisai - Cantine Meana;
Perricone - Cantine Fina.

Per finire in dolcezza...
Belb Moscato d'Asti - Mongioia;
Rambela Metodo Classico Dolce - Tenuta Uccellina.

N.B.: per tutti i vini è da prendere in considerazione l'annata corrente.

Ovviamente, la mia è una piccola selezione che confido possa incuriosirvi con nomi meno noti e tipologie di vino che, sin troppo spesso, vengono relegate a contesti non consoni alla loro piacevolezza e qualità. Credo che nell'Italia del vino e nelle dinamiche della vita degli italiani ci sia spazio per momenti in cui stapparsi vini che definire "easy" sarebbe denigratorio, ma che si lascino bere con grande freschezza e senza risultare troppo impegnativi, pur mantenendo buona integrità.
Mi auguro che almeno una di queste bottiglie possa contribuire a rendere ancor più vivo e divertente il vostro Ferragosto!

F.S.R.
#WineIsSharing

sabato 12 agosto 2017

Intervista a Monica Caradonna sulla comunicazione enogastronomica e non solo

In questo agosto in cui mi sto dedicando ai miei viaggi enoici più che in qualsiasi altro mese dell'anno ho deciso di aprire le porte di WineBlogRoll ad amici e professionisti del mondo del vino e dell'enogastronomia che stimo ed apprezzo per ciò che fanno e per come lo fanno.
Oggi, è la volta di Monica Caradonna che, sono certo, vi coinvolgerà con la sua grande esperienza nella comunicazione enogastronomica e con la sua sagace ironia.
monica caradonna

Condivido con voi la nostra chiacchierata fuori dagli schemi, nella speranza di strapparvi qualche sorriso e, soprattutto, di darvi qualche spunto di riflessione riguardo i temi della comunicazione del vino e non solo.

Cosa fai nella vita? Me lo chiede anche mia madre rimproverandomi che sono sempre in viaggio oppure sempre attaccata allo schermo del mio Mac. A parte gli scherzi, sono una giornalista professionista. Dopo aver trascorso quattro anni in una redazione e dopo una bellissima esperienza in televisione, sono riapprodata al mio grande amore, gli uffici stampa. Aiuto le aziende a raccontarsi o a sviluppare relazioni. Ed è per questo che spazio su vari settori che vanno dal vino al turismo fino anche all’acciaio. Poi da ormai un anno ho tolto il tappo alla biro. Si può dire? Sai sono un po’ romantica e adoro le penne, soprattutto quelle in stile giapponese di Muji. Dicevo, da poco più di un anno ho ricominciato a scrivere. Per il Blog di Luciano Pignataro racconto storie di cucina attraverso i protagonisti. Ho un buon palato, ma non ho le competenze per giudicare tecnicamente un piatto, e forse sta storia ha anche un po’ stancato. A me piace raccontare storie, mettere un po’ a nudo i protagonisti della ristorazione, andare a vedere cosa c’è dietro un piatto piuttosto che un’etichetta e scovare un lato più emozionale. Le stesse storie le racconto sul Corriere del Mezzogiorno con, talvolta, deviazioni su mete turistiche.
Cosa ne pensi della comunicazione del vino odierna? La vorrei più friendly e meno altezzosa, più emozionale. Meno puzza sotto al naso e meno puzzette nei vini. Ahahaha qualcuno mi picchierà lo so.
Cosa ne pensi della comunicazione del vino sui social e del wine blogging in Italia ed all'estero? Negli ultimi anni le aziende stanno dedicando più attenzione a comunicare anche sui social. Certo non è che i contratti li chiudi se sei più bravo su Facebook (ormai sopravvissuto quasi solo in Italia) o su WeChat (per fare un salto in Oriente). Non è che se sei figo sui social entri automaticamente nelle carte dei ristoranti stellati. Anzi, molto spesso vedo aziende che spendono patrimoni in comunicazione, a volte anche sovradimensionati rispetto agli obiettivi di qualità che possono raggiungere, e alla fine nonostante centinaia di like ed eventi ai quali non mancano mai, non riescono a sfondare nelle carte vini e il loro target resta lo stesso. Forse la comunicazione del vino dovrebbe ripartire da un’analisi oggettiva degli obiettivi che un’azienda può effettivamente ottenere. Senza far perdere tempo e denaro.
Parliamo di “PR”... cosa significa fare pubbliche relazioni nel mondo del vino per te? Io seguo un modello che ho imparato lavorando per 11 anni nelle media relation nelle istituzioni. La cosa più importante? Avere una ricca agenda telefonica. La cosa ancor più importante? Se chiami qualcuno al telefono quello deve riconoscerti affettuosamente nel tempo di una risposta. Io creo rapporti fondati sulla correttezza e sul rispetto. Non rompo mai le scatole oltre il dovuto, ma tendenzialmente le mie relazioni professionali rischiano di passare su un piano più personale. Ho tanti buoni amici. E questo mi piace da impazzire.
Progetti per il futuro? Il mio lavoro è un continuo fermento e questo mi piace molto. Non sono mai fossilizzata su un tema unico, ma spazio dai viaggi al vino e al food e come ti dicevo fino anche all’acciaio. Questo mi stimola moltissimo perché ogni volta devo riattivare un modello di relazioni che è bene o male lo stesso, ma cambiano i linguaggi. Quando parlo di acciaio mi confronto con giornalisti che masticano economia, però il vino unisce tutti. Quest’anno durante un press tour che ho organizzato per un mio cliente in India, mentre parlavamo di acciaio e di reti di trasporti, davanti a un metodo classico indiano con un’etichetta super colorata, gli ho iniziato a parlare di Primitivo di Manduria e della bellezza del mio territorio di origine. Vedi, il vino è un linguaggio universale.
Quanto ti ha dato il vino e quanto pensi di aver dato e di poter dare ancora a questo settore? Ho avuto moltissime soddisfazioni con clienti difficili da raccontare e altre grazie a clienti più lungimiranti. Ma sono in una fase della mia vita in cui sto dando un gran peso alla mia parte umana dopo averla trascurata per troppo tempo, pertanto mi vien facile dirti che il vino mi ha fatto accorciare le distanze con delle persone che oggi sono incasellate nel file degli amici. Io cosa posso dare? Forse grazie alla grande e impegnativa esperienza che sto facendo scoprendo tavole e cucine importanti in Italia e in Europa sto modificando il mio approccio al racconto del vino. Forse questo è un aspetto nuovo nella mia formazione che potrebbe essere un valore aggiunto. Anche se forse l’elemento essenziale nel mio approccio al lavoro è l’entusiasmo, l’amore incondizionato che metto in ogni progetto. Ma occhio a non tradire i miei valori. A quel punto come un matrimonio sono pronta a rompere qualunque sodalizio.
Quanto conta il valore dell'amicizia nel tuo lavoro? Posso rispondere per me, ma non posso avere una risposta assoluta su un mondo così vasto e pieno di gente pronta a tutto. Io sono donna del Sud, ho dei valori sacrosanti come il rispetto e la dignità. Mio nonno, avvocato calabrese e proprietario terriero, chiudeva contratti con una stretta di mano e mi ha insegnato sempre a guardare negli occhi le persone. Questo puoi farlo se non hai nulla da nascondere e se fondi la tua vita e il tuo lavoro su etica e rispetto. Io cerco sempre un lato positivo in tutto e in tutti. Poi so di stare sulle palle ad alcuni personaggi, ma francamente me ne infischio. Diceva così Totò, vero?
Se dovessi ringraziare qualcuno, chi ti sentiresti di ringraziare per la donna e la professionista che sei oggi? Una donna che ha contribuito a costruire la roccia che sono è Rossana Di Bello. Lei è stata sindaco di Taranto e io a soli 26 anni ero responsabile dell’ufficio stampa del Comune nonché suo portavoce. Lei mi ha insegnato a leggere nell’anima delle persone, mi insegnato a leggere tra le righe dei fenomeni, mi ha insegnato il sacrificio, l’ambizione, mi ha insegnato ad anticipare le situazioni e a lavorare per obiettivi da raggiungere. Lei, durante il suo mandato da sindaco ha dovuto affrontare una malattia e ricordo che non si è fermata un solo giorno, abbiamo sempre lavorato senza mai mollare. E anche io quando ho dovuto affrontare un momento difficile della mia vita non ho mollato, come lei.
Fatti una domanda e datti una risposta! Fanne un'altra, fa la giravolta, falla un'altra volta! Scherzi a parte, cosa avresti voluto ti chiedessi e cosa vorresti chiedere a me? Quando mi porti a cena fuori e ci sfondiamo di champagne? Scherzo, però se vuoi una bolla ce la beviamo non appeni torni in Puglia.

Ringrazio Monica Caradonna per l'ironia e la freschezza con le quali ha approcciato questa chiacchierata virtuale. Una grande professionista ed una persona che spero avrete modo di incontrare e di conoscere, magari con un calice di buon vino in mano.
F.S.R.
#WineIsSharing

martedì 8 agosto 2017

Essere sommelier - Intervista a Giovanni Sinesi del Ristorante Reale

Oggi, come spesso accade, ho lasciato la porta della mia umile dimora socchiusa ed ho visto passare un caro amico, un professionista che ammiro e stimo da quando abbiamo avuto modo di condividere il primo assaggio. Per mia fortuna, non c'è voluto molto per farlo entrare: ho stappato una buona bottiglia ed ancor prima di iniziare a mescere il primo bicchiere il suo abile naso e la sua curiosità enoica lo hanno portato qui.
Parlo di Giovanni Sinesi - Gianni per gli amici -, sommelier del ristorante Reale di Cristiana e Niko Romito (3 stelle Michelin), al quale sono stato più che lieto di porre qualche domanda riguardo la sua figura professionale.
Giovanni Sinesi - Foto di Sophie Tajan
Cosa significa essere sommelier e cosa esserlo in un grande ristorante come il Reale?
Essere sommelier è prima di tutto una scelta di vita dettata da una grande passione. Può succedere che ci si innamori di un vino in particolare, o che qualcuno, consapevolmente o meno, ci porti sulla strada della professione. Il mio mentore, in questo caso, è stato Maurizio Menichetti del ristorante Caino a Montemerano, in Toscana: lo stage che feci con lui nel 2006 ha avuto un ruolo decisivo nella mia carriera. Essere sommelier al Reale è una responsabilità enorme: le aspettative dei clienti sono altissime, il beverage deve accompagnare la cucina senza coprirla ma valorizzandola ed esaltandola e al contempo avere un suo carattere distintivo, una sua autonomia. Io sono partito giovanissimo, l’esperienza l’ho fatta sul campo e non è stato facile capire il mio ruolo e costruire una cantina come quella che abbiamo oggi, composta da circa 8.000 bottiglie di vino con oltre 500 etichette provenienti da tutto il mondo.

Sommelier si nasce o si diventa?
Sommelier si diventa, indubbiamente, sebbene avere un buon naso in partenza non guasti! È un lavoro fatto di studio continuo, senza sosta: non basta il diploma, non basta assaggiare una sola volta un vino per poterlo capire. Col passare del tempo mi rendo conto di quanto io stesso ritorni sui miei passi, di come il vino vada capito e interpretato, oltre che conosciuto e studiato. Inoltre, ciò che davvero fa la differenza è la volontà di fare, di crescere, di viaggiare ed esplorare.

L'essere sommelier ti "obbliga" a vedere il vino come un lavoro, ma riesci a far combaciare con l'aspetto professionale anche la passione per questo meraviglioso mondo?
Qualcuno ha detto che se fai il lavoro che ami allora non lavorerei mai neppure un giorno della tua vita. Io amo il mio lavoro, per cui riesco bene a far combaciare l’aspetto professionale e quello ludico. Le mie vacanze sono spesso nei grandi territori del vino; viaggio spessissimo per andare a conoscere personalmente produttori e aziende che ritengo interessanti o territori dei quali vorrei approfondire la mia conoscenza geomorfologica, agricola, paesaggistica. Chi consuma un vino non sta bevendo solo il liquido che ha nel bicchiere: sta assaporando il profumo della vigna, gli effetti che il vento, il sole e la pioggia hanno avuto sull’uva, la filosofia e le scelte dell’agronomo e dell’enologo, la visione e il progetto di chi lo ha prodotto. Quando viaggio alla scoperta di aziende vitivinicole o quando partecipo a qualche degustazione io vado alla scoperta del mondo del vino. Il mio compito è capire come questo mondo si abbina e si interseca con la cucina di Niko Romito e, nondimeno, come la mia conoscenza può essere messa al servizio dei clienti. Ognuno ha un suo palato, un suo vissuto gastronomico, una sua idea sul vino. Come sommelier mi occupo di creare armonia e generare piacere da tutte queste componenti.

Cosa non dovrebbe mai mancare nella carta dei vini di un ristorante in Italia?
Credo che in ogni carta dei vini che si rispetti debbano essere rappresentate le più importanti regioni enologiche italiane, con un focus particolare sulla regione di appartenenza del ristorante. Il legame col territorio è importante ed è fondamentale. Poi è interessante anche “allontanarsi” ed esplorare altre regioni, d’Europa ma anche del mondo, perché no, ma questo presuppone anche una certa disponibilità e curiosità da parte della clientela, e non sempre è fattibile perché dipende dal tipo di ristorante in cui ci si trova e anche dal budget che si ha a disposizione. Una cantina importante richiede investimenti corposi, ma in realtà è possibile costruire carte dei vini interessanti anche senza spendere un patrimonio e facendo scelte mirate.
Reale cantina - Foto di Alberto Zanetti
Mentre in quella di uno stellato?
In un ristorante stellato l’esperienza e la personalità del sommelier sono fondamentali, perché si traducono in una filosofia di pensiero che deve essere coerente con quella della cucina, accompagnando e valorizzando la proposta gastronomica del ristorante. In molti seguono le mode, ma io credo che il mio lavoro sia molto più profondo e difficile di una semplice conoscenza delle tendenze del momento. Il mondo del vino è sterminato, e poi, in realtà, non esiste un unico modo di degustare: ogni palato percepisce il vino a modo suo, per questo è così difficile capire e soddisfare i gusti dei clienti. Tutti noi abbiamo dei “pattern” di percezione di cui spesso siamo inconsapevoli, ma che condizionano la nostra esperienza gustativa; per questo motivo non a tutti piacciono gli stessi vini, e non tutti sono in grado di apprezzare certi sapori piuttosto che altri.

Come selezioni un vino da mettere in carta? Valuti l'assaggio in sé o ti lasci trasportare anche dalla sua storia, dalla personalità del produttore ed ovviamente dalla bellezza del territorio in cui nasce?
La prima cosa che valuto è sicuramente l’assaggio, da cui percepisco immediatamente la qualità di un vino. In generale in un vino cerco pulizia, piacevolezza e bevibilità, ma anche il legame con il territorio e quindi la sua riconoscibilità nei sentori e sapori che percepisco. Gli altri sono aspetti secondari che entrano in gioco solo dopo l’esame gustativo, e che hanno sicuramente una loro importanza se consideriamo che ogni vino è figlio di chi lo produce: rappresenta cioè i valori del produttore, che si esprimono dal modo di curare la vigna alle procedure di vinificazione, fino all'etichetta e alla presentazione della bottiglia.

Quanto reputi importante l'abbinamento vino-cibo e quanto si può osare ancora?
Nei menù degustazione del Reale (Essenza e Ideale) a ogni portata è abbinato un vino. Lavoro ogni giorno per trovare i migliori abbinamenti, quel sentore particolare che valorizza un ingrediente, quell’acidità necessaria a stimolare il palato nel modo giusto durante la consumazione di un piatto. L’abbinamento cibo-vino è importantissimo, e con il tempo ho imparato anche ad abbandonare le “strade sicure” e a lanciarmi in sentieri incerti ma che possono regalare grandi soddisfazioni, al di fuori degli insegnamenti scolastici. Ad esempio, ho imparato ad abbinare acido con acido, amaro con amaro, dando vita a combinazioni inedite e assolutamente inaspettate. Noi siamo fatti di cuore, cervello e personalità: un buon abbinamento cibo-vino dovrebbe colpire e soddisfare tutte queste componenti.
Insegna Reale - Foto di Brambilla Serrani PH
In un'era in cui alcuni valori cardine dell'educazione sembrano venir meno, quanto pensi siano importanti le doti dell'eleganza, del savoir faire e l'educazione stessa? La sala può essere un veicolo per questi valori?
Se ci pensate la sala è come un palcoscenico, sul quale si svolge lo spettacolo dell’esperienza gastronomica. In inglese si usa l’espressione “front service” proprio a indicare il fatto che chi sta in sala ha un rapporto diretto e frontale con i clienti. Il lavoro di sala richiede una grandissima preparazione, una discrezione incredibile e al tempo stesso un’attenzione maniacale. L’eleganza in sala è tutto, ma parliamo di un’eleganza silenziosa, mai strillata. Noi dobbiamo essere presenze rassicuranti: apparire quando il cliente ha bisogno di qualcosa e, anzi, capirlo ancora prima che l’esigenza si manifesti. Inoltre, ci vuole una grande cultura: dobbiamo essere in grado di fare conversazione sugli argomenti più disparati, e questo ci consente di apprendere tantissimo, di osservare le persone di capirne molti aspetti. Credo che la sala sia un mondo affascinantissimo, per me magico, serio ma divertente.

Oltre alla tua caparbietà ed al tuo impegno, senti di dover ringraziare qualcuno per la persona ed il professionista che sei oggi?
Niko e Cristiana hanno investito tantissimo su di me. Solo oggi, che è passato tutto questo tempo (sono con loro dal 2004) e che ho acquisito esperienza mi rendo conto di quanto abbiano rischiato nel darmi carta bianca e lasciarmi crescere “sul campo”. Quando ho ricevuto il premio “Sommelier dell’anno” dalla guida Identità golose, nella sezione Giovani stelle, ho capito che sono cresciuto, e che tutte le persone che in questi anni ho avuto la fortuna di conoscere e di frequentare mi hanno insegnato tanto: Maurizio Menichetti, Fabio Rango, ma anche produttori, amici, clienti. Solo se condivisa la conoscenza genera altra conoscenza.
Niko e Cristiana Romito - Foto di Alberto Zanetti
I tre assaggi che ti hanno riempito il cuore e che ricordi ancora nitidamente?
Il primo è sicuramente il vino del contadino servito freddo con la gassosa, sulla tavola di famiglia. È un gusto che mi riempie il cuore, da sempre, perché mi ricorda il calore familiare, quella semplicità di gesti e di sapori tipica della tradizione contadina e che in un certo senso rappresenta per me le origini. Il secondo è un Musigny del 1971 bevuto in tua compagnia (ricordi?): in tutta la mia esperienza non ho mai trovato così tanta eleganza ed equilibrio in un vino così invecchiato. Il terzo è legato ad ogni momento che viviamo quando abbiamo un calice di vino in mano, quando lo assaporiamo sulla spiaggia o davanti al camino, nell’intimità di uno sguardo. Sono attimi di vita che dimorano dentro di noi riempiendo il cuore di emozioni. In fondo, come diceva Ovidio, “il vino prepara i cuori rendendoli pronti. Nel molto vino ogni penar si stempra.”

Quanto contano il contesto, la compagnia ed il proprio stato d'animo nel percepire... nel sentire un vino?
Secondo me molto nel senso che possono influenzare, positivamente o negativamente, l’esperienza gustativa. Quando ho bisogno di capire un vino mi raccolgo in solitudine e procedo all'assaggio, perché per essere veramente presenti bisogna avere la mente libera.
Quando assaggi un vino devi essere concentrato, come quando sei a cena con la tua donna.

Chiudiamo con la domanda che tutti avrebbero voluto leggere sin dal principio di questa intervista: e se il vino sa di tappo?
Si cambia!

Concludo ringraziando Gianni per aver condiviso con me e con voi i suoi pensieri e le sue emozioni in modo nitido e dinamico. Credo che le sue parole possano fungere da esempio per molti giovani in procinto di avvicinarsi al mondo della sommelierie e che, più in generale, possano rappresentare un riferimento per chiunque abbia a che fare con il vino, dal gourmet al ristoratore, al semplice appassionato.

F.S.R.
#WineIsSharing

venerdì 4 agosto 2017

Castelbuono ed il DiVino Festival - L'ombelico del mondo enogastronomico siciliano

A Castelbuono per mangiare, bere e ricevere il premio Gusto DiVino 2017

Sono appena rientrato dal mio ultimo viaggio verso una terra che amo particolarmente e che ogni volta è capace di riempirmi il cuore con la sua bellezza ed i suoi valori, oltre a riempirmi la “panza” con cibo e vino a profusione! Parlo, ovviamente, della terra di Sicilia e più precisamente di quello che è considerato da molti l'ombelico del mondo: Castelbuono.
Non so dirvi se incrociando paralleli e meridiani si possa affermare con certezza se Castelbuono sia o meno al centro di questo meraviglioso pianeta, ma una cosa la posso asserire senza tema di smentita “Castelbuono è un centro nevralgico del mondo enogastronomico siciliano, italiano e globale!”.
Parliamo di una ridente cittadina medievale arroccata su di una collina a più di 400mslm, con il mare a 15 minuti e le Madonie a coprirgli le spalle, dove meno di 10mila anime hanno a disposizione una quantità smisurata di bellezza e di piaceri della tavola.
Perché a Castelbuono? Ero a Castelbuono per un evento giunto ormai alla X° edizione, il DiVino Festival ed in particolare per ricevere un graditissimo riconoscimento come ambasciatore del vino sul web. A prescindere dal premio Gusto DiVino, andare a Castelbuono era da tempo nella mia “to do list”, ma per quanto ne avessi sentito parlare non potevo davvero immaginarmi di trovare un luogo così vocato, votato e, passatemi il termine, devoto all'enogastronomia.
Girando per Castelbuono, fermandosi in uno dei qualsiasi dei numerosi ristoranti locali, ci si rende subito conto di 3 cose: la tradizione rispettata dalla proverbiale accoglienza siciliana all'utilizzo delle preziose materie prime autoctone (la Manna, il Basilisco, il Tartufo estivo ed il Suino nero dei Nebrodi sono solo alcune delle eccellenze del territorio); la creatività dei ristoratori che con maestria e saggezza hanno trovato tutti il proprio modo di interpretare queste materie prime con una cucina mai noiosa e dagli equilibri a dir poco armonici; l'apertura mentale di un luogo in cui puoi trovare carte dei vini di ampio respiro, con una ricerca che difficilmente puoi pensare di incontrare in un paesino così piccolo ed isolato. 

E' proprio dando un'occhiata alle cantine dei ristoranti ed alle relative carte dei vini che mi sono detto “in questo posto potrei davvero viverci!”, perché non avrei mai creduto di imbattermi in assegnazioni di vini rari da trovare persino nella zona di origine e soprattutto di rendermi conto dell'amore che questa gente, educata da abili e lungimiranti ristoratori (come Peppe Carollo del Nangalarruni, Natale Allegra dell'Antico Baglio ed il duo Sandro Cicero e Giuseppe Migliazzo del Palazzaccio nel centro storico o lo Chef Antonio Bonadonna del Relais e Cantina Abbazia Santa Anastasia), ha nei confronti di tutte le grandi terre del vino italiane ed internazionali a partire da Brunello, Barolo ed Amarone (a Castelbuono si consuma, in proporzione, più Sangiovese e Nebbiolo che in ogni altro luogo dell'isola). Questo potrebbe far storcere il naso a qualche purista, ma in realtà è un valore aggiunto notevole al patrimonio enoico siciliano che si trova in queste carte dei vini e nelle tavole di questi ristoranti a confrontarsi con grandi denominazioni e con vini straordinari, elevando automaticamente la percezione degli stessi vini siciliani. Per intenderci, se fossi un produttore siciliano sarei molto felice di ritrovarmi in una carta che mostri una ricerca ed un'accurata selezione nazionale ed internazionale piuttosto che finire sempre e solo relegato nelle carte di ristoranti mono-regionali.

Questo è ciò che accade a Castelbuono e credo sia già un valido motivo per farci un salto durante la vostra prossima vacanza siciliana.
DiVino Festival 2017 - Castelbuono
Tornando al DiVino Festival, per uno che partecipa un giorno sì e l'altro pure ad eventi enoici in giro per l'Italia e per il mondo e che ama trovarsi nel bel mezzo dei banchi di assaggi con gente semplicemente appassionata e non necessariamente “eno-strippata”, vedere un antico chiostro completamente invaso da avventori, locali e non, con un buon 70% di Millennials, dotati in toto di curiosità e rispetto mi ha riempito il cuore. Più di 180 cantine presenti e tanti vini da assaggiare, eppure nessun inconveniente, nessun “ospite” molesto, ma tanta gioia negli occhi di chi, è palese, sia stato educato ad un approccio attento ed equilibrato al vino ed all'enogastronomia in genere.
Questo perché i castelbuonesi amano la propria terra ed adorano l'enogastronomia, ma anche perché chi viene da “fuori” viene a Castelbuono per mangiare e bere bene, quindi c'è una sorta di selezione naturale e spontanea al DiVino Festival di Castelbuono.
Tra le realtà che mi hanno colpito di più citerei Porta del Vento (piccola azienda biodinamica capace di produrre vini puliti, nitidi nell'espressione varietale e di grande freschezza), Tamburello (interessante realtà biologica di certo sulla buona strada per la produzione di vini di qualità), Patrì (un'azienda che già conoscevo, ma che farà sempre di più parlare di sè data la crescita qualitativa degli ultimi anni) e Alessandro di Camporeale (ormai un Big a tutti gli effetti, ma sempre in grado di mantenere una spiccata identità territoriale nei propri vini) per la Sicilia, ma è stato molto interessante trovare importanti selezioni come quella degli Erbaluce di Caluso o di importanti distributori nazionali come Vino & Design e, ancora, di consorzi come quello di Montalcino con banchi d'assaggio affollati da winelovers curiosi ed attenti.
Un evento che credo proprio non mi perderò più, da ora in avanti!

Premio GustoDivino 2017

Castelbuono deve molto anche alla famiglia Fiasconaro, realtà che vanta una di quelle storie sulle quali si potrebbe scrivere un libro o ancor meglio edificare una dottrina del lavoro, in quanto da un bar nel centro di un paesino questi 3 fratelli sono stati capaci di tirar fuori una delle più sane e proficue aziende dolciarie della regione, facendo concorrenza al nord Italia nell'ambito di un prodotto che con la Sicilia poco aveva a che fare, ovvero il panettone.
Cito questa famiglia perché è anche grazie ai Fiasconaro che la cultura enogastronomica dei castelbuonesi è così importante ed è sempre grazie a loro che il premio Gusto DiVino poteva vantare personalità del calibro di Heinz Beck e Rossano Boscolo tra i presenti in questa edizione o di Massimo Bottura e Chef Rubio in quelle passate.
Premio che veniva attribuito, come da 10 anni a questa parte, ai comunicatori ed agli operatori del settore che di più si sono distinti come ambasciatori del vino e dell'enogastronomia in genere in Italia e nel mondo.
Per me è stato un onore salire sul palco e rientrare nel novero dei premiati dal noto presentatore e comunicatore enoico Daniele Lucca - mi sono sentito proprio come un IGT alla prima annata di produzione di una cantina poco conosciuta in mezzo ai più rinomati vini italiani - tra i quali l'onnisciente Gianni Fabrizio (Gambero Rosso), Marco Gatti (Golosaria), Luca Iaccarino (Repubblica) e Sandra Longinotti (food stylist e food writer) . Eppure, proprio come dicevo prima in merito alle carte dei vini, vedere un giovane wine blogger in mezzo a personalità di tale portata ha avuto il potere di far percepire ciò che faccio in senso stretto e la figura del wine blogger in senso lato in maniera ancor più importante e concreta e questo non ha prezzo per me. Di questa lungimiranza, della qualità della tre giorni di eventi e della bellezza di ogni momento passato a Castelbuono da ospite della città e del DiVino Festival si deve molto al neo presidente della manifestazione, il Sommelier campione del mondo Luca Martini, che quest'anno ho avuto modo di incontrare in varie occasioni, nelle quali ha sempre dimostrato una professionalità impagabile, ma che in questo caso si è davvero superato. 

Attenti alla Castelbuonite!

Castelbuono è vita, è ottimo cibo e grande vino, ma è soprattutto il DiVino Festival, quindi dall'anno prossimo spero di vedervi tutti in giro per questo splendido Borgo Medievale, per stappare qualcosa insieme, magari sulle mura del castello che domina la città o in uno dei ristoranti del posto. Io ci sarò, perché quella cavolo di città già mi manca come può mancarti casa tua e per uno che ormai non si sente mai a casa, perché a casa non c'è mai, è tutto dire! Sì, mi sono ammalato di Castelbuonite acuta e non ho la benché minima voglia di curarmi!
Un solo consiglio: digiunate per qualche giorno prima del vostro arrivo in quel di Castelbuono, perché vi ritroverete a fare fino a 7 pasti al giorno senza accorgervene e non riuscirete a smettere di mangiare e quando si mangia, si sa, ci vuole sempre un po' di buon vino ed ho detto tutto! Non preoccupatevi, però... Anne Carson diceva "L’unica regola del viaggio è: non tornare come sei partito. Torna diverso" e voi avrete modo di comprovare questa massima semplicemente salendo sulla bilancia al vostro ritorno!😜

Io vi aspetto tutti a Castelbuono per la prossima edizione del DiVino Festival, ma i meravigliosi castelbuonesi saranno lieti di accogliervi e di coccolarvi con la loro proverbiale ospitalità sin da domani e senza sosta, perché Castelbuono è bellissima d'estate, ma lo è anche nelle altre stagioni. Vedere... mangiare e bere per credere! 

F.S.R.
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