domenica 26 marzo 2017

Le "curiosità" enoiche da assaggiare al Vinitaly

Il Vinitaly, che dir se ne voglia, rappresenta un vero e proprio Luna Park per winelovers di tutti i comparti enoici e, nonostante possa rappresentare un contesto difficile da approcciare per nicchie e piccole realtà, ci sono alcuni vini che molti appassionati potrebbero non aver mai avuto modo di assaggiare prima d'ora.
Parlo di vini prodotti da aziende molto coraggiose (a volte troppo? Bah... decidetelo voi!) e con quella giusta dose di follia creativa che non guasta mai che porta i vignaioli a cimentarsi con sfide a dir poco proibitive, per poi riuscire a portare nel calice qualcosa di straordinariamente unico. Colgo, quindi, la richiesta fattami da alcuni amici sui social relativamente ad assaggi "particolari" da provare al Vinitaly condividendo con voi alcuni dei vini prodotti da vitigni meno conosciuti e meno coltivati, oggi, in Italia. Vini da eno-nerd? No, semplicemente vini meno conosciuti, che credo valga la pena assaggiare e comunicare. Da notare che molte dei vini sono prodotti da cantine che avevo già contemplato tra quelle da conoscere elencate qui: www.wineblogroll.com/cantine-vinitaly.
Ecco i Vini che vi consiglio di assaggiare al prossimo Vinitaly se siete curiosi almeno la metà di quanto lo sia io:
Abrostine: Il Podere Santa Felicita è uno dei fazzoletti di terra baciati dal dono raro – rarissimo in Italia – di poter ospitare e far esprimere al meglio la bestia nera, anzi “noir”, dei vitigni internazionali: il Pinot Nero. E' qui che il Maestro Federico Staderini fa da trimite fra la natura e la bottiglia, in maniera rispettosa e consapevole. Ma non è del Cuna che vi sto parlando, per quanto un grande Pinot Nero in Italia sia già di per sé ben più di una “curiosità”. Ciò che vi consiglio di provare (sperando ne abbia qualche bottiglia con se al Vinitaly!) è il Sempremai, vino ottenuto da uve Abrostine. L'Abrostine è un vitigno di origine etrusca nata dall’addomesticazione della vite silvestre e per questo molto resistente. Le piante sono protette con decotti naturali e la fermentazione avviene con lieviti indigeni.

Famoso: altro vitigno molto diffuso tra Romagna e nord delle Marche, che sarebbe scomparso del tutto senza la passione ed il coraggio di alcuni, pochi, produttori tornati a credere in quest'uva molto profumata, che mantiene quella bellissima dualità armonica di cui dispongono quei varietali in cui coesistono un'anima contadina/artigiana ed una naturale vocazione alla sincera eleganza. Il Conventino di Monteciccardo a cavallo fra Marche e Romagna, rappresenta per me la realtà capace di esprimere al meglio sia l'essenza fresca e divertente di questo vino, che quella più inaspettatamente profonda e longeva. Ho assaggiato 6 annate del Famoso del Conventino e vi assicuro che le sorprese (in positivo) non sono mancate.

Burson: chi mi segue da un po' conosce la mia grande passione nei confronti di quest'uva, della sua storia e del vino da essa scaturito, ma lasciate che vi rinfreschi la memoria...
L’Uva Longanesi, anche detta Bursona in dialetto romagnolo, è un vitigno autoctono della zona di Ravenna e ad oggi gli ettari vitati sono all’incirca 200. Pochissime le cantine che coltivano questo vitigno dalla storia a dir poco singolare. Infatti, fu solo nel 1920 che Aldo Longanesi trovò un vite a lui sconosciuta, abbarbicata ad una vecchia quercia, nel suo podere a Bagnacavallo, per poi decidere di utilizzarla per vinificarla in purezza. Ad oggi la tecnica di vinificazione è molto simile a quella dell'Amarone, con appassimenti lunghi e grande attenzione nell'affinamento in legno. La Tenuta Uccellina è stata una delle prime a credere in questo autoctono e sta portando alta la bandiera del Burson in Italia e nel mondo, quindi non posso che consigliarvi questa realtà come riferimento per questo vino.
Visto che ci siete, magari, assaggiate anche le due bollicine... Sì, perché alla Tenuta Uccellina... come dire... le cose facili non è che piacciano poi molto! I due Metodo Classico, infatti, sono prodotti uno con uve Lanzesa e l'altro con uva Pelagos. Cosa sono? Assaggiatele, non vorrei condizionarvi!

Centesimino: ancora Romagna ed ancora una storia a dir poco originale. Il Centesimino è un vitigno autoctono della zona di Ravenna, Forlì, Cesena e del Faentino. Sembra che questo vitigno sia presente nella zona sin dagli anni ‘60: si racconta che i numerosi impianti messi a dimora in quel periodo nella zona di Oriolo dei Fichi derivassero da impianti precedenti, a loro volta realizzate con il materiale reperito da un vigneto presente nel “Podere Terbato” di proprietà del signor Pietro Pianori, detto Centesimino, per via della sua proverbiale avarizia. Il Vino di riferimento, secondo me, oggi, per questo vitigno è il Monteterbato della Cantina San Biagio Vecchio. Un assaggio dal grane impatto olfattivo, che spicca per equilibrio fra struttura ed eleganza.

Incrocio Bruni 54: vitigno di cui vi ho parlato qualche giorno fa, quindi vi rimando a questo link per la sua storia: http://www.wineblogroll.com/incrocio-bruni-54. Anch'esso diffuso principalmente nelle Marche e prodotto da aziende che ho già citato e presso le quali potrete trovare, quindi, anche altri vini rari: Finocchi Viticoltori, Cantine Fontezoppa, Il Conventino di Monteciccardo e Terracruda.
Tra gli Incroci interessanti da cercare tra gli stand del Vinitaly segnalo anche l'Incrocio Manzoni 6.0.13 (Riesling Renano e Pinot Bianco) e l'Albarossa (Nebbiolo e Barbera).

Ribona: vitigno autoctono a bacca bianca molto raro, coltivato solo nell'entroterra marchigiano e più precisamente nella provincia di macerata. Dal nobile tannino e di grande sapidità minerale (a dimostrare che sia insita nel corredo del varietale stesso, c'è la quasi totale assenza di salinità nei vini prodotti con uve coltivate negli stessi vitigni, con stessi terreni e stesso microclima) riesce a dar vita a bianchi di grande longevità. I riferimenti, con due interpretazioni differenti, ma complementari del varietale sono sicuramente le Cantine Fontezoppa (sia ferma che metodo classico) e Boccadigabbia.
Interessante, presso lo stesso stand di Fontezoppa, potrà essere, anche, l'assaggio di tre diverse interpretazioni del vitigno Vernaccia Nera di Serrapetrona (70ha coltivati in totale, probabilmente nel mondo), per di più nelle versioni ferme, quindi non spumantizzata come da "pseudo-tradizione". 

Garofanata: Un tempo coltivato tra la vallata del Misa e del Suasa, a cavallo tra le province di Ancona e Pesaro, era ormai quasi del tutto scomparso, quando l’azienda Terracruda di Fratte Rosa, ha pensato bene di avviare un progetto di riscoperta, reinterpretandolo in chiave moderna e proteggendolo, così, dall'estinzione. Vino dal grande fascino floreale al naso, un vero e proprio soffio di primavera, elegante e luminoso.

Tazzelenghe: il Tazzelenghe è un vitigno storico friulano a bacca rossa, originario della zona collinare di Buttrio, Cividale (UD). Nello scorso secolo era molto apprezzato, soprattutto come varietà da affinamento botte, e largamente diffuso in Friuli Venezia Giulia, ma successivamente se ne persero quasi totalmente le tracce a causa del boom dei bianchi friulani.
Il Tazzelenghe ha un tannino importante, che necessità di un adeguato affinamento in legno per addolcirsi, dando così origine a Vini di rara complessità e profondità, ma non sempre di facile approccio. Io ho trovato molto nelle mie corde il Tazzelenghe dell'azienda Le Due Torri.

Rossese Bianco: un'uva che si pensava ormai perduta, riportata in auge da pochissimi produttori. Io ho avuto modo di assaggiarne solo due versioni e quella che mi ha colpito di più è stata, senza tema di smentita, quella della Cantina Josetta Saffirio, in quanto in linea con le esigenze del mio palato oggi. Un vino freschissimo, nonostante la solida struttura sorretta e slanciata da una spina dorsale minerale salina davvero dinamica. Vino che fa pensare ad un grande potenziale evolutivo, in quanto dopo 3 anni dalla vendemmia sembrasse ancora un infante.

Ruché: un grande autoctono piemontese che si sta facendo conoscere sempre di più e con grandi riscontri fra i winelovers. Riscoperto grazie a due personaggi di Castagnole Monferrato: il parroco don Giacomo Cauda che alla fine degli anni settanta si è dedicato con grande entusiasmo alla produzione del Ruchè, e il sindaco Lidia Bianco – già segretaria della scuola d’agraria di Asti – che si è impegnato per fargli assegnare la denominazione d’origine controllata , peraltro ottenuta nel 1987.
Il mio riferimento per il Ruché, sia per qualità che per sfumature interpretative proposte, è sono le Cantine Sant'Agata.

Maruggio/Maresco: ho scelto questo vitigno in quanto molto affascinato da un vino assaggiato qualche anno fa e riassaggiato qualche settimana fa con grande soddisfazione: Maccone Spumante Metodo Ancestrale da uve Maruggio di Donago Angiuli. In questo caso abbiamo due particolarità, ovvero l'utilizzo di un vitigno poco conosciuto come il Maruggio o Maresco in passato molto più diffuso, oggi raro persino nella sua Puglia e la scelta della tecnica ancestrale per quanto concerne la spumantizzazione, quindi una vera e propria curiosità.

Lagarino Bianco: un vitigno presente da tempo immemore nei vigneti della provincia di Trento, oggi, purtroppo, quasi perduto del tutto. Un'uva nota per la sua spiccata e tagliente acidità, che arriva a noi, oggi, grazie a vigneti che si aggirano attorno ai 50/60 anni. Grazie ad un progetto di ripristino e tutela dei vitigni storici trentini Alfio Nicolodi ha utilizzato le sue uve (di un vecchio vigneto e di un impianto più recente) per la produzione di un Metodo Classico, il Cimbrus Brut e siamo a Faver, in Val di Cembra.

Ormai diventati dei veri e propri casi enoici non mi sento di metterli fra le curiosità, ma il Vinitaly sarà un ottimo contesto per assaggiare alcuni dei migliori Timorasso e Trebbiano Spoletino, vini di grande contemporaneità e longevità.
In Sardegna troverete vini prodotti con uve Cagnulari e Bovale da cantine come Siddura e Li Duni, davvero degni di nota, mentre in Sicilia potrete trovare Perricone e Nocera in Sicilia, in Puglia il Susumaniello, in Toscana Sanforte, Vermentino Nero, Pulcinculo, Pugnitello... insomma c'è davvero solo da divertirsi! Altro assaggio che consiglio, in quando davvero luminoso, potrà essere quello di alcuni dei vini prodotti con uve Biancolella, vitigno coltivato nella stupenda Isola di Ischia.

Segnalo anche un'unicum in Italia, ovvero il Tempranillo a piede franco dal quale nascono i vini dell'azienda toscana Pietro Beconcini di Leonardo Beconcini, che ha avuto l'ardire di custodire, valorizzare ed interpretare al meglio questo vitigno internazionale molto coltivato in Spagna e Sud America, portato probabilmente dai pellegrini a San Miniato attraverso la Via Franchigena.

Infine c'è una nicchia, sempre più importante, alla luce di ciò che sta accadendo in molte parti d'Italia per via dei cambiamenti climatici, ovvero i vini da uve PIWI (acronimo di  pilzwiderstandfähig), ovvero uve da viti resistenti a funghi e patologie che per alcuni produttori, specie in Trentino, rappresentano la vera e più integra forma di viticoltura biologica. Esistono realtà che riescono a portare uve sane in cantina senza entrare mai in vigna con trattamenti di sorta. Ad oggi ho assaggiato solo alcuni vini da varietà Solaris, ma prima di consigliarvi qualcosa vorrei approfondire ed io stesso sfrutterò questo Vinitaly per fare un bel giro di assaggi. Tappa obbligata? La Tenuta Lieselehof di Werner Morandell!

Potrei citare un'infinità di altri vitigni semi-sconosciuti italiani, ma credo che, a prescindere dalla curiosità che i varietali che ho citato possano indurre, la scelta sia ricaduta su quelli che abbiano dato origine a Vini più concreti ed assennati che ho avuto modo di assaggiare ed apprezzare come vini in quanto tali e non come "stranezze enoiche".


Come sempre, spero di incontrarvi in fiera e di avere, magari, vostre dritte su altre chicche da assaggiare al Vinitaly.

F.S.R.

#WineIsSharing

Puoi condividere questo post sui social tramite i tasti che troverai sotto al titolo

Elenco blog personale