lunedì 29 maggio 2017

La Viticoltura del futuro - Breeding genetico, Cisgenesi e PIWI

Ho ritrovato con tanta casualità quanto piacere alcuni appunti relativi ad un convegno che vedeva come relatore principale il Prof. Attilio Scienza, avente come focus il futuro della viticoltura ed in particolare quella di quelle aree d'Italia in cui le malattie della vite ed i parassiti della vite abbiamo decimato ed in alcuni (per fortuna rari) casi sterminato letteralmente interi vigneti, costringendoli a continui reimpianti, ma ancor prima ad una lotta contro i mulini a vento, combattuta con prodotti fungicidi e quant'altro si possa utilizzare per debellare tali problematiche.
La mia semplice disamina prende spunto da un interessantissimo articolo pubblicato nel sito vigneevini.it e scritto dal Direttore generale dei Vivai Cooperativi di Rauscedo in Friuli dai quali provengono gran parte delle barbatelle di vite italiane e mondiali.
vitigni resistenti piwi
Prima di tutto consideriamo che la vita si può dividere principalmente in 3 grandi gruppi: le viti asiatiche (Vitis amurensis ecc.), le europee rappresentate da quelle comunemente coltivate in Europa e in altri Paesi (Merlot, Sangiovese ecc.) e le americane (Vitis rupestrisriparia ecc.), in secondo luogo prendiamo atto che la storia delle patologie oggi più comuni, ovvero oidio e peronospora, ha inizio in Italia attorno al 1845, data di arrivo dell’oidio in Europa e che quindi i viticoltori di allora non potevano conoscere né lo zolfo per la lotta all’oidio, né il rame per combattere la peronospora arrivata nel 1878. Totalmente inutile e quindi sconosciuto era il portinnesto americano, che rappresentò la salvezza per quanto concerne la fillossera, entrata nel nostro continente nel 1863, ma sviluppatasi in maniera critica fino agli inizi del '900. Se l'innesto di viti europee su radici americana (immuni alla fillossera) fu il modo meno invasivo e più efficace per debellare la fillossera, al contempo si iniziavano già a comprendere i benefici potenziali che si sarebbero potuti ottenere dall’ibridazione con la vite europea anche in merito alla resistenza a peronospora ed oidio. La lotta a queste fitopatie, che fino al dopoguerra poggiava su zolfo e rame, divenne successivamente più efficace in funzione dell’immissione in commercio di nuove molecole di sintesi ad azione di contatto (es. Mancozeb), citotropica (es. Cimoxanil) e sistemica (es. Fosetil Al). La viticoltura europea si è quindi salvata da temibili patogeni, pagando però un prezzo molto elevato riguardo:
– impatto ambientale;
– costi (crescenti) della lotta fitosanitaria;
– formazione di ceppi resistenti del patogeno.
In più, in alcune fasce di consumatori, si è fatta avanti la convinzione che il vino oggi prodotto, proprio a causa di trattamenti sempre più sofisticati, sia meno “naturale” rispetto al passato e di certo non hanno tutti i torti!
A parte i lavori di ibridazione che fino al 1980 avevano portato alla creazione di nuovi vitigni resistenti alle malattie, le varietà di vite europea, seppur oggetto di miglioramento genetico attraverso la selezione massale prima e clonale dopo, in buona sostanza sono rimaste le stesse, in questa situazione non hanno potuto evolvere, mentre i patogeni si sono evoluti e, sotto la pressione di nuovi prodotti anticrittogamici, hanno risposto mutando, quindi evolvendo e superando, in efficacia, l’azione fungicida. Un po' ciò che accade ad alcuni virus e batteri nei confronti dei nostri antibiotici e della medicina in generale, che sembra stia sempre più indebolendo le nostre difese immunitarie, impedendoci una naturale evoluzione di difesa, inducendo, invece, gli agenti patogeni a sviluppare una sempre più preoccupante resistenza alle cure. La vite e l'uomo hanno molto in comune.
La vite invece non ha potuto autodifendersi e il viticoltore per salvarla ha dovuto cambiare continuamente strategia ed utilizzare prodotti sempre più sofisticati, tanto che la viticoltura è oggi, in Europa, l’attività agricola che utilizza la percentuale maggiore di prodotti fitosanitari (65% del mercato totale Ue) con conseguenti ricadute sull'ambiente e sul prodotto stesso.
Da non dimenticare il global warming e più in generale il cambiamento dell'andamento climatico stagionale aggiungere che si manifesta con eventi sempre più lesivi nei confronti della viticoltura ed in particolare di quella biologica (piovosità estreme, bombe d’acqua, siccità prolungata inverni miti ecc.).
Queste situazioni di emergenza sono state meglio affrontate dai patogeni rispetto alla vite proprio grazie alla loro capacità di evolversi e di riadattarsi alle nuove condizioni climatiche. Dal 1870 ad oggi molti Istituti di ricerca in Francia, Germania, Ex-URSS e Serbia hanno cercato, attraverso l’ibridazione, di creare la vite ideale, resistente alle malattie e alla fillossera, ma i risultati non sono stati all’altezza delle aspettative in quanto i vecchi ibridi (Baco, Clinto, Isabella, Seyve Villard ecc.) presentavano elevato contenuto in:
– alcool metilico;
– furaneolo (aroma simil-fragola);
– metilantralinato (aroma foxy).
Oltre a ciò, questi incroci erano, in generale, dotati di un profilo sensoriale molto specifico e lontano dal livello espresso dalle più diffuse varietà internazionali e nazionali, ovvero i Vini prodotti contenevano dosi troppo elevate di sostanza potenzialmente dannose e le caratteristiche organolettiche di quegli stessi Vini erano di scarso pregio.
Solo dopo gli anni '80 si sono ottenuti i primi risultati di rilievo con i PIWI, oggi motivo di grande dibattito ed interesse anche in Italia.
Cosa sono i PIWI?
I PIWI o Pilzwiderstandfähig, sono vitigni/varietali resistenti alle crittogame creati incrociando ponderatamente le varietà di vite da vino e le varietà di vite americane resistenti alle malattie fungine. La maggioranza delle varietà, che ancora oggi vengono erroneamente chiamate ibrido, produttore diretto o varietà interspecifica, furono sviluppate dal 1880 al 1935 in Francia. L’obiettivo era quello di combinare la resistenza delle varietà americane alle crittogame ed alla fillossera della vite alla qualità dei vini ottenuti dalle varietà europee. La speranza che tali nuove varietà di vite potessero essere inoltre coltivate senza portainnesto, per cui a piede franco, purtroppo non si realizzo. Gli incroci più recenti (dal 1950) sono di gran lunga più complessi e in esso si posso trovare anche specie asiatiche. Quest’ultime sono il risultato di un un processo di selezione in atto da vari decenni nel quale sono stati effettuati anche vari e molteplici re-incroci con cultivar europee. I PIWI attualmente più coltivati sono Bronner, Cabernet Carbon, Cabernet Cortis, Gamaret, Helios, Muscaris, Johanniter, Prior, Regent e Solaris. Quasi tutti di origine tedesca perché è storicamente la Germania il Paese più attento alla selezione dei Pilzwiderstandfähig, seguita dall’Austria e dalla Svizzera.

In Italia le regioni più attente ai PIWI e che di più stanno investendo nella ricerca in tal senso sono il Veneto, il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia.

Accolgo con piacere il contributo del produttore Werner Morandell che attraverso i social ci tiene a precisare che In Alto Adige da 15 anni si lavora con questi vitigni, da due anni esiste anche nel Trentino un organizzazione Piwi (acronimo di pilzwiderstandfähig), ovvero i vitigni resistenti alle crittogame. Da 10 anni vengono organizzate degustazioni semestrali Piwi Südtirol. Da 60 a 100 persone cercano di trovare i migliori vini Piwi tra 20-30 candidati. C'è sempre anche un pirata (un intruso) di vitis vinifera, un vino noto di una cantina conosciuta della zona. In 20 degustazioni, naturalmente coperte, alla cieca, solo una volta un vino di vitis vinifera ha superato i vini Piwi. In tutti gli altri casi i pirati finivano dal 5 al 8 posto. Mi impegno a provare a partecipare ad una di queste degustazioni per verificare io stesso.

Tornando a noi, nel 1998 un gruppo di ricercatori dell’Università di Udine ha dato corso ad un nuovo programma di ibridazione con l’ausilio di marker molecolari al fine di rivelare, già con piantine a tre foglie, l’eventuale presenza di geni di resistenza. I genitori prescelti sono stati, per la vite europea: Sangiovese, Chardonnay, Merlot, Cabernet Sauvignon, Tocai Friulano e Sauvignon, e per le “donatrici” di resistenza: Bianca, “20-3”, e Regent (Tab.2).
Nel 2006 sono entrati in gioco anche i Vivai Cooperativi Rauscedo come ente finanziatore del neo-costituito Istituto di Genomica Applicata che di li a poco diverrà uno dei più importanti centri di genomica al mondo e non solo della vite. A parte l’aspetto finanziario, la collaborazione con i Vivai Cooperativi Rauscedo si è esplicitata nella valutazione agronomica ed enologica di tutti i nuovi vitigni ottenuti ed aventi caratteri di resistenza alle malattie. Dopo 6 anni di screening, una ventina di nuovi vitigni sono stati ritenuti interessanti e una decina meritevoli, da subito, di essere portati all’iscrizione e alla loro conseguente diffusione.
Ad oggi risultano iscritti al Catalogo Nazionale Italiano per le varietà di vite: Fleurtai, Soreli, Sauvignon Kretos, Sauvignon Nepis, Sauvignon Rytos, Cabernet Eidos, Cabernet Volos, Merlot Khorus, Merlot Khantus e Julius. Queste nuove varietà presentano resistenza alla peronospora (Tab. 3 e 4), all’oidio e in taluni casi anche una interessante tenuta alle basse temperature, fino a -24 °C e dal punto di vista enologico sono di livello qualitativo comparabile se non addirittura superiore al parentale di Vinifera, quindi al Sauvignon, Merlot, Cabernet ecc.. Rispetto agli ottenimenti precedenti i nuovi vitigni presentano inoltre:
– buone/ottime attitudini agronomiche (rusticità, produttività vigoria ecc.);
– profilo aromatico e polifenolico (per i rossi) in linea con le attuali esigenze del mercato (tipicità, sentori floreali-fruttati, tannini morbidi, colore);
– ridotta necessità di interventi fitosanitari (1 o 2 trattamenti contro oidio e peronospora).
Ma, soprattutto, esprimono al meglio la coniugazione tra tradizione (parentale di V.vinifera) ed innovazione (parentale resistente) e ciò grazie ad una introgressione di geni di non “Vinifera” che non supera il 3-4%.

Riflessioni riguardo il futuro della vite 

Ora le riflessioni da fare sarebbero molteplici sul piano etico, su quello storico-tradizionalista, su quello culturale, ma credo che, data la situazione in cui ci troviamo e gli esiti degli ultimi 100 anni sul contesto ambientale che ospita noi e le viti, forse la precedenza andrebbe data al fattore della sostenibilità.
Io stesso sono da sempre restio all'abbinamento “scienza-vino”, ma la realtà non si può solo osservare, va capita ed approfondita e non è poi così difficile rendersi conto, razionalmente, di quanto sia grazie alla scienza che nel 90% dei casi (ed oltre) in Italia ed in molte altre aree europee si produca Vino oggi ed è grazie alla stessa scienza che siamo in grado di produrre Vino che possa, con il minimo intervento dell'uomo, mantenere pressoché intatto il suo corredo varietale odierno e non essere nocivo alla salute di chi lo beve.
Ho detto corredo varietale odierno non a caso, in quanto altro fattore da valutare è la reale attinenza dei vitigni così come li conosciamo oggi, con i loro progenitori prefillossera, in quanto molto è cambiato e molto cambierà, com'è normale e naturale che sia, nell'ambito dell'evoluzione di una specie, il problema è che per assurdo, nella vite noi abbiamo probabilmente limitato questa naturale evoluzione ed una probabile selezione naturale (vedi le viti a piede franco che si sono dimostrate resistenti ai patogeni più comuni, vuoi per il loro genoma vuoi per la minor esposizione a tali problematiche dell'areale che li ospitasse) ricorrendo a metodi sempre più invasivi e mai definitivi per la lotta a queste malattie, il tutto per fini meramente commerciali.

Sono più Bio Rame e Zolfo o i Vitigni Resistenti?

Oggi la sensibilità nei confronti di un approccio più sostenibile (biologico e biodinamico sono alcune delle linee che i produttori stanno seguendo in favore di un impatto ambientale meno importante) sta crescendo e stanno crescendo anche le potenziali soluzioni a lungo termine, che non possono essere rappresentate dal solo ritorno al rame ed allo zolfo, che per quanto meno tossici dei fitofarmaci di sintesi, rappresentano comunque agenti inquinanti per le falde acquifere (il rame nello specifico) e per l'uva stessa, bensì una continua ricerca nel campo della genetica che non porti a semplici OGM, che noi tutti abbiamo imparato ad odiare, ma che comunque vada mangiamo quotidianamente in quanto ormai presenti in qualsiasi prodotto della GDO. Si spera, infatti, che grazie a particolari e rispettosi incroci o all'intervento su un singolo gene e quindi ad una piccola modifica del DNA della vite autoctona, si riesca a rendere quel vitigno resistente e a poter limitare se non in alcuni casi eliminare totalmente per lunghi periodi (c'è chi non entra con alcun prodotto per oltre 5/6 anni in vigna) l'utilizzo di qualsiasi prodotto fungicida, oltre ovviamente a tutti gli altri prodotti. Inutile dire che per quanto riguardi il Glifosato e quindi il diserbo tutto questo non c'entri nulla e che diserbare, a prescindere dall'approccio più o meno sostenibile che si voglia avere in vigna è sempre più inutile e sconsigliato e che confido venga presto vietato per legge, seppur tema con molti che dinamiche economico più grandi di noi impediscano questo genere di provvedimento.
Tornando al breeding genetico ed alla cisgenesi, io non mi sono ancora schierato e in cuor mio è come Il fatto è che, sentendo amici produttori in un'annata come quella corrente in cui in molte aree si sono sviluppate le condizioni ideali per lo sviluppo dell'oidio e della peronospora e la loro impotenza, in particolare nel caso del regime biologico, nei confronti di questi patogeni, mi chiedo se non si possa fare di più e di meglio e se dobbiamo davvero limitarci a prendere atto del fatto che fare Vino sia il lavoro più incerto del mondo, proprio a causa e grazie alla mutevole volontà di Madre Natura, tanto gentile e generosa a volte e tanto dura e spietata altre..?!
Questo non sarò io a dirlo, ma da amante del Vino mi spiace pensare, che anche nello stesso Vino Biologico, io all'uscita dell'annata 2016 dovrò prendere atto che il corredo aromatico e quello gustativo del Vino che assaggerò, in molti casi sarà probabilmente stato intaccato dai trattamenti ed anche dal rame (sembra che gli effetti sulla buccia, sui batteri, sui lieviti e su altre componenti importanti nello sviluppo degli aromi fermentativi o secondari vengano intaccati), quindi non potrò gustarne a pieno il suo potenziale e non potrò neanche scorgerne una sincera interpretazione dell'annata come spesso ci piace dire e credere... ma questo, forse... non è mai accaduto!
Ovviamente io non sono contrario all'utilizzo di rame e zolfo e per quanto lacunosa sia la certificazione biologica, mi piace pensare che sia pur sempre un (buon) inizio e garantisca quel minimo di accortezze che spesso nel convenzionale vengono meno. Spero, però, che vengano sviluppate alternative, in quanto non si può pensare che tutta evolva mentre la viticoltura per diventare sostenibile abbia dovuto fare un ritorno al passato che per quanto positivo, potrebbe avere delle alternative ancor più rispettose della materia prima.
Non so... sono dubbioso... e se da una parte mi piacerebbe veder propagate poche ma buone varietà naturalmente resistenti, mi rendo conto che l'avvento dei vitigni resistenti sia imminente ed in alcune aree anche molto atteso (vedi l'areale del Ruché con la sua grandissima moria di piante ogni anno)... in fondo, però, ho un presentimento, ovvero che ciò che conterà alla fine dei conti sarà la qualità dei Vini prodotti da ogni vitigno, resistente o meno esso sia e la possibilità di rappresentare un territorio che può parlare tranquillamente anche attraverso vitigni diversi da quelli autoctoni/storici (vedi cosa accade con i vitigni internazionali) e la possibilità del produttore di interpretare l'annata e l'uva secondo la propria personalità e la propria indole e se questa qualità potrà essere ottenuta con la maggior sostenibilità possibile ben venga. Il problema potrebbe essere il rischio di estinzione dei varietali autoctoni o quanto meno della loro originalità e si potrebbe andare incontro ad una maggior omologazione, ma forse si troverà un equilibrio.
Probabilmente la considerazione più equilibrata è quella che parte dal presupposto che non sia possibile fare Vino Naturale ovunque nel mondo e tanto meno in Italia, ma che làddove si possa fare, dico io, non vedo perché non si debba? Quindi, magari, anche nel caso delle filosofie produttive stesse si avrà una sorta di selezione naturale, che porterà a veder continuare la loro opera di vignaioli naturali quei produttori che abbiano la fortuna di poter coltivare le proprie viti nel loro contesto ideale, mentre nel caso di habitat più ostili, si potrebbe arrivare ad una maggior diffusione dei vitigni resistenti... staremo a vedere...
Io ora come ora vorrei avere la DeLorean per catapultarmi nel futuro e scoprire cosa berremo o meglio, berranno le future generazioni in Italia e nel mondo...
F.S.R.
#WineIsSharing
Fonte: Vigneevini.it

sabato 27 maggio 2017

Cinque Quinti - Cinque fratelli, un sogno, un vino!

Qualche giorno fa mi sono ritrovato a stappare una bottiglia, nulla di strano – penserete –, se non fosse per il fatto che io di quella bottiglia non ricordassi proprio nulla. Un Vino Rosso da Tavola recita l'etichetta, oltre al nome “Cinque Quinti”, che non mi evoca ancora nulla, ma mi incuriosisce! Dai, stappiamola!
E' così, che andò quella sera, ma il resto – ovvero le mie impressioni – ve lo racconterò tra qualche riga, perché vorrei permettere, almeno a voi, di conoscere questo vino e la sua storia, prima ancor di stapparne una bottiglia.
vigne monferrato
Cinque Quinti - Vigna Fratelli Arditi
Il Cinque Quinti è un vino che nasce dalla passione di cinque fratelli, Fabrizio, Martina, Michele, Francesca e Mario, che hanno deciso di portare avanti l’azienda di famiglia nata quattro generazioni fa, con l'obiettivo di svecchiarla e di rendere vini ed immagine aziendale più contemporanei.

E' proprio da questa unione fra i cinque fratelli che nasce il nome, come a voler rimarcare l'apporto del singolo in un contesto più ampio, in cui ognuno avrà sempre le proprie idee e disporrà delle proprie personali capacità mettendole a servizio degli altri e dell'azienda.
Fratelli Arditi
La società agricola Fratelli Arditi forte di una grande tradizione e dei solidi valori che si respirano a Cella Monte, fino a pochi mesi fa si era concentrata sulla vendita della materia prima, conferendo le uve a produttori locali.
E' solo nel 2016 che nasce il marchio Cinque Quinti e l’azienda vede realizzarsi il sogno di una produzione propria.
La Società Agricola Fratelli Arditi è ormai amministrata da Fabrizio, '85, e Michele, classe 89, che nel 2008 hanno preso in gestione l’attività dapprima nelle mani dei nonni. Mario, '99, il 2 Giugno 2017 tornerà, dopo un anno negli Stati Uniti, per terminare, il prossimo anno, gli studi in Agraria, con il desiderio di proseguire la carriera scolastica presso Facoltà di Viticultura ed Enologia di Torino (e Alba). Il più piccolo dei 5 fratelli si è sempre reso disponibile durante l’estate ad aiutare nelle attività pratiche e al suo rientro è già arruolato per la prossima stagione in vigna. Martina, classe 1987, che si è laureata in Economia Aziendale, con una specialistica in Marketing Management, da 4 anni lavora a Milano, e Francesca, del 1991, che dopo la triennale in Economia si è spostata a Milano per seguire un master in Fashion pr e lavora stabilmente a Torino. Loro sono entrate a far parte dell’azienda a Settembre 2016 per realizzare il nuovo brand Cinque Quinti e lanciare così il primo vino. Insieme il team è compatto e conta sul supporto concreto e costante dei genitori che da sempre hanno aiutato e sostenuto l’attività.
Un gruppo ben assortito, ognuno con il suo background e la sua buona dose di esperienza in campi differenti, ma complementari che possono dare la giusta spinta ad un progetto familiare così positivo e propositivo e a me piace, come sempre, dare fiducia a chi abbia voglia di imprendere in questo settore con il giusto spirito e la giusta abnegazione.
L’azienda vanta circa 35 ettari di vigneto e le uve vengono per lo più, ancora, vendute a Cantine della zona per la vinificazione.
Un'azienda con tante vigne, ma che non conta di produrre più di 10.000 bottiglie una volta entrare a regime e costruita la nuova cantina, in quanto parte dei vigneti resteranno destinati, almeno per un po', al conferimento.
Cinque Quinti - Vino
Oggi del primo vino aziendale, il Cinque Quinti, sono state prodotte 750 bottiglie per la prima annata  (2015) a circa 1500 nella seconda (2016), numeri esigui, ma che attestano la volontà di questi giovanissimi produttori di fare le cose con calma e con attenzione, cercando di trovare i giusti equilibri, sfruttando al meglio il potenziale delle loro migliori uve e lavorando, perché no, su un'immagine ed una comunicazione più fresca che ben si identifichi nel mood della nuova gestione.
Eccoci arrivati alle mie impressioni sul primo vino prodotto da questa squadra di giovanissimi fratelli, che a detta loro dovrebbe essere un "vino rosso da tavola senza troppe pretese" nel quale, io, invece, ammetto di aver trovato molto di più di questo: approccio intenso, corpo denso attraversato dalla spiccata acidità tipica della Barbera, riequilibrata da una giusta morbidezza. E' un vino da stappare ad oltranza in una serata tra amici, di quelli che non deludono e fanno da comburente al sacro fuoco della convivialità. Ci sono vini da poche aspettative e vini dai quali non ti aspetti molto, ma sono in grado di stupire... questo Cinque Quinti fa parte della seconda categoria.
Non mi resta che fare un in bocca al lupo a questa famiglia, nella consapevolezza che la base di partenza non sia affatto male!

F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 24 maggio 2017

La Cantina di Paolo Calì - Una "Vittoria" in eleganza e stile

Durante il mio ultimo viaggio in Sicilia mi sono imbattuto in paesaggi, terre e persone molto differenti fra loro, ma aventi come filo conduttore il nostro amato vino e tra queste, oggi, vorrei parlarvi di Paolo Calì.
Siamo a Vittoria, più precisamente nella contrada Salmé, dove Paolo ha deciso di trasformare la storica tenuta di famiglia, ereditata dal padre, in una realtà vitivinicola davvero pregevole.
Un luogo all'interno dell'areale tipico del Cerasuolo, dove l'equilibrata commistione dei vari fattori pedoclimatici rappresenta una naturale vocazione all'allevamento di varietali storici come il Frappato ed il Nero d'Avola.
paolo calì vini
Cantina Paolo Cal
L'idea di Paolo è stata sin da subito quella di attuare un approccio rispettoso e sostenibile in vigna e di dotare la cantina di tutto quanto potesse coadiuvarlo nella produzione di vini espressivi del territorio e del vitigno senza sporcature di sorta.
Aggirarsi in quella che mi piace definire cantina diffusa, data la dislocazione dei vari locali nei diversi fabbricati della tenuta, è come poggiare i piedi, uno ad uno, passo dopo passo, sul passato guardando un presente con un grande slancio al futuro, senza mai perdere quel contatto con la tradizione, rappresentata a pieno dall'antico palmento ritrovato e ristrutturato, ora fulcro vitale e simbolico della cantina.

Ciò che mi ha affascinato di più - oltre alla grande ospitalità di Paolo -, però, non sono stati i locali di vinificazione ed affinamento, per quanto suggestivi e ben tenuti, bensì è stata la camminata in quella che sembrava essere una vera e propria spiaggia in cui una ad una, come una miriade di piccole oasi nel deserto, spuntavano viti di Frappato e Nero d'Avola.
E' proprio in queste dune, dove la tentazione di togliersi le scarpe è inibita solo dal calore che riscalda le sabbie tanto da renderle in grado di controbilanciare le escursioni termiche notturne al meglio, che nasce il cru aziendale, il vino che più di ogni altro Paolo Calì ha saputo attendere e contemplare: il Forfice.

Prima di passare alle mie impressioni circa l'assaggio del Forfice, vorrei soffermarmi qualche istante su un altro vino di Paolo Calì, che ha saputo divertirmi e stupirmi nel giro di pochi assaggi. Sto parlando del Rosato da uve Frappato "Osa", che come recita l'etichetta "... non è un vino tranquillo", per via di una leggerissima carbonica che si può avvertire nei primi mesi dall'imbottigliamento, ma destinata ad integrarsi con gli anni. Qualcuno di voi starà pensando "Ma è un rosato e tu parli di anni?!" ed io posso rispondere con un semplice "Sì!", indotto dall'assaggio di una verticale di Osa 2016-2010 che non solo sia stata capace di stupirmi con una tenuta ottimale in termini di longevità, bensì per la complessità raggiunta con l'affinamento in bottiglia, senza mai perdere la sua grande sapidità, fondamentale per agevolarne la beva.
Eccoci al cru Forfice, un Cerasuolo di Vittoria DOCG Classico 2013 di rara intensità e nobiltà, che incanta per armonia al naso fra un accenno di terziarizzazione, tocchi di fresca balsamicità su uno sfondo pienamente mediterraneo/isolano tra erbe e agrume. Il sorso è profondo, coerente, elegante e dal tannino per nulla insistente, benché presente. Bella la spina acida che, come un fiume, sfocia nella salinità del mare. La forza ed il carattere del Nero d'Avola vengono smussati ed ingentiliti dalla finezza e la freschezza del Frappato, in un gioco di tonalità mai in contrasto, che fondono frutto e fiore, struttura e acidità in maniera egregia.
Un grande vino di Sicilia, un grandissimo Cerasuolo di Vittoria, unica docg siciliana con merito.
Ottime le interpretazioni di Frappato e Nero d'Avola sia in blend nel Cerasuolo di Vittoria Classico docg "Manene" e nell'IGT Terre Siciliane "Jazz", entrambi giocati su equilibri piacevolmente dinamici fra acidità e calore, profondità e beva, ed in purezza nel "Mandragola" (Frappato 100%) molto lineare, scattante e godibile con il suo finale salino, e nel "Violino" (Nero d'Avola 100%) dal corpo più importante ed il tannino elegante, con una buona spinta acida che rinfresca il sorso.
In ultimo il Grillo "Blues - Un Grillo per la testa", luminoso e fresco come un'alba in riva al mare di quelle che sembrano intrise di sole e di sale.

Nel complesso la visita a Paolo Calì e suo figlio Emanuele (Manene) è stata una vera full immersion in un contesto che merita grande attenzione per quanto stia facendo in termini di qualità e, soprattutto, di eleganza. Un'eleganza che dato il caldo che fa da quelle parti non mi aspettavo così profusa su tutta la linea, ma che è resa possibile dall'ottimo lavoro di squadra fra Paolo, l'enologo Emiliano Falsini e la sua terra, così difficile eppure così vocata a tradurre le difficoltà in equilibrio ed armonia.


F.S.R.
#WineIsSharing

martedì 23 maggio 2017

Mitologia enoica - Barbaresco Crichët Pajé 2007 Roagna

Il mondo del vino è fatto di miti, di suggestioni, di leggende e di storie alle quali credere o non credere a nostra personale discrezione e per quanto non esistano verità assolute, a volte, la realtà ti si para davanti con tale forza e concretezza da non poter fare a meno di lasciar cadere ogni dubbio ed ogni preconcetto in un istante.
Una realtà liquida, che si è fatta energia vitale ed emozione sincera, quella che mi sono ritrovata davanti solo pochi giorni fa, per la prima volta. Parlo del mio primo incontro con il Crichët Pajé di Roagna e più precisamente la rarissima annata 2007, nella quale sono state prodotte solo 810 bottiglie prodotte.
barbaresco roagna crichet pajé
Crichet Pajé 2007 Roagna
Ci sono infiniti tipi di incontri, formali o informali, attesi o inaspettati, forzati o di grande spontaneità, ma ce ne sono solo alcuni... pochissimi... capaci di spostare, seppur di un micron, l'asse della nostra enosfera.
Uno di questi è, sicuramente, quello avvenuto con questo mito in bottiglia, prodotto solo nelle più grandi annate dalla famiglia Roagna, che vede nel padre Alfredo e nel figlio Luca gli attuali cardini aziendali.
Nato come Vino di famiglia, da stappare privatamente, intimamente nelle grandi occasioni, nel 1978 Alfredo Roagna decide di fare un dono all'umanità o meglio a quel ristretto numero di essere viventi, pensanti e "beventi" che avrebbero avuto la possibilità di assaporare il frutto di quella che è una sorta di enclave, un ideale clos, ovvero una micro area all'interno del già vocatissimo vigneto Pajé.
Una minuscola parcella che Giovanni Roagna e la sua famiglia ci hanno messo anni a selezionare, volendone comprendere al meglio le potenzialità e le prospettive, che in termini pedoclimatici lasciavano sin da subito presagire a qualcosa di davvero unico.
Un unicum dato da un equilibrio tra le componenti fondamentali per un vino pensato e prodotto con incorruttibile rispetto e profonda consapevolezza: terreno dall'elevatissimo contenuto di calcare attivo, vigne vecchie e microclima ideale.
roagna luca alfredo
Alfredo & Luca Roagna

Crichët Pajé 2007

Un incontro, questo, capace di scrivere un intero capitolo del romanzo della mia vita enoica e di riscrivere alcune delle certezze sulle quali si possa basare il proprio approccio ad un vino, in quanto parametri imprescindibili come intensità, complessità, eleganza e lunghezza vengono letteralmente sconvolti dall'assaggio del Crichët Pajé 2007. Uno spettro olfattivo dinamico, cangiante, che non smette di arricchirsi e di evolvere ogni qual volta il naso entri nel calice, con quel primordiale accenno di catrame che sembra voler mettere già in chiaro quale sia la stoffa di questo vino.
Eppure, è facile comprenderne la gioventù e la sua solo albeggiante espressività, grazie ad una freschezza viva, dritta, ossea come a voler rappresentare una spina dorsale degna di sostenere un corpo tanto forte quanto longilineo per molti lustri. Una colonna vertebrale che ha come atlante una sapidità in grado di rendere il sorso articolato ed inerziale.
Nobiltà d'animo e di tannino, per un vino fatto facendo tesoro di tutto quanto di buono il passato possa aver insegnato ad Alfredo e Luca, tanto in vigna quanto in cantina, ma con l'estrema consapevolezza di non voler mai cedere all'anacronismo.
Probabilmente se dovessi farmi ibernare in una capsula criogenica per poi risvegliarmi fra 50 anni o più, al mio risveglio, prima ancora scoprire cosa ne sia stato del mondo, vorrei poter scendere in cantina e trovare questa bottiglia e so che qualsiasi cosa potessi trovare là fuori sarebbe più accettabile, più affrontabile, anche nella peggiore delle ipotesi, perché male che vada lo stato di animazione sospese mi avrebbe impedito di cedere alla voglia di stapparla prima e, conoscendomi, non potrei mai resistere.

Qualcuno potrà vedere nel prezzo di questo vino un limite, un assurdo, addirittura qualcosa di inconcepibile e sarei anch'io del medesimo parere, se non fosse per il fatto che in vini come questo io non riesca a non vedere gli stessi valori e le stesse peculiarità capaci di rendere un'opera d'arte scissa dalle normali dinamiche economiche ed in quanto opera d'arte, rara e non replicabile, non posso valutare questo capolavoro per il suo prezzo, ma solo e soltanto per l'emozione che è in grado di donare, per di più con una precisione stilistica estrema ottenuta con sincerità agronomica ed enologica. Una sincerità che si ripercuote in ogni vino prodotto dalla Cantina Roagna, che non mancherò di raccontarvi non appena avrò modo di tornare in Langa.

F.S.R.
#WineIsSharing

venerdì 19 maggio 2017

Zalto - Calici da vino unici al mondo

Chi mi segue da qualche anno sa che su WineBlogRoll si alternino recensioni gratuite ed indipendenti su vini, cantine ed eventi enoici ad articoli di carattere divulgativo in merito a temi inerenti alla viticoltura, all'agronomia, alla degustazione ed alla comunicazione del vino. Nel massimo della trasparenza, come descritto nella pagina dedicata all'etica del wineblog, pochissime volte l'anno decido di dedicare degli sponsor post ad alcune selezionate aziende, purché non siano legate direttamente alla produzione di vino, delle quali io reputi opportuno condividere la filosofia, la storia e l'operato.
Oggi è la volta di un'azienda che non ha di certo bisogno di me per avere visibilità, ma che tramite Zaltifyho avuto modo ospitare: Zalto.

Fatta questa consueta e doverosa premessa, oggi non ho intenzione di promuovere meramente Zaltify o la Zalto, ma vorrei parlarvi dei calici che ho avuto modo di testare e più in generale dei criteri di valutazione di un calice da vino.
Inizio condividendo con voi la storia di Zalto, un'azienda che, più di ogni altra, oggi, nel mondo, rappresenti un riferimento per quanto riguardi l'eleganza, la finezza e la capacità di rendere l'atto del bere un'esperienza ancor più unica, grazie ai propri calici da vino.
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Zalto Glasses

Zalto

La famiglia Zalto crea e sviluppa bicchieri esclusivi soffiati a bocca da sei generazioni. Zalto ha sempre cercato la perfezione impiegando i più abili soffiatori di vetro e le migliori materie prime.
Una famiglia legata a doppio filo all'Italia, sia per quanto concerne l'esperienza nell'arte del vetro soffiato, sia per quanto riguarda il DNA, infatti gli Zalto hanno origini veneziane.

Sin dal Medioevo a Venezia ed in particolare sull'Isola di Murano l'arte del vetro soffiato a bocca si sviluppa in un'evoluzione tecnica e creativa che non ha eguali al mondo. Inoltre, è qui che il vetro cristallino ha le sue origini. Sapere che questa ormai famosissima famiglia ci tenga a ribadire le proprie origini veneziane non può che essere un vanto anche per noi italiani, nonostante la sede produttiva dell'azienda sia locata in Austria.
Un nuovo millennio, un nuovo mondo di bicchieri
Nonostante la bicentenaria esperienza, la Zalto arriva sotto le luci della ribalta solo recentemente, ovvero nel 2006 con la presentazione della collezione attuale Denk'Art, oggi apprezzata e ricercata da ristoratori, sommelier e winelovers di tutto il mondo. All'inizio del nuovo millennio, Zalto ha voluto inventare qualcosa di straordinario, qualcosa di nuovo, qualcosa che il mondo non aveva mai visto prima. Zalto ha sviluppato la collezione negli anni dal 2001 al 2004 in stretta collaborazione con il sacerdote ed esperto di vini austriaco Hans Denk.
Una storia che definire suggestiva sarebbe riduttivo, quella del sacerdote Denk, che nonostante continuasse a portare avanti i suoi voti, per oltre 30 anni si è occupato di studio e di degustazione del vino, diventando uno dei wine connoisseur più seguiti e apprezzati del globo. Insieme ai migliori viticoltori in Austria, Denk ha lavorato al design dei nuovi calici Zalto, per poi istruire a dovere i maestri vetrai nella creazione di ogni calice, al fine di raggiungere il livello di performance degustativa e di eleganza più alti mai raggiunti prima.

Per comprendere quale fosse l'apertura mentale di questo sacerdote-designer-genio e per rendersi conto della creatività che ci sia a monte dei calici Zalto basti pensare al fatto che Denk per molti anni si sia ispirato agli effetti degli angoli di inclinazione della Terra. L'obiettivo era quello di inventare un bicchiere con una forma mai vista, che permettesse agli aromi e al gusto del vino di esprimersi con pienezza ed eleganza. Dapprima si è valuata l'estetica ed in particolare la trasparenza, in quanto il primo approccio al vino è sempre quello visivo, quindi si è voluto realizzare un calice di vetro sottile, delicato e leggero come una piuma, tanto da poter affermare che degustando con un calice Zalto si abbia la sensazione di avere in mano solo il vino, perché è solo il suo peso a “gravare” sulla nostra mano. L'architettura unica dei bicchieri ha l'effetto benefico di mantenere l'alcool sul fondo del calice, permettendo agli aromi di prevalere come elemento dominante.
Grazie alla ricerca di padre Denk ed alla qualità raggiunta dai mestri vetrai della Zalto, i bicchieri della collezione Denk'Art sono risultati i migliori per la degustazione di diverse tipologie di vino, come Pinot Noir e Riesling, per panel formati da alcuni dei più qualificati degustatori al mondo.
Il video che segue mostra la nascita di questi mitici calici.

Per comprendere al meglio le dinamiche e le peculiarità che rendono questi calici unici, vi riporto alcune informazioni tecniche riguardo l'architettura del calice da vino:
Un bicchiere da vino è fondamentalmente suddiviso in quattro parti: il piede, lo stelo, il calice e il bordo.
Il piede è la parte più importante del bicchiere da vino e per quanto possa sembrare scontato il suo ruolo di basamento è ciò che permette al calice di non ribaltarsi.
Lo stelo ricopre due funzioni:
  1. Innanzitutto, lo stelo permette di impugnare il bicchiere evitando il contatto con il calice. E' veramente importante, in modo da evitare il riscaldamento del vino con la temperatura della mano. Questo è il motivo principale per cui si dovrebbero evitare i bicchieri senza stelo per bere vino.
  2. La seconda funzione dello stelo è quello di tenere le mani lontane dal bordo. La ragione di questo è che le nostre mani volente o nolente hanno odori, profumi, aromi che potrebbero disturbare anche se involontariamente la degustazione e deviare la percezione degli aromi reali del vino.
Il calice è la parte sulla quale si gioca di più in termine di design ed è quella che ha l'incidenza più importante sull'espressività del vino. È importante sottolineare che il calice deve essere più ampio del bordo, in modo da muovere il vino senza perderne gli aromi. Roteare il vino è importante per migliorarne il gusto, dal momento che così vengono rilasciati i composti aromatici volatili e un maggior numero di sfumature dei profumi saranno rivelate. In linea di massima, ma con le dovute eccezioni, possiamo asserire che maggiore sia la superficie del calice, più composti aromatici volatili possano essere rilasciati. 

Il bordo è una parte molto fine e fragile, dove il vino e le labbra si incontrano per la prima volta e se tutto va bene il risultato è qualcosa di molto vino ad un primo bacio. Più sottile è il bordo, più ininterrotta sarà questa transizione - riducendo la sensazione del vetro, ci si può concentrare sulla percezione del gusto del vino.

Fondamentale sarà, un po' come nel vino, l'equilibrio fra le parti e la fruibilità del calice da parte del degustatore, in quanto esistono calici bellissimi, ma molto fragili e poco performanti, come ne esistono altri che inibiscano parte del piacere della degustazione anche solo alla vista o al tatto.

Il bicchiere da vino perfetto è ovviamente una valutazione soggettiva ma, ancora una volta, proprio come nella valutazione di un vino, anche per definire le qualità di un calice si possono prendere in considerazioni criteri e parametri oggettivi.

Come già detto, anche l'occhio vuole la sua parte ed il vino vuole essere osservato attraverso la massima trasparenza. Quindi il bicchiere deve essere completamente trasparente e il più chiaro possibile e mantenere queste qualità nel tempo, resistendo ad opacizzazione e usura.
Come portare a casa uva di qualità rappresenti già buona parte del lavoro per la produzione di un buon vino, il materiale di cui è fatto un calice risulta fondamentale ai fini di una degustazione ottimale.
Tra cristallo e vetro, secondo la maggior parte dei degustatori ed ovviamente secondo l'esperienza della Zalto, il vincitore sembra essere il cristallo. Questo perché il cristallo, pur avendo costi decisamente più importanti, può essere filato in maniera estremamente sottile, mantenendo due peculiarità importantissime per definirne la qualità ovvero forza ed elasticità. Inoltre il cristallo, per quanto non lo si possa scorgere ad occhio nudo, vanta una texture più ruvida del vetro normale, capace di creare un attrito maggiore quando il vino viene roteato, garantendo quindi una performance maggiore stressando meno il vino stesso.
E' importante ricordare che il calici di cristallo possono essere con o senza piombo. Tradizionalmente, tutti i bicchieri di cristallo contenevano piombo, ma da quando l'attenzione verso la salute è aumentata, è nata un'alternativa: il bicchiere in cristallo senza piombo. Ad essere onesti, dato il breve lasso di tempo in cui il vino rimane nel bicchiere, la presenza di piombo non dovrebbe recare alcun danno. Solo quando si tratta di decanter è importante che il materiale sia senza piombo, come nel caso dei decanter Zalto.

Ringrazio il team di Zaltify, portale danese in contatto diretto con la casa madre, per avermi dato accesso a testi, immagini e spunti per la pubblicazione ed avermi dato modo di testare i calici.

F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 17 maggio 2017

I Vini dei Vignaioli FIVI a Roma - Buona la prima!

Si è conclusa da pochissimo la prima edizione del Mercato dei Vini di Vignaioli FIVI a Roma, evento che va ad integrarsi col già rodato mercato dei vini di Piacenza di novembre e che aveva come principio primo quello di agevolare la partecipazione delle cantine del Sud Italia.
Partendo dall'evento in sé, direi che comunicazione ed organizzazione siano state portate avanti in maniera esemplare e che come prima edizione non ci si possa lamentare assolutamente dei risultati ottenuti sia in termini di presenze che di riscontro mediatico. Per chi, come me, è arrivato a Roma con una forma mentis legata al mercato di Piacenza potrebbe esserci stato un piccolo shock iniziale, trovandosi in una location bellissima, ma dagli spazi, forse. "poco fivi", ma basta un attimo per comprendere che l'essenza dei vignaioli FIVI non sia nella forma o nel contenitore, bensì sia insita nel loro modo di porsi, nella loro voglia di confrontarsi e nella qualità del proprio operato e quindi dei loro vini.
Mercato Vini Vignaioli Indipendenti - FIVI - Roma
Mercato Vini Vignaioli Indipendenti - FIVI - Roma
Credo che sia stato persino oculato scegliere una location come il Salone delle Fontane per una prima edizione, cercando di dar vita ad un evento che non prevedesse l'andirivieni di carrelli ormai marchio di fabbrica del mercato di Piacenza, ma che fosse più orientato a far conoscere i vignaioli al pubblico di una piazza importante come quella romana. Io, da par mio, mi sono divertito come sempre in un contesto che, ripeto, amo a prescindere dalle dinamiche stesse dell'evento, in quanto fatto di persone oltre che di produttori, legate da un fare comune, pur mantenendo una forte identità individuale di territorio e di filosofia produttiva.
Negli ultimi anni ho avuto modo di conoscere molti di questi vignaioli e di assaggiare buona parte dei vini prodotti, ma ad ogni mercato riesco ancora a stupirmi sia con le nuove annate o le nuove referenze di cantine già conosciute sia imbattendomi in qualcosa di nuovo per me, spesso dietro consiglio di altri vignaioli.

Ecco cosa mi ha colpito di più al mercato dei vini dei vignaioli FIVI a Roma:
vini fivi

Baruffaldi Vini / Castello di Stefanago - un riferimento per gli amanti degli spumanti metodo ancestrale che in Oltrepò non potevano che essere prodotti da uve Pinot Nero. Questa cantina, in particolare, ne produce tre versioni: Stefanago Ancestrale Bianco, Stefanago Ancestrale Rosé e Stefanago Cruasé Docg (metodo tipico dell'Oltrepò Pavese, nonché marchio registrato, che rappresenta l'unione di cru e di rosé, ovvero una selezione di metodo classico rosé ). Tutte e tre le bollicine sono da assaggiare con interesse, ma il Cruasé è quello che mi ha colpito di più per la complessità al naso ed il sorso asciutto e profondo con una bella dinamica. Ottimo il Riesling Renano San Rocco 2012, ancora freschissimo con un primordiale accenno di evoluzione minerale, come da prassi varietale, che fa pensare ad un bel potenziale di bottiglia. Cantina che non mancherò di seguire da qui in avanti data la qualità profusa in tutti i vini che ho avuto modo di assaggiare.

Hermes Pavese -  una delle aziende simbolo della viticoltura valdostana, che sono stato felice di ritrovare a Roma, nonostante gli ingenti danni riportati ai proprio vigneti durante le gelate delle scorse settimane. Per quanto riguarda gli assaggi ho trovato il Metodo Classico  Pàs Dosé 2013 Blanc de Morgex et de La Salle da uve Prié Blanc di una beva disarmante, grazie ad un ottimo equilibrio fra freschezza e struttura, teso e minerale. Ottimo anche il Blanc de Morgex et de La Salle 2016 che è totalmente intriso di freschezza dal naso al sorso, come volesse portarti con sè in quei vigneti estremi. Cantina che non ha di certo bisogno di spinte, ma che non posso non tornare a consigliare dopo qualche annetto di latitanza - mea culpa!

Villa Job - Alessandro è un giovane toscano trapiantato in Friuli, che prima di darsi alla vita da vignaiolo a tempo pieno, faceva tutt'altro. Alessandro, però, non è uno che - a quanto abbia avuto modo di capire dalla nostra breve chiacchierata e da ciò che mi ha versato nel bicchiere - si sia fatto cogliere impreparato o che abbia improvvisato la sua avventura nel mondo del vino, anzi , tutt'altro! Viaggiando tra Loira e l'Italia alla ricerca di un modello al quale ispirarsi, ci ha messo poco a comprendere che la via di una biodinamica ragionata e sensata fosse quella più opportuna per ridare vitalità alla propria terra e per trovare un'identità forte nei suoi vini. Devo ammettere di far fatica a scegliere tra i bianchi assaggiati, ognuno degno di nota in quanto a vena acida e sapidità, ma se proprio dovessi puntare il dito su una bottiglia che vorrei aver qui ora e probabilmente per molti "ora" da "ora" in avanti lo punterei sull'Untitled, un Tocai di quelli veri che racchiude nel suo "anonimato" tutta la forza espressiva di un Vino che può anche aver "perso" il nome, ma non la sua essenza.

Firmino Miotti - la storia di Breganze, territorio tanto suggestivo quanto vocato alla viticoltura, è legata a doppio filo a questa realtà, capace di produrre vini più unici che rari.
Giorni fa scrissi un post sui social dichiarando il mio amore sconfinato per l'acidità ed un commento balzò subito ai miei occhi "se ami l'acidità devi assaggiare il Vespaiolo!"... a scriverlo era Franca Miotti, figlia di Firmino, ed io non potevo che accogliere l'invito, presentandomi abile ed arruolato al desk dell'azienda. L'unione dei terreni vulcanici e dell'acidità di base del Vespaiolo fanno di questo vino un bisturi preciso ed affilato. Interessante anche il mio primo incontro con il Gruajo, vino rosso da uve Gruaja, uva che giunta a maturazione presenta ancora alcuni acini verdi, che non andranno ovviamente pigiati, rendendo la vinificazione di questo varietale davvero complessa. Un vino anch'esso giocato su un naso rosso striato di un verde leggero, non eccessivo, distintivo; il sorso è ampio, fresco, davvero piacevole.

Moroder - azienda che affonda le sue radici nella storia della viticoltura marchigiana e che vede le proprie vigne affondare le proprie nelle splendide colline che abbracciano il Conero.
Un terroir particolare, unico, che agevola un approccio agronomico rispettoso e dal 2010 in regime bio. Tra i vini assaggiati non può che spiccare il Dorico, baluardo dell'enologia marchigiana ed una delle massime espressioni di Rosso Conero anche in questa 2013 Riserva, che eleva il Montepulciano ad un'eleganza potenziale spesso non valorizzata di questo grande vitigno, che trova nei terreni calcarei di questo areale una casa ideale per sviluppare un pregevole equilibrio fra potenza e freschezza oltre ad una identitaria mineralità sapida. Uno dei migliori assaggi della giornata.

Le Fraghe - non potevo evitare un passaggio anche alla cantina dell'attuale presidente della FIVI Matilde Poggi, che dal 1984 produce i suoi vini a Cavaion Veronese in terra di Bardolino. E' proprio un Bardolino, il Brol Grande, ad impressionarmi per il suo raro connubio fra avvolgente eleganza e dinamica del sorso, fresco e lungo. Un vino che in un sol sorso farebbe ricredere molti degli eno-snob che vantano pregiudizi sul Bardolino.

Prà - Graziano Prà è oggi noto ai più come uno dei riferimenti più puri del Soave. Un vignaiolo con le idee chiare sia riguardo la conduzione delle vigne, rigorosamente in regime biologico, che per quanto concerne la scelta di vinificare solo vitigni autoctoni al fine di ricercare sempre una nitida identità territoriale. Sarebbe scontato parlare dei bianchi, già stra-noti e sicuramente dalla grande attrattiva, quindi vi consiglierei di approcciare i tre rossi classici della Valpolicella con molta curiosità e rispetto, in quanto ne meritano. In particolare è il Ripasso 2015 ad impressionare per la sua armonia al naso con una spezia che intriga, per poi scorrere giù agevole, dritto, sapido al sorso. Davvero un bel bere.

Terre di Macerato - la storia di Franco Dalmonte la raccontai tempo fa in questa virtuale sede, ma era da un po' che non assaggiavo i suoi vini e sono stato più che felice di poterlo fare al mercato dei vini FIVI a Roma. Molto interessante la prima l'Albana macerata, una prima sperimentazione in bianco, per questo vignaiolo che aveva vinificato solo Sangiovese sino alla scorsa annata. Sangiovese che fa ancora la parte del leone con un Rhod, solo acciaio, sempre molto varietale e dalla beva più che agevole e con l'Audace 2012 Riserva, 18 mesi in legno, a dare l'idea di poter regalare grandi soddisfazioni con qualche annetto di cantina. Fiducia rinnovata per questa piccolissima realtà di un territorio semisconosciuto dal punto di vista vitivinicolo (Casalfiumanese - BO) come quello in cui ha deciso di investire Franco.

Dopo il consueto focus sulle cantine che mi hanno convinto di più, tra quelle che non avevo modo di assaggiare da un po' o che non conoscevo, ci terrei a citare qualche assaggio estemporaneo capace di stupirmi durante questo mercato dei vignaioli FIVI a Roma:

For4Neri Trento Doc 2013 Zanotelli - esemplare espressione di Chardonnay Metodo Classico in Val di Cembra, capace di mantenere integro le note varietali bilanciandole col fascino dei sentori di boulangerie, ma per nulla coprenti... immaginate di essere seduti fuori da un panificio di montagna in una radiosa mattina, in cui una fresca e gentile brezza vi accarezzino il viso, mentre sorseggiate Chardonnay e del pane appena sfornato arrivano lievi verso di voi perdendosi nell'aria di quelle terre. Fresca e briosa eleganza.

Riesling 2014 Tenuta Belvedere - avevo "investito" sul vignaiolo dell'Oltrepò Gianluca Cabrini in tempi poco, pochissimo sospetti ed in particolare proprio sul suo Riesling che in un'annata particolare come la 2014 ha saputo trovare un'armonia rara tra il territorio e la più identitaria espressione varietale del Renano.

Chiaraluna 2016 Muralia - Uno dei più bei Viognier assaggiati da quando ho memoria e mi capacito solo ora di aver scritto qualcosa che possa sembra iperbolico, ma così non è e credo che, a volte, sia fondamentale esprimere le proprie impressioni senza mediare, così come le si sentano. Un naso che sarebbe capace di dare sollievo istantaneo anche nelle giornate più aride e afose, con la sua balsamicità mentolata ed il variegato spettro di frutto e fiore intriso di freschezza. Il sorso non è da meno e dopo aver mostrato di esser ben presente in bocca si dirige rapido, fresco e sapido dritto fino in fondo all'anima.

Vigna Segreta 2015 Mustilli - una particolare selezione di Falanghina del Sannio che questa storica azienda ha da poco proposto incontrando subito il plauso di molti, compreso il sottoscritto che ne ammira luminosità e profondità. Vino di notevole armonia, che ho avuto modo di assaggiare in diversi momenti della sua evoluzione e sta già mostrando grandi potenzialità di cantina. Varietale, fresco, sulfureo, lungo.

Manzoni Bianco 2015 Quota 101 - un vitigno, un incrocio, che assaggio sempre con interesse, in quanto foriero di exploit inaspettati. In questo caso, nello specifico, nel calice ho ritrovato le tipiche note mediterranee, balsamiche e minerali con un accenno esotico che rendono onore al sodalizio tra Riesling Renano e Pinot Bianco. L'idea è che possa evolvere in maniera notevole una volta integrata parte della, seppur educata e piacevole, fermentazione in legno. Azienda da seguire, che sta lavorando bene su tutta la linea.

Ancrima 2015 Vigneti Bonaventura - devo ammettere che in questo wineblog, probabilmente questa sia forse la seconda o terza volta che scriva di Passerina, non perché abbia pregiudizi a riguardo, ma semplicemente perché, da marchigiano apprezzi di più altri varietali ed altri vini, specie in una terra  a vocazione bianchista com'è la mia terra natia. Eppure questi ragazzi, di cui ho scritto pochi giorni fa in maniera approfondita, capitanati dal padre, enologo, stanno tirando fuori vini in grado di destare il mio personale interesse anche nei confronti della Passerina. Vino che baratta le tonalità e la beva spesso ruffiane - passatemi il termine - dei vini volutamente impostati su una dinamica da pronta beva, con una inattesa finezza al naso ed un sorso presente, fresco ed addirittura lungo nel suo finale marino. Secondo me ci si divertirà tra qualche anno a stappare qualche bottiglia di questa Ancrima ed appurarne il potenziale evolutivo.

Bianco Assoluto 2016 Cignano - che il Bianchello del Metauro meriterebbe più attenzione lo sostengo da un po', ma basterebbe assaggiare vini come questo per comprenderne le motivazioni. Un vino che ha le Marche dentro, in un viaggio solo andata fra pinete, colline, montagne che non può che finire con un tuffo in mare. Il Bianchello viene spesso relegato a vino da pronta beva, ma la struttura e l'acidità di questa bottiglia possono tranquillamente elevarlo a ben altra categoria.

Il Famoso nel Convento 2016 il Conventino di Monteciccardo - altro giro altro vitigno che meriterebbe un approfondimento che non mancherò di fare nei prossimi mesi, specie dopo aver avuto modo di appurarne il potenziale proprio in occasione di una verticale organizzata in questa cantina, che ho avuto il piacere di ritrovare a Roma. Vitigno coltivato nel Pesarese ed in Romagna dove da origine al vino Rambèla. Piacevole armonia fra toni caldi e morbidi e la sua lineare acidità. Si percepisce subito il grande equilibrio dell'annata 2016, che non manca di niente.

ES 2015 Gianfranco Fino - avete presente quei primitivo marmellatosi, cotti, pesanti, nei quali i palati "nuovi" possano confondere l'eccessiva dolcezza con una strana ed errata concezione di armonia? Ecco... l'ES è l'esatto contrario! E' un vino dallo spettro aromatico disarmante capace di arricchire il frutto di uno charme tutto mediterraneo fatto di erbe ed agrume, per arrivare in bocca savio, come sagge sono le viti dal quale nasce. La forza si fa eleganza, la morbidezza si fa intensità, la beva è inesorabilmente nemica della monotonia. E... che ve lo dico a fa'?!

Diano d'Alba Sorì delle Cecche 2015 Fratelli Aimasso - la nuova annata di questo cru di Dolcetto è valsa l'attesa. Un Vino che ha un varietale integro e complesso, ma che spicca, soprattutto, per la sua anima tesa e vibrante, come una corda di violino appena accarezzata dall'archetto. Intenso e salino quanto basti per avere un sorso di grande soddisfazione.

Damaschito 2012 Grifalco - un Aglianico del Vulture che da solo vale il viaggio per Roma. Vino di grande intensità ed eleganza, complesso, ma diretto, come un poeta ermetico.
Un Vino stratificato, nel quale, chi ha voglia di scavare a fondo, potrà trovare un compendio varietale di questo nobile antico vitigno e della terra ancor più antica nelle quali affondi le sue radici. In bocca è vivo, grazie ad una netta, ma bilanciata spina acida, che attraversa la struttura e tessitura tannica portando via con sè ogni durezza.

Chianti Riserva 2012 Pietro Beconcini - ho scritto spesso di quest'azienda, ma parlando per lo più dei loro vini da uve Tempranillo, in quanto rappresentanti di un unicum in Italia, ma la tradizione è tutta in questo Chianti! Un Sangiovese con il classico saldo di Colorino che si dimostra uno di quegli assaggi di quelli che, seppur la curiosità spesso ti indirizzi verso altro, abbia tutte le carte in regola per regalarti una più che interessanti esperienza liquida.

Folle 2011 Riserva Calcinara - un Rosso Conero che ho amato sin dalle sue prime annate, che incuriosisce già dal nome come un po' tutti i vini di questa realtà che ha costruito le proprie fondamenta enoiche su blocco su quel meraviglioso blocco di calcare che prende il nome di Monte Conero. Carattere unico che mi fa pensare ad un vignaiolo seduto su una delle mille pietre del Conero, con le mani sporche di terra, che dall'alto di una rupe, perda il suo sguardo nella suggestione di un tramonto a Porto Novo. 

Barbera 2012 I Carpini - Una Barbesa dei Colli Cortonesi che, come ci sia aspetta, dai migliori vigneti aziendali trae la forza, la piacevolezza e la tagliente freschezza di cui il varietale sa essere foriero, là dove venga trattato con garbo e consapevolezza. Vino armonico che sin dal primo naso si mostra importante, senza perdere la sua grande agilità alla sorso.

Ed ora che anche il mercato di Roma è alle spalle dovremo attendere la quello di Piacenza, che non tarderà molto ad arrivare e sono convinto che ci sarà ancora molto da assaggiare, da scoprire e da condividere, perché - passatemi l'ennesimo endorsement - dove c'è FIVI c'è... sempre roba buona! 😜


F.S.R.
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