martedì 29 agosto 2017

2017 - Un'annata che fa riflettere sul futuro della viticoltura italiana

"Come quando fuori non piove" - Dove impiantare? Con quali portainnesti? Irrigazione sì o irrigazione no? La risposta sembra essere, come sempre, EQUILIBRIO!


“Equilibrio”, un termine tra i più usati in degustazione e come gran parte dei descrittori enoici, anche, uno dei più abusati.
siccità annata 2017 viticoltura
Io stesso mi ritrovo a parlare, spesso, di vini equilibrati, bilanciati, armonici eppure mi rendo conto che in alcune annate, per alcuni produttori, in alcuni territori e terreni è praticamente impossibile arrivare ad ottenere dei mosti potenzialmente equilibrati.

Questo perché l'equilibrio di un vino deve necessariamente partire da quello nel vigneto e quindi dall'equilibrio della pianta.
Non starò qui a filosofeggiare su aspetti che mi interessano e mi vedono coinvolto solo in parte, ma che non ho un'adeguata preparazione per valutare a pieno, ma vorrei esporre e condividere semplici impressioni e considerazioni alla luce dei miei ultimi viaggi in giro per le vigne italiane, nella maggior parte dei casi affiancato da agronomi del territorio o vignaioli che meglio di chiunque altro conoscono le proprie vigne.

Camminando fra i vigneti di molte regioni del Sud, del Centro e del Nord Italia, dall'inizio dell'estate ad oggi, le prime considerazioni riguardavano le gelate di aprile, capaci di colpire a macchia di leopardo in tutta la penisola, compresi areali difficilmente prevedibili come quelli del nord della Sardegna.

Pur non volendo generalizzare, il primo messaggio che questa eloquente 2017 sembra aver voluto inviare è stato quello relativo al collocamento di molti impianti giovani o relativamente giovani. Ciò che ho visto, infatti, è stata una maggior percentuale di danni nei vigneti in zone storicamente poco o per nulla vitate, nei fondovalle e nelle zone più umide e solo in rari casi si sono evidenziati danni nei vigneti collinari. Con questo non voglio assolutamente dire che la viticoltura di qualità sia possibile solo in collina o alta collina, ma che i vigneti più  in alto sembrano rispondere meglio ad annate difficili come questa.
Eloquente il caso di un vignaiolo toscano che stimo molto, che camminando nei suoi vigneti mi ha confidato di aver subito danni solo nell'impianto più giovane, fatto (sue testuali parole) “dove la vigna non c'è mai stata”, ovvero nella parte più bassa della sua terra e vedere la precisione con la quale il gelo si è fermato all'ultimo nuovo filare prima dell'inizio del vecchio vigneto, fa quanto meno riflettere. Ripeto, non si può di certo generalizzare, specie in una terra vitivinicola dalle infinite e cangianti condizioni pedoclimatiche come la nostra, ma in molti casi la situazione è stata questa e ne va preso atto.
vino 2017 annata
Poi è arrivata la siccità accompagnata da una bassissima escursione termica giorno-notte (che non ha mai permesso alle piante ed ai grappoli di avere un po' di refrigerio), come se le gelate non fossero bastate a compromettere previamente l'annata, ha messo ancor più in difficoltà le piante puntando il grande fare dell'attenzione sull'equilibrio della pianta. Uno dei luoghi comuni più fuorviante, infatti, è quello che vorrebbe una vite in stress capace di una produzione di più alta qualità. Che la vite sia un'organismo vivente capace di incassare meglio di Rocky Balboa contro Ivan Drago lo sappiamo, ma ciò non significa che non ci sia un limite a tutto! E' proprio in questo caso che dovremmo tornare a parlare di equilibrio, cercando di comprendere che lo stress è tollerabile solo fino ad una certa soglia, che se varcata non solo può portare ad una produzione ridotta e di più scarsa qualità, bensì arriverà a danneggiare il metabolismo della pianta fino, in taluni casi, alla morte.
irrigazione di soccorso a goccia
Ecco, quindi, scatenarsi l'ultima diatriba tra vignaioli, produttori e consulenti agronomici ed enologici che vede da un lato lo schieramento dei “favorevoli” e dall'altro quello dei “non favorevoli” all'irrigazione. Anche in questo caso non ve la menerò più di tanto parlandovi di agronomia, ma credo che alcuni principi vadano esposti e chiariti come potenziali “pro” e potenziali “contro” dell'irrigazione (parlo di "potenziali" pro e contro in quanto ogni pratica agronomica è da contestualizzare nel singolo vigneto e quindi, di nuovo, non è pensabile generalizzare).
I poteziali “pro”:
  • Possiamo dividere l'irrigazione in due macro-gruppi: l'irrigazione di forzatura e l'irrigazione di soccorso (più avanti vedremo come questo termine potrebbe risultare fuorviante, ma dato che “tecnicamente” e da disciplinari è così indicato lo utilizzerò anch'io). La prima votata all'aumento della produzione e non a quello della qualità (utilizzata per lo più da aziende a carattere industriale), mentre la seconda votata al mantenimento dell'equilibrio idrico dei terreni ed alla gestione dello stress idrico* che grazie a pochi e mirati interventi può essere controllato e mai portato oltre la soglia “del non ritorno”.
  • La microirrigazione a goccia è, probabilmente, l'intervento agronomico meno invasivo (parliamo pur sempre di acqua!) ed al contempo più “moderno” che si possa adottare in viticoltura;
  • L'irrigazione a goccia può portare, anche in annate siccitose come la 2017, al raggiungimento di un equilibrio biochimico nell'uva e, quindi, organolettico nei mosti e successivamente nei vini in maniera non forzata;
  • La possibilità di controllare lo stress idrico può salvaguardare in primis la produzione dell'anno successivo (spesso compromessa da uno stress troppo avanzato in annate siccitose come quella corrente) ed in secondo luogo la vita stessa delle piante, che arriveranno ad una maturazione più graduale e ad un invecchiamento più lento;
  • Il controllo dello stress idrico, portando ad un maggior equilibrio dei mosti, può evitare interventi enologici in vinificazione;
  • L'irrigazione deve necessariamente mirare ad un equilibrio fra condizioni idriche ottimali e controllo dello stress della pianta, pianificando gli interventi in maniera sensibile e consapevole nelle giuste epoche fenologiche (legagione ed invaiatura sembrano essere i periodi generalmente più adatti);
  • Per i nuovi impianti è più indicato irrigare a goccia che "innaffiare" le barbatelle, specie in annate come questa, per garantirne uno sviluppo più graduale ed equilibrato e per non rischiare un'ingente moria di piante.
*Per stress idrico intendo una tale carenza d'acqua da diventare limitante per la pianta, portando ad alterazioni di tipo morfologico, fisiologico e biochimico.

I potenziali contro:
  • l'irrigazione del vigneto come strumento ordinario è tradizionalmente diffusa solo in alcune aree mentre in altre lo sta diventando, ma presenta problematiche su cui riflettere
  • l'irrigazione può snaturare i valori di terroir e millesimo;
  • con l'irrigazione le radici delle piante non sono stimolate a espandersi nel suolo;
  • l'acqua di irrigazione (a differenza di quella piovana che è demineralizzata) contiene sali e la salinizzazione dei suoli può provocare a lungo andare un decadimento della fertilità biologica
  • l'irrigazione forzata ed in parte quella di soccorso possono permettere la coltura di varietali non propriamente adatti a quelle condizioni geo-pedoclimatiche e quindi ad una minor identità territoriale;
Ne consegue, che l'irrigazione dovrebbe essere limitata allo stretto necessario, con volumi idrici ridotti ed elargiti in anticipo alle manifestazioni di stress idrico, secondo la conoscenza delle fasi fenologiche adeguate e solo nei vigneti e nelle annata in cui non vi è altra strada da percorrere.
Sarebbe più indicato, quindi, parlare di irrigazione preventiva (o qualitativa) e non di irrigazione di soccorso. Questo tipo di irrigazione è compatibile con pratiche agronomiche orientate alla qualità e, se dosata con parsimonia, non impedisce alla pianta di evolvere adattandosi anche a principi di stress. Certo è che se si riesce a farne a meno ed a portare ugualmente in cantina della "bella" uva ben venga ma, come si suol dire, "prevenire è meglio che curare!". C'è da dire, però, che quest'anno di acqua per irrigare ce ne sarebbe stata poca e che se si dovesse correre davvero ai ripari bisognerebbe ragionare sulla creazione di bacini/laghetti artificiali per irrigazione.

Questo è quanto ho potuto apprendere riguardo l'irrigazione ed ho cercato di condividerlo nella maniera più semplice possibile, rischiando qualche “fallanza tecnica”, per permettere a tutti di entrare nel pieno del discorso ed ancor prima perché, come già detto, non sono un agronomo e lungi da me voler insegnare a chi più di me sa e fa in vigna.

C'è da dire che, comprendo i principi di alcuni vignaioli che vedono nell'irrigazione una pratica che in qualche modo incida sull'andamento naturale degli eventi e, quindi, dell'annata dando vita a vini che non saranno più specchio fedele al 100% di quel terroir, ma mi chiedo se sia più naturale lasciare che una pianta soffra fino a produrre poco, male ed a rischiare di non produrre più o intervenire per quel minimo indispensabile che occorra non per sopraffare la naturalità dell'andamento dell'annata, bensì per permettere il raggiungimento di una qualità che quel terroir può e sa dare in maniera spontanea e costante, se posto nelle condizioni di farlo...
Io continuo a vedere il vino come la più bella espressione del lavoro di squadra fra Natura e uomo e credo che l'uomo abbia dalla sua la capacità di comprendere e di evolvere, di agire di conseguenza purché con rispetto ed equilibrio.

Prima dell'irrigazione, però, si dovrebbe ragionare sulla dislocazione dei vigneti, non sempre dove "dovrebbero essere" specie con questi cambiamenti climatici in atto, sulle pratiche agronomiche come la defogliazione (quest'anno più che mai l'apparato fogliare è stato importante nel non "succhiare" nutrimento prima con una defogliazione preventiva e nel proteggere dalle scottature poi lasciando una buona copertura della parete verde) o il diradamento (in un'annata come questa lasciare un grappolo per pianta "per partito preso" difficilmente coincide con l'equilibrio della pianta, quindi del grappolo e successivamente dei mosti) e non ultimo sulla scelta dei portainnesti, fatta in molti casi con un po' di superficialità indotta da condizioni pedoclimatiche che sembrano potersi permettere apparati radicali meno forti e ficcanti. Anche in questo caso, lancio uno spunto e mi nascondo per evitare di dover giocare a battaglia navale con i nomi dei portainnesti che ho avuto modo di conoscere nell'ultimo periodo (invidio gli agronomi per la loro memoria, io sono una frana!).
Altro aspetto fondamentale sarà quello relativo alle lavorazioni del terreno, volte ad un maggior contenimento dell'umidità nel sottosuolo in annate calde e secche e ad evitare compattamenti e ristagno in annate piovose. Curioso, ma fisicamente auspicabile, il fatto che quest'anno terreni non sempre considerati fra i più “vocati” alla qualità come quelli prettamente argillosi stiano dando i risultati migliori in quanto capaci di una maggior ritensione idrica.

Rispetto ed equilibrio che, credo, debbano essere rivolti alla vigna, prendendo atto dei cambiamenti climatici che stanno investendo, nello specifico, la nostra penisola e cercando di confrontarci con tutte quelle tecniche agronomiche che possano permettere alla vite di mantenere una sua naturale evoluzione . L'irrigazione di soccorso non deve diventare un must have e non se ne deve di certo abusare, utilizzando a calendario, compiendo così l'errore che molte aziende fanno coi trattamenti, ma se il principio primo della viticoltura, specie di aziende medio-piccole, resterà quello di fare qualità, o si abbandonano certi areali o si cercano soluzioni per portare a compimento anche annate così difficili.
Rispetto ed equilibrio che possono e devono coincidere con una maggior ecosostenibilità che bandisca sistemi dannosi per chi fa vigna, per chi beve e persino per chi la vigna la guardi soltanto, come il diserbo chimico e che riduca al minimo l'intervento dell'uomo in cantina. Credo superata e di poco interesse, ormai, la dialettica intorno a solfiti, lieviti ed additivi, in quanto ogni produttore è libero di fare il proprio vino e di dimostrare attraverso il bicchiere e la sua personalità la bontà delle sue scelte e del suo fare. Confido che tutto questo darsi contro abbia fatto riflettere molti e che possa portare da un lato ad una produzione sempre più orientata al rispetto e dall'altro ad una maggior consapevolezza e ad un approccio più esigente (in termini di informazioni) da parte di chi distribuisce e chi compra vino.
Oltre all'ecosostenibilità, però, non dobbiamo dimenticare la sostenibilità! Sì, la sostenibilità economica aziendale che non può non tener conto del fatto che fare vino sia la fonte primaria di reddito e quindi di sostentamento per la maggior parte di produttori. Produttori che, se è vero che conoscono “le regole del gioco” e sono pienamente consapevoli della possibilità di perdere in parte o in toto la produzione annuale a causa di condizioni climatiche avverse (quest'anno, in alcuni casi la combo gelate, siccità e grandine è stata davvero micidiale!), patologie della vite o altro (non ultimi cinghiali, caprioli, istrici che decimano i raccolti), credo abbiano il diritto di poter correre ai ripari per ovviare almeno ad uno dei problemi che potrebbero diventare una costante in alcune aree d'Italia, come quello della siccità. Il tutto, ovviamente, va tarato anche in base al sistema di allevamento, all'età delle piante e, non ultimo, al vino che si desidera produrre (io mi riferisco in particolare a vini secchi, con un auspicabile equilibrio fra acidità, morbidezza e concentrazione).

Se qualcuno non vorrà bere vino prodotti da vigneti irrigati sarà libero di farlo, ma pretendere che un produttore metta a rischio la propria attività e non cerchi quanto meno di tirare i remi in barca in annate complesse come questa, denigrandolo per una scelta che ben poco ha a che fare con l'interventismo chimico in vigna e cantina, mi sembrerebbe davvero irrispettoso.

Sia chiaro, quest'articolo gira tutto attorno ad un concetto tanto grande quanto ragionevolmente semplice, ovvero quello dell'equilibrio, quindi il mio auspicio non è quello di vedere l'80% dei vigneti irrigui come da recenti stime sembrano esser quelli del “Nuovo Mondo”, ma di avere un approccio più cosciente nei confronti di tutto ciò che può aiutare un vigneto a non depauperare la sua vitalità e le sue qualità. Girare fra le vigne e vedere piante che sembravano tirar fuori la lingua come un'Husky in centro a Roma a mezzogiorno con 40°C, non è un bel vedere e non mi capacito di come far soffrire fino allo stremo una pianta possa coincidere con una gestione “naturale” della stessa. L'acqua è il principio di tutto ed ho visto danzare sotto la pioggia più di un vignaiolo quest'anno, per poi vederlo ripiombare nella secca e seccata desolazione nel rendersi conto che quel piccolo temporale estivo era evaporato ancor prima di poter essere assorbito dalle piante. Come ho visto vigneti dai quali provengono fior fiori di "grandi" vini non disporre di impianto di irrigazione, ma procedere con irrigazione forzata con tanto di cannoni spara acqua modello "come se non ci fosse un domani".


Credo che il vino ci possa insegnare tanto e che la vite sia un grande esempio di forza, tenacia e resilienza, ma non mi sento davvero di biasimare chi dopo quest'anno vedrà l'irrigazione di soccorso (tra l'altro consentita nella maggior parte delle denominazioni ed anche nel bio) 

D'altro canto spero di non vedere impianti di irrigazione in vigneti ormai vecchi, che hanno sviluppato una resistenza ed una capacità di adattamento che portano alla produzione di vini maggiormente espressivi e, spesso, dalla complessità più spiccata, cosa che verrebbe inficiata dall'irrigazione. Ci tengo a dire, però, che in alcune zone quest'anno i vigneti più vecchi, in terreni maggiormente vocati (me ne viene in mente uno fortemente calcareo) hanno sofferto così tanto che dubito possano portare a produzioni di vini “cru”. Questo, però, è plausibile in quanto da certi vigneti e da taluni vini mi aspetto produzioni di nicchia solo nelle annate più consone alla qualità ed all'espressione spontanea di quella singola parcella.



Come già detto, lungi da me voler dare consigli in campo agronomico o enologico, ma credo i tempi siano maturi per un maggior equilibrio nella comunicazione del vino, anche e soprattutto quando parliamo di vigna. Credo ci siano tanti temi da affrontare e sui quali disquisire ed altrettanti nei quali chi consuma vino andrebbe coinvolto, ma non cercando di creare fazioni, bensì rendendolo più sensibile e consapevole nei confronti di ciò che andrà ad acquistare e bere. Nella piena consapevolezza, sarà il consumatore a decidere cosa acquistare secondo il proprio gusto o, magari (chi sono io per impedirglielo!?) per una personale filosofia enoica.

Magari, iniziamo lottando per eliminare il diserbo chimico e approcciamo la modernità nel modo più giusto, vale a dire cercando di far sì che si possa fare più qualità con maggior rispetto ed in maniera più sostenibile.


Ah, dimenticavo, visto che qualcuno mi ha chiesto di esprimermi sull'annata 2017... vi dico semplicemente, che parlare di vini che nella maggior parte dei casi ancora non hanno visto vendemmiare le proprie uve è qualcosa che mai mi sognerei di fare!

Quindi ne parleremo, vino per vino, di bottiglia in bottiglia a tempo debito... ciò che posso dirvi, intanto, è che tutti i produttori che sono stato a trovare si sono fatti e si stanno facendo un gran mazzo, nella maggior parte dei casi con una produzione più bassa ed io me ne ricorderò quando assaggerò i vini del 2017 e li apprezzerò e rispetterò per questo.


F.S.R.
#WineIsSharing

giovedì 24 agosto 2017

Il prezzo del vino non è mai troppo alto!

Come molti di voi sapranno, la mia "mission", se così possiamo definirla, è da sempre quella di andare alla ricerca di produttori, vignaioli e vini, per lo più, meno conosciuti dando loro la visibilità che meritano senza alcun fine commerciali e spesso i vini di cui parlo vantano un ottima rapporto qualità-prezzo. Eppure, come qualcuno di voi avrà notato, io non scrivo mai del valore pecuniario del vino, per il semplice fatto che il prezzo, a mio modo di vedere, è tanto soggettivo quanto il gusto.
Nei giorni scorsi, infatti, è tornata a farsi largo nella mia mente una convinzione: "il vino non è mai troppo caro!"
prezzo vino
Lo so, potrebbe sembrarvi un'affermazione forte e detta così, probabilmente, anch'io sarei portato a travisarla, ma spero di chiarire il mio pensiero in maniera esaustiva nel corso di questo scritto.
Se pensiamo al vino come ad un mero prodotto "industriale", indipendente da fattori come annata, territorio, varietale e, soprattutto, dalla fatica e dall'interpretazione del vignaiolo o del produttore possiamo valutare il costo del vino per il valore intrinseco del suo contenuto, ma - con tutto il rispetto per le industrie del vino - non è questo ciò di cui sto parlando e non è questo il vino che compro e bevo!
Quando penso al costo di un vino penso a questi fattori:
- Rischio: il vino è prodotto dal lavoro di squadra fra uomo e natura, nella piena consapevolezza del produttore che ogni annata sarà differente e, in quanto tale, incerta. Quest'anno, ad esempio, fra le gelate di aprile, la siccità e le recenti grandinate molte vigne ed altrettanti produttori sono stati messi alla prova duramente.
Quindi l'incertezza come fattore di rischio è il primo punto sul quale focalizzare l'attenzione quando pensiamo ad un vino di qualità, prodotto da vignaioli e produttori rispettosi.
- Costi di produzione: produrre vino ha costi imponenti relativi alla gestione dei vigneti, della cantina (sia essa di proprietà o sia essa "affittata" per vinificazione ed affinamento), quindi di vinificazione, di imbottigliamento e di commercializzazione. Oltre, ovviamente, alle consuete tanto "amate" tasse.
- Personale: per quanto, molte piccole aziende agricole e vitivinicole italiane siano a conduzione familiare è quasi impossibile fare tutto "da soli". Tra personale fisso, occasionale e consulenze i costi sono ingenti;
- Fattore tempo: differenza di prodotti come la birra, il vino si può produrre solo una volta l'anno!
- Capitale immobilizzato: fare vino di qualità, in molti casi, significa tenere fermo del capitale per anni tra affinamento in botte e bottiglia, prima della commercializzazione. Anche i vini più "pronti" devono attendere almeno 6/12 mesi prima dell'immissione sul mercato delle prime bottiglie.
- Investimenti per la promozione: se si vuole vendere vino, oggi, è impensabile non partecipare a fiere di settore o investire nella comunicazione, con le dovute differenze fra piccole, medie e grandi aziende sia in quanto a target che a possibilità.
- Costi di distribuzione: la distribuzione nazionale ed internazionale ha ovviamente dei costi;
- Altri costi accessori e rotture di balle comuni a molti lavori!

Non dimentichiamo, poi, che in annate come questa, in cui "tu produttore" hai portato avanti tutta l'annata come qualsiasi altra annata (forse l'unico lato "positivo" è che con questa siccità sono occorsi meno trattamenti), ti ritroverai con rese che, in molti casi, si fa fatica a pensare possano garantire un margine di guadagno.
Questi sono solo alcuni dei fattori dei quali vi invito a tener conto quando valutate il prezzo di un vino. 

Una sera a cena, una persona al solo udire questa mia semplice o semplicistica - fate vobis -analisi mi fa "sì, tutto vero, ma non glielo ha mica prescritto il medico di fare vino! Se hanno scelto di farlo è perché conoscevano le regole del gioco e facendo due conti hanno trovato questa attività redditizia!". Ragionamento che non fa una piega, no?! Io, però, credo che ci sia un'inerzia particolare nel passaggio che c'è fra il desiderare di fare vino e quello di farlo. Il mondo del vino è affascinante, la campagna è un richiamo forte per molti, la fatica ed il rischio inizialmente vengono calcolati con un peso specifico inferiore a quello della soddisfazione e della passione. Inoltre, molti dei produttori del vecchio mondo fanno questo lavoro perché qualcuno lo faceva prima di loro, perché fare vigna e fare vino, specie in Italia, è spesso una questione di famiglia.

Io di vignaioli e di produttori ne ho conosciuti tanti e c'è una cosa che ho capito, ovvero che sono davvero un numero infinitesimale i produttori che riescono ad arricchirsi e a vivere una vita agiata grazie alla sola produzione di vino, specie se si vinificano solo uve di vigneti di proprietà e non comprano vino, ma anche nel caso contrario le difficoltà non mancano. Poi, che di eccezioni ce ne siano credo sia normale, ma non mi sentirei di giudicare negativamente chi grazie al vino ha realizzato un business redditizio, laddove si possano riscontrare capacità e rispetto.
Inoltre, quante volte, specie tra noi appassionati ed addetti ai lavori ci affanniamo a fare la corsa sui francesi? "I francesi saranno sempre più avanti perché hanno più storia di noi"; "i francesi sono più bravi nel marketing e che vendono a prezzi più alti"; "noi facciamo più qualità, ma loro hanno i brand" ecc... ecc... ecc...
E quante volte (giustamente) valutiamo il prezzo medio del vino italiano troppo basso, specie quando ci soffermiamo a riflettere sull'incertezza di un annata come quella ancora in corso o sulle difficoltà patite nella 2014. Poi... però... quando un produttore ha il coraggio di chiedere una cifra più alta per il proprio vino che, magari, viene prodotto solo nelle annate migliori, in piccolissime quantità (la quantità non dovrebbe fare il prezzo, ma la scarsa reperibilità di un prodotto e, quindi, la sua rarità sono fattori fondamentali sia a livello economico che emozionale) e con la ricerca della massima qualità, lo liquidiamo dicendo "è troppo caro!" o ancor peggio "buono, ma costa troppo!". Io credo che la percezione del "prezzo" sia da assimilare a quella del gusto, in quanto come non esiste un vino oggettivamente "buono" per tutti (esiste, però, un vino oggettivamente e ragionevolmente ben fatto) non esiste un vino troppo caro a prescindere. Non voglio parlare di domanda e richiesta e di discorsi da economisti del tipo "il prezzo lo fa il mercato", per quanto siano commercialmente ineccepibili, bensì torno a chiedervi di porre l'attenzione su ciò che il vino rappresenta in senso stretto, con le sue qualità organolettiche e la sua unicità, ed in senso lato come elemento aggregante e veicolo di cultura, storia e, soprattutto, per la sua componente emozionale. Il produttore, quindi, deve puntare a rendere il proprio vino unico ed il più identitario possibile per poter aspirare ad una percezione più alta del valore del proprio vino, ma soprattutto deve avere il coraggio di posizionarlo nella "giusta" fascia di prezzo.
Il parallelismo con l'arte sorge spontaneo, dato che anch'essa rappresenta in molte delle sue forme una produzione che fa della sua artigianalità e dell'espressività, quindi della capacità di suscitare emozioni, le sue peculiarità. La percezione sensoriale del vino come di un'opera d'arte sarà sempre soggettiva, per quanto anche nell'arte stessa la ragione possa aiutarci a discernere precisione, originalità ed unicità comparando a riferimenti legati a correnti stilistiche piuttosto che a tecniche utilizzate.
Non ci meravigliamo, però, se un dipinto, una scultura, un pezzo di design, magari persino astratte, vengono vendute a prezzi che nulla hanno a che fare con il valore intrinseco dei materiali utilizzati... è giusto che sia così! Perché l'arte è emozione, esattamente come il vino, e le emozioni non hanno prezzo se non quello che noi stessi reputiamo di voler pagare.
Sia chiaro, le differenze fra fare arte e fare vino sono palesemente molte, ma ci sono molti punti in comune che mi aiutano ad utilizzare questa piccola provocazione al fine di far comprendere quanto possa essere distorta la nostra valutazione del valore di una bottiglia e del suo contenuto.

Tornando al valore economico del contenuto di una bottiglia in quanto tale, è interessante questo grafico inglese che mostra l'aumentare del valore del vino con l'aumentare del prezzo della bottiglia. 
Fonte http://www.thewinesociety.com/value-charter
Mi chiedo... non sarebbe più ovvio criticare accesamente i prezzi troppo bassi di alcuni produttori di alcune denominazioni? Prezzi che la stessa matematica ci porta ad apprendere come difficilmente giustificabili? Prezzi che alterano la percezione comune di un intero territorio attraverso la GDO. In questo caso il rispetto potrebbe venire meno, perché parliamo di situazioni in cui  sono gli imbottigliatori ad immettere queste bottiglie sul mercato e non di certo chi il vino lo fa, lo vive e se lo suda ogni giorno. Scusate la digressione, questo è un altro capitolo troppo ampio per essere trattato ora.
Per quanto riguarda la percezione del prezzo,  è la stessa neuroscienza a dirci, attraverso svariati test, che il prezzo più alto viene percepito come indice di qualità, mentre l'equazione di base dovrebbe essere "qualità = prezzo superiore" (a riguardo, seppur in inglese, vi invito a leggere questo studio pubblicato dal Wine Economics Journal qualche anno fa: www.wine-economics.org).  Un esempio lampante dei condizionamenti che certe etichette hanno nei confronti di chi compra (se chi assaggia ha acquistato la bottiglia, ovviamente il condizionamento è enfatizzato) e chi assaggia (anche coloro che si ritrovano a condividere quella bottiglia con chi l'ha acquistata subiscono forti condizionamenti dall'etichetta e da chi l'ha acquistata) è il caso di Rudy Kurniawan, noto falsario che ha stappato e venduto a prezzi altissimi bottiglie di pregio molto simili agli originali nel packaging e con vini realizzati ad hoc dallo stesso falsario. Molti degli acquirenti, ancora oggi, nonostante le prove schiaccianti, non credono all'accaduto perché non accetto di aver pagato così tanto per vini falsi e perché a loro dire le sensazioni organolettiche e le emozioni provate erano all'altezza della cifra spesa e delle bottiglie in questione.  Questo dice molto sulla nostra percezione della qualità e del prezzo.
E' proprio qui che nasce l'inghippo, perché a far lievitare i prezzi di molti dei vini considerati di fascia "molto alta" (per intenderci indicativamente sopra i 50€ e sotto i 150€), spesso, è il marketing , un po' come accade per la moda. Cosa ragionevole anch'essa, dopotutto!(In tutti gli altri settori funziona così). Per darvi qualche dato extra questi vini rappresentano meno del 4% della produzione mondiale che è composta per oltre il 50% da vini "basic" di fascia molto bassa, quindi sotto ai 3€ e con un corpo centrale di circa il 30% che si attesta in una fascia di prezzo dai 7€ ai 25€ (al pubblico).
Questi dati, però, ci dovrebbero far riflettere su un altra componente del prezzo del vino, vale a dire la sua rarità. Quando state bevendo un vino che risiede stabilmente in una fascia di prezzo medio-alta, state comunque bevendo qualcosa che è a suo modo esclusivo o molto esclusivo ed anche questo è un valore aggiunto di cui è impossibile non tener conto, per quanto non è detto sia direttamente proporzionale alla qualità.
enoteca
Quando sono in una cantina, ma ancor più in enoteca o al ristorante, io, personalmente, cerco di valutare altri fattori, che per alcuni, magari, non contano nulla, ma che per me sono diventati fondamentali per avere un'idea del valore (anche) economico del vino: il rispetto in vigna ed in cantina (perché oltre ad essere eticamente corretto nei confronti del territorio e del consumatore finale, spesso comporta una gestione a breve termine più onerosa dell'azienda e questo approccio virtuoso va ricompensato), l'assenza di difetti che ne inficino la piacevolezza (sono abbastanza stanco di sentirmi propinare difetti come indici di personalità del vino, ma ammetto di avere una leggera tolleranza per alcune sfumature che alcuni definiscono difetti, ma a mio parere non lo sono in quanto non rendono il vino meno bevibile o meno piacevole), l'identità territoriale (per me una bottiglia di vino equivale ad un viaggio), l'espressività del varietale o dei varietali  e l'interpretazione del singolo produttore (il vino, secondo me, deve esprimere il giusto connubio fra la materia prima con la quale è stato fatto e l'interpretazione del produttore/enologo/vignaiolo), l'assenza di omologazione e quindi l'unicità (più assaggi più cerchi qualcosa che ti stupisca e lo stupore è spesso precursore dell'emozione)... il tutto deve confluire nella capacità di quel vino e di quel produttore di emozionarmi. (Do per assunto che i vini in questione siano già stati assaggiati in cantina o in occasione di eventi enoici.) 
Questi sono solo alcuni dei criteri di valutazione che mi rendo conto di utilizzare quando compro o ordino una bottiglia, ma comprendo che non si possa imporre una "tecnica" generalizzata, perché non stiamo parlando di degustazione (ed anche in quel caso un approccio standardizzato non aiuta), bensì di valutazione economica del vino. Valutazione che non può avere parametri razionali, perché nulla, oggi, ha parametri razionali nel commercio e nell'economia, quindi... perché indignarsi o criticare vini che più o meno giustamente, ma comunque personalmente, si reputino troppo cari? Semplicemente non beveteli.
E non voglio neanche azzardarmi ad aprire l'eterno dibattito riguardo i ricarichi di distributori, enoteche e ristoranti perché non sta a me giudicare e credo che i clienti abbiano sempre il coltello dalla parte del manico perché il loro coltello è il portafoglio e se non si reputa opportuno acquistare un vino, perché farlo?

Credo che non si possa dare un valore oggettivo al vino e per quanto io, in questo blog, abbia scritto per un buon 70% di vini che per me (e magari solo per me!) vantano un ottimo rapporto qualità-prezzo in una fascia media se non medio-bassa di costi ed una fascia media se non medio-alta di qualità, mi sono ritrovato a dire tra me e me che avrei speso qualsiasi cifra per riassaggiare quel vino piuttosto che, inversamente, non avrei mai acquistato una bottiglia di "certi" vini a "certi" prezzi (dopo averli assaggiati, fortunatamente, in degustazione). 

Spero pensiate che per un produttore alzare il prezzo del proprio vino sia facile?! E' difficilissimo, specie se si è posizionato in una fascia medio-bassa dalla quale è quasi impossibile uscire, se non tramite grandi exploit. Eppure, io credo che i produttori italiani dovrebbero trovare il coraggio di farlo, di livellare i propri prezzi verso l'alto e noi tutti, appassionati, dovremmo riconoscere quanto investimento e quanta fatica, quanta unicità e quanti valori ci siano dietro ad una sola bottiglia di vino. Lo so, è qualcosa di cui io ed altre decine di persone parliamo e scriviamo da tempo, ma repetita iuvant!

Io mi sento di rispettare fortemente chi ci prova e chi vuole dare un valore maggiore al proprio lavoro e pensare di criticare un vino solo per il suo prezzo mi sembra davvero poco sensato.


Il vino, quindi, non è mai troppo caro se si è disposti ad acquistarlo, se se ne ha la possibilità e se si ha la fortuna di reperire ciò che vogliamo acquistare.  Una bottiglia di Crichet Pajé di Roagna o una di Calvari di Miani, piuttosto che un B.A. di Egon Muller, per intenderci, sono costose e probabilmente (a meno che non vinca alla lotteria) non potrò mai permettermi di berne quante e quando vorrò, ma assaggiandole una sola volta nella vita ti rendi conto che mai e poi mai potresti criticarne il prezzo, nonostante esso sia ampiamente fuori dalla "tua" portata. Per fortuna, però, c'è sempre l'altro lato della medaglia, in quanto chi ha voglia di cercare, di girare e di assaggiare tanto è nelle condizioni di trovare vini straordinari a prezzi decisamente accessibili, specie in Italia. Questo, però, non deve indurre a commettere il classico errore che ci porta a pensare "beh, se posso bere così bene a questo prezzo chi costa di più costa troppo!", perché non è così che funziona e l'augurio dovrebbe essere l'inverso, ovvero quello che quella bottiglia che tanto abbiamo apprezzato e che abbiamo giudicato "economica" possa raggiungere un valore più alto e gratificare maggiormente chi l'ha prodotta, come credo ognuno di noi vorrebbe veder gratificato il proprio lavoro a prescindere dagli stereotipi.

Io, da par mio, continuerò a cercare vini in grado di emozionarmi senza il condizionamento del prezzo o del brand, ma l'impegno più grande sarà sempre quello di mantenere un approccio obiettivo nei confronti di ogni assaggio, anche quando si tratterà di vini costosi o costosissimi. Questo perché, com'è capitato in passato, se saranno in grado di regalarmi emozioni degne di essere condivise, non vedo il motivo per cui non dovrei scriverne ed ancor meno perché dovrei criticarli solo per il loro prezzo.

F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 21 agosto 2017

Enzo Pontoni e la Cantina Miani - Vini rari come raro è il Vignaiolo

Il mondo del vino è pieno di leggende, di quelle che di bocca in bocca, di penna in penna, cambiano, vengono enfatizzate, a volte travisate e stravolte. Nel mondo del vino, però, esistono soprattutto storie! Storie di uomini e di donne, di territori e di vigne ed ovviamente storie legate al vino stesso.
Quella che vi racconterò oggi è una storia che ha assunto i toni della leggenda, ma che non ha – per nostra fortuna – avuto modo di essere snaturata, perché così intrisa di semplicità e di verità, che sarebbe stato impossibile fraintenderne i principi e divulgarne una versione distorta.
Enzo Pontoni - Miani
Il protagonista di questa storia è Enzo Pontoni, vignaiolo, artigiano della terra e della vite... un contadino, come ama definirsi lui e come amerò definirlo io, più volte, in questo fiume di parole, di impressioni ed emozioni che sto per condividere con voi.
Partiamo dal principio: Enzo Pontoni è stato un metalmeccanico, come tanti – o forse no, dato quel che è riuscito a fare... -, che per motivi personali, non in giovanissima età, ha deciso di lasciare la sua precedente attività per dedicarsi anima e corpo alla vigna ed ai suoi vini.
Mi piace pensare ad Enzo Pontoni come ad un anti-personaggio, perché uomo schivo, riservato, difficile da trovare nella sua cantina, non perché se la tiri – passatemi il termine -, ma perché lavora “tutto il giorno” in campagna ed è poco incline alle visite.
Un uomo mite ma sicuro, una mente nitida, dalle idee terse come il cielo del giorno in cui sono stato a trovarlo nei Colli Orientali del Friuli, più precisamente a Buttrio, presso quella che è la dimora dei suoi vini, la cantina Miani.

Tornando all'”anti-personaggio”, in realtà, per chi di voi non lo sapesse, in molti hanno provato a far diventare Enzo Pontoni un personaggio di spicco dell'enologia italiana e globale, tanto che i suoi vini spiccavano su motori di ricerca enoici come wine searcher tra i più costosi e rari al mondo ed importanti riviste, siti e blog ne hanno tessuto le lodi. Eppure, Enzo è rimasto fedele alla sua dedizione al lavoro in vigna, al suo essere contadino, ma al contempo ha preferito accrescere la propria cultura tecnica-enologica studiando e assaggiando - ho capito molto del suo garbo e della sua idea di vino dopo aver scorto bottiglie vuote di grandi Borgogna e barolo adagiate su una mensola, in alto, nel suo ufficio.
Il suo Refosco Calvari è, ancora oggi, una delle bottiglie più ricercate tra gli appassionati e ha raggiunto cifre seconde solo a grandi nomi del gotha del vino italiano e mondiale, ma a testimonianza della sua totale noncuranza delle dinamiche commerciali e mediatiche quando iniziamo a parlare di questo suo grande vino, con grande leggerezza e schiettezza Enzo dice “Il Calvari non lo produco più da qualche anno, perché io vinifico solo per singola vigna e quel vigneto ce l'avevo in affitto... il proprietario l'ha venduto ed io non avevo interesse nell'acquistarlo. Ho preferito dedicarmi ad altri vigneti”.
In questo aneddoto che saprebbe un po' di follia per la stragrande maggioranza dei produttori risiede una peculiarità dell'uomo e del vignaiolo in questione, ovvero la sua continua ricerca di "sfide" con sè stesso, con la terra e con la singola pianta, ma soprattutto la volontà di creare il vino più buono per sé e per quei pochi che avranno modo di berlo. Sì, perché ad oggi la produzione di Enzo Pontoni non supera le 12000 bottiglie annue, pur gestendo più di 15 ha. Questo perché un'altra delle particolarità dei vini Miani, oltre al provenire tutti da una singola vigna, è la resa bassissima che Enzo "impone" alle sue piante, ma senza forzature, cercando piuttosto un equilibrio della vite, ceppo per ceppo, in base alla sua conoscenza di quella parcella ed alla sua spiccatissima sensibilità agronomica.
Tutto questo fa riflettere, comunque, sui tanti - spesso giusti - preconcetti legati al branding ed all'influenza dell'etichetta sul prezzo di un vino, in quanto per una volta un vino ed il lavoro di un vignaiolo sono stati riconosciuti sia dalla critica specializzata, che dai media indipendenti che, e soprattutto, dal mercato per la sola qualità intrinseca.

Fatta questa premessa, torniamo alla mia visita in cantina...

Era da molto che tra i miei desideri enoici figurava quello di conoscere Enzo Pontoni in quanto esponente di una razza ormai quasi estinta di pragmatisti del lavoro capaci di infondere nella pratica non solo consapevoli valori tecnici, ma anche e soprattutto valori atavici che tanto sanno di verità e poco di pseudo-filosofia. Scusate, mi sono appena riletto e sembrava volessi farvi una sorta di supercazzola! Per farla breve, Enzo Pontoni è il vignaiolo e l'articolo determinativo non è casuale!

Eccomi, finalmente, presso la cantina Miani che rispecchia in tutto e per tutto la indole di Enzo e la sua predilezione nei confronti di una razionalità minimale e votata all'ottimizzazione del lavoro artigiano del fare vigna e del fare vino piuttosto che alla comunicazione. Un piccolo ufficio, senza tanti fronzoli, in cui è accampato un vecchio pc che lo stesso Enzo mi confida di utilizzare molto poco – un onore per me sentirlo ricordare il mio nome, appreso da una mail -, un piazzale anonimo divide la struttura dell'ufficio da quello che ha tutta l'aria di essere una rimessa di mezzi agricoli (che poi scoprirò essere stati progettati in parte dallo stesso Enzo), ma che in realtà nasconde “antri e sotterranei” nei quali fermentano e maturano i vini Miani.
Cantina Miani
La mia curiosità era palpabile e dopo qualche attimo di impasse, per mia fortuna, è Enzo a pronunciare le paroline magiche “andiamo ad assaggiare qualcosa di sotto!”. E' così che ha inizio una delle mie esperienze enoiche più intense e qualitativamente elevate della mia vita da amante spassionato del vino e di tutto ciò che gira intorno ad esso.

Nulla di scontato o di preventivato, una camminata fra le vasche dei bianchi 2016 prima e qualche assaggio da botte poi. Guardandomi intorno vedo solo piccole vasche inox, un paio in cemento e piccole botti di diverse tonnelerie di borgogna e bordeaux, il tutto nell'ottica di dare ad ogni singola parcella un contenitore ideale, scelto accuratamente da Enzo secondo la sua idea di vino e la conoscenza che ha di quel determinato vigneto. La volontà è quella di mettere l'uva a cui ha dedicato il 90% del suo lavoro nelle condizioni migliori per esprimersi in senso varietale e territoriale. Un sorriso appare sul volto calcato da tempo, sole e fatica, nel confidarmi che quella stessa uva, così tanto accudita e rispettata in vigna, una volta arrivata in cantina deve essere un po' “trattata male”, per poter estrarre il meglio da ogni suo componente e specie dalla buccia.
Un “trattar male” che non prevede la legge del contrappasso, bensì un ricco dono aromatico in cambio, come si evince da ogni naso sentito ed ogni sorso fatto, dalla Ribolla ai Sauvignon, passando per il Friulano e lo Chardonnay.
Interessantissimo scoprire di assaggio in assaggio la diversità espressiva di ogni singola vigna (vigne dai quali nascono vini che portano i nomi dei toponimi Filip, Le Zitelle o Saurint ad esempio) che pur mantenendo integri i principi organolettici varietali danno origine a vini radicalmente differenti per intensità, complessità ed eleganza, avendo, però, come filo conduttore una spiccata sapidità minerale.
Darvi descrittori tecnici di vini ancora in fase di affinamento sarebbe riduttivo e poco sensato, ma la cosa che mi ha impressionato di più è stata la stabilità di questi vini, la loro torbida chiarezza. Vini che hanno insito il mistero del come saranno, ma che in realtà sanno già di poter essere grandi, se non addirittura grandissimi.
E' con i rossi ed in particolare con il Refosco, però, che mi sono emozionato a tal punto da commuovermi segretamente come un bambino che prova vergogna nel mostrare gli occhi lucidi al padre dopo esser stato messo di fronte alla nuda verità. Enzo mi versa il primo, un naso esplosivo, un corpo prosperoso, sensuale ed un animo scuro, profondo, impenetrabile se non con grande sensibilità alla prospettiva. Mi emoziono, guardo Enzo ed esclamo qualcosa del tipo “Questo è un grandissimo Vino... che potenza straordinaria!” ed il vignaiolo mi fa “sì, quella vigna è così, ora assaggia questo!”. Vedo Enzo inserire “il ladro” in una delle barrique giusto un po' più in là ed ormai con una reazione quasi involontaria porgo il calice iniziando a comprendere alcune differenze già dal modo in cui quel secondo Refosco si stagliava nel bicchiere. Lo guardo meglio, lo porgo al naso, lo assaggio pensando tra me e me che non avrei potuto trovare anche in quella barrique un'emozione liquida così forte...
Eleganza, finezza, verticalità e profonda lunghezza, con il ritorno di una sapidità che pensavo di non ritrovare nel suo Refosco dopo il primo assaggio. Un vino che per eleganza e profondità acida e minerale sembra strizzare l'occhio alle più nitide espressioni di Pinot Nero, Nebbiolo e Sangiovese. E qui, scusatemi, ma l'occhietto lucido c'è scappato.
Detto questo, Enzo Pontoni mi aveva dato un'oretta - tra l'altro solo grazie all'intercessione di un comune amico produttore con cui suole farsi un "taglio" (il tipico bicchiere di vino che si prendeva nelle tradizionali frasche friulane) -, dedicandomi quella che è solitamente la sua “pausa pranzo”, ma dopo 2 ore abbondanti eravamo ancora in cantina ad assaggiare con mia immensa gioia! Potermi confrontare – per lo più ho ascoltato ed annuito, dato che ogni mio pensiero veniva anticipato da una sua affermazione - con un uomo della sua cultura della vite e del vino e con le sue competenze enologiche (il tutto da autodidatta) è stato davvero impagabile!

Semplicità, schiettezza, nessun volo pindarico, nessuna favoletta, bensì lavoro, praticità e ragione il tutto intriso di grande sensibilità e di un raro rispetto per la vigna in senso stretto e la natura in senso lato... ecco cos'ho trovato quel giorno da Enzo Pontoni, oltre a vini potenzialmente grandiosi!

Concludo dando un po' di speranza a tutti coloro che vorranno assaggiare i vini di Enzo Pontoni, condividendo con voi la mia personale parafrasi di un pensiero dello stesso vignaiolo che, penso, possa aiutarvi a capirne la personalità ancor più chiaramente:
"Sto pensando di produrre qualche bottiglia in più, senza snaturare la mia natura e senza crescere come cantina. Vorrei, però, avere più margine per dare lavoro ai giovani del luogo, perché sarebbe bello vedere un ritorno al lavoro in campagna delle nuove generazioni, specie oggi che il lavoro manca persino in città. Inoltre, vorrei poter lasciare un po' della mia esperienza a chi in futuro potrà metterla in atto."

Auguro a molti di voi di poterlo conoscere personalmente o attraverso i suoi vini, perché ne vale davvero la pena, enoicamente ed umanamente parlando! Io, stesso, dopo centinaia di incontri con vignaioli, enologi ed agronomi raramente mi sono sentito così arricchito lasciando una cantina.


F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 16 agosto 2017

Il Marsala può uscire dalla "crisi"? Intorcia e Martinez ci credono!

Durante il mio ultimo viaggio in Sicilia ho sentito la necessità impellente di andare a Marsala al fine di cercare di comprendere lo stato della DOC più antica d'Italia e di un vino che sta vivendo da anni una crisi profonda.
Una crisi, quella del Marsala, dovuta a diversi fattori storici, culturali ma soprattutto legati alla latitanza di un Consorzio che avrebbe dovuto tutelare il capostipite di tutte le doc italiche, mentre si è lasciato morire senza tentare di reagire al palese momento di difficoltà di questo grande vino liquoroso siciliano.
vino marsala crisi
Parlando con giovani produttori che credono ancora nel rilancio del Marsala e con chi ha visto nascere, crescere e morire il Consorzio di tutela, si evince che la crisi sia dipesa principalmente da 5 fattori (oltre a svariati altri):
  • La produzione di prodotti fuorvianti e di scarsa qualità a partire dagli anni '70, che ha danneggiato il posizionamento del Marsala sia in termini economici che nella percezione del consumatore. Basti pensare ai vari "Marsala all'uovo" (che di Marsala hanno ben poco!), nonché alla promozione del Marsala più per l'utilizzo in cucina e pasticceria che come vino da bere;
  • La poca predisposizione di alcune grandi aziende a salvaguardare la qualità del Marsala e quindi l'impossibilità di avere una massa critica importante e di livello in Italia e nel mondo;
  • La negligente gestione del Consorzio e la sua cessazione;
  • Il trend globale e nazionale che vede i vini liquorosi e fortificati avere vita davvero difficile in termini di appeal e quindi di vendite;
  • Non ultime, in termini di importanza, le vicissitudini delle Cantine Florio, che negli ultimi 100 anni hanno vissuto fasi a dir poco altalenanti, ma che ancora oggi possono e devono fungere da motore per il rilancio del Marsala (per importanza del brand, per massa critica produttiva e per quantità di enoturisti ricevuti ogni anno nella propria struttura sono ancora oggi il riferimento primario in Italia e nel mondo).
Sia chiaro, queste sono solo alcune delle problematiche che stanno rischiando di “estinguere” un pezzo di storia enoica italiana, ma per fortuna c'è chi crede ancora nel rinascita del Marsala.
Se il primo a credere profondamente in una produzione di Marsala di alta qualità è stato Marco de Bartoli (con l'innovazione da un lato e la scelta di tecniche come il metodo soleras più comuni ai cugini del Madeira), oggi ci sono altre aziende che lavorano per riportare in auge questo grande vino. Io ho scelto di visitare e di approfondire la conoscenza di due realtà molto diverse fra loro, eppure con la stessa propensione alla preservazione dei valori intrinseci alla storia del Marsala e ad una produzione di grande qualità: Intorcia e Martinez.

Intorcia - Heritage

Partiamo da Intorcia, realtà fondata nel lontano 1930, dall'omonima famiglia che negli anni è diventata un punto di riferimento in Italia e nel mondo per il Marsala di qualità.
La cosa che più di tutte mi ha spinto a visitare questa cantina è la presenza in azienda di un giovane che da anni si batte per comunicare il Marsala in modo contemporaneo, ma senza mai dimenticarne le origini e, soprattutto, senza snaturarne le qualità. Parlo di Francesco Intorcia, detto Ciccio per amici e colleghi produttori, creato e fautore del progetto “Heritage”. Un progetto che prevedeva la nascita di una linea di etichette votate alla qualità e realizzate al fine di lanciare un messaggio forte di attaccamento al territorio e ad un'eredità così antica e preziosa da sentire forte il dovere di preservarla.
Intorcia - Heritage
C'è un aspetto che mi ha colpito particolarmente del progetto Heritage e rappresenta una rarità nel mondo del Marsala, che un po' come accade per il Porto non prevede, storicamente, vigneti di proprietà da parte dei produttori (se non in piccola parte), ovvero la volontà di Francesco di riappropriarsi dei vigneti di famiglia e di acquisirne altri, per ripartire proprio dalla vigna. Una cosa che reputeremmo quasi normale, consueta, se si trattasse di altre denominazioni e di altre tipologie di vini, ma che per Marsale e per il Marsala rappresenta l'ennessimo forte messaggio lanciato da questa realtà, che crede fermamente nel potenziale della propria terra, delle proprie piante e delle proprie uve (Grillo in particolare).
Le tipologie di Marsala sulle quali Intorcia sta puntando sono il “Vergine”, il “Dolce” ed il “Semisecco”, ma sono le Riserve Vintage come la 1980 ad aver fatto fare il salto di qualità all'azienda, tornando ad accostare il Marsala ai più quotati cugini del Porto.
Vi basterà recarvi al Vinitaly presso lo stand tanto voluto da Francesco Intorcia per rendervi conto di quanto sia forte la volontà dell'azienda di rompere gli indugi e dissolvere i preconcetti legati a questo vino, tramite Master Class con degustazioni approfondite ed abbinamenti di alto profilo per comprendere il reale potenziale di ogni tipologia di Marsala, anche come aperitivo o a tavola.
Un lento processo di innovazione comunicativa e di rinnovamento mentale che va di pari passo con un forte attaccamento alla tradizione ed alla storia di questo vino e di questo territorio che Francesco sta cercando di velocizzare con idee giovani e dinamiche, ma mai eccessive.
Come molte realtà anche Intorcia ha dovuto ricorrere alla produzione di vini da tavola, ma anche in questo caso Francesco ha voluto creare due linee votate alla qualità ed alla massima espressione del territorio sia nei Vignemie Perricone e Grillo che nei due Perpetuo base Nero d'Avola e Grillo. Per chi non lo sapesse il Perpetuo è un vino è prodotto con una tecnica di affinamento in uso prima dello sbarco degli inglesi e base per la successiva produzione del Marsala che prevede la ricolma di botte contenente una cuvée delle migliori annate e l'imbottigliamento di parte di quella cuvée, mentre la restante attenderà la nuova (purché valida) annata per essere ricolmata.
Se tra i Marsala quelli più emozionanti, per me, sono stati il Marsala Vintage Riserva 1980 Vergine Secco nella sua infinita complessità ed il Vintage 2014 Rubino Superiore nella sua immediata e profonda piacevolezza, tra i vini igt il Grillo Vignemie si è volatilizzato in pochi minuti durante il pranzo e credo non serva dire altro.

Martinez

La seconda azienda di cui vorrei parlarvi è la Cantina Martinez, altro tassello del meraviglioso mosaico della storia del Marsala, ormai in parte sbiadito, ma che in parte sa ancora far valere la sua unica bellezza. L'azienda prende il nome dalla famiglia che l'ha fondata e nello specifico da Carlo Martinez, intraprendente palermitano che investì in questa impresa, intuendo le grandi potenzialità commerciali del Marsala.
Cantina Martinez
Nata nel 1866, la Cantina Martinez è una delle poche aziende storiche rimaste “in piedi” senza grandi sconvolgimenti aziendali, bensì con un grande equilibrio fra tradizione ed innovazione. L'azienda ha conferitori storici, come da tradizione, mentre tra le cose che la rendono una cantina molto attuale c'è una particolare attenzione all'enoturismo e, quindi, ad aprire le porte del proprio baglio di oltre 6000mq agli appassionati avventori. Nei locali del baglio, da poco ristrutturato, si possono ammirare ancora le botti disposte a criaderas (qui si pratica in parte il metodo soleras), strumenti utilizzati nella produzione del Marsala nel corso dei decenni e, soprattutto, le monumentali botti di affinamento. Questo aspetto, non così comune a Marsala, permette alla Martinez di veicolare in modo diretto la storia della propria realtà, ma anche quella del vino liquoroso più importante d'Italia.
Inoltre, Laura Doro, nipote degli attuali proprietari e responsabile della comunicazione aziendale, nell'accogliermi ha mostrato un trasporto viscerale nei confronti del Marsala e dell'azienda di famiglia che non ha eguali. Reputo questa passione fondamentale se si vogliono davvero cambiare le cose!
A testimonianza della volontà di Laura e della sua famiglia di dare una svolta all'azienda ed al Marsala c'è il suo ingresso nell'associazione tutta al femminile denominata Marsala Ladies che vede coinvolte altre note cantine nelle persone di Alexandra Curatolo, Giuseppina De Bartoli e Maria Chiara Bellino (Pellegrino). L'associazione Marsala Ladies nasce con lo scopo di promuovere la cultura del Marsala in Sicilia, in Italia e nel mondo con un approccio moderno e crossmediale. Altro sintomo della forte volontà delle nuove generazioni di ridare linfa vitale al Marsala.
Marsala Ladies
E' sempre grazie a Laura che ho modo di fare un rapido ed esaustivo ripasso della storia del Marsala ed in particolare del metodo di produzione e del disciplinare. E' proprio per questo che condivido con voi due schede realizzate proprio da Martinez per comunicare in modo sintetico e comprensibile le peculiarità produttive del Marsala:
Processo produttivo del Marsala
Disciplinare e Classificazione del Marsala
Tornando all'azienda Martinez, i vini assaggiati sono risultati tutti molto tradizionali e di qualità, specie il piacevolissimo Superiore Garibaldi Dolce e il Marsala Vergine Riserva 1995, secco ed equilibrato, con una lunga vita davanti e tanta complessità in divenire. Importanti sono le evoluzioni che piano piano si stanno apportando al packaging dei vini (solitamente non è un dettaglio di cui mi piace parlare, ma anche questo aspetto sarà fondamentale per svecchiare l'immagine del Marsala), ma soprattutto ad alzare l'asticella sarà l'uscita sul mercato di alcune riserve di annate storiche che, come per il progetto Hermitage di Intorcia, mirano ad un posizionamento più consono a vini di così grande longevità e complessità.
Nel caso dell'azienda Martinez, a differenza di molte altre realtà del marsalese, la scelta è stata quella di non prodigarsi nella produzione parallela di vini da tavola o comunque vini secchi non fortificati, continua però quella dei passiti liquorosi e dei vini da messa (mercato importantissimo per le realtà marsalesi).
Vini Marsala Martinez
In conclusione, posso confidarvi che dalla mia visita ho tratto conclusioni contrastanti che mi vedono perplesso nei confronti dell'intero "movimento Marsala" in quanto le grandi aziende non sembrano minimamente interessate a riportare in auge questo prezioso vino, ma d'altra parte sono molto fiducioso in queste due aziende in particolare ed in altre più propositive cantine, in quanto è palese che la strada intrapresa sia dura, ma percorribile. Sono certo che sia Intorcia che Martinez, seppur per vie diverse, stiano facendo e continueranno a fare tantissimo per il Marsala ancor prima che per le proprie imprese e questo fa loro onore. Io, da par mio, spero che molti di voi possano tornare a bere Marsala e, magari, a visitare queste aziende in loco per rendersi conto della grandezza della storia e della qualità di questo vino immortale.


F.S.R.
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lunedì 14 agosto 2017

Vini senza fronzoli per Ferragosto

Domani è Ferragosto e molti amici mi hanno chiesto qualche dritta riguardo i vini da stappare in una “ricorrenza” che per gli italiani coincide da sempre con gite fuori porta, pic nic, grigliate, giornate al mare, ma soprattutto con il mangiare e bere in maniera informale e conviviale, ed io non potevo che assecondare questa richiesta. Ho cercato, però, di scegliere vini votati ad una beva più pronta, con buona o, in molti casi, spiccata freschezza e sapidità, magari – specie nel caso dei rossi – da bere a temperature di servizio ancor più basse dell'usuale. Vini che si lascino bere, senza tanti fronzoli, ma che al contempo mantengano un'ottima qualità. Inoltre, sapete che in questo wineblog non si parla mai di prezzi, ma credo sia opportuno, in quanto valore aggiunto, che molti di questi vini vantano un grande rapporto qualità-prezzo.
Come sempre, quella che andrò a condividere non è altro che una selezione di vini che io stesso stapperò o che vorrei stappare domani (conoscendomi potrei entrare in cantina domani stesso e cambiare idea all'ultimo in base al mio stato d'animo, all'attitudine delle persone con cui condividerò il mio Ferragosto e semplicemente all'istinto del momento), quindi prendetela come un semplice riferimento dal quale prendere spunto e non come una classifica.

Bollicine (Vino Spumante)
Apollonia Brut Nature (Metodo Classico) – Federico Mencaroni;
Pignoletto Spumante 1877 (Metodo Classico) – Lodi Corazza;
Prosecco Valdobbiadene Sup. (Metodo Martinotti) - Leo Vanin;
Funis Blanc de Blanc (Metodo Martinotti) - Patrì;
WAI Metodo (Metodo Ancestrale*) – Tenuta Belvedere;
Frizantin (Spumante Sur Lie*) - Podere Grecale;
Mira (Rifermentato in bottiglia*) - Porta del Vento.
*www.wineblogroll.com/metodo-ancestrale

Frizzanti e vivaci 
Luna di Maggio Freisa d'Asti - Cascina Gilli;
Raboso Marca Trevigiana – Bellese;
Valnure Frizzante – Marengoni;
Rimosso Lambrusco di Sorbara - Cantina della Volta.

Bianchi
Bianco d'Altura – Tenute Lombardo;
Le Fratte Bianchello del Metauro – Il Conventino di Monteciccardo;
Egòn Verdicchio di Matelica - Borgo Paglianetto;
MammaMia - Cantina San Biagio Vecchio;
Castagnolo Orvieto Cl. Sup. - Barberani;
Ribolla Gialla – Valentino Butussi;
Vermentino - 1Sorso;

Rosati
Mjere – Michele Calò e Figli;
Cirò Rosato - Cataldo Calabretta;
La Grazia – Cantina del Signore;
Via Rosa - Cantina Colognola;
Rosé - Fattoria Sardi.

Rosso o rosato?!? Rosso!
Troccolone – Marco Capitoni;
Fresco di Nero – Pietro Beconcini.

Rossi
Piano Sangiovese IGT Toscana – Poggio Grande;
Bastaro Lacrima di Morro d'Alba- Tenuta San Marcello;
Vettina Pergola Rosso - Terracruda;
Groppello di Revò – Laste Rosse;
Barbera d'Asti – Alessandro Motta;
Na' Vota Ruché di Castagnole Monferrato - Cantine Sant'Agata;
Barbera Stafilo – Colle del Bricco;
Campi Taurasini - Le Masciare;
Parèda Mondrolisai - Cantine Meana;
Perricone - Cantine Fina.

Per finire in dolcezza...
Belb Moscato d'Asti - Mongioia;
Rambela Metodo Classico Dolce - Tenuta Uccellina.

N.B.: per tutti i vini è da prendere in considerazione l'annata corrente.

Ovviamente, la mia è una piccola selezione che confido possa incuriosirvi con nomi meno noti e tipologie di vino che, sin troppo spesso, vengono relegate a contesti non consoni alla loro piacevolezza e qualità. Credo che nell'Italia del vino e nelle dinamiche della vita degli italiani ci sia spazio per momenti in cui stapparsi vini che definire "easy" sarebbe denigratorio, ma che si lascino bere con grande freschezza e senza risultare troppo impegnativi, pur mantenendo buona integrità.
Mi auguro che almeno una di queste bottiglie possa contribuire a rendere ancor più vivo e divertente il vostro Ferragosto!

F.S.R.
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