mercoledì 27 settembre 2017

Il ruolo dell'enoteca e dell'enotecario nella comunicazione del vino in Italia - Intervista ad Andrea Terraneo presidente Vinarius

Per me che provo, nel mio piccolo, a condividere e comunicare il mio modo di vedere e vivere il vino è importante avere continue opportunità di confronto con altri comunicatori, ma non sempre si tratta di wine blogger o media del vino in senso lato. Uno dei riferimenti più diretti e concreti di quelle che sono le dinamiche legate alla percezione generale del vino, del mercato e delle necessità o delle lacune comunicative che chi compra e beve vino può manifestare è, senza tema di smentita, l'enoteca.
enoteche italiane
Credo fermamente che il ruolo dell'enoteca e dell'enotecario, in quanto tramite  tra il produttore ed il consumatore finale, sia fondamentale non solo come veicolo commerciale, ma anche e soprattutto come veicolo di informazioni riguardo il vino, chi lo produce, come lo produce e dove lo produce.
Non sempre, però, l'enoteca viene interpretata in questi termini da chi la gestisce e per questo diventa importante aumentare la consapevolezza di chi vende per elevare conseguentemente quella di chi compra.
In Italia c'è un'associazione che si propone di "divulgare la conoscenza e il consumo di vino di qualità" e si chiama Vinarius.
Ho incontrato l'attuale presidente dell'associazione enoteche italiane, Andrea Terraneo, qualche mese fa ad una degustazione, e mi è subito balenata in mente l'idea di condividere con voi una chiacchierata intorno e dentro al vino, riguardo Vinarius ed il mondo delle enoteche italiane più in generale.

Il ruolo dell'enoteca e dell'enotecario nella comunicazione del vino in Italia - Intervista ald Andrea Terraneo, presidente di Vinarius - Associazione enoteche italiane

Andrea Terraneo presidente Vinarius enotecario

Cos'è Vinarius?
Vinarius è un associazione di enoteche operanti in Italia, specializzate nella proposta di vini di qualità. Ci sono due sezioni: una raggruppa le enoteche dedicate alla vendita all'asporto, l’altra è composta dalle enoteche o wine bar o bar à vin, dedicate cioè alla mescita.

Quando, perché e come nasce?
Nasce nel 1981 grazie ad un gruppo di enotecari che avevano sentito la necessità di predisporre un tetto sotto il quale dare ospitalità alle enoteche (siamo nel 1981!) intese come luogo di vendita al dettaglio specializzato nel consiglio e nella proposta di vini di qualità.

Qual è la mission di Vinarius?
Fin dall’inizio Vinarius si attiva per “divulgare la conoscenza e il consumo del vino di qualità”.
E’ dunque rivolta ai consumatori ma per dare un servizio sempre migliore ha sempre ritenuto molto importante promuovere l’enoteca come luogo di proposta e di consiglio del prodotto di qualità e di offrire ai propri associati numerose occasioni di arricchimento professionale e culturale.
Dallo Statuto:
Art. 4 – <<L’associazione non ha fine di lucro e si propone i seguenti scopi: a) attendere alla preparazione professionale dei soci e del loro personale e ai relativi aggiornamenti; b) proporre formule, schemi, suggerimenti e sperimentazioni per quanto riguarda le strutture ambientali; c) assistere i soci nella programmazione e approvazione di campagne pubblicitarie e azioni di pubbliche relazioni, nonché attuare le proprie al fine di diffondere l’immagine propria e degli associati; d) coordinare manifestazioni di ordine generale e specifico; e) organizzare corsi e seminari al fine di educare il consumatore; f) diffondere tra i soci l’informatica, le tecniche di comunicazione, agevolando in tal modo l’attività dei soci ai fini di ridurre i costi e di offrire ai consumatori migliori servizi; g) diffondere l’immagine dell’associazione e degli associati come tali, al fine di valorizzare i prodotti di qualità e distinguere i punti vendita degli associati che, come tali, daranno particolari garanzie qualitative differenziandosi dai non associati.>>

Quante enoteche sono attualmente associate?
L’associazione conta ad oggi circa 115 enoteche.
vinarius associazione enoteche italiane
Vinarius è un'associazione riservata alle sole enoteche italiane?
Assolutamente no, abbiamo circa 7 soci esteri, l’ultima entrata nel sodalizio, proprio pochi giorni fa, è un’enoteca di Parigi. Ovviamente per i soci esteri è più complicato partecipare attivamente alla vita associativa attraverso gli aggiornamenti, ma non è precluso ed abbiamo già avuto qualche adesione a stage di formazione di personale attivo in enoteche estere.

Qual è il contributo di Vinarius alla comunicazione del vino?
Riteniamo il contributo sia molto importante, visto che i consorzi di tutela, e quindi le aziende ad essi associate, sono ben lieti di collaborare con noi sul piano sia della formazione che della divulgazione dei vini e del territorio da cui questi provengono. Noi siamo i quotidiani interlocutori del consumatore, possiamo indirizzarlo, consigliarlo ed educarlo al vino di qualità, alla conoscenza di un territorio e oltre che dei suoi prodotti anche della cultura e tradizione che da questo promana.

Qual è il ruolo dell'enoteca e degli enotecari nella divulgazione enoica?
Spesso tra associati nei nostri incontri ci raccontiamo le nostre esperienze e tutte convergono su un punto: "la bottiglia di vino non si vende, si racconta prima, si crea un rapporto con il cliente!"

Come si diventa soci di Vinarius?
Semplicemente inviando un modulo di richiesta di adesione che si trova online sul sito o presentando domanda attraverso uno dei suoi associati, domanda che sarà vagliata da Cda in base a un preciso e dettagliato regolamento (anch’esso pubblicato online come anche lo statuto) .

Quali sono i vantaggi?
Essere associati non vuol dire essere in un gruppo di acquisto. Questo è il più grande punto fermo della Vinarius. Vinarius vuole rappresentare una grande famiglia di enoteche, enotecari, collaboratori che fanno dell’essere continuamente aggiornati e formati il loro principale obiettivo. L’associazione organizza nell’arco dell’anno diverse attività di stage con molti consorzi (ad esempio nel 2017 stage con Consorzio Salice Salentino, Cirò e Melissa, Montalcino e Colli Euganei) durante la quale da domenica a martedì piccoli gruppi di enotecari partecipano a seminari di agronomia, enologia, tecnica di cantina, ma anche di cultura generale del territorio per approfondirne la conoscenza e acquisire nozioni e aggiornamenti utili ad essere divulgate poi al loro cliente/consumatore.
La Vinarius, sempre in collaborazione con i consorzi di tutela, organizza anche attività di degustazione nelle enoteche aderenti, della durata di una settimana durante la quale l’enoteca presenta ai propri clienti un territorio ed i suoi vini secondo un focus coordinato con il consorzio. Vini che non necessariamente devono essere già presenti in enoteca, anzi… diventano motivo di curiosità per il consumatore ma anche per l’enotecario che si confronta con i suoi clienti cercando anche di capirne le richieste e i gusti.
Altro momento importante è il Premio al Territorio Vinarius, giunto alla sua 7° edizione, che a breve sarà annunciato. Si tratta di un riconoscimento che elegge, in base a uno specifico regolamento di cui l’associazione si è dotata, un territorio per le sue caratteristiche non solo di vitivinicoltura ma anche per un paniere agroalimentare, per una ricchezza di aspetti culturali e storici, turistici che in simbiosi siano connessi tra loro e facciano emergere il prodotto vino. Il premio è biennale proprio perchè ha diversi momenti in cui è cadenzato e permette al Territorio vincitore di avere visibilità ampia per un cospicuo arco di tempo, passando da momenti di formazione per enotecari con un viaggio studio approfondito nel territorio e successivamente attraverso degustazioni nelle enoteche dove raccontare e informare il consumatore delle peculiarità del territorio premiato.
Inoltre organizza viaggi all’estero con cadenza biennale.

Come vedi il mondo delle enoteche e quali cambiamenti ha vissuto e sta vivendo questo settore?
Il mondo delle enoteche in questi anni ha vissuto tanti cambiamenti ma ha saputo adattarsi o replicare, pensiamo agli anni ‘90 con la gdo e il suo potere commerciale che ha visto molti vini anche di grandi marchi entrare in quel canale, agli anni 2000 con l’avvento dell’e-commerce… Ci hanno dato per spacciati ma dopo 36 anni siamo ancora qui dietro al bancone a mescere o vendere vino di qualità con passione. Certo sono cambiate tecniche di vendita, i gusti del consumatore si sono evoluti così come i vini, ma ci siamo saputi rinnovare ed aggiornare. Negli ultimi anni molti di noi enotecari Vinarius hanno saputo diventare talent scout di vini o di piccoli produttori, cercandosi le chicche da presentare alla propria clientela cercando di anticipare le tendenze e di alzare sempre il livello qualitativo dei prodotti con particolare attenzione al corretto rapporto qualità/prezzo, perché il cliente per un enoteca è il bene più prezioso e va educato, coccolato e rispettato.
Ora siamo assistendo a un nuovo fenomeno, quello delle vendite di generi alimentari da parte di grandi player di distribuzione online (amazon ecc...).  Sono certo che anche a questa nuova sfida sapremo trovare la giusta risposta per il bene del vino di qualità e del consumatore.
Come mi piace dire spesso… finché lo scaffale non parlerà o darà consigli adatti a ogni cliente, ci sarà sempre spazio e posto per un enotecario professionista. A questo proposito mi permetto di segnalare quella che potrebbe già essere una risposta a questa sfida, la nascita dell’Associazione Enotecari Professionisti Italiani (AEPI) di cui vi invito a approfondire la conoscenza su www.enotecari.it.
Invito, quindi, gli enotecari italiani e stranieri a fare gruppo, associandosi a Vinarius e/o continuando a crescere e ad aggiornarsi sempre.


Ringrazio Andrea Terraneo per la disponibilità e la piacevole condivisione di idee e punti di vista e colgo l'occasione per riportare qui di seguito i suoi contatti e quelli dell'associazione:


Sito Web: www.vinarius.it



F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 25 settembre 2017

Un viaggio nel pensiero "green" e nei vini bio della Cantina Podere di Pomaio ad Arezzo

Nell'era della relatività delle distanze, spesso ci si ritrova a conoscer meglio luoghi lontani che quelli vicini a casa. Nel mio caso, questo si traduce nell'aver visitato moltissime realtà vitivinicole, territori e cantine in areali più o meno distanti da dove vivo da qualche anno – Sansepolcro (Arezzo) – tralasciando quelle “di casa”.
Un mea culpa è doveroso, ma le scuse contano poco se non si attuano misure a sostegno di questa mancanza, quindi l'obiettivo di questa nuova stagione sarà quello di cercare qualcosa di interessante anche nella zona che è ormai diventata la mia seconda terra.
Per non perdere altro tempo, ho subito iniziato con un'azienda di cui ho scritto con cadenza annuale parlando dei vini assaggiati durante eventi o fiere in giro per l'Italia, ma della quale non avevo mai avuto modo di visitare i vigneti e la cantina.
Cantina Podere di Pomaio
Parlo del Podere di Pomaio, un'azienda vitivinicola "Green" e Bio, giovane (prima vinificazione 2010) che nasce, però, nel 1991, con l'acquisto dell'antico podere da parte di Pier Ferruccio Rossi, per l'esigenza di una famiglia allargata di avere un luogo da poter chiamare casa.
E' solo nel 2000 però, che Podere di Pomaio vede la sua prima svolta in termini vitivinicoli, grazie al figlio Iacopo che, appena laureatosi in agraria e specializzatosi in Viticoltura, dopo un po' di giusta gavetta all'interno di uno studio di consulenza agronomica, decide di buttarsi a capofitto nell'avventura del “nuovo” Podere di Pomaio. A dar man forte in termini commerciali e, soprattutto – dato il suo background nel marketing – di comunicazione è il fratello Marco, che vede nelle dinamiche fraterne un continuo brain storming in cui a volte prevalga il “brain” a volte la “storm”, ma senza il quale non sarebbe possibile crescere.
La mia visita mi porta su una delle più integre colline aretine, in una giornata in cui li sole ne mostra le benevole esposizioni e i vigneti di Sangiovese – vitigno principe dell'azienda – sfoggiano grappoli sani e turgidi a pochi giorni dall'inizio della vendemmia. Una volta attraversato il cancello d'entrata del podere, dopo aver lasciato il centro storico della città di Arezzo solo da pochi attimi, il termine “spaesato” trova la sua più idonea e positiva collocazione, nello spettro delle mie sensazioni. Si lascia il “paese” per entrare in un contesto incontaminato, in cui le varie attività del podere sono incastonate con profondo rispetto e grande armonia. La natura è complice del lavoro di Iacopo Rossi, che da agronomo, ancor prima che enologo, sente forte questa connessione e, con estremo raziocinio, si pone come custode ed interprete di ciò che questo territorio può donare.

Ciò che ha acceso i riflettori già da qualche anno su questa realtà è stato, senza tema di smentita, il progetto Think Green che rappresenta in toto l’espressione dell'impegno del Podere di Pomaio a produrre rispettando l’uomo, il vino e la collina Ri-ducendo, Ri-ciclando, Ri-usando ma soprattutto Ri-pensando il reale in chiave smart ed ovviamente eco-friendly.
Il credo “green” dell'azienda parte proprio dalla vigna, condotta secondo principi bio applicati con consapevolezza e lungimiranza e non di certo per mera “certificazione”.
La Cantina sembra incastonarsi naturalmente nella collina, grazie alla sua concezione architettonica “bio” che vede le sue pareti erette con massi ciclopici utilizzati secondo soluzioni che attingono alle conoscenze ancestrali di Romani ed Etruschi. Enormi massi, malte naturali, pozzolaniche, colori non chimici, pavimenti in cotto e basalto lavico unitamente alla sostenibilità energetica rendono il complesso un raro esempio di cantina ecosostenibile italiana.
Questo estremo rispetto per il territorio e per la natura stessa si riflette nei vini prodotti da Podere di Pomaio, che impressionano per identità e legame con il terroir creatosi in questo angolo meno conosciuto della toscana del vino.

I vini prodotti sono 5 più uno – che vi spiegherò nel proseguo dell'articolo -, ma andrò a citare i tre che di più mi hanno colpito durante la mia ultima visita:
vini podere pomaio
Podere di Pomaio - RosAntico Toscana Rosato IGT 2016: in questo rosato da sole uve Sangiovese c'è l'anima fresca, giovane e dinamica dell'azienda. Un vino che gioca sull'espressione più luminosa del territorio, senza tralasciarne la struttura, ma giovando tutto su slancio fresco e sapidità minerale.
L'ho bevuto il vigna, mentre il vento portava i profumi dell'uva, a soli pochi giorni dalla piena maturità, al mio naso e la concordanza con il vino nel calice è stata disarmante.
Podere di Pomaio – Porsenna Toscana Rosso IGT 2013: eccolo qui il vino che vorrei trovare in ogni cantina toscana con vigne vocate per la produzione di Sangiovese, ovvero una vinificazione in purezza, elevato legno grande, con un equo affinamento in vetro. Se nel RosAntico c'era la freschezza e la dinamica, nel Porsenna permane una spina dorsale fresca e dalla dinamica più frivola del rosato si passa ad una complessità armonica, mai snob o altezzosa. E' un Sangiovese puro, varietale, con le sue spigolature identitarie che denotano la voglia di crescere ancora nel tempo ed una personalità già forte. La beva è inerziale grazie al finale sapido ed alla finezza del tannino che non da soluzione di continuità al sorso. Un vino che avrei visto benissimo nella mia scorsa degustazione Trasversale del Sangiovese, certo che non avrebbe sfigurato.

Podere di Pomaio – Clante Toscana Rosso IGT 2014: c'è un fazzoletto di terra nel Podere di Pomaio dove vengono allevati ad alberello piante di Merlot che daranno origine ad una sola bottiglia cadauna. Un esercizio di stile? No! Una ponderata scelta agronomica che vede quel vigneto disporre delle peculiari condizioni pedoclimatiche per la produzione di un grande Merlot di territorio. Come ho già avuto modo di dire in passato, pur amando i vitigni tipici e storici o, che dir si voglia, autoctoni, non mi passerebbe mai neanche per l'anticamera del cervello – cit. mia nonna – di denigrare un'uva solo perché “internazionale”, anzi mi affascina sempre molto come sia proprio con gli internazionali che si possa evidenziare la forza espressiva di un territorio. Vi spiego... se con li Sangiovese i riferimenti sono molti, ma pur sempre “limitati” a poche regioni e non moltissimi contesti (per lo più italiani), con vitigni come il Merlot il raggio d'azione di un'eventuale comparazione di estende al mondo intero. Quindi, quando un territorio riesce ad imporsi su un varietale “tosto” e ben definito – a volte tendente all'omologazione – come il Merlot, tirando fuori un'identità unica fatta di note mediterranee, di un'insolita freschezza e di una mineralità saporita e divertente, io non posso che apprezzare quel contesto e chi ha saputo interpretarlo al meglio.

Avevo detto tre, ma non posso non includere un +1 che rappresenta per i fratelli Rossi la scommessa per il futuro ed un punto di inizio, non di certo un punto d'arrivo: Pomaio Origini.
Parliamo di un vino prodotto secondo il concetto della “sottrazione”, ovvero cercando di lasciar esprimere il territorio e l'annata, attraverso una trasformazione dell'uva da identificarsi con i criteri della vinificazione “naturale” (lieviti indigeni, niente controllo delle temperature, minima aggiunta di solforosa, già ampiamente sotto la soglia del bio in tutti i vini dell'azienda). Un altro vino “naturale”? Non è questo il messaggio che l'azienda Pomaio sta lanciando, bensì è un vero e proprio messaggio in bottiglia per i naufraghi del vino, che sin troppo spesso si sono imbarcati nel mare magnum delle tendenze modaiole da un lato e degli estremismi “bio-naturali” dall'altro, senza prima fare i conti con chi segna le sorti di ogni annata: Madre Natura!

Il concetto all'origine di Origini – passatemi il gioco di parole – è di una semplicità così disarmante che, in un mondo in cui le complicazioni sono all'ordine del giorno – specie nel vino – mi è parso tutt'altro che scontato: non si può fare vino naturale ovunque, con qualsiasi vitigno ed in ogni annata.

L'equilibrio ed il rispetto sono a monte di ogni capitolo della storia enoica del Podere di Pomaio e sono certo che non smetterà di esserlo. Arezzo si dimostra un areale sorprendente che continuerò a scoprire.

F.S.R.
#WineIsSharing

giovedì 21 settembre 2017

Degustazione Trasversale del Sangiovese by WineBlogRoll

Come alcuni sapranno, ogni anno organizzo delle degustazioni “studio” focalizzate su un solo vitigno, selezionando i vini che mi hanno colpito di più tra quelli assaggiati nell'arco dell'ultimo anno solare e riassaggiandoli alla cieca in un contesto “neutro”, avulso da ogni condizionamento.
Trattandosi di una degustazione molto variegata ed estemporanea in termini di denominazioni ed annate e quindi non rientrando nei canoni delle degustazioni verticali ed orizzontali ho deciso di chiamarla “trasversale”.
degustazione trasversale del sangiovese
Pochi giorni fa ad Asti ho avuto modo di fare la mia prima degustazione trasversale del Sangiovese, chiudendomi letteralmente in una stanza per più di 10 ore nella prima sessione e per 6 nella seconda, con il solo personale di servizio.
Perché ad Asti? Perché mi stuzzicava l'idea di portare più di 90 vini base Sangiovese in Piemonte e, soprattutto, perché amici astigiani si sono dimostrati disponibili ad aiutarmi nella gestione di una degustazione alla cieca che di certo, da solo, non avrei potuto gestire.
La degustazione si è sviluppata con l'assaggio da parte mia di ogni singola bottiglia selezionata in batterie da sei senza alcun riferimento territoriale o temporale. Per molti questo potrebbe essere problematico, mentre per me è l'unico modo per avere sempre il focus sul singolo campione e per non permettere a palato e cervello di abituarsi a determinate peculiarità tipiche di un territorio, di una denominazione e dell'annata.
Dopo la prima sessione, in base alle mie sensazioni trascritte di assaggio in assaggio, ho assaggiato nuovamente ogni vino ordinando le batterie in base a territori ed annata (secondo le mie impressioni ed ancora alla cieca), per effettuare una comparazione e verificare il primo impatto.

Lo scopo delle degustazione è stato quello di approfondire il mondo del vitigno più coltivato in Italia in una molteplicità di sfumature interpretative e varietali date da differenze di: terreno, portainnesto, clone, sistema di allevamento, conduzione dei vigneti, contesto naturale ed agricolo nel quale sono inserite le vigne e ovviamente, le tecniche di vinificazione unitamente all'idea di vino del singolo produttore ed enologo.
degustazione alla cieca sangiovese wine blog
Gli areali che sono ricaduti all'interno della previa selezione che ha prodotto la lista di vini della trasversale del Sangiovese hanno coinvolto 6 regioni: Toscana, Romagna, Marche, Umbria, Lazio e Sicilia.
Come vedete, eccezion fatta per un Sangiovese dell'Etna (prossimamente vi racconterò la storia di questo vino che merita un contesto a sé stante), le regioni di riferimento sono quelle del Centro Italia con una grande presenza di Toscana e Romagna, com'era facile auspicare.
La degustazione aveva unicamente scopo di approfondimento sul varietale e sui territori di vocazione, ma ho comunque reputato opportuno dare spazio a quei vini che tra gli oltre 90 campioni si sono distinti per una seconda volta (i vini in degustazione erano già frutto di una selezione durata un anno) per identità - risultando quindi riconducibili al territorio e nella maggior parte dei casi alla cantina di riferimento -, per equilibrio - fondamentale è stata l'armonia fra durezze e morbidezze - e per personalità - all'interno di una degustazione a così ampio spettro i vini capaci di stupire con peculiarità organolettiche di spicco hanno meritato maggior attenzione.

Troverete descrizioni tratte da note di degustazione prese alla cieca, contestualizzate con le informazioni riguardanti i singoli terroir (territori, terreni, allevamento, approccio agronomico ed enologico ecc...).

I Vini sono divisi per territori, areali o denominazioni, ma in ordine rigorosamente casuale.

Vini che si sono distinti per identità e personalità nella prima Trasversale del Sangiovese

Toscana

Montalcino
brunello di montalcino migliore
Fattoria del Pino – Brunello di Montalcino DOCG – 2012: l'identità del versante senese della collina di Montalcino, zona Montosoli, c'è e si sente! Un Brunello pieno, avvolgente, balsamico che si svolge in un sorso profondo svelando completamente la sua, solo inizialmente recondita, eleganza. Solo da poche annate in produzione, ma già una - mia - certezza.

Pietroso – Brunello di Montalcino DOCG – 2012: a pochi metri dal centro storico di Montalcino, affondano le radici le viti del principale vigneto di Pietroso, capace di elargire un grande equilibrio in ogni annata fra freschezza e forza. Anche questa 2012 ha stoffa da vendere in termini di consistenza, ma non manca di slancio e di finezza minerale. Tra le conferme più nitide ad ogni assaggio.

Le Potazzine – Brunello di Montalcino DOCG – 2012: i vigneti dell'azienda sono quelli in località Le Prata, esposto a sud-ovest ad una altitudine slm. di 500m e La Torre con una esposizione sud-est a 320 slm. Nei vini di questa cantina, ormai da anni, riconosco l'unione di territorio e pensiero. Una costante è la naturale vocazione dei vini de Le Potazzine a stupire per il raro connubio fra la più sincera espressione varietale ed una complessa ed intrigante finezza. Freschezza e minerale sapidità tendono un sorso pieno ma che ripudia ogni zavorra e si lascia bere con inerziale curiosità. Annata, territorio e concetto rispettati in toto. 

Sanlorenzo – Bramante Brunello di Montalcino DOCG – 2011: a pochi metri dalla cantina precedentemente citata ma in un contesto diverso ed un'impronta umana capace di determinare l'andamento di ogni vino con rispettosa sensibilità,  senza lesinare quella giusta dose di empirica creatività che ho ritrovato massimamente espressa nel vino degustato. Brunello 2011 che ho preferito alla 2012 in quanto più snello e profondo, di grande armonia. Presente in degustazione come "intruso" anche l'anteprima del Sangiovese 2014 vinificato ed elevato in Clayver del quale vi parlerò in futuro, in quanto sin da ora già molto molto interessante.

Col di Lamo – Brunello di Montalcino DOCG – 2012: siamo a Torrenieri, zona più bassa delle precedenti, in cui il calore riscalda un corpo sicuramente più prestante, ma che stupisce per la sua longilineità. Mi piace pensare che questo vino racchiusa in sè l'espressione di vigne vocate, ma ancor più lo spirito e la forma di chi questo vino lo fa, dinamico, slanciato e giustamente caparbio.

Il Marroneto – Brunello di Montalcino DOCG – 2012: siamo sul declivio nord della collina, a pochi passi dalle mura della città vecchia. Tra tutti i Brunello in degustazione questo è quello che più si è distinto per personalità e sono certo che con il Madonna delle Grazie sarebbe stato ancor più subitanea la riconducibilità ad una cantina in cui si continuano a succedere vini di rango, mai compressi in un dogmi e stereotipi, ma aperti ad esprimere la propria marcata identità. Nel calice c'è un vino lumisono come pochi altri, che intriga con la velata speziatura naturale del varietale, toni balsamici di menta e mirto preparano ad un sorso che, nonostante la compostezza del corpo e l'intonsa texture tannica, non perde agilità.

Podere San Giacomo - Brunello di Montalcino DOCG - 2012: vigneti posti sul versante nord-est di Montalcino, a 300mslm. Vino di grande avvolgenza, con tonalità romantiche al naso, che esprimo a pieno la tradizione. Un'espressione senza tempo di Brunello, che colpisce per la sua potenza ed affascina con la sua amalgama ben equilibrata.

Casisano – Rosso di Montalcino DOC – 2015: di quest'azienda, situata nel versante sud-est dell'areale, ho preferito citare il Rosso di Montalcino, piuttosto del buon Brunello 2012, in quanto a colpirmi alla cieca è stata la sua imprevedibilità! Un vino dalla grande dinamica, agile e scattante nella beva, eppure non così facile, grazie ad una grande finezza del tannino e ad un'ottima persistenza. Beva inerziale e sincera espressione del varietale nella sua giovane e spensierata voglia di destare gli animi.

L'Aietta - Rosso di Montalcino DOC - 2015 - i vini che escono da quella che sembra essere la più piccola azienda di Montalcino, a ridosso delle mura della città, mi stupiscono sempre molto. Forse perché quando li assaggio in quei piccolissimi locali viene meno tutto la sovrastruttura legata al mondo del Brunello o forse perché mi diverto a portarli spesso in degustazioni alla cieca fra amici e i paragoni con etichette ben più note si sprecano?! Non so, ma di una cosa sono certo: anche stavolta questo rosso ha fatto centro per il suo look casual, un po' spettinato ed un mood interiore che non gli impedirebbe di entrare ad una prima alla Scala se l'eleganza d'animo si potesse indossare.


Montepulciano
vino nobile di montepulciano sangiovese purezza
Boscarelli - Il Nocio Nobile di Montepulciano DOCG  - 2013: senza tema di smentita una delle massime espressioni della denominazione e del Sangiovese in purezza su suolo italico. I terreni calcarei posti a circa 300mslm sulla quale vivono e vegetano le viti della "Vigna del Nocio" conferiscono a questo vino una dinamica pressoché unica che spazia dal frutto integro e fresco a note più profonde mentolate e di spezia dolce che lasciano intuire una sempre crescente complessità. Il sorso è puro e fresco, di grande forza espressiva. Uno di quei vini che riconosci non al naso e neanche al gusto, bensì attraverso il compendio di tutte le sensazioni e le emozioni che esso sa suscitare, anche alla cieca.

Croce di Febo – Amore mio Nobile di Montepulciano DOCG Riserva – 2012: terreni per lo più galestrosi, esposti a mezzogiorno e levante. Inizio col dire che questo è, secondo me, uno dei pochi Sangiovese in purezza che a Montepulciano sappiano esprimersi con equilibrio e dinamica di sorso. Questo perché, nonostante la buona struttura, i vini di queste vigne mantengono sempre una buona dose di acidità capace di spingerli in profondità e di non subire la pesantezza che a volte questo territorio conferisce ai vini. Palesemente giovanissimo, ma da dal tannino nobile e dalla già percettibile armonia.

Il Molinaccio – La Poiana Nobile di Montepulciano Riserva DOCG – 2012: in questa piccola azienda il Sangiovese riesce a trovare un habitat privilegiato e questo vino ne è la dimostrazione. Una vinificazione tradizionale in botte grande capace di esaltare uno spettro organolettico tipico di questo contesto agronomico, immerso fra boschi e lambito dal fiume. Il segreto è la struttura non eccessiva e la buona dinamica di sorso garantita da un'equa freschezza ed una inusuale sapidità. Trovare un Nobile, per di più una Riserva, con questa beva non è affatto semplice!

Talosa – Filai Lunghi Nobile di Montepulciano DOCG - 2013: ho inserito anche questa bottiglia convinto che si sarebbe distanziata dalle altre con un fare più impostato ed una più imponente struttura, invece devo ammettere che la buona altitudine dei vigneti e l'annata complice nel mantenimento di una buona acidità hanno bilanciato il corpo di questo Nobile con una lineare freschezza ed una robusta eleganza.


Areale Chianti Classico
chianti classico sangiovese in purezza
Caparsa – Caparsino Chianti Classico Riserva DOCG – 2011: impressionante il fatto che di questo sia stata istantanea la riconducibilità a Radda in Chianti ed a questa precisa cantina, grazie al connubio fra la forte identità territoriale e la capacità di veicolarne l'espressione tipica di questa realtà. Se c'è una cosa che amo del Sangiovese in questo vino è espressa benissimo: l'innata capacità del vitigno - a volte imbrigliata e violentata dalla malsana disposizione dei vigneti, dalla negligenza o dall'eccessivo interventismo in vigna, dalla ricerca di concentrazioni esasperate e dall'incidenza dell'affinamento - di essere così legato alla terra ed al suo contesto in senso lato ed in senso stretto, ma al contempo di poter maturare una spontanea e fine eleganza della quale pochissimi varietali sanno disporre. In questo caso avviene proprio questo, la traccia più vera e pura del Sangiovese si spoglia di qualsiasi orpello, per mantenere integra solo la sua innata classe, veicolata e resa straordinariamente longilinea e prospetticamente longeva da una spina dorsale fresca e minerale che solo in questa zona arriva a questi equilibri.

Castell'in Villa – Chianti Classico Riserva DOCG – 2010: uno dei vini che scelgo più spesso quando devo stappare qualcosa per riappacificarmi con il mondo e per allontanare lo spauracchio della noia che a volte può far capolino dopo giornate di degustazioni intense in cui non sempre ci si ritrova ad assaggiare ciò che si vorrebbe. Descriverei questo vino in mille modi almeno, ma tutti girerebbero attorno al concetto intrinseco ad ogni bottiglia uscita dal "Regno" della Principessa Pignatelli a Castelnuovo Berardenga. Tanto che ho preferito dedicargli un intero articolo, seppure molto diverso dal solito.

Tolaini – Montebello Chianti Classico DOCG – 2013: di nuovo a Castelnuovo Berardenga, ma con una filosofia molto differente dalla precedente. Un Sangiovese che nell'ottica di una comparativa così variegata doveva emergere per struttura e per maggior impatto dell'affinamento, ma che in realtà ben si è comportato mitigando l'impronta meno "tradizionale" con un inatteso slancio fresco e dinamico capace di rendere piacevole il sorso. Il legno è ancora da integrare, ma di certo uno dei vini che potrebbero dare più soddisfazione a lungo termine.

Quercia al Poggio – Chianti Classico Riserva DOCG - 2012: siamo a Barberino Val d'Elsa.
Da qualche anno assaggio i vini di quest'azienda ed ogni volta mi stupiscono per la loro diffusa armonia. Sono vini che si fanno largo tra i sensi e nell'anima con profonda umiltà, per poi stenderti con una complessità sottesa che una volta compresa si tramuta in puro godimento. Questa 2012 non è stata da meno.

I Fabbri – Lamole Chianti Classico DOCG – 2015: Lamole altra terra vocata come pochissime altre alla viticoltura ed in particolare all'allevamento del Sangiovese. L'azienda agricola I Fabbri è una di quelle realtà in cui il territorio marca significativamente ogni vino e lo rende riconducibile ancor prima che all'areale, ai singoli vigneti aziendali. In questo caso specifico, l'aver rispettato a pieno il varietale in vigna ed in cantina con l'affinamento in inerti vasche di cemento, ha enfatizzato ancor di più questa forte identità tradotta nel calice con una naturale e viva espressione varietale ma soprattutto con un sorso di grande armonia e freschezza, con un finale sapido che rende inerziale la beva.

Castello di Meleto – Chianti Classico DOCG – 2015: a Gaiole in Chianti, una delle zone con la più variegata composizione dei terreni dal tufo, alle arenarie passando per i terreni più salini e calcarei.
In questo caso a farsi notare è il Cru della storica azienda di Gaiole, con un fare deciso ed impetuoso, che sfocia dopo pochi respiri nel calice in una stoffa non indifferente, tipica di vini che sanno di essere fieri oggi, ma di poter essere alfieri di un grande "domani".

I Sodi – Vigna Farsina Toscana IGT – 2011: nonostante sia un IGT siamo nel cuore del Chianti Classico, di nuovo a Gaiole e nello specifico nel vigneto più vecchio dell'azienda I Sodi. Le viti di oltre 40 anni affondano le proprie radici in terreni marnoso argillosi con forte presenza di scheletro ed alberese. Vino di grande intensità, con un lungo affinamento in legno piccolo che non sovrasta le note varietali primarie ancora percettibili, seppur non integralmente data l'opportuna evoluzione. Anche in questo caso il corpo ben strutturato è reso più dinamico da una buona acidità. Note minerali al naso e nel finale di sorso delineano un profilo organolettico di buona identità.


Orcia
sangiovese orcia doc
Poggio Grande – Sesterzo Orcia DOC – 2014: vigne locate ad "un tiro di schioppo" dal versante Sud di Montalcino, in zona La Ripa. Questa vicinanza alla più nota e altolocata sorellona ilcinese, non è misurabile solo in metri ma anche tramite le impressioni sensoriali, tanto che già in tempi non sospetti definì il Sesterzo un "piccolo brunello". Come volevasi dimostrare il Sesterzo 2014 continua a fuorviarmi positivamente, in quanto alla cieca avrei scommesso su un suo diretto cugino di varietale, di affinamento e di annata, ovvero un Rosso di Montalcino 2014. C'è forza ed eleganza in questo sangiovese di San Quirico d'Orcia, ma soprattutto c'è la stoffa del grande vino nonostante l'annata non delle più agevoli.

Podere Albiano – Tribolo Orcia Riserva DOC – 2011: ci spostiamo a Trequanda, in un contesto vitivinicolo meraviglioso, in cui l'azienda alleva vigneti di Sangiovese su terreno franco argilloso sabbioso esposti a sud-est e sud-ovest. Vino tipico, che non si distanzia molto, anch'esso, dai cugini della vicina Montalcino nella capacità di esprimere la componente più naturale e spontanea del varietale per poi stupire con una eleganza, mai scontata. Il Tribolo ha forte tipicità e carattere da vendere.


Areale “Terre di Pisa” e zone limitrofe
Fattoria di Fibbiano – Ceppatella Terre di Pisa DOC – 2012: l'areale della nuova DOC Terre di Pisa ed in particolare Terricciola sono stati meta di molti miei pellegrinaggi enoici degli ultimi anni, grazie all'interesse destato da una piccola cerchia di abili vignaioli in grado di tirar fuori il meglio da questo territorio storicamente vocato, ma per anni rimasto sopito. Il Ceppatella è una della prove dell'attitudine di questa zona alla viticoltura di qualità, specie quando ad essere coltivate sono uve tipiche e storicamente presenti sul territorio. Le argille con buona presenza di scheletro conferiscono al vino un corpo definito e ben presente, ma non appesantito da eccessive sovrastrutture. Il varietale si esprime con sincerità, ma ciò che rappresenta al meglio questo vino è la finezza della trama tannica, davvero notevole. Un performer di razza.

Pieve de' Pitti - Moro di Pava Chianti Riserva DOCG – 2013: dai vigneti da cui nasce il vino precedente si scorgono quelli in cui nasce il Moro di Pava, vino di punta di questa piccola azienda sita anch'essa a Terricciola. Terreni sabbiosi-argillosi a medio impasto con grande presenza di fossili, in cui il Sangiovese si esprime con grande impeto, senza perdere la sua propensione all'eleganza. Vino dal carattere profondo, che sembra timido inizialmente, ma che poco ci mette a distendersi ed aprirsi in aromi integri e complessi che si fondono in un sorso che colma il palato per poi puntare dritto all'anima, con slancio e persistenza.

Pietro Beconcini – Reciso Toscana IGT – 2012: ci spostiamo di pochi Km e siamo a San Miniato, dove nasce questo Sangiovese da un'attenta seleziona massale fatta nei vigneti aziendali, allevato su argille bianche tempestate di fossili. Vino che alla cieca ha mostra subito una personalità forte e sicura, dai toni scuri, ma allo stesso tempo illuminata da lampi di luce balsamica e minerale. Un Sangiovese caldo, asciutto, ma che si fa bere e non annoia mai.

Podere Marcampo – Severus Toscana IGT – 2014: sono in pochi a sapere che a Volterra si fa vino, sapete perché? Ovvio! Perché sono pochissimi a fare vino a Volterra. Questa è per me l'azienda che oggi funge da faro per un ritorno alla viticoltura di qualità in questo contesto così ricco di fascino e storia. Il Severus è ancora in fase di sperimentazione, tanto che dai piccoli fusti di rovere in cui questo è nato e cresciuto oggi si sta passando a più accoglienti e capienti botti. In realtà, però, non l'incidenza del legno non è così invadente e l'annata più magra aiuta a dare dinamica ad un vino che non manca di struttura e di potenza. Un vino da seguire da qui in avanti, perché la materia c'è tutta!


La Regola – Beloro Montescudaio DOC – 2009: siamo a Riparbella, su terreni rossi e sabbie plioceniche tra i 150 ed 200mslm. Questo Sangiovese alla cieca non mostra alcun segno di cedimento e non tradisce il suo lungo affinamento. Il frutto è ancora ben distinto e nonostante la possente struttura note balsamiche e speziate al naso ed un buon nerbo in bocca lo rendono molto equilibrato nella sua totalità. Vino da apprezzare in prospettiva.


Sangervasio - A Sirio Toscana Rosso IGT - 2013*: con questa annata si passa al Sangiovese in purezza, rinunciando al saldo dell'appena 5% di cabernet sauvignon presente nelle annate precedenti. In questo vino è sempre stata forte l'impronta del Sangiovese, ma di certo la purezza mostra in modo ancor più intenso e profondo quanto le potenzialità delle colline pisane ed in particolare di questi terreni sabbiosi e ricchi di fossili per la produzione di vini di forte identità. Il tannino distintivo per la sua marcata presenza in gioventù sembra tendere ad una maggior finezza, rispetto ad annate passate. Un vino da attendere perché in grado di grandi evoluzioni, ma già di buona beva ora, grazie a sensazioni fresche e sapide che attraversano longitudinalmente la tessiture del sorso.


*Annata corretta dopo la pubblicazione, in quanto erano state scambiate le note della 2011 (anch'essa presente in degustazione) con quelle della 2013.

Toscana “altre zone”
vini sangiovese toscana
Colle Santa Mustiola – Poggio ai Chiari Toscana IGT – 2009:  siamo a Chiusi, nei vigneti del Poggio ai Chiari, dove le viti affondano le proprie radici su fondali marini e depositi alluvionali che danno origine a terreni composti da sabbia, ciottoli  e argille. Un grande esempio di Sangiovese purosangue, capace di stupire con la sua complessità aromatica, intensa ed elegante, per poi sfociare in un sorso di grande impatto emozionale grazie ad una profonda suadenza ed una fine tessitura tannica.

Tua Rita – Perlato del Bosco IGT Toscana – 2015: il Sangiovese in purezza di una delle aziende più note in Italia e nel mondo per il suo Merlot. Eppure questo vino non è un mero esercizio di stile e neanche un doveroso tributo al vitigno tipico di queste zone (Alta Maremma) e di tutta la regione. Il Perlato del Bosco ha mostrato alla cieca di essere dotato di tutto il corredo organolettico che cerco in un Sangiovese in purezza giovane, ovvero integrità di frutto, balsamicità che funga da preludio ad una buona armonia di sorso, pieno, con buona vena acida e finale sapido.

Petrolo – Boggina Val d'Arno di Sopra DOC – 2015: dal vigneto più vocato per la produzione di Sangiovese nella splendida tenuta di Petrolo. Un'interpretazione tradizionale che si fa contemporanea non appena versato nel calice. Contemporaneo come il bilanciamento fra durezze e morbidezze, fra calore e freschezza, fra tannino fine e finale minerale. Vino di grande equilibrio.

Fattoria di Piazzano – Sangiovese Colli Toscana Centrale IGT – 2008: una delle aziende storiche di Empoli, che da oltre 60 anni produce vini di territorio con una conduzione prettamente familiare. Sangiovese coltivato su terreno franco argilloso, ricco di scheletro. Questa 2008, nello specifico, si è fatta notare per la sua evoluzione in bottiglia che, trattandosi di una delle bottiglie più "vecchie" in degustazione ne ha resa più semplice l'identificazione. Vino che manifesta ancora integrità e buona struttura, in un sorso attraversato da una tonificante sferzata di freschezza. 



Romagna (MGA varie)
romagna sangiovese migliori
Marta Valpiani - Romagna Sangiovese Superiore DOC Castrocaro – 2015: siamo nella MGA Castrocaro ed in molti potrebbero aspettarsi un vino eccessivamente caldo, specie in quest'annata, ma tutt'altro! Questo Romagna Sangiovese è un inno alla tavola ed alla convivialità, con la sua leggera suadenza al naso e la sua agilità di beva, senza mai cadere nella mera scontatezza. E' la nota minerale, sapida, donata da un terreno bianco, ricco di calcare attivo, a rendere, insieme alla buona freschezza, il sorso vibrante.

Ancarani – Romagna Sangiovese DOC Oriolo – 2015: ci spostiamo nell'MGA Oriolo, terreno franco, esposizione a sud-ovest su una collinetta a poco più di 100mslm. Questo Sangiovese si mostra educato e composto sin dal primo naso, per poi svilupparsi con fare gentile in un sorso pieno, ma di certo non eccessivamente corpulento. Uno di quei vini che si presentano in punta di piedi, ma poi mostrano la propria decisa sicurezza senza remora alcuna.

Giovannini – Giogiò – Sangiovese Rubicone DOC – 2015: andiamo sui colli imolesi, in terreni argilloso-limosi, in una zona mediamente più calda in cui il Sangiovese si esprime con maggior potenza. Sono state proprio la potenza strutturale e la pienezza di naso e bocca a collocare questo vino in questa zona. L'affinamento in cemento permette al varietale di emergere con grande impeto e senza condizionamenti di sorta. Un vino caldo ed avvolgente, pieno di sè, ma capace di mantenere una buona bevibilità.

Chiara Condello - Le Lucciole Romagna Sangiovese Riserva DOC Predappio– 2015: siamo a Predappio, in un fazzoletto di terra ai confini del bosco, tra i 250 e i 300 metri di altitudine, con terreni calcareo-argillosi, ricchi della roccia tipica della zona detta spungone. Qui "qualche tempo fa" c'era il mare e quest'anteprima de Le Lucciole di Chiara Condello sembra voler essere una sorta di capsula del tempo, in cui un po' di quel mare è stato custodito per milioni di anni con pazienza e rispetto, per poi tornare a donarsi al mondo con sottile gentilezza al naso e sferzante sicurezza al sorso.

Nicolucci – Vigna del Generale Romagna Sangiovese Superiore Riserva DOC Predappio – 2013: a mio modo di vedere il vino più rappresentativo di ciò che si possa fare un Romagna con il Sangiovese e più in generale con la viticoltura di qualità. Identificarlo è semplice per chi lo conosce, in quanto ancora ai primordi della sua evoluzione, che potenzialmente non ha eguali in regione e pochi in "generale". La complessità della vigna vecchia, l'eleganza e la freschezza che solo questo questa composizione di terreno argillosa, ma ricca di minerali sa conferire al particolare clone di Sangiovese "piccolo" qui coltivato. E' proprio la mineralità a tratti vulcanica a tratti marina a farsi largo fra le note pre-evolutive ancora solo agli albori di una terziarizzazione che arriverà e farà di questo vino già grande un grandissimo vino. Il sorso vibra come una corda di chitarra elettrica appena pizzicata dal plettro e la mineralità qui si fa ferrosa, sanguigna, profonda. Fuoriclasse. Della stessa azienda si è fatto molto apprezzare anche il Tre Rocche Romagna Sangiovese DOC Predappio – 2016, per la sua fresca e dinamica integrità.

Ca di Sopra – Crepe Romagna Sangiovese DOC Marzeno – 2016: siamo a Marzeno ed il nome tradisce un riferimento al terreno. Terreno calcareo-argilloso che si spacca in estate formando, appunto, delle crepe e da qui il nome di un vino saggio nella concezione in vigna e nella vinificazione, nonché nella decisione di dedicare al legno solo un 10% della massa totale di questo Sangiovese possente e con una ben dritta spina dorsale. Il varietale è tra i più nitidi ed il sorso è slanciato, divertente, per nulla scomposto. Già buono da bere ora, ma è una di quelle bottiglie che mi divertirei a stappare di anno in anno da qui a 10 anni.

Costa Archi - “GS” Ravenna IGT – 2013: nell'areale ravennate c'è un produttore che tira fuori spesso e volentieri vini di grande impatto emozionale per gli amanti di questo vitigno. Questo GS si è distinto per complessità aromatica che spazia dal classico varietale a tonalità aranciate di agrume con qualche manciata di spezia. Il sorso ha buona spinta e cavalca il palato con grande destrezza, senza essere intralciato da ostacoli tannici o brusche frenate di stanchezza. Cazzuto!

Terre di Macerato – Rhod Colli di Imola IGT – 2015: ho scritto già un paio di volte di questo micro realtà di Casalfiuminense (BO) e ciò che l'ha resa riconoscibile è stata la sana irriverenza di un Sangiovese fuori dal coloro, che ti seduce al naso con fare intrigantemente speziato, per poi farti capire di che pasta è fatto con un il suo carattere deciso, ma mai aggressivo. Pronto oggi, ma in grado di divertire anche "domani".

Tenuta Casali – Quartosole Romagna Sangiovese Superiore Riserva DOC – 2011: per chi fa la E45 spesso come me Mercato Saraceno è un luogo noto e è proprio qui che sorgono i vigneti della Tenuta Casali ed in particolare il vigneto Baruccia, di quasi 30 anni di età, impiantato su un terreno di medio impasto tendenzialmente argilloso (argilla bianca, tipica del calanco romagnolo) ed esposizione est. Una Riserva calda ed avvolgente, con una terziarizzazione tutta spezia e tabacco che accoglie in sé ciò che resta del frutto. In bocca c'è materia da mordere ed il sorso è lungo e di assoluta piacevolezza.

Braschi – Monte Sasso Romagna Sangiovese DOC San Vicino – 2013: stessa strada, ma MGA diversa, in quanto questo vino ricade nella sottozona San Vicino. Un vigneto maturo di oltre 30 anni, a 300mslm adagiato su terreni di argilla ed arenaria. Vino tecnicamente ineccepibile, in cui ogni parametro analitico sembra essere stato rispettato a pieno. Inizialmente temevo potesse essere sin troppo tecnico, ma è bastato fargli prendere un paio di boccate d'aria a pieni polmoni per lasciar uscire fuori un'anima pulsante che parla di Romagna e di Sangiovese in maniera diretta ed in prospettiva elegante.

Villa Papiano – Le Papesse Romagna Sangiovese Superiore DOC – 2014: era tra le pochissime eccezioni in degustazione, in quanto presenta un piccolissimo saldo di uva Balsamina (5%), ma ci tenevo ad avere un rappresentante della sottozona Modigliana. Questo vino a dimostrato grande tipicità con freschezza e mineralità proprie di questa zona. Vino da bere, ma che ha saputo evolvere la propria personalità con fare intrigante e sapiente.


Marche
sangiovese in purezza marche
Maria Pia Castelli – Orano Marche IGT – 2012: in terra picena, a Monte Urano (FM), a pochi "passi" dal mare, su un altopiano di argille ricche di ferro e magnesio, nasce questo Sangiovese che spiazza per la sua attitudine alla beva nonostante  la sua prorompente struttura. Forse grazie il suo impeto passionale ed alla sua spina minerale, fatto sta che l'Orano è il vino che non t'aspetti, perché, come in un gioco di ombre, ciò che vedi inizialmente è molto diverso da ciò che poi è veramente ed a me questo diverte da matti!

Fontezoppa – Mariné Marche IGT – 2011: difficile collocarlo nelle Marche, tanta è la vicinanza stilistica ai Sangiovese toscani e questo lo vedo come un punto a favore, che non me ne vogliano i miei conterranei. Stilisticamente ineccepibile, nessun segno di cedimento, ma ciò che fa la differenza è l'anima minerale di questo vino che ha avvolge nella mineralità marina un impeto da Sangiovese di razza. Unico difetto? Questo vino, purtroppo, non verrà più prodotto, ma ne esistono ancora diverse bottiglie in giro.

Terracruda – Orcio Colli Pesaresi DOC – 2015: siamo a Fratte Rosa, uno dei più bei borghi delle Marche, seppur poco conosciuto, esattamente al metà fra l'Appennino ed il Mare Adriatico. Un contesto in cui il Sangiovese assume caratteristiche non così distanti da quello che accade nelle vicina Romagna, ma che a Terracruda vuoi per l'altitudine vuoi per il particolare pedoclima, risulta più fresco e spigliato. Questo Orcio, in particolare, è un vino divertente, dinamico, che mostra il lato più puro del Sangiovese nella sua capacità di assorbire ed esprimere l'identità di un determinato territorio. Ci sono meno di 1000 anime a Fratte Rosa e mi piace pensare che tutti abbiano accompagnato almeno un pranzo con un Sangiovese proprio come questo, perché è lì che questa bottiglia deve stare: a tavola, in famiglia, nella pura semplice convivialità.

Il Conventino di Monteciccardo – Cardomagno Colli Pesaresi DOC – 2012: spostandoci verso la Romagna e verso il mare, ma restando qualche Km nell'entroterra pesarese, troviamo i vigneti del Conventino di Monteciccardo, in cui il Sangiovese cresce fiero e senza contaminazione alcuna. La volontà è quella di fare un Sangiovese di rango e questo Cardomagno non teme di farlo notare sin dal primo naso pieno e fiero, speziato e balsamico, di grande profondità. In bocca attacca vigoroso per poi mettersi a suo agio e distendersi come una folata di vento lieve sulle foglie ed un onda di mare sul bagnasciuga.


Umbria
vino sangiovese in purezza umbria
Barberani – Polvento Lago di Corbara DOC – 2012:  un tuffo nel mare dell'enocene che ricoprivano i terreni che oggi guardano al Lago di Corbara. Terreni marnosi, ricchi di fossili in cui il i fratelli Barberani allevano con estremo rispetto e circostanziale attenzione viti di Sangiovese Grosso. Ne risulta un vino che non teme la propria struttura piena e carica di frutto, perché di slancio ce n'è e la stoffa non manca. Un vino da attendere, ma che già ora non si fa problemi a mettere le carte in tavola ed a mostrare la propria classe.

Roccafiore – Il Roccafiore Umbria Sangiovese IGT - 2012: ci spostiamo a Todi, terra più nota per il Grechetto, ma che ben si comporta con questo Sangiovese in purezza di grande identità. Il varietale è integro e la botte grande si sente nell'ampio respiro di cui gode il naso. In bocca ciò che spicca è la trama elegante del tannino che agevola una marcia netta verso una notevole persistenza.

Terra di Santi – Giove Umbria IGT (Anteprima) - 2014: una delle molte chicche in degustazione, etichettata "just in time" per la mia trasversale del Sangiovese. Vino figlio di vigne coltivate a Montemolino (Todi) su sabbia, ghiaia ed argille con grande presenza di roccia ed arenaria e quindi fortemente calcarei. C'è chi dice che l'annata 2014 non sia stata delle migliori e di sicuro per i vignaioli in quanto a lavoro ed incertezza non lo è stata, ma chi ha saputo rispettare il proprio terroir e la propria identità ha imbottigliato vini degni di grande considerazione. E' il caso di questo Sangiovese dal carattere umbro, schietto ed ospitale, che non lesina forza d'animo e profonda sensibilità. L'avevo assaggiato una sola volta, in preselezione e non ho avuto dubbi nel ricondurlo a questa realtà, quindi credo che abbia già una personalità ben definita, nonostante debba fare ancora un po' di bottiglia.


Mani di Luna – Rosso di Torgiano DOC – 2013: quando fai una cieca con quasi 100 vini e sai che tra di essi ce ne sono alcuni vinificati secondo criteri che alcuni definirebbero "naturali", è innegabile che il cervello ed i sensi si predispongano all'identificazione degli stessi con note più "spontanee" e, magari, con meno precisione tecnica. Per me era così fino a pochi anni fa, ma oggi, specie se i vini sono frutto di una pre-selezione, so che non c'è errore più grande nel vino come nella vita del pregiudizio. C.V.D. questo Rosso di Torgiano, da vigne condotte in regime biodinamico poggiate su suoli sabbiosi, fa del suo naturale equilibrio la sua peculiarità distintiva. Il confine tra tecnica e sapere, tra cesellato ed artigianale qui si fa labile a tal punto da venir meno, perché questo è un Sangiovese fatto come si deve, a prescindere dalle convinzioni e dagli stili.


Lazio
paterno vino sangiovese trappolini lazio

Trappolini – Paterno Sangiovese Lazio Rosso IGT – 2014: ci spostiamo nel Lazio, con l'unico vino che ho voluto inserire in selezione, seppur conscio di poterne trovare anche altri per il prossimo anno con una maggior attenzione (inizialmente la degustazione non contemplava il Lazio). Felice di aver trovato un'interpretazione di Sangiovese dal carattere molto forte, con un impatto da nobile vino per potenza espressiva e per tannino. Bottiglia che sarà interessante ristappare tra qualche anno.



Sicilia – Etna
etna sangiovese tenuta benedetta
Tenuta Benedetta – Vigna Bendetta IGT Sicilia – 2015: il vero "intruso non intruso" della Trasversale del Sangiovese non poteva che essere questo vino. Una storia, quella di questo vigneto di Sangiovese Grosso coltivato ad alberello sull'Etna, che vi racconterò presto, dedicandole lo spazio che merita. Per ora posso dirvi che il vino, alla sua prima annata mostrava già una forte territorialità leggermente offuscata dal legno nuovo, ma in questa 2015 l'identità del vulcano è talmente forte da segnare in maniera netta il confine tra questo assaggio e tutti gli altri. Lo fa con note sulfuree minerali e con il calore dei più bei tramonti etnei. Un vino ed una piccola realtà da seguire da qui in avanti perché il terroir è di quelli capaci di far faville, anzi... lapilli!


Brevi conclusioni in attesa di un report più ampio sulle varie zone

Il Sangiovese di dimostra un vitigno di grande duttilità, ma con una forte identità varietale che può indossare vesti di stili, tessuti e colori differenti, ma sa sempre essere fedele a se stessa.
Montalcino vuoi per la caratura dei vini presenti vuoi per la levatura e la vocazione di quei vigneti non ha disatteso le aspettative mostrando grande riconducibilità non solo alla denominazione, bensì alla singola referenza.
Ho trovato utile questo distinzione delle 4 principali zone di produzione del Brunello di Montalcino fatta dal sito brunello-montalcino.com:
Nord: a Nord le stagioni sono più nette, di tipo continentale, e la tramontana abbassa di molti gradi la temperatura invernale. Il terreno e' discretamente fertile, più ricco che altrove, fresco e sciolto. Il Brunello di questa zona è più profumato e robusto di corpo.

Ovest: ad Ovest le brezze marine trasportate dal maestrale sciolgono nelle uve la loro tempra salmastra. La terra qui è più grossolana, disgregata, arieggiata e sassosa. Ma in parte è presente anche l'argilla. Con questa ricca varietà minerale a disposizione, il vino sara' sempre saporito e serbevole.

Sud: a Sud le terre sono raccolte in una conca ideale, riparata dai venti dominanti. La temperatura media è più elevata, il che produce un anticipo delle attività vegetative delle vigne. In questa zona la pioggia è più rara e i terreni più permeabili, ricchi di scheletro e calcare, poco fertili e secchi, duri alle lavorazioni. Qui le doti di rusticità del della vite sono pienamente esaltate. La forza della componente alcoolica distingue il Brunello prodotto in questo versante.

Est: ad Est, sulle terrazza che guardano al monte Amiata, si raggiungono le altitudini più elevate. I venti battono la zona e contribuiscono a rendere sana l'aria. Le terre sono variate, con ampie zone di crete, miste a sabbia e a formazioni di calanchi. Il vino e' schietto ed esprime caratteri più profondi.

Per quanto concerne il Chianti Classico tra i comuni in degustazione (tutti in preselezione), Castellina in Chianti, Gaiole in Chianti, Greve in Chianti, Radda in Chianti e in parte quelli di Barberino Val d’Elsa, Castelnuovo Berardenga, Poggibonsi, San Casciano in Val di Pesa e Tavarnelle Val di Pesa, hanno brillato per classe ed armonia quelli sopracitati, ma più in generale l'intera denominazione si dimostra capace di donare sfumature diverse e tutte interessanti, seppur su scala diversa, del Sangiovese.

Chianti Classico e Montalcino continuano ad essere zone d'elezione per espressioni di Sangiovese di profonda eleganza e finezza che hanno bisogno di tempo, ma non temono di mostrare la propria bellezza sin dal momento dell'uscita dalla cantina.

La Toscana in generale conferma di avere una vocazione naturale al Sangiovese, che non è indotta solo dalla quantità di ha coltivati e di vini prodotti in purezza (sicuramente più che in qualsiasi altra regione), ma per la saggezza e la lungimiranza con la quale molti dei vigneti sono stati impiantanti. L'evidenza è quella di una regione che ha sin da subito visto nel Sangiovese l'alfiere della viticoltura di qualità.


La Romagna, nonostante anni silenti e nonostante il fardello del preconcetto legato allo stereotipato "Sangiovese di Romagna", ormai ha dismesso i panni di una Cenerentola che a forza di restar chiusa in casa si era appesantita e annoiata e si prende di diritto lo scettro dell'integrità e dell'agilità di beva.

Si conferma in grado di dare i natali a vini di grande prospettiva grazie a terroir molto vocati. Dove il terreno è meno pesante e la conduzione in vigna ed in cantina mira ad una maggior freschezza si sono notati picchi non indifferenti. Importante il fatto che molte di queste realtà utilizzino ormai cloni di derivazione toscana e raramente figli del Sangiovese romagnolo.
Inoltre, pochi giorni dopo la degustazione in oggetto ho avuto modo di approfondire la sottozona Modigliana e prossimamente non mancherò di segnalarvi altri interessanti vini della zona, che confido di avere l'anno prossimo per la trasversale del Sangiovese.

Le Marche puntano troppo poco sul Sangiovese, ma dovrebbero, perché dispongono di più di un micro-areale dove questo vitigno possa esprimersi al meglio, specie nelle zone collinari agevolate dai cambiamenti climatici.


L'Umbria è nelle mani di pochi saggi e rispettosi produttori, uniti da un approccio molto "green" e spinti dalla voglia di mostrare che in questa terra di possono fare grandi rossi oltre al Sagrantino. Peccato ci siano davvero pochi Sangiovese in purezza.


L'Etna dimostra ancora una volta che qualsiasi cosa si coltivi in quel contesto acquisisca un carattere unico al mondo, capace di attirare l'attenzione dei più curiosi.

Sul Sangiovese coltivato nel Lazio e sulle sue espressioni in purezza mi prometto di approfondire nei prossimi 12 mesi.

Sto già lavorando alla selezione per la degustazione dell'anno prossimo e confido, ancora una volta, nelle vostre segnalazioni, anche da regioni che mancavano all'appello in questa occasione.


F.S.R.
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