giovedì 30 novembre 2017

L'Europa dice "Sì" al Glifosato, nonostante il "No" dell'Italia

Qualche giorno fa il Comitato d'appello del Parlamento UE ha votato a favore del rinnovo dell'autorizzazione dell'erbicida/diserbante glifosato per cinque anni. Premettendo che l'Italia e la Francia (riferimenti per la viticoltura mondiale e tra le prime al mondo per quanto riguarda la superficie coltivata in bio) si sono dimostrate coerenti votando contro il rinnovo insieme ad altre 7 nazioni, sembra che a fungere da ago della bilancia sia stata la Germania che, così facendo, pone un serio veto sul principio di precauzione in sede europea.
stop glifosato
In molti parleranno di complotti e di favori alle multinazionali e di certo il fatto che la Bayer da gennaio potrebbe fondersi con la Monsanto produttrice del più conosciuto e diffuso diserbante a base di glifosato Roundup non poteva passare inosservato, ma la più grande manifestazione di incoerenza da parte della Germania è che lo stato teutonico è uno dei maggiori mercati per l'import del vino biologico e dei prodotti da agricoltura biologica in generale.
"Il voto di oggi dimostra che quando tutti vogliamo, siamo in grado di condividere e accettare la responsabilità collettiva nel processo decisionale", ha detto il commissario Ue alla salute Vytenis Andriukaitis – lo stesso che ha descritto così il glifosato “Non vincerà mai un concorso di bellezza, ma serve!”.

Nella negatività della decisione resta da prendere in considerazione un fatto positivo, che riguarda il decreto del Ministero della Salute del 22 agosto 2016, che vieta l'utilizzo del glifosato nelle aree frequentate dalla popolazione o da "gruppi vulnerabili" quali parchi, giardini, campi sportivi e zone ricreative, aree gioco per bambini, cortili ed aree verdi interne a complessi scolastici e strutture sanitarie, ma anche in campagna in pre-raccolta "al solo scopo di ottimizzare il raccolto o la trebbiatura".(Fonte Coldiretti). Purtroppo questo non è un divieto assoluto e di vigne diserbate se ne continuano a vedere sin troppe, ma l'esponenziale crescita di superficie biologica in Italia (a prescindere dalla certificazione), almeno per quanto concerne la viticoltura, fa ben sperare. Mi piace pensare che chi continua a diserbare possa desistere sentendosi "circondato" da chi ha un approccio più rispettoso e riesce a gestire la propria vigna in maniera più sana, salvaguardandone la sua naturale bellezza.

Inutile dirvi che, pur non essendo un talebano del "vino naturale", se c'è una cosa che non vorrei più vedere nelle nostre vigne è proprio il diserbo chimico, ma lascio a voi ulteriori considerazioni, invitandovi a leggere un mio post di qualche tempo fa in cui troverete, oltre alla mia opinione riguardo il diserbo chimico, alcune considerazioni analitiche e il link al sito della coalizione "Stop Glifosato" nel quale è ancora attiva la raccolta di firme per la petizione contro l'utilizzo del glifosato: http://www.wineblogroll.com/diserbo-chimico-vigna-stop-glifosato.html.
Nel 2016 era già stato ottenuto un grande risultato grazie alla raccolta di quasi 1milione e mezzo di firme, ma pochi giorni fa l'esito è stato ribaltato, quindi non resta che continuare a firmare, ma soprattutto a sensibilizzare l'opinione pubblica rispetto alla tematica del diserbo chimico e nello specifico del Glifosato.

F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 29 novembre 2017

Ho giocato anch'io alla "sfida" dei Wine Bloggers su Wine TV

Come ho avuto modo di scrivere sui social qualche giorno fa:
"Il bambino che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé."
(Pablo Neruda)

Mi permetto di citare nuovamente Neruda perché quello che sto per condividere con voi, oggi, è null'altro che un gioco. Un gioco che ho accettato più o meno a scatola chiusa, perché propostomi da persone che stimo, ovvero la "crew" di Wine TV, il canale tematico lanciato in Italia poco più di un anno fa da gente che il vino ne ha vissuto, ne ha raccontato e, ovviamente, ne ha assaggiato tanto, come Cristiano Cini. Le mie piccole collaborazioni con questo canale sono del tutto amicali ed estemporanee,nonché frutto di una stima reciproca, ma ancor più della voglia di comunicare il vino in maniera trasversale e cross-mediale ad un numero sempre più grande di appassionati.
wine tv signorvino wine bloggers
Il format è un'idea semplice, carina, dinamica e divertente che invitava alcuni wine bloggers, wine instagramers e comunicatori del vino 2.0 a mettersi in gioco.
Ad appoggiare l'idea è stato un noto franchising di "Wine shop & Restaurant", che di certo non ha bisogno di presentazioni, ma che farà da set alle puntate del programma (che è quindi a carattere commerciale).
Ho accettato di giocare, perché la mia partecipazione non prevedeva alcun vincolo commerciale, nessun compenso e nessun obbligo nei confronti delle aziende coinvolte e non vi nego che, ogni tanto, prendersi un po' meno sul serio e "giocare" non può che far bene. Almeno per me è stato così!
A prescindere dall'esito del gioco e dallo sponsor del programma, ci tenevo a condividere con voi un momento ludico e meno serioso, anche solo per farvi trascorrere qualche minuto in leggerezza e per farvi, magari, immedesimare in me.
Eccovi il video della mia puntata del format "#OgniGiornoUnSignorVino" che potrete vedere anche sul canale 815 di SKY negli orari che troverete sotto al video:


WINE TV - 815 SKY - ORARI SABATO
PROGRAMMA
5:01
9:01
13:01
17:01
21:01
1:01
Signorvino - Milano Via Dante F.S.Russo

ORARI DOMENICA
PROGRAMMA
5:43
9:43
13:43
17:43
21:43
1:43
Signorvino - Milano Via Dante

venerdì 24 novembre 2017

Simon di Brazzan - Una biodinamica consapevole per vini di grande identità territoriale

Molti criticano i social, li trovano una sorta di aberrazione del genere umano, un inibitore della socialità reale, fisica, concreta in favore di rapporti virtuali. Non nego che io stesso, a volte, mi trovo a riflettere su quanto vengano usati e gestiti male, ma poi mi rincuoro ricordando tutte le volte che proprio grazie al web e nello specifico ai social network ho avuto modo di incontrare persone, di scoprire nuove cantine e di assaggiare nuovi vini che, con buone probabilità, avrei fatto fatica a trovare da solo.
Mi sono permesso questa strana premessa perché è proprio grazie ad un mio post su facebook ed alla segnalazione della export manager Costanza Maag che ho avuto modo di scoprire la cantina nella quale vi accompagnerò oggi: Simon di Brazzan.
Cantina Simon di Brazzan
Siamo a Brazzano di Coromons, ad accogliermi nella sua piccola ma impeccabile cantina è Daniele Drius, 43 anni, da 23 impegnato nella conduzione dell'azienda di famiglia.

La giornata è di quelle in cui la prima cosa che mi viene da dire dopo il “buongiorno” è “andiamo in vigna!” ed in Daniele ho trovato un ottimo “partner in crime” tanto che “pronti-via” ci troviamo già in auto per raggiungere alcune delle vigne dislocate in diversi appezzamenti al fine di riservare ad ogni varietale la sua “terra” più vocata all'interno dei 13 ettari totali coltivati.
Il tragitto dalla cantina alla prima vigna che Daniele vuole mostrarmi è breve, ma riusciamo lo stesso a scambiare quattro chiacchiere ed a colpirmi molto è il suo pacato ma coinvolto racconto della storia dell'azienda: nonno Enrico (100 anni) e la nonna Rina iniziarono la conduzione dell'azienda di famiglia negli anni '50, dopo aver provveduto a liquidare gli eredi.
A quel tempo l'azienda era di tipo tradizionale, oltre alla produzione di uva e di vino un'ampia branca dell'attività era dedicata all'allevamento di bovini da latte, maiali e animali da cortile. E' in questo contesto rurale tradizionale che Daniele è cresciuto. Una prima svolta è avvenuta negli anni '80 quando la famiglia decise di chiudere la stalla e di dare maggior rilevanza all'attività vitivinicola, ampliando i locali della cantina ed impiantando nuovi vigneti.
La vera svolta, però, è avvenuta quando Daniele, fresco di diploma di perito agrario, inizia a mettere mani, forbici, sensibilità e crescente consapevolezza in vigna, modificando radicalmente i sistemi di allevamento/potatura delle viti, puntando al miglioramento della qualità dell’uva, in quanto i sistemi tradizionali di produzione erano più votati alla quantità, quindi via libera al cordone speronato e al guyot singolo o doppio (tralcio piegato orizzontalmente sul filo per 40 cm o bilaterale).
sistema allevamento potatura vite cordone
Ho parlato di consapevolezza, ma avrei fatto meglio ad usare il termine a me più caro quando si parla di vigna: “rispetto”. Rispetto che si traduce nell'abbandonato, da parte di Daniele e dell'azienda agricola Simon di Brazzan, dei trattamenti chimici, introducendo l’utilizzo di pratiche meno invasive, attraverso l'utilizzo di prodotti come la poltiglia bordolese (rame + calce) e zolfo, con l'obiettivo di ridurre l'apporto di rame nel corso degli anni. In vigna noto anche i “laccetti” della confusione sessuale.
A prescindere dalle radici e dalle varie ramificazioni della "filosofia" biodinamica e da “traduzioni ed interpretazioni” fuorvianti che essa ha avuto nella viticoltura contemporanea, mi affascina sempre molto parlare con chi ha approcciato queste “bio-dinamiche” in modo razionale e ragionevole e non è un caso che uno dei momenti clou del giro per vigne sia stato quello in cui Daniele mi ha mostrato la preparazione dello spazio che ospiterà il letame. Verranno utilizzati, infatti, stallatico, compost e concimi fogliari a base di alghe, completamente naturali in base alla necessita del terreno e delle piante.
L'approccio più concreto ai principi dell'agricoltura biodinamica avviene circa 6 anni fa come spiega Daniele:
Da sei anni ho iniziato ad utilizzare i metodi biodinamici al terreno e alla parete fogliare, spruzzando i preparati 500K (corno letame), 501(corno silicio), utilizzo decotti di equiseto e di ortica, in autunno si preparano i terreni per seminare il sovescio, mix di erbe seminate a file alterne, lasciate crescere fino alla fioritura, poi verso metà Maggio vengono tagliate ed interrate, questa tecnica serve a migliorare la fertilità del terreno e soprattutto permettere a tutti gli organismi del suolo, come funghi, batteri e vermi, di poter sfruttare questo substrato per vivere e rilasciare nel suolo stesso preziose sostanze che aiutano le viti ad essere più forti e a risvegliare la loro naturale resistenza. Sono convinto che questa sia la strada da percorrere se si vuole rispettare la natura, la vitalità della terra, prendersi cura delle viti e soprattutto realizzare un vino corretto che sia espressione della terra.”
Ho ritenuto opportuno citare le sue testuali parole in quanto credo possano essere utili al fine di una comprensione più concreta di queste pratiche agronomiche.

Daniele è un vignaiolo vero, un factotum in azienda e lo si vede da come corre a destra e a manca dalla vigna al confezionamento delle spedizioni, ma almeno per quanto riguarda la componente enologica si avvale di un supporto, di un confronto tecnico con l'enologo Natale Favretto. La scelta non è casuale, dato che questo enologo, oltre ad essere molto preparato, condivide tutte le pratiche agronomiche intraprese dall'azienda e si adopera per il maggior rispetto possibile dei varietali e dell'identità territoriale in vinificazione.
Non vi dirò troppo, per non spoilerare del tutto una novità che mi vede coinvolto per il 2018, ma se mi trovavo in Friuli in quei giorni era per una specifica ricerca focalizzata sui vini bianchi macerati e/o orange wine. Beh, diciamo che il Friuli non poteva che essere il faro di tale ricerca in quanto regione che della macerazione ha una forte tradizione e mantiene ancora oggi una buona quantità ed una notevole qualità di interpreti di quella che non è altro che la vinificazione delle uve bianche pre-avvento della tecnologia, a prescindere dalle “tendenze” del momento e dal non sempre corretto abbinamento macerazione-anfora.
In questa cantina, infatti, di anfore non ce ne sono – non che io sia contrario, chi mi segue da un po' avrà letto le mie opinioni a riguardo -, ma la macerazione è un fattore cardine dell'identità dei suoi vini bianchi. Nei “freschi” la macerazione confluisce in piccola parte, in quanto vengono prodotti da due vinificazioni differenti: quella tradizionale con macerazione completa delle bucce in tini tronco-conici da 25 hl per circa 25 giorni e quella con macerazione breve di una notte e fermentazione in acciaio. A Marzo si fanno i tagli delle due vinificazioni (una parte di legno, con malolattica, e due parti di acciaio). In questo modo Daniele mira ad ottenere un vino più personale, mantenendo la tipicità, cerando di enfatizzare la piacevolezza sia olfattiva che gustativa. Grazie a questo, seppur piccolo apporto di massa macerata, Daniele fa ai propri vini, anche, una buona iniezione di antiossidanti naturali, conferendo al vino finito un maggior potenziale in termini di longevità.

I due vini che mi hanno portato fin qui, però, erano Il Blanc di Simon "Tradition" e il Pinot Grigio "Tradizion".
Blanc di Simon Tradition 2011-2012 - Simon di Brazzan: il bianco della tradizione viene realizzato con una macerazione sulle bucce di circa 25 giorni, delle uve di Tocai Friulan, in tini troncoconici usando i soli lieviti indigeni, per poi restare in tino 30 mesi in affinamento.
Entrambe le interpretazioni manifestano un impatto cromatico giustamente carico, ma limpido, pulito come nitido e pulito è il naso, doti che in molti macerati tendono – per scelta o per imperizia – a mancare. La bocca è piena, forte di uno spessore materico che il Friulano già ha e che la macerazione contribuisce a rendere tattile. Il punto forte, però, è – sì, ancora lei! Non me ne vogliate, ma è così! - la mineralità, sapida davvero profonda. Vini che mi hanno stupito in ambo le annate, aventi come spartiacque – o "spartivino", come preferite voi! - una componente acida ed una percezione di freschezza differente, in coerenza con l'andamento delle annata (2011 più fresca ed equilibrata ed 2012 più calda e meno piovosa).
Pinot Grigio "Tradizion" 2015 - Simon di Brazzan: la vinificazione è la stessa del “Blanc di Simon”, ma l'affinamento per il Pinot Grigio è di “soli” 15 mesi in tino.
Il vino è un capolavoro! Sì, basta mezzi termini, quando un vino è grande è grande! Penso sia la prima volta in vita mia che uso questo termine in una descrizione enoica, ma non saprei quale altro termine utilizzare per darvi un'idea netta, diretta e tangibile di quel che è stato, a mio modestissimo parere, la sensazione provata durante l'assaggio di questo Pinot Grigio. Il colore si avvicina più a quello di un Pinot Nero che ad un “orange wine”, palesando la sua stretta parentela con il Re di Borgogna. Anche in questo caso nel bicchiere c'è nitidezza, trasparenza, purezza espressiva. Il naso, ancora una volta, manifesta la voglia di quest'uva di farsi vedere per quello che è, tonalità rosse che preannunciano un sorso ampio e al contempo secco e dritto, con un finale ferroso, che conferma quanto questa veste calzi a pennello a questo varietale. Se il Pinot Grigio “Ramato” per me è sempre stato il vino di riferimento per questo vitigno, questa macerazione più spinta ed una vera e propria vinificazione in rosso ha alzato l'asticella per tutti i ramati.
Abbiamo materia, freschezza, lunghezza e componente minerale, il tutto in naturale armonia.
Davvero un bel bere. Ora vediamo come evolve col tempo. Lo aspetto al varco! Scherzi a parte, ha tutte le doti per fare del vetro la sua culla evolutiva ideale.

Come potrete appurare dalle foto gli assaggi sono stati tanti e tutti molto convincenti, ma mi riservo di parlare degli altri vini più avanti, in quanto in questa occasione mi sono concentrato di più sui due macerati che, fortunatamente, non mi hanno affatto deluso.

Per concludere ci tengo a sottolineare quanto questa piccola azienda a conduzione familiare, che vede nel vignaiolo il suo perno, stia dimostrando quanto conti l'equilibrio in vigna, in cantina ma anche nella indole di chi lavora in ogni ambito della produzione. Un equilibrio che porta Daniele a dire semplicemente “cosa fa e cosa non fa” e non di certo a criticare il lavoro altrui o ad imporre una forma mentis univoca e generalista. Ci ho messo il tempo di una stretta di mano – mani che lavorano in campo.. è palese! - a capire di che stoffa fosse fatto quest'uomo di vigna, ma la conferma è arrivata dapprima nel vedere il minimalismo ergonomico e la pulizia della cantina e successivamente nella luminosa identità dei suoi vini. 
Non vi nego di aver trovato più di un inatteso parallelismo con un grande della viticoltura friulana: Enzo Pontoni. Credo che non serva dire altro se non che si possono fare ottimi vini,  puliti e forti di una spiccata personalità, rispettando a pieno la natura, le peculiarità varietali e – spesso lo dimentichiamo – chi quei vini li andrà a bere. Qui, nella Cantina Simon di Brazzan questo rispetto si respira ovunque ed ha proprio un buon profumo.

F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 22 novembre 2017

Una "new entry" a Cortona terra di Syrah - Cantina Canaio

Parliamo spesso di terroir, di vitigni autoctoni, ma non sempre le due cose vanno di pari passo in quanto esistono, in Italia, areali che hanno accolto varietali alloctoni facendoli propri a tal punto da trovare in essi il veicolo d'elezione per l'espressione della propria identità territoriale.
Uno di questi areali è, sicuramente, quello di Cortona, casa toscana del/la Syrah.
cortona cantina canaio
Come ho avuto modo di scrivere più volte, per me l'identità territoriale, varietale e del singolo produttore o vignaiolo è fondamentale e rappresenta il focus della mia ricerca enoica da sempre ma con il passare del tempo e l'incedere degli assaggi non è stato difficile rendersi conto di quanto quest'identità non potesse dipendere unicamente dal rapporto tra vino e tradizione, tra vitigno e storicità, vuoi per l'evoluzione della viticoltura e dell'enologia vuoi per gli importanti cambiamenti climatici ai quali stiamo assistendo negli ultimi anni.
E' questo il caso di Cortona e della sua Syrah, "uva" portata - con buone probabilità - dai francesi in epoca napoleonica resa grande da realtà locali che hanno saputo interpretare al meglio questo vitigno in questa terra.
Ho avuto modo di scrivere in passato di due riferimenti assoluti per questo territorio come Fabrizio Dionisio e Stefano Amerighi, ma oggi tocca ad una delle mie ultime piccole grandi scoperte: la Cantina Canaio.
cantina cortona
Siamo a Farneta, dove Mirco Zappini, sua moglie Pamela, il suocero Simone e la suocera Oriana formano l'organico di quella che, come avrete già capito, è una realtà molto piccola, ma dal grande potenziale. Sì, si tratta di un'altra piccola cantina a conduzione familiare, una di quelle in cui l'anima devi mettercela per forza, una di quelle di cui mi piace scrivere anche solo per il proprio valore sociale.
Una famiglia dedita alla viticoltura da oltre 30 anni, ma solo recentemente Mirco, dopo anni di vendita delle uve da parte dell'azienda agricola, ha deciso di dedicare un piccolo e vocato fazzoletto di vigna di 1,7Ha ad una produzione di qualità mirata alla nascita di 2 vini in purezza: un Syrah ed un Merlot.
Dal 2014 – non proprio l'annata ideale per iniziare! - è lui in prima persona ad occuparsi dei trattamenti in vigna e dei lavori di cantina, dell'etichettatura e del confezionamento dei cartoni ma da quest'ultima vendemmia può contare sul sostegno - oltre a quello della sua famiglia - di un amico fraterno, grande appassionato del mondo del vino, che ha deciso di imbarcarsi con lui in questa pazza impresa.
All'inizio di questa vera e propria storia d'amore con la vigna e con il vino Mirco si sentiva spaesato ed incerto, ma al contempo la sua incertezza era bilanciata dalla curiosità e dalla voglia di fare, nonché dalla consapevolezza di disporre di un terreno altamente vocato alla coltivazione di un'uva complessa ed intrigante, come la Syrah.
L'iniezione di sicurezza non tardò ad arrivare! Fu durante una cena in un noto ristorante di Cortona, nella quale vennero serviti dei vini alla cieca, che il Syrah 2014 della Cantina Canaio si fece notare per la prima volta, attirando l'attenzione di produttori e appassionati, che ne tessero le lodi.
Uno di questi, in particolare, ancora oggi è il primo a confrontarsi con Mirco e a mettere a sua disposizione la propria esperienza di vignaiolo.
Per ora questa piccola realtà ha prodotto un'inezia, arrivando a poco più di 6000 bottiglie nella 2015, ma da quest'anno la produzione aumenterà attestandosi attorno alle 10000 bottiglie. Come avrete intuito, la volontà di Mirco è quella di continuare sulla strada di una produzione contenuta e di qualità, che possa permettergli di gestire tutto in prima persona e di portare in bottiglia vini di forte identità.
Personalmente ho avuto modo di assaggiare solo il Syrah dell'azienda Canaio, per cui è di questo vino che condividerò le mie impressioni:
vino syrah canaio cortona
"Il Calice" IGT Toscana Syrah 2015 – Cantina Canaio: stappo la bottiglia durante una delle mie sessioni d'assaggio giornaliere ed inizio a confrontarmi con questo vino alla seconda annata di produzione. Lo trovo timido, introverso, lo lascio in pace per un po', magari ha solo bisogno di un po' di spazio vitale, di una boccata d'aria fresca o forse - dato il nome - ha solo bisogno di prendere confidenza con "il calice".
Lo dimentico per tutta la sera – mea culpa –, ma a fine serata il mio naso torna curioso nel calice di quel Syrah ora più aperto e disinvolto, pronto a dirmi di più della sua personalità e della sua terra. Un vino ancora votato alla freschezza di aromi giovani ed elegantemente spensierati tra fiore e frutto, con una speziatura classica che rende il profilo aromatico intrigante e sensuale senza prevaricare gli altri profumi. In bocca entra ampio per poi tendersi e distendersi in un sorso di buona dinamica e lungo quanto basta ad appagarmi. L'argilla attraversata da sabbia e limo e la buona annata si sentono nella maturità della materia e della trama tannica di questo Syrah che seppur giovane si fa già apprezzare per a sua complessità.
terreni vigna cortona
Un'azienda che continuerò a seguire con interesse, in quanto certo di una continua crescita in termini di qualità e di identità, anche alla luce dei nuovi impianti fatti nei 3,5 Ha acquistati sempre in zona Farneta. E' fondamentale per un'azienda come questa arrivare ad una soglia di produzione che possa permettere al produttore di sussistere, perché al di là del romanticismo delle piccolissime realtà - che io ammiro ed apprezzo - fare vino è un lavoro e come tale deve necessariamente gratificare chi lo fa in maniera umana ed economica.


F.S.R.
#wineissharing

lunedì 20 novembre 2017

Il Clayver - L'"evoluzione" dell'anfora

Girando per le cantine italiane, negli ultimi anni non è stato difficile accorgersi del graduale, ma importante sviluppo di una tendenza che vede come protagonisti i "vasi vinari alternativi". Se da un lato le più "classiche" (per quanto non tradizionali) anfore in terracotta nostrane hanno fornito un più o meno valido surrogato dei Kvevri georgiani, dall'altro - da bravi italiani - la curiosità innescata dalla richiesta di tali contenitori ha portato alla nascita di nuovi "strumenti" (botti, vasche, anfora ecc...) di vinificazione ed affinamento.
Quello che mi ha incuriosito di più, sia in termini di concept che di risultati, è stato sicuramente il Clayver, moderna interpretazione dell'anfora, che ha scelto come materiale un particolare gres più compatto ed omogeneo.
E' per questo che, al ritorno da una visita in cantina nella quale ho avuto modo di testare l'incidenza di diversi vasi vinari e/o botti (vari tipi di terracotta, cocciopesto, legno, cemento e ceramica), ho deciso di porre qualche domanda a Luca Risso Co-fondatore dell'azienda che ha ideato il Clayver.

Cos'è il Clayver?
Clayver è un contenitore ceramico della capacità di 250 e 400 litri. Il peso dei modelli è 100 e 150 Kg rispettivamente. La forma può essere sferica o oblunga per limitare il peso e favorire i moti convettivi che si manifestano naturalmente in fase di fermentazione e affinamento sulle fecce fini. La forma sferica permette anche una più agevole movimentazione del contenitore negli spostamenti e ne facilita la pulizia.
clayver
Come nasce il progetto Clayver?
Il progetto Clayver nasce come idea di un appassionato di vino e viticolture dilettante casualmente esperto in materiali ceramici quando il fenomeno del recupero delle anfore georgiane arrivò anche in Italia grazie a Josko Gravner. Lo scopo era quello di modernizzare e attualizzare le tecnologie legate alla storia millenaria della terracotta alla luce delle moderne conoscenze scientifiche.
anfora georgiana kvevri
Quali sono le peculiarità di questo vaso vinario?
Clayver vuole essere un contenitore chimicamente inerte nei confronti del vino al netto di un piccolo ma misurabile e controllabile contributo di ossigeno indispensabile all'evoluzione del vino medesimo. La certificazione alimentare con analisi delle possibili pericolose cessioni di piombo, Cadmio, Arsenico, Alluminio e Cobalto gioca un ruolo importante fin dall'inizio del progetto. Infine Clayver ha sempre avuto come obiettivo la praticità del sistema, privilegiando contenitori con volumi non troppo grandi e ingombranti, movimentabili e accessoriati con scarichi, supporti e coperchi anche di tipo diverso. Importanza strategica riveste attualmente lo sviluppo del gruppo di tre Clayver orizzontali denominato Trio.
botti cemento
Quali sono le differenze fra il Clayver e gli altri “vasi vinari”? (anfore, vasche in cemento, acciaio e legno ecc...
La terracotta a differenza di Clayver è composta da un solo tipo di terra, di solito estratta nella zona di trasformazione senza alcuna selezione e cotta a temperature inferiori o appena superiori a 1000°C.
Dal punto di vista funzionale, rispetto a Clayver la terracotta presenta di solito una porosità più alta, spesso eccessiva, e necessita talvolta di impermeabilizzazione per poter contenere liquidi.
Clayver è equiparabile al cemento dal punto di vista della sua impermeabilità e isolamento termico. Clayver però subisce un trattamento ad alta temperatura (1200°C) che lo rende assai più stabile rispetto al cemento. Clayver acquisisce quindi una resistenza chimica elevatissima nei confronti di acidi e basi forti, che il cemento non ha.
Le differenze rispetto a un contenitore in acciaio sono tre:
  • maggiore isolamento termico di Clayver dovuto al peso e allo spessore di parete, che è maggiore di 2 cm;
  • conducibilità elettrica nulla e quindi minori problemi di riduzione del vino;
  • piccola porosità residua che consente uno scambio gassoso con l’esterno, seppur modesto.

Ci sono studi scientifici che ne attestino le peculiarità?
Le caratteristiche di Clayver sono comprovate da ricerche effettuate dall'università di Valladolid, dall'Höhere Bundeslehranstalt e Ufficio federale per la Viticoltura e frutticoltura Austriaco, mentre ulteriori ricerche sono in corso in collaborazione con l'Università di Torino.
Esistono varietali più adatti alla vinificazione in Clayver?
I vini bianchi si prestano molto all'affinamento in Clayver. Un esempio di comprovato successo sono ad esempio le basi per lo champagne, dove il contributo dell'ossigeno senza l'invadenza del legno è fondamentale. Tuttavia anche rossi importanti a base di Sangiovese, Nebbiolo e Syrah hanno dato ottimi risultati in Clayver, a patto di lasciare più tempo al contenitore per effettuare il suo lavoro.

Quali sono i risultati raggiunti dalla vostra azienda negli ultimi anni?
A partire da Agosto 2014 Clayver ha venduto più di 600 contenitori in tutti i continenti, con un aumento quasi del 100% nell'ultimo anno.
botti ceramica
Qual è il costo del Clayver?
Clayver attualmente ha circa la capacità di una barrique o di un tonneau, contenitori che abbiamo preso come riferimento. Il suo costo franco magazzino leggermente superiore a quello di una ottima barrique o di un ottimo tonneau, con la differenza che, adeguatamente trattato, Clayver durerà di più e non cederà mai nessuna sostanza al vino, né ne altererà le caratteristiche organolettiche.
Ormai è qualche anno che trovo Clayver nelle cantine che ho modo di visitare, ma ho ritenuto opportuno scriverne solo dopo aver avuto modo di iniziare ad assaggiare concretamente dei vini che non fossero solo in fase "sperimentale".
Alla luce dei miei assaggi, dalla Puglia al Friuli passando per Montalcino, posso asserire che il Clayver, a differenza di alcune anfore in terracotta manifesti un'incidenza minore in termini organolettici - alla stregua del cemento - ed una costanza maggiore nella "performance" di affinamento e nella tenuta. La micro-ossigenazione è minima e, specie per i vini rossi, il successivo affinamento in vetro aiuta molto nel completare il percorso evolutivo del vino prima dell'uscita sul mercato.
Io apprezzo molto la ricerca e credo che questa curiosità scaturita dall'arrivo in Italia delle prime anfore georgiane ad opera di J. Gravner, abbia portato ad un fermento molto interessante in cui, oggi, ci sia l'imbarazzo della scelta. L'anfora in terracotta è, a mio modo di vedere, un contenitore con una maggiore incidenza sul vino (in misura diversa se lasciata al naturale o impermeabilizzata internamente vetrificandola o utilizzando cera d'api) e che potrebbe dare il meglio di sè interrandola (è comunque un vaso vinario molto interessante e duttile), mentre il Clayver si dimostra uno strumento di vinificazione e di affinamento altamente inerte con ottime qualità anche sopratterra, sia per quanto concerne lo scambio gassoso (molto ridotto) che per il "controllo/isolamento" termico.
Queste peculiarità lo rendono adatto ad "andare da solo" o a contribuire in blend o tagli con masse affinate in legno, in modo da smussarne l'incidenza e da apportare una maggior percezione di freschezza all'assemblaggio.
Comunque, come sempre, ciò che farà la differenza sarà sicuramente l'uva portata in cantina e l'interpretazione dell'annata da parte del singolo vignaiolo/produttore/enologo. Per ora, ciò che ho assaggiato sia da cantina che da bottiglia non mi dispiace affatto, soprattutto per l'integrità varietale che il Clayver riesce a mantenere. 

F.S.R.
#WineIsSharing

sabato 18 novembre 2017

Il Ramandolo - Vino eroico friulano

Si parla spesso di viticoltura eroica e i social sono pieni di foto di tanto meravigliosi quanto impervi vigneti di zone vocate e difficili dell'Italia del vino, come le Cinque Terre, la Valtellina o Carema, ma difficilmente - purtroppo - sentirete parlare della zona, delle vigne e del vino di cui vi parlerò oggi: Ramandolo.
Durante il mio ultimo viaggio enoico in Friuli, il mio amore spassionato per le vigne mi ha spinto fino ad una delle più belle zone vitivinicole italiane – e anche una delle meno conosciute - dove le viti di Verduzzo sembrano arrampicarsi sui ripidi e ben esposti versanti collinari.
Quando parliamo di viticoltura eroica siamo portati a focalizzarci sulle pendenze ed i terrazzamenti che ne impediscono la meccanizzazione ed impongono un arduo lavoro manuale al vignaiolo, ma c'è un ulteriore parametro di cui tener conto, ovvero l'enorme sforzo economico che il far vino in queste zone comporta. Se poi aggiungiamo, al costo di gestione dei vigneti, il “normale” rischio d'impresa che per un vignaiolo ha le mutevoli sembianze dell'annata e può prendere il nome del gelo, della pioggia eccessiva, della grandine, della siccità e delle infinite patologie della vite, la domanda che sorge spontanea è sempre la stessa: “Vignaioli, che ve lo fa fare?!?”.
Eppure, se amo il mondo del vino è anche per questa passione tanto incosciente quanto consapevole che alcuni vignaioli mettono nel loro lavoro ed in ogni singola bottiglia prodotta. E' questo il caso di Walter Revelant, titolare della minuscola Cantina Micossi (poco più di 3ha), che continua imperterrito a coltivare i suoi vigneti impervi con attenzione e rispetto, al fine di produrre vini sinceri, senza fronzoli, ma in grado di stupire per la loro integrità espressiva.
Parlando con Walter trovo decine di spunti di riflessione, ma quello che mi colpisce è il calo produttivo del Ramandolo che non supera le 150.000 bottiglie l'anno totali e che vede gli ettari di Verduzzo atti alla sua produzione ridursi di annata in annata.
I motivi principali di questo calo sono due: l'alta età media dei viticoltori di questa zona che solo in pochi casi vantano una prole che voglia portare avanti la tradizione del Ramandolo restando a lavorare in questa terra queste terre; il calo della richiesta dei vini “dolci” sia in Italia che nel mondo.
Per fortuna, però, ci sono aziende importanti con giovani figli e figlie che si stanno adoperando per seguire le orme dei padri, continuando a produrre e promuovere il Ramandolo. Lo stesso Walter confida nel figlio, enologo - in un'altra più "nota e grande" cantina -, per il futuro della sua realtà.
vigneti eroici ramandolo
Di certo queste problematiche non rendono semplice portare avanti un'azienda in una zona che non ha altri cavalli sui quali puntare e che ha costi di produzione altissimi in confronto ad altri areali anche degli stessi Colli Orientali del Friuli.
Eppure, sarò il solito sognatore, ma io credo fortemente in questo vino e nella possibilità di farlo tornare ad essere una rarità capace di incuriosire e di stupire gli appassionati e gli addetti ai lavori italiani e stranieri, vuoi per la qualità raggiunta da gran parte dei produttori della denominazione, vuoi per la bellezza di questi luoghi, cosa non da poco ai fini della comunicazione di un territorio, oggi.
Quello che un tempo era chiamato l'oro del Friuli è prodotto in un areale davvero vocato, dove il Verduzzo friulano, coltivato in un anfiteatro, su vigneti in colline per lo più terrazzate, tra i comuni di Nimis e Tarcento, può esprimersi al meglio.
A proteggere i vigneti dai freddi venti di tramontana ci pensa il Monte Bernadia, che oltre a fare da frangivento riflette il calore del sole mitigando un clima fresco, ma non eccessivamente freddo.

"…dagli aspri monti degradando si scende in verdi colli piantati di vigna che fanno preciosi vini dorati et dolci" Cit. Cornelio Frangipane - 1564 

I vigneti sono quasi tutti esposti a sud, con altitudini che variano dai 250mslm ai 450mslm e i terreni marnosi sono poveri quanto basta per tradursi in rese basse ma di qualità. Le forti escursioni termiche garantiscono una buona acidità, capace di bilanciare vini con un alto residuo zuccherino rendendoli meno stucchevoli e – udite udite – da bere.
Walter è un uomo ripettoso, capace di ascoltare tanto la natura quanto le persone e nei suoi vini si percepisce un'artigianalità curiosa, competente che non proviene da un percorso di formazione accademico, bensì dall'esperienza.
Un'esperienza che non è solo ereditata da chi faceva vino prima di lui in queste terre, bensì da viaggi nelle più vocate e note zone del vino mondiali. Umili ed emozionanti i suoi racconti di viaggio dalla Mosella a Bordeaux passando per la Borgogna, dove anche solo l'opportunità di scambiare una bottiglia del suo Ramandolo con una delle bottiglie dei produttori del luogo per Walter rappresentava un sogno.
Il Ramandolo dell'azienda Micossi che Walter ha acquisito e gestisce con garbo e passione è un vino di grande equilibrio frutto di tanta sperimentazione riguardo l'appassimento, la vinificazione e l'affinamento. L'acidità del Verduzzo è enfatizzata dal terroir che ha insite in sè le peculiarità più adatte al tendere verticalmente le linee di questo dolce, ma equilibrato. Come già accennato poc'anzi ciò che rende, a mio modo di vedere, un vino “dolce” davvero bilanciato e la sua capacità di non risultare stucchevole e, soprattutto, la sua bevibilità – termine poco consono a questa tipologia di vini, ma che nel Ramandolo può trovare una degna dimora.
vini micossi cantina ramandolo
Un terroir, però, non può essere valutato da un solo vino, specie se il vino in questione è frutto di una tecnica “laboriosa” come quella dell'appassimento. E' per questo che ho chiesto a Walter di farmi assaggiare anche gli altri suoi vini fermi e secchi prodotti da uve Cabernet Franc, Refosco, Schioppettino, Franconia ed ovviamnte Verduzzo Friulano.
Se il filo conduttore degli assaggi è stata la netta e fine percezione di freschezza, tra tutti è stato lo Schioppettino – seppur non propriamente nella sua zona più rappresentativa – a stupirmi maggiormente.
schioppettino micossi
Uno Schioppettino di alta collina, scarico ed elegante nel calice, intrigante e profondo al naso, dal sorso fresco e dinamico con uno scheletro minerale che sorregge una struttura longilinea. Impressionante lo slancio che questo rosso che Walter quasi temeva di farmi assaggiare, preoccupato di potenziali, solo apparentemente "scomodi", paragoni.

Al ritorno da questa suggestiva e vocatissima terra da un lato vorrei tanto credere in un rilancio dei vini dolci o comunque in un rinnovato interesse per il Ramandolo - che comunque è apprezzato e richiesto nel mondo, ma che ancora oggi, a mio parere è sottovalutato sia in termini strettamente organolettici che in termini economici -, ma dall'altro non posso che auspicare un interesse in senso lato per questo areale, per le sue ripide vigne e per i suoi eroici vignaioli, capaci di esprimere il territorio con grande equilibrio e rispetto, sia attraverso le interpretazioni classiche del Verduzzo che con eleganti vini rossi, molto attuali grazie alla loro freschezza ed alla profusa mineralità.

Questo è uno di quei casi in cui mi piacerebbe davvero che da una mia condivisione di sensazioni, impressioni ed esperienze dirette, nascesse la voglia di saltare in macchina ed andare a scoprire questo territorio e ad assaggiare il Ramandolo della Cantina Micossi, ma anche tutti quelli prodotti dagli altri vignaioli della zona. Sì, mi piacerebbe... perché sono territori, vini e persone come queste ad alimentare la mia passione enoica e a scongiurare ogni tipo di malumore o noia. Io da solo non posso di certo cambiare la vita di un produttore, le sorti di un vino ed ancor meno di un territorio, ma posso sperare di mettervi la pulce nell'orecchio e, magari, sarete voi a diventare i primi ambasciatori del Ramandolo!


F.S.R.

#WineIsSharing


martedì 14 novembre 2017

Vinoé, evento F.I.S.A.R. a Firenze - Tra assaggi e semplici considerazioni da wineblogger

Dopo aver preso parte alla “prima” non potevo mancare alla seconda edizione dell'evento più atteso dagli appassionati di vino di Firenze e non solo: Vinoé.
In una cornice perfetta come quella della Stazione Leopolda di Firenze la F.I.S.A.R. Ha dimostrato ancora una volta di saper organizzare al meglio un evento enoico di questa portata, con un aumento delle cantine presenti ed ancor più momenti di confronto per addetti ai lavori e winelovers, come degustazioni guidate e convegni su macro temi molti interessanti.
vinoè firenze evento vino
A prescindere dal contesto, sempre molto suggestivo e spazioso, vorrei complimentarmi con l'organizzazione per la scelta di dare a ciascun produttore un banco d'assaggio adeguatamente ampio nel quale gestire al meglio le degustazioni ed il confronto con gli avventori e per l'illuminazione di ogni postazione, capace di “mettere in luce” - letteralmente – ogni vino in maniera ineccepibili.
Ora, questi due dettagli potrebbero sembrare di poco conto, ma - sarà la mia una deformazione da wineblogger – mi capita sempre più spesso di partecipare ad eventi e degustazioni con banchi d'assaggio minuscoli e vini in penombra, cosa che oltre a rendere l'assaggio ed il confronto con il produttore molto difficoltosi impedisce di poter scattare una foto ad un'etichetta piuttosto che ad un calice di vino. Per tutti quelli che troveranno questo discorso superficiale – lo capisco – ci terrei a sottolineare quanto oggi sia importante per un produttore partecipare a questo tipo di eventi non solo per far assaggiare i propri vini o sperare di intercettare nuovi clienti, ma anche e soprattutto per avere una visibilità organica, data anche e soprattutto dalla possibilità di essere comunicati dagli stessi appassionati, tramite un post sui social, un commento su un blog o anche semplicemente mostrando uno scatto tenuto come promemoria nel proprio smartphone ad amici e potenziali clienti. Sin troppo spesso ci si fossilizza su un ritorno economico diretto prodotto dagli eventi enoici, quando – oggi – è importantissimo cercare di massimizzare il ritorno di immagine e comunicativo che si può ottenere ad un evento come Vinoé, senza alcuno sforzo, se non quello di veicolare al meglio le peculiarità dei propri vini e della propria realtà.
Non vorrei farla troppo lunga con “sta” storia delle foto, ma credo mettere i produttori nelle condizioni di poter mostrare al meglio i propri vini anche solo per le loro specifiche cromatiche nel calice, sia fondamentale e lo è ancor di più per me che tornando alla base mi diverto a condividere i miei assaggi e i miei incontri tramite i social network e questo wineblog. Quindi bravi agli organizzatori di Vinoè per questo dettaglio non indifferente.

Mi scuso per questa digressione comunicativa, ma è un pensiero condiviso durante l'evento con molti appassionati e “colleghi” e ci tenevo a riportarlo anche in questa sede.
Ora passiamo agli assaggi che mi hanno colpito di più in questa edizione di Vinoé:
migliori vini vinoè firenze
Metodo Classico Brut- Podere La Regola: 90% Gros Manseng e 10% Chardonnay, per un Metodo Classico atipico nella scelta del varietale principale, ma tipicamente elegante al naso, in cui i lieviti sono già ben integrati ad un profilo aromatico fresco, agrumato e a tratti balsamico. Il sorso è deciso e ben bilanciato, con una buona freschezza ed un finale lievemente minerale.

Mi Mo Ma Mu 2015 – Terre di Macerato: un'Albana che fa l'Albana! Si dice spesso che l'Albana sia una sorta di rosso travestito da bianco e spingendone la macerazione sulle bucce come ha fatto Franco Dalmonte, ovvero vinificandola in rosso, ci si rende conto di quanto quell'affermazione sia concreta e veritiera. Una struttura imponente ed un tannino ben presente vengono bilanciati da un sorso longilineo dal finale salino. Un vino che alcuni considererebbero estremo, ma che a me sembra solo estremamente buono!

Le Barrosche 2016 Ravenna IGT - Costa Archi: un bianco da uve Montù, il primo che ho modo di assaggiare, non lo nego. Il naso si diverte a giocare con il frutto ed il fiore senza eccedere in maturità, ma con una buona concretezza. Il sorso è dinamico, con un buon bilanciamento fra struttura e freschezza. Un vino che si lascia bere, senza tanti fronzoli e che conclude con un lieve finale tannico come a voler mostrare la stoffa di questa uva, che prende il nome dalla sua predisposizioni alla quantità ma che in realtà, in questo caso, si dimostra capace di prodigarsi in un'ottima qualità.

Campo della Pieve Vernaccia di San Gimignano 2015 – Il Colombaio di Santa Chiara: che luce che ha questa Vernaccia! Un vino che a primo naso ti catapulta in primavera, con una profusa freschezza floreale resa per nulla banale dallo sfondo minerale, a tratti marino. In bocca si apre per poi allungarsi verticalmente fino ad arrivare ad un finale salino che manda il sorso in loop.

Le Tese Umbria IGT 2015 – Romanelli: un altro macerato, tanto per dimostrare che nella reale omologazione di massa che c'è stata con il “boom” italiano delle macerazioni spinte con ogni sorta di varietale, spesso poco adatto a questo tipo di vinificazione, c'è anche qualcosa di molto buono! Prima nota di merito è, senza ombra di dubbio, il fatto è che il Trebbiano Spoletino c'è e si sente! Sorso pieno, ma spinto fino in fondo da un'ondata di freschezza e mineralità tipiche di questo grande vitigno umbro. Un'interpretazione rischiosa, ma ben riuscita.

Fosso di Corsano Colli di Luni 2016 – Terenzuola: eccola qui la lama che cercavo per tagliare in due il logorio della vita moderna! Una folata d'estate in quel contesto autunnale, con una beva che non manca di nulla, piena quanto basta per permettere alla freschezza di non perdersi in un sorso esile, bensì di farsi strada lentamente dal calice all'ultima papilla gustativa che ho nel cavo orale. La forza tanto armonica quanto dirompente di un'onda.

Lacrime del Bricco Derthona Timorasso 2015 – Vigneti Boveri Giacomo: un Timorasso di grande identità, comparato con altri prodotti su terreni differenti e ad altitudini diverse, questo è quello che mi ha stupito per equilibrio fra componente fresca e corpo e tra mineralità sapidità e lunghezza. Il naso è divertente e solare ed il sorso inerziale. Ottimo vino anche in prospettiva.

Vigna Cavarchione 2014 Chianti Classico – Istine: annata difficile che continua a stupirmi, specie nelle interpretazioni più eleganti del Sangiovese come questo “cru” di Istine, che regala finezza al naso e linearità al sorso, con una buona spina dorsale minerale. Un vino che non lesina struttura, nonostante la 2014 sia da considerarsi un'annata più esile, e che che manifesta una gran bella dinamica capace di renderne la beva disinvolta e davvero piacevole. Vorrei ritrovarne una bottiglia in cantina tra 4 o 5 anni, ma so già che la stapperei prima!

Volubile Langhe Nebbiolo 2016 – La Carlina: del Nebbiolo “giovane” spesso si accusa un tannino eccessivamente presente e si tende a considerarlo prematuro, ma sto assaggiando diverse interpretazioni della 2016 in grado di integrare alla materia del corpo la trama tannica e la componente acido/minerale, creando equilibri divertenti ed apprezzabili pur mantenendo una forte predisposizione all'affinamento in vetro. Questo Volubile non è da meno, con un naso intrigante che sfocia in un sorso dalla buona freschezza ed un tannino ben smussato – seppur, ovviamente, presente.
Un nitido esempio di come anche il Nebbiolo possa essere apprezzato anche in gioventù.

Vigna Laura 2014 - Tenuta Benedetta: avevo già avuto modo di assaggiare i vini di questa piccola nuova azienda dell'Etna in “anteprima” qualche mese fa ed in particolare dell'unicum rappresentato dal loro sangiovese in purezza, ma a colpirmi in questa occasione è stato il loro IGP (presto vi spiegherò perché non è ancora un Etna Doc) da assemblaggio classico di Nerello Mascalese (80%) e Nerello Cappuccio (20%). Un vino che al naso ammalia con la vitalità del frutto e la mineralità del vulcano ed in bocca conferma una buona struttura, una texture tannica ben integrata ed una buona acidità, a delineare un profilo elegante ed un sorso slanciato e profondo.

Migliarina Rossese di Dolceacqua 2014 – Roberto Rondelli: Un vitigno prezioso, coltivato con rispetto e sapienza in un terreno che definire vocato renderebbe solo in parte l'idea. Il Migliarina si conferma essere, anche in questa “strana” 2014, il Rossese nella sua espressione più longilinea, dinamica e congruente con ciò che, oggi, cerco in questo ed in molti altri vini. E' palese che abbia bisogno di bottiglia, ma la stoffa c'è e si percepisce tutta! Davvero un grande vino (presentato in anteprima – ancora non sul mercato).

Ventisei Pinot Nero IGT 2014– Az. Agr. Il Rio: se c'è un Pinot Nero capace di posizionarsi nel “posto giusto” questo è il Ventisei de Il Rio. Perché dico questo? Perché esistono pochi Pinot Nero in Italia davvero validi e, tra quei pochi, in molti cercano di scomodare paragoni importanti e, spesso, improponibili. Questo è un vino che esprime grande umiltà e consapevolezza, rinunciando ad improbabili paragoni ed enfatizzando, piuttosto, la propria espressione territoriale e l'interpretazione del vignaiolo. Più che descriverlo, vi confiderò un “segreto”: di tutti i vini assaggiati a Vinoé questo è quello che mi sono tenuto nel calice anche una volta lasciato lo stand ed ho continuato a sorseggiarlo chiacchierando con degli amici, ritrovandomi a rimetterci il naso continuamente ed a berlo con una facilità disarmante. Se lo scopo del vino è essere apprezzato e bevuto... missione compiuta!

Brunello di Montalcino 2012 – Fattoi: in un'annata, forse, sopravvalutata, Fattoi resta una sicurezza nello stile e nella coerenza materica che contraddistingue i vini di questa realà. E' un vino potente, ma capace di non sfociare in stucchevoli e spiacevoli “cotture” e di mantenere un sorso ben slanciato grazie ad una freschezza integrata al meglio con la struttura possente. Un vino lungo e di grande profondità, che non pone limiti al proprio potenziale evolutivo.

Barolo Aculei 2013 - La Biòca: è il vino che da inizio ad una nuova era aziendale, in quanto si tratta della mia raccolta e la prima vinificazione di uve da Barolo di proprietà de La Biòca. Un assemblaggio di diverse vigne che ha dato modo al produttore di "divertirsi" con i tagli, andando a ricercare una complementarietà fra le varie peculiarità dei singoli vigneti in termini di terreno ed esposizione. C'è struttura e c'è una buona acidità, il tannino non risulta eccessivamente aggressivo, per un sorso già equilibrato, ma che non potrà rifinire la sua eleganza con qualche annetto di bottiglia.

Titolo Aglianico del Vulture 2015 - Elena Fucci: sono sempre molto curioso di assaggiare le nuove annate di vini che seguo da un po' come il Titolo di Elena Fucci. Questa 2015 mi ha colpito molto, in confronto alle annate assaggiate in passato, in quanto ho percepito una grande predisposizione all'eleganza, nonostante la consueta forza ed il calore di questo vino pieno ed avvolgente. Il sorso è asciutto e il tannino dell'Aglianico è ben smussato, seppur giustamente presente. E' la spina dorsale acida a renderlo così vivo oggi ed in prospettiva. Probabilmente - vedremo cosa diranno i prossimi assaggi - l'annata più in linea con il mio gusto da quando assaggio questo vino.

Nel complesso, Vinoé si conferma, a distanza di un anno dalla sua prima edizione, un evento ben organizzato e nel quale è possibile, ancora, trovare qualche chicca enoica non troppo mainstream. Questo è molto importante per me, ma ormai anche per un appassionato qualsiasi che non può non rendersi conto di quanto "gira e rigira" molte manifestazioni enoiche presentino le stesse aziende da anni. Confido che per Vinoé la strada sia sempre di più quella della ricerca e del ricambio di anno in anno.

F.S.R.
#WineIsSharing

Elenco blog personale