sabato 28 gennaio 2017

Il Nebbiolo in Umbria? Chiedetelo a Moreno Peccia della Cantina La Spina

Altro viaggio altra storia da raccontare e questa ha tutto ciò che un winelover incallito brami sin dalla prima visita in cantina, sprovveduto e curioso com'ero.
Siamo ad un tiro di schioppo da Perugia, a Marsciano per l'esattezza, dove sorge imponente e lussuosa... naaa... sorge intima ed umile la Cantina La Spina del grande produttore pluripremiato... naaa di nuovo... del grande uomo di Vino e di Vita Moreno Peccia.
Un incontro casuale, avvenuto, come spesso accade, grazia ad una sorta di congiunzione astrale indotta dall'invito della cara amica Eleonora Spadolini (sempre preziosa con i suoi consigli) e resa possibile dalla mia vicinanza, in quel periodo, alla zona alla zona. Casuale, ma assolutamente non banale! A partire da quello che credo sia il motivo primario per il quale un winelover, oltre all'ottima qualità dei vini de La Spina, dovrebbe essere trainato da quel potentissimo 4x4 che è la curiosità, ovvero il Nebbiolo.
cantina la spina umbria
Nebbiolo in Umbria?!? Molti di voi penseranno “Ah Savé, ma che stai a dì?!?” e non vi biasimerei se lo pensaste, ma sappiate che c'è un bel po' di Langa qui in Umbria.
"Da dati documentati, infatti, il Nebbiolo, insieme alla Barbera ed il Dolcetto, sono arrivati dopo l'unità d'Italia in Umbria e prevalentemente proprio nella zona del perugino in cui si trova la Cantina La Spina. Una buona fetta dell'Umbria era sotto lo Stato Pontificio e quelle terre vennero dismesse ed acquisite da famiglie borghesi e benestanti. Necessitando di una profonda ristrutturazione dal punto di vista agronomico/reddituale, vennero chiamati in aiuto persone con competenze specifiche (Agronomi), con funzioni di Fattore. Diversi provenivano dal Piemonte, i quali si portarono ''in dote'' - tra le altre cose - anche le loro viti. Tant'è che anche la forma di allevamento era prettamente langarola (e non vite maritata come da tradizione Umbra). Ci sono testimonianze diffuse in particolare nell'Eugubino, anche se, a dirla tutta, là era il dolcetto a farla da padrone. Non distante dalla Cantina di Moreno c'è un'Azienda storica (Fasola) che disponeva di vigneti di nebbiolo fino ad una decina d'anni fa. Agli inizi degli anni '70, quando le competenze in agricoltura vennero trasferite da Roma alle neonate Regioni, il Piemonte evocò l'esclusività della coltivazione del Nebbiolo, estendendola alla sola Sardegna (per motivi storici per via del Regno di Savoia)."
Moreno Peccia, però, non è uno di quelli che si diano per vinti e ha portato la sua testimonianza fino in Regione, dove è stata recentemente acquisita e validata a tal punto dall'aver autorizzato nuovamente la coltivazione del Nebbiolo in Umbria dal 2015.

Potrei star qui a parlarvi della conduzione in vigna e dell'approccio di cantina, ma vi basti sapere che Moreno ha come principio primo quello che per me è il principio primo in senso lato della vita e della viticoltura, ovvero il RISPETTO!
Preferirei dirvi due cose su quest'uomo, non di certo un personaggio, che merita di essere conosciuto in quanto dotato di grande forza d'animo, acume e sensibilità, nonché una passione sfrenata per il fare vino e per il conoscerlo senza mai sentirsene padroni.
Moreno è uno di quei vignaioli – ce ne sono molti in Italia per fortuna da un lato e purtroppo dall'altro – che non vivono di vino, ma continuano a fare un altro lavoro per poter portare avanti la Cantina, ma quando il vino chiama non c'è niente da fare, puoi razionalizzare tempi ed entrare, ma alla fine ti assorbe e ti tira dentro sempre di più. E' per questo che Moreno, invece di mollare la viticoltura godendosi il suo posto fisso, ha ridotto il suo orario di lavoro, rinunciando ad una bella fetta di stipendio, per potersi dedicare in maniera più accorta e costante al suo sogno.
Sentirlo parlare dei suoi vini è un'esperienza che ricordo con grande piacere, per la sincera umiltà profusa, ma al contempo per la ferrea convinzione di avere a disposizione un insieme di fattori che confluiscono nel, forse, abusato – non in questo caso – termine Terroir, unici ed in grado di dar vita a vini di grande identità ed in particolare ad un Nebbiolo sorprendente.
vini cantina la spina
Tra i vini assaggiati, però, partirei dal Filare Maiore, Trebbiano Spoletino, il bianco del passato che rappresenta il presente ed il futuro dell'Umbria bianchista, con un'attitudine a rientrare nei canoni di “bellezza enoica” del nuovo millenio, pressoché disarmante, vantando in ogni sua interpretazione, specie in quella di Moreno, spettro aromatico armonico, profonda freschezza, sapida mineralità e, soprattutto, un notevole, seppur ancora parzialmente inesplorato, potenziale d'invecchiamento.

Eccovi, dopo un avvio auspicabile, ma non scontato, alla prima sorpresa, di quelle che al solo udirle potrebbero far storcere il naso ai puristi e preoccupare gli enofighetti, ma che a me fanno solo venire una gran voglia di assaggiare! Il Rosso Spina, blend di Montepulciano e Nebbiolo... no, non avete letto male! Montepulciano e Nebbiolo! Un meltin'pot improbabile penserete e non nego di averlo pensato anch'io per un istante, ma come sempre, poi, è il calice a parlare, e l'armonia percepita sin dal primo naso conferma che tutto in questa terra ed in questa cantina ha un senso e nulla è fatto per caso.
Due vitigni che si completano a vicenda, con forza, succo, tannino ed eleganza, il tutto attraversato da una vena acida di grande freschezza, che spinge il sorso e prolunga le linee prospettiche senza porre limite alle aspettative in termini di longevità.
L'assaggio è stato più che esaustivo e vedeva susseguirsi l'annata attualmente in commercio, ovvero la 2014, ed una vecchia annata, la 2005. Interessante la dinamica che vede gli equilibri passare da due cuori che battono all'unisono, pur mantenendo la propria identità separata, ad una solo anima, intrisa del meglio di ambo i varietali, ma nella quale è l'eleganza del Nebbiolo tracciare i contorni di un'area più che nitida di luminosa eleganza.
Prima di arrivare all'ultimo assaggio, nonché la sorpresa nella sorpresa, ci tengo a sottolineare quando Moreno sia stato ospitale e sereno nel vedermi fare qualcosa che solitamente faccio solo con produttori che conosco da tempo, ovvero stappare qualche mia bottiglia da condividere per comparare o semplicemente avere un confronto a riguardo. Non nego che questa condivisione sia stata particolarmente sentita per me, in quanto volta ad unire con il Vino ed intorno al Vino due regioni cugine, martoriate dai tristi episodi degli ultimi mesi, ovvero le mie Marche e l'Umbria di Moreno. Due terre cugine, purtroppo unite sin troppo spesso da accadimenti funesti, ma che meriterebbero gli onori delle prime pagine per le proprie bellezze e per la propria ospitalità e non solo per questi cataclismi.

Scusate, ma il mio racconto sarebbe stato privato di una buona dose di colore, se non avessi fatto questa piccola digressione.

Tornando al Vino, eccoci arrivati all'ultima bottiglia stappata da Moreno, il Vino da tavola 2011 fatto per sé e per gli amici – e neanche tutti, a giudicare dalle pochissime bottiglie prodotte – senza denominazione, senza disciplinari da seguire, ma con un'idea da perseguire, quella che il Nebbiolo, in Umbria, possa dipingere un quadro fatto di pennellate forti, dritte, concrete, materiche ed al contempo eleganti, poetiche e degne delle più grandi espressioni di questo varietale.

Il Nebbiolo, un po' come il Pinot Noir, è una "bestia nera" per i vignaioli e non vanta di certo una facile adattabilità. Sono pochi i luoghi in cui dia il meglio di sè e se le Langhe sono la Borgogna del Nebbiolo, l'Umbria potrebbe essere l'outsider e magari puntare ad essere un piccola "Oregon", con tutte le differenze e le proporzioni del caso.
Il Vino che non t'aspetti, quello stappato da Moreno Peccia prima di congedarci, che alla cieca avrebbe spinto il senno proprio verso le Langhe, eppure, sorso dopo sorso, alla riconoscibilità del Nebbiolo in purezza, inizia ad aggiungersi un'identità territoriale ben definita, giocata tutta sull'estrazione e sulla mineralità.

Un mondo particolare quello in cui ci si viene catapultati entrando nella Cantina La Spina... un mondo nel quale non vedo l'ora di tornare per essere stupito ancora ed ancora da Moreno e dai vuoi vini ed a giudicare dall'assaggio da botte fatto appena prima di andarmene il Nebbiolo, qui, s'ha da fare! 😉

F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 25 gennaio 2017

Dove regna il Vino non regna il silenzio

Preparatevi alla mia "solita" manfrina sulla vita/e e sul vino... ormai lo sapete, questo è un diario aperto, il lucchetto non fa per me, quindi sentitevi libere/i di leggere i miei pensieri nella piena consapevolezza di aver di fronte parole obiettive, ma soggettive, di un curioso amante  del vino e della vita, che non passa un solo giorno senza porsi dei quesiti riguardo questi due argomenti, che condividono iniziale, numero di lettere e tanti tanti valori.
I temi di oggi? La tradizione, l'anacronismo e la comunicazione.
Si parla tanto di tradizione, di ritorno al passato e nel Vino questa tendenza sembra coincidere con un maggior appeal, con un fascino senza tempo che, però, potrebbe, a mio parere, risultare fuorviante ed ancor più deviato all'origine.
Io sono molto legato al passato, ai ricordi, ad alcune rituali tradizioni, ma non dimentichiamo che la tradizione non deve per forza di cose incarnare il passato in tutto e per tutto... la tradizione è stata presente, magari persino innovazione, ai suoi albori. Viviamo in un'era in cui sarebbe così facile fungere da esempio e trasformare il presente in tradizione per il futuro, che mi sembra assurdo continuare a parlare di cose fatte "alla maniera di", "come lo faceva mio/a nonno/a" - tra l'altro mio nonno il Vino non sapeva neanche farlo e mia nonna in cucina è ancora oggi una frana! - , "come vuole la tradizione", senza riflettere sul fatto che, magari, certe cose venissero fatte in quei determinati modi per l'assenza di conoscenze, competenze e mezzi tali da poter fare diversamente. Ecco perché tutto ciò che che sfoci nel concetto di sostenibilità non potrà mai prescindere da una consapevolezza odierna, contemporanea e da un approccio analitico e mai casuale ed anacronistico. Credo che si possa arrivare a fare tanto e bene con maggior rispetto, attenzione e competenza... le possibilità, oggi, le abbiamo e su più fronti. Non parlo solo di Vino! Se solo non andassimo avanti di stereotipi e preconcetti e ci mettessimo in testa che noi stessi potremmo essere da esempio e dare il via a nuove futuribili tradizioni, lasceremmo un segno più marcato del nostro passaggio su questa Terra. Continuiamo a portare avanti le nostre tradizioni, mai dimenticarle, ma non temiamo di migliorarle, di renderle più "nostre". Che male c'è?! Pantarei!
Il mio pensiero non vuole essere una critica diretta a qualcuno in particolare e comprendo che le dinamiche del marketing ed alcune convinzioni radicate nella cultura della Terra e del Vino, possano spingere verso un modo di porsi e di presentare il proprio lavoro - perché fare Vino è un lavoro ed appena posso non manco di ribadirlo, dato che qualcuno che sta dalla mia stessa parte, spesso sembra dimenticarsene - che coincida con descrizioni ideologiche, allegoriche, spesso, banali e poco coerenti con ciò che effettivamente rappresenti il frutto del lavoro di un vignaiolo e di un produttore. Forse, sarebbe il caso di lasciar parlare di più il Vino stesso e di imparare a raccontare il proprio territorio, le annate, il proprio terroir in senso lato ed in senso stretto, senza scadere in pseudo-filosofie che lasciano il tempo che trovano. Il Vino è materia viva, ma concreta, in continuo divenire, ma presumibilmente stabile, è carburante per l'irrazionalità dei sogni, ma al contempo frutto di sapere scientifico ed approccio pragmatico... continuare a vederlo come qualcosa che non è, spogliandolo da un lato di ragione e ragionevolezza e dall'altro di quella giusta dose di emozione e suggestione non serve, ma neanche esasperare uno dei suoi due emisferi.

Rischierò di sembrare ripetitivo - e lo sono! - ma l'equilibrio è tutto, tanto in vigna ed in cantina, quanto nel comunicare ciò che si fa. Mi piacerebbe tanto leggere di confronti costruttivi e meno categoricamente improduttivi, fra vignaioli e produttori che operino in modo differente, che abbiano stili e concezioni enoiche diverse,  senza facili diatribe e critiche gratuite.
Questo articolo scaturisce dalla mia insofferenza nel vedere produttori italiani che si critichino a vicenda sui social, "talebani" (così si fanno chiamare) del vino "naturale" che invece di creare le basi per una crescita comune, tramite un costruttivo confronto, sanno solo dare addosso a tutto e tutti senza poi così tanti argomenti da mettere sul tavolo... nasce dalla convinzione di vivere in un periodo storico-sociale-tecnologico tale da avere i mezzi per stimolare, anche nei più giovani, la passione ed ancor più la cultura enoica. Il Vino non è mai stato così facile da comunicare, ma anche per questo non è mai stato così difficile per un winelover districarsi nel mare magnum del "world wine web". Mi rendo conto, io per primo, che siamo solo all'1% del potenziale che potremmo avere tutti, comunicatori e produttori per far conoscere territori, realtà produttive e vini in maniera più democratica, ma non per questo lacunosa o deviata, senza fossilizzarci su guerre intestine e faziosità poco sensate, bensì facendo il massimo per crescere tutti da un lato verso una viticoltura più sostenibile e rispettosa e dall'altra puntano dritti ad una comunicazione più "bio", se così la si possa definire, in cui vigano obiettività ed onestà intellettuale circa qualità ed informazione ed espressa attitudine all'emozionalità ed ai valori umani e professionali nel raccontare territori e vignaioli.

Forse sono solo un inguaribile sognatore, ma credo davvero che il Vino possa essere di tutti e che possa dismettere questi panni da elitario ed esclusivo argomento, come se tutti possano berlo, ma solo in pochissimi possano apprezzarlo e conoscerlo. Perchè?!

E come diceva mio nonno... "Il cuore è come il vino: ha il fiore a galla!"
Ops... ci sono cascato anch'io! 😊

F.S.R.
#WineIsSharing

martedì 24 gennaio 2017

Le Anteprime del Vino in Toscana a febbraio 2017

Febbraio è il mese del winelover in Toscana ed anche quest'anno avranno luogo le anteprime delle principali denominazioni del cuore enoico d'Italia.
Eccovi uno per uno date, orari ed info riguardo le anteprime 2017 in Toscana:
Eventi Vino Toscana 2017 Anteprime
Anteprime dei Consorzi:
Morellino di Scansano, Montecucco, Vini Cortona, Vini di Carmignano, Valdarno di Sopra Doc, Bianco di Pitigliano e Sovana, Colline Lucchesi, Maremma Doc.
Firenze, Fortezza da Basso – Pad. Cavaniglia
Sabato 11 febbraio 2017, Firenze
09:30 – 18:00 Anteprime dei seguenti Consorzi: Morellino di Scansano, Montecucco, Maremma Toscana, Cortona, Carmignano, Valdarno di Sopra Doc, Bianco di Pitigliano e Sovana, Colline Lucchesi, Orcia, Val di Cornia, Isola d’Elba.
10:00 “Vini e territori toscani: la percezione all'estero” - Conferenza stampa/ Workshop
13:00 – 14:30 Light Lunch
15:00 "Alla scoperta delle denominazioni toscane" - Degustazione guidata

Anteprima Chianti
Domenica 12 febbraio 2017, Firenze
9:30 – 19:00 Anteprima Chianti
Degustazione nuove annate in uscita nel 2017
12:00 – 14:00 Light Lunch
19:00 – 21:30 Cena

Chianti Classico Collection
Il Gallo Nero presenta le sue nuove annate in una collezione unica al mondo
Firenze - Stazione Leopolda V.le F.lli Rosselli, 5 (Porta al Prato)
Lunedì 13, martedì 14 febbraio 2017
Lunedì 13 febbraio
09:30 – 18:00 Chianti Classico Collection: Degustazione riservata alla stampa con servizio sommelier, in contemporanea Degustazione riservata a stampa e operatori con la presenza dei produttori
12:30 Light lunch
20:00 Cena con i produttori
Martedì 14 febbraio
9:30 – 18:00 Chianti Classico Collection: Degustazione riservata alla stampa con servizio sommelier
12:00 Saluti del Presidente
13:00 Light lunch
16:30 Partenza per il territorio della Vernaccia di San Gimignano
17:30 Arrivo dei giornalisti negli Hotel di San Gimignano
18:30 Conferenza stampa del Presidente del Consorzio Letizia Cesani, presso Teatro dei Leggieri (piazza del Duomo, San Gimignano)
20:00 Cena di benvenuto

Anteprima Vernaccia di San Gimignano
San Gimignano, Museo di Arte Moderna e Contemporanea De Grada – Via Folgore 11
Mercoledì 15 febbraio 2017
09:00 – 15:30 Presentazione annata 2016 e 2015 RiservaAnteprima Vernaccia di San Gimignano.
12:30 Buffet Lunch
16:00 Partenza per il territorio del Vino Nobile di Montepulciano
18:00 Arrivo e sistemazione nelle strutture di Montepulciano
19:00 Trasferimento dalla propria struttura alla Fortezza di Montepulciano
19:30 Cena di Benvenuto presso la Fortezza
22:30 Piazza Grande, navetta a disposizione per raggiungere i propri alloggi

Anteprima del Vino Nobile
Montepulciano, Fortezza di Montepulciano
Giovedì 16 febbraio 2017
09:30 - 16:30 Anteprima Vino Nobile di Montepulciano. Presentazione ultime annate in commercio.
08:30 Trasferimento dalla propria struttura alla Fortezza di Montepulciano
09:30 Inizio degustazione comparativa delle nuove annate di Vino Nobile
10:30 Presentazione annata 2016 e a seguire talk show: la Sostenibilità nel Nobile di Montepulciano
09:30 – 16:00 I produttori al tavolo presentano Vino Nobile di Montepulciano 2014 e Riserva 2013
13:00 – 14:00 Buffet con prodotti tipici locali
14:30 Degustazione annate storiche: 50 anni di Nobile di Montepulciano (Posti limitati)
16:30 Visite e cene presso le aziende (riceverete l'elenco degli eventi organizzati)
21:00 Chiesa di S. Agnese - Trasferimento in pullman a Montalcino.

Benvenuto Brunello 2017
Montalcino, Chiostro Museo di Montalcino, Via Ricasoli 31
ORARIO 17-20 febbraio:
Ven 17 febbraio: ore 9,30- 17,00 (solo stampa accreditata)
Sab 18 febbraio: ore 9,30- 17,00
Dom 19 febbraio: ore 10,00-18,00
Lun 20 febbraio: ore 10,00-18,00


Venerdì 17 e sabato 18 febbraio 2017
17 FEBBRAIO (Stampa)
Ore 09:30 – 17:00 Benvenuto Brunello
I produttori presentano:
  • Brunello di Montalcino annata 2012
  • Brunello di Montalcino riserva 2011
  • Rosso di Montalcino annata 2015
  • Moscadello di Montalcino
  • Sant’Antimo
Ore 13:00 Buffet lunch
Ore 20:00 Cena di Gala

18 FEBBRAIO
Ore 09:30 – 17:00 Benvenuto Brunello
I produttori presentano:
  • Brunello di Montalcino annata 2012
  • Brunello di Montalcino riserva 2011
  • Rosso di Montalcino annata 2015
  • Moscadello di Montalcino
  • Sant’Antimo
Ore 11,00 Assegnazione dei Premi Leccio d’Oro 2017
Presentazione della vendemmia 2016
Presentazione e posa della formella celebrativa della vendemmia 2016
Ore 13:00 Buffet Lunch

Io quest'anno parteciperò sicuramente a Chianti Classico Collection, Anteprima del Vino Nobile di Montepulciano e Benvenuto Brunello a Montalcino. Ci si becca in giro!😉


 F.S.R.
#WineIsSharing

Live Wine 2017 - Salone del Vino Artigianale a Milano

Per tutti gli amanti del vino il mese di febbraio sarà denso di appuntamenti da non perdere, tra anteprime ed eventi enoici
Tra gli eventi enoici più orientati alla sostenibilità in cantina e vigna ed al vino artigianale, quello che negli ultimi anni ho apprezzato di più è sicuramente il Live Wine di Milano, sia per le dinamiche di assaggio, che per la possibilità di avere un confronto diretto con i vignaioli - ben selezionati - italiani e non solo. In un contesto ampio, luminoso e dinamico, con grande rispetto ed apertura ci si può confrontare con un filone che non vuole essere "talebano", bensì mostrarsi per ciò che è e per ciò che sa e può dare nel bicchiere.

Eccovi il comunicato stampa dell'organizzazione del Live Wine.

Torna a Milano il Salone Internazionale del Vino Artigianale

live wine milano
Sabato 18 e Domenica 19 febbraio torna l’evento più importante dell’anno dedicato alle migliori produzioni vitivinicole artigianali. Giunto alla sua terza edizione, il Salone ospita circa 150 cantine provenienti da tutta Italia e dall’estero, che presentano i loro vini a un pubblico di privati e operatori nella splendida cornice del Palazzo del Ghiaccio di Milano.
Le cantine selezionate sono aziende di piccole e medie dimensioni che praticano un’agricoltura sostenibile e che in fase di vinificazione preferiscono non utilizzare additivi enologici in modo da ottenere un vino che esprima al massimo il territorio, l’annata e il lavoro dell’uomo. Una filosofia non interventista oggi sempre più condivisa e presente nelle migliori carte dei vini del mondo.
Durante LIVE WINE 2017 è inoltre possibile partecipare agli incontri e alle degustazioni a tema guidate da Samuel Cogliati, l’editore e divulgatore italo-francese responsabile degli approfondimenti del Salone fin dal suo esordio. Da non perdere le serate LIVE WINE NIGHT. Venerdì 17 e sabato 18 nelle enoteche, ristoranti e altri luoghi selezionati della città si può approfondire la conoscenza dei vini e dei territori in compagnia dei vignaioli presenti.
pic glass wine
La lista delle cantine presenti e il programma delle serate LIVE WINE NIGHT sono consultabili da gennaio sul sito www.livewine.it. Le degustazioni guidate da Samuel Cogliati sono a numero chiuso e prenotabili online circa un mese prima dell’evento.
Durante la manifestazione i visitatori hanno la possibilità di acquistare le bottiglie direttamente dai produttori.
L’evento è realizzato con il sostegno dell’Associazione Italiana Sommelier Lombardia e della storica manifestazione “Vini di Vignaioli” di Fornovo.
Nasce inoltre quest’anno una collaborazione con ARTE SELLA, il magnifico museo a cielo aperto nell’omonima Val di Sella in Trentino, che espone solo opere realizzate con materiali naturali. ARTE SELLA è oggi uno dei progetti culturali più importanti d’Italia e per l’occasione espone al centro della sala degustazioni un’opera dedicata alla pianta della vite.

LIVE WINE 2017
Palazzo del Ghiaccio - Via G.B. Piranesi, 14 – Milano
Sabato 18 febbraio, dalle 10.00 alle 20.00
Domenica 19 febbraio, dalle 10.00 alle 19.00

I Riesling di J.J. Prüm - Vini di terroir in Mosella

Durante il mio ultimo viaggio in Mosella, c'è una visita che mi ha colpito particolarmente, per intensità, suggestione ed espressività territoriale. Parlo della visita presso la residenza storica, con annessa cantina, di Joh. Jos. Prüm.
Un stato un vero e proprio tuffo nella storia del Riesling di Mosella.

Qui si fa vino da oltre quattrocento anni si fa vino, con parte dei vigneti a piede franco, posti nelle migliori esposizioni e radicati nei più vocati terreni dell'intero areale. Spicca fra tutti cru Wehlener Sonnenuhr, che prende il nome dalla Meridiana che un fratello del trisnonno dell’attuale proprietario collocò in questo terreno nel 1842. Ad accoglierci Katharina, la figlia di Manfred Prüm, impeccabile padrona di casa, che ama palesemente l'Italia e non ha lesinato sorrisi, che hanno illuminato un ambiente di grande pathos teatrale, tanta è la suggestione che si prova nel degustare un sala come quella. Tra i "segreti" di J.J. Prum la conduzione sostenibile delle vigne, l'attesa della giusta surmaturazione (qui si inizia a vendemmiare quando molti degli altri produttori hanno ormai terminato la raccolta), rese molto contenute, fermentazioni spontanee in acciaio a bassissime temperature, che si protraggono anche fino a gennaio. Niente legno!
Ad arricchire, ulteriormente, di fascino questa realtà è l'alone di mistero legato alla cantina, ovvero ai locali di vinificazione che si trovano sotto alla residenza, nei quali ad oggi, sembra, solo pochissime persone al mondo siano entrate e purtroppo io non sono tra quelle, ma non si può avere tutto dalla vita e direi che gli assaggi hanno ampiamente sopperito a questa mancanza.

Gli assaggi sono stati tanti, ma ciò che meraviglia è la grande costanza nel tempo coerentemente ad un'identità espressiva di ciascun "cru". Ogni vigneto porta con se delle lineari e percettibili peculiarità, mai confuse, mai distorte, sempre nitide e pure, tanto nei vini giovani quanto nelle annate vecchie. Ineccepibile armonia e persistenza ai limiti del plausibile per alcuni assaggi.
Una degustazione, quella fatta da J. J. Prüm, che ha evidenziato come nessun'altra, le diverse espressioni dei diversi cru in annate parallele, spicca l'ultimo assaggio, un 
Un grande step nella conoscenza del Riesling di Mosella.

F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 23 gennaio 2017

Cantina Di Filippo - Un modello di viticoltura sostenibile, biologica e biodinamica

Sono appena rientrato da uno dei miei giretti dentro ed intorno al vino, che mi ha portato alla "corte" - nell'accezione più agricola del termine - di Roberto Di Filippo, proprietario dell'Azienda Agraria Di Filippo.
Roberto per me è da qualche anno un riferimento, un esempio ed uno di quei viticoltori che trascendono il sempre più strumentalizzato distinguo fra "produttore" e "vignaiolo".
Roberto è un agricoltore, un allevatore, un uomo che gestisce una vera azienda agricola a 360°, dove tutto è in interconnesso ed ogni fattore contribuisce alla qualità ed alla sostenibilità dell'intera produzione, Vino in primis.
Cantina Di Filippo Roberto
Roberto Di Filippo fa agricoltura Biologica e Biodinamica sì, ma non di quella fumosa e poco attendibile professata da qualche fantomatico guru che imbottiglia storie e fandonie piuttosto che il frutto di un lavoro serio e rispettoso della Natura e di chi beve.
Roberto lavora le sue vigne con dei maestosi cavalli ed oggi l'ho visto rattristarsi in modo sincero e viscerale vedendo una delle sue cavalle soffrire di un grave problema alle zampe. Cavalli per lavorare in vigna, oche libere di scorrazzare nel vigneto mangiando botaniche coltivate ad hoc per dar loro un naturale nutrimento che si trasformerà in concime, bio che più bio non si può!
Tutto questo, però, non è fatto per metterlo in una brochure o per postare qualche foto sui social - quello semmai lo faccio io! - e non è frutto di lampi di genio basati su convinzioni che di concreto hanno ben poco. Ogni scelta, ogni azione, ogni componente dell'azienda Di Filippo è ponderata e seguita con grande senso critico ed attenzione maniacale, con il supporto di importanti università e di ricercatori che diano risposte scientifiche e pratiche a concetti che già di per sé potrebbero essere giusti per la loro sostenibilità. Fare vino, però, è un lavoro e noi ce lo dimentichiamo sin troppo spesso o, forse, facciamo finta di dimenticarlo. Il percorso intrapreso da Roberto è quello dell'Agriforestry (o agroforestry), un approccio simbiotico alla viticoltura ed all'allevamento, nel quale le due attività agricole interagiscono con il fine ultimo della qualità e della sostenibilità etica, ecologica ed economica.
Tutto questo, infatti, ha un senso se e solo se, alla fine dei giochi, in bottiglia finiscano vini puliti, apprezzabili e di grande identità di terroir. Io, personalmente, ho riassaggiato oggi i vini di Roberto dopo più di un anno e devo ammettere che sin dagli assaggi da vasca e da botte la sensazione sia quella di un'ulteriore step qualitativo, in particolar modo con il Trebbiano Spoletino, passato ormai da una curiosità di nicchia ad una certezza dell'Umbria bianchista.
Sugli scudi il Grechetto Sassi d'Arenaria 2015 di grande varietalità, fresco più di quanto in genere sappia essere questo vitigno e minerale, come il calcare dei terreni dai quali proviene.
Conferme irremovibili dal Montefalco Rosso e dal Sagrantino che vengono interpretate entrambi in due versioni:
Montefalco Rosso 2014: una beva più pronta, di facile approccio, indotta dal solo acciaio che enfatizza l'apertura aromatica ed una freschezza davvero profonda. Ottimo equilibrio dell'uvaggio fra Sangiovese (60%), Barbera (30%) e Sagrantino (10%).
Montefalco Rosso Sallustio 2013: un anno di più, stesso uvaggio, più complessità rispetto al primo, ma capace di mantenere una freschezza ancora lineare ed un frutto bello, integro ed assolutamente non infastidito dal legno (grande), dal quale prende solo una leggera speziatura terziaria che si amalgama al meglio con quella naturale del Sangiovese. Fa pensare ad una buona prospettiva evolutiva. Il lato intrigante del Montefalco Rosso.
Etnico Montefalco Sagrantino docg 2012: come nel Montefalco Rosso anche in questa versione riscontro più immediatezza, meno fronzoli e voli pindarici. Un vino schietto e di grande concretezza, che fa della sua maggior approcciabilità non un mero sinonimo di "facilità", bensì di levigatura tannica, rara con quello che è in assoluto il varietale più tannico al mondo. Un Sagrantino che si lascia bere oggi, senza troppi impacci. Non male, data l'"etnia"!
Montefalco Sagrantino docg 2012: ecco il cavallo di razza, il Sagrantino nella sua possenza tannica e nella sua appassionata struttura. Bello il dialogo fra parti dure e morbide, fra frutto e dinamica del sorso, fra cenere e luce. Un vino che oggi ti lascia intravedere il suo potenziale, te lo lascia fra i denti e sul palato. Lui è lì, vuole essere aspettato ed a certe bottiglie va concesso e lo si fa con grande piacere, in attesa di evolute emozioni. Si può ancora fare tradizione, nella consapevolezza e con la lungimiranza di voler trasformare le scelte presenti nelle tradizioni del futuro e Roberto Di Filippo in questo è maestro.
Molto bilanciati e da bere con inerzia anche i due vini dolci, la Vernaccia di Cannara ed il Sagrantino Passito, che non lasciano scampo e vengono apprezzati anche da chi non ami particolarmente il "genere".
Interessanti i risultati ottenuti con i "senza solfiti" che, specie nel Grechetto, esprimono un percorso di ricerca orientato a ridurre la chimica, non solo in vigna, ma anche in cantina, step by step e senza rinunciare alla godibilità del vino. Proprio in quest'ottica ho chiesto a Roberto cosa ci voglia secondo lui per fare un vino "naturale" e lui, con la sua proverbiale concretezza, mi ha risposto: "molta più attenzione, competenza tecnica e pulizia che nel fare Vino convenzionale, perché è il calice a parlare e se un vino non è a posto non è a posto!".
Inutile chiosare con altre mie considerazioni, credo la sua frase dica molto su quanto siano importanti competenza e consapevolezza al fine di produrre un vino veramente rispettoso a 360°.
Questo viaggio, come e più di altri, ha confermato che un Vino "pulito fuori e pulito dentro" sia possibile e che non si possano prescindere tecnica ed esperienza per produrlo.

F.S.R.
#WineIsSharing

venerdì 20 gennaio 2017

Il Pinot Noix di Daniel Twardowski - Un sorprendente Pinot Noir in Mosella

Come accennato nel precedente articolo il mio viaggio in Mosella aveva una “core mission” particolare e così intrigrante da far passare in secondo piano, almeno per qualche ora quelli che sono unanimamente considerati i più grandi Riesling al mondo. Parlo dell'incontro con Daniel Twardowski e con il suo Pinot Noix.
pinot noix vino
Daniel Twardowski è un giovane produttore, arrivato in Mosella con un sogno tanto visionario quanto lungimirante e ponderato, date le specifiche del territorio e del varietale di cui stiamo parlando.
Nel 2006, infatti, Daniel, che lavorava già da tempo nel mondo del commercio di vini di pregio, sentì forte il richiamo della terra ed aiutato dal destino e da una serie di fortuite e fortunose coincidenze riuscì ad acquisire 3ha di vigneti in Mosella, a Neumagen-Dhron.
Il suo sogno? Quello di produrre un Pinot Noir della Mosella in grado di competere con i suoi amati e più blasonati Pinot Noir della Borgogna.
Vigneti con pendenze tali che lavorarli è un po' come fare un gran premio della montagna al giro d'Italia in Graziella, condotti secondo i principi dell'agricoltura biologica, cercando di tutelare la vitalità del terreno e la salubrità delle uve. Solo le migliori barbatelle di Pinot Nero da cloni francesi delle migliori selezioni borgognone, con una parte delle vecchie viti (oltre 40 anni) di Riesling presenti nei vigneti acquisiti innestate a Pinot Noir, in modo da non espiantare piante così vecchie e radicate.
daniel twardowski pinot noir mosel
E' qui che nasce il Pinot Noix, un vino che deve il nome al suggestivo agire degli uccelli che prendono le noci nate sugli alberi presenti in fondo ai vigneti, per poi lasciarle cadere sul terreno di ardesia blu, così dura da romperne il guscio. Un gesto che coniuga al meglio natura ed intelligenza, spontaneità e tecnica, pulsione e ragione, proprio come l'agire del vignaiolo, del produttore che grazie alla sua competenza tecnica ed all'esperienza empirica, con grande rispetto, produce il suo vino.
noci vino vigna pinot noix
E proprio come i corvi avranno fatto qualche test prima di comprendere come aprire le noci con l'ausilio del terreno, è solo dopo alcune vendemmie sperimentali che il Pinot Noix è pronto a finire nei calici degli appassionati di tutto il mondo, a testimonianza della ricerca della qualità e della massima espressione del terroir da parte di Daniel Twardowski.
Una cantina vecchio stile, minimale, in cui la moderna tecnica è limitata al minimo indispensabile per produrre vini puliti e stabili ed in cui la tradizionale consapevolezza unita alle capacità termoregolatrici di un ambiente tanto suggestivo quanto utile alla lenta e coerente maturazione dei vini in legno da origine alle condizioni perfette per produrre un grande vino di terroir.
L'idea è quella di utilizzare alcune fra le migliori barrique di rovere francese, per più del 90% usate, con, dove i vini sosteranno tra i 14 a 18 mesi. Percentuale simile per quanto riguarda la proporzione fra mosto fiore e pressato, il tutto mirato alla realizzazione di una cuvée che nascerà solo dalle migliori botti, nell'ottica di un equilibrio il quanto più armonico possibile, in coerenza con l'espressione del territorio, del varietale e dell'annata.
della produzione Dopo l'imbottigliamento senza filtri i vini sono conservati almeno tra i più anni in bottiglia prima che diventi disponibile per il mercato.
Oggi i 3ha di Pinot Noir, dai quali nasce il Pinot Noix, solo ed unico vino dell'azienda, non sono ancora entrati nella loro piena produttività, ma nelle prossime due vendemmie ci si aspetta una piccola crescita delle rese, irrisorie, che oggi non superano i 30 quintali per ettaro, cosa che nelle buone annate, al massimo, porterà ad una produzione di poco superiore alle precedenti.
Le annate che ho avuto modo di assaggiare sono 2011, 2012, 2013, oltre ad una serie di interessanti assaggi da botte delle nuove annate (2015 e 2016) ed un excursus nelle prime sperimentazioni, molto utile per valutare l'effettiva evoluzione delle viti e dell'approccio del produttore stesso, che dimostra di aver ascoltato e compreso il frutto delle sue piante, nei suoi vigneti, in rispondenza a ciascuna annata. La sensibilità, in questo caso, è fondamentale, dato che ci troviamo di fronte ad un vino che non ha riferimenti comparativi in quella specifica zona, quanto meno, non con queste aspettative.
degustazione pinot noir borgogna
Pinot Noix 2011 – Daniel Twardowski: parliamo dell'annata con la quale Daniel ha iniziato ad intravedere il reale potenziale delle sue irte vigne di Pinot Nero. Naso complesso, ed elegante, stile che si protende verso la Borgogna, ma mantiene una componente di grande identità territoriale, quella mineralità sapida, marina che si interseca alla freschezza spingendo il sorso in fondo. Legno ben integrato e nel complesso un buon potenziale evolutivo. Un passo avanti verso l'obiettivo, un passo avanti verso la Mosella come territorio ideale per il Pinot Noir.

Pinot Noix 2012 - Daniel Twardowski: più educato, cortese, sapiente. Un vino saggio, figlio di un'annata buona, ma di certo non ottima, eppure capace di un abbrivio fresco-minerale che anche in questo caso verticalizza il sorso. Già godibile, ma da attendere per comprenderne quanto questa sinfonia ad un tempo lieve e mai greve sappia farsi concerto a più tempi, evoluto e complesso.

Pinot Noix 2013 - Daniel Twardowski: l'annata con cui, sin dal primo naso, sono entrato in empatia, tanto da apprezzarlo in cantina e da ritrovarlo alla cieca la sera in degustazione, nel primo giro di olfazioni - non picchiatemi, avevo terminato i sinonimi! -, quando ancora degli altri non avevo compreso alcunché. Quando capita, se capita, di entrare in tale sintonia con un vino non puoi che goderne ed apprezzarne la miriade di sfaccettature con trasporto e sensibilità, senza mancare di obiettività. Se nelle precedenti annata freschezza e mineralità si intrecciavano rincorrendosi, qui si fondono in un solido pilastro, ma non pensate al cemento armato, bensì ad un materiale ultraleggero o ancor meglio ad un pilastro fatto di mani che si stringono, di sguardi che si incrociano, di sorrisi che si scambiano; un pilastro di espressioni di gioia e di bontà d'animo, di gentilezza e leggerezza, ma anche di indissolubile legame e di grande compattezza. 
Legno così ben integrato da risultare pressoché impercettibile nell'economia dell'assaggio, se non nell'azione di levigatura attuata sul tannino. Il più equilibrato dei tre, pur essendo il più giovane. Grande assaggio... che per me, ha steso molta Borgogna!

In conclusione, credo che volare in Mosella per assaggiare un Pinot Noir di questo livello e di queste prospettive sia una di quelle cose in grado di alimentare il fuoco sacro della passione enoica come poche altre sanno fare. Ad oggi, di certo non ho un bagaglio di comparazione tale da potermi sbilanciare come e quanto potrei farlo per un grande Sangiovese o un grande Verdicchio, ma sta di fatto che i vini di Daniel hanno dimostrato grande riconducibilità territoriale ed una spiccata personalità, legata a doppio filo alle sue vigne ed alle scelte agronomiche e enologiche rispettose fatte dal produttore. Se la Mosella dovesse mai cercare un riferimento, un traino, un precursore che veicoli le potenzialità di questo territorio, non solo per i Riesling, ma anche e soprattutto per il Pinot Noir, Daniel Twardowski sta dimostrando di annata in annata di essere un candidato ideale per questo ruolo.
Cosa ancor più importante, sarà distribuito anche in Italia, quindi accessibile e fruibile anche per i winelovers nostrani.


F.S.R.
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giovedì 19 gennaio 2017

Il Piccolo Principe ed il Vino

Mettetevi comodi, oggi il viaggio sarà diverso dal solito o, forse, non poi così tanto!
Nei giorni scorsi mi è successa una di quelle cose – com'è che le chiamano?! Ah, si! Coincidenze... - che ti lasciano per un attimo interdetto, per poi strapparti un sorriso sincero, di quelli che vorresti ogni giorno ti regalasse. Riordinando gli scatoloni del trasloco mi sono ritrovato in mano un libro, il primo libro della mia vita, purtroppo una ristampa e non l'originale che è andato perduto ormai tanti anni orsono. Un libro che mia madre mi regalò e mi lesse più e più volte, prima di portarne via con sé gran parte del ricordo. Solo dopo pochi minuti o forse poche ore, dall'essermi ritrovato in mano quella leggera, cartacea, polverosa, eppur luminosa espressione ed interpretazione dell'animo umano, noto un film di animazione dedicato proprio a quel piccolo grande libro.
Parlo de “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry, capolavoro senza tempo, che mi piace pensare abbia segnato l'infanzia di molti di voi, quanto abbia segnato la mia.
“Ma questo non è un Wine Blog?”, “Quando si parla di Vino?” - Non preoccupatevi, è proprio di Vino che parleremo, ma in modo diverso da solito.

In questo libro, lo scrittore ha cercato di enfatizzare in modo creativo ma al contempo coerente, la negatività di alcuni comportamenti dell'uomo, indotti dalla propria posizione lavorativa, dal proprio ego, dalla propria condizione sociale e dalla propria solitudine. Lo fa, tramutando il racconto in un'esortazione a non lasciar mai che l'essere sia sopraffatto dall'avere e dal fare imposto da dinamiche esterne alla nostra reale volontà, incapaci di produrre gioia sincera e pura serenità. Il mondo del Vino non è forse un esempio di quanto l'uomo possa contrapporre la passione, la vitalità, la voglia di esprimere il proprio amore per la natura, quasi quanto quello che il Piccolo Principe provasse per la sua Rosa? Non è un mondo, un “asteroide” in cui, oltre all'avaro Re, al vile uomo d'affare, al depresso bevitore ed al lampionaio produttore industriale, si possano trovare animi ancora spinti da idee, valori e capacità creative che, se razionalizzate, imporrebbero la rinuncia a molti dei vignaioli e dei produttori che conosco.
assaggiatore vino
Un mondo, quello del Vino, senza certezza alcuna, fatto di viaggi, di voli pindarici, di rischi e di scommesse, ma anche di tanta gioia racchiusa in piccole cose.
E, mi piace pensare, che ogni Vino, per noi, possa essere come la pecora disegnata all'inizio del cammino del protagonista, dall'aviatore, nel Deserto del Sahara, ovvero una scatola, nella quale ognuno di noi possa vedere, sentire e percepire l'assaggio a modo proprio, perché per quanto, noi "eno-scrivacchini" potremmo mai provare a imbrigliare un'emozione in obiettivi, ma soggettivi, descrittori, consapevoli della facilità di indurre in altri un aroma, un sapore, un pregio o un difetto, nessun assaggio sarà mai identico per due individui differenti. E non è forse questa la meraviglia del vino? Non è forse la diversità, l'empatia che ognuno crei con territori, vignaioli ed i loro vini che rende tutto questo mai noioso, mai stancante, mai vicino ad un'imposizione, ad un dittatoriale “progetto di vita”?

Io, ho iniziato il mio viaggio nel mondo del Vino partendo da un asteroide in cui ero stato costretto a lasciare qualcosa di infinitamente importante, la mia serenità, i miei ricordi, la mia vita. Ho iniziato a girare, vagare, girovagare e conoscere, vivere, assaggiando, parlando, confrontandomi di giorno in giorno, con una sete infinita di conoscenza, ma senza mai lasciare che essa sopraffacesse la gioia di vivere quei momenti in libertà. Il Vino può e sa insegnare tolleranza, comprensione e pazienza, ci invita ad attendere prima di dare un giudizio, a comprendere le dinamiche che si celino dietro ad una bottiglia, a distinguere errori voluti da difetti tollerabili, a stimolare la nostra sensibilità tramite l'utilizzo di ogni senso, senza prescindere dal cuore.

Perché “l'essenziale è invisibile agli occhi” e per quanto un Vino possa essere guardato, testato, scisso in fattori analitici, tanto importanti quanto, spesso, poco utili al fine dell'individuale impressione di un assaggio, ciò che resterà sempre e solo di una grande bottiglia, in ognuno di noi, non saranno i numeri, bensì quel piccolo grande conio di emozioni che avrà i connotati dell'unicità, in quanto il cliché utilizzato per stamparlo è nostro e solo nostro, un cuore che non è solo scrigno, ma anche matrice.
l'essenziale è invisibile agli occhi
Il Vino, ci offre spunti e, purtroppo, è terreno di caccia per qualche leone da tastiera, per qualche critico ad oltranza ed è soggetto che presta il fianco a facili diatribe, eppure ci insegna a vivere in armonia con gli altri e con noi stessi, al fine di migliorarci e crescere veramente, tentando di recuperare il contatto con le cose davvero significative, con i valori più profondi.
Il Vino, come “Il Piccolo Principe” ha la dote della sintesi emozionale, capace di rendere semplice e nitido ciò che è complesso ed arduo per sua natura.
Ci spinge a manifestare il nostro amore, a non celare le nostre pulsioni ed apre le porte a tutti, senza distinzioni.
Ma sa anche ricordarci quanto sappia essere aspra, dura ed incert la vita, di annata in annata, aumentando la nostra esperienza, la nostra consapevolezza, ma senza mai indurirci.
Ci spinge a metterci in gioco, sia che si produca sia che si assaggi, con gli occhi di un bambino, sempre pronto a stupirsi ancora... ed ancora. Perché è la ricerca dello stupore che ci spinge a coltivare questa passione e non certo quella della perfezione o della ragione.

Magari, tutto questo, è solo indotto da un mio personale e potentissimo ricordo e magari la sinestesia che mi indurrà, da oggi, a ritrovare in un calice appena tirato fuori da un cartone, non più solo un motivo per cambiarlo al fine di non inficiare la degustazione, ma il ricordo dell'odore di queste pagine, tornate a ricordare la gonna plissettata di una ballerina al vento mentre le sfoglio, sarà qualcosa di mio e mio soltanto... o forse, qualche emozione, per quanto personale, potremmo condividerla io e te, che stai leggendo e proverai qualcosa di così simile a ciò che ho provato e, forse, proverò io.
Il Vino è la mia rosa ed anche grazie a questo libro, probabilmente, ho compreso sin da subito che racchiuderlo sotto una campana di vetro non fosse giusto. Perché ogni vino è e può essere il nostro Vino, ma l'ultima cosa che vorrei sarebbe indurvi a pensarla come me, ad amare luoghi, persone e bottiglie nell'eguale mia misura... ciò che faccio è condividere emozioni e spingervi a provarne di vostre e ben venga se un vino, un produttore, un territorio di cui io abbia scritto vi abbia portati a trovare la vostra rosa. Una rosa che una volta amata, vi aprirà gli occhi su un mondo pieno di rose da ammirare, scoprire, conoscere ed amare. Non lasciate che qualcuno addomestichi il vostro gusto ed ancor meno i vostri pensieri.

F.S.R.
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martedì 17 gennaio 2017

Fra i più seguiti Wine Bloggers ed Influencers al mondo anche nel 2017 secondo Socialvignerons.com

Un piccolo passo per wineblogroll.com un grande passo per me!
Sono lieto di condividere con voi la segnalazione di questo Wine Blog e della mia figura di WineBlog e dei miei profili social tra i più influenti nel mondo del Vino globale, secondo il noto portale socialvignerons.com di Julien Miquel.
Qui trovate la classifica completa:

Il parametro di valutazione, come dice giustamente l'autore della classifica, vanta un algoritmo difficile da comprendere, che mira a dare dei punteggi in base alla popolarità, all'attività ed all'interazione sui principali social networks. Si tratta del Klout Score, ad oggi, comunque il miglior criterio di valutazione per un influencer di una determinata categoria, quindi anche per i wine influencers ed i wine bloggers.
Non nascondo un velato rammarico nell'esser stato valutato proprio nella settimana in cui il mio viaggio in Mosella mi ha tenuto distante dai social (prima di partire vantavo un punteggio di 77 Klout Score che mi avrebbe visto ben più in alto), ma questo conta ben poco, in quanto Julien avrebbe potuto stilare la classifica anche in momenti di punteggio peggiore del mio attuale 74, che mi vede 21°  (a parimerito con la vignaiola Marilena Barbera e qualche posizione dietro al Sommelier e Wine Blogger Andrea Gori, confermando, seppur con posizioni diverse, i 3 italiani dello scorso anno), tra grandissimi nomi che rispetto ed apprezzo da anni e che meritano, sicuramente, più di me la loro posizione ed il ruolo di influencer a livello globale.
Classifica Top Wine Influencers e Bloggers al mondo
top wine bloggers influencers
Importante per me è stata l'implementazione del mio profilo instagram, nel quale interagisco in più lingue con - attualmente - quasi 40.000 followers, oltre all'incremento importante delle visite al wineblog e del seguito su facebook (tutte i like e le visualizzazioni sono organiche). Purtroppo, ancora oggi, non trovo Twitter uno strumento adatto al mio modo di esprimere pensieri e condivisioni e questo è molto penalizzante, ma farò del mio meglio per crescere ancora un pochino l'anno prossimo. Questo non tanto per la mera classifica, ma per avere la possibilità di una maggior interazione con winelovers italiani e di tutto il mondo, fondamentale per una continua crescita personale e per dare un ulteriore contributo alla comunicazione del Vino italiano non solo entro i nostri confini. Ci tengo a precisare, inoltre, che classifica non tiene conto delle visite al blog, in quanto focalizzata solo sull'influenza e l'interazione sui social networks.
Comunque, credo, non smetterà mai di farmi uno strano effetto vedere il mio nome fra dei mostri sacri e dei grandi wine bloggers ed influencers che io stesso seguo tutt'ora, come il primo tra loro followers. 
Tutto questo non sarebbe possibile senza di voi winelovers e senza i produttori ed i vignaioli che ogni anno mi aprono le porte delle proprie cantine, camminano con me fra le loro vigne e richiedono il mio umile parere sul frutto della loro terra e del loro lavoro.

Grazie di cuore!


F.S.R.
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lunedì 16 gennaio 2017

Borgogna "vs" Mosella - Degustazione di Pinot Noir in terra di Riesling

Al mio rientro da questo fantastico weekend in Mosella, con escursioni liquide in Borgogna, mi preme dire un paio di cose...
Innanzi tutto, per quanto possa sembrare strano, il motivo principale del mio viaggio in terra di Riesling era un Pinot Nero... un Pinot Noir di un giovane produttore che ha voluto dimostrare le potenzialità di questo varietale in Mosella.
In secondo luogo, vorrei ammettere che in questo viaggio ho assaggiato vini che, con buone probabilità, non mi capiterà più molte volte di riassaggiare ed in alcuni casi potrei non incontrare mai nuovamente. Vini di grande levatura, che qualcuno ha definito "miti", ed altri "grandi etichette" disquisendo sul loro valore economico. In realtà, l'obiettivo di questo viaggio, oltre alla scoperta di cantine che hanno fatto grande la Mosella ed il suo Riesling, come J.J. Prüm, Dr Loosen e Egon Müller - alle quali dedicherò uno dei miei racconti di viaggio - era proprio quello di comprendere quanto un "nuovo" produttore potesse avvicinarsi al "mito", purché il mito si spogli del suo vestito ornato di storia, di fascino e di connotazioni esterne alle dinamiche del semplice assaggio.
pinot noir borgogna e mosella
E non celo la mia gioia nell'aver constatato che, almeno per il mio palato, per la mia concezione di vino e per le mie obiettive, ma soggettive, sensazioni sia stato così. Perché il Pinot Noix di Daniel Twardowski - di cui vi parlerò ampiamente nel mio prossimo articolo, ma cito per stuzzicare la vostra curiosità - ha tenuto ampiamente testa a molti dei più noti Chateau borognoni. Alcuni nomi? Domaine de la Romanée-Conti, Domaine Armand Rousseau, Domaine Coche Dury, con i loro Echezeaux 2011 e Corton 2013 (DRC), Clos St. Jacques 2011, Chambertin e Clos de Beze 2013 (Rousseau) e Mersault 2013 (Coche Dury). Annate importanti, con la 2013 considerata in Borgogna una grande annata che si sta dimostrando tale di assaggio in assaggio. Lotta impari per il neonato Pinot Noix - anche dell'origine del suo nome vi parlerò nel prossimo articolo - o forse, no?! A quanto pare le tre annate inserite in degustazione, ovvero 2011, 2012 e 2013, si sono comportate più che bene sia per quanto riguarda le valutazioni tecniche che per un fattore, a me ancor più caro, ovvero l'identità e la riconoscibilità. Io, personalmente ho intuito due sui tre vini, compresa l'annata, degustati non prima della mattina stessa, in cantina. Ciò che è stato disarmante, a mio parere, è stata la grande territorialità ottenuta dal Pinot Noix in pochi sole tre annate, con un'ottima integrazione del legno, grande armonia, salina mineralità ed una freschezza che fa ben sperare in ottica di longevità, pur vantando una maggior prontezza degli immortali borgognoni, per quanto, pare che sia proprio la Mosella ad essere la terra degli "highlanders enoici" per eccellenza, con i suoi Riesling, quindi vedremo cos'accadra con il Pinot Noix.
Sia chiaro, alcuni miti sono riusciti a mostrare e dimostrare, se mai ce ne fosse bisogno, la loro grandezza a prescindere dai condizionamenti e quei miti rendono tutto ancor più interessante ed intrigante, non solo per chi assaggia ma anche per chi il vino lo fa o vuole farlo. Confermando che la bendata disfida non fosse stata congegnata ad hoc e che la Mosella si dimostri più che adatta alla coltivazione di Pinot Noir e per la realizzazione di grandi vini prodotti con "la bestia nera" di tutti i vignaioli.
Detto questo, negli scorsi giorni qualche amico, vedendo le foto dei vini che ho avuto modo di assaggiare e condividere con il resto del gruppo, mi ha chiesto ironicamente "ma tu non eri quello che aveva come mission quello degli assaggi non scontati?" "Quello delle piccole cantine italiane?"... a quell'amico ho risposto che io sono quello delle emozioni, dell'equilibrio e della curiosità innata, niente di più e niente di meno di molti winelovers italiani o stranieri, ma che amo mettere la mia esperienza ed il mio palato in gioco, proprio per poter comprendere meglio il vino italiano, che ho tanto a cuore e che continuerò ad assaggiare ogni giorno, eccezion fatta per questo tipo di rare ed apprezzatissime digressioni. Sono quello che non ha pregiudizi riguardo questo o l'altro produttore e che prima di parlar male o di denigrare vuole avere le idee chiare ed il bello, quando si parla di vino, è che l'unico modo per farsi un'idea più completa riguardo un territorio, una cantina, una storia sia assaggiare, assaggiare e assaggiare... non vi nego che non avrei mai avuto il budget per potermi permettere una serie di assaggi fatta di bottiglie rare e blasonate come quelle stappate in questo viaggio, ma sarei un ipocrita se dicessi che, almeno alcune di esse, avrei voluto poterle avere in cantina e vorrei poterle ritrovare ancora nel mio calice. Se non ho mai scritto di prezzi, di valori razionali e di questo tipo di dinamiche riduttive ed opinabili, nel mio wineblog e sui social, è semplicemente perché il vino, per me è e resterà sempre vino, ed ogni assaggio dal più economico al più "prezioso", a mio modo di vedere, va trattato allo stesso modo. Io ho sempre condiviso con voi i miei pareri tecnico-emozionali, le mie impressioni su territori, cantine, persone e vini, senza fare distinzioni di "razza" o "pedigree" e continuerò a farlo, con un bagaglio ancor più completo di elementi comparativi sia a livello gustativo che puramente emozionale, proprio grazie a questi grandissimi assaggi.
Questa degustazione ha visto cadere qualche mito dal piedistallo, altri hanno dimostrato quanto di vero e di imperituro ci sia dietro al loro rango.
Dall'altro lato c'è il Pinot Noix, che non fa che confermare ciò che continuo a pensare da anni, ovvero che alcuni prezzi siano ingiustificati dalle peculiarità organolettiche e che ogni bottiglia al di sopra di una certa soglia di spesa porti con se un surplus di notorietà, storia e, perché no, marketing che ne rendano più appetibile il loro acquisto per chi ami investire il proprio denaro in questo modo... io, che ho avuto la fortuna di condividere questi assaggi con persone preparatissime, ma soprattutto appassionate tanto quanto me al vino per quel che è, a prescindere dal blasone, porterò con me un ricordo indelebile di un'occasione unica, in cui è accaduto di tutto, dalle conferme alle delusioni, dalle nuove scoperte alle rivalutazioni di opinioni passate.
Assaggiare, vivere, conoscere, condivide e confrontarsi sono gli unici modi per capire il vino nella sua così semplice e spontanea infinita complessità. Snobbare, invidiare, criticare con pregiudizi mal riposti non fa bene a chi ama il vino né al vino stesso.
Questo viaggio rappresenta un'emozionante esperienza per me, che no mancherò di ripetere qualora ce ne fosse l'occasione, ma da domani di nuovo in posta alla ricerca di realtà da scoprire e da raccontare, come mia abitudine, o di assaggi da confutare, in giro per l'Italia da un lato con l'asticella alzata un po' più in alto, ma dall'altro con la netta convinzione che anche noi possiamo fare grandissime cose, all'altezza se non superiori di questi grandi "miti", avendo l'ardore ed il coraggio di compararci ai riferimenti d'oltralpe e del resto del mondo, ma puntando su una via propria di espressività territoriale e di identità, proprio come sta facendo Daniel Twardowski con il suo Pinot Noix.

Un grazie di cuore a tutti i compagni di viaggio ed i miei più sinceri complimenti a Massimo Maccianti e Luca Martini per aver organizzato un grande momento di vita e di vino.
F.S.R.
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