lunedì 29 gennaio 2018

Il Raboso del Piave - Un grande vino interpretato al meglio dall'Az. Agr. Cecchetto

Torno a parlare di Veneto dopo qualche mese di assaggi e di visite che non hanno dato seguito a pubblicazioni su questo wineblog e lo faccio condividendo con voi qualche informazione e le mie impressioni su una realtà e su un varietale che meritano grande attenzione. Parlo dell'azienda Cecchetto e del suo grande legame con il Raboso del Piave.
Partiamo dall'inizio, perché quella della famiglia Cecchetto è una storia che affonda le radici nella tradizione della viticoltura veneta e nella produzione prima di uve e poi di vino.
Cantina Cecchetto Raboso Piave
L'avventura dei Cecchetto inizia quando, nel 1985, il padre Sante riesce ad acquistare il podere che coltivava, mentre il figlio Giorgio consegue il diploma di enologo presso la Scuola Enologica di Conegliano (Tv).
E' nel '90, però, che l'avventura in bottiglia della Az. Agr. Cecchetto vede scrivere il suo primo capitolo, con l’avvio ed il potenziamento dell’attività in proprio, culminata con la realizzazione di una nuova cantina.
Oggi l’azienda di circa un centinaio di ettari si sviluppa in tre sedi in provincia di Treviso: Tezze di Piave, la sede principale, Motta di Livenza e Cornuda, dove produce per lo più uve a bacca rossa (Carmenère, Cabernet Sauvignon, Merlot e Raboso Piave), ma anche Pinot Grigio, Manzoni Bianco e Glera.

La storia dell’Az. Agr. Giorgio Cecchetto si intreccia saldamente con quella della sua terra e del suo vitigno più importante, il Raboso del Piave, un vitigno difficile da domare ma capace di colpire con il suo carattere ruvido, spavaldo, a tratti scontroso. Pertanto la produzione e la maggior parte degli sforzi aziendali sono tesi alla valorizzazione di questo vino, il figlio prediletto. In questa cantina si possono assaggiare diverse prove, interpretazioni, versioni, esperimenti, discutere di legni, affinamenti, vendemmie, metodi di vinificazione, appassimenti riguardanti questo vitigno della provincia trevigiana tradizionalmente incline alla spigolosità e qui interpretato secondo uno stile più contemporaneo. Vini meno nervosi e smussati, ma di forte identità e mai omologati quelli che Giorgio Cecchetto è arrivato a produrre, con una consapevolezza tecnica importante e il doveroso rispetto per un varietale così intimamente connesso al territorio che storicamente lo ospita.
Nel 1994, quando tutti in queste terre passavano dal cemento o dalla vetroresina all’acciaio, l’azienda comprava botti in legno per affinare il Raboso che in quel momento nessuno voleva. Erano gli anni degli internazionali come Merlot, i Pinot, Cabernet Sauvignon, ecc… Mio padre mi disse: “invece di andare avanti come fanno tutti, torniamo indietro?” …è vero, ma bisogna fare qualche passo indietro per poterne fare molti di più in avanti.”

Il risultato è aver sdoganato il Raboso e averlo reso un vino capace di confrontarsi con i grandi vini italiani e non più il vino scontroso e privo di eleganza frutto di interpretazioni poco sensibili e consapevoli della naturale vocazione del varietale.

La volontà di preservare e enfatizzare il Raboso del Piave e le sue peculiarità si manifesta nelle ben quattro declinazioni prodotte dall'Az. Agr. Cecchetto: Raboso del Piave - Piave DOC, Gelsaia - Piave Malanotte DOCG, RP - Passito di Raboso; Rosa Bruna - Rosato di Raboso Metodo Classico.
Io personalmente ho avuto modo di assaggiare e apprezzare i seguenti vini prodotti dalla cantina dell'Az. Agr. Cecchetto:

Raboso del Piave Doc 2013 - 2009 - Az. Agr. Cecchetto: se nell'annata attualmente in commercio (2013) sono la freschezza naso-bocca e la vivacità di un tannino fitto e ben definito a dominare mostrando l'anima rock del Raboso è l'annata 2009 (inviatami alla cieca da Sara, la figlia di Giorgio anch'essa impegnata a tempo pieno in azienda) a stupirmi apertamente con la sua estrema eleganza e il tannino cesellato, con una sfumatura Soul intimista e sensuale. Un vino capace di mantenere viva la propria vena acida quanto basta per slanciare un sorso pieno e profondo, che si svolge con rara agilità e compostezza. Questa versione, figlia di una leggera surmaturazione e priva di un vero e proprio appassimento, risulta meno morbida del Malanotte e per questo meno democratica, ma più in linea con il mio palato. Questa è una di quelle bottiglie che fanno percepire da sole le potenzialità di un vitigno senza il timore di scomodare, alla cieca, paragoni importanti con vitigni ben più blasonati e conosciuti.
cecchetto raboso
Gelsaia - Piave Malanotte Docg 2013 – Az. Agr. Cecchetto: un vino nato nel 1994 come Riserva di una grande annata, in seguito, anche con l’appassimento di parte delle uve, ha rimesso in discussione l’interpretazione del tradizionale vino rosso trevigiano dal forte carattere, diventando il precursore della nuova DOCG Piave Malanotte. Ancora oggi è prodotto solo in annate consone a renderlo l'esponente di spicco di questa tipologia che contempla dal 15% al 30% di uve da appassimento in fruttaio. Il naso è inebriante con tonalità dolci e passite rinfrescate da folate balsamiche e speziate. Il sorso è ancora fresco, nonostante la buona componente glicerica. E' il tannino, anche in questo caso, ad apporre la firma del varietale e a portare in asse gli equilibri di un vino che gioca tutto sulla scommessa appassimento-dinamica. Rendere un vino così intenso anche agile alla beva non è semplice, ma questo Gelsaia si è comportato più che bene e sono certo che con qualche annetto di cantina l'armonia evolutiva acquisita lo renderà ancor più inerziale nel sorso.

In un areale in cui è il Prosecco a farla da padrone, è lodevole il lavoro della famiglia Cecchetto nel cercare di riportare in auge un vitigno legato a questo territorio da oltre 500 anni come il Raboso del Piave, mostrandone le potenzialità senza snaturarne l'identità.

Grazie a questa azienda ho iniziato una più approfondita ricerca sul Raboso e gli assaggi fatti sino ad ora mi hanno convinto molto. Per questo, credo che questo vitigno e i vini da esso prodotti merito una particolare attenzione da parte di noi appassionati.

F.R.S.
#WineIsSharing

sabato 27 gennaio 2018

La Fattoria Fibbiano - Radici antiche e vini contemporanei nelle Terre di Pisa

Il mio ennesimo tour attraverso la Toscana del vino mi ha portato in una località forse non conosciutissima, ma di grande suggestione e meritevole dell'attenzione di ogni wineblogger e winelover che si rispetti: Terricciola.
Siamo in provincia di Pisa, in una zona della quale vi avevo già mostrato un piccolo squarcio tempo fa attraverso la condivisione delle mie impressioni riguardo alcune cantine e che oggi ha rivendicato la sua DOC Terre di Pisa.
Quella che vi racconterò oggi è una giornata davvero intensa, passata fra vigne ed assaggi, alla scoperta di questa terra e di una realtà familiare davvero interessante.
Siamo alla Fattoria Fibbiano, alla quale è legata una storia non così comune, che parla di sogni, sacrifici, lungimiranza e soprattutto di famiglia.
La famiglia in questione è la famiglia Cantoni, formata da Giuseppe, Tiziana e i due figli Matteo e Nicola, lombardi di origine, ma toscani nel cuore.
cantina fibbiano terricciola
Fu nel 1997 che Giuseppe Cantoni, trasferitosi all'estero per una carriera nellindustria, decide di tornare in Italia e ritrovare le radici dei suoi avi, agricoltori da generazioni.
Giuseppe, insieme alla moglie Tiziana e ai due figli Matteo e Nicola, sceglie la Toscana e va alla ricerca di una tenuta.
Basta un passo sulla terra della Fattoria Fibbiano per innamorarsene e per decidere di far ripartire da lì la vita dell'intera famiglia, a contatto con la terra e le cose più pure, lontano dal caos e dalla routine della città.
Un'opera, quella avviata da Giuseppe con il supporto della moglie e dei due giovani figli Matteo e Nicola, che sin da subito non fu un mero investimento, bensì un percorso di recupero prima e di mantenimento poi dell'intero contesto naturale e paesaggistico che l'azienda agricola rappresentava in quel territorio. A quanti di noi, spesso, sfugge la bellezza del luogo in cui viviamo, per poi rendercene conto a pieno solo quando è qualcuno "che viene da fuori" a farcela notare con enfasi e meraviglia? E' proprio per questo che la famiglia Cantoni è diventata custode, non solo della propria azienda agricola, ma anche di quella fetta di territorio che, pur non essendo nativi del luogo, sentono come la propria casa.
Un destino quello di fare vino in questa terra ed ancor più in una fattoria dove la coltivazione della vite sembra essere presente da centinaia di anni e la produzione di vino, addirittura in bottiglia, avveniva già dai primi del '900, come testimoniano alcune etichette ritrovate in loco.
Eppure il rischio di perdere la memoria storica di questa terra era palese, in quanto lo stesso fattore consigliò alla famiglia, al momento dell'acquisto, di espiantare l'antico vigneto di più di 100 anni per impiantare nuove viti, più produttive e magari varietà internazionali, come dettavano i trend dell'epoca.
Pur non conoscendo, ancora, benissimo la realtà vitivinicola della zona Matteo e Nicola fecero tesoro di ciò che fu insegnato loro dal nonno “non abbandonare mai la strada vecchia per la nuova anche se apparentemente più corta”, in quanto in natura e quindi in agricoltura nulla accade ed è lì per caso, e tutto è unito da un sottile filo logico per cui se una determinata varietà cresce e prolifera da sempre in un dato territorio è perché esiste questo legame.

Fu proprio quel vigneto ultracentenario a far propendere la famiglia per l'acquisto della fattoria, per poi spingersi verso scelte produttive di certo controcorrente per l'epoca.

Da quelle piante, così diverse eppure così vicine, che convivono da anni in piena armonia conservando una salute e una vigoria rare, sono stati selezionati i cloni di Sangiovese, Canaiolo, Ciliegiolo, Colorino e S. Colombana propagati poi in quelli che oggi sono gli attuali 20ha ca. di vigneti.
Detto oggi, anno 2016 selezione clonale, sembra una cosa abbastanza normale -anzi forse anche un po' di moda -, ma nel lontano 1998 in Toscana, in questa zona, ancor più che in altre, le tendenze dettate da mercati e critica enoica erano quelle di espiantare vitigni autoctoni e reimpiantare alloctoni.   
Questa scelta non fu di certo facile, né tanto meno portò i vini di Fibbiano a essere apprezzati da quella stessa critica che propendeva per tutt'altro "genere enoico" e per una cifra stilistica filo-americana, che non sempre corrispondeva ad un'espressione sincera del territorio in senso lato e del terroir in senso stretto, ma vi basterà fare due chiacchiere con Matteo e Nicola per capire di che pasta siano fatti questi due fratelli. Due fratelli che si sono suddivisi i compiti sin dall'inizio del percorso aziendale, senza lasciar nulla al caso. Se Nicola, infatti, ha portato a termine gli studi di enologia al fine di occuparsi con senno e consapevolezza tecnica della cantina, Matteo è colui che gira il mondo per far conoscere l'azienda e coordina la comunicazione aziendale. Tutta la famiglia è coinvolta nella gestione di un'azienda agricola che ha mantenuto intatto il fascino dei tempi andati - per molti altri, ma non per Fibbiano! -, ma che oggi vanta, oltre al cuore vitivinicolo, una bellissima struttura agrituristica ed una produzione di ottimo olio evo. Quindi diciamo che il "da fare" non manca!
Se ho scelto di parlarvi di Fibbiano, però, non è solo per la bellezza del territorio e per la storia di una famiglia davvero speciale, ma è anche e soprattutto per l'unicum che questa azienda rappresenta sotto tanti aspetti e l'esempio lampante che ci sia sempre un'alternativa ai condizionamenti di massa di mercati e critica e che alla lunga ciò che vinca nel Vino possano ancora essere qualità e territorialità.
Sia chiaro, Nicola non si è fatto mancare passaggi sperimentali, per arrivare a prendere atto del fatto che, forse, per andare avanti bisognasse guardarsi indietro e non assecondare le mode. Partiti dal cemento, per poi tornare alla botti grandi di legno, fermentazioni, oggi, assistite solo con un normale controllo della temperatura, ma senza l'inoculo di lieviti selezionati, una gestione dei vari vitigni in purezza capace di esaltare ogni singolo terreno aziendale e ogni singola esposizione dei vigneti. Queste sono solo alcune delle scelte di cantina, ma nulla di tutto ciò darebbe risultati così importanti, senza un approccio altamente rispettoso e conservativo in vigna.

A Fibbiano la tradizione coincide con l'innovazione, in quanto in ogni gesto, in ogni decisione ed in ogni bottiglia di Vino prodotta vengono convogliati i principi del rispetto e della lungimiranza, che uniti alle doti del terroir hanno dato vita ad una produzione davvero interessante.
Un terroir che grazie alle particolari condizioni pedoclimatiche ed alla grande richezza di calcare attivo dei terreni dona ai Vini freschezza e mineralità, rendendoli approcciabili sin dall'imbottigliamento, pur palesando grande longevità.
I vini che ho avuto modo di assaggiare sono i seguenti: Fonte delle Donne (50% Vermentino e 50% Colombana), Sofia Rosé  (100% sangiovese da vinificazione in bianco - non da salasso), Le Pianette (70 % Sangiovese e 30% Colorino), Casalini Chianti Sup. (80% Sangiovese 20% Ciliegiolo), L’Aspetto (50% Sangiovese, 50% Canaiolo), Ceppatella (100% Sangiovese da vigna vecchia) e due assaggi extra un passito da uve Colombana - prodotto per lo più per "gli amici" -, ma davvero equilibrato e profondo e il Morfeo, un metodo classico bilanciato e dinamico che potrebbe farmi ricredere riguardo l'attitudine del Sangiovese alla spumantizzazione tradizionale.
fibbiano wines
Comunque, i vini sui quali mi piacerebbe soffermarmi sono i seguenti:
L'Aspetto 2012: un blend toscano dal quale scaturisce un Vino che parla di Fibbiano ed esprime a pieno il connubio fra il terroir e la volontà dei fratelli Cantoni di produrre Vini che non se la tirino affatto, ma al contempo capaci di una complessità intrigante e dipanabile nel giro di pochi istanti. Una complessità dal naso varietale sfumato di una sensuale speziatura naturale, spinta verso l'animo di chi assaggia da una fresca dinamicità sorretta da una contemporanea mineralità salina.
Il biglietto da visita aziendale che si mostra per ciò che è e mostra ciò che Fibbiano è: rispetto in vigna, semplicità consapevole in cantina, duttilità in bottiglia e personalità spiccata nel bicchiere.

Ceppatella 2001-2012: di questo Sangiovese prodotto con le uve dei vari cloni presenti da oltre 100 anni nella vigna vecchia della fattoria, il vero cuore pulsante dell'azienda, ho avuto modo di conoscere ed approfondire sfumature e potenzialità attraverso l'assaggio di varie annate, in una verticale storica sensibilmente emozionante. Emozionante perché aver modo di percorrere un cammino che vedeva da una parte un vigneto destinato all'espianto, che solo grazie a questa famiglia ha avuto modo di mettere a disposizione della cantina la propria esperienza ultracentenaria e dall'altra dei produttori agli albori della propria storia enoica. Cosa ho evinto da questa degustazione? Semplice... la voglia di una vigna vecchia, ma affatto stanca, che aveva solo bisogno di cura ed attenzione, di parlare di sé e del territorio che la ospita da anni, ma soprattutto la sensazione che quelle viti stiano come ricambiando queste premure risorgendo a nuova vita.
Se il Vino si fa, per lo più, in vigna è anche vero, però, che è indispensabile da parte dei vignaioli avere una forte e chiara consapevolezza riguardo ogni aspetto produttivo e posso assicurarvi che sono bastati pochi istanti per capire quanto Nicola sia oculato in ogni fase dalla vigna alla bottiglia.
Un Sangiovese puro, che attinge a delle note varietali autentiche, mai scontate, in cui la spezia e la linfa sembrano voler porre dei lievi accenti sulla maturità delle piante da un lato e sulla voglia di vivere e dare ancora ed ancora dall'altro. Tannini di connaturata esperienza, che non conoscono il concetto di eccesso, in quanto ormai saggi e pazienti.
Grandi assaggi, per un Vino che berrei volentieri a pochi mesi dall'imbottigliamento, ma in egual modo dimenticherei in cantina nel vero senso della parola, perché se me lo ricordassi difficilmente arriverebbe ad elevarsi per più di una manciata di anni.

La linea dei vini si completa di due referenze dalla beva slanciata e inerziale come il Fonte delle Donne, bianco territoriale prodotto con un 50 e 50 di Vermentino e Colombana, e il Sofia Rosato di Sangiovese tutto spinta e sapidità.

Una nota di merito ad entrambi i fratelli Cantoni ed a tutta la loro famiglia, mi sento di darla per il modo in cui stiano dando davvero anima e corpo in ogni sfaccettatura dell'azienda, dal lavoro nei campi all'accoglienza degli ospiti, passando per le dinamiche di cantina e la comunicazione di un intero territorio in Italia e, soprattutto, nel mondo.
Matteo è davvero un esempio di positività e propositività, doti manifestate in particolare nella voglia di creare continue e costruttive sinergie, senza egocentrismo e con la consapevolezza che l'unione non abbia mai fatto la forza come in questo momento!
Di Nicola posso solo dirvi che siamo stati molto di più in vigna che in cantina e questo la dice lunga sul perché io mi sia subito sentito in sintonia con i vini di Fibbiano e in empatia con questa famiglia del Vino.


Senza ombra di dubbio una realtà da scoprire e da continuare a seguire sia per la qualità dei propri vini che per la piacevolezza delle persone che vi accoglieranno in questo angolo di Toscana tutto da scoprire, come da scoprire sono tutti i vini della nuova Doc Terre di Pisa della quale Fibbiano fa parte.

F.S.R.
#WineIsSharing

giovedì 25 gennaio 2018

Nelle segrete di un castello nasce il Brunello di Montalcino Tricerchi

Ogni anno, a qualche mese dalla vendemmia, non manco di fare una perlustrazione in alcuni areali di riferimento, per confrontarmi con i produttori riguardo gli esiti dell'annata e per assaggiare “il futuro” di vasca in vasca e di botte in botte.
Qualche settimana è stata la volta di Montalcino, zona che visito costantemente durante l'anno, ma che mi aveva visto lontano dal versante nord per molti mesi. Un nord nel quale, dopo un'annata calda e siccitosa come la 2017, dovevo assolutamente tornare in quanto convinto che avrebbe potuto tirar fuori da alcuni contesti pedoclimatici e, quindi, da alcuni vigneti qualcosa di molto molto interessante.
Dato non mi piace “vincere facile”, ho scelto di partire da una cantina che solo da pochi anni ha iniziato il suo percorso in bottiglia.
Parlo della tenuta di Castello Tricerchi, sul versante nord di Montalcino (esposizione dei vigneti Nord-Ovest), che dei 400 ettari dei quali dispone vede nei 13 coperti da vigneti, principalmente di Sangiovese Grosso, il proprio cuore pulsante.
Al centro della proprietà, sita sulla via Francigena, si erge il Castello, costruito nel 1441 dai Tricerchi, storica famiglia dell’oligarchia senese e passato per discendenza diretta alla famiglia Squarcia.
Storia e futuro si incontrano e si fondono nell'ospite che mi accoglie in questa struttura tipicamente medievale, il giovane Tommaso Squarcia che con suo zio porta avanti l'azienda vitivinicola.
Tommaso vive nel Castello e la città alla quale era abituato non gli manca più di tanto quando affacciandosi da una qualsiasi delle finestre del castello il suo sguardo si perde nella bellezza di un contesto naturale a dir poco suggestivo.
Il Legame con il nostro territorio è ancestrale perché radicato nel passato.
Secoli di storia ci legano a queste terre, è un aspetto che personalmente sento molto.
La mia famiglia vive Montalcino da 17 generazioni e per me rappresentarla è un grande onore, nonché una grande responsabilità.
Il rispetto per la terra è un qualcosa da sempre tramandato, una forma mentis.
Ogni bottiglia che varca la porta del castello è una piccola parte di Castello Tricerchi e delle sue terre, in giro per il mondo.”

Camminando per le vigne che vanno dai 180 ai 330mslm con Tommaso e il suo bellissimo cane occhi e piedi incontrano terreni con una netta alternanza di composizioni, con una matrice simile ma diverse percentuali di sabbia e argilla ma una buona presenza di scheletro a fare da comun denominatore.
L'argilla, in un'annata come la 2017 si è dimostrata in grado di preservare la poca acqua a disposizione, permettendo alla pianta di non oltrepassare la soglia limite di stress, confermando che un'annata così complessa per la carenza di acqua (assenza di nevicate invernali e siccità prolungata dalla fioritura alla vendemmia) e per la poca escursione termica giorno-notte ha mischiato le carte. In molti casi i terreni meno poveri e meno drenanti, non sempre considerati "vocati", hanno risposto meglio all'annata mantenendo in equilibrio la pianta.
E' proprio la combinazione delle diverse peculiarità dei terreni e dei contesti pedoclimatici presenti nella proprietà e una conseguente modulazione delle operazioni agronomiche a permettere a Tommaso e suo zio di affrontare anche le annate più difficili riuscendo a raggiungere maturazioni ottimali.
Vendemmie parcellizzate, selezioni manuali del grappolo in vigna e in cantina e vinificazioni tradizionali in botte grande sono i principi cardine del vino che si vuole fare e si fa a Castello Tricerchi.
Tornando dalla passeggiata in vigna, Tommaso mi fa strada fino alle segrete e alle celle del castello dove suole “sbattere al fresco” il suo vino nel vero senso della parola. Sì, perché sono proprio le strutture un tempo atte ad accogliere i prigionieri a essere, oggi, adibite a locali di vinificazione e di invecchiamento. Eppure, a giudicare dagli assaggi fatti di vasca in vasca e di botte in botte, il vino non si sente affatto prigioniero in questi antichi locali, bensì si fa apprezzare per la sua libertà e per la sua forte identità. A breve vi parlerò dei vini assaggiati tra quelli già imbottigliati e in commercio, ma – seppur non sia mio solito parlare di vini ancora non pronti – lasciate che mi sbilanci dicendo che le annate 2015, 2016 e persino la 2017 rappresenteranno con buona probabilità un tris determinante per la crescita ulteriore di questa cantina in termini di qualità ed espressività territoriale.

Passiamo però agli assaggi dei vini già in bottiglia:
brunello castello tricerchi

Brunello di Montalcino DOCG 2012 Riserva - Castello Tricerchi: un vino che può sembrare introverso ma che in realtà si fa apprezzare per la sua saggezza sincera nel concedersi gradualmente come si confà ad un'ottima riserva. Ci sono frutto e spezia, potenza e spalla in questo vino che si farà nel tannino e nell'equilibrio già percettibile in prospettiva. Un vino forte e consapevole della sua caratura che, però, a differenza di molte altre riserve si fa meno desiderare.

Brunello di Montalcino DOCG 2013 - Castello Tricerchi: assaggiato in anteprima e già molto nelle mie corde! La maggior freschezza e il corpo più longilineo in confronto alla 2012 - comunque non eccessivamente “calda e piena” all'assaggio di un anno fa circa - rendono questo Brunello apprezzabile sin da ora senza troppe paranoie. E' palese la sua necessità di vetro, ma ha colpire è la beva, agevolata da un tannino fitto e non aggressivo, con un finale minerale-ferroso molto definito. Un vino che segna l'inizio di un nuovo corso per questa cantina. Un'identità sempre più percettibile e concreta.

Rosso di Montalcino DOC 2016 - Castello Tricerchi: quando un Rosso di Montalcino parla in modo così nitido di "Sangiovese" per me ha già vinto! Un naso fresco e divertente, ma al contempo elegante nella sua capacità di non eccedere e di non essere troppo esuberante. Il sorso è slanciato e dinamico, con un'evidente predisposizione alla duttilità. Io ne stapperò una ogni anno da qui a 6 anni e vedremo se il potenziale evolutivo, intuibile oggi, si dimostrerà reale.
In conclusione, ci tengo a dire che conosco l'azienda Castello Tricerchi sin dai suoi primi passi, ma non vi nego che – come accade con molte altre realtà – ci sono volute diverse annate prima di decidermi a scrivere di vini che non sempre in passato mi avevano convinto al 100%.
Cosa normale, per un'azienda che è nata da poco per come la conosciamo ora e che vede in un giovanissimo come Tommaso il proprio riferimento. 
I primi anni sono giustamente serviti a portare avanti la ricerca di una chiave di lettura libera da preconcetti e scevra di sovrastrutture sperimentando e cercando di interpretare al meglio il proprio contesto pedoclimatico e il frutto di quelle vigne. Oggi, la cantina sta dimostrando, step by step, maggior maturità e consapevolezza in vigna e in cantina e da questa crescita scaturiscono vini più coerenti con la volontà di Tommaso e suo zio di diventare dei grandi produttori di Brunello.

"La profondità di pensiero appartiene alla giovinezza, la chiarezza di pensiero all’età matura."  (Friedrich Nietzsche)  

Sono certo che molti di voi avranno modo di conoscerlo all'anteprima Benvenuto Brunello ormai alle porte, ma se così non fosse, il consiglio è quello di andare a trovare Tommaso in cantina, per comprendere a pieno il contesto in cui nascono i vini del Castello Tricerchi.


F.S.R.
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sabato 20 gennaio 2018

La Viticoltura del futuro - Breeding genetico, Cisgenesi e PIWI

Ho ritrovato con tanta casualità quanto piacere alcuni appunti relativi ad un convegno che vedeva come relatore principale il Prof. Attilio Scienza, avente come focus il futuro della viticoltura ed in particolare quella di quelle aree d'Italia in cui le malattie della vite ed i parassiti della vite abbiamo decimato ed in alcuni (per fortuna rari) casi sterminato letteralmente interi vigneti, costringendoli a continui reimpianti, ma ancor prima ad una lotta contro i mulini a vento, combattuta con prodotti fungicidi e quant'altro si possa utilizzare per debellare tali problematiche.
La mia semplice disamina prende spunto da un interessantissimo articolo pubblicato nel sito vigneevini.it e scritto dal Direttore generale dei Vivai Cooperativi di Rauscedo in Friuli dai quali provengono gran parte delle barbatelle di vite italiane e mondiali.
vitigni resistenti piwi
Prima di tutto consideriamo che la vite si può dividere principalmente in 3 grandi gruppi: le viti asiatiche (Vitis amurensis ecc.), le europee rappresentate da quelle comunemente coltivate in Europa e in altri Paesi (Merlot, Sangiovese ecc.) e le americane (Vitis rupestrisriparia ecc.), in secondo luogo prendiamo atto che la storia delle patologie oggi più comuni, ovvero oidio e peronospora, ha inizio in Italia attorno al 1845, data di arrivo dell’oidio in Europa e che quindi i viticoltori di allora non potevano conoscere né lo zolfo per la lotta all’oidio, né il rame per combattere la peronospora arrivata nel 1878. Totalmente inutile e quindi sconosciuto era il portinnesto americano, che rappresentò la salvezza per quanto concerne la fillossera, entrata nel nostro continente nel 1863, ma sviluppatasi in maniera critica fino agli inizi del '900. Se l'innesto di viti europee su radici americane (immuni alla fillossera) fu il modo meno invasivo e più efficace per debellare la fillossera, al contempo si iniziarono già a comprendere i benefici potenziali che si sarebbero potuti ottenere dall’ibridazione con la vite europea anche in merito alla resistenza a peronospora ed oidio. La lotta a queste fitopatie, che fino al dopoguerra poggiava su zolfo e rame, divenne successivamente più efficace in funzione dell’immissione in commercio di nuove molecole di sintesi ad azione di contatto (es. Mancozeb), citotropica (es. Cimoxanil) e sistemica (es. Fosetil Al). La viticoltura europea si è quindi salvata da temibili patogeni, pagando però un prezzo molto elevato riguardo:
– impatto ambientale;
– costi (crescenti) della lotta fitosanitaria;
– formazione di ceppi resistenti del patogeno.
In più, in alcune fasce di consumatori, si è fatta avanti la convinzione che il vino oggi prodotto, proprio a causa di trattamenti sempre più sofisticati, sia meno “naturale” rispetto al passato e di certo non hanno tutti i torti!
A parte i lavori di ibridazione che fino al 1980 avevano portato alla creazione di nuovi vitigni resistenti alle malattie, le varietà di vite europea, seppur oggetto di miglioramento genetico attraverso la selezione massale prima e clonale dopo, in buona sostanza sono rimaste le stesse, in questa situazione non hanno potuto evolvere, mentre i patogeni sono evoluti e, sotto la pressione di nuovi prodotti anticrittogamici, hanno risposto mutando, quindi evolvendo e superando, in efficacia, l’azione fungicida. Un po' ciò che accade ad alcuni virus e batteri nei confronti dei nostri antibiotici e della medicina in generale, che sembra stia sempre più indebolendo le nostre difese immunitarie, impedendoci una naturale evoluzione di difesa, inducendo, invece, gli agenti patogeni a sviluppare una sempre più preoccupante resistenza alle cure. La vite e l'uomo hanno molto in comune.
La vite invece non ha potuto autodifendersi e il viticoltore per salvarla ha dovuto cambiare continuamente strategia ed utilizzare prodotti sempre più sofisticati, tanto che la viticoltura è oggi, in Europa, l’attività agricola che utilizza la percentuale maggiore di prodotti fitosanitari (65% del mercato totale Ue) con conseguenti ricadute sull'ambiente e sul prodotto stesso.
Da non dimenticare il global warming e più in generale il cambiamento dell'andamento climatico stagionale aggiungere che si manifesta con eventi sempre più lesivi nei confronti della viticoltura ed in particolare di quella biologica (piovosità estreme, bombe d’acqua, siccità prolungata inverni miti ecc.).
Queste situazioni di emergenza sono state meglio affrontate dai patogeni rispetto alla vite proprio grazie alla loro capacità di evolversi e di riadattarsi alle nuove condizioni climatiche. Dal 1870 ad oggi molti Istituti di ricerca in Francia, Germania, Ex-URSS e Serbia hanno cercato, attraverso l’ibridazione, di creare la vite ideale, resistente alle malattie e alla fillossera, ma i risultati non sono stati all’altezza delle aspettative in quanto i vecchi ibridi (Baco, Clinto, Isabella, Seyve Villard ecc.) presentavano elevato contenuto in:
– alcool metilico;
– furaneolo (aroma simil-fragola);
– metilantralinato (aroma foxy).
Oltre a ciò, questi incroci erano, in generale, dotati di un profilo sensoriale molto specifico e lontano dal livello espresso dalle più diffuse varietà internazionali e nazionali, ovvero i Vini prodotti contenevano dosi troppo elevate di sostanza potenzialmente dannose e le caratteristiche organolettiche di quegli stessi Vini erano di scarso pregio.
Solo dopo gli anni '80 si sono ottenuti i primi risultati di rilievo con i PIWI, oggi motivo di grande dibattito ed interesse anche in Italia.
Cosa sono i PIWI?
I PIWI o Pilzwiderstandfähig, sono vitigni/varietali resistenti alle crittogame creati incrociando ponderatamente le varietà di vite da vino e le varietà di vite americane resistenti alle malattie fungine. La maggioranza delle varietà, che ancora oggi vengono erroneamente chiamate ibrido, produttore diretto o varietà interspecifica, furono sviluppate dal 1880 al 1935 in Francia. L’obiettivo era quello di combinare la resistenza delle varietà americane alle crittogame ed alla fillossera della vite alla qualità dei vini ottenuti dalle varietà europee. La speranza che tali nuove varietà di vite potessero essere inoltre coltivate senza portainnesto, per cui a piede franco, purtroppo non si realizzò. Gli incroci più recenti (dal 1950) sono di gran lunga più complessi e in esso si posso trovare anche specie asiatiche. Quest’ultime sono il risultato di un un processo di selezione in atto da vari decenni nel quale sono stati effettuati anche vari e molteplici re-incroci con cultivar europee. I PIWI attualmente più coltivati sono Bronner, Cabernet Carbon, Cabernet Cortis, Gamaret, Helios, Muscaris, Johanniter, Prior, Regent e Solaris. Quasi tutti di origine tedesca perché è storicamente la Germania il Paese più attento alla selezione dei Pilzwiderstandfähig, seguita dall’Austria e dalla Svizzera.

In Italia le regioni più attente ai PIWI e che di più stanno investendo nella ricerca in tal senso sono il Veneto, il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia.

Accolgo con piacere il contributo del produttore Werner Morandell che attraverso i social ci tiene a precisare che In Alto Adige da 15 anni si lavora con questi vitigni, da due anni esiste anche nel Trentino un organizzazione Piwi (acronimo di pilzwiderstandfähig), ovvero i vitigni resistenti alle crittogame. Da 10 anni vengono organizzate degustazioni semestrali Piwi Südtirol. Da 60 a 100 persone cercano di trovare i migliori vini Piwi tra 20-30 candidati. C'è sempre anche un pirata (un intruso) di vitis vinifera, un vino noto di una cantina conosciuta della zona. In 20 degustazioni, naturalmente coperte, alla cieca, solo una volta un vino di vitis vinifera ha superato i vini Piwi. In tutti gli altri casi i pirati finivano dal 5 al 8 posto. Mi impegno a provare a partecipare ad una di queste degustazioni per verificare io stesso.
Tornando a noi, nel 1998 un gruppo di ricercatori dell’Università di Udine ha dato corso ad un nuovo programma di ibridazione con l’ausilio di marker molecolari al fine di rivelare, già con piantine a tre foglie, l’eventuale presenza di geni di resistenza. I genitori prescelti sono stati, per la vite europea: Sangiovese, Chardonnay, Merlot, Cabernet Sauvignon, Tocai Friulano e Sauvignon, e per le “donatrici” di resistenza: Bianca, “20-3”, e Regent (Tab.2).
Nel 2006 sono entrati in gioco anche i Vivai Cooperativi Rauscedo come ente finanziatore del neo-costituito Istituto di Genomica Applicata che di lì a poco diverrà uno dei più importanti centri di genomica al mondo e non solo della vite. A parte l’aspetto finanziario, la collaborazione con i Vivai Cooperativi Rauscedo si è esplicitata nella valutazione agronomica ed enologica di tutti i nuovi vitigni ottenuti ed aventi caratteri di resistenza alle malattie. Dopo 6 anni di screening, una ventina di nuovi vitigni sono stati ritenuti interessanti e una decina meritevoli, da subito, di essere portati all’iscrizione e alla loro conseguente diffusione.
Ad oggi risultano iscritti al Catalogo Nazionale Italiano per le varietà di vite: Fleurtai, Soreli, Sauvignon Kretos, Sauvignon Nepis, Sauvignon Rytos, Cabernet Eidos, Cabernet Volos, Merlot Khorus, Merlot Khantus e Julius. Queste nuove varietà presentano resistenza alla peronospora (Tab. 3 e 4), all’oidio e in taluni casi anche una interessante tenuta alle basse temperature, fino a -24 °C e dal punto di vista enologico sono di livello qualitativo comparabile se non addirittura superiore al parentale di Vinifera, quindi al Sauvignon, Merlot, Cabernet ecc.. Rispetto agli ottenimenti precedenti i nuovi vitigni presentano inoltre:
– buone/ottime attitudini agronomiche (rusticità, produttività vigoria ecc.);
– profilo aromatico e polifenolico (per i rossi) in linea con le attuali esigenze del mercato (tipicità, sentori floreali-fruttati, tannini morbidi, colore);
– ridotta necessità di interventi fitosanitari (1 o 2 trattamenti contro oidio e peronospora).
Ma, soprattutto, esprimono al meglio la coniugazione tra tradizione (parentale di V.vinifera) ed innovazione (parentale resistente) e ciò grazie ad una introgressione di geni di non “Vinifera” che non supera il 3-4%.

Riflessioni riguardo il futuro della vite 

Ora le riflessioni da fare sarebbero molteplici sul piano etico, su quello storico-tradizionalista, su quello culturale, ma credo che, data la situazione in cui ci troviamo e gli esiti degli ultimi 100 anni sul contesto ambientale che ospita noi e le viti, forse la precedenza andrebbe data al fattore della sostenibilità.
Io stesso sono da sempre restio all'abbinamento “scienza-vino”, ma la realtà non si può solo osservare, va capita ed approfondita e non è poi così difficile rendersi conto, razionalmente, di quanto sia grazie alla scienza che nel 90% dei casi (ed oltre) in Italia ed in molte altre aree europee si produca Vino oggi ed è grazie alla stessa scienza che siamo in grado di produrre Vino che possa, con il minimo intervento dell'uomo, mantenere pressoché intatto il suo corredo varietale odierno e non essere nocivo alla salute di chi lo beve.
Ho detto corredo varietale odierno non a caso, in quanto altro fattore da valutare è la reale attinenza dei vitigni così come li conosciamo oggi, con i loro progenitori prefillossera, in quanto molto è cambiato e molto cambierà, com'è normale e naturale che sia, nell'ambito dell'evoluzione di una specie, il problema è che per assurdo, nella vite noi abbiamo probabilmente limitato questa naturale evoluzione ed una probabile selezione naturale (vedi le viti a piede franco che si sono dimostrate resistenti ai patogeni più comuni, vuoi per il loro genoma vuoi per la minor esposizione a tali problematiche dell'areale che li ospitasse) ricorrendo a metodi sempre più invasivi e mai definitivi per la lotta a queste malattie, il tutto per fini meramente commerciali.

Sono più Bio Rame e Zolfo o i Vitigni Resistenti?

Oggi la sensibilità nei confronti di un approccio più sostenibile (biologico e biodinamico sono alcune delle linee che i produttori stanno seguendo in favore di un impatto ambientale meno importante) sta crescendo e stanno crescendo anche le potenziali soluzioni a lungo termine, che non possono essere rappresentate dal solo ritorno al rame ed allo zolfo, che per quanto meno tossici dei fitofarmaci di sintesi, rappresentano comunque agenti inquinanti per le falde acquifere (il rame nello specifico) e per l'uva stessa, bensì una continua ricerca nel campo della genetica che non porti a semplici OGM, che noi tutti abbiamo imparato ad odiare, ma che comunque vada mangiamo quotidianamente in quanto ormai presenti in qualsiasi prodotto della GDO. Si spera, infatti, che grazie a particolari e rispettosi incroci o all'intervento su un singolo gene e quindi ad una piccola modifica del DNA della vite autoctona, si riesca a rendere quel vitigno resistente e a poter limitare se non in alcuni casi eliminare totalmente per lunghi periodi (c'è chi non entra con alcun prodotto per oltre 5/6 anni in vigna) l'utilizzo di qualsiasi prodotto fungicida, oltre ovviamente a tutti gli altri prodotti. Inutile dire che per quanto riguardi il Glifosato e quindi il diserbo tutto questo non c'entri nulla e che diserbare, a prescindere dall'approccio più o meno sostenibile che si voglia avere in vigna è sempre più inutile e sconsigliato e che confido venga presto vietato per legge, seppur temo che i "poteri forti" impediranno questo genere di provvedimento.
Tornando al breeding genetico ed alla cisgenesi, io non mi sono ancora schierato e in cuor mio è come Il fatto è che, sentendo amici produttori in un'annata come quella corrente in cui in molte aree si sono sviluppate le condizioni ideali per lo sviluppo dell'oidio e della peronospora e la loro impotenza, in particolare nel caso del regime biologico, nei confronti di questi patogeni, mi chiedo se non si possa fare di più e di meglio e se dobbiamo davvero limitarci a prendere atto del fatto che fare Vino sia il lavoro più incerto del mondo, proprio a causa e grazie alla mutevole volontà di Madre Natura, tanto gentile e generosa a volte e tanto dura e spietata altre..?!
Questo non sarò io a dirlo, ma da amante del Vino mi spiace pensare, che anche nello stesso Vino Biologico, dovrò prendere atto che il corredo aromatico e quello gustativo del Vino che assaggerò, in molti casi sarà probabilmente stato intaccato dai trattamenti ed anche dal rame (sembra che gli effetti sulla buccia, sui batteri, sui lieviti e su altre componenti importanti nello sviluppo degli aromi fermentativi o secondari e quindi sui precursori aromatici siano percepibili), quindi non potrò gustarne a pieno il suo potenziale e non potrò neanche scorgere una sincera interpretazione dell'annata come spesso ci piace dire e credere... ma questo -forse - non è mai accaduto!
Ovviamente io non sono contrario all'utilizzo di rame e zolfo e per quanto lacunosa sia la certificazione biologica, mi piace pensare che sia pur sempre un (buon) inizio e garantisca quel minimo di accortezze che spesso nel convenzionale vengono meno. Spero, però, che vengano sviluppate alternative, in quanto non si può pensare che tutta evolva mentre la viticoltura per diventare sostenibile abbia dovuto fare un ritorno al passato che per quanto positivo, potrebbe avere delle alternative ancor più rispettose della materia prima.
Non so, sono dubbioso... e se da una parte mi piacerebbe veder propagate poche ma buone varietà naturalmente resistenti, mi rendo conto che l'avvento dei vitigni resistenti sia imminente ed in alcune aree anche molto atteso (vedi l'areale del Ruché con la sua grandissima moria di piante ogni anno)... in fondo, però, ho un presentimento, ovvero che ciò che conterà alla fine dei conti sarà la qualità dei Vini prodotti da ogni vitigno, resistente o meno esso sia e la possibilità di rappresentare un territorio che può parlare tranquillamente anche attraverso vitigni diversi da quelli autoctoni/storici (vedi cosa accade con i vitigni internazionali) e la possibilità del produttore di interpretare l'annata e l'uva secondo la propria personalità e la propria indole e se questa qualità potrà essere ottenuta con la maggior sostenibilità possibile ben venga. Il problema potrebbe essere il rischio di estinzione dei varietali autoctoni o quanto meno della loro originalità e si potrebbe andare incontro ad una maggior omologazione, ma forse si troverà un equilibrio.
Probabilmente la considerazione più equilibrata è quella che parte dal presupposto che non sia possibile fare Vino Naturale ovunque nel mondo e tanto meno in Italia, ma che làddove si possa fare, dico io, non vedo perché non si debba? Quindi, magari, anche nel caso delle filosofie produttive stesse si avrà una sorta di selezione naturale, che porterà a veder continuare la loro opera di vignaioli naturali quei produttori che abbiano la fortuna di poter coltivare le proprie viti nel loro contesto ideale, mentre nel caso di habitat più ostili, si potrebbe arrivare ad una maggior diffusione dei vitigni resistenti... staremo a vedere...
Io ora come ora vorrei avere la DeLorean per catapultarmi nel futuro e scoprire cosa berremo o meglio, berranno le future generazioni in Italia e nel mondo...
F.S.R.
#WineIsSharing
Fonte: Vigneevini.it

domenica 14 gennaio 2018

Cantina Giuseppe Vitali - Un riferimento per il Bianchello del Metauro

Torno a parlare di Marche dopo un po' di latitanza dalla mia terra natìa ma lo farò portandovi in un areale meno conosciuto che negli ultimi anni è stato fonte di piccole grandi scoperte per me, sia per la qualità media raggiunta da gran parte dei produttori locali sia per l'attenzione rivolta a vitigni che rischiavano di andare perduti. L'areale è quello della Doc del Bianchello del Metauro e la realtà di cui vi parlerò oggi è l'Azienda Agricola Giuseppe Vitali, una piccola azienda a conduzione familiare adagiata sulle colline tra Fano e Pesaro, a pochi chilometri dal mare.
cantina vitali bianchello
Nati agli inizi del '900 dai resti di un’antica vigna ormai decimata dalla fillossera e reimpiantata totalmente, i vigneti dell'azienda sorgono dove anticamente esistevano delle cave di gesso poi trasformatesi in 5 ettari di vigneto a conduzione familiare.
Le vigne sono in produzione dal 1935 senza soluzione di continuità, ma è solo dal 2000 che la famiglia Vitali ha deciso di dare una svolta all'azienda con il primo imbottigliamento. 
Le uve coltivate sono quelle tipiche di questo areale Biancame (uva di produzione del Bianchello del Metauro, con piccole percentuali 5% di Malvasia lunga/toscana ammessa) e Sangiovese, con una piccola parte di sperimentazione con nuovi impianti di varietali non tipici della zona come Montepulciano, Cabernet Sauvignon, Syrah, Sauvignon e Semillon. Uve che convergono nella produzione di sei etichette per un totale - nelle annate eccellenti - di 10 mila bottiglie ca., a testimonianza dell'attenzione dedicata a ogni singolo vino.

La volontà della famiglia Vitali è quella di puntare sulla qualità piuttosto che sulla quantità, perciò la resa per ettaro è molto bassa, attestandosi intorno ai 50 quintali. La raccolta viene effettuata a mano, segue una vinificazione attenta in cantina con tecniche "moderne", quindi pressatura soffice e raffreddamento per i bianchi e diraspatura con fermentazione in acciaio sulle bucce per i rossi.
Il rapporto con il territorio è – come piace a me – di estremo rispetto, così ora come in passato: assolutamente vietato l’uso di diserbanti e concimi chimici, i trattamenti sono ridotti al minimo indispensabile, con un uso molto limitato di solforosa.

Alla guida dell'azienda ora c'è Francesco, terza generazione della famiglia Vitali, viticoltore per propria scelta e non solo per scelta del destino. Francesco è cresciuto vendendo suo padre portare avanti l'azienda con grande passione, attenzione e dedizione nonostante non fosse – e non potesse essere – la sua attività principale. Avrebbe potuto fare l'ingegnere, dato il suo percorso di studi, ma il richiamo della terra... della terra dei suoi avi... è stato più forte di quello di qualsiasi altra prospettiva lavorativa.
“Ho sempre amato lavorare a contatto con la natura e, nonostante la grande fatica, il tempo trascorso in vigna è impagabile sia per quanto riguarda i risultati che dal punto di vista umano.
Mio nonno mi ha sempre detto che un vero contadino si riconosce dalle mani; soprattutto da settembre a dicembre quando anche le mie esibiscono i segni del gran lavoro per me, oltre a rappresentare una soddisfazione, rappresentano un segno di riconoscenza e gratitudine nei confronti di chi mi ha trasmesso l’amore per la terra. Diffido molto dei viticoltori che mi parlano di vinificazione e vino e hanno mani molto ‘curate’, mi affido più a chi, nonostante tutto, riesce ancora ad andare sul ‘campo’ per fare vigna ancor prima di fare vino.”

Il Bianchello è storicamente un vino che fa della sua beva una delle sue principali peculiarità, ma – come accade in molti casi – questa storia del “vino beverino” può fuorviare facendo pensare a un vino semplice, pronto, di poco conto.
Devono averlo pensato anche i soldati cartaginesi dell'esercito di Asdrubale, quando pronti a invadere Roma bevvero Bianchello e Verdicchio in quantità tale da non essere in condizione di guerreggiare al meglio.
Il Bianchello è un vino antico ma mai stato più attuale di quanto lo sia adesso, grazie alle sue doti peculiari: freschezza e sapidità minerale, enfatizzate da terreni come quello in cui affondano le proprie radici le viti dalle quali nascono i vini della Cantina Vitali ed in particolare del Gessara.
Gessara - Bianchello del Metauro Superiore Doc 2015 – Az. Agr. Giuseppe Vitali: il nome non condiziona, ma preannuncia una delicatezza minerale, gessosa, che strizza l'occhio alle basi champagne. Il sorso è slanciato e dinamico, ma non privo di struttura. L'allungo è fresco e deciso, favorito dall'acidità sferzante donata al Biancame da questi terreni ricchi di gesso. Una chiosa sapida e asciutta sembra voler ribadire l'identità e la vocazione del terroir. Nel complesso tutto fa pensare a una longevità non così scontata quando si parla di Bianchello del Metauro.
Un riferimento assoluto per la denominazione e, a mio parere, uno dei bianchi più rappresentativi del potenziale bianchista marchigiano nell'interpretazione più fine e territoriale.

L'azienda produce anche un Sangiovese degno di nota, il Villa Alta, che nell'annata 2015 manifesta una forte attinenza con il territorio, mantenendo forte la percezione di freschezza che ne agevola una beva che con qualche anno di vetro sarà ancor più lineare.

Una micro cantina condotta con saggezza e consapevolezza, capace di produrre vini di nicchia ma per nulla fighetti. L'esclusività risiede tutta nell'attenzione dedicata a ogni singola  vigna, a ogni singola massa, a ogni singolo futuro vino e l'esiguo numero di bottiglie prodotte vuole testimoniare solo e soltanto la volontà di utilizzare solo le uve migliori delle parcelle più vocate. A prescindere dal mio palese campanilismo, le Marche si dimostrano ancora una volta bacino di eccellenze sussurrate, quasi nascoste, da ascoltare in silenzio e da cercare con curiosità e rispetto e l'Az. Agr. Vitali incarna al meglio queste prerogative.

F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 10 gennaio 2018

Calendario Anteprime vini in Toscana e non solo

Come anticipato nell'articolo di settembre dedicato al calendario eventi enoici della "stagione eno-scolatistica" 2017-2018, vi segnalo alcune delle principali Anteprime dei vini italiani con un focus particolare sulle Anteprime di Toscana.

Ricordo che non tutte le anteprime sono aperte al pubblico, quindi sarà opportuno per operatori e media richiedere l'accredito e per i "visitatori" verificare la possibilità di poter partecipare all'evento e alle degustazioni e acquistare il ticket d'ingresso.
Le date di alcune anteprime sono da verificare con i singoli consorzi in quanto contemplano sia le aperture al pubblico che quelle a stampa e operatori.

Anteprime Vino 2018

3-5 FEBBRAIO - Anteprima Amarone
Verona - Palazzo della Gran Guardia

10 FEBBRAIO - Anteprima Collettiva Regionale
Firenze, Fortezza da Basso – Pad. Cavaniglia
(Anteprime dei seguenti Consorzi: Carmignano, Casole d’Elsa, Colline Lucchesi, Cortona, Elba, Maremma Toscana, Montecarlo di Lucca, Montecucco, Pitigliano e Sovana, Val di Cornia e Valdarno di Sopra.)

11 FEBBRAIO - Chianti Lovers
Firenze - Fortezza da Basso

12-13 FEBBRAIO - Chianti Classico Collection
Firenze - Stazione Leopolda

13-14 FEBBRAIO - Anteprima Vernaccia di San Gimignano
San Gimignano - Museo di Arte Moderna e Contemporanea De Grada

10-12 / 15 FEBBRAIO - Anteprima Vino Nobile di Montepulciano
Montepulciano - Fortezza Medicea 

16-19 FEBBRAIO - Benvenuto Brunello
Montalcino - Chiostro Museo di Montalcino
(Acquista qui il tuo ticket: www.vivaticket.it/benvenuto-brunello/)

18-19 FEBBRAIO - Vini ad Arte Anteprima del Romagna Sangiovese 2018
Faenza - Museo Internazionale delle ceramiche

19-20 FEBBRAIO - Anteprima Sagrantino 2014
Montefalco

4-9 Aprile - Campania Stories
Napoli

3-7 MAGGIO - Sicilia en Primeur
Palermo - Palazzo Belmonte Riso - Museo Regionale d’Arte Contemporanea

5-6 MAGGIO – Anteprima vini della Costa Toscana
Lucca - Real Collegio

13-17 MAGGIO - Nebbiolo Prima


18-20 MAGGIO - Soave Preview 
Soave

Alcune date potrebbero subire delle modifiche ed eventuali ulteriori anteprime saranno aggiunte nei prossimi giorni.
Con i calendari eventi ci rivediamo a settembre 2018 per la "nuova stagione enoica" tra eventi e anteprime.



F.S.R.
#WineIsSharing

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