mercoledì 28 febbraio 2018

Valentino Butussi - Una famiglia, una cantina, un territorio

Sovente mi capita di riportare alla mente momenti vissuti in giro per vigne e per cantine, assaggi, chiacchierate con i vignaioli o con amici con i quali ho avuto il piacere di condividere pensieri, emozioni e bottiglie. Ieri, è stata una di quelle volte e ad essere rievocate sono state delle istantanee relative ai miei ultimi viaggi in quella splendida terra del vino che è il Friuli.
Mentre ripensavo alle passeggiate fra i filari, agli assaggi da botte, ai confronti con enologi, agronomi e produttori mi sono reso conto di una cosa, ovvero del fatto che ho scritto di molti ma non così approfonditamente della cantina nella quale sono stato più volte per motivi di studio e - perché no?! - di piacere.
Parlo della Cantina Valentino Butussi, realtà sita nei Colli Orientali del Friuli, zona storicamente rinomata per la produzione di vini di qualità, e precisamente sulla pedecollinare morenica, di Rosazzo nella suggestiva vallata denominata “Prà di Corte” (i prati della corte).
L'azienda nasce a fine '800, grazie a Giobatta (Tite: in dialetto friulano), riferimento di quella che era e è tutt'ora un'azienda a conduzione rigorosamente familiare.
Fu Valentino, però, ad intravedere nel vino una prospettiva più rosea, rispetto alla classica azienda agricola che i suoi genitori avevano portato avanti sino a quel momento.
La svolta definitiva avviene all’inizio degli anni ’70, quando il figlio Angelo completò questa conversione degli ultimi terreni agricoli a vigneto, iniziando, inoltre, ad imbottigliare i primi vini con il marchio aziendale Valentino Butussi.
angelo butussi
Oggi siamo alla terza generazione, composta dai figli di Angelo: Erika, Filippo, Tobia e Mattia.
Le nuove leve, sentono forte il legame con la tradizione e con il territorio, ma spingono subito per qualche importante cambiamento, stimolati da percorsi di studi mirati e da un approccio sempre più consapevole in vigna e in cantina.
cantina butussi
Nel 2005 il primo vigneto in conduzione bio, che porterà l’azienda alla completa conversione  biologica certificata nel 2013. Le nuove tecniche di produzione e vinificazione si legano a quelle della tradizione tramandate di generazione in generazione, negli stessi anni le prime prove di fermentazione ed invecchiamento in tini di rovere “tradizionali” di grandi dimensioni.
botte grande cantina friuli
Il mio percorso di conoscenza di questa realtà vitivinicola parte qualche anno fa e ha come “causa scatenante” l'incontro con l'enologo dell'azienda, nonché il maggiore dei 3 altissimi fratelli Butussi (il più basso è 1,90m!) attualmente coinvolti a 360° nelle dinamiche di vigna e di cantina: Filippo.
E' stato proprio Filippo, abile tecnico dall'approccio rispettoso, ha introdurmi la storia della sua famiglia e di quella terra dove da oltre 2000 anni si fa vino. Tra un “taglio de vin” e l'altro, davanti al fogolàr acceso, ho avuto modo di fare un vero e proprio viaggio nel tempo, attraverso le varie fasi aziendali, sempre fortemente legate alle fasi familiari.

Se della storia dell'azienda agricola Valentino Butussi vi ho già parlato all'inizio di questo articolo, è del suo presente che mi preme ancor più parlarvi, ma per farlo voglio comunque partire da lontano e lo farò riportando alcune considerazioni dello stesso Filippo, emerse da una delle nostre consuete chiacchierate dentro ed intorno al vino:

Negli ultimi 15 anni per noi a rivestito un ruolo fondamentale la conversione dell’azienda ad un agricoltura rispettosa.
La scelta non è di certo stata presa per una moda del momento, ma è stata, altresì, dettata da un'inevitabile presa di coscienza: gli interventi chimici quali diserbi, concimazioni, trattamenti fitosanitari, stavano portando nostri vigneti ad essere perennemente “pompati”,”dopati” e assuefatti all'utilizzo di queste sostanze, tenuti in una specie di campana di vetro dove con la chimica cercava alla meno peggio di portare terreno e piante in un'apparente condizione di equilibrio. Un equilibrio non reale, ma fittizio, artefatto, che dimostrava la completa inadeguatezza di quella concezione di conduzione agronomica sopratutto nelle annate difficoltose, con eccessi di secco, o con precipitazioni al di sopra della media. E' proprio in quelle annate la qualità delle uve e conseguentemente dei vini non era all'altezza dei nostri standard e di ciò che il nostro territorio con una maggior consapevolezza agronomica ed enologica potesse fare.
Riportare in equilibrio naturale la vigna non è stato semplice, ma oggi ci ha permesso di portare in bottiglia vini capaci di raccontare l'annata e il nostro terroir in maniera diretta, spontanea, realistica e non manipolata.”
filippo butussi enologo
Ciò che mi ha colpito di più di Filippo e delle nostri confronti enoici è stato l'approccio razionale applicato al rispetto. Una consapevolezza tecnica ed enologica di alto livello che diviene a sua volta grande consapevolezza dei limiti della stessa enologia moderna troppo interventista e, spesso, tendente ad un'omologazione che lede l'espressività di terroir e, quindi, l'unicità. Quella di Filippo non è una scelta estemporanea, bensì un percorso lungo e ponderato che lo ha portato, oggi, a lavorare in sottrazione e a desiderare un vino sempre più pulito in senso stretto (assenza di chimica di sintesi) e in senso lato (privo di palesi difetti organolettici).
Questo a conferma del fatto che per fare vino rispettoso in vigna e in cantina non bastino i rudimenti della tradizione, ancor meno se quella del "contadino" o del "nonno di turno" (per quanto alcune pratiche e altrettanti insegnamenti empirici possano di certo tornare sempre utili), ma occorra unire al know how tramandato dalle generazioni passate una rinnovata competenza tecnica agronomica ed enologica capaci di ovviare alle lacune del passato in maniera "naturale" e rispettosa, evitando gli interventi superflui e barattando la chimica con la conoscenza.
vigneti friuli grave
A testimonianza della volontà di continuare a sperimentare, traendo il massimo dal passato, Filippo mi ha confidato di essersi trovato un "hobby", ovvero quello di "rimettere al mondo" un vecchio vigneto a pochi passi da casa sua, con dentro il classico blend di vigna friulano, in maniera totalmente "naturale", ma sperimentando pratiche e tecniche agronomiche consapevoli. Per lui andare in vigna, senza lo stress di dover produrre a tutti i costi, tutti gli anni, il grande vino, è una sorta di liberazione ed è come se con il passare del tempo il vigneto e l'uomo raggiungano contemporaneamente il proprio equilibrio.
vigne vecchie friuli
Veniamo a noi... sono molti i vini che ho avuto modo di assaggiare durante le mie varie visite in azienda, come molti sono stati gli assaggi dei vini che verranno e che mi fanno davvero ben sperare per un'ulteriore salto di qualità dell'azienda. Oggi, però, vorrei condividere con voi le mie impressioni personali su 3 vini in particolare, ovvero le ultime tre selezioni che ho assaggiato:
vini butussi valentino
Pinot Grigio Ramato 2016 - Valentino Butussi - Colli Orientali del Friuli Doc – ho scelto il Pinot Grigio della linea Valentino Butussi in quanto, pur trattandosi di un vitigno non propriamente autoctono, quest'uva e la sua vinificazione “ramata” fanno parte della tradizione friulana da anni ormai. Se è vero che è dai vini “base” che si può comprendere il potenziale di un'azienda questo Pinot Grigio la dice lunga sull'attitudine alla qualità della famiglia Butussi. Un'espressione fedele del varietale al naso, che in bocca si svolge ampio, secco e dalla buona mineralità finale tra il ferro e il sale. Un vino completo, che si lascia bere senza risultare scontato. La sua tipicità mi ha spinto più volte a portarlo con me in giro per l'Italia quando ho dovuto parlare di Friuli e di Colli Orientali.
Avrei potuto scegliere il Pinot Grigio selezione, prodotto in una tiratura molto limitata, e di gran lunga uno dei migliori Pinot Grigio che abbia mai avuto modo di assaggiare, ma sarebbe stato riduttivo, in quanto in pochi avrebbero potuto assaggiarlo e credo che una cantina come questa non debba temere il confronto con un grande numero di appassionati, anche con i vini “d'entrata”. Una piccola scommessa, che sono convinto di poter vincere, per quanto non ami giocare d'azzardo.

Genesis - Valentino Butussi - Colli Orientali del Friuli Doc - Sauvignon 2015 – la punta di diamante della cantina Butussi, una sorta di rivalsa su chi aveva dubbi riguardo la possibilità di fra un grande Sauvignon “naturale” in Friuli e più precisamente in questo areale. Un Sauvignon d'impatto, ma non volgare, che fa del connubio fra la maturità del frutto e la freschezza delle note balsamiche e erbacee la propria cifra stilistica. L'equilibrio che si palesa al naso viene confermato in un sorso educato, garbato ma di grande spinta acida e sapida. Ciò che colpisce di più di questo Sauvignon è la sua profondità, lunga e imperterrita.
La delocalizzazione sensoriale di alcuni Sauvignon, l'astrattismo di alcune espressioni di questo varietale, lasciano spazio, in questo vino, ad una maggior concretezza. I riferimenti d'Oltralpe ci sono, ma non incidono tanto quanto i terreni ricchi di calcare attivo e la maturità del vigneto.

Pignolo - Valentino Butussi 2009 - Colli Orientali del Friuli Doc – ero molto indeciso sull'ultimo vino da scegliere fra quelli assaggiati con Filippo e la sua famiglia, ma non potevo tralasciare il vino più tipico di questa azienda e di questa terra, ovvero il Pignolo. Vitigno ostico, duro, nervoso, spesso difficile da domare, specie inizialmente, ma che sa essere capace di grandi sorprese. Il Pignolo è proprio come i Friulani, inizialmente possono sembrare timidi, riservati addirittura chiusi, ma poi una volta entrati in empatia si lasciano conoscere per ciò che sono davvero, persone dall'animo gentile, ma di grande concretezza. Questo è quello che ho percepito assaggiando questo vino, ovvero un naso timido, austero, che una volta schiuso ha mostrato con raro garbo la sua armonia aromatica tra frutto e spezia, anticamera di un sorso che sfoggia fiero la sua personalità a tratti morbida a tratti spigolosa, che trova il suo equilibrio nella piacevole dinamica fra acidità, corpo e tannino.
Nella grande varietà di vitigni autoctoni e “autoctonizzati” (non c'è altra regione che abbia reso territoriale un così grande numero di alloctoni, vinificati per lo più in purezza), il Pignolo si dimostra un cavallo di razza, da saper domare e attendere ma con le potenzialità del grande rosso.
E' un bene che alcune aziende siano tornate a credere in questo varietale e a proporre vini importanti con Pignolo in purezza.
vigneti friuli
La produzione comprende, ovviamente, anche i bianchi tipici come la Ribolla e il Friulano, i rossi come Merlot, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Refosco, nonché un metodo classico, uno charmat base Ribolla e l'immancabile, per quanto raro, Picolit. Tutti molto espressivi del vitigno e della loro tipicità territoriale.
Tra le "selezioni" spicca il Santuari, taglio bordolese

La forza dell'azienda Valentino Butussi è senza dubbio il legame che questa famiglia ha con il proprio territorio e è proprio da questo legame che scaturisce la volontà di rispettarlo  di esprimerlo nella maniera più sincera e qualitativa possibile.




F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 26 febbraio 2018

La cantina bio-dinamica di Caiarossa - Un melting pot di identità che si fa unicità territoriale

Oggi vi porto a fare un giro sulla Costa Toscana, più precisamente a Riparbella, dove ha sede la cantina biodinamica Caiarossa.
Caiarossa ha una storia particolare, in quanto nasce nel 1998 ad opera del belga Jan Theys, seguendo i dettami del Feng Shui.
L'attuale posizione della cantina è stata scelta, infatti, dagli animali. No, non vi sto prendendo in giro! Si tratta di una scelta voluta fortemente dal proprietario originale della cantina, basata sul principio che prevede la costruzione di una nuova struttura dove animali quali capre, mucche e pecore – appositamente lasciati pascolare sui terreni della proprietà - scelgono di andare a dormire.
caiarossa cantina
Fatta questa doverosa premessa e senza addentrarmi troppo nel Feng Shui e nelle sue derive agronomiche, passiamo al presente, o meglio, al passaggio della cantina alla proprietà attuale, avvenuto nel 2004 con l'acquisto di Caiarossa da parte dell'olandese Eric Albada Jelgersma.
Il magnate olandese dedica larga parte della sua attività al vino e possiede anche Château Giscours e Château du Tertre in Francia, due Grand Cru classé in Margaux, Bordeaux.
Per quanto l'impronta francese sia presente nella concezione enologica dei vini, è interessante come la volontà di cimentarsi con un contesto pedoclimatico differente e la scelta di un approccio sin da subito rispettoso, che segue prevalentemente i principi della biodinamica, abbiano avuto la meglio su un potenziale scimmiottamento “bordolese”, che – sin troppo spesso – non troppo distante da Riparbella avviene.
barricaia vino caiarossa
Attualmente la tenuta, che inizialmente contava “solo” 12 vigneto e circa il doppio di bosco, è cresciuta mantenendo la stessa proporzionalità tra vigna e bosco, nel rispetto della biodiversità, fino ad arrivare a un totale di 31 ettari vitati e altrettanti boschivi.

Il nome Caiarossa è un omaggio ai terreni di questa zona caratterizzati da rocce e ghiaia dal colore rosso intenso, mentre il logo si rifà ad un’antica testa di argilla di origine etrusca, raffigurante il Dio Dioniso, risalente al IV secolo a.c., rinvenuta nei pressi di Volterra ed oggi appartenente a Eric Albada Jelgersma.
Restando in tema di terreni, nella tenuta troviamo una terra ricca di minerali e di sostanze saline, è estremamente variegata, con una prevalenza argillo-calcarea nelle quote più basse, ma anche con vaste zone a base di sabbia ferrosa mista a sassi nelle fasce di vigneto più alte. I vitigni prevalentemente coltivati sono il Merlot e il Cabernet, ma sta acquisendo sempre più spazio anche il Sangiovese.
E' stato proprio “a causa” del principe degli autoctoni toscani e italiani che ho deciso di fare un giro fra le vigne di Caiarossa e di dare un'occhiata a una di quelle cantine di cui negli anni avevo sempre sentito parlare, senza mai aver avuto l'input giusto per visitarla.
Sapete quanto io sia legato all'identità territoriale, all'italianità dei nostri vitigni e dei nostri vini, nonché delle nostre realtà vitivinicole e, nella maggior parte dei casi, amo visitare cantine in cui potermi relazionare direttamente con il proprietario/produttore, per comprendere al meglio la propria idea di vino e per confrontarmi con chi ha l'ultima parola. Forse per questo non ero mai venuto qui a Caiarossa, non tanto per un pregiudizio riguardo alla coltivazione maggioritaria di alloctoni, bensì per la consapevolezza di dovermi trovare ad interagire con persone "capitate" lì per motivi professionali e non con coloro che hanno investito e creduto in quella terra. Eppure, mi sbagliavo! Perché Caiarossa, oggi, è gestita in tutto e per tutto da un team giovanissimo di 3 persone: Julian Reneaud (enologo), Marco Lipparini (cantiniere) e Roberta Palma (communication manager).
vini francesi italia
Questi tre ragazzi, che non arrivano a 100 anni in 3, vivono Caiarossa come se fosse davvero la loro cantina, con grande dedizione e trasporto. Valori ripagati da un'ampia libertà nella gestione dei lavori indice di grande fiducia da parte della proprietà.
Ad accompagnarmi in vigna è Julian, giovane enologo francese, che – piccola rivalsa patriottica – arrivato in vacanza in Toscana, se ne innamorò a tal punto da volersi lasciare alle spalle le importanti esperienze in Francia e negli Stati Uniti per cercare a tutti i costi di venire a fare vino qui. Tra una battuta e l'altra mi rendo conto di quanto possa essere stimolante per un giovane enologo d'Oltralpe cimentarsi con un territorio così variegato e vivo, così pregno di personalità. Il rispetto che Julian manifesta per la toscana e per quei vigneti è ammirevole, quanto la sua competenza, che - mi dispiace ammetterlo - mette in luce in pochi istanti alcune profonde lacune della formazione enologica italiana.

Continuando la gincana fra i vigneti della tenuta scorgo le infinite sfaccettature di Caiarossa. Diversità caratteriali e vocazionali che hanno portato la proprietà a eseguire carotaggi e approfondite analisi al fine di suddividere i terreni in base alle proprie peculiarità. E' così che sono arrivati a dividere la tenuta in 48 particelle interpretate da 7 varietà rosse e tre bianche: Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot, Sangiovese, Syrah, Alicante, Chardonnay, Viognier e Petit Manseng. Nonostante l'attenta parcellizzazione, la vendemmia viene svolta attendendo la perfetta maturazione delle uve pianta per pianta, arrivando ad effettuare la raccolta in più fasi nella stessa parcella. Il massimo della perizia lo riscontro nel leggere le targhette presenti all'inizio dei filari, nelle quali sono riportati varietale, clone e portainnesto.
cantina biodinamica
Una volta terminata la mia consueta e mai stancante perlustrazione in vigna, si rientra in cantina.
Entrare in questa particolare struttura è stato divertente, un po' per l'atmosfera luminosa che c'è al suo interno, un po' per i simpatici teatrini che si innescano fra i 3 giovani ho vissuto la visita in maniera molto dinamica.
E' Roberta a darmi ragguagli riguardo le scelte strutturali e cromatiche della cantina, pensata con grande rispetto per la natura e per chi lavora al suo interno. Il colore giallo, ad esempio, è stato scelto per pareti e vasche in cemento al fine di non utilizzare luce artificiale durante tutto l'arco della giornata lavorativa, grazie alla capacità di questa cromia di riflettere la luce naturale che penetra dalle grandi vetrate.
La cantina si sviluppa su 4 livelli per poter vinificare sfruttando la forza di gravità, evitando di danneggiare gli acini.
Un piacere vedere oltre 70 vasche in cemento e legno di dimensioni diverse che permettono la vinificazione separata di ogni singola particella in modo da mantenerne integre le connotazioni.
Tutti i vini fanno un più o meno breve passaggio in legno, di dimensioni, tostature e “età” diverse in base al vitigno, all'annata e al vino che si andrà a realizzare.
E' con Marco - cantiniere di estrema attenzione e pulizia - che posso dedicarmi a qualche assaggio da vasca e da botte, confermando la superiorità dei terreni sui varietali stessi, che si ritrovano a parlare di Toscana, di Riparbella ed ancor più di Caiarossa, a prescindere dalla loro provenienza. 
cantina caiarossa sangiovese
Grande soddisfazione, inoltre, poter assaggiare del Sangiovese in purezza da botte grande degno di nota, che mi rincuora in quanto in tempi non sospetti mi esposi dichiarando la mia convinzione rispetto alla vocazione di questo territorio alla produzione di Sangiovese.
Ora però condividerò con voi qualche impressione riguardo i vini prodotti da Caiarossa che ho avuto modo di assaggiare:
vini biodinamici caiarossa
Caiarossa 2013 – si tratta del cru aziendale, un assemblaggio di sette varietà, ovvero tutte le varietà rosse coltivate nella tenuta. E' l'eterogeneità che si fa omogeneità, la diversità che diviene unicità, la un melting-pot rispettoso, ordinato e ponderato delle varie identità rappresentate a Caiarossa.
Il Caiarossa non vuole essere un mero scimmiottamento bordolese, ma tutt'altro! E' un vino in cui viene espressa la complessità di un territorio e di una visione estrema non nel non fare, ma nel fare con senno e consapevolezza. L'incidenza del legno è minima e garbata, il frutto è ancora fresco, intriga la lieve speziatura che accompagna, insieme a una buona nota balsamica, fino ad un sorso che si presenta ampio, per poi distendersi con grande eleganza e una bel finale ferroso.

Pergolaia 2013 – un Sangiovese, assemblato con piccoli saldi di altri vitigni presenti in tenuta. Il varietale è integro e viene solo leggermente “ingentilito” dai vitigni gregari; intenso il frutto e divertente la nota pepata, che invoglia ad una beva che ha spinta, slancio nonostante non lesini una buona struttura. Il finale sapido da inerzia al primo calice che non teme di lasciar spazio al secondo.
E' il vino che mi ha fatto decidere di venire a visitare Caiarossa, in quanto proprio di un'identità varietale e di una forza espressiva che palesano la vocazione di un territorio, che pur essendo poco avvezzo al Sangiovese in purezza, vanta un pedoclima che può regalare grandi sorprese. Non per altro la prossima uscita del vino di punta dell'azienda “Essenzia”, prodotto solo nelle annate migliori ogni volta con il varietale o i varietali che hanno dato i frutti migliori, sarà un Sangiovese in purezza.

Aria di Caiarossa 2013 - blend di 4 varietà internazionali che vuole fungere da biglietto da visita dell'azienda, dando un'idea di quanto il territorio e l'interpretazione di questo terroir possano superare i preconcetti e l'omologazione di alcuni tagli bordolesi. Un vino capace di mantenere un approccio diretto, ma non scontato, con una buona freschezza che rende lineare un sorso dalla morbida e armonica amalgama. Di questo vino ho molto apprezzato la godibilità odierna, sia per l'integrità che ha mantenuto che per la nobiltà dei tannini.

"Un’anima fine non è quella che è capace dei voli più alti, ma quella che si alza poco e si abbassa poco, e abita però sempre in un’aria e a un’altezza libere e luminosa." (Friedrich Nietzsche)  

Molto interessante il Caiarossa Bianco (Viognier e Chardonnay), che nel corso delle ultime annate ha cercato di correggere più volte il tiro arrivando a trovare la sua reale vocazione nella 2014 che ne ha imposto un'interpretazione meno carica e calda in favore di una più fresca e mineale.
passito oro di caiarossa
Dulcis in fundo l'Oro di Caiarossa (2014), vendemmia tardiva di Petit Manseng che manifesta un impatto profondo e seducente al naso, per poi stupire con grande compostezza e la totale assenza di stucchevolezza in bocca. Vino tutto giocato sull'equilibrio fra freschezza, residuo zuccherino e sapidità finale.

Chi mi segue da tempo e, ancor più, chi mi conosce personalmente si starà chiedendo come mai abbia deciso di parlarvi di una realtà così distante dalla mia ricerca di italianità, che passa spesso attraverso la storia di famiglie, uomini, donne del vino che hanno sempre fatto questo nella vita e lavorano ogni giorno per portare avanti uno de mestieri più incerti che si possano svolgere. La risposta è semplice: "il pregiudizio è un opinione senza giudizio" (Voltaire). Sì, il pregiudizio può portare alla rinuncia e alla perdita di occasioni valide per crescere in quanto a conoscenza e a consapevolezza. A Caiarossa ho trovato una realtà gestita da giovani intraprendenti, che credono in un progetto intriso di rispetto e serietà, capace di andare oltre le "chiacchiere da bar" intorno alla biodinamica e all'utilizzo di fermentazioni spontanee con i fatti. Vini di grande pulizia, frutto di un'attenta conduzione agronomica che non lascia al caso e impone un lavoro di gran lunga superiore a quello svolto in convenzionale, al fine di togliere tutto ciò che si può togliere in termini di chimica di sintesi. Lo stesso vale in cantina, dove la cura e il controllo fungono da alternativa all'interventismo enologico.
viticoltura biodinamica
Ora li aspetto al varco con il Sangiovese in purezza che da quel che ho avuto modo di assaggiare da botte promette davvero bene e non si sa mai che, con il tempo, a Caiarossa inizino a credere sempre di più in questo straordinario vitigno. Intanto mi godo la piacevolezza di vini, che a prescindere dai vitigni utilizzati, sanno lasciar parlare il territorio scongiurando l'omologazione e regalando sorprese non indifferenti.
Una vera conduzione bio-dinamica nel rispetto e nel dinamismo del giovane team di Caiarossa.


F.S.R.

#WineIsSharing

venerdì 23 febbraio 2018

Un grande Pinot Nero in Umbria? La Cantina Barberani lo ha fatto!

Il Pinot Nero, la bestia “noir” di tutti i vignaioli, croce e delizia dei degustatori e, senza tema di smentita, il vino sul quale di suole disquisire di più in Italia.
E' da una decina di anni, ormai, che porto avanti una ricerca personale, che ha più il sapore di una sfida, di vigna in vigna e di calice in calice, di un luogo in Italia in cui si possa raggiungere l'eccellenza nella produzione di un vino da questo vitigno così ostico e delicato varietale, ma devo ammettere di non esserci ancora riuscito e, forse, è bene che sia così.
Forse, però, l'errore che ho sempre, fatto io stesso, è stato quello di paragonare anche solo inconsciamente i Pinot Nero nostrani a quelli dei più noti areali d'elezione, primo fra tutti la "maison" del Pinot Noir, ovvero la Borgogna. Un errore a monte, che ha portato molti produttori a cercare meri scimmiottamenti di vini che, vuoi per una questione di know how e tradizione, vuoi per le peculiarità pedoclimatiche differenti - senza contare le differenze clonali e l'adattamento di un vitigno tra i più mutevoli - sarebbe impensabile replicare nel nostro paese.

Prendere il meglio della conoscenza d'Oltralpe e cercare di adattarlo ai nostri territori è la strada che ha portato alcuni produttori dall'Alto Adige all'Etna, passando per l'Oltrepò Pavese e il Casentino, a produrre vini che prediligono l'identità territoriale all'idiosincratica comparazione con i Pinot Noir di Borgogna.

Un uva precoce, un'uva da collina, che ha bisogno di essere asciugata dal vento. Il fresco e le escursioni termiche notte giorno aiutano a mantenere intatta la sua spina dorsale, ovvero la freschezza, l'acidità che verrebbe meno in zone calde e quindi con maturazioni troppo rapide. Predilige, inoltre, terreni calcarei, molto minerali. L'equilibrio fondamentale per tutte le uve tra maturazione tecnologica e fenolica è, nel caso del Pinot Nero, ancor più importante e facile da lasciarsi “scappare di mano”.
Se poi ci mettiamo che è un'uva davvero “bastarda” da gestire in vigna ed in cantina a causa della delicatezza della sua buccia, il gioco è fatto! Meglio lasciar perdere, no?!
Eppure, c'è chi si ostina ancora a sfidare la natura e, qualcuno, riesce persino ad averla vinta!
E' questo il caso di Luigi Barberani, padre di Niccolò e Bernardo giovani produttori umbri, noti per la loro grande ricerca sulla muffa nobile – il Calcaia è senza ombra di dubbio uno dei migliori muffati italiani – e per i loro Orvieto, ma che hanno già avuto modo di stupire nelle annate scorse con il loro Sangiovese Polvento, all'altezza di molti cugini toscani.
Luigi - mi racconta Niccolò – decise, trent'anni fa, di fare una vera e propria scommessa con la natura, sfidando il proprio terroir impiantando una piccola vigna di Pinot Nero proveniente dalla Borgogna. La storia è quella comune a molti produttori italiani, che da grandi appassionati di Pinot Noir francesi, non resistono alla tentazione di mettersi alla prova iniziando a sperimentare con questa fantastica uva nel proprio territorio di origine. La vigna è stata piantata nel 1988 con barbatelle provenienti dal vivaio Guillaume in Charcenne - Francia (Pinot Noir clone 777). La zona scelta ha un terreno argilloso e sedimentario, ricco di ciottoli e si trova a ridosso di una foresta in una parte particolarmente fresca e arieggiata dell'azienda a 250mslm. Il sistema di allevamento scelto è (ovviamente) Guyot singolo.
Oggi, quelle viti ormai adulte, ci regalano una grande emozione. Solo nelle annate più favorevoli, quando clima, suolo e vegetazione entrano in uno stato di grazia, possiamo produrre questo piccolo grande capolavoro. La fermentazione sulle bucce è tenuta in acciaio per 20 giorni circa, con parte dei raspi all'interno. L'affinamento è di due anni in botti di rovere francesi e per altri due anni (almeno) in bottiglia.
Ho avuto modo di stappare una delle 591 bottiglie prodotte qualche giorno fa, condividendola rigorosamente alla cieca con amici di cui stimo molto il palato e che amano il Pinot Nero di Borgogna a tal punto da essere molto scettici su molte delle espressioni italiche. E' stata una piccola provocazione, e ciò che ne è scaturito è quello che speravo scaturisse, ovvero l'effettivo predominio dell'identità territoriale e persino quella del produttore su eventuali vani tentativi di imitazione.
Non ci è voluto molto per collocarlo nella sua zona di origine e per conquistare l'attenzione mia – io stesso, lo stavo assaggiando per la prima volta – e dei miei compagni di degustazione e questo vale molto, perché è ciò che vorrei ritrovare in ogni bicchiere di vino prodotto da vitigni internazionali in generale e di Pinot Nero nello specifico in Italia. Se con i vitigni autoctoni, è spesso lo stesso varietale a “geolocalizzare” l'areale produttivo del vino in questione, è con i vitigni internazionali che la varietà di condizioni pedoclimatiche di cui ogni areale italiano dispone può far la differenza, delineando un'identità territoriale ben precisa, unica e non riproducibile altrove.
E' facile dire “questo non è Pinot Noir” perché più o meno profondamente diverso dai termini di paragone di Borgogna (purtroppo si scomodano sempre i “Grandi di Borgogna” con i quali è davvero difficile anche solo pensare di confrontarsi), ma sarebbe molto interessante andare a valutare la qualità intrinseca del vino e la sua forza espressiva, nell'ottica di un'identità territoriale capace di dire la sua nel rispetto totale del varietale.
Io ho trovato nel Pinot Nero 2012 di Barberani un vino di grande complessità e profondità al naso, che si svolge in bocca con grande classe e finezza, senza lesinare una spinta notevole in lunghezza.
pinot nero barberani
Frutto, terra, fresca balsamicità e brezza marina, che fanno da apripista ad un sorso di grande coerenza nel frutto, intrigante nella soffusa speziatura e saporito nella chiusura salina.
Un vino che affonda le radici nel proprio territorio, ma che rispetta la vocazione all'eleganza del Pinot Nero. Equilibri tanto labili quanto emozionanti una volta trovati e in questa 2012, stappata a quasi 6 anni dalla sua vendemmia, il bilanciamento è ai limiti della perfezione.
La peculiarità che contraddistingue questo vino e lo rende così nelle mie corde è la sua capacità di destabilizzare e di toglierti solo inizialmente dei punti di riferimento che poi emergono, durante l'assaggio accompagnandoti in un viaggio dalla destinazione più che evidente.

Il "difetto", se così vogliamo chiamarlo, è che di questa annata ne sono state prodotte solo due barriques e questa è e resterà la dimensione produttiva di questo vino, che per quanto piaccia alla famiglia Barberani, vuole restare una chicca per gli amanti del genere e vuole fungere da nitida dimostrazione della straordinaria versatilità del terroir orvietano e in particolare del Lago di Corbara.

Non avrei mai detto di poter trovare uno degli assaggi più convincenti di Pinot Nero italiano in questa zona, ma il vino non smetterà mai di stupirmi e non c'è emozione più bella dello stupore, specie se lo stupore è prodotto da un vino di questa unicità.


F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 21 febbraio 2018

Benvenuto Brunello 2018 - Annata 2013 e assaggi da ricordare

Benvenuto Brunello 2018 - Anteprima Brunello di Montalcino 2013, Riserva 2012 e Rosso di Montalcino 2016

Anche quest'anno l'anteprima più attesa dell'anno si è conclusa con una serie di assaggi, incontri e confronti che fanno entrare il Benvenuto Brunello 2018 di diritto tra le migliori anteprime di sempre per l'organizzazione e per l'attenzione alla comunicazione web e social da parte del Consorzio.
brunello montalcino 2013
Dopo la doverosa premessa legata all'annata 2013, condividerò con voi alcuni degli assaggi più nitidi di questa edizione di Benvenuto Brunello.

L'annata 2013
Autunno mite, inverno freddo e piovoso, primavera non troppo calda e estate, che seppur arrivata in ritardo, si è protratta fino a settembre inoltrato. Questo andamento più regolare da luglio a fine settembre, il vento e le buone escursioni termiche giorno-notte hanno permesso una maturazione più graduale, una buona sanità delle uve e un buon equilibrio fra acidità e concentrazione. In un'annata come questa – che non si vedeva da lustri ormai – è stata premiata una raccolta in stile quasi tradizionale partita a metà settembre e protratta fino ad inizio ottobre in alcune zone. Di certo più una vendemmia più classica rispetto alle 2 settimane di anticipo alle quali, purtroppo, ci stiamo sempre di più abituando. Il rischio per la sanità delle uve c'è stato solo in alcune zone più tardive, a causa di alcune piogge di ottobre.

In termini organolettici ad essere privilegiate sono state le peculiarità aromatiche e gustative che riconducono ai canoni della freschezza, della profondità e della finezza, che nei casi di maggior rispetto in vigna e in cantina hanno dato origine ad un'armonia complessiva molto elegante.
Il tutto va poi contestualizzato e declinato in base alle caratteristiche pedoclimatiche della quattro macro aree e delle singole realtà aziendali distinguendo i corpi unici da chi (e a Montalcino sono molte) ha piccole parcelle di vigneto in due o più differenti zone, in grado di compensarsi al momento del taglio d'annata (se vinificate separatamente) con grandi vantaggi in termini di bilanciamento fra acidità e struttura.

Il Brunello 2013
Le attenzioni erano rivolte tutte al Brunello 2013, ma venivano presentati anche i Rossi di Montalcino 2016 e i Brunello di Montalcino Riserva 2012, con alcune eccezioni per entrambe le categorie rappresentate da Rossi 2015 usciti più tardi e rare Riserve 2011 di chi ha preferito questa annata alla successiva.
Dando un colpo di spugna preventivo alle dinamiche legate all'assegnazione di 4 stelle all'annata 2013 contro le 4 della 2012, vi dico subito che l'annata presentata quest'anno rientra perfettamente nelle mie corde per il carattere più fresco e l'andamento climatico più “classico”.
Se il caldo tende a “omologare” in termini di qualità media - nella 2012 l'andamento degli assaggi era stato molto più regolare, ma con meno picchi – in un'annata da considerarsi fresca come la 2013 le considerazioni sui vini degustati risultano essere più altalenanti, ma con picchi d'eccellenza davvero notevoli, specie per chi, come me, ama vini dal profilo più dinamico e fine.
Un'annata tanto tradizionale quanto attuale in termini di risultati, che va incontro alla contemporanea tendenza italiana, e sempre più globale, che privilegia vini più freschi, asciutti, sapidi ma al contempo equilibrati, profondi ed eleganti, a sfavore delle grandi concentrazioni e dei vini “piacioni” troppo corposi e dalla beva meno agile.
Un ritorno a gradazioni meno importanti e ad acidità più lineari, con tannini in molti casi meno aggressivi, asciutti e sabbiosi, senza lesinare una buona struttura, fanno dei Brunello 2013 dei vini da bere oggi senza troppi intoppi e per i quali auspicare un grande futuro in termini di longevità e di evoluzione verso complessità e classe.

Gli assaggi da ricordare del Benvenuto Brunello 2018
brunello montalcino 2013 vini

Brunello di Montalcino 2013
(L'ordine dei vini citati è puramente casuale e la seguente lista non rappresenta una classifica di gradimento, ma "solo" l'elenco degli assaggi che di più mi hanno colpito alla luce degli oltre 200 fatti tra Brunello annata, Riserva e Rosso)

Albatreti - Di carattere.
Un Brunello capace di coniugare alla freschezza della 2013 una forza espressiva destabilizzante. Anche dopo un'intera giornata di assaggi è stato in grado di destare le mie papille gustative dall'umano accenno di assuefazione, distinguendosi nettamente dalla “massa” per la chiarezza del varietale e per la profondità di un sorso intenso e saporito, dal tannino ben integrato. Nonostante in pochi li conoscano, i vini di Gaetano Salvioni sono citati fra gli assaggi più nitidi dei miei Benvenuto Brunello da almeno 3 anni, quindi io mi sento di considerarlo a tutti gli effetti una grande conferma più che una “scoperta”.

Fattoria il Pino - Energico
Jessica Pellegrini si dimostra ancora una volta un'interprete rispettosa della tradizione, del suo territorio e dell'annata con un Brunello completo, dall'ottimo slancio fresco e dinamico che si svolge con notevole energia vitale. Grande ora ed ancor più in prospettiva. In pochi anni è diventata già passata dall'essere una scommessa ad una certezza che dubito mi deluderà in futuro.

Le Potazzine - Fine
Sono queste le annate in cui il sodalizio fra i vigneti a ovest e quelli a sud de Le Potazzine dà il meglio di sé: grande armonia, slanciata freschezza, sapidità e profondità da vendere per un vino di rara finezza. La coesione fra la complessità dei profumi, i tannini di grande garbo e la dinamica di una beva longilinea ma intensa, lo rendono un Brunello tanto tradizionale quanto attuale nella capacità di coniugare il più coerente rispetto per la tradizione ad un'eleganza e una bevibilità più uniche che rare.

Gianni Brunelli - Elegante
E' la prima volta che cito un Brunello de Le Chiuse di Sotto fra gli assaggi memorabili delle mie anteprime ma questa 2013 merita molto più di una citazione, in quanto emblema dell'annata nel suo slancio teso dal finale sapido avvolto in un velo di leggiadra eleganza, che non ne offusca la fisionomia ma la risalta, con un tratto fine e distintivo. Azienda che mi ha piacevolmente sorpreso su tutta la linea per la raffinatezza con la quale interpreta i suoi vini.

Pietroso - Equilibrato
Un Brunello disegnato a due mani da Madre Natura e da Gianni Pignattai con estrema precisione e rispetto per il varietale e per l'annata. Frutto e note balsamiche si fondono in un naso intrigante che fa da preambolo ad un sorso lineare ma che non manca di piglio e carattere. La percezione fresca, unita alla buona struttura e al tannino netto e di grande fittezza ne fanno un Brunello dagli equilibri cesellati.

Il Marroneto - Identitario
I vini di Alessandro Mori non smetteranno mai di stupirmi con la loro nitida identità tradizionale e l'espressività varietale e territoriale. Il Brunello 2013 è fresco, balsamico, con una beva dinamica, asciutta; ha stoffa e una trama tannica fitta, di grande nettezza e precisione. 
Il Madonna delle Grazie 2013 ha una personalità più complessa, profonda, appena inizia ad aprirsi ammalia con un naso che rende onore al Sangiovese e al suo più completo spettro olfattivo, per poi illuminare con un sorso impattante, slanciato, ma non povero di sostanza; il finale è saporito, ferroso, sanguigno comun denominatore dei grandi vini rossi. Un assaggio intimista di grande intensità che fa presagire un futuro radioso per un vino di notevole levatura, con il quale, una volta entrati in empatia, non si smetterebbe mai di intrattenersi.

Salvioni - Stile
Una cifra stilistica che non viene mai meno quella di Salvioni. Anche in un'annata in cui in molti hanno rischiato di confondere la freschezza e la finezza con l'esilità, il Brunello della Cerbaiola è in grado di mostrare muscoli da maratoneta piuttosto che quelli da centometrista, mantenendo una buona spina acida che attraversa e sostiene la ben dosata concentrazione. Quando la potenza si fa armonia...

Le Ragnaie - Complesso
Il Brunello V.V. 2013 esprime un grado di complessità che solo pochi grandi vini possono pensare di eguagliare. Vino integro, profondo, che gode della consueta freschezza che questi vigneti sanno donare al vino grazie alla loro altitudine e al pedoclima favorevole. Dinamiche che sfociano in un'eleganza che continuerà a crescere in vetro.

Sanlorenzo - Sincero
Apprezzo da anni i vini di Luciano Ciolfi per la loro riconducibilità alle sue vigne e alla sua interpretazione delle stesse di annata in annata. Anche questo Brunello Bramante 2013 è specchio del pedoclima dei suoi vigneti nel versante sud-ovest a 500mslm ricchi di galestro: puro nel varietale, fresco e teso nella beva, sapido nel finale, con un tannino distintivo dei suoi vini. Ormai Sanlorenzo ha trovato la sua cifra stilistica.

Terre Nere - Prospettico
Un Brunello che ben esprime le peculiarità dei vigneti di questa piccola realtà che nelle annata giuste permettono di raggiungere un raro equilibrio fra estratto e acidità donando al vino forza, dinamica e grande potenziale evolutivo. Un tannino che con un po' di vetro verrà integrato al meglio.
Credo molto in questa cantina e sono certo che la crescita constatata quest'anno sia solo l'inizio di un luminoso cammino.

Il Palazzone - Minerale
Per quanto inflazionato sia questo termine enoico, non posso non utilizzarlo per un Brunello che mi ha sorpreso per una duplice anima minerale fatta di ferro e sale. Un vino che si lascia bere con estremo piacere, senza risultare scontato. Una piccola scoperta per me che non conoscevo questa piccola e rispettosa cantina situata sul pendio nord-ovest di Montalcino.

Fattoi - Continuo
Uno degli assaggi più intensi e persistenti. A stupire è la grande armonia fra freschezza e potenza di un vino che attinge alla tradizione per arrivare ad essere contemporaneo. Sempre una luminosa conferma.

Col di Lamo - Lungo
Una realtà che cresce di annata in annata aumentando la consapevolezza di chi il vino lo fa ovvero della produttrice Giovanna - per gli amici Gianna - Neri e delle sue viti. Un vino che ho dovuto riassaggiare più volte per comprenderne le varie sfaccettature, che sembrano voler giocare con i sensi finché, una volta portati in quel limbo chiamato austerità, inizia ad aprirsi per poi affondare la stoccata vincente, fresca e saporita, in un allungo che pochi saprebbero sostenere. Amo essere sorpreso e la 2013 di Col di Lamo è di certo un vino che sa e saprà sorprendere.

La Magia - Espressivo
Il Brunello "Ciliegio" dell'azienda La Magia conferma quanto un territorio e ancor più un singolo vigneto possano incidere sulla personalità di un vino. Un vino pulito, che si fa apprezzare per un buonissimo bilanciamento fra sensazioni più fresche e balsamiche e il fisico presentante e sinuoso. Un vino con una sua personalità matura e ben delineata che può solo crescere in bottiglia.

Cava d'Onice - Forte
Il Brunello 2013 del "cru" Colombaio di Cava d'Onice è uno di quei vini da guardare e sentire in prospettiva, ma non troppo. Un vino che ha ben chiara la sua identità varietale e territoriale e che fa percepire chiaramente un grande potenziale. Il corpo forte e tenace di questo vino è ben bilanciato da uno slancio lineare e sicuro che non si lascia ostacolare dal tannino. Una realtà, questa, da seguire con attenzione negli anni a venire.

Le Ripi - Buona la prima!
Il Brunello “Cielo d'Ulisse” è il neonato dell'azienda, pensato per uscire sul mercato nei tempi previsti dal disciplinare (e non oltre, come accade per il Lupi e Sirene). Un vino ben congegnato, che non manifesta ostiche durezze e privilegia una beva agile e snella. Un vino futuribile che farà di sicuro parlare di sé da qui in avanti.

Brunello di Montalcino Riserva 2012

Podere San Giacomo - Concreto
Una delle poche riserve che non hanno accusato l'annata calda e il lungo affinamento. Vino che ha mantenuto ancora integro un buon frutto e, pur lasciando intravedere un grande potenziale di invecchiamento, non oppone particolari resistenze alla beva odierna.

Casisano - Ascendente
La Riserva “Colombaiolo” è l'eccezione che conferma la regola. In un'annata in cui molte Riserve sono risultate iperstrutturate e ai limiti della “cottura” quella di Casisano ha manifestato un ottimo equilibrio, mantenendo fede all'annata calda, ma preservando una buona acidità di base. Un vino importante, da attendere, come si confà a una Riserva di grande caratura.

Sesti - Riserva-to
Il Phenomena del Castello di Argiano di Sesti è uno di quei vini che da anni, attraverso il calice, mi spinge ad un introspezione profonda mia e del vino. Un Brunello che si presenta timido, a tratti riservato, ma con il quale basta essere educati e pazienti per comprenderne il carattere forte, maturo e saggio. E' un vino che temevo di non poter apprezzare in un'annata calda come la 2012, ma che con la sua intrigante capacità di fare il gioco delle tre carte con i miei punti di riferimento in degustazione, è sempre tra gli assaggi che rimangono più impressi nella memoria.

Cerbaia - Nitido
La Riserva “Vigna Cerbaia” è balsamica, matura ma non troppo, con una profondità aromatica e un'intensità di sorso notevoli. L'annata è percepibile nella sua accezione più positiva e il potenziale di bottiglia è tra i più nitidi assaggiati.

Rosso di Montalcino 2016

Ferrero - Completo
Uno di quei rossi che già dal naso dicono molto della loro integrità di frutto. Ottimo il gioco di squadra fra nerbo e struttura, con un'eleganza soffusa e diffusa che ne fa ben più di un “secondo vino”. Il sorso è lungo e la percezione salina nel finale è davvero piacevole.

Croce di Mezzo - Inerziale
Uno dei Rossi che di più hanno espresso l'equilibrio agilità di beva e potenziale evolutivo, tipici dei grandi Rossi di Montalcino. L'annata favorevolissima ha permesso un ottimo bilanciamento fra freschezza e corpo, con un finale saporito, sapido che invoglia al refill inerziale.

Tricerchi – Promettente
Step by step, quest'azienda sta iniziando a muovere i suoi primi passi fra i “grandi” del Brunello. Uno dei nasi più nitidi e un sorso di grande profondità. Il tannino è ben presente, ma già ben composto e garbato. Anche il Brunello 2013 meriterebbe una citazione, ma avendo assaggiato da botte e da vasca quello che sarà il futuro dell'azienda, so che nei prossimi anni potrò spendermi in panegirici più che meritati.

La Mannella - Intrigante
Il Rosso 2016 dell'azienda della famiglia Cortonesi mostra un carattere forte, è intenso nel frutto e lieve nella speziatura; riesce a coniugare al meglio la buona struttura con una spina acida ben integrata. Uno dei rossi che meriterebbero qualche anno di cantina per essere apprezzati a pieno.

Albatreti - Disarmante
Il vignaiolo "della domenica" - chi conosce Gaetano Salvioni sa cosa intendo - colpisce ancora! Il suo Rosso è un'esplosione di frutto, con un accenno di aromi secondari a rendere il naso di questo vino tra i più interessanti in assoluto. Un sorso che ne conferma l'unicità e l'attitudine a stupire dei vini di questo piccolo artigiano del vino.

Ventolaio - Agile
Un Rosso dal naso ammaliante, nitido e ben definito, senza le sfocature che in qualche annata mi hanno impedito di sentire nelle mie corde i vini di quest'azienda. Il frutto è integro e dall'equa maturità, il sorso ha una buona spinta acida che lo rende molto agile alla beva.

Le Potazzine - Esemplare
Un grande Rosso di Montalcino, senza se e senza ma, che ammalia con il suo naso varietale ancora fresco, vivo ma al contempo profondo e sfida il calice a restare vuoto, vincendo a mani basse con un sorso di grande equilibrio ed estrema piacevolezza.

Conclusioni
In generale ho trovato la 2013 un'annata ricca di vini nelle mie corde, capaci di esprimersi in finezza e verticalità, senza lesinare forza e materia, con un'ovvia predisposizione alla finezza, seppur con alcune cadute verso il basso che nella 2012 erano state attutite dalle più semplici maturazioni e da una vendemmia più semplice.
Per quanto riguarda le Riserve, devo ammettere che sono sempre un po' ostiche per me  in anteprima e quest'anno lo sono state ancora di più, con alcune interpretazioni troppo cariche e mature, al limite della surmaturazione e i lunghi affinamenti, con quelle concentrazioni e quella percentuale di alcol, ha permesso una deleteria presa di legno dalle botti, specie in caso di legni piccoli. Quelle che ho citato si sono fatte valere grazie ad un equilibrio tra maturità e acidità e per una buona prospettiva evolutiva.
Tra i Rossi di Montalcino 2016, invece, c'è l'imbarazzo della scelta in quanto l'annata - nonostante le migliori uve siano state destinate al Brunello - ha messo a disposizione dei vignaioli una materia prima di prim'ordine. Fra quelli citati troverete gli assaggi che di più si sono distinti per personalità, rispetto dell'annata e precisione.

Montalcino si conferma, a mio modesto parere, l'areale con il più alto livello di qualità media diffusa e la più nitida e percepibile identità territoriale, legata non solo all'utilizzo del monovitigno, ma anche e sempre di più alla volontà comune di ricercare interpretazioni del proprio pedoclima che rispettino la tradizione e risultino contemporanee con il loro equilibrio fra struttura e freschezza, fra carattere e finezza. In generale i vini risultano puliti (a parte sempre più rara eccezione) e il tannino è il vero e proprio spartiacque che vede da un lato i tannini più ruvidi, sabbiosi a tratti strappati e dall'altro quelli più fitti, composti, educati e persino vellutati.

Per quanto il global warming sia sempre più incidente sulle annate, speriamo che gli anni a venire ci riservino ancora qualche "2013"!

Concludo sottolineando che ho preferito non citare i Rossi 2015 e le Riserve 2011 in quanto il focus dell'anteprima erano le annate che, invece, ho preso in considerazione nella stesura di questo report, ma avrò sicuramente modo di condividere con voi le mie impressioni a riguarda durante l'arco dell'anno.


F.S.R.
#WineIsSharing

venerdì 16 febbraio 2018

Top 40 Wine Influencers 2018 al mondo secondo Socialvignerons.com

Sono lieto di condividere con voi la segnalazione di WineBlogRoll, della mia figura di Wine Blogger e, un particolare, dei miei profili social nella lista dei media e dei comunicatori del vino da seguire sui social networks nel 2018, stilata come ogni anno dal noto portale internazionale Socialvignerons di Julien Miquel.

Dati i risaputi problemi dell'algoritmo di Klout, utilizzato sino allo scorso anno come parametro di valutazione, l'autore della selezione ha preferito utilizzare un semplice computo dei followers che ogni testata, giornalista, critico, blogger e social community vanta sui tre social network più importanti: twitter, facebook e instagram. Non si tiene conto, quindi, delle visite a siti e blog e di altri importanti parametri di valutazione, in quanto – come dice il titolo stesso della classifica – si privilegia l'attività sui social e il seguito di ogni entità presa in oggetto.

Eccovi la lista completa dei profili social enoici da seguire nel 2018 secondo socialvignerons.com

italia wine influencer

Inutile dire che questi numeri non possono definire la qualità della comunicazione di ogni media elencato e che molti importanti wine blogger e molte testate giornalistiche dedicate al vino sono restate fuori, per il semplice fatto di essere meno “attive” sui social.

Come già detto qui, non mi sento propriamente un influencer, ma dato che, per convezione, chiunque comunichi il vino tramite web e social viene definito come tale, sarei un ipocrita se non manifestassi il mio piacere nell'essere annoverato, per il terzo anno consecutivo, in questo elenco insieme a tanti grandi nomi della comunicazione del vino e a qualche amico wine blogger internazionale.
Interessante il fatto che, nonostante il cambio di parametri di giudizio, molti dei nomi presenti siano rimasti pressoché invariati, manifestando una grande costanza nel tempo.

Per me che continuo a girare l'Italia con il solo fine di comunicare le unicità enoiche dei nostri territori - per di più principalmente in italiano - è sempre molto gratificante essere preso in considerazione in contesti internazionali come questo.
Ringrazio Julien Miquel per la citazione e, soprattutto, tutti gli appassionati e gli addetti ai lavori che continuano a seguire i miei profili social e a leggere le mie condivisioni enoiche in questo wineblog.

F.S.R.

Elenco blog personale