giovedì 29 marzo 2018

Il Prosecco senza pregiudizi

Il Prosecco che vorrei - Incontro con due virtuosi vignaioli della Docg

Qualche settimana fa mi è successa una cosa di cui vorrei parlarvi nell'incipit di questo articolo.
Come di consueto, pubblicai sui social una serie di foto e di impressioni riguardanti alcuni dei vini assaggiati durante la giornata e tra essi figurava un Prosecco. Giusto il tempo di postarla e mi arriva un messaggio che recitava più o meno così “Da te non me l'aspettavo! Non puoi bere Prosecco!”. A prescindere dal messaggio e dal suo autore che rispetto e ringrazio per lo spunto di riflessione derivato dalla sua – confido – ironica boutade, quelle parole dicono molto sulla percezione generalizzata di quello che è il vino più discusso dei nostri giorni, ma anche quello di più successo, se per successo si intendono i meri numeri economico-commerciali.
Negli ultimi anni, infatti, abbiamo assistito a un vero e proprio boom del “brand” Prosecco, che per far fronte all'aumento esponenziale di richieste ha visto espandere la propria area di coltivazione in maniera altrettanto rapida e dilagante.
Eppure, se c'è una cosa che il vino ci insegna costantemente è che non si può fare di “tutta l'erba un fascio”, in quanto sta all'appassionato ed ancor più a chi il vino lo comunica scovare quei sottoinsiemi ricchi di qualità, sin troppo spesso oscurati da insiemi più grandi nei quali ricadono anche prodotti e approcci opinabili.
In questo articolo vorrei mettere in evidenza alcune differenze fra la DOC e la DOCG, fermo restando che in ambedue le denominazioni esistano produttori capaci di fare bene indipendentemente dai disciplinari.

La prima tutela dovrebbe venire dalle denominazioni, che hanno il compito di indicare un luogo di produzione ancor prima del vino stesso e nel caso della DOCG ad essere indicata è una zona vitivinicola fortemente legata al territorio e molto più contenuta della DOC. Inoltre, le rese di uva per ettaro sono decisamente minori, sia in termini di disciplinare che in termini di "spinta naturale" delle piante. Ma entrando nello specifico, quali sono le differenze tra Prosecco DOC e DOCG? Il Prosecco DOC può essere prodotto in tutto il Friuli Venezia Giulia e in tutto il Veneto ad esclusione delle province di Verona e Rovigo, mentre il Prosecco DOCG solo nella zona collinare compresa tra le due cittadine di Conegliano e Valdobbiadene e nella zona collinare attorno ad Asolo in provincia di Treviso. Quindi la differenza sostanziale risiede, genericamente, ancora una volta nel territorio e nella sua  storica vocazione.
La viticoltura di collina è riconosciuta – con le dovute eccezioni – come quella di riferimento per una produzione di uva atta a divenire vino di qualità in quanto le pendenze consentono un’ottima esposizione al sole e il perfetto drenaggio. La collina, con la sua altitudine permette, sovente, anche maggiori escursioni termiche notte/giorno con i conseguenti benefici sull'equilibrio acido-strutturale del vino e sullo sviluppo dei precursori aromatici. Anche in questo caso possiamo trovare piccoli micro-areali all'interno della DOC in cui si riscontrano escursioni termiche importanti, ma in linea generale questa condizione è più presente nei vigneti collinari della DOCG.
Infine, nella viticoltura di colline, le pendenze impediscono, spesso, la meccanizzazione o almeno la riducono, evitando o diminuendo il compattamento e le operazioni standardizzate, in favore di una lavorazione manuale più accorta e rispettosa.

Detto questo, era inevitabile che tra le due denominazioni Prosecco Superiore Docg e Prosecco Doc, si sviluppasse una qualche forma di concorrenza e di competizione. I punti di contatto ci sono ma anche le differenze: l'uva è, per lo più, la stessa (Glera) e il metodo di spumantizzazione generalmente utilizzato è il Martinotti (più o meno lungo), anche se sono sempre di più i produttori che iniziano a cimentarsi con il Metodo Classico. Quanto al resto si tratta di collina “versus” pianura, rese per ettaro diverse (135 q.li "vs" 180 q.li) e superfici vitate in areali differenti per caratteristiche e dimensioni:
  • Prosecco DOC – La zona di produzione del Prosecco DOC ricade nei territori di 5 province del Veneto (Treviso, Venezia, Vicenza, Padova, Belluno) e in 4 del Friuli Venezia Giulia (Gorizia, Pordenone, Trieste e Udine). Quando la raccolta delle uve, la vinificazione e l’imbottigliamento avvengono completamente nelle province di Treviso e Trieste, si può usare le menzione speciale Treviso o Trieste.
  • Prosecco Superiore DOCG - All’interno della zona di produzione del Prosecco Doc, l’area della DOCG Prosecco di Conegliano Valdobbiadene e Colli Asolani è invece più limitata e comprende, da un lato, la fascia collinare che va da Conegliano a Valdobbiadene, in provincia di Treviso, dall’altro la zona che va dalla Pedemontana a Nervesa della Battaglia, incluse le colline di Asolo e del Montello.
Ormai avete imparato a conoscermi e sapete che per me l'equilibrio è tutto e prima di criticare qualcuno o qualcosa devo necessariamente andare a fondo, devo conoscere, devo raccogliere informazioni e dettagli utili a maturare una mia personale impressione a riguardo.
E' per questo che ho deciso di partire per il Veneto e di visitare alcune delle zone più vocate alla coltivazione del vitigno Glera e più rappresentative delle storicità della viticoltura in terra di Prosecco.
L'areale che ho visitato è quello del Conegliano-Valdobbiadene, con il suo "cru" Cartizze.
Ad accompagnarmi in questo viaggio alla scoperta dei vigneti, dei terreni e dei micro-climi più espressivi della qualità che si può ottenere con il Prosecco sono stati due giovani vignaioli: Marco Rosanda e Pietro De Conti, rispettivamente i proprietari delle aziende agricole Col del Lupo e Cartizze PDC.
Ho potuto, così, vedere con i miei occhi le ripide pendenze dei vecchi e nuovi impianti collinari del Valdobbiadene e toccare con mano i fusti di viti centenarie ancora presenti e, soprattutto, ancora in produzione a Cartizze. Un patrimonio genetico, storico e qualitativo che va preservato e valorizzato, proprio come stanno cercando di fare Marco e Pietro.
Questi due giovani produttori si stanno dando da fare per elevare la percezione del Prosecco dei propri areali di produzione, che rappresentano la storia e le origini del Prosecco. Ecco perché ho deciso di condividere con voi il loro pensiero.

PDC – Pietro De Conti - Cartizze
"Il Cartizze è un’oasi naturale all’interno della quale, si genera un microclima ideale per la coltivazione della vite. Ci sono tre fondamentali proprietà che caratterizzano questa vallata:
- VENTILAZIONE
prosecco cartizze
Attraverso il canale che collega Alpi alla pianura soffia una brezza costante (da Nord-Est) che mantiene l’apparato fogliare della vite sempre arieggiato ed asciutto, prevenendo la formazione di umidità, principale causa dello sviluppo di malattie fungine (Peronospora, Oidio, botrite, muffe). La pianta cresce molto più forte e sana rispetto ad ambienti non ventilati, anche in annate con eccessiva piovosità. Questa caratteristica permette di seguire una tipologia di coltivazione sostenibile a basso impatto ambientale, limitando il volume di sostanze chimiche utilizzate in vigneto.
- ESPOSIZIONE SOLARE
La vallata del Cartizze forma una catena collinare che si alza di quota da Sud verso Nord (da 200 m fino a 350 m sul livello del mare). Le viti sono sempre esposte al sole, mai ombreggiate dai filari che stanno a monte o a valle dando l’opportunità all’uva di maturare in modo omogeneo e di sviluppare alti contenuti zuccherini all’interno dell’acino.
- TERRENO
cartizze vigneti
Il terreno argilloso e marnoso di formazione arenaria è ricco di minerali e garantisce un nutrimento costante alla vite.
L’argilla mantiene una scorta d’acqua che impedisce alla vite di entrare in crisi idrica in annate molto secche e allo stesso tempo ha effetto drenante in annate di elevata piovosità evitando la formazione di ristagni d’acqua e di umidità.
cartizze
Grazie alla combinazione di questi 3 fattori, nel Cartizze le piante crescono in modo sano ed equilibrato in un ambiente che favorisce la loro durata nel tempo e che garantisce la produzione di mosti ben bilanciati.
Nascono vini con freschezza e sapidità marcate e di maggiore complessità aromatica.
pdc prosecco di cartizze
Cartizze è il fiore all'occhiello di una DOCG che rappresenta la storia del Prosecco, vecchi vigneti coltivati a mano, in condizioni spesso difficili, dove le tradizioni hanno mantenuto vivi i principi della coltivazione di collina. Valdobbiadene è un insieme di uomini che da sempre ha dedicato la propria vita ai propri vigneti e con orgoglio continua a testa bassa, Conegliano la sede della scuola enologica più vecchia d’Italia, il Cerletti fondata nel 1876, Asolo zona collinare con simili caratteristiche alle colline di Valdobbiadene e con la possibilità di allargare “non troppo” la zona del Prosecco Superiore.

La confusione è molta, la maggior parte dei turisti/clienti non conosce la differenza tra le varie zone di produzione, fanno di tutta un’erba un fascio ecco che la parola Prosecco diventa sinonimo di: bollicina, aperitivo, vino economico.
L’Italiano inizia ad interessarsi a prodotti di qualità, ricerca e si documenta sulle varie fasce di Prosecco, tuttavia rimane sempre un buco informativo dovuto alla carenza educativa che i produttori ed i vari consorzi non hanno saputo trasmettere in questi anni di crescita del mercato.
Nel mondo per il momento esiste solo la singola parola Prosecco, tranne qualche appassionato di vini o professionista del settore la media non sa distinguere tra DOC, DOCG, CARTIZZE.
Sicuramente non aiuta il fatto che i tre consorzi anziché unirsi e farsi forza, si schierano l’uno contro l’altro inoltre anche la Denominazione stessa crea parecchie difficoltà:
  • Valdobbiadene DOCG Prosecco Superiore di CARTIZZE
  • Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG RIVE
  • Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG
  • Asolo Prosecco Superiore DOCG
  • Prosecco DOC
Quale tra queste denominazioni crea meno ambiguità, è più semplice, più lineare, più pulita, pertanto più facile da ricordare per la mente umana? Mah... mi faccia un Prosecco!"

Col del Lupo – Marco Rosanda - Valdobbiadene
prosecco col del lupo valdobbiadene
"La zona di produzione delle uve atte a produrre Conegliano Valdobbiadene DOCG spazia da Conegliano - San Vendemiano - Colle Umberto – Vittorio Veneto – Tarzo - Cison di Valmarino - San Pietro di Feletto - Refrontolo - Susegana - Pieve di Soligo - Farra di Soligo - Follina - Miane – Vidor -Valdobbiadene. Questo ciò che viene sommariamente scritto nel disciplinare. Chiaramente ci sono differenze sostanziali sotto vari aspetti. Partendo dal concetto che la Glera è una pianta vigorosa, essa non ha problemi a produrre se in presenza d’acqua (irrigazione di soccorso permessa da disciplinare) e in presenza di nutrienti, per cui, per ottenere delle uve di qualità è necessario per ovvi motivi limitare la vigoria per contenerne la produzione entro dettami da disciplinare. Le colline della zona di Valdobbiadene e dei paesi limitrofi presentano inclinazioni tali da non permettere l’irrigazione, ma per natura drenano molto le acque gravitazionali, sono per lo più terreni composti da arenarie e marne con alternanza di strati morenici alluvionali e rocce conglomeratiche. Sono, inoltre, terreni poco profondi che obbligano gli apparati radicali a spaziare il più possibile alla ricerca di nutrienti, esplorazione favorita e resa possibile anche dalla scarsa possibilità di meccanizzazione in collina e l’utilizzo di mezzi poco pesanti che non compattano il suolo.

A queste caratteristiche vanno aggiunti i vantaggi climatici. Se è vero che tutta l’area pedemontana garantisce buone escursioni termiche fra giorno e notte, questo fenomeno è particolarmente presente nei paesi più vicini a Valdobbiadene, per la presenza del Monte Cesen (1570 slm) alle loro spalle.

Vigneti posti in un’area più piovosa sì, in quanto pedemontana, ma con terreni ben drenati e caratterizzati da una rapida asciugatura fogliare, vigneti che con le loro inclinazioni permettono gradi zuccherini più elevati di altre zone e un mantenimento di un profilo acidico in particolar modo Malico ottimo: presupposti basilari per la realizzazioni di buoni spumanti.
I vigneti storici della zona del DOCG sono per lo più disetanei, con una percentuale di vecchie piante e con presenza varietale che spazia dalla preponderante percentuale di Glera a cultivar come Verdiso, Bianchetta e Perera che contribuiscono ad arricchire il profilo aromatico ma anche acidico dei mosti che verranno.
vigne col del lupo
I contenuti di quelli che son detti aromi primari delle uve di questi vigneti sono decisamente superiori alla media, non solo come percezione, ma su base di analisi eseguite dal centro di ricerca per la viticoltura di Conegliano Veneto.
A queste caratteristiche che permettono di arrivare a uve di notevole qualità, vanno aggiunte delle conseguenze che mi piace definire inconsapevoli. L’accessibilità in collina come già detto limita la possibilità d’irrigazione e anche il già citato compattamento del terreno ad opera dei mezzi agricoli, ma anche rende impossibile la vendemmia meccanica (concessa a disciplinare) e impossibile l’utilizzo di recipienti come rimorchi di grande quintalaggio. Sono sempre di più infatti le aziende che hanno terreni in alta collina che operano la vendemmia in cassette, bins o quantomeno rimorchi molto piccoli garantendo poi pressature delle uve da manuale.

Le colline nell'area limitrofa a Conegliano sono molto più dolci, ciò favorisce la meccanizzazione dei vigneti e le varie operazioni colturali, gli impianti sono più moderni, mediamente più giovani, la presenza di altre cultivar è più limitata, l’irrigazione e la meccanizzazione più presenti con ottenimento di ottimi prodotti ma che indubbiamente differiscono da quelli precedentemente descritti. Va altresì sottolineato che in queste ultime zone la coltivazione in regime biologico è sicuramente più semplice da attuare, in quanto se pur in presenza di terreni più profondi, in zone meno ventilate e più umide, la meccanizzazione agevola di gran lunga i trattamenti.
Dal mio personale punto di vista il vero limite del biologico in zona di alta collina e quindi nella zona del Prosecco DOCG è l’utilizzo del Piretro: prodotto fotolabile che andrebbe utilizzato nelle ore notturne, ma trattare vigne impervie nell’oscurità è molto difficile da attuare.
Noi vignaioli viviamo questo momento felice di questo vino chiamato genericamente Prosecco con visioni molto diverse.
C’è chi sta investendo anche al di fuori dell’area docg, forte di questi ampliamenti di zona che permettono di acquistare e piantumare anche grandi superfici, ottenendo grandi redditività in poco tempo. C’è chi preferisce investire in terreni e vigneti in docg ma dove la meccanizzazione permette abbattimenti di costi di manodopera: scelta comprensibile per aziende con contratti di mercato in GDO dove il prezzo la fa da padrone. Infine ci sono piccoli vignaioli che si arrampicano coltivando le scoscese e ripide vigne decidendo di investire nella ricerca. A mio avviso questi sono quelli che soffrono di più, non vivono certo di stenti, anzi, ma antepongono la qualità e l’integrità del prodotto al valore economico.
Non è il solo fattore denaro la sola cosa che importa ma la soddisfazione personale, avere lo spazio economico per investire in innovazione in cantina, accoglienza, tutto ciò che concerne la comunicazione del proprio operato. Il maggior ostacolo a tutto ciò è purtroppo la scarsa conoscenza del nostro territorio, l’idealizzazione e la propensione a pensare vi sia un appiattimento di tutto il sistema Prosecco verso un sistema quasi industriale, con poco interesse alla tutela del territorio, dell'ambiente e della salubrità dei vini prodotti. Il Prosecco visto non deve necessariamente essere visto come un vino facile, semplice e low cost! Questa demonizzazione, enfatizzata dai social è molto demoralizzante.
Per combattere questa mala informazione ho sempre creduto nella collaborazione tra aziende, soprattutto comunicativa, ma tra vignaioli spesso è difficile se non in realtà come quella FIVI, associazione meravigliosa, in particolare la delegazione Vignaioli Trevigiani è fantastica, collaborativa, fatta di persone stupende, coordinate da Desirè Pascon Bellese che conosci, riusciamo veramente ad aiutarci a vicenda, a creare momenti didattici e confronti anche commerciali.

Inoltre, già da tempo collaboro come sai con Pietro De Conti, collaborazione sull’accoglienza, su qualche fiera. Confronti su temi burocratici, tecnici. Entrambe le aziende ne hanno indubbiamente giovato, sia sul piano visibilità che su quello dell’organizzazione aziendale. Molte sono ancora le idee ed i progetti comuni, degustazioni associate, passeggiate con percorso tra le vigne con spiegazione del nostro areale con cenni alle coltivazioni ma anche storici e colturali.
In definitiva, anche se non è facile comunicare il nostro operato, facciamo o no il più bel lavoro del mondo?"
Conclusioni
Ho voluto riportare i pensieri dei due giovani vignaioli in quanto parafrasarli e/o cercare di sintetizzarli sarebbe stato inopportuno e avrei rischiato di privare le loro considerazioni di passaggi importanti dei quali abbiamo avuto modo di disquisire apertamente durante la mia visita. E' stato davvero importante, per me, recarmi sul posto e vedere con i miei occhi quanto Marco e Pietro stiano facendo per preservare un patrimonio vitivinicolo che ha un valore che trascende il successo commerciale del Prosecco e va oltre le dinamiche di marketing. 
Il loro lavoro deve, necessariamente, fungere da esempio e dar voce alla loro voglia di comunicare la propria terra per la sua reale valenza e per la bellezza di cui ancora dispone è qualcosa che ho sentito di fare perché molto conforme alla linea comunicativa e etica di questo wineblog, ma anche perché è bastato davvero poco per entrare in empatia con due giovani, come me, che cercano di dare il proprio contributo in maniera pulita e responsabile senza mai criticare i vicini, ma cercando di far valere la propria identità territoriale e la qualità dei propri vini, prodotti con estrema attenzione e profondo rispetto.

Non si tratta di un mero paragone fra DOC e DOCG, ma è palese quanto le generalizzazioni in merito al Prosecco danneggino queste piccole realtà che portano avanti un concetto di viticoltura che trascende le mode del momento e, spesso, sono proprio queste piccole aziende a non riuscire ad usufruire del successo commerciale del "brand" come realtà con un approccio diverso in zone più consone ad una produzione con più alta marginalità.

Per non cadere nella generalizzazione inversa, ci tengo a precisare che questo non significa che nella DOC non si può fare qualità o che non si può sostenere una viticoltura rispettosa (ci sono aziende "biologiche" che stanno cercando di elevare la qualità della DOC a prescindere dalle generalizzazioni), ma è altrettanto vero che in molti dei vigneti collinari della DOCG avere un approccio ai limiti della viticoltura eroica non è solo una scelta, bensì è un obbligo dettato dalle condizioni pedoclimatiche e dal dovere morale di preservare un patrimonio raro e prezioso. Questo deve essere valorizzato e deve rappresentare un valore aggiunto.

Mai come in questo caso la ricerca è e sarà fondamentale, quindi sprono ogni appassionato e ogni addetto ai lavori a non approcciarsi al Prosecco con i soli - spesso comprensibili - pregiudizi, ma di andare a visitare questi luoghi di rara suggestione che nulla hanno da invidiare alle più vocate aree vitivinicole italiane.
Il mio viaggio attraverso gli areali storici del Prosecco (la prossima volta cercherò di andare anche ad Asolo) si è tradotto in assaggi di grande piacevolezza, dalla spiccata freschezza e carichi di una minerale sapidità che sono in queste zone può manifestarsi in maniera così nitida. Vi segnalo tra i vini degustati:
Valdobbiadene Superiore di Cartizze Prosecco Brut Docg - PDC: si è distinto sin dal primo naso per una finezza aromatica non comune, che è stata ampiamente confermata dalla bollicina e del sorso capaci di creare un armonico connubio fra beva ed eleganza.
Valdobbiadene Prosecco Docg Col Fondo - Col del Lupo: uno dei rifermentati che di più ho apprezzato negli ultimi anni per pulizia e dinamica. Un naso che integra i lieviti al frutto in maniera equilibrata ed educata, un sorso dritto, asciutto, di grande piacevolezza.
In linea di massima ho apprezzato tutta la produzione delle due piccole realtà in questione, ma non vorrei dilungarmi troppo sugli assaggi in quanto il mio obiettivo, in questo viaggio, era quello di tornare a casa con le idee più chiare sul Prosecco e con una rinnovata fiducia in un vino che ha tanto da raccontare, da mostrare e da dimostrare in termini di bellezza e qualità.
Da sottolineare, inoltre, il fatto di aver assaggiato i vini di entrambe le aziende in un un'unica soluzione alla presenza dei due vignaioli, a testimonianza di una reale voglia di collaborare e di creare sinergie non solo commerciali, ma anche e soprattutto comunicative.

In fine, sapete come la penso riguardo il diserbo chimico e non posso che apprezzare la scelta dei sindaci di 15 comuni dell'area della DOCG di bandire totalmente gli erbicidi contenenti glifosato dai loro vigneti a partire dal 1° gennaio 2019, anche alla luce della candidatura delle colline del Prosecco Conegliano Valdobbiadene a patrimonio dell’Umanità UNESCO.
Spero che questa piccola svolta funga da esempio e che molti altri areali facciano lo stesso. 
La mia speranza è quella che si possa arrivare ad un divieto assoluto in tutti gli areali italiani alla faccia delle discutili e deviate scelte europee in materia.
Intanto, non posso che continuare a chiedere alle singole aziende di adoperarsi nel portare avanti una conduzione agronomica più rispettosa, cercando di creare dei distretti "bio" che nel caso del Prosecco, aiuterebbero molto a "ripulire" l'immagine generica e generalizzata del Prosecco. Qualche azienda della Doc lo sta già facendo e non posso che confidare che la cosa diventi "contagiosa"!

Mi piace pensare che alla lunga la qualità e il rispetto pagheranno anche di fronte alle leggi dei grandi numeri e del commercio e che a farsi strada saranno realtà sempre più rispettose e qualitativamente valide, capaci di puntare su una viticoltura accorta e su una comunicazione virtuosa. Solo in questo modo si potrà arrivare ad avere una massa critica capace di comunicare in Italia e nel mondo un Prosecco basato non solo sulla quantità e sul low cost, ma anche sulla qualità e un approccio in vigna e in cantina meno invasivo. Alcune aziende ci stanno provando, ma siamo solo all'inizio e spero non si debba arrivare a veder "scoppiare la bolla" del Prosecco per renderci conto che c'è bisogno di un cambiamento di rotta.


F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 26 marzo 2018

La Georgia - Dalle origini del vino ai Qvevri

Il viaggio è parte integrante della mia vita e dato che il vino è, ormai, la mia vita, per la proprietà transitiva non posso e non voglio scindere il viaggio dalla mia passione enoica.
Ogni anno cerco di ritagliarmi dei piccoli spazi da dedicare a delle trasferte nelle più importanti regioni vitivinicole europee e mondiali, mantenendo saldo il mio consueto focus sugli areali italiani.
Tra le mete papabili per la prossima tappa extra-italiana c'è, senza ombra di dubbio, la Georgia che mi affascina da anni sia per la sua storia così connessa a quella del vino che per l'attenzione rivolta negli ultimi anni alla vinificazione in anfora della quale i vignaioli georgiani sono maestri.
Dato che ho avuto modo di assaggiare diversi vini georgiani anche in vista della mia selezione di vini bianchi macerati per il prossimo Only Wine Festival e che mi sto documentando in funzione di questo nuovo viaggio, ho pensato di condividere con voi qualche informazione riguardo questo meraviglioso paese.
qvevri anfore vino georgia
Italia, Francia e Spagna, ovvero i principali paesi europei del Mediterraneo sono oggi il cuore della produzione vinicola mondiale, sebbene le sue origini siano più vicine all'Asia. L'antica Mesopotamia è stata la culla di innumerevoli prodotti e costumi che ancora oggi vengono mantenuti, dai dadi a sei facce datati dal 3000 a.C. a ciò che era considerata la prima prova della produzione e del consumo di vino, i resti di vasi vinari trovati nel villaggio Hajji Firuz Tepe dei Monti Zagros (area tra l'Iraq e l'Iran) dal 5.400 a.C.
Dico “era” , perché recenti ritrovamenti sembrano assegnare il primato alla Georgia, riconosciuta da tutti come vera culla del vino e dei noti qvevri/kvevri (grandi anfore in terracotta interrate utilizzate ancora oggi per la vinificazione). Dopo il ritrovamento nella regione di Kvemo Kartli, nella capitale Tbilisi, di semi d'uva risalenti a settemila anni fa, appartenenti alla specie Vitis Vinifera Sativa (quella utilizzata per la vinificazione), un reperto archeologico ancor più antico sposta indietro di un altro millennio la nascita del vino. Ecco, quindi, come l'origine della viticoltura atta alla produzione di vino ricade esattamente nelle linea di demarcazione fra l'Asia e l'Europa.
mappa georgia
La Georgia è uno dei paesi più antichi al mondo con una tradizione millenaria ininterrotta di viticoltura e vinificazione.
Oltre all'eccellente microclima, al suolo e ai metodi tradizionali di vinificazione, l'unicità del vino georgiano è anche condizionata da una quantità straordinaria di varietà di vitigni autoctoni, ovvero oltre 525 varietali catalogati. Sono solo 25 ca. le varietà utilizzate oggi e tra esse spiccano quelle a bacca rossa come il Saperavi e il Tavkveri e quelle a bacca bianca come il Rkatsiteli e il Mtsvane kakhuri.
Oltre a questo, sembra che sia proprio la Georgia ad aver fatto da balia alla vitis vinifera sino alla sua diffusione nei restanti paesi europei.

A completare la lunga serie di primati e unicità enoiche di cui può vantarsi la Georgia, c'è la vinificazione georgiana ed il particolare “Il metodo Qvevri” (o Kwevri: grandi anfore interrate utilizzate per la fermentazione/vinificazione/affinamento del vino) che è diventata patrimonio immateriale dell'UNESCO.
Nel 2013, infatti, l'UNESCO ha concesso lo status di patrimonio culturale immateriale (ICH) al metodo georgiano di produzione del vino a Qvevri, che è un messaggio per il mondo intero, secondo cui il vino è parte integrante dell'antica cultura georgiana.
dove nato il vino
Il Qvevri, interrato, è un'anfora di argilla per la vinificazione e l'affinamento che viene utilizzata sia per la produzione di vini bianchi (per lo più macerati/orange wine qui chiamati amber wine) che rossi.
A testimonianza della storicità di questo metodo di vinificazione e dei contenitori utilizzati, abbiamo le antiche vasche risalenti al VI-V millennio aC., molto simili ai Qvevri, che sono state riportate alla luce durante gli scavi archeologici nella regione di Kvemo Kartli,
Gli antichi Qvevri trovati nel territorio della Georgia sono attualmente esposti al Museo nazionale georgiano.

Si può dire con sicurezza che Qvevri è attualmente il simbolo di un'intera cultura e di un intero paese che ha visto nel vino il filo conduttore della sua storia nel corso dei millenni e che oggi può vantare una considerevole produzione e un'ampia superficie vitata, in proporzione alle dimensioni della nazione.

A differenza delle più moderne anfore in terracotta, il Qvevri non contiene solo argilla, ma anche calcare e piccole quantità di metalli preziosi: oro, argento e rame.

La calce che reagisce con l'acido, rafforza i muri dei Qvevri da un lato e svolge un ruolo di antisettico naturale dall'altro. Questo è un fattore molto importante in termini di pulizia di vini che restano interrati anche diversi anni.

Occorrono circa 3 mesi per la realizzazione di un vero Qvevri. Il tempo principale è dedicato alla sua costruzione e all'essiccazione/asciugatura. Dopo la costruzione, i Qvevri vengono messi in un forno speciale, dove inizia la fase più difficile, ovvero la cottura.

La scelta di interrare i Qvevri era, ovviamente, dettata dalla necessità di avere una temperatura costante, cosa che oggi potrebbe essere gestita con i moderni sistemi di controllo delle temperature, ma che molti produttori tradizionali georgiani ripudiano, continuando a “seppellire” le proprie anfore.

kvevri anfore georgiane vino
fonte: www.georgianmuseums.ge
Nella regione di Kakheti, uno dei principali areali vitivinicoli georgiani, i Qvevri sono interrati direttamente nei sotterranei delle cantine anche dette Marani. 
Nella Georgia occidentale il vino è conservato in Churi (il nome locale per i Qvevri) ermeticamente chiusi, ma interrati all'aperto.
Anche le tecnologie di vinificazione sono diverse nelle varie zone della Georgia, sia per quanto concerne la macerazione che per i rimestaggi.

I principali areali vitivinicoli georgiani sono Kakheti, Kartli, Imereti, Racha, Meskheti e la zona costiera del Mar Nero, tutti con le loro sottozone.
cartina vino georgia
Da notare il fatto che quasi tutte le aziende vinicole producono almeno un vino in Qvevri in Georgia, sia per la volontà di preservare la tradizione che per usufruire del sostegno del National Wine Agency (sotto il Ministero dell'Agricoltura della Georgia), che permette alle aziende vinicole produttrici di vini in Qvevri di rappresentare i propri prodotti nelle mostre internazionali, come veicolo di promozione dell'intera cultura georgiana.
E' per questo che la Georgia è diventata negli anni una meta di pellegrinaggio di molti appassionati di vino, ma anche di tecnici e vignaioli che vogliono confrontarsi con la storia e la cultura enoica del paese che ha dato il via a tutto questo... che ha dato il via alla produzione di vino, in un modo non troppo distante da come la conosciamo oggi.

Io credo che farò un salto in questa splendida terra del vino a giugno. Se qualcuno vuole unirsi... 

F.S.R.

#WineIsSharing

mercoledì 21 marzo 2018

Cantina Le Due Terre - Identità naturale e spontanea eleganza

Le Due Terre di Silvana Forte e Flavio Basilicata - Prepotto - Colli Orientali del Friuli

Negli ultimi due anni sono stato spesso in Friuli, una regione che per gli stessi friulani è “troppo lontana da tutto”, ma che, per me, in realtà è vicinissima, in senso stretto e in senso lato, a ciò che di più conta per farne una meta di viaggio sempre più che opportuna: il vino.
E' proprio in Friuli che ho trovato uno degli areali in cui mi diverto di più nella ricerca, nel confronto e nell'andar per vigne e per cantine con vignaioli di grande consapevolezza e rispetto. Sto parlando dei Colli Orientali, dove vige la DOC Colli Orientali del Friuli che comprende la fascia collinare della provincia di Udine, ovvero, partendo da nord, i comuni di Tarcento, Nimis, Povoletto, Attimis, Faedis, la zona est di Cividale, San Pietro al Natisone, Prepotto, Premariacco, Buttrio, Manzano, San Giovanni al Natisone e Corno di Rosazzo.
I vitigni autoctoni coltivati nella zona Friuli Colli Orientali sono la Malvasia, il Picolit, il Pignolo, il Refosco dal peduncolo rosso, la Ribolla gialla, lo Schioppettino, il Tazzelenghe, il Tocai friulano (ora Friulano) e il Verduzzo friulano, ma questi varietali convivono da anni con dei vitigni internazionali che per gli stessi friulani sono da considerarsi ormai “autoctonizzati”, ovvero il Merlot, il Cabernet Sauvignon e il Cabernet Franc tra i rossi, mentre tra i bianchi principalmente il Sauvignon e lo Chardonnay.
Va da sé che molte realtà in questo areale abbiano in “linea” sin troppe referenze e risulta, spesso, difficile eliminarne alcune strada facendo.
le due terre cantina
Eppure c'è chi ha compreso che nel marasma di vitigni e di possibilità che i Colli Orientali offrono si poteva e si doveva scegliere su quali cavalli puntare e a quale interpretazione dedicarsi.
Parlo, ovviamente de Le Due Terre, realtà che da svariati lustri ormai si è dimostrata riferimento assoluto per qualità e rispetto in questo territorio e non solo.

L'Azienda Agricola Le Due Terre è una piccolissima realtà familiare, di quelle che amo conoscere e raccontare perché sanno, spesso, stupirmi con un legame profondo al proprio territorio, al proprio lavoro e ai propri vini. Tutto questo per Flavio Basilicata, Silvana Forte e la loro giovane Cora, è moltiplicato esponenzialmente!
le due terre vignaioli
Questa piccola cantina, con la quale condivido i natali (1984), nasce nella zona di Prepotto, al confine con la Slovenia. Le Due Terre rappresentano il coronamento di un sogno per Silvana e Flavio che, dopo una lunga esperienza presso altre cantine, acquistano un casale con quattro ettari di vigna in un corpo unico.
Il nome “Le Due Terre” vuole porre l'attenzione sul terreno che nei vigneti dell'azienda si divide in due composizioni differenti: marne da un lato e terre rosse dall'altro.
La conduzione agronomica, alla stregua di quella di cantina, mira a ridurre al minimo l'intervento umano e all'abolizione della chimica di sintesi.
Era da molto che speravo di avere l'opportunità di visitare questa realtà e finalmente qualche settimana fa sono riuscito a farlo.
Ad accompagnarmi in vigna e in cantina è Cora, già più che attivamente coinvolta nelle dinamiche dell'azienda.
Come sempre, chiedo di partire dai vigneti, nei quali trovo Flavio immerso nei lavori di potatura invernale, al quale riesco a rubare qualche informazione sul suo lavoro in campo e diversi spunti di riflessione interessanti. L'ultima cosa che voglio è distoglierlo dal lavoro, ma gli strappo la promessa di raggiungerci per condividere almeno un calice una volta terminata la sua giornata in vigna.
Prima di iniziare ad assaggiare è sempre Cora a mostrarmi la piccola ma funzionale cantina, dove c'è tutto il necessario per fare vino e non c'è nulla di più di ciò che serva per fare vino.
Una vecchia ma per nulla antiquata pressa Vaslin, vasche in acciaio, in cemento e piccole e medie botti per lo più di svariati passaggi, capaci di adempiere al loro primario lavoro di micro-ossigenazione senza cedere tratti di legnosa incidenza al loro prezioso contenuto.
E' qui che l'uva premurosamente allevata da queste terre, in ogni annata, con la sapiente e rispettosa supervisione di Flavio arriva e si trasforma nella maniera più semplice e spontanea nei vini che tanto hanno reso onore a questa piccola cantina friulana, diventando vanto per un intero areale.
cantina le due terre foto
Scegliamo insieme a Silvana qualche bottiglia da assaggiare e la scelta ricade sui vini dei quali andrò a condividere le mie impressioni:
Sacrisassi Bianco 2015 – Colli Orintali del Friuli Doc: quando penso al Friuli e a tutti i grandi vini bianchi monovarietale che ho assaggiato mi rendo spesso conto di quanto sia, altresì, difficile farsi valere in Italia e nel mondo cercando di puntare su tutti allo stesso modo o seguendo le mode del momento. Questo porta spesso confusione e la confusione non è mai una buona amica, specie per un territorio che ha bisogno di farsi conoscere per le sue peculiarità a prescindere dal singolo varietale. Ecco perché trovo più che opportuno e, all'epoca, lungimirante questo blend di Friulano e Ribolla Gialla, in cui oltre ad essere i due varietali a rappresentare i Colli Orientali è il territorio stesso a emergere. Quando il territorio riesce a far valere la propria personalità, il proprio carattere, plasmando, con il rispettoso tramite dell'uomo, le uve da esso e in esso allevate il vino gode di una propria identità e questo vale più di ogni premio o riconoscimento.
Questo Sacrisassi vanta un grande equilibrio fra sole e terra, fra corpo e scheletro, con un impatto al naso pieno e intenso che fa da preludio ad un sorso ampio, ma al contempo slanciato e sapido.

Sacrisassi Rosso 2014 – Colli Orientali del Friuli Doc: quello che ho detto sopra per il Sacrisassi Bianco vale per la sua versione in Rosso che vede come protagonisti altri due autoctoni più che rappresentativi dell'areale in cui ci troviamo, ovvero Refosco e Schioppettino dal Peduncolo Rosso.
Un vino intenso, che integra alla speziatura naturale dello Schioppettino tonalità fruttate di grande eleganza e freschezza. Il sorso è quello che speravo di trovare in una 2014 in cui il confine fra finezza e esilità era davvero labile: dritto, profondo, lungo quanto basti per apprezzarne il finale ferroso, di grande eleganza. Un vino che trova nella sua dinamica freschezza la sua arma per lottare contro il tempo.

Merlot 2014 – Colli Orientali del Friuli Doc: per me che non sono un grande amante del Merlot questo è sempre stato una delle eccezioni che confermano la regola eppure, ancora una volta, l'annata 2014 sa sorprendermi in quanto capace di dare origine ad un vino sicuramente “diverso” dai Merlot che Flavio riesce a portare in bottiglia in annate meno fredde e piovose.
Sì, diverso... ma non per questo inferiore agli altri, anzi! Se vi dicessi che è una delle annate che ho apprezzato di più di questo Merlot?! La difficoltà era non perdere troppa struttura, non rischiare di avere un vino troppo esile e scarico, oltre a non evidenziare note troppo verdi e acerbe del Merlot. Difficoltà superate con grande garbo e armonia, tanto da ritrovarmi nel calice un vino dal varietale integro e equamente maturo che si distende in un sorso fresco, ma al contempo ampio e saporito. Un vino che non manca di nulla perché capace di rispondere alla domanda “dove, come e quando?” in modo sincero e esauriente.
Stappiamo anche una 2015 e l'annata più equilibrata si fa sentire nella potenza espressiva e nel calore di un vino che ha dovuto combattere di meno per diventare grande, ma è cresciuto senza vizi di sorta. Un vino che rasenta la perfezione e che potrebbe far sfigurare la 2014, ma che a mio parere ha solo un'anima diversa. Mi piace vedere questi due Merlot così distanti nella struttura e nell'espressività, eppur così simili nella loro identità di terroir, due grandi opere figlie di due periodi differenti di quella meravigliosa pittrice che è Madre Natura per la quale Flavio è sempre bravissimo a preparare una degna imprimitura della tela.

Pinot Nero 2015 – Colli Orientali del Friuli Doc: ecco sua Maestà il Pinot Nero, tanto amato e voluto da Flavio quanto poco comune in queste zone. Il primo naso è subito chiaro, nitido nell'espressione fedele di un vitigno nobile, delicato ma capace di indossare un territorio e di interpretare un'idea di vino con grande spontaneità, senza perdere la propria identità varietale.
E' proprio per questo che non voglio paragonare il Pinot Nero de Le Due Terre ai suoi cugini – anche se in questo caso i tratti somatici fanno pensare ad un grado di parentela ancor più stretto – di Borgogna, perché farei un torto a Flavio e alle sue vigne che hanno lavorato con grande rispetto reciproco al fine di raggiungere una personalità tanto incline alla grandezza dei transalpini quanto consapevole della propria unicità.
Un naso pienamente rispettoso del varietale, ancora giocato su freschezza di frutto e lievi note speziate, con la rosa ad adornare un naso che preannuncia un sorso che di grande classe. Una classe naturale, mai forzata o ostentata, un'eleganza sussurrata all'orecchio di chi vuol sentire, ma ancor più di chi sa capire.
pinot nero le due terre
Come promesso Flavio ci ha raggiunti, una volta terminata la sua giornata di potatura, e non l'ha fatto a mani vuote! Per mostrare quanto il suo Pinot Nero viva in una sorta di dimensione tutta sua, in cui il tempo scorre in maniera decisamente più lenta che per molti altri Pinot Nero italiani (e non solo) condividiamo un'annata 1996 che una volta tornato a respirare a pieni polmoni, dopo 22 anni di sonno, ha espresso in pochi istanti il valore e la lungimiranza di una scelta e di un sogno: fare un grande Pinot Nero a Prepotto.

Una giornata all'insegna del confronto, della condivisione e dell'umiltà, in un contesto in cui "uomo" e Natura lavorano con un fine comune, quello di portare in bottiglia espressioni fedeli di un territorio di palese vocazione, a prescindere dalle mode e dai preconcetti, con grande pulizia e rispetto.

C'è un modo in cui la Terra parla al vignaiolo e Flavio non sa solo ascoltare la sua Terra... sa capirla!


F.S.R.

#WineIsSharing

lunedì 19 marzo 2018

Il Ruché di Castagnole Monferrato - Storia, curiosità e un'emozione in bottiglia

"Se a Castagnole Monferrato qualcuno vi offre il Ruché è perché ha piacere di voi"
Molti di voi lo conosceranno già, ma altrettanti al solo sentire il nome “Ruché” risponderanno “Ru-che?!?”. Pessimo humor a parte, torno a parlarvi di un varietale che da anni mi sta molto a cuore: il Ruché.
Un vitigno che affascina per il suo background storico-culturale e intriga con le sue peculiarità organolettiche a dir poco interessanti.
ruché vino uva
Se oggi possiamo bere Ruché, però, dobbiamo ringraziare la lungimiranza e la grande personalità di un uomo di Chiesa, Don Giacomo Cauda, parroco di Castagnole Monferrato, uno di quei preti contadini che portavano avanti il lavoro negli orti, nei campi e nei vigneti con dedizione e fatica.

E' proprio a questo parroco viticoltore che dobbiamo la scoperta, o meglio, la riscoperta, del Ruchè. Nel 1964 quando arriva a Castagnole Monferrato, Don Cauda prende in mano il beneficio parrocchiale dove, tra quelle poche viti, incontra un vitigno a bacca rossa diverso, con quell'alone di mistero capace di incuriosire anche un uomo di fede.

Una volta vinificato, quel varietale, mostrò subito la propria indole con un buon corpo, una componente aromatica impattante con fiori e frutto abbracciati da una speziatura intrigante,
Da lì, con un po' di titubanza iniziale, non passò molto tempo per vedere quelle viti di Ruché propagarsi nei vigneti dove fino a poco prima a spopolare erano barbera e nebbiolo, ma soprattutto a veder nascere nuovi appezzamenti dove mettere a dimora le viti di questo raro vitigno, nella speranza di dar seguito all'opera intuitiva del parroco Cauda.

Oggi i produttori di Ruché sono abbastanza da produrre circa 700.000 bottiglie, ma ce n'è uno in particolare che funge da diversi anni da riferimento per i miei assaggi di questo vino, in quanto capace di interpretarlo vari modi, attraverso diverse epoche di raccolta, diverse tecniche di vinificazione e diversi affinamenti.
Parlo delle Cantine Sant'Agata, delle quali, giorni fa, ho avuto modo di assaggiare un Ruché che per quanto io conosca questo vitigno e i vini da esso prodotti, mi ha stupito a tal punto da dedicargli una di quelle descrizioni che solo i vini con cui entro in completa empatia sanno spingermi a scrivere.
E' davvero raro che dedichi un articolo a un solo vino, ma questa volta ne valeva la pena:
pro nobis ruché
Pro Nobis Ruché 2015 – Cantine Sant'Agata - Esistono donne bellissime e basta e donne belle e seducenti, di quelle che ti incasinano la mente con un solo sguardo.

E ci sono vini fatti benissimo e vini che sanno essere buoni e seducenti! Nel senso che ti prendono per la gola, ti invitano all'assaggio intrigando i tuoi sensi, iniziando una consapevole opera di seduzione nei confronti della tua mente. Ti destabilizzano togliendoti i riferimenti più saldi per poi importi un ordine tutto loro. Questo Ruché ti incasina la mente e più la riordina a modo suo e lo fa con la spezia che sveste il frutto dei monotoni panni della noia e con il suo incedere fiero e sicuro... è la camminata di un corpo longilineo, ma che non manca delle forme al posto giusto e soprattutto da come muoversi... ha le dinamiche giuste, quelle che tu vorresti ma finché non te le mostra non sapevi di volerle! Ecco fatto, sei fregato! Una volta fatto il primo sorso, ti ha sedotto e non ne esci più! Hai tre calici davanti eppure torni sempre su quello, senza stancarti mai di metterci il naso dentro, senza stancarti mai di berne un altro sorso. Un vino che ha carattere... personalità va oltre i classici canoni di estetica bellezza.

lacrima morro d'alba ruché
Un aneddoto legato a questo vino, per me, resta il primo assaggio che ho avuto modo di fare qualche anno fa, quando sin dal primo naso quel vino mi ricordava "casa"... eppure, mi trovavo in una terra ben distante dalle mie Marche..!
Continuo a cercare nei cassetti della mia memoria sensoriale e, sorso dopo sorso, mi convinco della sua grande affinità con un varietale e un vino da esso prodotto non troppo lontano da dove sono nato e cresciuto. Parlo del Lacrima di Morro d'Alba, che sembra essersi dimostrato negli ultimi anni davvero simile al Ruché, tanto che proposi ad alcuni produttori di gemellare le due denominazioni e di organizzare degustazioni incrociate nell'ottica di mostrare quanto uve simili possano dare origine a vini profondamente diversi nell'espressione territoriale, quanto uniti da un "fil rouge" nitido e davvero intrigante per gli enoappassionati più curiosi.
Sono convinto che la cosa possa fungere da volano per parlare della qualità e della bellezza di due vini unici e di due territori davvero stupendi, quindi non mi resta che confidare nell'unione dei vignaioli dei due piccoli areali di produzione.
ruché flavescenza dorata
Ci tengo a concludere ponendo l'attenzione su un argomento che la maggior parte di chi beve vino non prende quasi mai in considerazione quando si appresta ad acquistare una bottiglie ovvero le patologie della vite, che nel caso specifico del Ruché si esprimono in percentuali altissime ed in forme davvero difficili da curare se non impossibili, come la flavescenza dorata ed il così detto legno nero. Con una moria di piante che, in alcuni vigneti, arriva a circa il 30% (poco meno di una pianta su tre) fare Ruché non è solo complesso, ma sempre più dispendioso e problematico ed è per questo che, anch'io che sono da sempre molto perplesso riguardo gli OGM, ho apprezzato molto l'intervento del Prof. Attilio Scienza durante un convegno a cui ho avuto modo di partecipare, che ha illustrato quella che potrebbe essere la salvezza di vitigni rari e "cagionevoli" come il Ruché, in territori così colpiti da queste vere e proprie piaghe.
Il futuro sembra essere quello di innestare dei segmenti di DNA nelle piante, capaci di rendere la vite stessa immune e resistente a quelle patologie, senza andare a sostituirle con vitigni resistenti creati in laboratorio e mantenendo il corredo genetico e quindi aromatico e gustativo dell'uva e del Vino che ne verrà prodotto.

A volte la scienza fa paura, specie se abbinata alla Natura, ma Mendel e Darwin hanno rivoluzionato il mondo con le loro idee e se oggi abbiamo il 90% dei vitigni autoctoni italiani (ed Europei) è proprio grazie ai loro studi che ci hanno permesso di innestare le nostre varietà su portainnesti americani in modo da conferire la loro immunità alla fillossera all'intera pianta. Quindi, è il caso di riflettere... ovviamente confidando che tutto venga portato avanti senza doppi fini ed abusi, mantenendo intatto il corredo genetico di varietali unici come quelli che si sono stabiliti ed adattati al nostro paese.
A prescindere da ciò che accadrà, volevo comunque rimarcare, se mai ce ne fosse bisogno, quanto poca sia la considerazione che diamo al lavoro ed al dispendio fisico, psicologico ed economico di cui produce Vino, quando acquistiamo una bottiglia.

F.S.R.
#WineIsSharing



domenica 18 marzo 2018

Il prezzo del vino non è mai troppo alto!

Come molti di voi sapranno, la mia "mission", se così possiamo definirla, è da sempre quella di andare alla ricerca di produttori, vignaioli e vini, per lo più, meno conosciuti dando loro la visibilità che meritano senza alcun fine commerciali e spesso i vini di cui parlo vantano un ottima rapporto qualità-prezzo. Eppure, come qualcuno di voi avrà notato, io non scrivo mai del valore pecuniario del vino, per il semplice fatto che il prezzo, a mio modo di vedere, è tanto soggettivo quanto il gusto.
Nei giorni scorsi, infatti, è tornata a farsi largo nella mia mente una convinzione: "il vino non è mai troppo caro!"
prezzo vino
Lo so, potrebbe sembrarvi un'affermazione forte e detta così, probabilmente, anch'io sarei portato a travisarla, ma spero di chiarire il mio pensiero in maniera esaustiva nel corso di questo scritto.
Se pensiamo al vino come ad un mero prodotto "industriale", indipendente da fattori come annata, territorio, varietale e, soprattutto, dalla fatica e dall'interpretazione del vignaiolo o del produttore possiamo valutare il costo del vino per il valore intrinseco del suo contenuto, ma - con tutto il rispetto per le industrie del vino - non è questo ciò di cui sto parlando e non è questo il vino che compro e bevo!
Quando penso al costo di un vino penso a questi fattori:
- Rischio: il vino è prodotto dal lavoro di squadra fra uomo e natura, nella piena consapevolezza del produttore che ogni annata sarà differente e, in quanto tale, incerta. Quest'anno, ad esempio, fra le gelate di aprile, la siccità e le recenti grandinate molte vigne ed altrettanti produttori sono stati messi alla prova duramente.
Quindi l'incertezza come fattore di rischio è il primo punto sul quale focalizzare l'attenzione quando pensiamo ad un vino di qualità, prodotto da vignaioli e produttori rispettosi.
- Costi di produzione: produrre vino ha costi imponenti relativi alla gestione dei vigneti, della cantina (sia essa di proprietà o sia essa "affittata" per vinificazione ed affinamento), quindi di vinificazione, di imbottigliamento e di commercializzazione. Oltre, ovviamente, alle consuete tanto "amate" tasse.
- Personale: per quanto, molte piccole aziende agricole e vitivinicole italiane siano a conduzione familiare è quasi impossibile fare tutto "da soli". Tra personale fisso, occasionale e consulenze i costi sono ingenti;
- Fattore tempo: differenza di prodotti come la birra, il vino si può produrre solo una volta l'anno!
- Capitale immobilizzato: fare vino di qualità, in molti casi, significa tenere fermo del capitale per anni tra affinamento in botte e bottiglia, prima della commercializzazione. Anche i vini più "pronti" devono attendere almeno 6/12 mesi prima dell'immissione sul mercato delle prime bottiglie.
- Investimenti per la promozione: se si vuole vendere vino, oggi, è impensabile non partecipare a fiere di settore o investire nella comunicazione, con le dovute differenze fra piccole, medie e grandi aziende sia in quanto a target che a possibilità.
- Costi di distribuzione: la distribuzione nazionale ed internazionale ha ovviamente dei costi;
- Altri costi accessori e rotture di balle comuni a molti lavori!

Non dimentichiamo, poi, che in annate come questa, in cui "tu produttore" hai portato avanti tutta l'annata come qualsiasi altra annata (forse l'unico lato "positivo" è che con questa siccità sono occorsi meno trattamenti), ti ritroverai con rese che, in molti casi, si fa fatica a pensare possano garantire un margine di guadagno.
Ho trovato questa immagine nel sito di un software gratuito del casinò, quasi fosse un azzardo parlarne, ma questi sono solo alcuni dei fattori dei quali vi invito a tener conto quando valutate il prezzo di un vino.

Una sera a cena, una persona al solo udire questa mia semplice o semplicistica - fate vobis -analisi mi fa "sì, tutto vero, ma non glielo ha mica prescritto il medico di fare vino! Se hanno scelto di farlo è perché conoscevano le regole del gioco e facendo due conti hanno trovato questa attività redditizia!". Ragionamento che non fa una piega, no?! Io, però, credo che ci sia un'inerzia particolare nel passaggio che c'è fra il desiderare di fare vino e quello di farlo. Il mondo del vino è affascinante, la campagna è un richiamo forte per molti, la fatica ed il rischio inizialmente vengono calcolati con un peso specifico inferiore a quello della soddisfazione e della passione. Inoltre, molti dei produttori del vecchio mondo fanno questo lavoro perché qualcuno lo faceva prima di loro, perché fare vigna e fare vino, specie in Italia, è spesso una questione di famiglia.

Io di vignaioli e di produttori ne ho conosciuti tanti e c'è una cosa che ho capito, ovvero che sono davvero un numero infinitesimale i produttori che riescono ad arricchirsi e a vivere una vita agiata grazie alla sola produzione di vino, specie se si vinificano solo uve di vigneti di proprietà e non comprano vino, ma anche nel caso contrario le difficoltà non mancano. Poi, che di eccezioni ce ne siano credo sia normale, ma non mi sentirei di giudicare negativamente chi grazie al vino ha realizzato un business redditizio, laddove si possano riscontrare capacità e rispetto.
Inoltre, quante volte, specie tra noi appassionati ed addetti ai lavori ci affanniamo a fare la corsa sui francesi? "I francesi saranno sempre più avanti perché hanno più storia di noi"; "i francesi sono più bravi nel marketing e che vendono a prezzi più alti"; "noi facciamo più qualità, ma loro hanno i brand" ecc... ecc... ecc...
E quante volte (giustamente) valutiamo il prezzo medio del vino italiano troppo basso, specie quando ci soffermiamo a riflettere sull'incertezza di un annata come quella ancora in corso o sulle difficoltà patite nella 2014. Poi... però... quando un produttore ha il coraggio di chiedere una cifra più alta per il proprio vino che, magari, viene prodotto solo nelle annate migliori, in piccolissime quantità (la quantità non dovrebbe fare il prezzo, ma la scarsa reperibilità di un prodotto e, quindi, la sua rarità sono fattori fondamentali sia a livello economico che emozionale) e con la ricerca della massima qualità, lo liquidiamo dicendo "è troppo caro!" o ancor peggio "buono, ma costa troppo!". Io credo che la percezione del "prezzo" sia da assimilare a quella del gusto, in quanto come non esiste un vino oggettivamente "buono" per tutti (esiste, però, un vino oggettivamente e ragionevolmente ben fatto) non esiste un vino troppo caro a prescindere. Non voglio parlare di domanda e richiesta e di discorsi da economisti del tipo "il prezzo lo fa il mercato", per quanto siano commercialmente ineccepibili, bensì torno a chiedervi di porre l'attenzione su ciò che il vino rappresenta in senso stretto, con le sue qualità organolettiche e la sua unicità, ed in senso lato come elemento aggregante e veicolo di cultura, storia e, soprattutto, per la sua componente emozionale. Il produttore, quindi, deve puntare a rendere il proprio vino unico e il più identitario possibile per poter aspirare ad una percezione più alta del valore del proprio vino, ma soprattutto deve avere il coraggio di posizionarlo nella "giusta" fascia di prezzo.
Il parallelismo con l'arte sorge spontaneo, dato che anch'essa rappresenta in molte delle sue forme una produzione che fa della sua artigianalità e dell'espressività, quindi della capacità di suscitare emozioni, le sue peculiarità. La percezione sensoriale del vino come di un'opera d'arte sarà sempre soggettiva, per quanto anche nell'arte stessa la ragione possa aiutarci a discernere precisione, originalità ed unicità comparando a riferimenti legati a correnti stilistiche piuttosto che a tecniche utilizzate.
Non ci meravigliamo, però, se un dipinto, una scultura, un pezzo di design, magari persino astratte, vengono vendute a prezzi che nulla hanno a che fare con il valore intrinseco dei materiali utilizzati... è giusto che sia così! Perché l'arte è emozione, esattamente come il vino, e le emozioni non hanno prezzo se non quello che noi stessi reputiamo di voler pagare.
Sia chiaro, le differenze fra fare arte e fare vino sono palesemente molte, ma ci sono molti punti in comune che mi aiutano ad utilizzare questa piccola provocazione al fine di far comprendere quanto possa essere distorta la nostra valutazione del valore di una bottiglia e del suo contenuto.

Tornando al valore economico del contenuto di una bottiglia in quanto tale, è interessante questo grafico inglese che mostra l'aumentare del valore del vino con l'aumentare del prezzo della bottiglia. 
Fonte http://www.thewinesociety.com/value-charter
Mi chiedo... non sarebbe più ovvio criticare accesamente i prezzi troppo bassi di alcuni produttori di alcune denominazioni? Prezzi che la stessa matematica ci porta ad apprendere come difficilmente giustificabili? Prezzi che alterano la percezione comune di un intero territorio attraverso la GDO. In questo caso il rispetto potrebbe venire meno, perché parliamo di situazioni in cui  sono gli imbottigliatori ad immettere queste bottiglie sul mercato e non di certo chi il vino lo fa, lo vive e se lo suda ogni giorno. Scusate la digressione, questo è un altro capitolo troppo ampio per essere trattato ora.
Per quanto riguarda la percezione del prezzo,  è la stessa neuroscienza a dirci, attraverso svariati test, che il prezzo più alto viene percepito come indice di qualità, mentre l'equazione di base dovrebbe essere "qualità = prezzo superiore" (a riguardo, seppur in inglese, vi invito a leggere questo studio pubblicato dal Wine Economics Journal qualche anno fa: www.wine-economics.org).  Un esempio lampante dei condizionamenti che certe etichette hanno nei confronti di chi compra (se chi assaggia ha acquistato la bottiglia, ovviamente il condizionamento è enfatizzato) e chi assaggia (anche coloro che si ritrovano a condividere quella bottiglia con chi l'ha acquistata subiscono forti condizionamenti dall'etichetta e da chi l'ha acquistata) è il caso di Rudy Kurniawan, noto falsario che ha stappato e venduto a prezzi altissimi bottiglie di pregio molto simili agli originali nel packaging e con vini realizzati ad hoc dallo stesso falsario. Molti degli acquirenti, ancora oggi, nonostante le prove schiaccianti, non credono all'accaduto perché non accetto di aver pagato così tanto per vini falsi e perché a loro dire le sensazioni organolettiche e le emozioni provate erano all'altezza della cifra spesa e delle bottiglie in questione.  Questo dice molto sulla nostra percezione della qualità e del prezzo.
E' proprio qui che nasce l'inghippo, perché a far lievitare i prezzi di molti dei vini considerati di fascia "molto alta" (per intenderci indicativamente sopra i 50€ e sotto i 150€), spesso, è il marketing , un po' come accade per la moda. Cosa ragionevole anch'essa, dopotutto!(In tutti gli altri settori funziona così). Per darvi qualche dato extra questi vini rappresentano meno del 4% della produzione mondiale che è composta per oltre il 50% da vini "basic" di fascia molto bassa, quindi sotto ai 3€ e con un corpo centrale di circa il 30% che si attesta in una fascia di prezzo dai 7€ ai 25€ (al pubblico).
Questi dati, però, ci dovrebbero far riflettere su un altra componente del prezzo del vino, vale a dire la sua rarità. Quando state bevendo un vino che risiede stabilmente in una fascia di prezzo medio-alta, state comunque bevendo qualcosa che è a suo modo esclusivo o molto esclusivo ed anche questo è un valore aggiunto di cui è impossibile non tener conto, per quanto non è detto sia direttamente proporzionale alla qualità.
enoteca
Quando sono in una cantina, ma ancor più in enoteca o al ristorante, io, personalmente, cerco di valutare altri fattori, che per alcuni, magari, non contano nulla, ma che per me sono diventati fondamentali per avere un'idea del valore (anche) economico del vino: il rispetto in vigna ed in cantina (perché oltre ad essere eticamente corretto nei confronti del territorio e del consumatore finale, spesso comporta una gestione a breve termine più onerosa dell'azienda e questo approccio virtuoso va ricompensato), l'assenza di difetti che ne inficino la piacevolezza (sono abbastanza stanco di sentirmi propinare difetti come indici di personalità del vino, ma ammetto di avere una leggera tolleranza per alcune sfumature che alcuni definiscono difetti, ma a mio parere non lo sono in quanto non rendono il vino meno bevibile o meno piacevole), l'identità territoriale (per me una bottiglia di vino equivale ad un viaggio), l'espressività del varietale o dei varietali  e l'interpretazione del singolo produttore (il vino, secondo me, deve esprimere il giusto connubio fra la materia prima con la quale è stato fatto e l'interpretazione del produttore/enologo/vignaiolo), l'assenza di omologazione e quindi l'unicità (più assaggi più cerchi qualcosa che ti stupisca e lo stupore è spesso precursore dell'emozione)... il tutto deve confluire nella capacità di quel vino e di quel produttore di emozionarmi. (Do per assunto che i vini in questione siano già stati assaggiati in cantina o in occasione di eventi enoici.) 
Questi sono solo alcuni dei criteri di valutazione che mi rendo conto di utilizzare quando compro o ordino una bottiglia, ma comprendo che non si possa imporre una "tecnica" generalizzata, perché non stiamo parlando di degustazione (ed anche in quel caso un approccio standardizzato non aiuta), bensì di valutazione economica del vino. Valutazione che non può avere parametri razionali, perché nulla, oggi, ha parametri razionali nel commercio e nell'economia, quindi... perché indignarsi o criticare vini che più o meno giustamente, ma comunque personalmente, si reputino troppo cari? Semplicemente non beveteli.
E non voglio neanche azzardarmi ad aprire l'eterno dibattito riguardo i ricarichi di distributori, enoteche e ristoranti perché non sta a me giudicare e credo che i clienti abbiano sempre il coltello dalla parte del manico perché il loro coltello è il portafoglio e se non si reputa opportuno acquistare un vino, perché farlo?

Credo che non si possa dare un valore oggettivo al vino e per quanto io, in questo blog, abbia scritto per un buon 70% di vini che per me (e magari solo per me!) vantano un ottimo rapporto qualità-prezzo in una fascia media se non medio-bassa di costi ed una fascia media se non medio-alta di qualità, mi sono ritrovato a dire tra me e me che avrei speso qualsiasi cifra per riassaggiare quel vino piuttosto che, inversamente, non avrei mai acquistato una bottiglia di "certi" vini a "certi" prezzi (dopo averli assaggiati, fortunatamente, in degustazione). 

Spero pensiate che per un produttore alzare il prezzo del proprio vino sia facile?! E' difficilissimo, specie se si è posizionato in una fascia medio-bassa dalla quale è quasi impossibile uscire, se non tramite grandi exploit. Eppure, io credo che i produttori italiani dovrebbero trovare il coraggio di farlo, di livellare i propri prezzi verso l'alto e noi tutti, appassionati, dovremmo riconoscere quanto investimento e quanta fatica, quanta unicità e quanti valori ci siano dietro ad una sola bottiglia di vino. Lo so, è qualcosa di cui io ed altre decine di persone parliamo e scriviamo da tempo, ma repetita iuvant!

Io mi sento di rispettare fortemente chi ci prova e chi vuole dare un valore maggiore al proprio lavoro e pensare di criticare un vino solo per il suo prezzo mi sembra davvero poco sensato.


Il vino, quindi, non è mai troppo caro se si è disposti ad acquistarlo, se se ne ha la possibilità e se si ha la fortuna di reperire ciò che vogliamo acquistare.  Una bottiglia di Crichet Pajé di Roagna o una di Calvari di Miani, piuttosto che un B.A. di Egon Muller, per intenderci, sono costose e probabilmente (a meno che non vinca alla lotteria) non potrò mai permettermi di berne quante e quando vorrò, ma assaggiandole una sola volta nella vita ti rendi conto che mai e poi mai potresti criticarne il prezzo, nonostante esso sia ampiamente fuori dalla "tua" portata. Per fortuna, però, c'è sempre l'altro lato della medaglia, in quanto chi ha voglia di cercare, di girare e di assaggiare tanto è nelle condizioni di trovare vini straordinari a prezzi decisamente accessibili, specie in Italia. Questo, però, non deve indurre a commettere il classico errore che ci porta a pensare "beh, se posso bere così bene a questo prezzo chi costa di più costa troppo!", perché non è così che funziona e l'augurio dovrebbe essere l'inverso, ovvero quello che quella bottiglia che tanto abbiamo apprezzato e che abbiamo giudicato "economica" possa raggiungere un valore più alto e gratificare maggiormente chi l'ha prodotta, come credo ognuno di noi vorrebbe veder gratificato il proprio lavoro a prescindere dagli stereotipi.

Io, da par mio, continuerò a cercare vini in grado di emozionarmi senza il condizionamento del prezzo o del brand, ma l'impegno più grande sarà sempre quello di mantenere un approccio obiettivo nei confronti di ogni assaggio, anche quando si tratterà di vini costosi o costosissimi. Questo perché, com'è capitato in passato, se saranno in grado di regalarmi emozioni degne di essere condivise, non vedo il motivo per cui non dovrei scriverne ed ancor meno perché dovrei criticarli solo per il loro prezzo.

F.S.R.
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