giovedì 17 maggio 2018

Il mito del Castello di Monsanto e la realtà del Chianti Classico Riserva 2014

Sapete cos'è un mito? Il “mito” è prodotto dall’innata tendenza dell’uomo a raccontare e propone in ogni cultura una serie multiforme di figure simboliche e di modelli di comportamento.
Il mito nasce per affascinare, ma al tempo stesso per insegnare e le storie del mito devono essere avventurose e piene di colpi di scena, ma anche semplici e chiare, così come lo sono i personaggi che simboleggiano i caratteri fondamentali dell’uomo. Spesso queste storie sono costruite su opposizioni: bello e brutto, buono e cattivo, maschile e femminile. L’uomo e la natura ne sono i protagonisti: dalla nascita del mondo ai viaggi degli eroi, il mito cerca di rispondere alle domande fondamentali degli uomini e al loro desiderio di conoscere.

Questo è, più o meno, quello che troverete cercando il termine “mito” all'interno dell'Enciclopedia Treccani e molti di voi, leggendo queste parole, correranno con il pensiero verso i miti Greci e Romani, ricorderanno gli studi di epica o magari penseranno a qualche personaggio famoso dello sport o dello spettacolo considerato un “idolo” per le sue più “popolari” gesta. Ma questo è un Wine Blog, quindi il “mito” di cui vi parlerò oggi fa della vigna il proprio contesto d'azione e dell'annuale percorso verso la vendemmia la propria sfida, più o meno eroica in base a ciò che Madre Natura deciderà.

cantina monsanto
Il mito è quello del Castello di Monsanto, ma è anche e soprattutto quello di Fabrizio Bianchi e di sua figlia Laura. I miti, si sa, sono intrisi di leggende, ma nel vino la leggenda oltre ad essere tramandata oralmente o per iscritto ha il vantaggio di poter essere stappata e assaporata anche a distanza di lustri. E' proprio dal tempo e dalla lungimiranza che partirò nel giustificare la mia definizione di mito riferita a questa cantina, in quanto è in questo luogo che si ha uno degli storici più importanti d'Italia e al mondo in termini di bottiglie conservate per ogni annata di produzione, con oltre 120mila “diari liquidi” capaci di raccontare in maniera più che esaustiva la nascita e la storia di un mito.
castello di monsanto
I miti diventano tali perché hanno il coraggio di andare controcorrente e di mettersi in gioco con quel giusto blend di sfrontatezza e consapevolezza, proprio come quello che ha spinto Fabrizio Bianchi ad abbandonare sin dal 1968 il protocollo chiantigiano che prevedeva raspi, uve bianchi e la pratica del Governo all'uso toscano per la vinificazione. La missione era chiara: fare vini di grande identità nel rispetto dell'annata e del territorio, senza temere di rischiare e di sperimentare, ma sempre con grande consapevolezza.
vecchie annate monsanto
Ancor prima, nel 1962, Fabrizio aveva già dato prova della sua leggendaria lungimiranza, mutuando dai francesi l'idea di cru - per la prima volta nella denominazione – originando quello che oggi può essere considerato, senza tema di smentita, il vino più rappresentativo dell'azienda e uno dei vini più apprezzati di tutto il Chianti Classico.
Poi arrivò il Sangioveto (Grosso), l'espressione di un vigneto, un altro cru, votato alla valorizzazione del Sangiovese nella sua più integra purezza, in quella Barberino Val d'Elsa che in pochi credevano potesse dare risultati così luminosi.
cru monsanto
Come già detto poc'anzi, i miti osano, non temono e godono di visioni prospettiche che più si spingono avanti più sembrano coincidere con una premonizione, proprio come quella che portò Fabrizio a produrre il Nemo, uno dei primissimi Supertuscans, nel 1981.
Un mito che può identificarsi tanto nelle persone quanto nella splendida tenuta nella quale scorre un arteria che pompa sangue nelle vene degli appassionati e arriva dritta al cuore dell'azienda: la cantina ipogea.
barricaia monsanto
Un tunnel temporale che vede entrare di diritto nella leggenda tre braccianti, tre uomini della terra che proprio quella terra decisero di scavare per quasi 300m, per 6 lunghi anni.
I nomi degli eroi che donarono a Fabrizio e Laura e a chi verrà dopo di loro, ma soprattutto a noi appassionati amanti del vino questa maestosa opera intrisa di fatica e di forza di volontà sono Mario Secci, Giotto Gigionesi e Romolo Bartalesi e a loro la famiglia Bianchi non dimentica mai di rendere grazie.
monsanto barrique
Ora potrei raccontarvi delle mie camminate in vigna, della vista che si ha dalla terrazza in pietra in cima al “poggio” o dell'emozione che si prova nell'attraversare la lunga galleria di botti che accompagna alle antiche cantine del Castello di Monsanto, ma non lo farò, perché, a me, i miti che affascinano di più non sono quelli legati alla mera bellezza, all'indiscusso potere o alla condizione di innata superiorità, bensì sono quelli in cui l'umanità si rende capace di affrontare la difficoltà con saggezza, ma non senza timore; quelli in cui non tutto va come dovrebbe andare, ma alla fine l'esperienza e il lavoro danno origine a qualcosa di inaspettato anche per chi è abituato ad aspettarsi il massimo.
verticale poggio monsanto
Sì, perché tra tutti i vini prodotti dal Castello di Monsanto che ho avuto modo di assaggiare recentemente, - dalla leggendaria annata botritizzata 1972 de Il Poggio alla più recente maestosa 2012 del Sangioveto, passando per una serie di annate storiche che non vorrei svilire in un mero elenco, ma che hanno lasciato il segno nella memoria e dell'animo – oggi, ho scelto di parlarvi di un potenziale “brutto anatroccolo”, che si è fatto cigno in un istante, forse perché non poteva essere altrimenti, nonostante i fuorvianti preconcetti.
il poggio 1972 monsanto
Parlo del Chianti Classico Riserva 2014 del Castello di Monsanto che, a mio modesto parere, racchiude in sé molti degli aspetti che hanno contribuito a creare il mito di questa Cantina.
Parto col dirvi che quest'etichetta è quella notoriamente più prodotta dall'azienda, ma che nella 2014 ha incontrato sicuramente delle difficoltà dovute all'andamento climatico non proprio benevolo di cui tutti abbiamo parlato, ma di cui qualcuno – forse – ha straparlato per di più prematuramente attribuendole l'epiteto di anno horribilis.
La 2014 è una di quelle annate che da un lato insegnano e dall'altro mettono in luce quello che in gergo motociclistico verrebbe definito “il manico” dei produttori, la loro esperienza, ma soprattutto la loro capacità di interpretare l'annata, prendendo le più opportune decisioni al fine di portare in cantina uve sane atte alla produzione del miglior vino possibile per quelle specifiche condizioni.
Inutile dire che a Monsanto l'esperienza non manca, eppure, quando ho avuto modo di assaggiare il Chianti Classico Riserva 2014 e di elogiarne le fattezze riferendomi direttamente a Laura nei suoi occhi ho notato un malcelato stupore, come a ribadire quanto sia stata sorprendente anche per la stessa famiglia Bianchi questo risultato.
Un vino di grande finezza al naso, privo di sporcature di sorta, con un sorso teso, dritto come i quasi 300m della cantina di affinamento, di rara dinamica nel farsi strada tra la fitta trama tannica. Un sorso profondo, lungo quanto basta per far apprezzare un vino che ha nella sua forza non tanto la possente struttura bensì lo slancio e l'agilità di beva unite alla sua capacità di non risultare esile nonostante le sue grandi doti di finezza e di freschezza. Non manca la firma in "calce" del terroir, che in questo caso assume duplice significato, dato che ad apporla a fine sorso è proprio il carbonato di calce presente nella composizione del galestro unitamente alle restanti componenti minerali ad arricchire questo vino di sapidità e complessità. Un vino che durerà nel tempo, sorretto dal suo scheletro e dalla suo nerbo acido.
E' il Chianti Classico Riserva 2014 il vino che di più mette in risalto la grandezza di un'azienda che non teme né i numeri né le annate difficili e che sa mettersi in gioco tanto in vigna quanto in cantina, con estrema consapevolezza e profondo rispetto regalando ancora oggi inattese sorprese e emozionanti pergamene liquide in cui è raccontato un passato che non teme il futuro.
chianti classico riserva 2014 monsanto
E con questo vino, oltre alla grandezza di questa cantina, si conferma quanto sia sciocco e inopportuno giudicare le annate prematuramente, tanto che la 2014 - ad oggi - si conferma, per quanto difficile e con cali importanti di produzione in quasi tutta la penisola - una buona annata per i bianchi e un'annata da apprezzare per la sua contemporaneità in termini di slancio e di finezza in molte interpretazioni in rosso, specie se parliamo di Sangiovese.

Un grazie speciale a Laura per la grande ospitalità dimostrata nella mia ultima visita alla cantina e alla, ormai, celebre "compagnia delle merende" per aver condiviso con me il viaggio all'interno il mito di Monsanto.

F.S.R.
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