sabato 30 giugno 2018

La comunicazione del vino organica e i "furbetti" di Instagram

C'è una parola che accomuna la viticoltura e più in generale la produzione di vino rispettosa e la comunicazione enoica: organico/a.
Sì, perché se gli anglofoni definiscono "organic wines" i vini da agricoltura biologica o comunque da una viticoltura gestita entro i canoni dell'ecosostenbilità nel mondo della comunicazione online il termine "organico" assume una valenza molto simile in termini etici.
E' considerata organica, infatti, una comunicazione i quali risultati in termini di seo, posizionamento, traffico e di conseguenza popolarità siano stati ottenuti in maniera "naturale" - altro termine comune anche nel vino e anche in questo caso fonte di ambiguità! -, ovvero senza operazioni a pagamento e senza forzature di sorta.
instagram vino pods fake
Faccio questa premessa perché negli ultimi mesi sta accadendo qualcosa di "particolare" - usando un eufemismo! - nel mondo della comunicazione enoica. In molti - amici, lettori, produttori e persino "colleghi" - mi avete scritto negli ultimi mesi chiedendomi ragguagli su instagram e sull'ascesa poco chiara ai più di alcuni profili italiani e internazionali, quindi cercherò di chiarire alcuni aspetti che riguardano l'escalation che sta portando, spesso, il vino ad essere "usato", valutato, interpretato e comunicato alla stregua di un paio di scarpe o di un capospalla, in puro stile "fashion" in Italia e all'estero.

Sia chiaro... ben vengano le novità e le ventate di freschezza purché imperniate sulla passione e fondate sui principi della correttezza e della trasparenza e non sulla furbizia e sul mero opportunismo.
Quando penso alla mancanza di trasparenza, alla confusione e al poco rispetto per quella che un tempo era chiamata netiquette e più in generale per il vino in senso stretto e in senso lato mi viene in mente il social più in "voga" del momento, ovvero Instagram.
Partendo dal presupposto che ognuno è libero di pensare, fare e pubblicare ciò che vuole - nei limiti della decenza e del rispetto altrui -, è innegabile che Instagram più di qualsiasi altro social network stia prendendo una deriva molto lontana da qualcosa di realmente costruttivo enoicamente parlando. Non che debba esserlo per forza, ma da chi si auto-proclama comunicatore enoico, wine blogger o addirittura Guru del vino ci si aspetta qualcosa di diverso da ciò di cui vi parlerò nel proseguo di questo pezzo.

Da comunicatore ho avuto la fortuna o forse l'intuito di percepire le potenzialità di questo social in tempi non sospetti, quando a pubblicare qualcosa di inerente al vino eravamo davvero pochi e gli iscritti a Instagram non erano neanche un millesimo di quelli odierni.
Iniziai a usare Instagram come una sorta di "album di ricordi" per conservare foto e impressioni su assaggi e visite in cantina, non curandomi del seguito, senza neanche scrivere hashtag... oggi basta scorrere gli oltre 5000 post per comprendere quanto sia organico e a tratti persino "sprovveduto" l'utilizzo che ho sempre fatto di questo social, come di tutti gli altri in cui condivido le mie idee, i miei pensieri e il frutto della mia vita nel e con il vino. Non ho accettato compromessi o aderito a gruppi di scambio like e commenti non appena compreso il loro funzionamento, perché non l'ho mai trovato corretto nei confronti di chi segue ciò che faccio e ciò che scrivo, nonostante gli introiti di questo blog non provengano dalle recensioni di vini e cantine. Forse è per questo che in molti mi hanno chiesto ragguagli riguardo le varie richieste di compensi da fantomatici "wine influencers" che nel giro di uno o due anni hanno avuto una repentina ascesa in termini di seguito. Che sia fittizio o meno, questo lo lascio decidere a voi, magari leggendo le centinaia di articoli dedicati allo scambio followers, ai Bot e agli Instagram pods.
Io vi consiglio di partire da questi due pezzi scritti da alcuni dei massimi esperti in materia:

http://www.ninjamarketing.it/2017/09/12/insidie-instagram-pod/;
http://www.ninjamarketing.it/2017/11/24/influencer-marketing-bot-fake-furbetti/

Che siate appassionati di vino in cerca di consigli, vignaioli e/o produttori potrà esservi utile un approfondimento e vi basterà leggere gli articoli appena linkati o cercare su Google frasi del tipo "come aumentare followers su instagram", "cosa sono gli instagram pods" ecc...

In linea di massima non è così difficile individuare quelli che in molti definiscono "furbetti":
buona parte dei commenti è più o meno sempre degli stessi profili (appartenenti ai pods); la crescita dei followers è molto più rapida di quella auspicabile da un profilo organico per quanto performante possa essere; scorrendo tra i followers troverete più del 10% fisiologico di followers palesemente non interessati al vino e addirittura fake; i contenuti sono orientati alla superficialità o sono rappresentati da presentazioni aziendali e/o schede tecniche copiate e incollate dai siti delle cantine; vengono pubblicate foto di note etichette (spesso ancora chiuse) o di cantine famose (spesso non scattate dall'utente stesso) per massimizzare visualizzazioni ed interazione ecc...

Per darvi un'idea più concreta questo è il tipo di messaggio che ricevo quotidianamente da profili privati, marketer o agenzie di marketing che chiedono di aderire ai Pods:
gruppi instagram vino
Oggi, continuo ad utilizzare i social in modo libero, non curandomi delle strategie che massimizzerebbero la visibilità dei miei post, semplicemente perché non cambierebbe nulla. Instagram per me non è un mezzo per promuovere cantine o vini a pagamento, non è un modo per accumulare numeri vuoti da spendere in contesti poco attenti e con cantine poco accorte che preferiscono pagare per promuovere il frutto del proprio lavoro piuttosto che lasciare che siano le proprie vigne, i propri vini e la propria personalità a parlare e a stimolare chi comunica a condividere la qualità del loro lavoro. Instagram - come tutti i profili social che ho creato negli ultimi anni - è un mezzo, un tramite, un veicolo per arrivare a più persone possibile, sì... ma reali, persone che decidono di loro spontanea volontà di seguire ciò che pubblico perché interessati al mondo del vino, chi in maniera più approfondita e costante chi semplicemente perché incuriosito dalle foto dei miei viaggi, dei miei assaggi o dai miei scritti. Per questo ho deciso di fare dei passi indietro tornando a scrivere praticamente solo in italiano, riducendo da un lato e tagettizzando dall'altro la visibilità di ciò che faccio. Questo perché spero che chi mi segue apprezzi i miei contenuti per quello che sono realmente ed eviti di accomunarmi alle centinaia di profili legati esclusivamente al reposting/regranning o alla pubblicazione di contenuti omologati che hanno invaso instagram. Non è semplice e, per assurdo, il fatto che io abbia accumulato nel corso degli anni tale visibilità mi fa ricadere in un grande insieme che ha ormai assunto le sembianze di un calderone che nulla ha a che vedere con un sano e costruttivo meltin'pot culturale e comunicativo ma, al contrario, ha le sembianze di un caos regolato da dinamiche che fanno comodo a tanti a discapito di pochi. Per questo qualcuno lo trova addirittura positivo continuando a professare l'inconcepibile filosofia del "basta che se ne parli", ma mi chiedo cosa ne sarebbe di alcuni di questi "wine influencers" se domani Instagram chiudesse i battenti? La mia speranza è che, almeno in parte, molti di essi comprendano la bellezza del vino e inizino a girare davvero per cantine, a calpestare terreni diversi dai pavimenti delle enoteche e dei wine bar nei quali fanno foto a bottiglie prese dagli scaffali ancora "intonse", parlando con chi il vino lo fa e comunicando tutta questa ricchezza a tutti i propri "followers" reali o meno che siano. Il fine, non giustifica i mezzi, ma in questo caso limiterebbe i danni e potrebbe creare una comunicazione meno superficiale e più interessante.

I social non dovrebbero essere proprio questo? Un mezzo per condividere e coinvolgere, specie se si vuole incentrare la propria comunicazione attorno ad un unico tema portante come il vino. Eppure, negli ultimi anni vedo una continua rincorsa ai numeri, alle classifiche (verso le quali ho da sempre manifestato i miei dubbi, pur essendo citato o menzionato in alcune di esse perché basate su criteri poco chiari e facilmente alterabili), alla notorietà fittizia e dalle fondamenta fragili prodotta da una comunicazione superficiale e, spesso, deviata da dinamiche che poco hanno a che fare con la sete di conoscenza, con il rispetto per chi fa vino e per chi lo acquista, magari proprio spinto da ciò che scriviamo e pubblichiamo; una comunicazione che ha poco a che vedere con la volontà di condividere le proprie reali esperienze enoiche con il grande circolo degli appassionati, degli addetti ai lavori e dei neofiti che proprio grazie a chi comunica potrebbero maturare curiosità e passione; una comunicazione che lungi da me debba essere omologata e che può e deve contemplare - entro certi margini - una giusta dose di leggerezza e di democraticità, ma che non dovrebbe essere fuorviante o addirittura perniciosa per il vino in senso stretto e in senso lato. Io stesso scrissi di avere dei dubbi riguardo le classifiche nelle quali mi sono ritrovato ad essere citato, tanto che oggi Klout (lo strumento utilizzato per valutare l'influenza nel web nei vari ambiti di riferimento, è stato chiuso in quanto non più in grado di adempiere al suo compito). Sia chiaro, sarei ipocrita se rinnegassi l'orgoglio provato nell'essere menzionato fra grandi comunicatori del vino a livello internazionale, ma di anno in anno sono stati gli stessi lettori di questo blog a farmi notare la deriva che i social - instagram in particolare - stavano prendendo.


Quando sono arrivato nel mondo della comunicazione del vino l'ho fatto in punta di piedi, con profondo rispetto per chi, già da anni, scriveva di vino, a prescindere dal come e dal perché. Non è stato facile vivere il periodo in cui al giornalismo enogastronomico "tradizionale" si stava affiancando la comunicazione dei food e dei wine blogger, ma ho sempre visto in alcuni giornalisti e comunicatori degli esempi e delle figure alle quali attingere in termini di esperienza e di professionalità. Figure che, con piacere, ho visto avvicinarsi al blogging e alla comunicazione sui social media, comprendendo le potenzialità di una comunicazione più "libera", dinamica e trasversale.
Dalla nouvelle vague di comunicatori enoici mi aspettavo un approccio appassionato, scalpitante di curiosità e di voglia di produrre contenuti freschi, fruibili e dinamici ma non per questo superficiali o poveri di polpa come un vino di un'annata fredda e piovosa, in cui neanche l'acidità è capace di farne stare in piedi il sorso. Più scarpe sporche di terra, più video in vigna, più confronti con chi il vino lo fa davvero e magari meno sciabolate con la qualunque! Ma questa è solo un'opinione personale e di qualche amico che continua a mandarmi video di sciabolate con carte di credito, i-phone, calici e alabarde spaziali giusto per farmi innervosire con questa tendenza che definirei "sabrage sauvage"!
Un po' come nel monologo di Roy Batty in Blade Runner, in questo, a tratti distopico, modo di comunicare sui social, vedo ragazzi che dal nulla pubblicano "Guide Enoiche", vedo punteggi dati a destra e a manca e "personaggi" che si auto definiscono "Wine Guru" perché si sono creati un seguito su instagram con mezzi poco consoni a definire quello stesso realmente interessato; vedo psuedo-influencers che da un giorno all'altro vengono spinti a tenere corsi "di avviamento alla degustazione"; vedo e-book pieni di copia-incolla presi qua e là in giro per il web e "libri" infarciti di luoghi comuni e scontatezze enoiche che, a mio modo di vedere, sfociano nella mancanza di rispetto nei confronti di chi fa vino, di chi crede in una comunicazione costruttiva e di chi legge.

Una persona anni fa mi disse "fatti i ca...i tuoi e camperai cent'anni!", un'altra due giorni fa parlando di questa situazione disse "non hai mai criticato nessuno, non iniziare ora! Non è da te!"... hanno entrambe ragione, ma questi ultimi mesi in cui ho rischiato di non poter più tornare a viaggiare, a camminare per vigne, a godermi la mia passione per il vino e, quindi, a ricercare e raccogliere contenuti da condividere con voi attraverso questo wine blog e i miei profili social, ma anche e soprattutto attraverso la mia voce, il mio accento ibrido e il mio strano e maldestro gesticolare seduti ad un tavolo e riuniti attorno a qualche bottiglia, mi hanno fatto capire che c'è qualcosa che non va nella comunicazione enoica 3.0 e che questa deriva può e deve essere arginata. Non di certo da me, io non voglio arginare nulla né impedire a chi lavora di guadagnare legalmente la propria "pagnotta", ma mi piacerebbe spingere chi ama il vino, sia esso un comunicatore, un produttore o un appassionato a delle riflessioni a riguardo. 

Sia chiaro, ognuno è libero di fare ciò che sente e non credo che la "colpa" sia tutta di chi ha visto nel diventare "wine influencer" un modo per fare due soldi o per riempirsi la cantina di vino, hanno "solo" preso come esempio la Ferragni (ma nel suo settore ciò che fa è ampiamente sdoganato e è comunque, a suo modo, stata una pioniera partendo da un blog) piuttosto che Veronelli..!  La "colpa" non è neanche delle grandi aziende che "sfruttano" i numeri di questi giovani comunicatori per cercare di riempire il web di contenuti che possano sembrare organici, ma che di organico hanno ben poco, quasi come se volessero crearsi una web reputation e di conseguenza una reputazione reale meno legata al marketing e al commercio. Non ci sono colpe in realtà, ma ci sono scelte opinabili fatte da un lato da chi comunica e dall'altro da chi alimenta questo tipo di comunicazione.

Siete marketer? Chiamatevi marketer e potrete andare in giro al Vinitaly presentando il vostro listino prezzi o inviare email con le vostre proposte di gestione social media e campagne pubblicitarie alle Cantine serenamente e nessuno, benché meno io, potrà criticarvi! E' un lavoro e come tale va interpretato, senza creare confusione e senza celarlo dietro mentite spoglie. Lo screenshot qui sotto credo sia rappresentativo della confusione che vige su instagram:
Detto questo, però, devo ammettere che - per fortuna! - ci sono tantissimi giovani  appassionati e tra di essi molti comunicatori mossi proprio da quella forte passione, da un'inarrestabile sete di conoscenza e da una curiosità inerziale che stanno facendo bene al vino e che sono certo daranno vita a qualcosa di importante attraverso il confronto e il rispetto. Inoltre, i social stanno, nella loro assurdità, avvicinando moltissimi appassionati al mondo del vino e Instagram più di tutti sta invogliando ragazzi e ragazze a viaggiare e a conoscere realtà che fino a poco tempo fa sarebbero rimaste nell'ombra non avendo grandi disponibilità economiche per promuoversi e farsi conoscere. Quindi ben venga un utilizzo consapevole dei social e che ognuno ne lo interpreti a modo proprio, sia che lo faccia per mera passione sia che ne voglia fare un lavoro. L'importante è definire ciò che si fa in maniera più trasparente e, magari, non utilizzare mezzi e modi poco corretti per raggiungere i propri obiettivi.

Qualcuno, forse, se la prenderà leggendo le mie parole perché si sentirà tirato in causa, ma se non ho fatto nomi o riferimenti a qualcuno in particolare è proprio perché non mi riferisco a uno, due o tre individui nello specifico, ma a una situazione generale e diffusa che non è solo italiana, ma che in Italia sta assumendo le connotazioni di una vera e propria deriva in termini di chiarezza. Come detto più volte, parlando di vino e di comunicazione, il problema non è cosa si può o si deve fare e cosa no, ma è il modo in cui definiamo le nostre azioni o il prodotto delle stesse. Chiamarsi blogger o comunicatori e fare a tutti gli effetti i social media manager o i marketer rischia di essere fuorviante, di alterare la percezione delle varie "categorie" e di alimentare diatribe che potrebbero tranquillamente essere arginate sul nascere da una maggior trasparenza. Perché, per quanto io non sia in linea con un certo tipo di comunicazione e di web marketing, non sono tanto ottuso da pensare che le aziende produttrici di vino possano smettere di promuoversi a pagamento puntando solo sulla qualità del loro prodotti (non tutte possono "permetterselo" e non tutte vogliono farlo) e su percorsi comunicativi che non prevedano un do ut des meramente economico.
Quindi se un'azienda vuole pagare per avere la consulenza o per farsi promuovere da un social media manager o un marketer non c'è nulla di strano o di illecito, anche se non credo che l'opera di piccoli produttori e di vignaioli veri si presti a questo tipo di azione comunicativa. Il problema è solo la confusione che si sta creando fra le varie branche della comunicazione e fra i vari esponenti di essa, nel modus operandi e nel fine di tali pratiche. Basterebbe dare il giusto significato alle parole, ponderarne l'utilizzo e non definirsi per ciò che non si è e che non si fa, ma semplicemente trovare la forma più idonea a definire ciò che si è e che si fa.

Oggi, come ieri, quando qualcuno mi definisce erroneamente "giornalista" sento il dovere di correggerlo perché io non sono un giornalista e sarebbe irrispettoso nei confronti di chi è iscritto all'ordine e di chi si guadagna da vivere grazie a quel lavoro fare altrimenti. Credo che la stessa cosa dovrebbe valere per chi è a tutti gli effetti un social media manager, ma si definisce "Wine blogger" dando consigli ai propri "seguaci" come se fossero frutto di una sincera e imparziale valutazione.

Nei miei articoli troverete qualche refuso, magari qualche vero e proprio errore, ma non definirei mai "vignaiolo" un imprenditore del vino entrato in vigna solo per qualche foto di rito da utilizzare nelle proprie brochure o da pubblicare sul proprio profilo facebook; non chiamerei mai enologo chi non lo è "solo" perché è in grado di produrre il proprio vino da sé magari avendo anche maturato una conoscenza e una competenza enologica maggiore di molti laureati in enologia e lo stesso vale per gli agronomi. Gli sponsor che troverete e le collaborazioni che ho sin dal principio accettato riguardo realtà che non producono vino e che ho conosciuto grazie alla qualità del loro lavoro prima che diventassero partners di questo blog (a tempo determinato). Questo perché scrivere di una cantina o di un vino, magari senza esserci mai stato e/o senza aver mai assaggiato quel vino, in cambio di una più o meno "lauta ricompensa" mi è sempre sembrato scorretto nei confronti di chi legge e del produttore stesso.

Qualche tempo fa scrissi un pezzo su un'ironica ma, sotto sotto, veritiera "crisi d'identità del wine blogger" e quella sensazione continua perché, per assurdo, una definizione che rispecchiava in pieno ciò che faccio da anni, oggi mi pesa, fuorviata da dinamiche che poco hanno a che vedere con ciò che faccio e con come lo faccio.
In molti mi avete detto e scritto "la differenza si vede, non preoccuparti!", ma ciò che conta per me non è mai stato essere il più bravo o il mio seguito, semplicemente mi è sempre premuto dare ai miei lettori contenuti frutto di esperienze concrete, di pensieri sinceri e di considerazioni che, giuste o non giuste, possano stimolare curiosità e passione dentro e intorno al vino.
Sarebbe sciocco pensare che tutti possano sentire il bisogno di comunicare il vino dalla vigna al bicchiere, che tutti possano avere voglia e modo di girare in lungo e in largo l'Italia per raccontare l'infinita ricchezza del nostro patrimonio vitivinicolo al mondo partendo proprio dagli stessi italiani e sarebbe ancor più sciocco pensare che tutti possano e vogliano farlo senza vederlo come un lavoro. Eppure, mi piace pensare che ci sarà una sorta di "selezione naturale" da parte dei veri appassionati da un lato e di chi fa vino dall'altro riguardo questi differenti approcci. 

Ora mi fermo, anche se tutti quelli che hanno letto la bozza di questo pezzo mi hanno detto di essere "sempre troppo buono". Onestamente non nego di essere stanco di essere tirato in mezzo a dinamiche che non mi competono e a vedere la passione e l'impegno messi nel comunicare il vino negli ultimi anni intaccate da chi sta trasformando una pseudo-categoria che poteva e può fare e dare tanto al mondo del vino come quella dei wine blogger e dei comunicatori enoici su web e social in generale in un pot-pourri di superficialità, markette à la volée, ma in questo periodo sono ancora più positivo del solito e confido che da questo ennesima era comunicativa scaturiscano una consapevolezza maggiore da parte dei lettori e delle aziende stesse, ma ancor prima da parte di chi comunica il vino. Perché il vino non è un prodotto fatto in serie, non è un oggetto o un argomento da poter trattare come farebbero con un capo d'abbigliamento, una crema di bellezza o un resort di lusso i vari influencers dei comparti fashion, beauty, travel e chi più ne ha più ne metta! Il vino è qualcosa che non si può consigliare, raccontare e condividere a scatola chiusa o senza averne compresa la natura visitandone "il luogo di nascita" e/o confrontandosi con chi ha messo genio, corpo e cuore nel produrlo.

Io, da par mio, non so fare altro quindi continuerò a raccontarvi dei miei viaggi, dei miei assaggi e delle mie piccole grandi scoperte personali nel modo più organico possibile sperando che i protagonisti di ogni mia condivisione continuino ad essere i vignaioli, i produttori con le loro storie ma soprattutto le vigne e i loro vini.
enzo pontoni miani
Chiudo con un consiglio proprio ai vignaioli: gestite da soli i vostri social e sfruttate le occasioni che avete ogni giorno di mostrare gli aspetti del vostro lavoro, la bellezza delle vostre vigne e dei contesti nei quali sono incastonate ma soprattutto fatevi conoscere per quello che siete raccontando la vostra storia, giorno per giorno, con il minimo sforzo! Vi renderete conto che bastano pochi istanti per gestire in modo organico i profili della vostra cantina.
Alle aziende più grandi, ai produttori e agli imprenditori del vino mi sento solo di consigliare di scegliere bene a chi affidare l'immagine e la comunicazione della propria azienda e dei propri vini, perché è normale aver bisogno di un social media manager com'è normale desiderare l'opinione di un giornalista, un blogger, un esperto degustatore riguardo la propria realtà e i propri prodotti, ma oggi come oggi se tutto questo è veicolato in maniera superficiale e, a volte, volgare o è palesemente frutto di una collaborazione economica, spesso, non dichiarata il rischio di ottenere l'effetto opposto a quello desiderato è alto!
Come sempre... fate vobis e ai "post" l'ardua sentenza!

F.S.R.
#WineIsSharing

venerdì 29 giugno 2018

La Vite a piede franco, la Fillossera e come riconoscere le viti non innestate

"Franco... oh Franco!" Qualche anno fa spopolava il tormentone lanciato dal comico di Zelig Franco Neri, ma oggi non vi parlerò di comicità, bensì di piede franco!
Lo faccio perché durante uno dei miei ultimi viaggi enoici, presso una cantina di cui vi parlai qualche mese fa, ho avuto modo di scoprire una mia lacuna e contestualmente alla scoperta, colmarla grazie al prezioso supporto di Leonardo Beconcini, proprietario e Deus Ex Machina vigna-cantina dell'Azienda Agricola Pietro Beconcini.
fillossera vite
Parliamo, però, per quei pochi che non ne fossero al corrente, spiegando il significato di vite a o su piede franco:
"tra la fine dell'800 e gli inizi del '900 arrivò anche Europa la fillossera distrusse gran parte dei vigneti europei, italiani compresi.
La fillossera della vite fu scoperta per la prima volta da C. H. Fitch sulle foglie delle viti selvatiche nell'America del Nord (New York) nel 1854 e fu nuovamente ritrovata da J. O. Westwood nel 1863 sulle foglie e sulle radici della vite nelle serre di Hammersmith presso Londra. Scoperta da F. Sahut sulle radici della vite nel Sud della Francia il 15 luglio 1868, fu nuovamente descritta da J.-É. Planchon come Rhizaphis vastatrix; nel 1869 V. Signoret riconobbe l'appartenenza dell'insetto al genere Phylloxera. L'introduzione della fillossera in Europa (1858-1862) si deve attribuire indubbiamente all'importazione dall'America nel Sud della Francia di barbatelle di viti infette. In Italia erano stati avvertiti fin dal 1875 nelle vicinanze di Lecco dei deperimenti nella vegetazione delle viti, ma solo nel 1879 venne accertata la presenza dell'insetto nei dintorni di Valmadrera (Como) e di Agrate (Milano); l'anno successivo furono rinvenuti focolai d'infezione nelle provincie di Caltanissetta, di Messina e di Porto Maurizio (Imperia). Nel 1886 si scoprirono infezioni in Piemonte e nel 1888 in Toscana; nel 1899 furono riconosciute infette le Puglie; alla fine del secolo l'infezione era stata accertata in oltre 900 comuni e vi interessava più di 350.000 ha. di superficie. Nel 1931 essa risulta accertata in 89 delle 92 provincie italiane, con esclusione soltanto di Frosinone, Rieti e Napoli; circa la quarta parte degli oltre 4.000.000 di ha., sui quali in Italia è coltivata la vite, è stata distrutta o gravemente danneggiata dall'infezione, e le regioni più colpite sono quelle di maggiore importanza viticola." (Fonte. Enciclopedia Treccani). 

Non una patologia della vite quindi, bensì un piccolo insetto capace di divorare letteralmente le radici delle viti dall'interno. tenendo all'oscuro l'ignaro vignaiolo. Per debellare l'invasione di questa vera e propria piaga tecnici e scienziati hanno provato di tutto, ma nessuno dei sistemi empirici, scientifici o persino fatti in casa sembrava funzionare. Come molti di voi sapranno, la soluzione arrivò quando ci si accorse che i vigneti americani fossero integri ed in perfetta salute, pur sapendo che la fillossera venisse proprio da quelle terre. Si è ormai certi, infatti, che l'insetto arrivò “clandestinamente” in Europa a bordo di un battello trasportante legname in arrivo dalle coste americane, ma si scoprì solo più avanti che l'insetto “vitivoro” non amasse gli apparati radicali delle viti made in USA, bensì preferisse quelle nostrane e più in generale quelle del vecchio continente. L'arcano era svelato e la soluzione fu l'innesto di varietali autoctoni su radici di viti americane. Oggi il 90% delle viti europee è a piede americano, mentre le pochissime mai state innestate su piede americano, sono chiamate a piede franco.
In generale, seppur con le dovute eccezioni del caso, le viti a piede franco si trovano per lo più nelle più alte zone montane e sui terreni particolarmente sabbiosi, lungo le coste.

Come riconoscere le viti a piede franco ovvero quelle non innestate su piede americano

Ora che avete fatto un ripassino o avete appreso nuove nozioni, posso condividere con voi quello che potrei definire un piccolo “trucchetto da vignaiolo/enologo” che in molti sui social hanno confermato ignorare, un po' come me. Si tratta della modalità più semplice e diretta per capire ad occhio nudo, senza dover fare indagini scientifiche approfondite, se una pianta poggi su piede franco o meno.
vite a piede franco
Come vedete nella foto qui sopra non dovrete far altro che valutare la forma e le caratteristiche delle foglie della vite in oggetto confrontando le foglie del germogliamento basale (quello più vicino al terreno e, quindi, alle radici, ovvero al “piede”) con quelle della parte superiore (o aerea) della vite dal fusto ai capi.
Se le foglie saranno identiche il piede sarà quello originale, quindi franco, mentre in caso dovessero essere differenti (vedi foto) si tratterà di un innesto su piede americano.
In linea di massima le piante molto vecchie, oltre i 100 anni hanno tutte un'alta probabilità di essere a piede franco.

C'è da dire che questo “trucchetto” a volte viene inficiato dalla “timidezza” di qualche pianta che decide di non mostrare germogli basali, rendendo impossibile questa analisi empirica immediata.
Confido questa piccola curiosità vi possa essere utile durante i vostro prossimi winetour, per fare bella figura con qualche produttore o compagno/a di viaggio!


F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 25 giugno 2018

Uva Sapiens - Agronomia ed Enologia con un approccio olistico


In questo wine blog leggerete spesso di vignaioli e di produttori che producono il loro vino in prima persona occupandosi delle proprie vigne e vinificandone le uve. Altrettanto spesso quei vignaioli o produttori di vino si avvalgono del supporto di figure che operano nel campo agronomico ed enologico che hanno un ruolo fondamentale nel permettere a quella realtà di esprimere al meglio il potenziale del proprio terroir fatto delle persone, dei terreni, delle condizioni climatiche, delle piante e delle uve che ne fanno parte.
E' bellissimo per me raccontare la storia e condividere i vini di piccoli vignaioli artigiani che fanno effettivamente tutto "da soli", ma è altrettanto importante evitare che figure importanti e qualificate come quelle dell'agronomo e dell'enologo vengano mistificate.
E' per questo che continuo a dare spazio a professionisti che operano nel mondo del vino, dalla vigna alla bottiglia, che ho avuto modo di incontrare durante il mio cammino enoico.
Oggi è la volta di Uva Sapiens, un team di agronomi ed enologi con una visione rispettosa dalla vigna alla bottiglia.
enologi agronomi
- Come nasce la vostra attività?
Risponde Mattia Filippi: la nostra attività nasce da un incontro fra tre persone che ad un certo punto dei loro cammini singoli hanno deciso di condividere le loro esperienze e competenze. Io, Roberto Merlo e Umberto Marchiori, pur venendo da territori diversi (Trentino, Veneto e Friuli V.G.), ci conoscevamo tramite amici e contatti lavorativi comuni. È nata un’intesa, in particolare su un approccio “olistico” alla consulenza vitivinicola, e quindi l’idea di creare un team di tecnici capaci di accompagnare le aziende nella valorizzazione delle loro potenzialità, dalla vigna ai mercati. In un secondo momento si è unito a noi anche Leone Braggio, e la squadra si è consolidata. E sta tuttora crescendo con nuove figure e collaborazioni.
mattia filippi enologo
- Cos'è Uva Sapiens e chi siete?
Risponde Umberto Marchiori: Uva Sapiens è l’intelligenza della natura in continua evoluzione.
Abbiamo scelto questo nome per la nostra società di consulenza perché il nostro modus operandi, come già accennava Mattia, punta a comprendere e valorizzare in primis la “materia prima”, ovvero ciò che ogni cantina ha a disposizione, uva, terra e uomini. A partire da questo principio ideiamo ed elaboriamo progetti di qualità nel percorso terra, vigna, cantina, bottiglia, che puntano alla sostenibilità economica e ambientale con lo sguardo fisso ad un obiettivo chiaro: l’espressione massima del potenziale dei nostri partner. Il nostro supporto alle aziende riguarda progetti di qualità volti all’espressione massima dell’identità. E spazia dalla consulenza strategica sullo studio del territorio, alla gestione del verde e alla difesa dalle malattie; dal creare nuovi vini pensandoli fin dal vigneto, alla gestione della cantina, assemblaggi e affinamenti, fino alla ottimizzazione dei flussi di lavorazione e al posizionamento del vino sul mercato, inclusa la formazione completa del personale.
formazione potatori
- Quali sono le migliorie e i vantaggi apportati in campo dal vostro approccio agronomico?
Risponde Roberto Merlo: penso che uno degli elementi più innovativi del nostro approccio stia nell’impegno a creare progetti costantemente verificabili nella loro evoluzione, ideati per formare all’autonomia i gruppi di lavoro delle aziende che ci consultano.
Il nostro operato si riassume in tre passi: il primo è la condivisione degli obiettivi aziendali dei partner, da cui nasce l’elaborazione di progetti personalizzati. Il secondo è la concretizzazione dei progetti, che avviene con l’azione sinergica e coordinata dei componenti del team, sfruttando le competenze dei singoli e le specializzazioni tecniche acquisite in campo agronomico viticolo, vitivinicolo, enologico. L’adozione delle tecnologie più moderne e la collaborazione con università ed enti di ricerca ci permettono di esplorare ogni via possibile per raggiungere gli obiettivi di volta in volta fissati.
Infine c’è il terzo passo, a cui teniamo in maniera particolare: è la continua verifica del percorso intrapreso.
Questo perché siamo convinti che per essere vincente un progetto deve essere figlio di corrette osservazioni e deduzioni, creativo, flessibile di fronte agli imprevisti, adattabile al mutare di condizioni che spesso la natura impone.
conduzione vigna bio
- Il vostro metodo gode di certificazioni specifiche?
Risponde Leone Braggio: no, non esistono “certificazioni” come sono comunemente intese per le aziende. La garanzia sulla bontà del nostro operato arriva da un lato dalla costante attività di aggiornamento che intraprendiamo presso centri di ricerca e università, dall’altra dalle molte cantine in Italia, Europa e USA che continuano a chiedere la nostra collaborazione.
Più che un metodo, il nostro è un approccio che riesce a identificare, ordinare, interpretare ed esprimere tutte le complesse variabili che interagiscono nella “matrice” produttiva che va dalla vigna alla bottiglia. Un grande vino, è il frutto di un percorso fatto di singole, piccole e dettagliate scelte che devono avere necessariamente un “pensiero” comune e un’idea forte e chiara a monte.

- Quali sono i vostri obiettivi primari?
Risponde Umberto Marchiori: il nostro obiettivo primo, come singoli e come società, è l’evoluzione. Uva Sapiens come Homo sapiens. Perché per evolvere è necessario avere coraggio, mettersi in gioco, anche rischiare. Ogni singolo passo richiede capacità di osservazione e analisi, valutazione di rischi e opportunità, creatività nell’elaborare soluzioni e coraggio nell’effettuare le scelte necessarie. Non è facile certo! Ma è solo evolvendo che si può crescere. E questo vale per noi come per i nostri partner; si cresce insieme.
corsi vignaioli
- Dove operate attualmente?
Risponde Mattia Filippi: abbiamo una trentina di collaborazioni attive in Italia, Europa e Stati Uniti. I progetti sono modulari e diversificati, per esempio in Sicilia collaboriamo su progetti enologici con Cantine Colomba Bianca, Musita e aziende biodimaniche come Porta del Vento o Marco De Bartoli, dove gestiamo la parte viticola. In Toscana abbiamo progetti viticoli con Ornellaia, Isole e Olena. In Veneto collaboriamo in progetti specifici per esempio con Dal Forno, o in aziende con continue evoluzioni di ricerca nel mondo del biologico come Diesel Farm, Tenuta La Cà e Antica Quercia o progetti di territorio con il Consorzio Conegliano Valdobbiadene Superiore DOCG, per citarne solo alcune. In Piemonte da anni collaboriamo con continui progetti di ricerca con Proprietà Sperino. In Romania seguiamo Rasova Winery, Petro Vaselo e altre realtà; mentre in Napa Valley (USA) curiamo da anni i vigneti del gruppo Harlan Estate con Promontory, Bond e The Napa Valley Reserve, e ancora a St. Helena Dana Estate e Merryvale.
Stanno iniziando collaborazioni anche in Croazia, Moldavia e Russia.
consulenti agronomici
- Quali sono i risultati raggiunti dal vostro team ad oggi?
Risponde Roberto Merlo: uno dei risultati più belli è quello di continuare a collaborare negli anni con i clienti che ci scelgono, creando un rapporto di partner più che da cliente-fornitore.
Fissare degli obiettivi chiari, è sempre stato per noi il primo passo per poterli raggiungere.
Negli anni si è lavorato molto per ottenere dei vini di alta qualità e riconosciuti dal mercato, ma oggi siamo fortemente coinvolti in progetti dove i nostri clienti vogliono scoprire, elevare e dare valore, attraverso il vino, all’identità dell’Azienda, di un vigneto o di un territorio.
dendrochirurgia vite
- Come vedete la situazione vitivinicola italiana anche rispetto ai cambiamenti climatici?
Risponde Leone Braggio: per tornare su una parola già usata, la situazione è in continua evoluzione. E con questo intendiamo dire che ogni annata, anzi ogni singola stagione, presentano elementi nuovi ai quali bisogna essere pronti a rapportarsi. Diventa sempre più importante saper osservare e “ascoltare” con attenzione, accrescere la propria sensibilità, per comprendere come agire nella maniera migliore e più rispettosa della natura e del suo equilibrio. La continua ricerca e aggiornamento ci aiuta molto in tal senso.
taglio vino enologo
- Per quanto sia prematuro e affrettato dare giudizi, qual è la vostra valutazione sull'andamento dell'annata in corso?
Risponde Umberto Marchiori: come sempre è difficile dare dei giudizi su come finirà il 2018, sicuramente è un’annata dove la competenza e l’organizzazione aiutano ad affrontare le continue sollecitazioni meteo-climatiche, da nord a sud e da est a ovest. È quasi scontato dire che lavorare con la Natura è difficile, ma non scordiamoci che la Natura riserva spesso anche delle sorprese che ci permettono ancora di meravigliarci anno dopo anno.

Ringrazio il team di Uva Sapiens per la disponibilità nel rispondere alle mie domande in modo rapido ed esaustivo. Un approccio, quello di questa squadra di uomini di vigna e di cantina, che proprio come sostiene l'olismo, vede nel "tutto" un risultato maggiore e differente della mera somma delle parti prese singolarmente, portando la vigna e più in generale l'intero concetto di terroir ad essere interpretato come un soggetto dotato di una vitalità propria e in continua evoluzione.

F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 20 giugno 2018

L'Italia vince i mondiali... della Ristorazione anche grazie alle donne e agli uomini di Sala e di Vino!

Gli italiani sono un popolo di santi, poeti e navigatori, sì... ma, in realtà nulla fa salire “in cattedra” gli italiani come il calcio e la cucina!
wolrd's best restaurants 2018

Se l'Italia fosse andata ai mondiali di Russia ora molti di “noi” starebbero commentando le scelte dell'allenatore, le performance dei giocatori e durante le partite si sentirebbero inveire i più contro gli stessi come se tutti, in fondo, ci sentissimo in diritto di essere allenatori della squadra che rappresenta il nostro paese e che resta fra le pochissime cose capaci di farci provare ancora quel minimo senso di patriottismo che tanto manca a questo nazione e che tanto ci farebbe bene ritrovare! Eppure l'Italia ai mondiali non c'è, ma è lo stesso arrivata sul tetto del mondo! Come? Con la ristorazione! La cucina, altro argomento che sembra essere radicato nella cultura italica e scritto in qualche gene a forma di capello da Chef che molti italiani hanno nel proprio DNA. Che poi siano bravi a cucinare o meno, questa è un'altra storia! Nell'era di Master Chef e dell'invasione dei programmi di cucina in tv e degli "Chef Symbol" che hanno, ormai, preso il posto dei Sex Symbol (ben venga!) gli italiani hanno abbandonato la cucina della mamma e della nonna per darsi a velleità culinarie casalinghe che poco differiscono dal tipo in brache e canottiera sporca di sugo che urla contro i giocatori della Nazionale che rincorrono un pallone dentro una tv. Siamo tutti cuochi! Naaa... dai, non diciamo cavolate! Una cosa è vera, però... abbiamo una grande cultura enogastronomica e stiamo facendo grandi cose con l'alta ristorazione! Che poi il livello medio della ristorazione italiana si sia abbassato è palese e alcuni dei perché non sono così difficili da comprendere:
  • chiunque in questo paese – specie in momenti di crisi – si sente all'altezza di aprire un ristorante;
  • la globalizzazione e la sua normale incidenza sui gusti medi e sulle dinamiche della ristorazione;
  • Le scuole alberghiere vedono una crescita esponenziale di studenti delle classi di cucina e un calo costante di quelle di sala.
Ma questo è un altro discorso è come al solito io l'ho presa larga, molto larga, ma ci siamo quasi!
Questo articolo nasce dalla proclamazione, per la seconda volta in 3 anni, dell'Osteria Francescana di Massimo Bottura come
miglior ristorante del mondo per la nota classifica "The World's 50 best Restaurants" che vede presente anche altri 3 portabandiera di altissimo livello: il Piazza Duomo di Alba dello Chef Enrico Crippa, Le Calandre di Rubano dei fratelli Alajmo e il Reale di Castel di Sangro di Cristiana e Niko.

Qui di seguito troverete la top 50:

1 Osteria Francescana, Modena, Italia
2 El Celler de Can Roca, Girona, Spagna
3 Mirazur, Menton, Francia
4 Eleven Madison Park, New York, Usa
5 Gaggan, Bangkok, Thailandia
6 Central, Lima, Perù
7 Maido, Lima, Perù
8 L’Arpege, Parigi, Francia
9 Mugaritz, San Sebastian, Spagna
10 Asador Extebarri, Spagna
11 Quintonil, Città del Messico, Messico
12 Blue Hills at Stone Burns, Pochantico Hills, Usa
13 Pujol, Città del Messico, Messico
14 Steirereck, Vienna, Austria
15 White Rabbia, Mosca, Russia
16 Piazza Duomo, Enrico Crippa, Italia
17 Den, Tokyo, Giappone
18 Disfrutar, Barcellona, Spagna
19 Geranium, Copenaghen, Danimarca
20 Attica, Melbourne, Australia
21 Alain Ducasse a Plaza Athenée, Parigi, Francia
22 Narisawa, Tokyo, Giappone
23 Le Calandre, Rubano, Italia
24 Ultraviolet, Shangai, Cina
25 Cosme, New York, Usa
26 Le Bernardin, New York, Usa
27 Borago, Santiago, Cile
28 Odette, Singapore
29 Alléno al Pavillon Ledoyen, Parigi, Francia
30 D.O.M., San Paolo, Brasile
31 Arzak, San Sebastian, Spagna
32 Tickets, Barcellona, Spagna
33 The Clove Club, Londra, Inghilterra
34 Alinea, Chicago, Usa
35 Maemo, Oslo, Norvegia
36 Reale, Castel di Sangro, Italia
37 Tim Raue, Berlino, Germania
38 Lyle’s, Londra, Inghilterra
39 Astrid y Gaston, Lima, Perù
40 Septime, Parigi, Francia
41 Nihonryori Ryugin, Tokyo, Giappone
42 The Ledbury, Londra, Inghilterra
43 Azurmendi (premio per la sostenibilità)
44 Mikla, Istanbul, Turchia
45 Dinner by Heston Blumenthal, Londra, Inghilterra
46 Saison, San Francisco, California
47 Schloss Schawenstein, Furstenau, Svizzera
48 Hisa Franko, Caporetto, Slovenia
49 Nam, Bangkok, Thailandia
50 The Test Kitchen, Cape Town, Sud Africa

Questo, però, è un Wine Blog quindi lungi da me parlarvi di cucina! Il preambolo è stato sin troppo prolisso! Ho sempre evitato commistioni fra il mondo del vino e quello della ristorazione nella sua accezione gastronomica, semplicemente perché non ho le competenze e l'interesse per poter parlare di ristoranti, chef e menù in generale, per quanto il rapporto fra vino e cibo sia imprescindibile e atavico.
Mi sembra più opportuno, per me, spostarmi in sala! Dopotutto lo stesso Bottura ha affermato che "la sala vale il 52% dell'esperienza del cliente di un ristorante", specie se stellato!
In passato ho già dato spazio a una componente della ristorazione, quella della sala e in particolare della Sommellerie che in molti ristoranti stellati vede alla guida dei cari amici o comunque professionisti con i quali ho avuto modo di condividere buona bottiglie e di scambiare più di una piacevole chiacchierata dentro e intorno al vino.

Una componente fondamentale della Sala, che spesso viene espressa, anche negli stellati, da persone di grande carisma ed empatia, in grado di comprendere in pochi istanti non solo i gusti, bensì la personalità e le esigenze di chi è seduto al tavolo in attesa di essere stupito... in attesa di emozionarsi attraverso i piatti, ma anche e soprattutto grazie all'esperienza che vivrà nella sua interezza! Molti Chef sostengono – credo, a ragion veduta - che un cliente che si è sentito a suo agio grazie al servizio ha buone possibilità di tornare in quel ristorante, a prescindere dalla cucina ma, viceversa, un cliente che si è sentito a disagio a causa di un servizio scadente non tornerà più in quel ristorante nonostante la qualità della cucina.
Le donne e gli uomini di sala sono tutti un po' psicologi, antropologi e interpreti del linguaggio del corpo nelle sue espressioni psicomotorie e, molti, meriterebbero una laurea honoris causa in qualche branca della psicologia.
Negli ultimi anni ho avuto l'onore di conoscere molte donne e uomini di sala e posso assicurarvi che si fanno il mazzo tanto quanto le brigate di cucina, a prescindere dal numero di coperti che è inversamente proporzionale all'attenzione e all'esclusività del servizio stesso.
Quindi, se gli Chef sono giustamente le star dei "loro" ristoranti e le brigate vengono ancor più giustamente elogiate per il fondamentale supporto che danno ai loro capitani, è altrettanto giusto elogiare chi ci accoglie con un sorriso nell'istante in cui varchiamo la soglia, a chi si prende cura di noi durante l'intero arco temporale della nostra esperienza psico-gustativa in quel ristorante.

Se c'è una cosa di cui vado fiero è il seguito che questo blog ha proprio fra il personale di sala di ristoranti di ogni livello, ma in particolare di chi sta cercando, attraverso il proprio lavoro e la notorietà acquisita dai “propri” ristoranti, di avvicinare da un lato le persone al vino e dall'altro i giovani a un mestiere che merita sempre più dignità e che rappresenta una componente fondamentale per il raggiungimento della gloria di molti Chef oggi idolatrati, con merito, in Italia e nel mondo.

Tornando all'argomento centrale di questo blog, la Sala dei ristoranti e in particolare di quelli dotati di una valida cantina - stellati e non - rappresenta il luogo in cui il vino viene comunicato in maniera più diretta e al maggior numero di persone in maniera trasversale e per questo i Sommelier hanno un ruolo importantissimo durante il servizio, ma ancor prima nella loro ricerca enoica fuori dalle mura del proprio luogo di lavoro. Affiancare alle etichette più blasonate e ricercate una selezione personale di vini meno noti, conoscere direttamente chi quei vini li produce e raccontare il vino in maniera meno didattica e più emozionale fa davvero la differenza, almeno per me! Senza trascurare, ovviamente la competenza tecnica.
Mi piace pensare che tutta questa notorietà di Chef e Ristoranti possa dar luogo ad una reazione a catena che porti anche Maître e Sommelier a diventare punti di riferimento ed esempi da seguire facendo crescere l'intera categoria. Questa classifica ne mette in luce quattro che di ricerca ne hanno fatta e ne continuano a fare tanta!
sommelier ristoranti stellati
Un plauso personale va, quindi, ai quattro maestri di vino e si sala dei 4 migliori ristoranti  (tutti 3 stelle michelin) italiani secondo "The World's 50 best Restaurants" i Sommelier Giuseppe Palmieri, Vincenzo Donatiello, Matteo Bernardi e Giovanni Sinesi. Oltre, ovviamente, a rinnovare le mie congratulazioni a tutte le donne e gli uomini di sala.

F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 18 giugno 2018

Tenuta Gorghi Tondi - Un'oasi di rispetto e sostenibilità tra terra e mare in Sicilia

La Sicilia rappresenta, da sola, un vero e proprio continente in termini culturali, paesaggistici, pedoclimatici e, ovviamente, enoici.
Ci sono realtà che negli ultimi anni ho avuto modo di seguire più da vicino e attraverso di esse sono entrato ancor di più nelle dinamiche che legano la Sicilia e le sue genti al vino e ancor più al fare vino.
cantina gorghi tondi
Una di queste realtà è la Tenuta Gorghi Tondi, a due passi da Mazara del Vallo, accarezzata dalla frizzante e dolce brezza marina, immersa in un paradiso naturalistico dal 1998 riserva del WWF. Fondata dal bisnonno, l'azienda è ora gestita dalle intraprendenti e lungimiranti Annamaria e Clara Sala.
Come accade per molte realtà siciliane le dimensioni possono risultare fuorvianti, in quanto molto dilatate se paragonate alla media estensione delle realtà vitivinicole toscana ad esempio. La Tenuta Gorghi Tondi è stata, in passato, un antico feudo, di oltre 1500 ettari, in parte riserva di caccia dei Principi Saporito, oggi la Tenuta Gorghi Tondi comprende ca. 130 ettari di ordinati filari perfettamente contestualizzati in un'oasi tanto "selvaggia" quanto armoniosa, che da dimora, in diversi periodi dell'anno, a specie protette come aironi, falchi di palude, germani reali, a testimonianza di un terroir dalle caratteristiche uniche, per posizione, clima, terreni e rispetto della Natura.
oasi wwf tenuta gorghi tondi
Un territorio particolare, che gode della benevola influenza del mare che mitiga il clima, ma rende possibili anche importanti escursioni termiche notte-giorno, permettendo alle uve di raggiungere l'adeguata maturazione senza perdere il proprio nerbo acido.
Camminare per le vigne della tenuta palesa la volontà della famiglia Sala di preservare il naturale valore di queste terre adottando i principi della viticoltura biologica e cercando di non limitarsi a seguire pedissequamente una certificazione, ma di tenersi sempre al passo con la ricerca in modo da poter lavorare in sottrazione partendo proprio dal terreno e dalla pianta.
vigneti bio mazara del vallo
Ciò che mi ha stupito di più di questa realtà è, senza ombra di dubbio, la sua filosofia, che mira a stupire e non ad "assecondare" i mercati, cosa che ammiro sempre, ma ancor di più in una terra come la Sicilia, in cui sin troppo spesso ci troviamo di fronte a produzioni massificate e poco "coraggiose". Ogni etichetta che ho avuto modo di assaggiare ha saputo stuzzicare i miei sensi, "chi" per forza, "chi" per eleganza, "chi" per la sua sincera interpretazione del territorio.
cantina sicilia
Nella mia ultima visita alla cantina e ai vigneti ho avuto modo di parlare con Annamaria delle varie linee prodotte ed in particolare dei due "nuovi" vini senza solfiti aggiunti "Vivitis Bio". Due vini prodotti da due dei varietali più tipici della regione ovvero il Grillo ed il Nero d'Avola, che vogliono comunicare in maniera ancor più ferma e convinta la volontà dell'azienda di barattare la chimica con la consapevolezza e la tecnica, andando a lavorare in sottrazione ed eliminando tutto ciò che è superfluo per la produzione di vini che risultano comunque stabili e puliti.
vini tenuta gorghi tondi
Tra gli assaggi più convincenti fatti negli ultimi mesi dei vini della Tenuta Gorghi Tondi mi sento di condividere i seguenti vini:
Palmares - Vino Spumante Brut - Gorghi Tondi: la scelta aziendale per quanto concerne la spumantizzazione è quella di interpretare il proprio territorio tramite il Metodo Martinotti, al fine di produrre vini orientati su componenti organolettiche più fresche, fruttate, floreali ed espressive dei primari aromi di ogni singolo varietale utilizzato. Il perlage è molto fine per una fermentazione in autoclave, il naso è ricco e fresco con i fiori bianchi e le note agrumate a geolocalizzare subito la provenienza di questo Grillo. Il sorso è quello che speravo: entra ampio per poi distendersi dritto e salino, con un finale asciutto e amandorlato che denota grande equilibrio ed invoglia al refill.

Rajàh 2017 - Gorghi Tondi - Zibibbo Sicila Doc: un vino che sa giocare con i nostri sensi cercando nei contrasti la sua armonia. Il moscato secco è uno di quei vini che di più sa divertirmi e appagarmi, proprio per la sua attitudine a stupire grazie alle note olfattive dolci, calde, avvolgenti che sanno di sole che in bocca lasciano spazio a dinamiche verticali, fresche, saline che sano di mare. Il sole e il mare, il caldo delle splendide giornate estive siciliane e la fresca brezza marina che ci accarezza il volto durante la sera... un cerchio che si chiude nell'interpretazione di un vitigno che sa raccontare la sua terra così ricca di contrasti, eppure così piena di armonia e di bellezza, in modo impeccabile.

Segreante 2015 - Gorghi Tondi - Syrah Doc Sicilia: per anni ho avuto poca confidenza con i Syrah made in Sicily, spesso troppo distanti da ciò che mi aspetto dalle interpretazioni più rispettose di questo grande vitigno che ben si è adattato in alcune zone d'Italia e che ha trovato sull'Isola un habitat d'elezione per crescere al meglio, ma non sempre per dare grandi emozioni nel calice. Questo perché molte delle interpretazioni dei Syrah siciliano erano votate alla ricchezza, all'opulenza e a sovrastrutture tipiche del gusto internazionale. Comprensibile se pensiamo ai mercati, ma non in linea con il mio gusto che, invece, trova uno spiraglio di luce nel vino portato nel mio calice da Gorghi Tondi, grazie ad una visione coerente con quella che è l'intera linea prodotta. Coerenza tradotta in finezza e armonia, in un vino che non manca di struttura e di volume, ma sa camminare dritto, con passo certo e spedito con impeto e passione, ma senza mai strafare.

Grillo d'Oro Passito - Gorghi Tondi - IGP Sicilia: da anni uno dei passiti “muffati” siciliani - e non solo - che apprezzo di più. Una vendemmia tardiva di uve Grillo surmature botritizzate. Ciò che di più si avvicina ad un Sauternes in Sicilia, ma che fa valere la propria identità, il proprio calore e la propria luminosità grazie al connubio armonico fra la delicatezza del naso floreale e agrumato e la bocca integra nel frutto maturo e dolce, che trova il suo equilibrio nel finale lievemente sapido che allontana la noia dopo il primo sorso.
vigne bio sicilia
Un luogo magico, tra terra e mare, in cui due sorelle sostenute dalla propria famiglia e da un team rodato di collaboratori, sta portando avanti un progetto intriso di rispetto e sostenibilità che non lasciare indifferenti.
gorghi tondi enoturismo sicilia
Un plauso, quindi, a chi sa coniugare valori e principi fondamentali nella vita e nel vino con una produzione capace di portare la Sicilia in Italia e nel mondo attraverso bottiglie colme di identità e tipicità.

F.S.R.
#WineIsSharing

giovedì 14 giugno 2018

Il Metodo Simonit&Sirch - 7 domande a Marco Simonit preparatore d'uva

Hanno attinto al passato interpretandolo con consapevolezza odierna e puntando al futuro. Parlo di Marco Simonit e Pierpaolo Sirch  conosciuti ai più come "I Preparatori d'uva", divenuti negli ultimi anni un vanto per la viticoltura italiana grazie al metodo di potatura da loro ideato: il Metodo Simonit&Sirch.
Metodo Simonit & Sirch
Oltre al "saper fare in vigna", un ulteriore palese punto di forza del team e in particolare di Marco Simonit è il "saper comunicare il fare in vigna" in maniera trasversale, grazie alla tv, ai nuovi media (social e Youtube) e ai libri e manuali pubblicati. Una comunicazione che ha, di certo, contribuito a creare intorno al Metodo Simonit&Sirch un'attenzione senza precedenti nei riguardo di questa dell'agronomia.
Realtà vitivinicole fra le più importanti e note al mondo hanno già richiesto la loro consulenza e il loro tutoraggio per la formazione dei loro vignaioli e potatori e non vi nego che, da italiano, è sempre motivo di vanto e di puro godimento sapere che gli stessi cugini d'Oltralpe hanno richiesto i "servigi" del team di Marco e Pierpaolo, al fine di migliorare e, in alcuni casi, di salvare i loro vigneti.

Fatta questa doverosa premessa, vi lascio alle parole di Marco Simonit, al quale ho avuto modo di porre qualche domanda riguardo il "suo" metodo di potatura e l'attività di consulenza e di formazione in Italia e nel mondo della Simonit&Sirch Preparatori d'uva:
marco simonit potatura
- Ciao Marco, come nasce la vostra attività?
Abbiamo costituito la Simonit&Sirch Preparatori d’Uva nel 2003, ma la nostra storia parte da ben prima: ci dedichiamo dal 1998 al recupero del mestiere del potatore con strumenti di formazione e tutoraggio e oggi siamo l’unico gruppo strutturato a livello internazionale nel settore della formazione del personale addetto alla potatura manuale della vite. La nostra consulenza riguarda l’applicazione del Metodo di potatura Simonit&Sirch, che ho messo a punto con il mio socio Pierpaolo Sirch in anni e anni di osservazioni e studi (su ci siamo confrontati con istituiti di ricerca e Università), che trasferiamo ai potatori attraverso un preciso e rigoroso percorso di tutoraggio in aula, ma soprattutto con un continuo accompagnamento degli operatori in campo durante i lavori di potatura. In questo modo riusciamo a valorizzare il “saper fare in vigna” che, con il nostro metodo, è stato aggiornato anche alla luce delle innovative conoscenze in fatto di anatomia e fisiologia delle piante della vite.
preparatori d'uva
- Cos'è il “Metodo Simonit&Sirch”?
Considerato il fatto che allo stato attuale non esistono rimedi veramente efficaci per contrastare le malattie del legno, pensiamo che bisogna cambiare ottica, lavorando sulla struttura della pianta e puntando sulla prevenzione. E la prevenzione comincia con una corretta potatura che rende le viti meno vulnerabili (le ferite di potatura sono infatti responsabili dell’integrità del sistema vascolare delle piante che, se viene compromesso, porta alla loro morte), con una struttura legnosa più integra ed efficiente, e dalla formazione dei potatori, che devono imparare le giuste tecniche di taglio per aumentare la difesa naturale delle piante. Il nostro metodo si fonda su 4 regole base, che possono essere applicate universalmente, a qualsiasi tipo di vite:
1. permettere alla pianta di crescere con l’età e di occupare spazio col fusto e con i rami;
2. garantire la continuità del flusso linfatico all’interno della pianta;
3. eseguire tagli corretti e di piccole dimensioni sul legno giovane, poco invasivi;
4. utilizzare la cosiddetta tecnica “del legno di rispetto” per allontanare il disseccamento dal flusso principale della linfa.
come potare vite
- Quali sono le migliorie e i vantaggi apportati in campo da questo tipo di approccio agronomico?
Riducendo l’impatto devastante che hanno i tagli sul sistema linfatico della pianta, le viti diventano più longeve e produttive: il che significa non solo una considerevole riduzione dei costi diretti ed indiretti per il reimpianto dei vigneti, ma anche una garanzia di qualità e omogeneità delle uve, tematica molto sentita da tutti i vignaioli, e in particolar modo dalle grandi maison internazionali, che devono assicurare al mercato vini inconfondibili e uguali a se stessi nel tempo.
dendrochirurgia vite
- Il vostro metodo gode di una certificazione specifica?
No, ma è ormai conosciuto a livello internazionale in tutto il mondo. Abbiamo avviato le procedure per il riconoscimento.
- Qualsiasi vigneto può essere convertito al metodo Simonit&Sirch?
Sì, perché si adatta a tutte le tipologie di coltivazione della vite.
potatura vigna simoni sirch
- Dove operate attualmente?
Oltre 130 aziende, fra Italia e estero, si sono affidate a noi per formare, teoricamente e praticamente, i loro potatori. Lavoriamo in 11 paesi: Italia, Austria, Germania, Francia, Svizzera, Portogallo, USA, Argentina, Cile, Sud Africa, Australia.
potatura simonit sirch romanee conti
- In che modo i vignaioli possono apprendere le vostre tecniche?
Per un primo approccio, e per capire in cosa consiste il nostro Metodo, possono frequentare la Scuola Italiana di Potatura della Vite che abbiamo fondato nel 2009. Unica nel suo genere, oggi ha più 15 sedi nelle principali zone viticole italiane, con un totale di circa 4000 iscritti dal 2009 al 2017. Date delle lezioni e sedi si trovano sul nostro sito. Per approfondire la tecnica e potare le loro vigne con il Metodo Simonit&Sirch, le aziende possono richiedere la nostra consulenza, dato che il nostro lavoro consiste proprio nella consulenza e nella formazione del personale addetto alla potatura manuale dei vigneti. Infine, una formazione di assoluto livello si può avere frequentando il DUTE. Diplôme Universitaire de Taille et d’Epamprage, l’unico diploma universitario al mondo dedicato alla potatura della vite, che abbiamo creato a Bordeaux nel 2016 con l’Institut des Sciences de la Vigne et du Vin (ISVV).
scuola italiana potatura simonit & sirch

Ringrazio Marco Simonit per la disponibilità nel rispondere in modo nitido ed esaustivo alle mie domande, in attesa di poter fare un'altrettanto esaustiva camminata in vigna con lui, magari proprio nel suo Friuli.

F.S.R.
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