lunedì 30 luglio 2018

Cava d'Onice - A Montalcino un sogno diventato realtà grazie al lavoro e alla tenacia di Simone Nannetti e della sua famiglia

In questi ultimi mesi di stop forzato sono stati molti i viaggi che avrei voluto fare, le mete in cui sarei voluto tornare, ma c'è un luogo che era in cima alla mia “to go list” perché, da anni ormai, una seconda casa enoica per me: Montalcino. 

Tornare a Montalcino significa attraversare vigneti nei quali ho già avuto modo di camminare più e più volte e passare ad assaggiare il “futuro liquido” di botte in botte confrontandomi con vignaioli che conosco da tempo, ma è anche e soprattutto visitare nuove realtà e cercare storie, vigne e vini da condividere con voi. 

cava d'onice montalcino

E' proprio dalla ricerca di nuovi assaggi che è scaturita l'occasione di conoscere Simone Nannetti e i suoi vini durante l'ultima anteprima Benvenuto Brunello. Mi è stata subito chiara la voglia di Simone di veicolare un messaggio forte di identità territoriale e al contempo di personalità infusa in ogni bottiglia dalla sua idea di vino. Vini che mi hanno spinto a promettergli che sarei andato a trovarlo quanto prima in modo da poter approfondire la conoscenza della sua realtà dalla vigna al bicchiere, passando per la piccola ma funzionale cantina. 
simone nannetti montalcino
E così ho fatto! Giorni fa mi sono recato a Cava d'Onice, o meglio, a casa “Nannetti” dove Simone e la sua famiglia vivono e lavorano da qualche anno, dopo che quello che era solo un sogno tenuto in un cassetto da anni è divenuto realtà. 
colombaio brunello montalcino cru
Simone è un uomo di vino e ancor più un uomo di vigna, lo si capisce da come si muove in cantina e tra i filari ma ancor di più da come parla delle dinamiche del proprio lavoro. 
Sin da piccolo seguiva suo padre, da molti anni cantiniere in un’azienda Montalcinese e da lì all'inizio della sua avvenuta lavorativa nel mondo del vino il passo è stato breve, tanto che appena adolescente cominciò a lavorare in vigna imparando, imparando a conoscere le viti, a curarle, potarle e a fare innesti. Tutt'ora lavora anche per un'altra importante e storica azienda ilcinese nella quale ha maturato un'esperienza tale da permettergli di lavorare in sottrazione, sapendo cosa fare ma ancor più cosa è possibile non fare per raggiungere qualità, integrità e identità in maniera consapevole e rispettosa.
cantina cava donice
E' un piacere ascoltarlo mentre mi spiega come Cava d'Onice sia nata per una sorta di scommessa con se stesso e con suo padre al quale tempo addietro aveva detto qualcosa del tipo “un giorno costruirò la mia azienda, comprerò anche la tua terra e tu lavorerai per me!”. Parole forti, ma che danno la misura di quanto fortemente Simone volesse fare il suo vino, dalle sue vigne, sentendosi a casa. E' così forte il legame tra vigna e casa, tra lavoro e famiglia che il suo obiettivo non è fare il più grande vino del mondo o prendere chissà quale punteggio e non è neanche allargare troppo la propria produzione, ma è poter arrivare alla stabilità tale da poter lasciare il suo altro lavoro in un'importante e storica cantina di Montalcino e vivere pienamente la sua creatura insieme alla sua splendida famiglia. 
Il vino è tanto frutto della Natura quanto della conoscenza umana, ma mi piace pensare sia anche il prodotto di fattori meno razionali e pragmatici come la sensibilità, la caparbietà e la passione che si riescono a traslare da chi il vino lo fa a quel liquido così capace di esprimere le infinite sfaccettature dell'umana personalità. 
Sfaccettature che vengono conferite al vino dal pensiero e dalla mano del vignaiolo, dalle peculiarità varietali e soprattutto dal territorio e in particolare dalle condizioni pedoclimatiche.
Se le Langhe hanno fatto della loro zonazione e dei propri Cru uno strumento di distinzione fra cantine e vigneti a Montalcino si è soliti dividere l'areale in base ai 4 punti cardinali, con le dovute eccezioni e senza scadere nella generalizzazione. 
Eppure, ci sono realtà che mandano in tilt questo ideale tentativo di zonazione, vantando vigneti in più di un versante di Montalcino e Cava d'Onice non si è fatta mancare nulla, potendo attingere a piccoli appezzamenti a Nord, a Sud, ad Est e ad Ovest della città, vinificati separatamente in modo da preservare l'identità di ogni singolo vigneto. Il Brunello "annata" rappresenta la crasi delle quattro anime di questa terra e in ogni annata attinge ad esse in dosi differenti permettendo a Simone di ricercare il maggior bilanciamento possibile, grazie a suoli, altitudini ed esposizioni differenti ma complementari.

E' divertente ma molto esaustiva la risposta di Simone al mia domande “dove avete i vigneti?”, ovvero “dove li vuoi?”. Una scelta ponderata capace di permettere anche a una piccola realtà come questa di affrontare ogni annata nel bene e nel male disponendo di diverse situazioni rispetto alla sanità delle uve, al grado di maturazione e all'espressività di quelle piante in quei terreni. Inoltre, in annate come questa abbassa notevolmente la probabilità di vedere il frutto del proprio lavoro distrutto completamente dalla grandine, che può colpire una zona ma evitarne altre. 
vigne cava d'onice 2017
Ovviamente, gestire vigneti in 4 diversi versanti rende più laborioso il lavoro specie se la conduzione agronomica è in linea con i più rispettosi principi della sostenibilità come quella voluta da Simone per la propria azienda. Un lavoro certosino, in cui nulla è lasciato al caso, che non spaventa affatto questo vignaiolo ormai più che esperto, capace di affrontare ogni annata con il coraggio e l'acume di chi sa quanto chiedere alle proprie piante.
vendemmia sangiovese 2017 uve
Una consapevolezza che si è trasformata, ad esempio, nella 2017 in un piccolo grande capolavoro agronomico, che ha visto le sue piante avere nella quasi totalità una resa in linea con quella di una buona annata e non di certo con quelle di un'annata in cui caldo e siccità hanno – nel migliore dei casi – diminuito drasticamente la resa per ettaro di molti vigneti. Vedendo le foto prevendemmia e assaggiando il prodotto di quelle uve in cantina ciò che mi aveva visto incredulo a parole ha cancellato ogni dubbio: buon carico in pianta, grappoli turgidi e acini pieni il tutto tradotto in un vino intenso in grado di coniugare forza e acidità con il maggior equilibrio possibile in un'annata come la 2017.
assaggi da botte brunello
Inutile è stato il mio tentativo di carpire il “segreto” che ha permesso a Simone di prendere per mano le proprie piante e di portarle fino alla vendemmia con tale equilibrio, ma di certo non è stato nulla di invasivo o irrispettoso, ma piuttosto il frutto della propria profonda conoscenza del Sangiovese prodotta da anni di esperienza sul campo e in campo. 
enologo conti costanti
Ora, però, passiamo ai vini in bottiglia che mi avevano già colpito in occasione di Benvenuto Brunello e che riassaggiati a qualche mese di distanza hanno rincarato la dose della mia convinzione nei confronti di questa realtà: 
brunello rosso montalcino cava d'onice
Rosso di Montalcino 2016 - Cava d'Onice: non chiamatelo “mini Brunello”! Il Rosso di Cava d'Onice è e deve essere un Rosso di Montalcino, ovvero né un vino di second'ordine né un “vorrei ma non posso essere un Brunello”. É un Sangiovese giocato sul frutto ancora integrissimo e sull'eleganza non ostentata del fiore tipico del varietale principe di queste terre. Il sorso è vibrante e dinamico, forte del grande equilibrio di un'annata pressoché perfetta in cui questo vitigno sta dimostrando di poter esprimere ogni sfaccettatura della sua intrigante personalità. Il tannino è fine, fitto e già ben integrato. Come ho avuto modo di scrivere e dire più volte negli ultimi mesi “i Rossi di Montalcino 2016 sono dei vini di cui fare incetta” e questo ne è lapalissiana conferma.

Brunello di Montalcino 2013 - Cava d'Onice: un Brunello che si fa apprezzare sin da subito per l'armonia dei profumi e la profondità del sorso. Ricordo bene il suo tannino, ancora un po' asciutto a febbraio, ma sono bastati solo pochi mesi per levigarne quasi totalmente le asperità rendendo la beva scorrevole e priva di ostacoli. Una bella interpretazione di un'annata molto nelle mie corde, specie là dove si è stati capaci di coniugare al meglio struttura e acidità, corpo e freschezza, proprio come in questo caso. 

Colombaio Brunello di Montalcino 2013 - Cava d'Onice: il Brunello 2013 del "cru" Colombaio è complesso e ha ormai dismesso quasi totalmente quel velo di legno che qualche mese fa ancora ne oscurava lievemente la naturale espressività.  Questa selezione ha ben chiara la sua identità varietale e territoriale e che fa percepire nitidamente un grande potenziale. Il corpo forte e tenace è ben bilanciato da uno slancio lineare e sicuro che non si lascia ostacolare dal tannino sempre più integrato e di grande fittezza. Un Brunello che si lascia bere oggi e non teme di essere dimenticato per qualche annetto in cantina.

Brunello di Montalcino Riserva 2012 - Cava d'Onice: una Riserva di un'annata potente, quindi ancora solo agli albori della sua potenziale evoluzione, che già fa percepire uno sviluppo terziario intrigante, speziato reso più fresco e meno omologato dalle note balsamiche perfettamente in armonia con il contesto aromatico. Il sorso è pieno di sé, carico di tutta la forza dell'annata ma al contempo capace di mostrare sin da subito una buona dinamica sia nel nerbo acido che nella fittezza del tannino che, seppur ben presente, si sta integrando al meglio facendo ben sperare per il futuro.
Un vino coerente con ciò che deve essere una Riserva ma per nulla ostico alla beva sin da oggi.

E' proprio questa ricerca dell'equilibrio fra tutte le componenti del Sangiovese che permettono a Simone di portare in bottiglia vini mai scontati, forti della propria identità territoriale, varietale e di terroir che non per questo, però, si facciano troppo desiderare. La forza del Brunello, oggi, è la sua capacità di raggiungere in tempi relativamente brevi una "prontezza" che non significhi necessariamente essere inabile all'evoluzione, bensì permetta a quel 99,9% delle bottiglie che vengono stappate entro 2 anni dall'uscita sul mercato di non essere rimpiante, nonostante il potenziale evolutivo potrebbe creare delle remore.
cava d'onice vini
Dell'anteprima del Brunello 2014 vi parlerò più avanti, in quanto sto raccogliendo assaggi su più fronti e mi sto facendo un'idea ben precisa di quello che potrebbero essere questi vini, frutto di un'annata così bistrattata.
brunello 2014 cava d'onice
Ci tenevo particolarmente a raccontarvi la storia, le vigne e i vini di questa cantina e di Simone Nanetti e la sua famiglia, perché c'è una differenza sostanziale fra un vignaiolo e un produttore di vino e non è solo quella di “sporcarsi” o meno le mani e i piedi nei propri vigneti, bensì è soprattutto l'attitudine a vivere ogni fase del ciclo produttivo con grande trasporto e sempre in prima persona. Simone è un vignaiolo e lo palesa ad ogni passo fatto in vigna, ad ogni assaggio fatto in cantina e ancor di più quando si racconta e racconta il proprio lavoro mettendo in secondo piano dinamiche commerciali e aspetti prettamente materialistici del fare vino. Sia chiaro, la sua è un'azienda che mira alla sostenibilità a 360°, compresa quella economica, ma non ci sono stemmi nobiliari in etichetta, palle o fregi, non c'è stata una famiglia pronta a contribuire in maniera cospicua all'investimento fatto per realizzare questo piccolo grande sogno chiamato Cava d'Onice... ciò che c'è, però, è la forza di volontà di un uomo e della sua famiglia, di un contadino che ha saputo partire dalla terra per costruire la propria preparazione, la propria consapevolezza tecnica al fine di poter veder nascere da quella stessa terra il frutto del suo lavoro.
famiglia vino montalcino
Io continuerò a seguire le evoluzioni di questa piccola azienda, anche alla luce delle migliorie che Simone sta apportando ai locali di vinificazione e di affinamento, ma soprattutto continuerò a sostenere famiglie che hanno costruito il proprio futuro dentro ed intorno al vino, nonostante le incertezze e le difficoltà di questa attività.


F.S.R.
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venerdì 27 luglio 2018

Alberto Burzi - Un giovane Barolista a La Morra fra vecchie viti e rispettosa lungimiranza


Negli ultimi 10 anni ho cercato in lungo e in largo vigneti peculiari da visitare, vini da assaggiare, realtà e persone da raccontare e molte volte la mia ricerca si è orientata su giovani vignaioli, su cantine che non avessero ancora avuto modo di condividere a pieno il proprio operato e la propria visione enoica con un pubblico più ampio.
Anche il ruolino di marcia del mio ultimo viaggio in Piemonte è stato dettato da questi termini di ricerca tanto da avermi portato come prima tappa alla scoperta di un giovanissimo vignaiolo, che ha intrapreso la sua avventura di viticoltore e produttore solo nel 2012.
barolo alberto burzi
Parlo di Alberto Burzi, classe '86, vignaiolo dell'omonima cantina a La Morra, sicuramente uno dei comuni di riferimento del Barolo.
Di Alberto colpisce sin da subito la voglia di raccontare il proprio territorio attraverso la storia della sua famiglia e grazie alle dinamiche che lo hanno portato alla scelta di avviare una cantina praticamente da solo.
Camminando fra i vigneti che e alleva e conduce in prima persona è facile rendersi conto che l'obiettivo di Alberto non è mai stato quello di seguire pedissequamente le “regole non scritte” della viticoltura langhetta, bensì di prendere il meglio della tradizione e di declinarlo in maniera contemporanea, al fine di ottenere risultati frutto di una maggiore e rinnovata consapevolezza tecnica in cui qualità e rispetto vadano a braccetto.
La scelta di impiantare l'allora nuovo vigneto di Barbera con una densità piuttosto alta per la zona (7/8 mila ceppi per ettaro) e di potarla a 5 gemme, cercando di mantenere una produzione bassa ma al contempo di bilanciare l'equilibrio della pianta in ogni annata (sicuramente annate come la 2014 e la 2017 hanno avuto modo di insegnare molto a questo esponente della nouvelle vague barolista).
vigneto barolo la morra burzi
Eppure, si sente forte l'attaccamento a questa terra e, soprattutto, ai vecchi vigneti dai quali vengono prodotte le due referenze di Barolo, che Alberto Burzi ha ereditato dai nonni e che lo stesso giovane vignaiolo preserva attraverso una conduzione rispettosa e non invasiva, traendone il meglio di annata in annata.
In cantina il piglio è lo stesso, ovvero quello di chi sa cosa vuole ottenere ma sa anche che non si possono bruciare le tappe e che i grandi risultati vengono raggiunti solo step by step, con pazienza e continua dedizione, specie se a essere ricercata è l'identità espressiva e non il diktat commerciale o modaiolo del momento.
Per questo la Barbera viene vinificata in solo acciaio, il Langhe Nebbiolo in tonneau con tostatura leggera non nuovi e i Barolo in botte grande di Rovere di Slavonia.
cantina alberto burzi la morra
Anche nella vinificazione dei Baroli Alberto ha scelto di attingere alla saggezza dei nonni e, quindi, alla tradizionale macerazione (più o meno lunga in base all'annata) steccatura a cappello sommerso al fine di raggiungere il massimo equilibrio fra struttura e texture tannica, facendo la massima attenzione all'estrazione in base alla qualità delle bucce e dei vinaccioli.
Passando da circa 5,5ha a 7ha e dalla produzione di un solo vino (la Barbera) a 4 etichette in pochi anni l'impresa si è fatta sempre più impegnativa ma per questo giovani vignaiolo la soddisfazione sembra andare di pari passo con il lavoro e il sorriso sembra essere direttamente proporzionale all'impegno.

Per quanto riguarda i vini che ho avuto modo di assaggiare condivido con voi le mie impressioni:
vino alberto burzi
Alberto Burzi Barbera d'Alba Plaustra 2016: una Barbera di grande espressività, forte di un'annata in cui le, seppur giovani, viti hanno saputo infondere nei pochi grappoli per pianta voluti da Alberto l'identità varietale di un frutto intenso abbracciato da note terrose e speziate. Il sorso vanta una buona struttura, attraversata dalla tipica vena acida del vitigno che ha il duplice pregio di renderla agilissima alla beva oggi e di donarle un notevole potenziale evolutivo in vita di ciò che sarà domani.
Vini tipico ma che sa mostrare già una personalità spiccata che coincide con la volontà del giovane vignaiolo di portare nel calice vini con un palese equilibrio fra struttura e acidità, fra complessità e beva, senza mai cadere nell'oblio della scontatezza e dell'omologazione.

Alberto Burzi Nebbiolo Roncaja 2016: anche in questo caso l'annata aiuta molto nel rendere questo Nebbiolo completo e brillante, identitario nel varietale e nella territorialità ma soprattutto dalla beva disarmante.
Una beva introdotta da un naso dal frutto acceso, luminoso che accompagna a un soro fresco, vibrante e un'incidenza del legno percepibile solo nel lavoro di levigatura fatto sul tannino, per nulla scontroso e già fitto e potenzialmente elegante. Uno di quei vini che stappati fra 5 anni alla cieca potrebbero scomodare paragoni importanti.

Alberto Burzi Barolo 2014:
dal blend delle migliori uve raccolte nei vigneti di Roncaglia, Rive, Rocchettevino e, in questa annata, anche del Capalot (dato che il cru non è stato prodotto nel 2014) questo Barolo affinato in grandi botti di rovere di Slavonia stupisce a primo naso per il connubio tra un'intensità rara in questa annata e la finezza più riconducibile al 2014 rincarando la dose al sorso con una potenza impattante che dice molto sulla cernita delle uve fatta da Alberto e sull'incidenza del frutto delle viti più vecchie nell'economia dell'intera massa portata in bottiglia.
Un vino eccezionale per l'annata ma ottimo a prescindere dai termini di paragone, per il suo equilibrio, la sua potenza espressiva e la sua beva slanciata ma per nulla esile.

Alberto Burzi Barolo Capalot Vecchie Viti 2013: il Barolo della tradizione con l'aiuto in termini di identità e di espressività delle radici ormai profonde di queste viti “vecchie” fino ad 85 anni eppure ancora piene di vigore.
Una lunga macerazione con steccatura permette un'estrazione importante ma lenta e ponderata che conferisce al vino integrità di frutto, complessità e note speziate e balsamiche a rendere intrigante e fresco un naso davvero elegante.
Il sorso è di grande ampiezza in entrata per poi spingere con slancio e buona dinamica grazie al suo nerbo acido ben integrato. E' un gran bel punto di partenza per chi ha dalla sua piante dalle radici profonde e una altrettanto profonda voglia di coniugare al meglio tradizione e contemporaneità dando vita a vini dalla spiccata identità territoriale in grado di essere dei velocisti oggi e dei maratoneti in prospettiva.

Alberto Burzi ha le idee chiare, ma non ha alcune intenzione di correre troppo perché ha imparato dai propri nonni e dal Barolo stesso che il tempo può e sa esserti alleato se e solo se sei in grado di comprenderne il ritmo e di non volerne affrettare l'incedere. Eppure, i suoi vini sono già intrisi di una personalità molto definita, che nei prossimi anni, sono certo, andrà definendosi ancor più dettagliatamente.
Questa è una piccola realtà che in prospettiva può diventare un riferimento per chi è alla ricerca di vini frutto di un approccio rispettoso del territorio e della tradizione ma in grado di trasformare il lavoro in vigna e in cantina in calici contemporanei nell'armonia e nella beva, senza scadere nell'anacronismo di alcune visioni sin troppo retrograde da un lato e poco sagge dall'altro.



F.S.R.
#WineIsSharing

giovedì 26 luglio 2018

Barberani - La storia, la sostenibilità in vigna e in cantina e l'amore per la Muffa Nobile

C'è una regione che amo particolarmente, anche perché si trova proprio fra le due regione in cui per tanti anni ho vissuto e tra le quali ancora faccio da spola, ovvero le Marche e la Toscana.

Parlo, ovviamente, dell'Umbria, terra alla quale manca il mare, ma di certo i laghi non mancano! E' proprio sulle colline che guardano a uno di questi meravigliosi laghi e più precisamente a quello di Corbara che Vittorio Barberani, nel 1961, decide di iniziare a imbottigliare il frutto delle proprie vigne.
Siamo nella zona dell'Orvieto Classico, dove la famiglia Barberani, sin dal principio, ha saputo e sa esprimere il suo legame con la tradizione del vino e il suo attaccamento al proprio territorio, nonostante le difficoltà di una denominazione che ha vissuto tempi migliori.
Vittorio, fondatore dell’azienda, possedeva assieme ai suoi fratelli i tre bar piú importanti della città durante il dopoguerra e avendo avuto modo di apprezzare lui stesso il successo che i propri vini ottenevano proprio in quegli esercizi, fu uno dei primi ad intuire le grandi ed ora indubbie potenzialità di quelle terre per la produzione vitivinicola.


Fu subito un grande successo, tanto che nostro padre Luigi, hai tempi già avvocato in uno studio legale orvietano, si appassionò alla produzione così tanto da abbandonare l’esercizio di avvocatura” mi raccontano i figli Bernardo e Niccolò, ora alla guida dell'azienda.

E' a Luigi che Orvieto deve la riscoperta dell'antica tradizione della muffa nobile, andando ad evidenziare e sfruttare al meglio le peculiarità pedoclimatiche dei vigneti di questo territorio che gode della benefica influenza del Lago di Corbara.
E' così che la Cantina Barberani diviene il riferimento assoluto in Italia nella produzione di vini prodotti con uve attaccate dalla botrytis cinerea, ma fu solo dopo anni di sperimentazioni, che uscì la prima annata (1986) dell'ormai celebre Calcaia.
calcaia muffato
Luigi, però, non era da solo alla guida dell'azienda, in quanto conobbe Giovanna, figlia di un commerciante veneto di vini, che con entusiasmo entrò a partecipare e lavorare in azienda al suo fianco, condividendo l'amore che li univa e la passione per il Vino.
barberani orvieto
E' proprio a questa unione che Bernardo e Niccolò hanno dedicato quello che in pochi anni è diventato uno dei bianchi più interessanti del panorama bianchista italiano, grazie alle proprie uniche caratteristiche e alla firma lasciata in ogni annata prodotta dalla muffa nobile. Parlo del Luigi & Giovanna un Orvieto Classico Superiore Doc (Grechetto e un piccolo saldo di Procanico, con un 5% di uve "attaccate" da muffa nobile) che da solo sta tenendo alta la reputazione di una denominazione messa in crisi dalla percezione diffusa del Grechetto e di questo areale fuorviata dall'immissione in commercio di prodotti di opinabile qualità a prezzi scandalosi, passatemi il termine.
cantina barberani
Un vino che è stato frutto di un percorso, di uno studio importante da parte dell'azienda e in particolare di Niccolò che si occupa delle vigne (a conduzione più che biologica) e delle vinificazioni (tutte con fermentazioni spontanee e portate avanti in sottrazione, cercando di mantenere costanti pulizia e finezza, ma con profondo rispetto dell'espressività dell'annata e dell'identità varietale e territoriale), tanto che ci sono voluti più di due anni per arrivare alla produzione della prima annata in commercio: la 2008.
Annata dalla quale è partito il cammino enoico di questo grande vino e dalla quale, quindi, non poteva che partire la verticale di Luigi & Giovanna 2008-2015 (tutte le annate prodotte) che ho avuto il piacere e l'onore di effettuare qualche giorno fa insieme ai fratelli Barberani, in una location d'eccezione come quella della cantina caveau di Casa Vissani.
Potrei parlarvi delle annate più emozionanti, quelle che hanno destato in maniera particolare la mia attenzione per il loro slancio, la loro integra vitalità e una profonda finezza come la 2009, la 2011 e la 2014 o della potenza espressiva e del potenziale evolutivo della 2015, ma ciò che ci tengo di più ad evidenziare, dopo un viaggio di questo genere attraverso l'intera vita di un vino che sta già segnando la storia di un intero areale è che ogni assaggio ha manifestato assoluta integrità e nitida identità, nel pieno rispetto del varietale, del territorio e dell'annata. Vini qualitativamente impeccabili in cui acidità e sapidità si sono espresse con grande costanza anche nelle prime annate prodotte, ancora in piena evoluzione e capaci di notevole dinamica di beva. La muffa nobile funge da comun denominatore per gli 8 assaggi dimostrandosi un filo conduttore che infonde complessità e stile, capace di giocare con i sensi mostrando aspetti del suo carattere distinti e distintivi di calice in calice, di annata in annata. Un tratto che non omologa ma distingue... una firma, non un'impronta digitale. Perché? Perché l'impronta è riconducibile ad un'identità senza mutare, mentre una firma non è mai identica eppure è capace di mostrare e dimostrare un'identità univoca. La muffa nobile è la firma del terroir negli annuali dipinti in bottiglia che Bernardo Barberani e Niccolo' Barberani hanno dedicato a Luigi & Giovanna.
Sono davvero pochi i vini bianchi italiani a potersi permettere una verticale senza salti di annata in cui non ci siano assaggi deludenti, bensì una serie di istantanee di stagioni diverse scattate dallo stesso fotografo allo stesso paesaggio.
Un vino che è possibile anche grazie al profondo rispetto per l'ecosistema in cui i vigneti Barberani sono immersi, forti di una biodiversità regalata dalla cospicua presenza di bosco e dalla vicinanza del lago. 
Verticale Luigi & Giovanna Vino Barberani
La qualità del lavoro di Niccolò e Bernardo non si vede solo dal Luigi & Giovanna o dal Calcaia, che continua a rappresentare il riferimento assoluto per i passiti “muffati” italiani, scomodando paragoni importanti d'Oltralpe, bensì la sì può apprezzare assaggiando quei vini “base” che di “basic” non hanno nulla.
vini castagnolo grechetto barberani
Il Castagnolo Orvieto Classico Superiore Doc 2017 è un bianco contemporaneo, giocato tutto sull'affabilità del naso e sulle dinamica di beva, fresca e sapida ma che allo stesso tempo lascia intuire un profondo senso di appartenenza al territorio, in cui uve di Grechetto e Trebbiano Procanico fondono le proprie peculiarità con grande armonia. E' interessante come, dagli stessi varietali utilizzati per produrre il Calcaia, si possa ottenere anche un vino così diverso e divertente.
Poi c'è il Grechetto Umbria IGT 2017, un Grechetto di Orvieto (clone G109) nella sua interpretazione più sincera, schietta e diretta. Eppure, anche in un vino tutto slancio e mineralità i Barberani hanno saputo tirar fuori un raro esempio di personalità, stile e piacevolezza. Un vino di grande coerenza naso-bocca che funge da ottimo veicolo per il potenziale di questo territorio e di questo varietale in Italia e nel mondo, con l'auspicio che possano entrambi tornare a riscuotere il successo che meritano, grazie ad interpretazioni come questa, in cui i “numeri” non ledono affatto la qualità.
polvento barberani
Se bianchi e passiti/muffati sono, senza tema di smentita, la vocazione più nota di questo territorio e dell'azienda Barberani, i rossi prodotti dai due giovani fratelli non sono da considerarsi meri esercizi di stile in quanto i risultati raggiunti con due vitigni ostici come il Sangiovese e il Pinot Nero mettono ancor più in evidenza la duttilità del terroir aziendale.
In linea d'aria siamo a poche decine di Km da Montalcino, tempio a cielo aperto del Sangiovese Grosso, e dal risultato ottenuto con il Polvento (ho avuto modo di assaggiarne 3 annate in una mini-verticale molto esaustiva 2013-2015) si evince quanto questo varietale si sia adattato anche a queste terre portando in nel calice quel “blend” fra potenza espressiva, scheletro minerale, agile freschezza e fine trama tannica che armonizza le peculiari spigolature del vitigno, rendendolo elegante.
Del Pinot Nero, “purtroppo” prodotto solo nelle annate più idonee a trarne la massima espressività, ho avuto modo di parlarne approfonditamente
qui: www.wineblogroll.com/pinot-nero-barberani.
pinot nero barberani
Chiudo con un passito rosso, degno compagno del Calcaia, nel portfolio di capolavori prodotti dalla famiglia Barberani, ovvero l'Aleatico Passito 2009, che mira a riscoprire un vitigno presente nelle zone del Lago di Corbara sin dai tempi degli Etruschi. Come per tutti i vini “dolci”, anche in questo caso è fondamentale avere un ottimo bilanciamento fra residuo e acidità, fra morbidezza e freschezza, ma ciò che fa davvero la differenza in questo vino è la dinamica di beva, mai stucchevole e a tratti inerziale.
 barberani vigne bio
Una storia, quella dei Barberani, fatta di esperienze di vita, scelte importanti ed a volte rischiose, fatta di Amore e di rare suggestioni, improntata sul rispetto delle persone, dei valori umani e dell'ambiente, che, oltre a donare al sottoscritto grandi emozioni, riesce da anni a suscitare impressioni e sensazioni altrettanto forti e sincere in Italia ed all'estero, riscuotendo notevole successo, ma restando sempre ancorati ad un concetto di familiarità davvero apprezzabile!

F.S.R.
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sabato 21 luglio 2018

Moroder - Una Cantina di famiglia nel Conero fra grande biodiversità e infinite potenzialità

C'è un luogo non troppo lontano da dove sono nato e cresciuto che se fosse geolocalizzato in regioni d'Italia e del mondo più floride a livello di notorietà enoica sarebbe considerato, con buone probabilità, un "Grand Cru" per via delle sue peculiarità pedoclimatiche uniche.
Sto parlando del Conero, un vero e proprio blocco di Calcare che sembra esser stato scagliato sulla costa adriatica da Dio o forse da Bacco con grande generosità per gli occhi, per il turismo e, soprattutto, per la biodiversità che questo angolo di paradiso marchigiano vanta.
moroder conero
Sì, una biodiversità che rende l'agricoltura in generale e la viticoltura sostenibili più concretamente realizzabili che in zone in cui, ormai, la vigente e imperante monocoltura rischia di rendere “sterile” la ricchezza di flora e fauna fondamentale all'equilibrio che ogni habitat di insediamento della vite dovrebbe avere al fine di ottenere le condizioni ideali per una conduzione rispettosa e identitaria.
cantina moroder
Queste cose le sa bene la famiglia Moroder che coltiva queste terre da oltre 250 anni, ovvero da quando la famiglia originaria della Val Gardena decide di spostarsi ad Ancona (in Ancona per gli autoctoni) creando un complesso agricolo che ancora oggi è il fulcro dell'azienda.
Il complesso agricolo, certificato biologico e interamente all’interno del Parco Naturale del Conero, copre un’area di 52 ettari, di cui 28 dedicati alla coltivazione delle uve.
vigne conero
Il cuore dell’azienda è la cantina. I vigneti, che la incorniciano a 360° seguendo la linea sinuosa delle colline, si mescolano a frutteti, querceti e uliveti, per poi affacciarsi sul mare.
Le strutture originarie sono state recuperate e, mantenendo inalterato il fascino degli spazi, ne è stato trasformato l’utilizzo. La vecchia cantina è stata ampliata e, in armonia con la storia del territorio e nel pieno rispetto ambientale, il nuovo spazio è stato sviluppato interamente nel sottosuolo. L'azienda agricola vera e propria nasce circa 100 anni dopo, nel 1837 e continua ad essere condotta di generazione in generazione dalla famiglia Moroder. E' nei primi anni 80 che Alessandro Moroder e sua moglie Serenella decidono di dedicarsi con passione e impegno alla viticoltura e alla produzione di vino di qualità.

calcare vino conero
Un complesso rurale, circondato da vigneti e uliveti a 360°, con strutture completamente ristrutturate che si dividono fra i locali di vinificazione e di affinamento, i due ristoranti Aia (pizzeria con pizze a KM “0”) e Aiòn (dove è possibile assaggiare i piatti della tradizione con e geniali portate a base del tartufo raccolto nella tartufaia dell'azienda) e un piccolo e perfettamente curato B&B.
Non cito mai le attività parallele della aziende vitivinicole che vi racconto, ma in questo caso le strutture ricettive e i ristoranti sono così integrati nel manage aziendale che non è possibile scinderle dal discorso vino, tanto che è proprio attraverso di essi che da quasi 30 anni gli avventori autoctoni e alloctoni vengono introdotti e accompagnati nel mondo dell'enogastronomia del Conero.
ristorante moroder conero
L'obiettivo di Alessandro e Serenella, nonché dei figli Marco e Mattia, però, è sempre stato quello di “portare la cantina ad essere un punto di riferimento del panorama vitivinicolo marchigiano, facendo del Rosso Conero un prodotto di eccellenza in grado di rispettare e valorizzare il territorio” e il tempo, i riconoscimenti, e la qualità raggiunta dai propri vini possono confermare che la famiglia Moroder ha portato a termine la missione. Eppure, la vita e la vite insegnano che non ci si può mai considerare arrivati e che ogni annata è una storia a sé, specie in una denominazione che parte della stampa nazionale continua a dichiarare in una sorta di crisi. E' proprio per confutare questa tesi che ci tenevo particolarmente a vivere quest'esperienza nel Conero e in particolare a conoscere meglio una realtà della quale, negli anni, ho avuto modo di assaggiare spesso i vini. E sapete cosa? Il Conero non è in crisi, sta solo vivendo una fase di transizione importante e in questa realtà è talmente palese che il “cambiamento” lo si può notare dall'avvento alla guida della Cantina dei giovani fratelli Marco e Mattia e dalla scelta di affidare la conduzione enologica alle mani giovani ma esperte e alla mente fresca e aperta di Marco Gozzi.
Sono proprio Mattia e Marco G. a passeggiare con me nei ripidi e rigogliosi vigneti che affondano le radici in terreni che a livello di disponibilità di calcare attivo hanno pochi eguali nel mondo, ma se in vigna il rispetto e la sostenibilità (a parte l'odierno ingresso ufficiale nella certificazione biologica) sono una costante del pensiero e dell'attività della famiglia Moroder da generazioni, è in cantina che ho avuto modo di constatare l'evoluzione non solo dei vini ma anche dell'idea di vino aziendale.
Ciò che ci tenevo particolarmente ad assaggiare erano, sicuramente, le due annate ancora in affinamento del Dorico, il vino più rappresentativo dell'azienda ma al contempo il vino che mi ha sempre messo più in crisi, per via di alcune annate che ho definito “mai pronte”. Il passaggio a macerazioni più brevi e la scelta del tonneau al posto della barrique, ma soprattutto la decisione di fare del Dorico un vino da singola vigna, dedicando il miglior cru aziendale alla produzione di questo Conero Riserva Docg sono sintomi del nuovo che avanza. Un nuovo che non va a ledere in alcun modo la tradizione e non agevola l'omologazione commerciale, bensì vira verso un'ancora maggior espressività e un'identità più nitida e concreta per un vino che vuole abbinare alla sua grande complessità e al potenziale di longevità una maggior freschezza e una dinamica di beva che questi terreni hanno insite in sé favorendo acidità verticali e sapide mineralità.
Detto questo, anche i vini in bottiglia meritano attenzione a partire dall'Aiòn, un Rosso Conero DOC solo acciaio che mostra la più spontanea espressività del Montepulciano in questa terra, evidenziandone lo slancio fresco e minerale, con un'ottima dinamica di beva. Il vino che di più rappresenta la tradizione è il Rosso Conero DOC "Classico", un Montepulciano in purezza affinato in botte grande che aggiunge complessità, spinta e fitezza tannica senza, però, ledere le beva che i vini di questo areale possono e devono avere, grazie alla disponibilità di carbonato di calcio nei terreni e alle forti escursioni termiche.
wine blogger francesco saverio russo
Il Dorico, nonostante, avesse palesemente bisogno degli accorgimenti introdotti dalla famiglia Moroder grazie, anche, ai consigli del nuovo giovane enologo, resta un vino che ogni marchigiano vorrebbe e dovrebbe avere in cantina perché capace di evolvere in maniera lenta ma con una crescita inesorabilmente positiva. Tra le annate assaggiate la 2011, pur facendo solo sbirciare dalla finestra del tempo, mi ha stupito per potenza espressiva e integra acidità, privo di alcun cenno di stanchezza, ancora in piena spinta e forte di una trama tanto fine quanto intatta.
Dorico Moroder vino
La mia visita alla famiglia Moroder mi ha convinto ancor di più delle potenzialità di questa terra, che non può essere sottovalutata da chi scrive e parla di vino e ancor prima dai vignaioli stessi, che possono trarre da questo terroir vantaggi che in molte altre parti d'Italia farebbero carte false per avere. Questa realtà lo sta facendo e sono certo che presto si riuscirà ad avere una massa critica tale non solo a far tornare in auge il Conero, bensì a farne valutare le peculiarità in maniera così approfondita da renderlo, finalmente, il "Gran Cru" delle Marche del vino.


F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 16 luglio 2018

Buccianera - Una famiglia dedita alla vigna e al vino da più di un secolo con rispetto e lungimiranza

Come capita spesso, ci si ritrova ad aver girato in lungo e in largo l'Italia, saltando a piè pari le zone più vicine a “casa”. Nel mio caso ho l'attenuante del vivere da relativamente poco in Toscana e più precisamente in provincia di Arezzo, zona che devo, però, ammettere di aver trascurato negli ultimi anni. Eppure, grazie alla mia consueta attitudine a trovare del positivo anche nelle situazioni meno fortunate, ho deciso di sfruttare questo periodo in cui non posso guidare e i miei spostamenti sono ancora limitati, per scoprire alcune realtà di quello che si sta dimostrando un areale vitivinicolo tanto vario quanto interessante.

Oggi vi porto a Campriano, a 550m slm, a due passi dal centro di Arezzo. La realtà in cui vi accompagnerò è Buccia Nera, una storica azienda agricola che da quasi 100 anni produce vino seguendo sin dal principio un approccio rispettoso e consapevole in vigna e in cantina. 

Oggi nei 50 ettari di vigneto sono banditi i prodotti di chimica di sintesi, pesticidi ed insetticidi e le Camminando di vigna in vigna è facile comprendere che a dominare è ovviamente il Sangiovese, mentre il restante 20% è suddiviso tra Malvasia del Chianti, Trebbiano Toscano, Grechetto, Malvasia Nera, Ciliegiolo, Canaiolo, Syrah, Sauvignon, Chardonnay, Merlot, Cabernet Sauvignon, Grenache.
Vitigni che danno l'idea di quanto l'areale aretino rappresenti una terra di confine dove le uve toscane incontrano quelle umbre e gli internazionali acquisiscono particolari connotazioni, specie per quanto riguarda il Syrah.
I vigneti sono situati in zone diverse che rappresentano veri e proprio cru scelti in base alla vocazione dei terreni e del micro-idro clima nei confronti del varietale impiantato. Si va infatti da terreni ricchi di scheletro, fino a un suolo argilloso, sabbioso e ben arieggiato.
Attualmente alla guida dell'azienda c'è un "team" tutto al femminile formato dalle tre figlie di Amadio Mancini: Anastasia, Alessia e Roberta.
sorelle mancini buccianera
A coadiuvare le tre eredi del sapere enoico di Amadio è Sandro Nalli, enologo pugliese, trapiantato in Toscana per amore di Anastasia.
sandro nalli enologo
E' proprio Sandro a farmi da Cicerone nel mio viaggio attraverso la filosofia vitivinicola ed enologica di Buccianera. Passeggiando in vigna con Sandro, dopo una primavera complessa e laboriosa per via delle continue e ingenti piogge, ciò che si palesa ai miei occhi è l'attenzione riposta in una conduzione agronomica rispettosa e precisa che ha permesso di contenere notevolmente le problematiche indotte dall'andamento climatico stagionale in maniera non invasiva.

A spingermi fin qui, però, non è stata la vicinanza a "casa" dell'azienda Buccianera ma piuttosto la pulce messa nel mio orecchio da un caro amico riguardante un nuovo bianco macerato prodotto da Sandro.
Eppure, mi ritrovo nel calice un'altra inattesa novità, ovvero un metodo ancestrale base Trebbiano vendemmia 2015 interpretato con garbo e schietta saggezza, con un varietale ingentilito dalla permanenza e l'evoluzione sui lieviti e una beva in cui freschezza e sapidità tracciano linee dritte e profonde nel palato.
vini bio buccianera
Subito dopo arriva l'"Orange Wine" di casa Buccianera, il Pa'ro prodotto con uve Trebbiano, Malvasia e Grechetto fatte macerare 40 giorni sulle bucce, per ottenere un vino di carattere, capace di mantenere una spiccata acidità ma al contempo di lasciare integra una materia concreta e tangibile. Il sorso entra ampio per poi distendersi e allungarsi fino al suo finale salino, con una lieve nota di "bitter" classica della macerazione, che fortunatamente non sfocia né nel verde né in un amaro troppo spinto, anzi sembra voler equilibrare la dolcezza del primo naso. Un vino che riberrei volentieri e con il quale si può giocare con le temperature di servizio per metterne in evidenza sfumature diverse della propria  spontanea personalità.
Per quanto riguarda il resto della produzione ho avuto modo di assaggiare degli ottimi Chianti e una Syrah di tutto rispetto, ma ciò che mi premeva di più era prendere coscienza delle potenzialità di sua maestà il Sangiovese in questo areale ed in particolare in queste colline che sono da considerarsi a tutti gli effetti una sottozona. Una sottozona che, a quanto pare, si dimostra essere vocata per pedoclima e sapienza dei produttori, seppur pochi, che favoriscono espressioni di Sangiovese tradizionale ma al contempo contemporanee grazie a vigneti con buone altitudini e, quindi, notevoli escursioni termiche, nonché terreni con buona presenza di galestro.
sangiovese grappoli arezzo
Tra tutti il Guarniente mostra un Sangiovese nella sua veste più pura e agile, senza tanti fronzoli, con una verve tipica dei territori dal grande potenziale nell'allevamento di questo vitigno tanto diffuso nel nostro Bel Paese quanto pretenzioso quando c'è da trovare la propria "casa ideale".
vini cantina buccianera
Buccianera è una realtà che ha saputo trovare negli anni un equilibrio importante fra la gestione di una buona estensione di vigneto e la produzione di un numero di bottiglie opportunamente al di sotto del potenziale produttivo di vigna. Il tutto con una conduzione prettamente familiare che va avanti da generazioni con il rispetto a 360° a far da comun denominatore dal campo alla cantina, fino alla calice di chi ha modo di assaggiare i vini prodotti in questo meraviglioso e ancora solo minimamente esplorato territorio vitivinicolo.
E' stato, per me, molto interessante poter constatare direttamente la volontà di Sandro e delle sorelle Mancini di mostrare quanto possa essere attenta in vigna e "artigianale" in cantina (le fermentazioni spontanee ne sono un esempio) una realtà non necessariamente "micro", mantenendo alta la qualità e interpretando ogni annata e ogni vigneto con cognizione di causa e sensibilità.

"Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare." (Andy Warhol)
F.S.R.
#WineIsSharing

martedì 10 luglio 2018

PoderNuovo a Palazzone e l'identità preziosa del suo Sangiovese Sotirio

Oggi vi porto di nuovo in Toscana, a confine con Lazio e Umbria, e non vi parlerò di un vignaiolo, come di consueto, bensì di una nota famiglia di illustri esponenti del made in Italy che ha deciso di dare un seguito alla propria passione per il vino realizzando una cantina che ha il merito di aver attirato l'attenzione su questo piccolo areale, tra i meno conosciuti della regione. 
cantina podernuovo palazzone
Parlo di Paolo e Giovanni Bulgari e della Tenuta Podernuovo a Palazzone di San Casciano dei Bagni (SI). 
E' nel 2004 che Paolo e Giovanni scoprono Palazzone e affascinati da questo autentico e genuino territorio, decidono di acquistarlo e di iniziare a produrre vino in maniera rispettosa, puntando all'eleganza, la genuinità e la territorialità. 
vigneti chiusi vino
Ciò che mi ha colpito di più di questa realtà è la ferma volontà di integrare struttura e conduzione vitivinicola nel massimo rispetto del contesto naturale, con il fine di valorizzare il territorio con un impatto ambientale prossimo allo “0”, recuperando inoltre i vecchi vigneti pressoché abbandonati dalla precedente proprietà.
Ad avermi incuriosito maggiormente, tra i vini prodotti è stato sicuramente il Sangiovese in purezza Sotirio (annata 2013), un vino che mostra ancora una volta quanto sia poliedrico questo meraviglioso vitigno: un vino che mostra uno spettro olfattivo/aromatico coerente col varietale dal fiore al frutto, integro nella sua armonia fra potenza e finezza con una nota balsamica distintiva che sfuma di tonalità prettamente mediterranee il naso di questo Sangiovese per nulla intaccato dall'affinamento; il sorso entra ampio e avvolgente, per poi distendersi con buono slancio, agevolato dall'assenza di particolari ostacoli e dalla finezza dei tannini. Un vino lungo e di buono impeto espressivo, capace di coniugare territorio e varietale, forza e classe in un risultato piacevole. 
sotirio sangiovese vino
Capita sovente di imbattersi in realtà fondate "quasi per gioco" da industriali di altri settori o da personaggi "famosi" e di ritrovarsi nel bicchiere vini costruiti, privi di anima e di personalità se non quella meramente enologica, che poco ha a che fare con il territorio e il varietale, ma il Sangiovese è una cartina di tornasole per valutare l'approccio in vigna e in cantina di un'azienda toscana e con questo vino Podernuovo ha meritato, non solo la mia attenzione, bensì un plauso per il rispetto avuto nei confronti del varietale e della sua identità.
sala degustazione
Per me che parlo per lo più di piccole realtà e di vignaioli coinvolti in prima persona in tutti gli aspetti della produzione dei propri vini, approfondire la conoscenza di aziende come questa, senza pregiudizio alcuno, è importante! Lo è perché è fondamentale fare degli opportuni distinguo fra chi investe senza cognizione di causa e chi lo fa con profondo rispetto del territorio e un progetto lungimirante a lungo termine.

F.S.R.
#WineIsSharing

sabato 7 luglio 2018

Cantina Fontezoppa - Ribona e Vernaccia Nera con lungimiranza e rispetto

Oggi vi porto nuovamente con me nella terra che mi ha visto nascere e crescere e che ho lasciato, forse troppo presto, per poi sentirne una sorta di saudade nostrana, che mi spinge a tornare ogni qual volta riesca a farlo. Ovviamente sto parlando delle Marche e, più precisamente, vorrei condividere con voi le mie impressioni riguardo una realtà che negli ultimi anni ho imparato a conoscere, ma che credo di aver compreso fino in fondo solo negli ultimi giorni, avendo avuto modo di ritagliare un quadro più approfondito e dettagliato di quella che è la produzione vitivinicola, ma ancor prima di quella che sembra essere una vera e propria mission, non comune.
cantina fontezoppa
La cantina in questione è quella di Fontezoppa, che pur avendo sede a Civitanova Alta, in una posizione a dir poco invidiabile fuori dal contesto urbano, ma che guarda alla città vecchia come fosse stata appesa lì per adornare la parete con il dipinto più bello, vede il suo cuore pulsante dividersi in due atri, ovvero i due corpi principali di vigneti, uno proprio a ridosso della cantina e l'altro a Serrapetrona, città della Vernaccia Nera.

In passato ho già avuto modo di parlarvi della storia della Vernaccia Nera senza dimenticare di citare il lavoro svolto da questa realtà vitivinicola, che ha puntato e punta tutt'ora tantissimo su questo vitigno tanto radicato nel territorio quanto capace di esprimersi parlando lingue differenti. Oggi, però, mi piacerebbe darvi uno spettro più ampio di ciò che è Fontezoppa e di quello che sta facendo, ormai, con successo da diversi anni.
Con una produzione principalmente improntata sulla Vernaccia Nera e sulla Ribona, ma che vede anche delle interessanti espressioni dell'uva italica per eccellenza, il Sangiovese, e di vitigni internazionali, primo fra tutti il Pinot Nero, questa cantina ha avuto, sin da quando è nelle mani di Mosè Ambrosi (grande esperto di enogastronomia ed ottimo palato), la prerogativa di parlare di territorio in modo coraggioso, contemporaneo, ma senza mai dimenticare il profondo legame con la terra in senso stretto e in senso lato.
Un territorio, però, che non è quello del più noto Verdicchio e che quindi non godeva di grande notorietà, ma che, a mio modo di vedere le cose, rappresentava e rappresenta tutt'ora un'occasione di creare unicità e di parlare di quelle Marche che sanno di montagna e di mare e si incontrano in collina, quelle che fanno delle piccole cose le più belle ed interessanti scoperte.
Molti di voi non avranno avuto mai modo di assaggiare un vino prodotto con uve Ribona (o maceratino) e per quanto concerne la Vernaccia, giustamente, tenderanno ad associarla alla più nota (seppur si tratti di una piccolissima produzione - 70ha totali vitati ca. tra tutti i produttori) Vernaccia di Serrapetrona spumantizzata, eppure a Fontezoppa la percezione cambia. Infatti, il/la Ribona diventa il vino di punta, nella versione ferma capace di una longevità tranquillamente assimilabile a quella dei migliori Verdicchio e, da poco, nella prima versione Metodo Classico della storia di questo varietale, evidenziandone le potenzialità in termini di finezza ed duttilità, mentre la Vernaccia Nera diviene ferma, ma non in una versione, bensì in tre (più il Cascià, un particolarissimo passito) come a volerne mostrare ogni singola sfumatura.
Un/a Ribona che non teme l'inesorabile trascorrere delle stagioni e che ho appena avuto modo di assaggiare nella sua espressione datata 2007, ritrovandomi nel calice minerale stupore e fresca prospettiva. Un vino che ha ancora molto da dire e che fa pensare ad un ulteriore potenziale evolutivo che ricorda ancora una volta e meglio di qualsiasi altro varietale, quel "blend" paesaggistico, cultura e sociale che raccoglie ed accoglie montagna, collina e mare, con le note distintive di ogni luogo dall'entroterra al litorale, come a voler rimarcare ancora una volta la duttilità e la varietà di una terra che vede spesso come unico limite la mancanza di fiducia da parte dei suoi stessi abitanti.
Inutile dire che se per la Ribona ci siamo spinti fino al 2007 con la Vernaccia siamo andati oltre, arrivando ad assaggiare una 2004 del Morò, la versione con il più lungo affinamento (18 mesi in legno piccolo), che nonostante fosse agli albori della sua produzione ha dimostrato ancora una volta quanto le scelte di questa cantina, in vigna ed in cantina, puntino da sempre all'espressione massima di ogni varietale e di ogni terroir.
Parlo di più di un terroir per il semplice fatto che Civitanova Alta e Serrapetrona non sono solo due luoghi diversi, bensì vantano delle peculiarità pedoclimatiche complementari, che permettano a Fontezoppa di poter produrre uve come Ribona, Incrocio Bruni, Pecorino, Sangiovese, ma anche Merlot e Cabernet Sauvignon nelle più opportune condizioni ed in egual misura Vernaccia Nera e Pinot Nero, viti ed uve a dir poco complesse, in un contesto ad hoc per il loro miglior sviluppo.
vini fontezoppa
L'azienda ha molti Vini in linea e se è vero che questo può risultare problematico a livello commerciale, la volontà di sperimentare e l'attaccamento ad ogni singola etichetta in quanto parte di un percorso fondamentale dell'azienda e delle persone che la compongono sono così palesi da non far pensare a cambiamenti nel breve periodo e... vi dirò... a me non dispiace poter aver la possibilità di "studiare" un varietale come la Vernaccia dalla sua versione solo acciaio a quella che affina un anno e mezzo in barrique (uno dei rari casi in cui tollero e comprendo l'utilizzo del legno piccolo nuovo), passando per un medio affinamento di circa un anno e potendone scorgere ed apprezzare tutte le sfaccettature.
Dato per assunto, quindi, che Ribona e Vernaccia Nera siano le due varietà regine della produzione di questa cantina, che il periodo di conversione biologica volgere ormai al termine, devo ammettere di esser rimasto a dir poco stupito di fronte a due Vini che non avrei mai pensato potessero donarmi emozioni tanto forti e sensazioni così nitide: il Sangiovese ed il Pinot Nero.
cantina civitanova marche
Se il Mariné, Sangiovese che nulla ha da invidiare nella forma e nell'essenza ai migliori Rossi di Montalcino (fa botte grande), mi colpì già in passato strappandomi la lacrimuccia senza che sapessi neanche cos'avessi nel calice, il Pinot Nero dimostra, a mio modo di vedere, quanto sia più importante il terroir del varietale in sé. Mi spiego meglio: parliamo tanto di autoctoni, quando sappiamo bene che tutti i vitigni siano apolidi (cit. Veronelli), essendo arrivarti in Italia migliaia via mare (Greci, Fenici, Cartaginesi ecc...) per poi essere ridistribuiti dai Romani in base alle loro capacità di adattamento ai vari territori, ma ciò che si evince da un Vino come questo Pinot Nero è che è il terroir a fare la differenza. Quell'insieme unico di terreno, clima, annata, decisioni umane in vigna ed in cantina ed ovviamente varietale, che permetta ad ogni Vino, pur prodotto con uve dallo stesso corredo genetico, di dare risultati completamente differenti.

Per me che scrissi - in tempi non sospetti - di quanto sia difficile produrre grandi vini da queste uve in Italia, ritrovarmi nel calice un Pinot Nero di questo livello e di questo impatto territoriale, fatto a Serrapetrona, è qualcosa di davvero sorprendente.
Un vino che conferma quanto la duttilità delle Marche, non risieda nei soli vitigni e nei soli vini da essi prodotti, bensì si basi tutta sull'infinita varietà di territori e di terroir che sempre più vignaioli e produttori stanno facendo emergere, nel rispetto di un antico patto uomo-campagna sottoscritto con il sudore e il lavoro ed oggi controfirmato con lungimiranza e competenza.

Sia chiaro, parliamo di un Pinot Nero che sa di Marche e non certo di Borgogna, perché se pur non sia autoctono, quel Pinot Nero si è adattato ad un contesto davvero vocato, seppur diverso da quello al quale era storicamente abituato, e lo ha fatto con grande stile e prospettiva.
Nel complesso questa azienda credo vada conosciuta ancor prima che per la qualità dei propri vini, per la sua capacità di dare a chi saprà coglierlo un punto di vista diverso ed unico nel suo genere sul panorama vitivinicolo marchigiano e sulle due zone di riferimento, Civitanova e Serrapetrona. Sono poche le realtà che possano dare uno spaccato così completo, per di più utilizzando vitigni poco noti come Ribona e Vernaccia ed osando con quelli più noti, di una regione che merita non solo di essere "assaggiata" ad eventi o in contesti generalizzati, ma soprattutto andrebbe visitata, come fortunatamente vedo si stiano accorgendo molti amici winelover che quest'anno invaderanno spiagge, colline e montagne, ma soprattutto vigneti e cantine delle Marche!

F.S.R.
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