sabato 29 settembre 2018

Le Macchiole di Cinzia Merli - Una storia di resilienza ed evoluzione fatta di grandi vini e di persone straordinarie

«Quando la vita rovescia la nostra barca, alcuni affogano, altri lottano strenuamente per risalirvi sopra. Gli antichi connotavano il gesto di tentare di risalire sulle imbarcazioni rovesciate con il verbo resalio. Forse il nome della qualità di chi non perde mai la speranza e continua a lottare contro le avversità, la resilienza, deriva da qui.»
Inizio con questa citazione del un noto psicologo e scrittore Pietro Trabucchi, perché quella che vi racconterò oggi è una storia di luce, intuito e lungimiranza ma anche di buio, cambiamento e resilienza, appunto.
le macchiole cantina bolgheri
La storia è quella di una delle più note cantine di Bolgheri, ma ancor più quella di una famiglia dedita alla vigna e al vino sin da tempi non troppo sospetti, persino per un areale, oggi, dal notevole pedigree come quello bolgherese.
Sto parlando, ovviamente, de Le Macchiole ma ancor di più di Cinzia Merli, una Donna del vino come la “D” maiuscola, con la quale condivido le origini marchigiane e, purtroppo, l'aver dovuto attingere a tutta la forza presente nel nostro animo di fronte ad inattesi e prematuri tragici accadimenti.
Sì, la resilienza è una di quelle doti che si preferirebbe non dover scoprire, eppure per chi è costretto da un urto del destino ad accorgersi di disporne può diventare un carburante pulito e inerziale per il perpetuo motore del cambiamento.
Partiamo dal principio, ovvero dalla nascita de Le Macchiole e da quei 4ha di vigna acquisiti nel 1983 grazie all'intuito e all'amore per questa terra di Eugenio Campolmi, marito di Cinzia scomparso nel 2002 per un male che, purtroppo, conosco sin troppo bene.

Non ho conosciuto Eugenio personalmente, ma ho potuto assaggiare alcune delle annate storiche del “primo” Paleo e non è difficile comprendere, attraverso quei vini, quanta dedizione, attenzione e consapevolezza si riversasse in ogni bottiglia di quei blend di Cabernet Sauvignon e Sangiovese. Ma, se c'è una cosa in cui Le Macchiole non sono mai cambiate è la voglia di sperimentare, di evolversi e di rischiare, a prescindere dalle certezze e dalle commodities enoiche dettate dalle mode e dalle tendenze di mercato, con il solo fine di raggiungere qualità e identità. E' così che nel 2001 il Paleo diviene Carbernet Franc in purezza (dopo essere entrato nel blend, nel corso degli anni, gradualmente in piccole percentuali), andando a completare la linea di monovarietali nata nel 1994 con le prime annate di Messorio e Scrio.
Una scelta che la dice lunga sulla volontà de Le Macchiole di andare oltre lo stile “bolgherese”, sin troppo spesso mero scimmiottamento di quello “bordolese”; una scelta coraggiosa volta alla massima espressione dell'identità dei propri vigneti e di chi il vino lo fa e ne ama l'unicità, la personalità varietale e territoriale tenendo a doverosa distanza l'omologazione.
Vigne dislocate in diverse zone (le più importanti sono: Casa Vecchia 1983, Puntone 1993, Casa Nuova 1998, Vignone 1999, Madonnina 2002 ) e la scelta, molto azzeccata – specie con l'andamento climatico delle ultime annate -, è stata quella di impiantare in ogni zona tutti i vitigni utili alla produzione dei vari vini, pensando al cru non più come ad una zona fissa, per forza di cose soggetta al suo specifico pedoclima e maggiormente esposta a situazioni critiche (gelate, grandine e malattie), bensì come alla miglior espressione di vigna aziendale in quella singola annata. Una sorta di cru itinerante che, a pensarci bene, ha molto più senso dell'idea che una singola particella possa dare in ogni annata il miglior risultato (partendo da un buon livello di vocazione generale del territorio e da un'età delle piante non troppo distante direi che più sono dislocati in posizioni differenti, con terreni differenti, altitudini ed esposizioni differenti i vigneti più possibilità ci sono di avere risultati diversi in zone diverse di annata in annata).
arte vigna macchiole
Torniamo, però, alla resilienza e alla capacità di cambiamento dimostrate da Le Macchiole ma ancor più da Cinzia, perché è di lei che vorrei parlare e di quanto sia stata in grado di dare un volto nuovo e ancor più identitario a questa già nota realtà.
Come? Partendo proprio dalle vigne e dall'approccio agronomico che Cinzia ha fortemente voluto portare su un livello di rispetto ancor più elevato adottando su tutta la proprietà una conduzione a regime biologico e iniziando, insieme a suo fratello Massimo (che si occupa principalmente dei vigneti) e a suo figlio Elia (agronomo preparatissimo) a sperimentare alcuni principi della biodinamica su alcune particelle, con l'obiettivo di estendere la prassi su tutti i ca. 30ha di vigneti. Non più prese di posizione che prescindono l'annata come quelle sulle basse rese che alcuni si ostinano a perpetrare ma, piuttosto, la ricerca continua dell'equilibrio della pianta che passa anche per il suo carico e per il suo stato di stress.
Il cambiamento è graduale, ma radicale e lo si vede dallo stato vegetativo delle viti e dai terreni mai compattati che ho avuto modo di calpestare, anche dopo una combo non semplice da gestire in questa zona, in particolare, come quella prodotta dagli esiti dell'annata 2017 e dalle criticità dalle 2018.
Che il mio focus siano i vigneti ormai è risaputo, ma non sempre le aspettative indotte dal vino vengono ripagate da ciò che trovo in campo, come, invece, è accaduto qui.
Una perlustrazione interessante, nel bel mezzo dell'epoca vendemmiale, che ci ha permesso di fare il punto della situazione riguardo l'annata corrente ma, anche e soprattutto, rispetto al futuro, specie per i nuovi impianti appena entrati in produzione o che devono ancora a dare i primi frutti atti a contribuire alla qualità e all'identità dei vini de Le Macchiole. Vigneti che godono della salubrità che arriva dal mare e di contesti in cui è ancora preservata la biodiversità, fattori che agevolano una conduzione agronomica rispettosa in cui la chimica di sintesi è bandita.
Se in vigna le idee sono, ormai chiare, tutto sta nel rispettare al massimo il prodotto di questo “nuovo” approccio anche in cantina dove, grazie all'aiuto dell'enologo interno Luca Rettondini, si vogliono privilegiare freschezza, eleganza e finezza esaltando le peculiarità minerali saline e ferrose di questo territorio, abbattendo drasticamente l'impatto del legno e la sua incidenza organolettica grazie ad una scelta minuziosa e ponderata dei barili e delle botti.
Una cantina contemporanea nelle dotazioni tecniche mirate a prendere il meglio di ciò che l'enologia moderna può mettere a disposizione dell'identità ma tradizionale nel rispetto dei varietali e dei processi di vinificazione mirati ad ottenere la massima espressività in maniera lineare e senza forzature di sorta.
Gli assaggi dei mosti e dei vini che verranno fatti con Luca e Cinzia sono stati più che esaustivi nell'evidenziare ancor una volta quanto la cifra stilistica de Le Macchiole sia riconoscibile e riconducibile a fattori propri dell'eleganza, della dinamica di beva e dell'espressività minerale che solo un approccio estremamente pulito e rispettoso può e sa esaltare.

Passiamo ora alle mie impressioni sui vini che ho avuto modo di assaggiare in anteprima:
vini le macchiole
Paleo Bianco 2016 - IGT Toscana Bianco - Le Macchiole: un vino nato un po' per diletto un po' per assecondare le richieste dei ristoratori di zona in tempi non sospetti, ma che sin dal principio ha rappresentato una piccolissima produzione (della 2016 sono state prodotte solo 3000 bottiglie ca.). Un taglio di Chardonnay e Sauvignon che conferma, a primo naso, quanto l'identità del territorio riesca a marcare tanto quanto quella varietale se non, addirittura, oltre. Sì, perché negli equilibri mediterranei di questo vino, tra note di agrume e balsamiche folate di menta e rosmarino, si inseriscono al meglio gli aspetti più fini dei tue vitigni d'Oltralpe capaci, qui, di non risultare noiosi e scontati ma, al contrario, di distendersi con grande agilità mostrando un incedere dritto e sicuro verso la consuete (qui!) chiosa salina. Il legno c'è ma non rende opalescente la luminosità di un vino che vuole esprimersi nella sua solare freschezza.
paleo bianco macchiole
Bolgheri Rosso Doc 2016 - Le Macchiole: lasciatemi esordire con un'esclamazione che non ho esternato durante la degustazione solo perché Cinzia e Luca stavano parlando e non volevo interromperli:-"Che buono!". Solitamente per farmi piacere un taglio bordolese, specie se interpretato in maniera più "pronta" ce ne vuole perché sin troppo spesso questo approccio coincide con note vegetali verdi troppo spiccate e una coperta sempre troppo corta che tende a lasciar scoperti o la struttura o l'equilibrio tra essa e l'acidità. Eppure, questo vino si presenta intrigante la naso, assecondando una ponderata maturità del frutto a note lievi e naturali di spezia e a tonalità balsamiche rinfrescanti. Il sorso è teso e ha una dinamica di beva da slalomista. Il finale è inerziale per il tannino già integrato e la nota minerale ferrosa distintiva di questi terreni. Harmonia in greco significa unione, proporzione, accordo, ma nel canto e nella musica, oggi, per armonia si intende una “consonanza di voci che arriva al nostro udito producendo una sensazione piacevole”... ecco, in questo vino Merlot, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Syrah riescono a confluire in un solo piacevolissimo suono, pur mantenendo integre le peculiarità, il colore e il tono di ogni singola voce.
bolgheri rosso le macchiole
Paleo 2015 - IGT Toscana Rosso - Le Macchiole: un'anteprima del vino più rappresentativo de Le Macchiole, che ha portato l'attenzione sul Cabernet Franc e sulle potenzialità di questo vitigno se coltivato negli habitat ad esso più congeniali e se trattato con consapevolezza e rispetto dalla vigna alla cantina. Il Paleo '15 risponde e corrisponde ad un'ottima annata in maniera esemplare, dando sfoggio della sua forza espressiva varietale in cui le pirazine sono domate con garbo e sapienza. Questo naso più che promettente è infuso in una struttura piena, ma longilinea, dritta, educata nella sua camminata sicura e dal grande portamento. Un vino votato alla massima eleganza del gesto atletico, come nel salto con l'asta in cui è l'inerzia di uno slancio forte e preciso a sospingere il saltatore lungo una linea verticale che tende verso l'infinito... un salto con l'asta ideale in cui l'asticella è sempre più in alto e l'atleta/vino resta sospeso, in aria, senza ricadere giù, se non nell'animo, pronto ad un altro salto/sorso. Trovo sempre estremamente elegante il connubio fra forza e leggerezza che solo rispetto, consapevolezza e tecnica affinati col tempo e con l'esperienza possono dare. Vino unico con un finale di ferro e ruggine proprio dei grandi rossi.
paleo 2015 cabernet franc macchiole
Scrio 2015 IGT Toscana Rosso - Le Macchiole: è la vera sfida de Le Macchiole, il vino voluto fortemente da Eugenio, amante spassionato di questo vitigno. Una Syrah in purezza fatto dove questo vitigno si pensava non potesse trovare le condizioni ideali per palesare quell'infinito caleidoscopio di colori che sa offrire nei suoi areali d'elezione. Sfida accettata e vinta, ancora una volta, da chi ha dapprima guardato (proprio in quegli areali), poi ascoltato e, in fine, capito un varietale complesso e delicato che ha insita nel suo DNA l'attitudine ad annoiarsi là dove l'interpretazione di chi lo alleva e lo vinifica si dimostra troppo standardizzata. Ecco quindi avere un naso in cui frutto, spezia e cuoio si compenetrano come a voler tessere una tela aromatica dalla trama fitta e compatta sulla quale verranno dipinti gli aromi proprio della sua prospettiva evolutiva.
Nel sorso lo Scrio de Le Macchiole segue la linea degli altri vini, quella voluta da Cinzia, in cui l'ampiezza e la rotondità deve necessariamente essere sostenuta e slanciata da freschezza e mineralità. Ora non resta che aspettare la crescita del nuovo vigneto di Syrah ad alberello che Massimo ed Elia sono riusciti a impiantare nelle terrazze sulle quali si affaccia la nuova casa di Cinzia, che inizialmente sembrava non voler vivere circondata da vigneti, ma che non ha potuto dire di no all'ennesima bellissima sfida. Camminandoci attraverso e valutandone le caratteristiche pedoclimatiche, la conduzione agronomica e l'impianto la sensazione è stata più che positiva.
scrio macchiole syrah vino
Messorio 2015 - IGT Toscana Rosso - Le Macchiole: molti non lo comprenderanno, ma ho sempre avuto un rapporto di amore e odio per questo vino, che ho compreso sin dal principio della sua personalità ma che, al contempo, non ha mai avuto l'ardire di toccare le corde giuste del mio palato e del mio animo enoico. Temevo Cinzia non comprendesse la mia garbata dichiarazione, ma se il Messorio in passato aveva lesinato stupore è stata Cinzia stesa sorprendermi convenendo con me. Forse ci voleva proprio l'umiltà e la sincerità della mamma de Le Macchiole per riappacificarmi con questo Merlot in purezza che in questa annata si mostra meno denso e muscolare, più dinamico e piacevole nel suo piglio affatto sfacciato e prepotente, bensì compito ed elegante. Un Merlot che sa più di Macchiole che di Merlot. Probabilmente il mio più positivo incontro con questo vino, di sempre!
messorio vino

Rinnovo il mio doveroso plauso devo farlo all'enologo Luca Rettondini, che ha preso in mano un'azienda sempre in fermento accompagnandone e dirigendone le evoluzioni in maniera impeccabile. Un direttore d'orchestra che non lascia nulla al caso al fine di rispettare il più possibile la materia prima che Massimo ed Elia gli consegnano in vendemmia.
luca rettondini enologo
Una vendemmia che dura più di un mese, perché fatta di più passaggi per parcella, alla quale segue un'accurata selezione degli acini che andranno a fermentare in vasche d'acciaio e, principalmente, in cemento. Per Luca occuparsi delle vinificazioni non significa "soltanto" monitorare fermentazioni ed affinamento, bensì vuol dire selezionare vasche, tini, botti, barili e ogni vaso vinario che verrà utilizzato cercando la loro miglior performance in termini di elevazione con la minima incidenza in termini organolettici, per garantire un'espressione varietale e territoriale integra e nitida. Pulizia e precisione, costante attenzione ed equilibrio sono dei mantra per questo giovane ma esperto enologo.
Cinzia, la sua famiglia e Luca hanno una cosa fondamentale in comune: la capacità di fare grandi cose senza sciorinare le proprie qualità con enfasi ed egocentrismo, anteponendo la dedizione al lavoro e l'umiltà personale a qualsiasi altra dinamica che possa anche solo avvicinarli alla snob e poco concreta definizione di "EnoStar"! E' per questo che mi hanno accolto nel bel mezzo della vendemmia, dedicandomi più tempo del previsto, permettendomi di entrare a pieno nelle dinamiche di un'azienda che, per me che amo scoprire nuove realtà, poteva fare a meno delle mie parole. 
Ma, a pensarci bene, io ho scoperto una realtà nuova durante la mia ultima visita a Le Macchiole, perché quest'azienda è talmente legata allo spirito del cambiamento che non sarà mai né simile ad altre né uguale a sè stessa. Un cambiamento che per Cinzia e per la sua famiglia rappresenta uno stadio costante della propria esistenza e non rappresenta un limite, bensì un'opportunità da sfruttare ogni giorno per evolvere nel tempo, sviluppando la propria identità e acquisendo nuove capacità, continuando a maturare la propria saggezza e la propria conoscenza, proprio come ci insegnano la vite e il vino.

Sì, perché Cinzia, la sua famiglia e Le Macchiole condividono la resilienza proprio con la vite, che mai smette di reagire ai cambiamenti più inattesi, con vigore ed esperienza, alla ricerca di un equilibrio in continuo divenire, che sprona a vivere e a migliorarsi sempre.


F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 26 settembre 2018

Il Carpino - La macerazione al servizio del varietale e del territorio in Friuli

Siamo di nuovo in terra di confine ma stavolta la sponda è quella italiana. Parlo di San Floriano del Collio a due passi da Oslavia, area dalla grande vocazione vitivinicola che a confine con la Slovenia, dove nel 1987 nasce l'azienda Il Carpino.
cantina il carpino
L'Az. Agr. Il Carpino è una classica realtà a conduzione familiare formata dai coniugi Franco e Ana Sosol e dai loro figli Naike e Manuel. Eppure, la nascita di questa azienda agricola la dobbiamo a Silvano, suocero di Franco che, negli anni ’70, abbandonò la sua attività di commerciante ortofrutticolo per dedicarsi alla campagna e in particolare alla viticoltura.
il carpino
Come molti in Italia e ancor più in questa zona, Silvano inizia vinificando qualche quintale dell'uva proveniente dalla manciata di ettari acquistati al fine di produrre un po' di vino sfuso da vendere in loco, data la grande richiesta.
E' così che Franco inizia ad avvicinarsi al mondo del far vino e più aiutava suo suocero più il desiderio di lasciare il suo lavoro di elettrauto per dedicarsi totalmente alla vigna e alla cantina si faceva forte, tanto da arrivare a lasciare la sua attività per dar vita a Il Carpino, portando,oggi, l'azienda a mettere in bottiglia i frutti di circa 17 ettari di cui 15 di proprietà e 2 in affitto tra Collio e Isonzo.
vigneti il carpino
Camminando fra i vigneti durante il periodo vendemmiale Franco mi confida quanto sia importante per lui e per la sua famiglia rispettare quella stessa terra che i nostri piedi stanno calpestando ed in cui affondano le radici le sue preziose viti.

Un rispetto che impone al vignaiolo il riappropriarsi in maniera profonda dell'essere contadino in maniera non solo ideale, ma anche e soprattutto pratica, facendosi custode del territorio e traendo da esso frutti mai forzati, bensì accompagnati nel passaggio dalla vigna alla cantina.
cantina oslavia carpino
La Ponca rappresenta la matrice di terreno dominante in questa zona e su di essa si fonda l'espressività di varietali coltivati secondo impianti e sistemi di allevamento ponderati al fine di raggiungere il massimo equilibrio vegetativo e, quindi, espressivo di ciascuna pianta.
ponca terreno vino
Per me che da anni do priorità alla vigna la conduzione agronomica di un'azienda, ancor più se di dimensioni medio-piccole e a conduzione familiare, è un fattore fondamentale per poter sviluppare una mia personale opinione sul lavoro di chi fa vino e nel caso de Il Carpino è stato molto semplice appurare quanto essa fosse coerente con ciò che avrei voluto trovare.
L'esclusione totale dei prodotti di chimica di sintesi non è una scelta da attuare a cuor leggero e non incide solo a livello di ecosostenibilità, in quanto impone presenza e attenzione costanti nei vigneti e lavorazioni del terreno poco invasive che mirino preservare la sostanza organica e la naturale fertilità per le piante. Un approccio che si può avere solo e soltanto se ci si sente fortemente legati al proprio territorio e al lavoro di viticoltore, vedendo la vigna come un habitat condiviso con le proprie viti e non qualcosa di scisso dalla propria vita quotidiana e dalla salubrità del contesto in cui si vive.
Il messaggio di Franco Sosol e della sua famiglia è chiaro: solo con il massimo rispetto in vigna si possono ottenere vini dalla forte identità territoriale e dalla nitida e sincera espressività varietale.
wine blog
A dimostrazione di ciò ci sono i vini che ho avuto modo di assaggiare che confermano quanto si possa lavorare bene in sottrazione cercando di ricavare dall'uva stessa tutto quanto serva a renderlo identitario, stabile e pulito.
macerazione sulle bucce orange
Questo accade grazie a macerazioni ponderate e gestite in maniera oculata, cercando di non scadere nella mera omologazione organolettica, bensì andando ad enfatizzare quelle che sono le peculiarità originali di ogni varietale spesso perdute nella vinificazione in bianco.
vini il carpino
I Vini de Il Carpino che ho scelto di condividere con voi sono i seguenti:

Malvasia Venerzia Giulia IGT 2015: una macerazione di 7 giorni sulle bucce per un vitigno che ben si presta a questo tipo di vinificazione, conferendo al vino un grande equilibrio fra parti dure e morbide. Il naso esprime al meglio il varietale, nelle sue sfumature più dolci e fresche con accenni balsamici, a tratti lievemente speziati, davvero intriganti. Il sorso è pieno ma teso e vibrante nella proverbiale sapidità tipica dei vini di questo areale, enfatizzare da una macerazione ben congegnata e di certo non esasperata. Un esempio di quanto si possano unire integrità del frutto, nerbo acido e grande mineralità con macerazioni che puntino ad estrarre il meglio dall'uva e si fermino prima di andare ad estrarre il “peggio”.

Ribolla Gialla Venezia Giulia IGT 2009: la Ribolla ha trovato in questo territorio la sua casa ideale e, probabilmente, non solo in vigna ma anche in cantina! Questo perché si è riuscito a dare una dignità fortemente identitaria al connubio fra vigna e uomo, fra varietale e vinificazione dando origine a vini dalla personalità unica. Come spesso accade, quando si tratta di identificare una denominazione o un areale vitivinicolo o ancor più una tecnica di vinificazione di nicchia come la macerazione si tende a riferirsi agli estremi, ma questo può risultare molto fuorviante, con tutto il rispetto per alcuni dei produttori che hanno fatto e stanno ancora facendo la storia della Ribolla macerata in questi territori. Come ho avuto modo di ribadire più volte, però, il rischio che si corre quando si parla di vini bianchi macerati è di scomodare paragoni difficili, che possono portare a generalizzare anche là dove molti vignaioli, oggi, stanno approcciando la macerazione in maniera molto equilibrata. Credo sia questo il caso de Il Carpino che per quanto si spinga lontano nella permanenza sulle bucce della sua Ribolla Gialla (in base all'annata, ovviamente) dimostra di voler avere il controllo su eventuali sporcature e difetti, in maniera tecnica e non chimica o tecnologica.
Questo vino dimostra l'attitudine della Ribolla alla macerazione e la sua capacità di acquisire, grazie alle sue preziose e ricche bucce, una forza struttura impossibile da percepire nelle vinificazioni in bianco “classiche” (che poi di classico hanno poco!). Una struttura e un tannino che, però, potrebbero risultare un ostacolo per un vino di questa tipologia, ma è qui che entrano in gioco acidità e sapidità capaci, ancora una volta, di conferire al sorso grande dinamica e inerzia di beva.

Vis Uvae Venezia Giulia IGT 2015: il Pinot Grigio Ramato è un simbolo dell'enologia tradizionale friulana, eppure lo si sta perdendo a “favore” di vini più tecnologici e modaioli, spesso, privi di anima. Da anni mi capita di ritrovarmi ad assaggiare il Pinot Grigio in vigna a ridosso della vendemmia e basta assaporarne un acino per comprendere quanto questo varietale prentenda macerazione, specie nelle annate in cui la buccia si dimostra più sana. La traduzione dell'uva che Il Carpino ha saputo fare parla di un frutto integro, intenso che sembra voler ricordare la discendenza del varietale dal più nobile Pinot Noir; il sorso vanta un ingresso avvolgente per poi distendersi teso e saporito, in un allungo profondo. Vino ancora ai suoi albori evolutivi, ma che mostra già di che stoffa è fatto!

Exordium Venezia Giulia IGT 2015-2010: una macerazione, anche in questo caso, non esasperata per il Friulano dedicato da Franco e sua moglie, dalla prima annata di produzione, ai figli che erano appena entrati ufficialmente in azienda. Inconfondibile il varietale che, ancora una volta, rifugge il pericolo dell'omologazione e della perdita di identità che alcune macerazioni mal gestite possono provocare. Le note balsamiche al naso e la grande sapidità del sorso danno freschezza e dinamica al un assaggio pieno ed avvolgente. La 2010, nonostante l'annata non delle migliori per questo varietale in questa zona, dimostra notevole tenuta e una lunghezza a dir poco inaspettata.
Molto interessanti anche le interpretazioni di Franco di due vitigni internazionali che in Friuli hanno trovato una seconda casa d'elezione, ovvero lo Chardonnay e il Sauvignon, anch'essi vinificati con attente e calibrate macerazioni, atte a sviluppare naturalmente i precursori aromatici di ambo i varietali, arricchendo il sorso di una spina dorsale percepibile nelle annate più giovani tanto quanto nelle annate più vecchie che ho avuto modo di assaggiare.
Il Carpino produce anche piccole tirature di rosso divise in tre etichette molto rispettose dei varietali vinificati (Merlot e Cabernet Sauvignon) e dal grande potenziale evolutivo.
macerati friuli
Ho scelto di dare priorità ai bianchi macerati e al Pinot Grigio in quanto reputo i vini citati le massime espressioni di un terroir dalla forte identità che ha bisogno di questo tipo di approccio per mostrare tutte le sue sfaccettature, ma che sin troppo spesso rischia di essere offuscato da luoghi comuni e pregiudizi enoici che nulla hanno a che vedere con l'approccio rispettoso, rigoroso e ragionato della famiglia Sosol e dell'azienda Il Carpino.

Una visita che ha confermato al sottoscritto quanto siano importanti attenzione e dedizione al lavoro per lavorare in sottrazione, rifuggendo le scappatoie e facendosi interpreti rispettosi e fedeli di quel varietale, coltivato in quel terreno, in quella specifica annata.
fivi friuli
Una famiglia dai modi garbati, che preferisce i fatti alle chiacchiere, in un contesto in cui la biodiversità la fa da padrona e l'uomo sta riuscendo a preservarla in maniera encomiabile.

F.S.R.
#WineInSharing

lunedì 24 settembre 2018

Marjan Simčič - Un artista della vigna e del vino a cavallo fra Italia e Slovenia

C'è un luogo del vino che mi affascina da sempre, tanto da attrarmi più e più volte durante l'anno, con la sua bellezza enoica e la sua ricchezza di varietà, biodiversità e capitale umano.
Parlo di quella vera e propria terra di confine che in Slovenia diventa Brda e in Friuli Venezia Giulia Cuei, ovvero Collio. Un'area geografica collinare, divisa tra Italia (Venezia Giulia) e Slovenia, che si estende tra il fiume Isonzo e lo Iudrio.
vigneti brda simcic marjan slovenia
Un confine ideale che viene percepito gradualmente tanto nella cultura, nell'idioma e negli usi e costumi che nella viticoltura. Un passaggio dall'Italia alla Slovenia così sfumato che molti dei vitigni coltivati sia dall'una che dall'altra sponda del confine, pur avendo nomi differenti, sono i medesimi. Troverete quindi la Rebula al posto della Ribolla, il Sauvignonasse identificherà il Friulano (Ex Tocai), il Pinot Grigio si chiamerà Sivi Pinot e la Malvasia (Istriana) prenderà il nome di Malvasija.
E' proprio in Brda che ho avuto modo di trovare un produttore che negli ultimi anni ha saputo rappresentare al meglio questa terra di confine, potendo usufruire di vigneti a cavallo fra i due paesi: Italia e Slovenia. Parlo, ovviamente, di Marjan Simčič e dei suoi vigneti per metà in quella che in Slovenia chiamano Goriška Brda e per l’altra metà nel Collio Friulano (o Goriziano). Marjan rappresenta la quinta generazione di vignaioli della sua famiglia legata alla viticoltura in questo territorio dal 1860, quando il suo avo Jozef Simčič fondò l'azienda.
vigneti brda marjan simcic
Marjan è entrato a pieno regime in azienda nel 1988 e la sua voglia di mostrare al mondo il potenziale dei suoi vigneti e della sua idea di vino è stata così forte da portarlo ad una crescita tale da farlo divenire un riferimento assoluto per l'areale e per l'intera enologia slovena.
Insieme alla moglie Valerija, ha preso in mano l'azienda puntando tutto sulla qualità e sull'identità, etrambi valori ottenibili partendo da una minuziosa e ponderata zonazione dei propri vigneti situati nelle zone di Zegla, Russic, Podgredič, Gredič, Ceglo, Medana-Jama, Plešivo - Grotišče, Jordano, Breg e Kozlink.
vigneto cuore slovenia
E' così che nasce l'idea di suddividere in 3 differenti linee i vini prodotti, andando ad enfatizzare al massimo le potenzialità di ogni singolo “cru”. Vigne che godono di condizioni pedoclimatiche ottime grazie all'azione mitigante dell'aria marina proveniente dalla Pianura Friulana e a quella di protezione contro i grandi freddi garantita dalle Alpi Giulie e l'altipiano di Ternova e che trovano nella ponca (Opoka in Sloveno) il terreno ideale per lo sviluppo di una viticoltura di qualità.
E' proprio da questi strati di marne e arenarie che prende il nome la linea d'eccellenza dei vini di Marjan Simcic che va a completare nel 2004 il suo portfolio composto da:
Brda Classic: prodotti dalle vigne più giovani, affinamento in vasche d'acciaio e permanenza sulle fecce fini fino ad 8 mesi, al fine di conferire complessità anche a vini orientati alla freschezza e alla grande agilità di beva resa inerziale dalla spiccata sapidità;
Cru Selections (Selekcija) : prodotti solo nelle annate che permettono di raggiungere un elevato standard qualitativo secondo Marjan. Frutto di un'accurata selezione dei migliori grappoli raccolti dalle vigne più vecchie, con fermentazioni spontanee e un affinamento che va dai 2 ai 4 anni in base alla tipologia di varietale e di vino, vengono imbottigliati non filtrati per poi essere messi sul mercato.
Opoka Cru: il non plus ultra voluto fortemente da Marjan per andare a ricercare un'espressione ancor più identitaria dei suoi Cru e della sua idea di viticoltura e di enologia che mira a togliere per dare, come l'opera dei migliori scultori. Tirature limitatissime per questi vini che vengono vengono imbottigliati, senza filtrazione, dopo essere stati elevati da 22 a 36 mesi in un'attenta selezione di botti e barili di diverse dimensioni e tostature.
ceglo cantine
Era da molto che cercavamo una data utile per incontrarci in cantina, io e Marjan, e, come spesso capita, il momento ideale si è dimostrato essere quello più inatteso, ovvero la vendemmia. Il momento migliore per me che ho sempre dato priorità alla vigna nella sua conduzione agronomica e nell'approccio del vignaiolo, specie se il vignaiolo si chiama Marjan Simčič! Prima di parlarvi degli assaggi che mi hanno colpito di più, ci terrei a fare un piccolo ma fondamentale appunto, una digressione che poi tanto digressione non è:
in molti pensano che esistano delle "eno-star", dei produttori che hanno guadagnato gli onori della cronaca e una buona dose di successo in grado di permettere loro di delegare e di partecipare in maniera prioritaria alla vita eno-mondana lasciando indietro la vigna e la cantina, potendo contare su maggiori introiti e fedeli "scudieri". In realtà, nel mio girovagar enoico ho avuto modo di conoscere realtà agli albori poi diventate note e altre già molto note, ma ho sempre trovato un filo conduttore, un comun denominatore nel pensare e nel fare di questi vignaioli, ovvero il lavoro! La vita enologica di Marjan non è stata di certo la più semplice, dato che per generazioni la sua famiglia ha dovuto vivere imbrigliata in confini  territoriali e ideali/ideologici dettati da altri, passando attraverso dittature e fasi socio-politiche che di certo non permettevano di puntare a ciò che poi questa realtà è riuscita a fare. Un contesto difficile, nel quale, però, era possibile sognare, ma non nell'accezione più illusoria del termine, bensì in quella più pragmatica, più concreta che al sogno faceva seguire, senza soluzione di continuità, il lavoro ed ancor prima lo studio! E' per questo che Marjan ha fortemente voluto studiare e fare esperienze a Bordeaux e in Borgogna e ha cercato di formarsi e informarsi senza mai smettere di spostare l'asticella un po' più alto. Un'asticella che non smette mai di alzarsi e la cosa è palese, vedendolo condurre le sue vigne e la sua cantina da solo, con il solo aiuto di suo cugino, dopo aver perso, da pochi mesi, suo padre, ovvero il suo più importante riferimento e colonna portante dell'azienda, con gli occhi di chi sa di aver fatto tanto ma di poter fare ancora molto di più!
cantina simcic
E' per questo che nella nuova cantina nulla è lasciato al caso, dalle vasche d'acciaio a quelle in cemento, alle nuove uova (in legno e cemento) alle botti di ogni dimensione, essenza e tostatura al fine di ottenere il miglior risultato per la vinificazione rispettosa di ogni singolo varietale. Ogni momento è scandito da una data, ogni step da una scelta, ogni investimento da un traguardo raggiunto e la sua fierezza non è di certo dovuta ai beni materiali, perché il suo piccolo grande regno non è fatto di mattoni, ma di terra e esperienza acquisita da chi ha fatto vino prima di lui e da quelle stesse terre in cui le radici della sua famiglia si intrecciano a quelle delle viti.
wine blogger francesco saverio russo simcic
Ecco perché, quando leggo di "star del vino" o di "vignaioli personaggi", penso che - spesso - sia come ridurre sapere e lavoro al mero risultato ottenuto nel presente da chi fa vino. Non c'è cosa più bella per me, invece, di poter tornare a casa dopo ore passate tra camminate in vigna, assaggi da botte e aperti confronti in degustazione, con la consapevolezza di aver incontrato un vignaiolo vero, un artista nell'accezione più artigianale del termine e non di certo una "rock-star" del vino.
Un uomo che si mostra in tutta la sua umanità quando, a metà degustazione, palesemente commosso, ci tiene ad andare a prendere quel salame che per la prima volta aveva dovuto fare senza suo padre, ma che rappresenterà sempre un legame profondo con le tradizioni di famiglia e il rapporto padre-figlio intriso di piccoli grandi gesti tipici della vita rurale.


Passando ai vini di Marjan Simcic, la degustazione è iniziata prendendo in esame la linea più giovane e assaggiando Rebula, Sauvignonasse e Sivi Pinot tutti prodotti nell'annata 2017, in grado di manifestare grande prontezza di riflessi e una dinamica di beva entusiasmante, senza peccare di scontatezza né al naso né al sorso, con slancio e sapidità a fare da trait d'union fra i tre assaggi profondamente differenti nell'identità varietale, ma forti di una matrice territoriale comune.

saverio russo degustazioni wine blogger
Ecco, però, gli assaggi che meritano una particolare attenzione:
vini marjan simcic
Rebula Selekcija Goriška Brda 2016: parto con la Ribolla che in qualsiasi altra azienda avrebbe potuto rappresentare il vino di punta, in quanto frutto di un'accurata selezione di grappoli prodotti dalle vigne più vecchie alla quale segue una vinificazione volta al raggiungimento della massima espressività varietale e territoriale. Invece, per questa cantina questa referenza rappresenta l'espressione "di mezzo" fra la Ribolla più fresca e diretta e il cru Opoka, più complesso e impegnato. Parliamo di un vino completo nel suo spettro varietale arricchito da note agrumate di grande solarità e freschezza. Il sorso pieno e avvolgente ma, al contempo, vibrante nel suo incedere fresco e sapido. Lungo come poche Ribolle sanno essere, con un lieve accenno tannino che sembra voler ribadire la stoffa di questo varietale e la sua capacità espressiva indotta da questo territorio e dalla mano artigiana di Marjan.
Sarebbe stato troppo semplice giocarmi subito un vino della linea Opoka, che in tutte le referenze si è dimostrata oltre l'eccellenza, come nella 2013 di Rebula, capace di stupire per tenuta in termini di intensità e dinamica vitalità.

Sauvignon Blanc Opoka Jordano Cru Goriška Brda 2016: l'integrità varietale di questo Sauvignon è disarmante sin dal primo naso, non "pompato" o estremizzato da uno spettro troppo tropicale, bensì virato tutto verso le finezze che il Sauvignon sa esprimere in queste terre. Un'eleganza in continua evoluzione nel calice come, si presume, sarà in bottiglia. Il sorso conferma le tonalità prettamente mediterranee di questo bianco di certo non esile ma teso come una corda di violino pronta a suonare note alte, dritte, pulite, di grande armonia. Mineralità proverbiale in chiusura.

Pinot Noir "Breg Cru" Opoka ZGP Brda 2014: la bestia "noir" di tutti i vignaioli ma, al contempo, il vitigno che più di ogni altro sa tradurre con garbo e finezza la forza espressiva di un terroir e la dedizione attenta e costante di un vignaiolo. Proprio come una ballerina di danza classica, capace di vivere contemporaneamente nel tempo e nello spazio, mostrando luce e leggiadria nonostante il grande sforzo compiuto e la meticolosa preparazione tecnica affinata con il giusto tempo nel giusto contesto. Lo spettro olfattivo è integralmente varietale, con un frutto nitido e fresco accompagnato da accenni agrumati e balsamici resi intrigante da una sfumata speziatura. Il sorso è intenso e avvolgente, ma mai troppo denso nella sua trama fitta e fine. L'allungo è dinamico, sferzante di sapore e profondo nel enfatizzare l'incipit balsamico percepito al naso. Un Pinot Nero complesso, ma mai snob; intenso, ma mai sopra le righe; elegante quanto molte espressioni borgognone eppure di grande identità di terra e di mano. E' con questo vino che, a mio parere, Marjan dimostra (per quanto non serva) la sua consapevolezza agronomica ed enologica frutto di esperienze e anni di lavoro attento ed appassionato, ma soprattutto di confronti e di assaggi che lo hanno portato ad elevare le potenzialità dei suoi vini in maniera encomiabile. In caso non trovaste una bottiglia di questa piccolissima produzione, il Pinot Noir Selekcija 2015 non è così dissimile dall'Opoka in termini di espressività varietale, luminosità espressiva e dinamica di beva.

Merlot Opoka ZGP Brda 2013: che l'obiettivo di Marjan sia quello di trovare la chiave di volta armonica di ogni varietale declinandola secondo l'idioma di ciascuno dei suoi vigneti è evidente, ma che un Merlot potesse raggiungere una tale identità, senza scimmiottare Bordeaux ma scomodando paragoni illustri è qualcosa di inatteso persino per me. Alle note varietali intense nel frutto si aggiungono fresche folate balsamiche che fanno da apripista ad un sorso dal corpo scolpito ma longilineo, in grado di spingere con piglio sicuro e passo costante senza stancarsi alla distanza. Spina dorsale acida, struttura tannica fitta e finale di ferro e di ruggine sono segni distintivi del grande vino che è e del grandissimo vino che può diventare con qualche anno di vetro. Un esempio di equilibrio fra struttura e freschezza, fra potenza ed eleganza. Costanti ritrovate anche nella 2009 e nella 2007 provate in chiusura di degustazione al fine di confermare il potenziale evolutivo del "Merlot secondo Marjan Simcic".

Tutti i vini citati hanno come comun denominatore in termini di vinificazione le scelte di adottare solo fermentazioni spontanee e di portare i vini in bottiglia senza filtrazione, con minime aggiunte di solforosa.
vini simcic sloveni
A questi vini si aggiungono i numerosi assaggi fatti in cantina dove ho avuto modo di dare uno sguardo al futuro, a ciò che sarà, attraverso i le varie botti e i vari vasi vinari utilizzati da Marjan per le vinificazioni e l'affinamento, che fanno percepire un ulteriore step in avanti in termini di nitidezza ed eleganza.
cantina marjan simcic
Concludo ribadendo la mia gioia nell'aver trovato di fianco a me, durante le lunghe perlustrazioni in vigna, e di fronte a me, nella dettagliata degustazione, un vero vignaiolo che ha saputo coniugare un'esperienza artigiana tramandatagli da suo padre e dai suoi avi e una profonda consapevolezza tecnica agronomica e enologica. Una consapevolezza fondamentale per permettergli di lavorare eliminando tutto ciò che è superfluo in vigna e in cantina, al fine di esprimere nei suoi vini la piena identità del suo terroir.

Questo è ciò che ho detto a Marjan dopo aver appoggiato l'ultimo calice di Merlot, con Vasco Rossi a fare da sottofondo, sotto il portico di casa sua:

"I grandi vini hanno come padre un grande vignaiolo e come madre una grande terra" 

F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 19 settembre 2018

Cantina Madrevite - Il suo Gamay del Trasimeno e non solo...

C'è chi dice che all'Umbria, il cuore verde d'Italia, manchi solo il mare... ma in compenso ha un lago niente male! E' proprio vicino al Trasimeno, più precisamente a Castiglione del Lago, che nasce la realtà di cui vi parlerò oggi: Madrevite.
madrevite cantina trasimeno
Un nome evocativo, legato alla terra, alla vigna e alla cantina: la madre-vite era lo strumento utilizzato dagli antichi vignaioli umbri per fissare l'"usciolo della botte", ovvero lo sportello frontale.

Un nome che dice molto sulla volontà dei giovani, oggi, alla guida dell'azienda di portare avanti con rispetto e fierezza una tradizione agricola e, in particolare, vitivinicola presente, qui, da generazioni.
Madrevite è prima di tutto una famiglia. L’azienda, infatti, ri-nasce agli inizi del nuovo millennio, con la ristrutturazione della storica azienda familiare, voluta da Nicola Chiucchiurlotto, con il restauro della vecchia casa colonica e il reimpianto di parte dei vecchi vigneti del nonno.
vigne madrevite umbria
E' proprio con Nicola che ho modo di visitare vigne e cantina, al fine di approfondire le dinamiche agronomiche ed enologiche che hanno portato questa piccola realtà di appena 6 ettari vitati a diventare un punto di riferimento tra gli appassionati.
Nicola è un agricoltore dinamico, contemporaneo nei pensieri, ma dal forte e atavico piglio pratico nell'approccio alla vigna e al vino.
Camminare con lui tra i vigneti mi ha confermato il suo amore per un varietale che qui ha trovato un habitat privilegiato: il Gamay del Trasimeno.
gamay grenache
Attenzione! Non stiamo parlando del Gamay di Borgogna coltivato principalmente nella regione del Beaujolais, bensì di un un vitigno introdotto in Umbria, con buone probabilità a metà dell'800.
Recenti studi hanno dimostrato, infatti, una congruenza genetica con i vitigni della famiglia della Grenache, ovvero Cannonau, Tai Rosso, Vernaccia Nera di Serrapetrona, Bordò, Granaccia ligure e ovviamente Alicante, Garnacha spagnola e Grenache francese.
L’arrivo della Grenache sui colli del Trasimeno viene datata attorno al 1600, essendo stata ricondotta alla dominazione spagnola seguita alla pace di Chateau-Chambrésis del 1559. Negli anni la Grenache assume il nome di “vigna francese” e poi quello di “Gamay”, per via della forma di allevamento ad alberello non tipica di questa zona. E' da alcuni vecchi ceppi di Gamay del Trasimeno presenti nell’antica vigna di Madrevite che questa varietà è stata propagata tramite selezione clonale nei nuovi vigneti.
vigneti gamay trasimeno
Un vitigno su cui Madrevite punta davvero tanto e nel quale Nicola crede particolarmente nell'ottica di un'espressività territoriale che parta dalla vigna e prosegua con il rispetto di ogni varietale in cantina.
madrevite cantina gamay trasimeno
Madrevite e Nicola Chiucchiurlotto sono una cosa sola, è semplice rendersene conto camminando con lui fra le sue vigne e assaggiando i suoi "figli" da vasca e da botte: con il Gamay del Trasimeno sempre in prima linea per espressività e armonia, un Trebbiano Spoletino vibrante come pochi, un Sangiovese tutto da bere, un Montepulciano di grande stoffa e una Syrah che mi ha stupito sin dal primo sorso per il suo equilibrio fra potenza espressiva e profonda eleganza.
assaggi botte cantina vino
Passando alla bottiglia ho deciso di condividere con voi i seguenti assaggi:
vini madrevite
Madrevite -Reminore Trebbiano Spoletino Umbria IGT bianco 2016: un vitigno storico per questa regione che, solo da qualche anno, sta tornando in auge grazie alla lungimiranza e al coraggio di alcuni vignaioli. Nicola ha accolto questo varietale nei suoi vigneti credendo fortemente nelle sue potenzialità e, a giudicare dalle ultime annate prodotte, ha davvero trovato una forte empatia con esso, che gli permette di interpretarlo al meglio. Un naso che spazia dall'agrume alle note minerali soffuse per poi distendersi in un sorso fresco, dritto ma vibrante di energia che spinge in un allungo che fa da preludio alla sua innata sapidità. Vino in grado di dare il meglio di sé dopo qualche anno di vetro, ma che già ha raggiunto una buona complessità espressiva.

Madrevite - La Bisbetica Rosato Umbria IGT 2017: che il Gamay del Trasimeno si presti alla vinificazione "in rosa" è già stato palesato in più occasioni e in più parti d'Italia e dell'Orbe Terracqueo e questa interpretazione di Nicola Chiucchiurlotto e della sua piccola azienda umbra Madrevite non può che confermarlo. Un naso ricco, nitido nel frutto e nelle tonalità a tratti minerali che fanno da coerente preludio al sorso intenso nell'abbrivio e disteso, lungo e sapido nella sua progressione.
Un aneddoto simpatico riguarda il nome che nasce in concomitanza con la rappresentazione teatrale in chiave moderna de “La Bisbetica Domata”di W. Shakespeare messa in scena da una compagnia di Philadelphia in tour a Città della Pieve, con la quale Madrevite pensò di creare una bottiglia da mettere in scena. La collaborazione fu per l'azienda un momento divertente e di grande ispirazione artistica tanto da tenere questo nome evocativo di quell'episodio.

Madrevite - C'osa Gamay del Trasimeno DOC 2016: come in tutti i rossi anche in questo Gamay del Trasimeno la fermentazione è spontanea al fine enfatizzare il grande lavoro di selezione delle uve con il miglior grado di maturazione e il più integro stato di salute. Dopo 6 mesi di cemento e un anno di legno piccolo “usato” riposa in vetro per 6 mesi prima di arrivare nel calice e di mostrarsi in tutta la sua finezza sin dal primo sguardo. L'amore vero e proprio, però, scatta a primo naso con le note fresche e croccanti del frutto che si lasciano attraversare da folate balsamiche e intriganti note speziate varietali e non da legno. Il sorso non delude le aspettative indotte dal naso, con un'ancor più accentuata freschezza che irrora un corpo longilineo e forte, molto più vicino a quello di un maratoneta che a quello di un centometrista. Il finale è ferroso, come si confà alle migliori espressioni di questo vitigno in questo territorio.

Molto interessante anche la Syrah "Che Syrah sarà" che, sono convinto, troverà nelle annate fresche un equilibrio di rara eleganza. Attendo di riassaggiarla in una comparativa nei prossimi mesi pe dirvi di più a riguardo.

Concludo con un plauso a chi ancora crede fortemente in una visione agricola così concreta e sostenibile, puntando su uno strettissimo legame con il territorio ma senza temere sfide contemporanee e con un approccio mai anacronistico. La campagna e la vigna, oggi, possono essere esempio di modernità nella loro saggezza senza tempo e nei valori e gli equilibri che sanno insegnare in maniera spontanea e diretta e questo Nicola e Madrevite lo sanno e lo sostengono attraverso il lavoro e la comunicazione.

F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 17 settembre 2018

Dall'assaggio dell'uva alle analisi a campione - Il delicato equilibrio della vendemmia

Girare per vigne e cantine in questo periodo è sicuramente suggestivo ma è soprattutto il momento ideale per parlare di alcuni aspetti del lavoro del vignaiolo, del produttore, dell'agronomo e anche dell'enologo.

Primo fra tutti la scelta dell'epoca di vendemmia che, nonostante analisi e tecnologie e disposizione, da molti viene ancora decisa in base all'assaggio dell'uva, metodologia più pratica ma molto attendibile che viene caldeggiata da molti enologi e agronomi, nonché da vignaioli esperti.
Ho avuto modo di frequentare un corso di analisi sensoriale dell'uva, ma soprattutto di fare esperienze in vigna con vignaioli e tecnici e ho capito che alla prassi convenzionale si aggiunge, in molti casi, il modus operandi del singolo prodotto dall'empirismo personale e dagli insegnamenti del proprio mentore.

assaggio uva vendemmia

Io, ad oggi, seguo un percorso che è quello che ho potuto sviluppare continuando a studiare i principi di enologia e viticoltura e prendendo le pratiche comuni a - più o meno - tutti i vignaioli e i tecnici che ho seguito in vigna negli ultimi anni:

Per primo valuto la cromia della buccia che, in base al vitigno, deve aver raggiunto la sua colorazione ottimale. Prima di staccare l'acino dal pedicello premo leggermente la bacca esercitando sempre la stessa pressione e valutandone elasticità e durezza. In fine si valuta la facilità che si ha nel distaccare il “chicco” dal pedicello stesso.

Successivamente si passa all'assaggio dell'acino, mettendolo fra lingua e palato, cercando di percepire quanto sia agevole il distacco della polpa dalla buccia. A questo punto è possibile “recuperare” bucce e vinaccioli per esaminarli nel palmo della mano.
I vinaccioli devono distaccarsi bene dalla polpa e essere di colore marrone scuro per poterli considerare maturi. Se sono ancora verdi totalmente o in parte è bene non schiacciarli fra i denti. Se sono maturi, si può procedere con l'assaggio. Io personalmente cerco di valutarne la “croccantezza” e la loro capacità tannica in base all'astringenza. Non ho mai valutato la componente aromatica, ma c'è chi la ritiene comunque importante nell'economia dell'assaggio (sentori di torrefazione sono indice di maturità).
sezione acino uva
Fonte: rivistadiagraria.org
Si può, inoltre, esaminare anche la sola buccia, successivamente. Io mastico per un po' le bucce per valutare prima l'eventuale rilascio di succo e poi il tannino passando il prodotto della masticazione all'interno della bocca (palato, guance, gengive).
Si può, poi, valutare la secchezza della buccia e la sua capacità di sviluppare già degli aromi.
La degustazione è un surrogato “empirico” e tradizionale (comunque molto valido e codificato con metodologie e tabelle ufficiali, ad esempio in Francia) delle analisi di laboratorio che, comunque, le cantine, oggi, cercano di fare per aver maggiore sicurezza riguardo i parametri di maturazione.
N.B.: sarà fondamentale campionare acini da diverse aree del grappolo in diverse zone della vigna in base ad eventuali differenze di età della pianta, terreno, esposizione, clone ecc... 
scheda analisi sensorial uva
Scheda tecnica di analisi sensoriale dell'uva realizzata dall'Institut coopératif du vin di Montpellier - Fonte Agrinotizie.com
In viticoltura si distingue tuttavia tra la maturazione fisiologica dell’uva e la maturazione tecnologica.
Per procedere con l'analisi dello zucchero naturale contenuto nell'uva - prima dell'ammostamento - al fine di determinare il periodo ideale di vendemmia si possono utilizzare un rifrattometro (principio della rifrazione della luce) o un mostimetro (principio di Archimede), entrambi utili anche a prevedere il grado alcolico che si andrà ad ottenere dopo la fermentazione. Le unità di misura in questo caso variano da paese a paese (e devono essere misurate a determinate temperature e tener conto del tipo di vinificazione: in rosso, in bianco e con o senza raspi) e le più utilizzate sono: Klosterneuburger Mostwaage (KMW o grado Babo); Oechsle (Oe); Brix (Bx); Baumé (Bé).
Per quanto concerne la maturità dell'uva possiamo distinguere tre tipologie di maturazione:
  • La maturazione tecnologica: il grado di evoluzione dell'acino in cui il vinacciolo è maturo e quindi in grado di germinare. In termini analitici si valuta andando ad analizzare il rapporto fra zuccheri e acidità totale presenti nell'acino in un determinato momento. Ovviamente per avere risultati attendibili bisognerà campionare acini da zone differenti della vigna (terreni, esposizione e età delle piante incidono molto sull'epoca di vendemmia) e da punti differenti del grappolo (zona più esposta al sole, zona d'ombra, ali, punta e interno). In base all'annata andrà valutato quanto lasciare l'uva in pianta con l'obiettivo di arrivare ad una maturazione zuccherina ottimale, senza far decadere vertiginosamente l'acidità. E' fondamentale, in questi termini, tener conto sin dal principio del vino che si vorrà andare a produrre. Ovviamente un vino più improntato sulla freschezza non potrà essere prodotto con un uva surmaturata in pianta.
  • La maturazione fenolica: è principalmente importante per le uve a bacca rossa e fa riferimento al potenziale di estrazione dei polifenoli e delle antocianine. Se generalmente gli antociani crescono di concentrazione e maturano dall'invaiatura in poi, raggiungendo il proprio picco, solitamente, in concomitanza con la maturazione tecnologica, è pur vero che le condizioni pedoclimatiche, l'altitudine e l'esposizione nel rispetto dell'andamento dell'annata possono dilatare il gap temporale fra le due maturazioni rendendo molto delicata la scelta dei produttori. Questo gap è accentuato dagli effetti del Global Warming e, dati alla mano, è sempre più difficile trovare (specie in alcuni areali e per alcuni vitigni) una corrispondenza fra maturazione tecnologica e fenolica. La valutazione dei tannini è ancor più delicata e andrà considerata sia per quanto riguarda quella del tannino da vinacciolo che per quella da buccia. I tannini dei vinaccioli tendono a decadere man mano che l'uva matura, mentre quelli presenti nelle bucce possono restare invariati o addirittura aumentare con la permanenza in pianta (condizioni climatiche e fitosanitarie permettendo) andando a compiere un primo “affinamento” delle sensazioni legate alle durezze prodotte da tali sostanze.
  • La maturazione aromatica: è vincolata allo sviluppo e alla concentrazione degli aromi varietali, soprattutto del gruppo dei terpeni. La concentrazione e l'espressività aromatica dell'uva aumenta gradualmente con la maturazione, ma tende a decadere con la surmaturazione, quindi è fondamentale scegliere un epoca di raccolta congeniale al mantenimento di uno spettro aromatico primario adatto al vino che di andrà a produrre. Va detto che gli aromi possono essere presenti nella polpa e altre, invece, sono legate agli zuccheri e ad altri precursori (presenti principalmente nella buccia) che ne mostreranno la reale espressività solo in vinificazione e, specialmente, a fermentazione ultimata. Eccezion fatta per le uve considerate “aromatiche” che possono avere una buona corrispondenza fra aromi dell'uva e quelli del mosto e poi del vino (almeno per quanto concerne lo spettro aromatico prettamente primario e varietale).
uva maturazione vendemmia
Altro fattore fondamentale ai fini dello sviluppo del vino in cantina e successivamente in bottiglia è l'acidità o ancor meglio il PH.
Innanzi tutto il vino ricade tra i composti acidi, in quanto ha mediamente un PH compreso tra 3 e 4. Per intenderci, più alta è l'acidità, più basso è il PH e viceversa.
Il PH è importante per diversi motivi:
  • Conservazione e potenziale evolutivo del vino (specie nei bianchi che sono poveri di sostanze antiossidanti presenti in quantità maggiore nei rossi – che hanno dalla loro anche un grado alcolico solitamente più alto - per quanto l'acidità sia importantissima anche nella stabilità a lungo termine di tutti i vini – escludendo altri conservanti come i solfiti ovviamente);
  • Selezione e attività microbiche durante la fermentazione alcolica (i lieviti lavorano meglio con un PH relativamente basso mentre con PH alto alcuni batteri come quelli acetici e lattici trovano condizioni più favorevoli di coltura) al fine di mantenere un andamento “pulito” della fermentazione stessa. Meglio che lieviti e batteri non compiano fermentazioni promiscue, cosa molto più complessa da gestire in maniera naturale in annate calde. Ecco perché per la produzione di vini rispettosi e in sottrazione (chimica) è fondamentale arrivare ad ottenere mosti con PH “bassi”. Una buona acidità totale rappresenta, quindi, un buon viatico per la pulizia e la longevità del vino e non solo un fattore legato alla percezione di “freschezza” organolettica del quale spesso si abusa in termini comunicativi.
Gli acidi presenti nell'uva e nel vino possono dividersi in:
  • acido tartarico: è distintivo de mosti e ha un gusto tendenzialmente amaro. Nel vino si può trovare in quantitativi che vanno dai 3 a 6 g/l principalmente in base a vitigno, zona di produzione, annata e suolo;
  • acido malico: presente in molti altri frutti ha un gusto simile alla mela acerba, quindi molto acido. La sua concentrazione varia da 1 a 5 g/l. Il suo sviluppo è inubito dal caldo. In quasi tutti i vini rossi il malico viene volutamente trasformato in lattico dai batteri lattici durante la fermentazione malolattica al fine di conferire al vino che si andrà a produrre una minor sensazione acida e una maggior “morbidezza”;
  • acido citrico: presente in molti agrumi ha un gusto simile a quello del limone non maturo. Nel mosto è presente bassissime concentraioni (0,5 – 1 g/l).
  • acido acetico: prodotto soprattutto per l’attività dei batteri acetici dopo la fermentazione ed il suo quantitativo nei vini sani può variare tra 0,2 a 0,6 g/l, con casi particolari dove può raggiungere anche 1 g/l dando ai vini rossi con un lungo affinamento e un potenziale evolutivo importante maggior complessità e apertura.
  • Altri acidi contenuti nel vino sono quello lattico D e L, l'acido succinico, l'acido butirrico e l’acido propionico. 
L'acidità totale sarà quindi quella prodotta dalla sommatoria di tutte le componenti acide mentre la volatile terrà conto della sola concentrazione (g/l) di acido acetico e l'acidità fissa sarà il risultato dell'acidità totale meno quella volatile. L'acidità, unitamente al PH e alle altre sostanze presenti nel vino contribuiranno alla sua stabilità e agli equilibri organolettici nel calice. Ecco perché è più corretto parlare di sensazioni taglienti o morbide, ampie o verticali, piuttosto che legare questi concetti direttamente all'acidità del vino.
pruina uva
Tra gli acidi non viene quasi mai citato, ma risulta sempre più importante l'acido oleanolico presente nella Pruina. Un elemento molto importante, specie per le vinificazioni con fermentazioni spontanee con o senza piede. La Pruina è quella patina biancastra che sembra essersi depositata sui grappoli dall'esterno ma in realtà è prodotta dalle cellule epiteliali degli acini.
Contiene cere e lieviti, nonché l’acido oleanolico che, oltre a essere un ottimo alleato contro i raggi UV, la disidratazione e i batteri nocivi (è un antisettico naturale), funge da nutrimento per i lieviti in fermentazione, insieme ad altri lipidi.

Tutti questi parametri possono essere monitorati al fine di agevolare vinificazioni ottimali in termini di stabilità, pulizia e qualità potenziale, sempre in base al vino che si vuole andare a produrre e in base alle dinamiche di produzione. Per quanto si possa credere che il vino considerato "artigianale" o comunque quello che io considero rispettoso e vinificato in sottrazione possa tener meno conto di tutti questi parametri analitici  e per quanto qualche vignaiolo sostenga di poter fare a meno di effettuare analisi è, a parer mio, ancor più importante scegliere un'epoca di raccolta perfetta per poter portare avanti vinificazioni che possano limitare l'intervento dell'uomo all'aspetto meccanico e "tecnologico" (es.: controllo della temperatura) e escludendo quello chimico (acidificazione, zuccheraggio ecc...).


Questo pezzo non è altro che il sunto di appunti presi nel corso di letture, studi e, soprattutto, delle esperienze fatte in campo e in cantina durante le ultime vendemmie e il fine non è esclusivamente "didattico". Lungi da me dare lezioni di enologia e viticoltura a chi di certo ha una più strutturata formazione e una più importante esperienza di me, ma l'obiettivo della mia condivisione è quello di mostrare quanta complessità ci sia dietro ad un gesto apparentemente semplice, compiuto in un'atmosfera suggestiva come quello di tagliare un grappolo durante la vendemmia; quanto l'ottenimento di un mosto che possa anche solo minimamente anelare a divenire un ottimo vino dipenda da molteplici fattori; quanto difficile e ricco di ansie e premure sia il lavoro che viene prima di quel gesto, di quel taglio, di quell'evento chiamato vendemmia. Analisi e valutazioni che rappresentano il culmine del lavoro di 12 mesi e, al contempo, l'inizio di un altro ciclo lavorativo (quello in cantina) che andrà ad affiancarsi all'avvio di una nuova annata in vigna. Scelte complicate e delicate che, per quanto fondamentali, danno solo una base più o meno ottimale dalla quale nascerà, crescerà e si evolverà ciò che a distanza di tempo ritroveremo in bottiglia e nei nostri calici, nella speranza che il risultato ottenuto in vigna venga rispettato il più possibile nelle sue peculiarità e nella sua identità.


Ecco perché, mi rammarica vedere persone limitare il lavoro di molti a questo momento scattandosi un bel selfie con i mocassini e le forbici in mano o altri a giudicare un'intera annata ancor prima di averne valutato i risultati di areale in areale, di realtà in realtà, di vigneto in vigneto, di vino in vino. Credo che nonostante sia tutto analiticamente misurabile, la bellezza e l'unicità del vino risieda proprio nella sua imprevedibilità evolutiva e nel modo che queste mille variabili hanno di incastrarsi, intersecarsi ed interagire fra loro al fine di raggiungere un proprio equilibrio, una propria armonia che non necessariamente coincida con quella meramente matematica/chimica/fisica.

Perché i grandi vini ci insegnano che il "tutto" è sempre maggiore della somma delle parti.

Elenco blog personale