mercoledì 31 ottobre 2018

La scommessa di Cupelli - Metodo Classico da vitigni autoctoni toscani a San Miniato

Nella mia continua ricerca di vini unici e storie intrise di grande passione e amore per il vino mi capita sovente di imbattermi in realtà capaci di stupirmi, ma poche hanno saputo farlo dalla vigna al bicchiere, passando per radicati e nitidi valori umani come la cantina di cui vi parlerò oggi: Cupelli Vini.
cupelli spumanti
Siamo ai piedi delle dolci colline di San Miniato, nelle terre di Pisa, e qui la piccola realtà a conduzione familiare Cupelli coltiva vitigni autoctoni come il Trebbiano Toscano, il Canaiolo, il Sangiovese, il Ciliegiolo e la Colombana. Vini di forte identità territoriale quelli prodotti da Amelio Cupelli, fondatore di questa cantina destinata a seguire un'evoluzione difficilmente auspicabile se non per le peculiarità pedoclimatiche e per le spiccate doti di acidità che le uve dei vigneti di famiglia mostravano.
Un'evoluzione che ha come protagonista Ivana Cupelli, figlia di Amelio, e i suoi giovanissimi figli Marco e Sara Pertici, capaci di intuire la vocazione di questo territorio e delle uve ivi prodotte per qualcosa che ha i sentori tipici del coraggio e della lungimiranza e il sapore del rispetto e dell'identità.
E' così che nel 2008 inizia l'avventura della piccola azienda Cupelli nel mondo della spumantizzazione metodo classico dei propri vitigni autoctoni.
Ho conosciuto Sara anni fa e sin dal primo assaggio dei metodo classico prodotti da lei e suo fratello, con l'attenta supervisione di mamma Ivana, la voglia di approfondire la conoscenza di questa particolarissima realtà, delle sue vigne, della piccola cantina e degli aspetti prettamente umani che si celano dietro ad ogni bottiglia prodotta è stata tanta. Eppure, in due anni non ero mai riuscito a ritagliarmi il tempo che avrei voluto dedicare loro ma, come spesso accade, è stato il fato a farmi ritrovare con i piedi nelle vigne e con il “naso nelle vasche” dell'azienda Cupelli, in maniera tanto inattesa quanto gradita.
Ciò che ho trovato è stata una famiglia dedita al lavoro e alla custodia di valori intrinseci al proprio territorio, ma che non teme alcune sfida, continuando a implementare la qualità del proprio operato partendo dalla vigna, condotta in regime biologico, e rispettando le proprie uve autoctone nei processi di vinificazione andando a nobilitare varietali come il Trebbiano Toscano e il Canaiolo vestendoli con abiti fini ed eleganti, senza snaturarne la personalità.
san miniato fossili conchiglie vigna
E' proprio questo ciò che stupisce di più dell'azienda Cupelli, ovvero la capacità di dare una dignità rinnovata o, ancor meglio, nuova a vitigni, sin troppo spesso, denigrati e bistrattati.
I circa 8 ettari di vigneti, in parte adiacenti alla cantina e in parte dislocati in varie frazioni di San Miniato godono di un clima mitigato dall'Arno e dalle correnti che attraversano questo vero e proprio corridoio fra mare e montagna. I terreni a medio impasto ricchi di fossili di origine pliocenica permettono alle piante di crescere in un sano e qualitativo equilibrio produttivo, coadiuvando lo sviluppo della componente acida e minerale nel vino, compatibilmente con le maturazioni e la salubrità permesse dall'annata.
cantina cupelli pertici
Il metodo classico è un vino tecnico e necessità di accorgimenti che Ivana, Marco e Sara hanno saputo declinare in base alle proprie possibilità, ai propri spazi e alla volontà di mantenere saldo il proprio rapporto con la tradizione e con chi, in quella cantina, aveva fatto vino prima di loro. Ecco, quindi, le vasche in cemento per la fermentazione alcolica, con l'ausilio del controllo della temperatura volto a garantire un processo di vinificazione gestito e ponderato.
Qui di seguito vi riporto le mie impressioni riguardo i vini che ho avuto modo di assaggiare presso la cantina Cupelli Spumanti:
l'erede cupelli metodo classico
L'Erede Brut Cupelli Millesimato (almeno 18 mesi): il primo step della rivincita del Trebbiano Toscano, interpretato con il giusto mix di sapienza e leggerezza in grado di dar luogo a un'espressione fresca nel fiore e nel frutto, con le classiche note di boulangerie (o del forno sotto casa, decidete voi!) ben integrate e mai soverchianti nei confronti del varietale che ne esce ampiamente rispettato al naso. Il sorso è dritto, slanciato, tagliente e saporito nella sua vena acida e sapida.
L'eleganza di chi sa dismettere i "panni da lavoro" nei campi per indossare un abito da sera con un intrigante connubio di umiltà e nonchanalce, di schiettezza e consapevolezza.

L'Erede Brut Cupelli Riserva Millesimato Edizione Limitata (36 mesi): l'evoluzione ponderata del primo, come a voler dimostrare che il Trebbiano può e sa reggere affinamenti sui lieviti ben più lunghi dei classici 18 mesi. Più intenso nel suo spettro aromatico maturo ma ancora fresco e vitale; luminoso nell'esprimere note solari di fiore e frutto integrate nella maggior ma ben dosata incidenza dei lieviti. Una scommessa vinta.

L'Erede Brut Rosé Millesimato (almeno 18 mesi): se il Trebbiano esce nobilitato dalle interpretazioni di Cupelli il Canaiolo trova in questo Rosé un lato apparentemente celato della propria personalità ma, al contempo, fedele al suo spettro varietale croccante nel frutto, fresco nelle note balsamiche e intrigante nella lieve spieziatura.
Divertente ed elegante, mai eccessivo e, per fortuna, non vinoso come sin troppo spesso capita con alcuni metodo classico Rosé prodotti con altre uve autoctone a bacca rossa, specie in Toscana. Già fine, ma da valutare anche nella sua prospettiva che fa davvero ben sperare in un'evoluzione in complessità con l'ormai consueto garbo dei vini di questa piccola realtà.
amelio cupelli vin santo
Una nota di merito va a questi ragazzi e alla loro madre per aver portato avanti, anche, la produzione di Vin Santo San Doc Bianco Pisano di San Torpè, un vino e una denominazione quasi scomparsi che vantano una storia iniziata ben prima dell'assegnazione della doc nel 1980, ma che vede nel Vin Santo l'unico veicolo per continuare a raccontarsi.
L'Amelio 2008 di Cupelli è intenso, complesso, fiero nel suo impeccabile bilanciamento fra acidità e dolcezza.

Il garbo, sì! Credo sia proprio questo il comun denominatore che ho riscontrato fra conduzione agronomica, dinamiche di cantina e responso in bottiglia. Un garbo vero, sincero, che non vuole scimmiottare niente e nessuno, bensì vuole e sa esprimere una vocazione territoriale, varietale e umana a stupire con estrema spontaneità.
Non troverete grandi ausili tecnologici nella cantina Cupelli, ma incontrerete persone che hanno saputo apprendere e sanno ascoltare e crescere ancora oggi, di annata in annata, di incontro in incontro, di bottiglia in bottiglia con inconfutabile umiltà e una buona dose di  quella giusta "cuvèe" di carattere e di coraggio che non può mancare per fare vini come questi!


F.S.R.
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lunedì 29 ottobre 2018

E' giunto il momento del Montecucco!

In un paese ad alta densità vitivinicola come l'Italia è facile imbattersi in quelle che possono essere definite “terre di mezzo”, ovvero areali compresi e, a volte, compressi fra altri più noti territori a trazione enoica. Eppure, come spesso accade, nel vino come nella vita, è tutta una questione di tempismo e di congiunzioni “astrali” che portano alcune zone, ovviamente vocate, a divenire più note di altre. 

Quella di cui vi parlerò oggi è proprio una di quelle terre di mezzo o, forse, la terra di mezzo per eccellenza: il Montecucco

Stretto fra le possenti braccia dei due "grandi fratelli” Brunello di Montalcino e Morellino di Scansano l'areale del Montecucco ha sempre fatto fatica a mostrare e dimostrare la sua indubbia vocazione, ma negli ultimi anni, grazie a un sempre più nutrito manipolo di produttori la musica sta cambiando palesemente! 
Durante il mio ultimo viaggio alla scoperta delle varie aree interne al Montecucco ho potuto avere conferma di alcune mie previe convinzioni riguardo le potenzialità pedoclimatiche dei vigneti della denominazione maremmana che, però, non venivano interpretate al meglio in bottiglia. 

Se l'abbraccio delle due più note denominazioni può far pensare a un limite per il Montecucco, quello protettivo e materno del Monte Amiata e quello mite e amicale del Mar Tirreno rappresentano una componente vocazionale indiscutibile. Un microclima ideale che va a sommarsi e integrarsi con la geologia dei terreni alle pendici dell'Amiata, un vulcano spento, che ha portato in dote ai vignaioli di quest'area terre a forte matrice lavica e minerale.
Un pedoclima che definire adatto alla viticoltura sarebbe un eufemismo, in quanto tra i pochissimi in Italia a vantare peculiarità così idonee inserite in un contesto di biodiversità unica e di sapere e consapevolezza agronomica così radicati. Se la viticoltura è sempre stata presente nel Montecucco, con grande saggezza e rispetto, ciò che è mancato negli anni addietro è stato un approccio tecnico enologico che andasse ad enfatizzare in maniera nitida e sincera quelle che sono le peculiarità di questo areale potenzialmente secondo a nessuno. Oggi, finalmente, il connubio fra una viticoltura rispettosa (i ¾ delle realtà presenti sul territorio è biologico e tutte stanno andando verso una conduzione virtuosa dell'intera denominazione) e una competenza tecnica altrettanto rispettosa e consapevole sta portando alla produzione di vini sempre più identitari, che non devono necessariamente “scimmiottare” i Sangiovese delle zone limitrofe (per quanto si guardi per ovvi motivi pedoclimatici, storici e stilistici a Montalcino), bensì sanno interpretare e palesare al meglio quelle che sono le caratteristiche di un territorio capace di raggiungere equilibri sempre più fondamentali fra struttura e acidità, fra maturazione tecnologica e fenolica, anche in annate particolari come la 2018. 
Girando per i vigneti della DOCG nei comuni di Arcidosso, Campagnatico, Castel del Piano, Cinigiano, Civitella Paganico, Roccalbegna e Seggiano non è difficile rendersi conto di quanto la biodiversità e il rispetto per una conduzione promiscua delle aziende agricole rappresenti un, sempre più importante, valore aggiunto, atto a mantenere integro il paesaggio naturale con un apporto dell'uomo equilibrato e cauto. Sono molteplici le realtà che hanno mantenuto la propria storica e sana alternanza tra viticoltura, agricoltura (seminativo) e allevamento portando, però, ogni comparto della propria attività all'eccellenza. A differenza di altri areali in cui vige sempre di più una monocoltura o, comunque, si è persa gran parte della propria biodiversità, il Montecucco può contare su circuito virtuoso che vede e prevede ogni attività localizzata nel suo ambito più opportuno e, quindi, la viticoltura prevalentemente in collina. 
I produttori facenti parte del Consorzio di tutela del Montecucco DOC, oggi, sono ben 66 che, per quanto diversi, hanno da subito seguito una linea comune di qualità e rispetto possibile grazie ad un severo disciplinare e alla supervisione del consorzio stesso. 

A rappresentare in maniera più identitaria in termini varietali e territoriali questo areale non può che essere il Montecucco Sangiovese DOCG, prodotto con basse rese per ettaro (max 70q/ha), mentre la DOC comprende Montecucco Rosso, Montecucco Bianco e Montecucco Vermentino e gli ultimi iscritti Montecucco Rosato, Montecucco Vin Santo e Montecucco Vin Santo Occhio di Pernice.
grappolo sangiovese grosso montecucco
Durante il mio ultimo viaggio in questa "terra di mezzo" ho avuto modo di visitare alcune piccole aziende capaci di interpretare in modi tanto differenti quanto rappresentativi del territorio le singole referenze con un'attenzione particolare, proprio, al Sangiovese che in quest'area trova un habitat particolarmente vocato.
vigneti sangiovese montecucco
Il Montecucco Sangiovese Docg (dal 2011) può godere di impianti posti in maggioranza tra i 150 e i 400 metri sul livello del mare (con picchi anche al di sopra dei 500m), alle pendici del monte Amiata, in un'area che deve il suo clima fresco e ventilato da un lato alle correnti in arrivo dalle aree interne dell’Italia centrale e dall'altro ai venti marini provenienti dalla costa tirrenica e dall’Argentario.
Un Sangiovese che, nonostante le mire enologiche differenti delle varie ere enoiche trascorse dalla nascita del consorzio (20 anni or sono), si è dimostrato capace di buona longevità e di un'armonica sincronia fra potenza e finezza in una verticale storica in cui si sono succeduti vini dal 1998 ad oggi con alcuni notevoli picchi di interesse. Degustazione che ha confermato, al contempo, un'evidente presa di coscienza da parte dei produttori di annata in annata e ha gettato le basi per un nuovo inizio ponendo il 2018 come una sorta di "anno zero" per la denominazione.
sangiovese montecucco
Ecco le cantine che fanno attualmente parte del Consorzio Tutela Montecucco, con una forte prevalenza di piccole e medie aziende in regime biologico e alcune in regime biodinamico:
Agricola Niccolini
Albaluce
Amiata
Assolati
Basile
Berretta
Campinuovi
Capanne Ricci
Casale Pozzuolo
Colle Petruccio
ColleMassari
Coniella
De Vinosalvo
Dotti Gianni
Fabiani
Fratelli Rongo
Fusi
Il Boschetto
Il Leccione
La Ciambellona
La Poderina Toscana
La Querciolina
La Vialla
Landi Aldo
Le Calle
Le Pianore
Le Querciole
Macchialta
Maciarine
Marco Salustri
Marzocchi Delio
Mazzi Lea
Montenero
Montesalario
Orciaverde
Palmoletino
Parmoleto
Perazzeta
Peteglia
Piandibugnano
Pianirossi
Pierini Brugi
Podere Montale
Poderi Firenze
Podernuovo
Poggio al Gello
Poggio Mandorlo
Poggio Saccone
Poggio Stenti
Prato al Pozzo
Quercia Sola
Ribusieri
Rongo
S.Gabriele Arcangelo
Salustri
Santa Margherita
Savelli e Rossi
Savelli Renato
Tenuta L’ Impostino
Tenuta Tondaia
Tenute Bruni
Toscaberna
Vasco Sassetti
Vegni & Medaglini
Vigne a Porrona
Villa Patrizia

Ciò che mi ha impressionato maggiormente, però, non è solo la netta crescita della qualità media dei vini, specie in termini di pulizia ed eleganza, bensì è stata la rigorosa attenzione riposta alla conduzione agronomica di ogni vigneto e all'impianti dei varietali più idonei in ciascun terreno presente all'interno della denominazione: vulcanico, alluvionale e calcareo.
E' così che troverete all'interno del medesimo areale varie espressioni pedoclimatiche che esalteranno l'identità di ogni singola realtà.
biodiversità vigne montecucco
In questo pezzo ho voluto focalizzare l'attenzione sul territorio nella sua interezza, senza riportare le mie personali impressioni riguardo le cantine che ho avuto modo di visitare e/o i vini che ho degustato ma ci tengo a ribadire di aver riscontrato una crescita nitida che non sembra voler accennare a fermarsi e che, se tanto mi da tanto, porterà il Montecucco a ottenere la visibilità che merita di qui a poco, in quanto areale dalle potenzialità non più inespresse. Ancor più pensando all'annata 2018, difficile per molti areali toscani ma generosa e clemente con queste terre che potranno mostrare sia la propria vocazione che l'attenzione e la competenza agronomica ed enologica presenti in vigna e in cantina. Utile potrà essere l'affermazione sui mercati nazionali e internazionali di alcune cantine capaci di fare da traino per l'intera denominazione grazie a massa critica e capacità comunicativa.
cantine montecucco
Lasciando il Montecucco mi sono reso conto di quanto questo areale sia capace di sorprendere per bellezza dei contesti in cui la viticoltura si è insediata e per il rispetto e la consapevolezza che ogni realtà produttrice ha nei confronti di tale ricchezza. Un valore, quello della bellezza, che viene sin troppo spesso usato in modo superficiale, ma che nel Montecucco si palesa in una miriade di tanto complesse quanto semplici e schiette sfumature di biodiversità che sanno farsi liquide in ogni calice di vini ormai in grado di brillare di luce propria. Vini che in passato mi avevano lasciato perplesso per la poca costanza e un livello di qualità media sicuramente inferiore a quello che ho potuto appurare in questi tre giorni di esaustive visite in vigna e in cantina e di intensi assaggi. Una terra dalla vocazione innata che sta crescendo di annata in annata e credo sia davvero giunto il suo momento... il momento del Montecucco!


F.S.R.
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giovedì 25 ottobre 2018

D'Araprì - 3 amici che hanno ridisegnato i confini del Metodo Classico italiano

Ci sono cene, serate e incontri che partono con un calice di metodo classico ma anche viaggi, come la mia ultima trasferta in Puglia.
Fino a pochi anni fa mettere le parole “Metodo Classico” e “Puglia” nella stessa frase avrebbe suonato come un mero ossimoro ma se non è più così lo dobbiamo proprio alla realtà di cui vi parlerò oggi: la Cantina d'Araprì.
cantina d'araprì
Siamo a San Severo, in provincia di Foggia, dove tre amici uniti dall'amore per la musica Jazz e per il vino decidono di sfidare pregiudizi e sfatare consolidate convinzioni riguardo l'impossibilità di produrre spumanti metodo classico di pregio al Sud.
d'araprì metodo classico puglia
Un'idea, quella di Girolamo D’Amico, Louis Rapini e Ulrico Priore (è proprio dall'acronimo dei loro cognomi che deriva il nome “D'Araprì” che in dialetto locale significa “da aprire/stappare”) che aveva dell'inaudito, tanto che nel 1979, quando iniziarono la loro avventura nel mondo della spumantizzazione tradizionale, in pochissimi credettero nel successo di questa apparentemente folle cantina pugliese. La scelta di un vitigno, visto fino ad allora come uva da quantità e non da qualità, come il Bombino e la volontà di dedicare l'intera produzione solo ed esclusivamente al metodo classico e la volontà di occupandosi personalmente di ogni dettaglio in vero stile champenoise rappresentavano una piccola grande rivoluzione per l'areale dell'antica Capitanata. Andavano, infatti, a contrapporsi alla “geografia” enoica italiana che vedeva e voleva la produzione di spumanti di qualità appannaggio del nord della penisola con qualche eccezione nel centro, relegando questa particolare area del Sud e della Puglia a bacino di approvvigionamento per molti areali nazionali ed internazionali e non di certo a potenziale fonte di grandi vini spumante.
Eppure, proprio come nella musica Jazz, talento, intuizione e applicazione uniti ad un pizzico di sana follia hanno permesso ai tre amici di passare dalle 1000 bottiglie prodotte nel 1984 alle quasi 100.000 prodotte oggi.
Una strada non semplice che, per quanto oggi sembri spianata dai molteplici riconoscimenti e dall'apprezzamento trasversale che i vini di D'Araprì riscuotono di millesimo in millesimo, ha visto vivere interi lustri nell'incertezza e nel timore di non essere compresi.
bombino bianco spumante
I tre amici, però, hanno manifestato grande fiducia nelle loro idee e grande dedizione al lavoro portato avanti con caparbietà e lungimiranza, senza fretta proprio come insegnano i grandi metodo classico, che sanno attendere nel buio delle loro cantine, affinando la propria saggezza e la propria espressività.
Se l'intuizione di Girolamo, Louis e Ulrico ha portato alla realizzazione di quello che ora come ora è un vero e proprio mito, è anche grazie alle particolari condizioni pedoclimatiche di questo areale che vedono i vigneti godere affondare le proprie radici in terreni calcareo-argillosi con percentuali di limo e sabbia in alcune zone, con un clima mitigato dalla vicinanza al mare e reso ancor più ottimale dalle buone escursioni termiche giorno-notte capaci di mantenere integra la freschezza e, al contempo, preservare e enfatizzare quelli che saranno i precursori aromatici dei vini D'Araprì.

Un attaccamento tale al territorio da assegnare al Pinot Noir quello che è il ruolo di gregario del Meunier in Champagne, prediligendo le uve Bombino e Montepulciano per la produzione dei propri Metodo Classico.
Proprio come avviene in Champagne, invece, la cantina di vinificazione è divisa da quella (in questo caso si tratta di un palazzo storico nel centro di San Severo, dotato di un vero e proprio dedalo sotterraneo dalle condizioni di temperatura e umidità ideali) in cui avvengono presa di spuma, maturazione sui lieviti, remuage, sboccatura, dosaggio, tappatura definitiva, etichettatura ed affinamento.
daraprì prezzo
Un progetto di successo, basato sulla qualità e sulla coerenza non poteva che rispettare una serie di valori fondamentali per il raggiungimento di un'eccellenza produttiva con etica e identità:
  1. Elaborazione in proprio di tutti i vini.
  2. Proprietà della maggior parte dei vigneti al fine di garantire costanza nello stile.
  3. Impiego esclusivo di uve dell’agro San Severo.
  4. Bombino Bianco o Montepulciano (almeno 60%) in tutte le Cuvée.
  5. Impiego del solo mosto fiore per la preparazione dei vini base.
  6. Fermentazione sempre a temperatura controllata sotto i 20° C:
  7. Tirage entro il mese di marzo dell’anno successivo alla vendemmia.
  8. Prolungata permanenza sui lieviti.
  9. Dosage contenuto.
  10. Utilizzo esclusivo di tappi in sughero birondellati di qualità extra.
degustazione metodo classico d'araprì
Eccovi le mie impressioni riguardo i vini di D'Araprì che ho avuto modo di assaggiare:
vini d'araprì metodo classico
Pàs Dosé Metodo Classico D'Araprì (30 mesi - Sbocc. 2018): la cartina di tornasole sia per la consapevolezza produttiva raggiunta da questa realtà che per il Bombino, in quanto l'assenza di dosaggio mette a nudo la vocazione di un territorio, l'abilità di una cantina e l'idoneità dei varietali alla produzione di un vino che deve necessariamente essere completo e armonico. Completezza e armonia che vengono raggiunte in questo gioco di squadra fra Bombino (70%) e Pinot Nero (30%), che ben si fondono in un'espressione per nulla offuscata dai sentori di lieviti, in cui la freschezza degli aromi fa da coerente preludio al sorso fiero e slanciato (non fa malolattica), sapido quanto basta a rendere la beva inerziale. Armonia e finezza identificano al meglio questo dosaggio zero.

Brut Rosé Metodo Classico D'Araprì (min. 24 mesi - Sbocc. 2018): non sono un grande amante degli spumanti Rosé in quanto non sempre riesco a trovare il giusto connubio di eleganza ed agilità di beva e di maturità e freschezza. Eppure, in questo vino il frutto del Montepulciano è reso elegante dal fiore del Pinot Nero, l'intensità iniziale si ingentilisce accompagnandomi ad un sorso di grande equilibrio fra morbidezza, acidità e salinità. Un Rosé che ha classe da vendere, ma che mi ha conquistato con la sua grande dinamica di beva. Inatteso.

Riserva Nobile Metodo Classico Millesimato 2014 D'Araprì: il vino più rappresentativo dell'azienda, che vede il Bombino Bianco suonare il suo assolo più importante, intenso e lungo. Un ritmo cadenzato quello del naso, che integra con sapienza lieviti, legno e varietale. Un equo compromesso fra volontà di sfidare il tempo e necessità di non addurre ostacoli alla beva odierna, si traduce in un compendio della classe auspicabile in un metodo classico riserva. Un vino da attendere per permettergli di esprimere al massimo il suo potenziale di complessità, ma che si fa apprezzare sin da ora per un sorso che entra ampio per poi distendersi con grande finezza e profondità.

Gran Cuvée XXI Secolo Metodo Classico Millessimato 2012 D'Araprì (almeno 60 mesi): quella che potrebbe apparire come una Jam Session fra tutti i varietali coltivati dall'azienda (Bombino, Montepulciano e Pinot Nero) dimostra sin dal primo naso che non c'è nulla di improvvisato nella concezione di questo vino. Se lo standard o il tema musicale alla base di tutti i "concerti in bottiglia" di D'Araprì è, per ovvi motivi, il metodo classico,  il genere che si avvicina di più al suono di questa Gran Cuvée è il soul jazz, pulito, minimale, dalle dinamiche ponderate e razionali ma al contempo emozionali e intrise di anima. Nessun accenno di stanchezza per uno spumante che si lascia bere con estremo piacere lasciando libero spazio alla fantasia riguardo le sue potenziali evoluzioni.

La Dama Forestiera Metodo Classico "Nature" Millesimato 2013 D'Araprì (almeno 48 mesi): la tromba del Montepulciano e il Sax del Pinot Nero si dividono la scena fifty-fifty, senza far sentire la mancanza di una voce o di altri strumenti a dar loro manforte. Frutto e fiore si sono integrati e mineralizzati ricordando il calcare nel quale affondano le radici le madri delle uve che danno vita a questo spumante metodo classico. Il sorso mostra nella sua interezza la peculiare tensione, la l'innata profondità e l'identitaria finezza minerale che hanno fatto di D'Araprì un riferimento nella spumantizzazione tradizionale in Italia, cancellando con un colpo netto  a mo' di sabrage le linee di demarcazione e ridisegnando i confini della geografia vitivinicola nazionale riguardo questa tipologia di vini.
Una curiosità sul nome: il vino è dedicato alla "Dama Forestiera" (dal nome assegnatole dallo scrittore Nino Consiglio),  Elisa Croghan, gentildonna inglese che alla fine del 1800 gestisce i tenimenti del principe di San Severo Michele di Sangro. Proprietà che lascerà in seguito, alla città, per volere testamentario del Principe stesso, e grazie al quale questo areale diventerà uno dei vigneti più grandi d’Italia.

pas dose d'araprì
Ora non mi resta che attendere il completamento dei lavori che porteranno i 3 amici ad ampliare le cantine ipogee al fine di rendere ancora più capiente e suggestiva la cantina di sotterranea nel centro storico di San Severo. 
Un plauso a chi ha creduto in un sogno e ha saputo tramutarlo in una realtà più che concreta, perché credere nei propri sogni significa spendere tutta la propria vita cercando di rimanere svegli, vivendo e compiendo sacrifici e sforzi impensabili pur di potersi addormentare senza aver bisogno di sognare una realtà che non c'è.


F.S.R.
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martedì 23 ottobre 2018

Dal Maso - Una famiglia interprete di vigne e vini in 3 areali vitivinicoli: Gambellara, Colli Berici e Monti Lessini

Sono appena rientrato da un viaggio di quelli che non vedi l'ora di inserire in agenda ma il destino si ostina a rimandare. Parlo del mio tour attraverso i 3 areali vitivinicoli della provincia di Vicenza: Gambellara, Colli Berici e Monti Lessini.
Ampliamento della cantina storica, tributo a "La Rotonda" di Palladio
Per farlo ho accolto l'invito di una famiglia che in queste zone e in queste terre affonda le proprie radici e quelle dei propri vigneti. Parlo della famiglia Dal Maso che sin dall'Ottocento coltiva vigneti sulle dolci colline di Montebello Vicentino.
Una realtà che rappresenta a 360° questo territorio e che deve le sue origini a Serafino Dal Maso fondatore dell’azienda nel 1919.
Vigneti Dal Maso: Monti Lessini, Gambellara, Colli Berici
Come spesso accade, però, la svolta arriva solo qualche lustro più avanti grazie a Luigino Dal Maso, capace di percepire e anticipare le dinamiche dei mercati degli ultimi decenni dello scorso millennio, senza snaturare l'identità territoriale aziendale ma cercando di acquisire nuovi vigneti nelle zone più vocate di Gambellara e dei Colli Berici.
Intuizioni alle quali hanno dato seguito i figli di Luigino: Nicola, Silvia e Anna.
Sono loro a gestire un'azienda che è sempre rimasta fedele al territorio e alle proprie origini proprio grazie alla tradizione, la passione e la dedizione al lavoro tramandata di padre in figlio.
cantina vini dal maso
E' proprio Nicola a farmi da Cicerone attraverso i vigneti siti in ciascuna dei principali areali del vicentino e non è difficile comprendere quanta saggezza sia stata riposta nell'impianto di ogni singola barbatella e nella scelta dei sistemi di allevamento prediligendo varietali a bacca bianca come Garganega e Durella nei terreni di origine vulcanica (Gambellara e Monti Lessini) e uve a bacca rossa (Tai Rosso, Merlot e Cabernet Sauvignon) nelle terre rosse di matrice franco argillosa con grande presenza di scheletro.
vini dalmaso
Al fine di comprendere al meglio le peculiarità e la personalità che questi terreni unitamente all'intero spettro pedoclimatico di ciascuna zona sanno infondere in ogni vino ho avuto modo di degustare ciascuna batteria in tempi differenti subito dopo aver visitare il vigneto di provenienza.
Questa scelta si è dimostrata più che azzeccata e ha messo in risalto in maniera ancor più nitida le due caratteristiche più importanti del fare vigna e del fare vino dei Dal Maso: il rispetto delle piante a partire dall'impianto alla vendemmia passando per le forme di allevamento/potatura; la saggezza e la competenza nell'andare a veicolare le specifiche di ogni varietale e di ogni terreno tramite vinificazioni tecnicamente accorte ma con mano molto educata.

Questo approccio alla vigna e al vino permette una chiara riconducibilità degli assaggi a ciascun areale di provenienza:
  • A Gambellara troviamo vini tesi grazie ad un'acidità spiccata, vulcanici nella loro distintiva mineralità solfurea al naso e sapida al sorso.
  • Sui Monti Lessini trovano il proprio habitat naturale le pergole di uva Durella che grazie alla loro sferzante acidità di base, all'altitudine e alla matrice vulcanica dei terreni rappresentano una base ideale per la spumantizzazione Metodo Martinotti e ancor più Metodo Classico, freschi, varietali, sapidi ed eleganti.
  • Nei Colli Berici avremo vini dallo spettro olfattivo fine e un sorso di buon corpo e una struttura forte, sicura, con tannini fitti e un armonico equilibrio gustativo tra tutte le sue componenti. Il potenziale evolutivo è importante e anela palesemente all'eleganza.
A spingermi in questi 3 areali è stata proprio questo sodalizio fra terra e vitigno che vede in tre vitigni autoctoni come Durella, Garganega e Tai Rosso l'espressione più identitaria e in un internazionale come il Merlot una scommessa vinta in grande stile.
Eccovi, quindi i vini che mi hanno colpito di più per identità ed eleganza suddivisi per territori:

Monti Lessini

monti lessini metodo classico durello
Metodo Classico Monti Lessini Durello Doc (da uve Durella): ci tengo a precisare che si tratta di un vino che sta ancora compiendo il suo affinamento in bottiglia e che non uscirà prima dei di febbraio 2019. Detto questo, questa prima spumantizzazione metodo classico dell'azienda Dal Maso sembra non dover chiedere molto al tempo in quanto già molto equilibrata nella sua espressione fine e varietale di un'uva e di un territorio che si dimostrano più che adatti a questa tipologia di vinificazione. La bolla è fine, il sorso è teso, dritto, fresco e sapido tanto da far pensare che un futuro dosaggio potrebbe solo lederne la naturale e fresca eleganza. Non voglio spoilerare troppo, ma mi prendo la responsabilità di definire questo Metodo Classico un vino dalla sicura prospettiva. Buona la prima!

Gambellara

gambellara
Ca' Fischele Gambellara Doc 2017: la freschezza della Garganega e la complessità delle vecchie vigne, per un vino dal naso armonico e fine spostato più sul fiore che sul frutto, preludio coerente per un sorso di agile dinamica di beva, fresco e salino. Luminoso.

Riva del Molino Gambellara Doc 2016 e 2017: una veste che vuole arricchire la Garganega senza addossarle pesanti e inutili orpelli. Un ponderato affinamento in legno più marcato nella 2016 che non lo ha affatto subito, mantenendo uno spettro olfattivo intenso nelle note floreali e nella sua lieve speziatura, elegante ed intrigante. Il sorso entra ampio per poi distendersi con grande disinvoltura e profondità. La 2017 è decisamente più "pronta", fresca, dinamica, dalla beva inerziale sin da ora ma non per questo cederà il passo al tempo. Entrambe le annate chi per struttura chi per freschezza mostrano anime della Garganega complementari, due binari paralleli che si avvicineranno idealmente in longeva prospettiva.

Colli Berici

colli berici tai rosso
Montemitorio Tai Rosso Colli Berici Doc: il trait d'union fra la tradizione - che vorrebbe il Tai Rosso (uva della famiglia delle Grenache, anticamente presente in questo territorio) vinificato con una brevissima macerazione sulle bucce a mo' di rosato - e la concezione di Dal Maso delle grandi potenzialità di questo vitigno - che lo vede adatto a sostenere macerazioni importanti e lunghi affinamenti in legno. Un vino capace di mettere in risalto le note croccanti, fresche e speziate del Tai al naso e di non tradire al sorso con una coerente pienezza di frutto ed un'ottima dinamica di beva fresca e profonda nelle sue note piacevolmente ferrose.

Colpizzarda Tai Rosso Colli Berici Doc 2015: il Tai Rosso nella versione che un tempo poteva sembrare ostinata, addirittura fuori luogo, ma che oggi nobilita un vitigno al rango che gli compete. Vino ponderato nell'intensità, acuto nell'esplicare la sua naturale vocazione all'eleganza senza lasciarsi soverchiare dalla materia che lo ha accudito per più di un anno solare. Tipico nella sua identità varietale ma unico nella sua forza espressiva e nella lunghezza di un sorso che grazie al suo finale ferroso rifugge la noia.

Casara Roveri Merlot Colli Berici Doc 2015: la dimostrazione che il Merlot ha trovato nei Colli Berici, specie nelle zone più alte con argille maggiormente ricche di calcare, il proprio habitat naturale. Un habitat che permette a questo varietale di acquisire connotazioni territoriali distintive e identificative, che lo vedono esprimere un ottimo equilibrio fra potenza espressiva ed eleganza, con buono slancio acido e tannini molti fini, se portato a giusta maturazione. Assenti le note vegetali spesso omologanti, il Merlot di Dal Maso si fa apprezzare per la sua complessità in divenire, ma ancor più per la grande beva nonostante la struttura importante. Uno dei migliori Merlot dell'annata 2015 che ho avuto modo di assaggiare e per me che non amo particolarmente questo vitigno è tutto dire!
vin santo classico gambellara
Un particolare plauso va fatto a Nicola e alle sue sorella per aver portato avanti la tradizione del Vin Santo Classico di Gambellara Doc che, insieme al Recioto, chiude la linea dei vini prodotti dalla Dal Maso con due vini dolci tradizionali distinti dal loro rapporto con l'ossigeno che diviene amico fedele che ne permette un lungo affinamento in carati (10 anni) prima e in bottiglia poi per quanto concerne il Vin Santo (vino ossidativo), e nemico nel Recioto che è vinificato come un classico passito. Due vini straordinariamente equilibrati, in grado di attraversare il tempo caricandosi sulle spalle la saggezza di due vini classici, in cui l'uomo non deve far altro che assecondare in maniera consapevole e artigianale la natura (da qui la scelta di non produrre Recioto nell'annata corrente).

In conclusione, grazie alla Cantina Dal Maso ho avuto modo di approfondire questi tre territori dell'areale vitivinicolo vicentino partendo dalla vigna per poi ritrovarmi nel calice vini nitidi, in cui le peculiari diversità rispecchiano a pieno le connotazioni delle singole condizioni pedoclimatiche del singolo vigneto.
famiglia dal maso
Una famiglia dedita al rispetto del territorio che, però, sa guardare avanti senza snaturare quella che è l'identità di ciascun micro-areale cedendo alle mere dinamiche di mercato. 
Ho passato una giornata perfetta per me che ho, da sempre, posto l'attenzione sul connubio vigna-vino in cui l'uomo e la natura devono, necessariamente, attuare un lavoro di squadra in rigorosa armonia. 
Credo che Gambellara per i vini bianchi freschi e minerali ma mai poveri di materia, i Colli Berici per i rossi pieni ma eleganti e slanciati e i Monti Lessini per i metodo classico sempre più fini e varietali, rappresentino una macro zona verso la quale rivolgere maggiore interesse, specie se si ha, come me, sempre voglia e bisogno di essere sorpresi, stupiti, colpiti da progressi tesi alla valorizzazione pulita e consapevole dell'identità varietale e territoriale.


F.S.R.
#WineIsSharing

martedì 16 ottobre 2018

In Alto Adige la Cantina cooperativa virtuosa Tramin e il suo nuovo vino Troy

In un'Italia in cui la funzione sociale ed economica delle cooperative sta venendo meno ormai da anni, c'è una regione che si è sempre distinta per la conduzione virtuosa di questa tipologia di azienda, specie nel settore vitivinicolo. Parlo, ovviamente, dell'Alto Adige che vede nel sistema della cooperativa vitivinicola un modello di riferimento capace di preservare il lavoro di piccoli vignaioli sostentandolo e valorizzandolo in termini di remunerazione (quello dell'Alto Adige è l'areale con il minor differenziale fra valore delle uve e valore dei vini) che a loro volta riescono a mantenere integro il loro ruolo di custodi di un territorio dall'incantevole bellezza e dalla grande vocazione alla viticoltura di qualità.
vino tramin troy
E' proprio per questo che Christian Schrott, parroco di Termeno e deputato del Parlamento Austriaco, fondò Tramin nel lontano 1898.
Oggi sono ca. 290 i produttori conferitori di Tramin, vignaioli veri che coltivano appezzamenti piccolissimi per lo più inferiori all'ettaro, dai quali riescono a trarre le migliori uve che difficilmente potrebbero rispettare in termini di vinificazione quanto possono, invece, fare avvalendosi della qualità delle dotazioni e dello staff enologico di Tramin. La combinazione perfetta per fare qualità su una superficie diffusa su più di 250ha vitati. 
vigneti tramin alto adige
Pensate a tanti piccolissimi produttori che difficilmente avrebbero la possibilità di avere la consulenza di un Kellermeister come Willi Stürz e la disponibilità di una cantina efficiente come quella inaugurata nel 2010 a Termeno, sulla base della storica sede della cooperativa. 
cantina tramin
Questi piccoli grandi vignaioli, oggi, si riconoscono nella realtà di Tramin cooperando con il fine comune del rispetto e della qualità sapendo che, oltre alla remunerazione economica potranno sempre contare su gratificazioni come quella di vedere il proprio vigneto diventare un vero e proprio cru che darà vita ad un singolo vino. E' proprio questo che è accaduto con il nuovo vino presentato nei giorni scorsi da Tramin a 2500m di quota.
troy vino tramin
Parlo dello Chardonnay Troy 2015, proveniente da una accurata e maniacale selezione dei grappoli e degli acini dei vigneti situati in località Sella, sul versante orientale del massiccio della Mendola ad un'altitudine che va dai 500 e 550 mlsm, ancora più in alto rispetto a quelli di Gewürztraminer con cui si produce l'Epokale, vino che tanto ha fatto parlare di Tramin per i clamorosi risultati ottenuti dalla critica internazionale nell'ultimo anno.
L'età media dei ceppi di Chardonnay allevati in parte a Pergola semplice aperta e in parte a Guyot e di 25 anni, ma ciò che mi ha colpito di più visitando questi vigneti è la loro pendenza, che in alcune parcelle arriva sino al 30%. Un terroir, questo, che non veniva considerato adatto alla produzione di grandi Chardonnay, per via della poca struttura conferita ai vini prodotti a queste altitudini, ma l'esposizione a sud-est in realtà garantisce giornate calde e soleggiate che agevolano proprio la struttura, mentre le forti escursioni termiche notturne e la presenza di correnti fredde provenienti dalle montagne lavorano al fine di preservare la freschezza e di aumentare l'espressività dello spettro olfattivo. Il tutto è coadiuvato da terreni ricchi di ghiaia calcarea mista ad argilla, perfetti per avere il giusto equilibrio fra struttura e finezza, fra forza e slancio.
alto adige chardonnay
Uno Chardonnay di montagna a tutti gli effetti che mi ha spinto fino a 2500m per poter assaggiarlo in anteprima alla cieca in una degustazione comparativa con alcuni dei vini più rappresentativi degli areali più vocati alla coltivazione di questo varietale in Italia e nel mondo (Friuli, Piemonte, Umbria Borgogna, Austria, Germania, California).
Non starò qui a riportarvi le mie note di degustazione riguardanti gli altri vini, ma posso dirvi con assoluta sincerità che il Troy di Tramin ha avuto l'ardire di ben figurare in un contesto in cui i vini scelti (che trovate qui nella foto qui di seguito) potevano tranquillamente “dargli la paga”!
tramin degustazione
Ciò che mi ha convinto di più del Troy è stata la sua grande identità che ha permesso a molti dei presenti di non avere dubbi riguardo la sua provenienza espressa da un'eleganza del frutto e del fiore tipica dei bianchi dell'Alto Adige, resa complessa e per nulla banale da folate balsamiche e lievi speziature che hanno fatto da perfette prefazioni ad un sorso dall'attacco avvolgente pronto a distendersi con grande slancio e disinvoltura, in una dinamica fresca e profondamente sapida.
Una delle note più positive è stata quella rappresentata dalla grande integrazione del legno, che mi preoccupava molto sapendo dell'affinamento per quasi un anno in barrique di cui circa la metà nuove. E' grazie al dosaggio magistrale dell'affinamento (proseguito poi per 22 mesi sulle fecce fini in acciaio e successivamente in bottiglia) che il varietale ha potuto palesare la sua grande identità territoriale attraverso peculiarità che solo in questo areale e ancor più in questi vigneti sa acquisire.
affinamento troy
Ho avuto modo di parlare con Willi in diverse occasioni della sua di vino e ho apprezzato quanto la sua ricerca dell'eleganza e della finezza non parta da mere concezioni enologiche, bensì dalla consapevolezza più profonda di ciò che le vigne dell'Alto Adige possono esprimere. Una consapevolezza che passa attraverso la sua passione per la viticoltura, portata avanti insieme a suo fratello negli appena 8000 metri di vigna condotti secondo i principi della biodinamica e dai quali produce non più di qualche bottiglia per il consumo familiare e per gli amici. Se c'è un comun denominatore fra gli enologi con i quali ho avuto più empatia e dei quali ho sentito più nelle mie corde l'operato è, senza ombra di dubbio, la loro voglia di partire della vigna, imparando ad interpretarne al meglio il prodotto cercando di comprendere, giorno dopo giorno, annata dopo annata, cosa non fare ancor prima di ciò che possono fare. Il Kellermeister di Tramin questo lo sa e, credo fermamente, che per un vignaiolo conferitore sapere di poter affidare il frutto del proprio lavoro in vigna ad un enologo-viticoltore così rispettoso possa rappresentare un motivo di orgoglio e di grande serenità.
Kellermeister. willi sturz
Assaggiando anche gli altri vini prodotti dalla Cantina Tramin, dallo sferzante Gewürztraminer Nussbaumer all'elegante Maglen Blauburgunder (Pinot Nero), passando per l'eloquente Epokale e il freschissimo Sauvignon Pepi è facile capire quanto sia costante e imprescindibile la ricerca dell'equilibrio nell'interpretazione di ogni annata, di ogni varietale, di ogni vigneto.
"Uno per tutti tutti per uno" è il motto che mi viene in mente quando penso a questo vino prodotto da Tramin, da un'unica vigna, lavorata da un unico vignaiolo, capace, però, di rappresentare un intero areale e il lavoro di tutti.

Un riferimento tra le cooperative virtuose dell'Alto Adige (e non solo), Tramin ha dimostrato ancora una volta la sua capacità di fare numeri importanti con un concetto di terroir diffuso mettendo al primo posto la vigna e i vignaioli e rispettandone il lavoro a pieno, di bottiglia in bottiglia.

F.S.R.
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domenica 14 ottobre 2018

Padre, figlia e vigna - La piccolissima realtà di Jurij Fiore e sua figlia Sara a Lamole

Quella che condivido con voi oggi è la storia di una piccolissima realtà nata dall'esperienza di un padre viticoltore ed enologo e dall'amore per sua figlia e per un territorio magico.
Parlo di Jurij Fiore, figlio d'arte del noto enologo Vittorio Fiore, e di sua figlia Sara che, a soli 22 anni, ha deciso di accompagnare suo padre in una nuova sfida agronomica ed enologica in una delle zone più vocate e peculiari dell'areale del Chianti Classico: Lamole.
E' proprio a Lamole che ho avuto modo di conoscere questa "micro" azienda agricola partita da un vigneto di neanche un ettaro fortemente cercato e voluto da Jurij che, ascoltando reminiscenze degli anziani della zona, vedeva in questo storico “cru” del Chianti Classico un forte parallelismo con Ruffoli, altra frazione di Greve in Chianti, in cui da 26 anni gestisce l'azienda di famiglia Podere Poggio Scalette.
cantina jurij fiore lamole
L'esperienza maturata in Borgogna e la continua voglia di mettersi in gioco ha portato Jurij ha fare una scelta che non ha mire imprenditoriali e non vuole assecondare i diktat del mercato, bensì vuole puntare all'espressione più identitaria di vigneti che dopo anni di corteggiamento è riuscito ad ottenere insieme alla fiducia degli stessi Lamolesi, notoriamente molto protezionisti.
vigne lamole chianti classico
I vigneti dai quali Jurij e sua figlia Sara producono i propri vini godono dei fattori più distintivi di Lamole: un'altitudine di ca. 600 metri, un terreno sabbioso e molto ricco di scheletro ed un ottima esposizione. Peculiarità alle quali si va ad aggiungere la forma di allevamento tradizionale del luogo, ovvero l'alberello lamolese. Una viticoltura naturalmente votata alla qualità e non di certo alla quantità.
Nello specifico, oggi, la Jurij Fiore e Figlia dispone di 1.6ha di vigna divisi in tre principali particelle: un appezzamento di circa 50 anni allevato sempre ad alberello (Lamolese), sempre Sangiovese ed altri del Chianti Classico ad un'altitudine 580 msm dal quale ho prodotto il vino Puntodivista.
Alcuni piccoli terrazzamenti di circa 18 anni allevati a cordone speronato, sempre Sangiovese ed altri del Chianti Classico, con un'altitudine di 590 mslm dal quale nasce il NonLoSò.
Infine l'ultimo acquisito che vanta ceppi di circa 100 anni e ospita i vitigni tradizionali del Chianti Classico (principalmente Sangiovese), sempre allevati ad alberello ad un' altitudine di 650 mslm.
vigneti alberello lamole
Il primo capitolo di questa storia è iniziato nel migliore dei modi, grazie ad un'annata favorevole come 2015 che ha permesso a padre e figlia di produrre sin dalla prima vendemmia 3 vini, frutto di vinificazioni separate dei vari vigneti: un Rosato e due rossi Sangiovese.
Ho atteso la seconda annata di produzione per parlarvi dei vini di Jurij e Sara ma non l'ho fatto perché nutrivo dubbi sulla loro qualità, bensì perché desideravo avere da un lato un termine di paragone che da un lato potesse darmi una percezione più ampia ed attendibile (per quanto poche possano essere due annate) del lavoro di questa micro-azienda e dall'altro potesse dar modo a padre e figlia di entrare ancor più in empatia con i vigneti, con Lamole e con il lavoro di squadra.
sara fiore vino
Condivido, quindi, le mie impressioni sui vini dell'Az. Agr. Jurij Fiore e Figlia dell'annata 2016 dei Rossi e 2017 del Rosato:
vini jurij fiore e figlia lamole
Puntodivista DOCG Lamole Chianti Classico 2016: è "il vino come dovrebbe essere" secondo il viticoltore-enologo, prodotto da quello che era il vigneto più vecchio prima dell'acquisizione della vigna centenaria, Jurij e Sara hanno prodotto un vino che sa tanto di Sangiovese quanto di Lamole, capace di arricchire il corredo aromatico varietale con fresche note balsamiche e una lieve e ben dosata speziatura. Il sorso è sferzante nella sua acidità, agile e profondo. Scongiurato il rischio di risultare esile in un'annata che io amo e preferisco alla 2015 nelle zone "classiche" del Sangiovese proprio perché più tesa ed elegante, ma che in una zona già così vocata alla freschezza e alla finezza come Lamole poteva lesinare struttura. E' qui che l'alberello lamolese, l'esposizione e l'esperienza dell'uomo e delle piante stesse entrano in gioco dando forza e corpo ad un vino che non manca di nulla e che preannuncia già un grande potenziale evolutivo.
Una dinamica armonia che rispecchia a pieno il rapporto padre-figlia, saggezza e freschezza, la classicità che si fa espressione contemporanea di una terra unica per bellezza e vocazione. 

Nonlosò DOCG Lamole Chianti Classico 2016: un'interpretazione integra del terroir lamolese, espressione sincera del vigneto terrazzato allevato a cordone. E' un Sangiovese di razza, puro, nitido nel varietale e fresco sin dal primo naso. Il sorso entra sicuro, con l'i
ncedere deciso ma non frettoloso di chi vuole lasciare il segno del suo passaggio con classe e senza far troppo "rumore". Una bocca vibrante, profonda nel suo allungo fresco e salino. Un vino dalla grande riconducibilità territoriale. Vederlo come un mero gregario del Puntodivista sarebbe riduttivo e quanto mai sbagliato in quanto questo "Nonlosò" ha una sua propria  e spiccata personalità.

L'Amore Alta Valle della Greve IGT 2017: Lamole è nota per la finezza che sa conferire allo spettro olfattivo del Sangiovese e per l'eleganza e dinamica freschezza che sa donare ad ogni sorso dei vini ivi prodotti, quindi quale miglior territorio per produrre un Rosato capace di coniugare classe e beva?

L'idea di Jurij è quella di cercare di produrre vini che abbiano un filo conduttore con la sua matrice enologica borgognona in termini di slancio, eleganza e finezza ma che, al contempo, preservino ed evidenzino le peculiarità di un territorio storicamente vocato come quello di Lamole senza scadere nell'omologazione a cui spesso si assiste quando si parla di “Chianti Classico” in senso lato.

A Jurij ci sono voluti 25 anni per convincere i lamolesi ad affidargli quei piccoli appezzamenti tramandati di generazione in generazione dalle storiche famiglie del luogo e ora che può, finalmente, godere di questi vigneti il suo obiettivo non può che essere quello di produrre, insieme a sua figlia Sara, vini capaci di esprimere una forte identità territoriale e varietale e, a giudicare dalle due annate che ho avuto modo di assaggiare, la Jurij Fiore e Figlia ci sta riuscendo alla grande!
"Ci sono solo due lasciti inesauribili che dobbiamo sperare di trasmettere ai nostri figli: delle radici e delle ali."(H. Carter)

F.S.R.
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