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domenica 1 agosto 2021

Doc Maremma - Un areale che non manca di nulla se non ulteriore consapevolezza nel proprio potenziale vitivinicolo

Quando si pensa alla Toscana più vera e verace, a quella più integra e concreta la mente va subito alla Maremma. Eppure, quando ci spostiamo in ambito enoico la Maremma non viene, spesso, contestualizzata come meriterebbe.
Questo, probabilmente, "a causa" della grande variabilità del suo territorio e alla complessità di un areale che, se parliamo di Doc Maremma (sul mercato dal 2014), è rappresentato, nell'intera provincia di Grosseto,  da più di 4.500 chilometri quadrati. Siamo al Sud della Toscana, è le zone vitivinicole in cui insiste la denominazione si estendono dalle pendici del Monte Amiata fino a lambire la costa maremmana e l’Argentario, comprendendo anche i pochi ettari rimasti sull'isola del Giglio, per un totale di ca. 8.750 ettari vitati. Un’area geografica caratterizzata da condizioni pedoclimatiche molto diversificate che incidono profondamente sulle caratteristiche della ricca e variegata gamma di vini proposta.
maremma doc vigne
Per chi ama geologia e "climat", per chi vive il vino con estrema curiosità in termini ampelografici e di singole identità zonali, la Maremma è un vero "parco giochi" in cui si ha l'impressione di poter appagare la propria curiosità senza soluzione di continuità.
Dai dolci colli dell'entroterra, ci si sposta a nord ovest verso le Colline Metallifere e a nord est verso il vulcano spento del Monte Amiata. Poi abbiamo le terre del tufo, ovvero il comprensorio di Pitigliano e Sorano, luoghi dal fascino infinito, in cui non è raro trovare cantine scavate nel tufo, proprio come le necropoli etrusche di cui questa zona è piena. Spostandoci verso la costa, troviamo il suggestivo promontorio dell’Argentario e attraversando il mare possiamo godere della viticoltura isolana dell'Isola del Giglio, ancora impostata come da tradizione con terrazzamenti e piante impalcate con canne incrociate. La fascia costiera, in toto, vanta suoli principalmente di matrice argillosa.
vigne pitigliano tufo
In un caleidoscopio pedoclimatico come quello dell'areale maremmano non poteva che affondare le proprie radici una base ampelografica ampia e variegata, composta da imprescindibili vitigni tipici come il Ciliegiolo, il Canaiolo nero, il Sangiovese, il Pugnitello, l'Aleatico, il Vermentino, il Trebbiano, l'Ansonica, la Malvasia, il Grechetto e da varietà internazionali come l'Alicante (sinonimo di Grenache, qui presente storicamente), il Cabernet Sauvignon, il Cabernet franc, il Merlot, la Syrah, il Petit Verdot, il Viognier, il Sauvignon, lo Chardonnay. Base che assume ancor più variabilità se si pensa alla moltitudine di declinazioni che il territorio permette di matrice pedologica in matrice pedologica, di altitudine in altitudine, di esposizione in esposizione.
terreni maremma vigne
Una Toscana diversa, quindi, in cui il Sangiovese non surclassa gli altri varietali, pur rappresentando ca. la metà del parco vigna dell'areale. (Ovviamente il fatto di condividere i vigneti con alcune doc a trazione Sangiovese come quella del Morellino di Scansano e del Montecucco incide sulla minor presenza di Sangiovese a Doc Maremma).
maremma vigne
Questa ricchezza ampelografica non va - a mio modo di vedere - letta come una confusa e poco identitaria scelta commerciale, bensì come un'opportuna e ponderata scelta di andare a impiantare ciò che meglio si può esprimere in quel determinato contesto pedoclimatico, cercando di ottenere da terreni di matrici diverse, da micro climi differenti e da altitudini che vanno dal livello del mare a ben oltre 500m slm il meglio in termini di combinazione vitigno-territorio.

Avere a disposizione una tavolozza di colori da utilizzare in purezza o in combinazione con altri, con pennellate materiche e sicure o fini e sfumate, deve rappresentare un valore aggiunto per i produttori della Maremma e molti di essi si stanno dimostrando sempre più consapevoli del potenziale del proprio territorio e della duttilità delle proprie uve. L'obiettivo, però, non deve essere traviato da dinamiche meramente commerciali bensì deve mirare ad enfatizzare ciò che è possibile qui più che in altre aree: la possibilità di attingere a sottozone dalla risposta ideale ai cambiamenti climatici, l'attitudine di alcuni terreni a rispondere alle esigenze dei palati più contemporanei in termini di freschezza e agilità, la propensione di alcuni varietali a quell'eleganza che per anni non è stata contemplata fra le peculiarità dei vini maremmani ma che, invece, è e può essere ricercata e trovata da molte referenze delle realtà di queste zone.
vini di maremma
Ecco perché durante il mio ultimo viaggio in loco ho voluto assaggiare e comparare una selezione di vini ad ampio spettro, che abbracciasse quasi tutte le "categorie" prodotte in Maremma.
Tra i vini bianchi spicca, ovviamente, il Vermentino che rappresenta una scommessa vinta dalla Maremma e che può, senza tema di smentita, diventare il punto di forza della produzione locale sia per la potenzialità di assorbimento commerciale da parte della costa che come traduttore territoriale, essendo presente in quasi tutte le ideali "sottozone" e manifestando in maniera nitida le differenti peculiarità zonali. Resiste ancora l'Ansonica, vitigno tipico dell'Isola del Giglio e della "Costa d'Argento" che, nonostante le asperità dei vigneti storici, sta cercando di resistere attraverso l'opera di alcuni virtuosi produttori che continuano a credere in un varietale che ben rappresenta la luminosità e il calore della costa, unitamente alla sua salinità marina e alla tessitura materica che alcune espressioni che contemplano la macerazione (purché ben gestita e dosata) sanno conferire.
Interessanti per la loro capacità di adattamento e per le evidenti sfaccettature territoriali che sanno assumere nel calice i vini base Viognier e Chardonnay, sicuramente più performanti in purezza che in fuorvianti blend con il Vermentino.
rosati maremma
Una delle categorie più in crescita sia in termini di produzione che in termini di interesse, inoltre, è quella dei rosati che in Maremma trovano terreno fertile data la possibilità di accedere ad uve spesso ideali per la produzione di vini freschi, profumati e salini ma non scontati, come si confà a degli ottimi rosè. Uve come il  Sangiovese, il Ciliegiolo, l'Alicante e la Syrah, ma anche il Merlot e l'Aleatico ben si prestano alla vinificazione in "rosa", dando origine a referenze degne di nota, che possono rappresentare una chiave di lettura territoriale intelligente e vincente, se contestualizzata in maniera opportuna all'interno di un territorio che produce rosati per vocazione e non per la sola necessità di assecondare pedissequamente i trend di mercato.
La Toscana è una regione a trazione rossista e la Maremma rappresenta l'areale in cui potrete trovare, a seconda delle microzone, tutte le interpretazioni varietali, di uvaggio e di blend che trovate nel resto della regione. Dal Sangiovese al Ciliegiolo, dall'Alicante (Grenache) al Pugnitello, passando per i blend base Sangiovese con saldi di uve internazionali ai tagli bordolesi classici in cui spiccano quelli fra Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc. Poi ci sono i bivarietali Merlot & Cabernet (la Doc Maremma è stata la prima denominazione ad ottenere la possibilità di riportare in etichetta il bivarietale) e le espressioni in purezza di Merlot, Syrah e Petit Verdot, che rappresentano nicchie di interesse che molti produttori stanno esplorando negli ultimi anni portando nel calice vini non scontati e dal potenziale inaspettato in termini di armonia e longevità.
maremma paesaggio
Quella che pensavo potesse essere una problematica - ovvero l'ampissima gamma di vini prodotti nella Doc - in realtà si sta dimostrando un potenziale valore aggiunto là dove non si prenda le possibilità del disciplinare "come un menù dal quale ordinare tutto", bensì come una lista di possibilità da attuare con cognizione di causa e in maniera ponderata in base alla predisposizione di vitigni e vigneti. Ecco perché nonostante il Vermentino si sia ritagliato un ruolo fondamentale in termini di rappresentatività territoriale e spendibilità commerciale, e sebbene varietali come il Ciliegiolo e l'Alicante si stiano dimostrando opportunità più che interessanti (a patto che se ne scorgano e se ne valorizzino quelle peculiarità che rendono questi due vitigni in grado di dar vita a grandi vini), è il lavoro sulla valorizzazione e l'elevazione della percezione della Maremma in quanto territorio vitivinicolo d'elezione che può e deve fare la differenza. E' solo mostrando e dimostrando le qualità intrinseche a questo areale che si può anteporre il terroir a tutto il resto, comprese le basi varietali o le singole interpretazioni enologiche.
vigne maremma
La storia della Maremma è quella di un territorio che è passato dall'essere una terra di importanza assoluta per gli Etruschi alla stasi dell'epoca in cui erano i grandi stagni a segnare la fisionomia dell'areale. I tempi dei butteri e dei loro cavalli, dei pascoli e dei carbonai, ma anche della malaria che ha afflitto questo territorio per molti anni.
Poi arrivò la grande bonifica che tra il 1828 e il 1830 trasformo quella che era una vera e propria palude in un'area fertile nella quale molti si spostarono per coltivare terre che avrebbero, a lungo andare, permesso alla Maremma di preservare l'integrità paesaggistica che possiede tutt'ora, lontana dall'industrializzazione e fiera della sana alternanza delle campagne d'un tempo.
E' proprio grazie alle sue sfortune e all''opera virtuosa e rispettosa di chi oggi ne coltiva i terreni e le vigne in particolare che, oggi, la Maremma può affermarsi come areale ricco di biodiversità e di realtà che fanno delle sostenibilità un valore imprescindibile, dalla vigna al bicchiere.
vigne
E' per questo che reputo questo areale degno di essere annoverato fra i punti di interesse più meritevoli visitati da quando scrivo di vino e per questo continuerò ad approfondire la conoscenza dei singoli micro areali e delle realtà che insistono in essi. Il rispetto profuso dai viticoltori e la qualità media sempre più elevate dei vini prodotti fa ben sperare per un futuro molto più vicino di quanto si pensi e di quanto pensino i produttori maremmani stessi che se peccano di qualcosa e solo di una maggior consapevolezza nei propri mezzi. Perché per anni hanno "giocato" un campionato minore, relegando i propri vini - almeno concettualmente - alla sola prontezza di beva e maggior agilità, quando oggi quelle caratteristiche possono fungere da base all'ottenimento dei valori ai quali tutti dovrebbero anelare: l'eleganza e la finezza. 

Una Maremma selvaggia e senza tempo nei paesaggi ma contemporanea ed elegante nei vini, dunque. Una provocazione? Staremo a vedere! 

Se state ancora scegliendo le mete per i vostri prossimi tour enoici, segnatevi questo territorio e, sono certo, non ve ne pentirete! Io, da par mio, vi aggiornerò di tour in tour, con dei focus sul pedoclima zonale e sulle singole identità di zona, segnalandovi, nelle mie selezioni, i produttori che si dimostreranno più meritevoli.


F.S.R.
#WineIsSharing

martedì 27 luglio 2021

Vite in Riviera - Il Ponente Ligure e il suo grande potenziale vitivinicolo tra Pigato, Vermentino, Ormeasco, Rossese, Granaccia e non solo!

C'è una lingua che guarda al mare spesso poco considerata in termini vitivinicoli ma che vanta una concentrazione di unicità propria solo dei grandi territori. Parlo della Liguria e in particolare della Riviera Ligure di Ponente, una fascia collinare affacciata sul Mar Ligure che racchiude in pochi km, tra le province di Savona ed Imperia, vigneti e varietali dal potenziale ancora solo parzialmente esplorato seppur siano carichi di storia.
riviera ligure di ponente
Data la mia grande attenzione nei confronti delle associazioni di vignaioli che stanno nascendo in giro per l'Italia, ho accolto con grande positività e propositività l'invito della rete d'impresa Vite in Riviera che qualche settimana fa mi ha portato a riscoprire questo interessantissimo territorio.
visite in cantine wine blogger liguria

La Riviera Ligure di Ponente gode degli influssi benefici del Mar Mediterraneo e della protezione delle Alpi, con valli strette e ripidi pendii che impongono una viticoltura per lo più virtuosa e in molti casi eroica.
In questo areale così contenuto troviamo una ricchezza di varietali capaci di esprimere il territorio con sfumature e declinazioni fortemente identitarie come: il Pigato, il Vermentino,  la Lumassina, il Moscato (Moscatello di Taggia), la Granaccia e il Rossese di Dolceacqua (al quale si aggiunge l'ormai quasi perduto Rossese di Campochiesa) e il Dolcetto “di montagna” ovvero l'Ormeasco di Pornassio.
vini liguri
E' proprio girando per vigne e cantine che ho avuto modo di comprendere quanto la generalizzazione in questo areale sia impossibile anche in termini varietali con il Pigato che pur essendo stato avvicinato in termini genetici al Vermentino vanta espressioni completamente differenti, specie se si parla di cloni più antichi. Lo stesso vale per la Granaccia che si distingue fra vecchi biotipi (purtroppo ancora presenti solo in alcuni vigneti) e la più “comune” Grenache che possiamo incontrare negli impianti più recenti. Poi c'è la storia del Rossese che si divide nel più noto Rossese di Dolceacqua (ormai sempre certa la stretta parentela con il Tibouren francese) e nella varietà ormai quasi del tutto perduta denominata Rossese di Campochiesa, più snella e potenzialmente molto interessante nell'epoca odierna ma di certo abbandonata per via delle sue caratteristiche sin troppo “esili e fini” che in altre “ere enoiche” venivano percepite come negative.
L'obiettivo di questo viaggio in Riviera Ligure di Ponente per me non era solo quello di visitare cantine e assaggiare i vini del territorio, bensì scoprire quali potessero essere le reali potenzialità di un territorio che per anni si è “accontentato” di vendere gran parte della propria produzione internamente, usufruendo del turismo costiero e del consumo locale.
Nata nel 2015, Vite in Riviera è una rete di aziende vitivinicole e olivicole il cui obiettivo è quello di valorizzare i prodotti tipici del territorio del Ponente Ligure attraverso azioni di divulgazione coerenti e attente.
Nel cuore di Ortovero Vite in Riviera gestisce anche l'Enoteca Regionale di Liguria, dove io stesso ho avuto modo di degustare una selezione di vini del territorio.
Vite in Riviera è composta della seguenti aziende:
Azienda Agricola Altavia
DOLCEACQUA (IM)

Azienda Agricola aMaccia
RANZO (IM)

Azienda Agricola Anfossi
BASTIA D'ALBENGA (SV)

Azienda Agricola Bruna
RANZO (IM)

Azienda Agricola Cascina Nirasca
PIEVE DI TECO (IM)

Azienda Agricola Cascina Praiè
ANDORA (SV)

Azienda Agricola Claudio Vio
VENDONE (SV)

Azienda Agricola Dell’Erba
ALBENGA (SV)

Azienda Agricola Enrico Dario
BASTIA D'ALBENGA (SV)

Azienda Agricola Foresti Marco
CAMPOROSSO (IM)

Azienda Agricola Innocenzo Turco
QUILIANO (SV)

Azienda Agricola Lombardi
TERZORIO (IM)

Azienda Agricola Poggio dei Gorleri
DIANO MARINA (IM)

Azienda Agricola Ramoino
SAROLA (IM)

Azienda Agricola Torre Pernice
ALBENGA (SV)

Azienda Biologica Bio Vio
BASTIA D'ALBENGA (SV)

Azienda Vitivinicola Guglierame
PORNASSIO (IM)

Cantina Lupi
ANDORA (SV)

Cantine Calleri
ALBENGA (SV)

Cascina Feipu Dei Massaretti
ALBENGA (SV)

Cooperativa Viticoltori Ingauni
ORTOVERO (SV)

La Vecchia Cantina
ALBENGA (SV)

Podere Grecale
SANREMO (IM)

Podere San Sebastiano
ALBENGA (SV)

Società Agricola RoccaVinealis
ROCCAVIGNALE (SV)

Tenuta Maffone
PIEVE DI TECO (IM)

Tradizione Agricola Sommariva
ALBENGA (SV)

vigne liguria
Nello specifico le denominazioni rivendicate dalle aziende di Vite in Riviera sono le seguenti:
Riviera Ligure di Ponente Doc: Pigato, Vermentino, Moscato (e/o Moscatello di Taggia), Rossese, Granaccia.
Rossese di Dolceacqua Doc
Pornassio o Ormeasco di Pornassio Doc
Terrazze dell’Imeriese Igt
Colline Savonesi Igt

Come di consueto, trattandosi di una forma associativa, nel rispetto di tutti i produttori non vi parlerò in questo pezzo dei singoli vini, ma vi darò qualche impressione generale sulle varie zone visitate e sulla qualità generale degli assaggi fatti.
Vermentino & Pigato
Per quanto concerne la Doc Riviera Ligure di Ponente è evidente il traino del Vermentino in termini di numeri e di richiesta, ma ha rappresentare in maniera nitida il territorio è, senza tema di smentita, il Pigato che vede le quote di mercato allargarsi e la qualità diffusa salire in termini di espressività varietale ma anche e soprattutto in quanto a interpretazione del singolo produttore. Se fino a qualche anno fa il Pigato veniva proposto solo come vino d'annata, da bere fresco, magari durante le vacanze in Riviera, oggi sono numerose le aziende che stanno cercando di spingere questo vino verso la percezione che merita, innalzando la qualità tramite maggior attenzione in vigna, rese più basse, vinificazioni più attente (fondamentale l'affinamento sulle fecce fini) e, in alcuni casi, decidendo di far uscire il proprio vino con un affinamento in bottiglia più lungo in modo da poter dimostrare quanto il Pigato sappia dare tra il secondo e il terzo anno di dalla vendemmia. Complessità varietali votate non più al solo frutto fresco e alle sfumature floreali, ma anche alla mineralità (non è rara lo sviluppo di sentori ascrivibili al TDN, che avvicina il naso di molti Pigati al Riesling) e ad una più marcata profondità di sorso, non così scontata per un vitigno che non vanta un'altissima acidità di base ma di certo può giocarsi la carta dell'agilità grazie alla grande sapidità che fa da comun denominatore per l'intero territorio. Se il Vermentino può essere un passpartout grazie alla maggior conoscenza del varietale da parte dei consumatori italiani e stranieri, torno dalla Riviera Ligure di Ponente convinto che sia il Pigato la vera scommessa di questo areale, capace di esprimere le singolarità grazie alla sua diffusione in vigneti propri di ogni sottozona. In un'epoca in cui la ricerca delle nicchie d'eccellenza e dei varietali autoctoni è, fortunatamente, cresciuta la mission delle realtà del territorio e di reti come Vite in Riviera deve necessariamente essere far conoscere questo vino e innalzarne la percezione anche in termini commerciali.
Ormeasco di Pornassio
Altra unicità, seppur il vitigno possa sembrare “fuori casa”, è l'Ormeasco di Pornassio, che amo definire “il Dolcetto di montagna”, anche se a rigor di logica dovremmo parlare di alta collina.
Per me che amo la viticoltura d'altura andare a scoprire vigneti che si spingono dai 600 agli oltre 800m slm in Liguria è stata un'esperienza fondamentale per comprendere ancor più approfonditamente quanto siano variegate e sfaccettate le potenzialità di questa regione e di questo specifico areale.
Qui il Dolcetto dal raspo rosso affonda le proprie radici nei depositi alluvionali di ghiaia e sabbia che tanto vocata rendono questa terra. La grande escursione termica giorno-notte fa il resto, regalando all'Ormeasco finezze aromatiche e freschezza impensabili altrove.
Oltra al Rosso e Rosso Superiore, mai troppo carichi di colore, ben bilanciati fra struttura e acidità e dinamici al sorso, con chiusure molto saporite di sale e di ferro, c'è uno dei Rosati più interessanti dell'intera penisola, ovvero l’Ormeasco Sciac-trà ("schiaccia e trai") che viene prodotto con una brevissima macerazione post-pigiatura, quindi non per salasso. E' evidente che questo Sciac-trà nulla abbia a che vedere con lo Sciacchetrà delle Cinque Terre.
L'Ormeasco di Pornassio, nonostante i numeri contenuti della sua produzione, può rappresentare un'ulteriore veicolo di interesse nei confronti della viticoltura della Riviera Ligure di Ponente, offrendo contesti suggestivi sia in termini di viticoltura che di espressività organolettica.
Granaccia Ligure
Tra le varie derivazioni della Grenache che possiamo incontrare in tutto il territorio italiano (vedi Tai Rosso, Vernaccia Nera di Serrapetrona, Gamay del Trasimeno, Cannonau ecc...) la Granaccia Ligure è quella che meno ha “nascosto” la sua parentela con il noto vitigno francese (che a sua volta sembra provenire dalla vicina Spagna (probabilmente dalla Catalogna o dall'Aragona). Eppure i vecchi cloni trovati in alcuni vigneti di Quiliano sembrano asserire con forza che la Granaccia “originale” di queste zone, ovvero quella più tipica, è ben distinta dalla Granaccia/Grenache impiantata nel corso degli ultimi anni in molte sottozone della Riviera Ligure di Ponente e non solo.
Ecco perché troveremo: da un lato pochi vini prodotti con questi tradizionali cloni presentarsi più scarichi nel calice, con aromi più votati al fiore che al frutto, un'intrigante speziatura naturale. maggiori finezze e un'acidità più marcata, con chiose ematiche evidenti; dall'altro una maggior diffusione di vini più carichi, con maggior estratto, ben bilanciati fra corpo e freschezza, con un profilo organolettico più intenso e denso, sicuramente più vicini alle interpretazioni spagnole del vitigno.
Vedo in queste due espressioni di quello che per convenzione è considerato lo stesso vino una possibilità interessante ed intrigante che va ad arricchire ulteriormente di varietà la proposta enoica di questo piccolo areale. Inoltre, la presenza dei cloni storici può rappresentare un termine di paragone importante che, attraverso la comparazione, può e deve portare – a mio avviso – a riconsiderare alcune interpretazioni di Granaccia, oggi, forse anacronistiche in quanto troppo ricche e morbide.
Rossese di Dolceacqua
Il mio viaggio alla scoperta e alla ri-scoperta delle sottozone della Riviera Ligure di Ponente e delle sue eccellenze enoiche non poteva che portarmi fino al micro-areale del Rossese di Dolceacqua, storico vino ligure, capace di ritagliarsi nicchie di interesse sempre maggiori negli ultimi anni, grazie all'opera di virtuosi produttori capaci di trarre dagli antichi terrazzamenti sui quali poggiano per lo più vigne per lo più eroiche per la loro pendenza, vini di grande eleganza.
Il Rossese di Dolceacqua è allevato da secoli in provincia d’Imperia, per lo più con il sistema dell'alberello ligure, ancora presente in molte particelle dei vigneti della denominazione, con ceppi che oltrepassano persino i 100 anni di età.
Solo recentemente è stata evidenziata la stretta parentela con il varietale francese Tibouren coltivato in Provenza, ma la diversità di biotipo e il suo adattamento a questo territorio e al tipico terreno scisto-marnoso ha portato il Rossese di Dolceacqua a maturare una sua propria espressività.
Nonostante la particolare sensibilità del vitigno alle principali patologie della vite (specie quelle enfatizzate dall'umidità) il clima sempre più arido ma al contempo la mitigazione del mare e le escursioni termiche date dall'altitudine, stanno offrendo scenari interessanti per gli abili vignaioli del Rossese di Dolceacqua che negli ultimi anni hanno portato in bottiglia vini sempre più interessanti in termini di armonia e potenziale di longevità, specie nelle versioni Superiore.
La delicatezza del vitigno, la difficoltà di gestione dei vigneti impervi e alcune particolarità come la tendenza all'acinellatura del grappolo del Rossese di Dolceacqua avevano fatto quasi scomparire questo vitigno dalle campagne di questa circoscritta area della Riviera di Ponente, ma come per il Pigato anche in questo caso l'obiettivo dei piccolo produttori locali è e deve necessariamente essere la valorizzazione del vino anche in termini economici elevandone la percezione e, quindi, la remunerazione.
cene produttori degustazione
Considerazioni finali
Il problema di fondo delle aree che ho avuto modo di visitare e dell'intera produzione vitivinicola della Riviera Ligure di Ponente è proprio la scarsa redditività delle aziende che hanno consapevolmente assecondato un periodo di stallo dato dalla “facilità” commerciale indotta dalla vendita agli esercizi locali e alle regioni limitrofe (Piemonte e Lombardia fra tutte). Questo non ha permesso uno sviluppo più rapido del territorio che potrebbe aumentare i numeri mantenendo la alta la qualità dei vini prodotti solo avendo una maggior remunerazione in bottiglia.
La mia personale percezione è che la qualità sia cresciuta notevolmente e che, anche grazie ad associazioni come Vite in Riviera e quindi al confronto fra le singole aziende e i singoli produttori, si stia maturando una maggior consapevolezza nei propri mezzi e una visione più ampia del potenziale di questa area della Liguria.
Ho voluto fortemente riunire attorno a un tavolo in più di un'occasione i rappresentanti delle aziende dell'associazione e ciò che ho potuto scorgere oltre la voglia di presentare la propria identità aziendale e i propri vini è una voglia di uscire da quei confini che per anni hanno fatto da freno alla viticoltura ligure in toto e a quella della Riviera di Ponente nello specifico. La coesione e la volontà di guardare al futuro con rinnovata passione e  maggior consapevolezza sono palesi all'interno di Vite in Riviera (e anche nelle realtà che non ancora ne fanno parte ma, confido, presto vi entreranno) e sono certo che questo gruppo di cantine fungerà da traino per l'intero contesto territoriale.
Nei prossimi mesi avrò modo di parlarvi degli assaggi che mi hanno colpito particolarmente, ma nel frattempo, mi sento di consigliarvi di dedicare maggior attenzione ai vini di questo areale in quanto sembra essere il momento giusto per trovarsi nel calice, con buone probabilità, qualcosa in grado di stupire per personalità e contemporaneità.

F.S.R.
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giovedì 22 luglio 2021

Benvenuto Brunello cambia data! L'anteprima del vino di Montalcino anticipa a novembre 2021.

Era nell''aria da qualche settimana e oggi è arrivata l'ufficializzazione: la prossima edizione dell'anteprima Benvenuto Brunello si terrà a novembre! 
Qui di seguito il comunica stampa appena diramato dal Consorzio del vino Brunello di Montalcino.
benvenuto brunello anteprima novembre

(Montalcino – SI, 22 luglio 2021). Nuove date e collocazione autunnale per Benvenuto Brunello. Già a partire da quest’anno, l’evento di anteprima del Consorzio del vino Brunello di Montalcino si sposterà in pieno autunno, con la 30^ edizione dedicata al debutto dell’annata 2017 e alla Riserva 2016 in programma nel complesso monumentale di Sant’Agostino dal 19 al 28 novembre. Una decisione, questa del Consorzio, che nasce dall’esigenza di rivedere il progetto delle Anteprime di Toscana, già espressa alla Regione e agli altri Consorzi del territorio.

“Da tempo avevamo manifestato la necessità di rendere l’evento di debutto delle annate più incisivo per il mercato, soprattutto quello internazionale, che per la nostra regione vale complessivamente circa un miliardo di euro di export - spiega il presidente del Consorzio del vino Brunello di Montalcino, Fabrizio Bindocci -. In questi 11 anni, le Anteprime di Toscana hanno avuto il merito di accendere i riflettori sul nostro immenso patrimonio vitivinicolo - prosegue Bindocci -. Ma in una fase di grande cambiamento come quella attuale, occorre avere il coraggio di innovare per centrare quegli obiettivi di promozione che le stesse aziende ci richiedono. Ribadiamo la nostra disponibilità al dialogo - conclude il presidente del Consorzio del vino Brunello di Montalcino - e a collaborare per identificare altri percorsi comuni di valorizzazione del vino made in Toscana”.

Per quanto riguarda il format, rigorosamente su invito, sarà la stampa nazionale e internazionale ad aprire il 19 e 20 novembre la dieci giorni del 30° Benvenuto Brunello. Nei giorni successivi gli appuntamenti del Consorzio coinvolgeranno influencer e blogger, sommelier di ristoranti stellati e operatori professionali dell’horeca e anche i winelover.

Per una denominazione che vede una quota dei propri vini venduti su assegnazione nazionale e, soprattutto, internazionale dare la possibilità di assaggiare i vini in anteprima prima che vengano immessi sul mercato (molto del vino venduto negli USA veniva solitamente spedito ancor prima delle date consuete dell'anteprima) questa scelta è sintomo di grande attenzione ed equità fra media e buyers nazionali e internazionali. Dopo essere stati i primi a portare a termine una vera e propria anteprima a marzo 2021, il consorzio più importante d'Italia continua a mantenere con sicurezza e coraggio il ruolo di capofila in termini di innovazione e visione prospettica.
Ora non ci resta che attendere le date delle altre anteprime enoiche per comprendere come verrà ridisegnato il calendario delle "en primeur" a livello regionale e nazionale.


F.S.R.

#WineIsSharing


 

Viandante del Cielo - La Skywalker Vineyards sceglie il Lago Trasimeno per la sua cantina italiana

Ieri ho avuto modo di visitare in anteprima, una realtà incastonata in un contesto incantevole, in cui la preservata biodiversità naturale e quella indotta e curata dall'uomo abbracciano uno dei laghi più belli del nostro paese: il Lago Trasimeno. Parlo della cantina Viandante del Cielo, progetto italiano della Skywalker Vineyards di George Lucas. Il celebre regista e produttore di Star Wars (e non solo) ama l'Italia e in particolare l'Umbria, nella quale è giunto dopo circa 10 anni di attente ricerche orientate ad aggiungere un'azienda vitivinicola italiana alle sue altre due cantine in California e in Provenza. 

Viandante del cielo Cantina Vini George Lucas

Ad accompagnarmi alla scoperta di questa realtà di poco meno di 4ha di vigneto (ad alta densità d'impianto) sono l'estate manager João Almeida (che coordina il team di maestranze locali), il tecnico del progetto Maurizio Castelli, Gabriele Gorelli (fresco del riconoscimento come primo Master of Wine italiano). Sono loro i professionisti che la proprietà ha voluto fortemente nella gestione di un lungimirante e virtuoso progetto vitivinicolo. Scelta apprezzabile, che dimostra contezza e sensibilità nei confronti delle dinamiche del vino italiano.

skywalker wines

Durante il consueto sopralluogo nei vigneti ho potuto appurare il pedoclima locale che vede i vigneti piantati lungo strette terrazze affacciate sul lago, con un'altitudine che va dai 330 ai 370m slm, godere dei benefici del microclima lacustre (tendenzialmente continentale con l'azione mitigatrice del lago) e della vocazione dei terreni formati da depositi argillosi lacustri del Pleistocene e di arenarie e marne dell'Oligocene-Miocene.

vigne lago trasimeno

Se la scelta è ricaduta su questa particolare area umbra è anche per la “libertà” di scelta in termini di soluzioni ampelografiche, tanto che la base prescelta al momento dell'impianto dei vigneti è caratterizzata da un mix di uve autoctone e di internazionali che ben si esprimono in queste condizioni (manca il Gamay del Trasimeno, ovvero la Grenache tipica del territorio, ma magari un giorno si aggiungerà ai vitigni a disposizione dell'azienda...)  Il tutto allevato in regime bio, sin dal principio. 

La cantina è completa e funzionale, dotata di acciai e cementi non vetrificati di “nuova” concezione, nonché di legni accuratamente selezionati per rendere al meglio l'idea di vino che il team del Viandante del Cielo vuole esprimere.

viandante del cielo vini

Ecco quindi l'incontro nel calice con le tre referenze prodotte in tutte le annate prodotte sino ad ora (2018-2019-2020):

vini guerre stellari

LUNGOLAGO Umbria Igt: da uve Chardonnay e Grechetto, rappresenta un connubio armonico e esaustivo di quella che è la concezione enoica del progetto, ovvero produrre vini capaci di attingere al territorio con un'apertura internazionale mai invadente, ben ponderata e tendenzialmente elegante. La 2018 è molto equilibrata, con una presa di legno ben dosata e grande integrità di frutto corredate di folate balsamiche e accenni speziati. Un sorso in cui struttura e acidità sono ben bilanciate, ampio il centro bocca e salino l'allungo finale. La 2019 è freschissima nel frutto e nel fiore. Il sorso è teso, vibrante, con un rapporto fra materia e slancio appannaggio della agilità. Salino il finale. La 2020 è generosa, importante nell'esposizione del frutto, con la miglior integrazione del legno (sia per materia che per età dei legni stessi). Il sorso è pieno, di giusta grassezza, con il comun denominatore salino a conferire dinamica di beva.

PRISTINVM Umbria IGT: da varietali a bacca rossa tipici del Centro Itaila Ciliegiolo, Pugnitello, Sanforte e Foglia Tonda è il vino che esprime in maniera nitida quanto poco sia scontata la scelta ampeolografica, anche tra gli autoctoni, in una zona come questa. L'esclusione del Sangiovese, in favore di vitigni che meglio si adattano a questo particolare pedoclima la dice lunga sull'acume e l'esperienza di chi ha opportunamente scelto di impostare questo vino, assieme agli altri, a partire dalla vigna. Un uvaggio in cui aromi fruttati, floreali e speziati (naturali) si fondono al meglio e struttura, nerbo, tonicità e fittezza tannica si completano vicendevolmente in ogni annata. La 2018 è quella più “pronta” attualmente, ma anche in questo caso è la 2019 a stupire per freschezza e dinamica di beva, con una 2020 più materica e profonda. In tutte le annate la texture tannica è fine e il sorso non è mai sgarbato.

Viandante del Cielo Umbria IGT: un taglio bordolese con prevalenza di Cabernet Sauvignon, Merlot e un saldo di Carmenere.C'è chi vede i vitigni internazionali come varietà alloctone, ergo distanti dai nostri territori, ma a me è sempre piaciuto vedere i vitigni – nella stragrande maggioranza apolidi – come meri traduttori di territori e, in quanto tali, strumenti per esprimere in maniera completa e trasversale i singoli terroir. Ciò che rende interessanti i distintivi vini come questo è l'ampiezza del range di comparazione che vede termini di paragone nazionali e internazionali grazie ai quali è ancor più evidente l'incidenza del territorio e delle scelte dell'uomo. Ecco perché un vino come questo, nonostante il suo “Bordeaux style” parla del Trasimeno e del contesto in cui nasce, senza scimmiottare niente e nessuno. Un vino che nella 2018 trova, ora, un vino che coniuga maturità di frutto ottimale, spezia intrigante e accenni vegetali in maniera impeccabile. Ottima l'integrazione del legno, nonostante fosse la prima annata. Il sorso è fiero nell'approccio e sicuro nell'incedere. Il tannino è fitto e saporito. La 2019 è la più balsamica, fresca, longilinea e saporita. La 2020 sta evolvendo molto bene, con una grande integrità di frutto, una spezia fine e note terrose pronte a raffinarsi nei classici aromi di goudron. Il vino mostra notevole equilibrio fra materia e percezione di freschezza, con un piglio importante ma non imponente e una buona agilità di beva. Il tannino è già fine e il finale ematico.

vini george lucas

Nel complesso non posso che essere lieto di aver accettato l'invito a visitare, per primo, una realtà che, seppur potesse sembrare fuori dal mio radar enoico, conferma quanto i preconcetti nel vino, così come nella vita, rischino sempre di precluderci nuove e interessanti esperienze. Conoscere i vigneti e il team di lavoro del Viandante del Cielo mi spinge a credere in un progetto in cui l'attenzione e la dedizione alla qualità in ogni fase dei lavori, in campo e in cantina, è maniacale.

Seguirò con interesse le evoluzioni, dalla vigna al bicchiere, di questa realtà ancora agli albori, ma di sicura prospettiva.


F.S.R.

#WineIsSharing


lunedì 19 luglio 2021

Enoicamente laico!

Qualche giorno fa mi è stato chiesto quale fosse il mio “genere” di vino preferito. Domanda che per molti di voi sarà sensata, in fondo nel vino un po' come nella musica ci sono generi, correnti e categorie che potrebbero rispecchiare maggiormente il vostro gusto ed essere più in linea con il vostro “mood” del momento. Eppure, per me non c'è nulla di più assurdo da chiedere a chi ama il vino, cerca di comprenderne le dinamiche e di apprezzarne l'infinita varietà territoriale, varietale e interpretativa.

Ecco perché a quella domande io ho semplicemente risposto “io non ho un genere preferito. Credo sia fondamentale essere laici, specie se si vuole comunicare il vino con imparzialità  e rispetto.”

VINO LAICO

E' proprio sul termine laico, usato in maniera provocatoria, che vorrei farvi riflettere, in quanto ben si adatta, a mio parere, a quello che è un approccio al vino super partes ma non per questo non coinvolto o appassionato.  Quando parliamo di “Fede”, infatti, il termine “laico” non si riferisce né ad un credente né ad un ateo né ad un agnostico. La laicità è, dunque, una forma mentis che implica un approccio razionale e pragmatico, scevro da preconcetti e da condizionamenti e lontano dall'adesione a determinate correnti di pensiero o credo enoici.

“La laicità non si identifica in alcuna filosofia o credo e vede il laico capace di disporre della propria ragione in maniera logica, senza manifestare pregiudizi o predisposizioni ideologiche nei confronti dell'argomento trattato.”

Argomento che, nel mio caso, è ovviamente il vino in senso stretto e in senso lato. Materia che, sin troppo spesso, viene volutamente data in pasto a leoni da tastiera attraverso diatribe ideologiche che vorrebbero ridurre tutto a fazioni che poco hanno a che fare con la realtà delle cose. “Cose” che sono mutate nel tempo, evolute o, forse, involute in alcuni casi, ma che continuano a cambiare in maniera costante e sempre più consapevole sia dal lato agronomico/enologico che da quello del venditore, somministratore e consumatore.

Un continuo divenire che dovrebbe portare al superamento di barriere ideologiche e non a erigere muri fra pensieri enologici e agronomici differenti, in quanto gli obiettivi – e per quello è giustificato lottare – più opportuni dovrebbero essere quelli orientati alla qualità e all'espressione nitida di identità territoriali differenti attraverso percorsi di vigna e cantina basati sul rispetto in senso stretto e in senso lato, modulati in base a contesti, dimensioni e mire commerciali.

Credo sia inutile tentare di sintetizzare e imbrigliare tutto in categorie spesso limitative e fuorvianti che prendono il nome di “vino naturale” o “vino convenzionale”. Per non parlare poi di chi afferma di voler bere solo “vini verticali”, "minerali", "acidi" o di avere una repulsione per il legno, o ancora di volere un mondo in cui esista solo il tappo a vite o  o altre generalizzazioni del genere, ma questo è un altro discorso... (lo affronterò prossimamente, insieme alle altre numerose diatribe che vedono coinvolti quotidianamente i produttori non sempre in maniera rispettosa e costruttiva).

Il rischio di entrare in pericolosi loop è palese e molti appassionati, addetti ai lavori e, persino, esperti degustatori stanno mostrando un'attitudine differente nell'approccio a categorie di vino che loro stessi o alcuni prima di loro hanno definito divergenti sulla base dei propri dogmi personali e di criteri di valutazione che non sempre rispettano e rispecchiano ciò che c'è a monte di quelle bottiglie. Sembra quasi che oggi si debba indossare l'effige dell'una piuttosto che dell'altra fazione per poter fare la voce grossa e non risultare troppo “democristiani”.

Da par mio, credo che sia fondamentale un approccio inclusivo, comprensivo e non denigratorio e distruttivo e ancor meno esclusivo, in quanto è solo con il confronto e la dialettica costruttiva che si può arrivare alla crescita. Come in una media aritmetica, è bene mettere da parte gli estremi e per questo io non ho mai voluto limitare la mia ricerca e le mie condivisioni enoiche a determinate “categorie”, bensì ho ritenuto opportuno conoscere e approfondire le dinamiche delle realtà più disparate, apprezzandone o meno le scelte enologiche e/o agronomiche, nonché le referenze degustate, ma sempre con ragionevole obiettività e rispetto delle scelte di chi è libero di decidere della propria attività.

Ecco perché se un vino che qualcuno etichetta come “naturale” è prodotto da un vignaiolo, un enologo o un produttore rispettoso del quale apprezzo l'approccio (non negligente) sono sempre pronto a scriverne e a elogiarne le qualità, tanto quanto elogio le qualità di vini prodotti con approcci definiti – spesso in maniera fuorviante – convenzionali se meritevoli. Sarei ipocrita se non vi dicessi che ho dei miei parametri degustativi e ho dei criteri attraverso i quali valuto le realtà che conosco e i vini che assaggio in giro per l'Italia premiandone alcune peculiarità dalla vigna al bicchiere, ma reputo altrettanto importante essere liberi da preconcetti a tal punto da non privarsi della sensazione che più di ogni altre alimenta la curiosità e voglia di fare ciò che faccio, ovvero lo stupore. Stupore del quale il pregiudizio è acerrimo nemico.

Girando così tanto negli ultimi 16 anni ho compreso cose a me ignote, cambiato idea non so quante volte, apprezzato l'acume di molti e constatato l'ottusità di altri, ma ho anche imparato a modulare ogni mia valutazione in base alle circostanze specifiche e alle peculiarità di ogni singola realtà e di ogni singolo vino in quanto l'unica cosa certa nel mondo del vino, come nella vita, è che di certezze non ce ne sono e che ogni giorno è giusto mettere in discussione le proprie convinzioni. Anche per questo ho sempre utilizzato la degustazione come primo step propedeutico alla selezione delle realtà da visitare e approfondire e non come solo criterio di valutazione di un'azienda. Assaggiando il vino prodotto da una determinata cantina possiamo dedurre molto ma non quanto basti a valutare e comprendere a pieno l'essenza di quella realtà, la sua storia, il suo approccio, il contesto in cui opera e le sue prospettive. Quindi è impensabile, per me, giudicare solo da un assaggio, ancor più se a quell'assaggio viene assegnata una "categoria" preconfezionata.
L'esempio lampante è rappresentato da quanto dovrebbero cambiare i principi della sostenibilità in base all'attitudine e alla vocazione di un determinato contesto vitivinicolo a un approccio meno impattante (è comprovato che una lotta integrata ben ponderata risulti meno impattante di una conduzione biologica in alcune zone molto piovose), mentre affidandosi a generalizzazioni che mettono solo stesso piano un vigneto a Vittoria e uno a Corno di Rosazzo non si può arrivare all'equità di valutazione. Lo stesso vale per le lavorazioni di cantina che possono essere orientate alla “sottrazione” piuttosto che all'addizione, ma meglio se si sa cosa e come togliere con la conoscenza tecnica. Se il fine è l'identità tutto ciò che omologa può essere nemico di tale valore e anche in questo caso possiamo avere estremi sia da un lato che dall'altro. Lo stesso vale per chi tende a ricondurre approcci come quello biodinamico  ai vini difettati che, in realtà, esistono in ogni "categoria" e sono frutto, solitamente, di negligenza e poca competenza tecnica. Difetti che come tali vanno percepiti e valutati ma, anche in questo caso, evitando generalizzazioni che tendono a fare di tutta l'erba un fascio. Alcuni dei più grandi vini al mondo siano frutto di tale approccio e molti dei principi della biodinamica sono giustificabili tecnicamente. Ciò che tende a fuorviare è il lato "esoterico", spesso strumentalizzato dai produttori stessi e poco utile a definire il lavoro di chi applica con senno e competenza ciò che di buono possono offrire le teorie della biodinamica. Lo stesso vale per chi si adopera per raggiungere il massimo dell'espressività dei propri vini in territori in cui è fondamentale trovare un equilibrio fra i principi dei vari "regimi" di conduzione agronomica al fine di avere il minor impatto possibile sull'ambiente e sulla qualità stessa del frutto del proprio lavoro. 

Essere "laici" non significa indossare i paraocchi o accettare qualsiasi scelta di produttori, agronomi o enologi, in quanto è bene che ogni individuo formi nel tempo la propria coscienza enoica e che non nasconda le proprie preferenze. Essere enoicamente laico, per me, significa non cadere in generalizzazioni, non avere pregiudizi ed essere sempre pronto a ricredermi, cercando di costruire senso critico e gusto giorno dopo giorno, di vigna in vigna, di cantina in cantina, di calice in calice e, soprattutto, di confronto in confronto senza lasciare che mode, tendenze e faziosità condizionino il mio vivere e raccontare il vino.


F.S.R.

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