sabato 6 marzo 2021

Premio Leccio d'Oro 2021 - Ecco i premiati con l'ambito riconoscimento del Consorzio del vino Brunello di Montalcino

Onorato di essere stato inserito nella giuria tecnica del prestigioso Premio Leccio d'Oro che il Consorzio del Vino Brunello di Montalcino assegna ogni anno ad attività che si sono distinte per la valorizzazione dei vini di Montalcino in Italia e nel mondo.

Le sezioni del premio Leccio d'Oro sono: sezione Ristoranti (Italia ed Estero), sezione Enoteche (Italia ed Estero). I premi vengono assegnati ai locali che hanno la Carta dei Vini, ovvero il listino, con una gamma ampia e rappresentativa di vino Brunello di Montalcino e degli altri vini di Montalcino, in relazione sia alle diverse annate che al numero di etichette di aziende produttrici. Viene posta attenzione anche al servizio e alla presentazione, in relazione alle specifiche esigenze del Brunello di Montalcino e degli altri vini di Montalcino. Inoltre viene valutato il livello di conoscenza e preparazione in relazione alla realtà della zona, nonché alle caratteristiche di produzione dei vini. La Giuria del Premio è composta dal Presidente e da Membri del Consiglio del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino e da almeno quattro componenti scelti tra persone italiane e straniere che abbiamo una competenza enogastronomica riconosciuta. Quest'anno la commissione esterna era composta da Luca Martini, Antonio Paolini, Enzo Vizzari, Alfredo Tesio, Antonello Maietta, Allan Bay, Faith Willinger, Charlie Arturaola e dal sottoscritto. 

I PREMIATI CON IL LECCIO D'ORO 2021

Premio Leccio d'oro montalcino brunello 2021

Ristorante Italia: Trattoria Osenna di San Quirico d’Orcia.

La Trattoria Osenna a San Quirico d'Orcia vanta, nella sua cantina, ben 357 referenze di Brunello.

Ristoranti estero: Gattopardo di New York e dal Don Alfonso di Toronto

Il podio internazionale vede un ex aequo tutto nordamericano condiviso dal ristorante Gattopardo di New York e dal Don Alfonso di Toronto. Situato all’interno delle Rockefeller Townhouses, al 13-15 West della 54^ Strada, Il Gattopardo che deve il suo nome all’omonimo film di Luchino Visconti offre più di 30 selezionatissime referenze di Brunello. Dagli Usa al Canada, con il Leccio d’Oro internazionale assegnato al Don Alfonso 1890 (Toronto), primo ristorante nella storia del premio a bissare il riconoscimento del Consorzio.  Di proprietà della famiglia Iaccarino e fratello ‘minore’ dello stellato a Sant’Agata sui Due Golfi, il Don Alfonso canadese è stato nominato nel 2019 secondo miglior ristorante italiano al mondo dalla guida 50 Top Italy e insignito anche del Wine Spectator Best of Award of Excellence. Oggi la sua carta vini spazia dal Rosso di Montalcino al Brunello.

Enoteche Italia: La Fenice.

Ha un significato speciale il Leccio d’Oro 2021 della categoria enoteche italiane. A riceverlo, infatti è la Fenice dell’Aquila: distrutta dal sisma del 2009, il locale ha riaperto nel 2014. Nei suoi scaffali sono ancora esposte le poche bottiglie ora bollate ‘earthquake resistent’ che si sono salvate dal terremoto. La targa del premio del Consorzio del vino Brunello di Montalcino va anche a Vino italiano di Boston, enoteca tutta dedicata al prodotto tricolore e punto di riferimento per i winelover bostoniani.

Premi speciali del Leccio d’Oro 2021
Premio Rosso di Montalcino: Terra di Piero ad Arezzo s

Premio Brunello Lovers: Giglio, trattoria fiorentina a Bangkok ed Enoteca Two Rocks Wine Company alle Bermuda.

Purtroppo la premiazione si è svolta virtualmente, a causa della pandemia, ma vi invito a guardare questo video per conoscere meglio i vincitori. Un video in cui troverete anche una splendida Federica Pellegrini, personaggio dell'anno alla quale è stato assegnata la formella dell'annata 2020.



Per darvi un'idea dell'importanza di questo premio riporto qui di seguito l'albo del Leccio d'Oro:

1994 RISTORANTE "IL MONTALCINO" - MILANO

1995 RISTORANTE "VALENTINO" - LOS ANGELES USA / ENOTECA "LA FORTEZZA" - MONTALCINO

1996 RISTORANTE "ENOTECA PINCHIORRI" - FIRENZE / ENOTECA "SIGRID BRANTL" - MONACO DI BAVIERA GERMANIA

1997 RISTORANTE "TANTRIS" - MONACO DI BAVIERA GERMANIA / ENOTECA "ZACHIS" - NEW YORK USA OSTERIA "DELLA CHIOCCIOLA" - CUNEO

1998 RISTORANTE "FOUR SEASONS" - NEW YORK USA ENOTECA "SOLCI" - MILANO OSTERIA "DEVETAK" - SAN MICHELE DEL CARSO (GO)

1999 RISTORANTE "CHECCHINO DAL 1887" - ROMA / ENOTECA "ETLIVIN" - YOKOAMA GIAPPONE OSTERIA "CIBREO" - FIRENZE

2000 RISTORANTE "IL GIARDINO" - SAN LORENZO IN CAMPO (PS) / ENOTECA "TRIMANI" - ROMA OSTERIA "BABBO" - NEW YORK USA

2001 RISTORANTE "LA PERGOLA DELL’HILTON" - ROMA / ENOTECA "LONGO" - MILANO OSTERIA "OASIS" - VALLESACCARDA (AV)

2002 RISTORANTE "LE STELLE" - BRUXELLES BELGIO / ENOTECA "VINOTECA ACCADEMIA" - ZURIGO SVIZZERA OSTERIA "DA IVAN" - FONTANELLE (PR)

2003 RISTORANTE "SAN DOMENICO" - NEW YORK USA / ENOTECA "PECK" - MILANO OSTERIA "DELL’ALBA" - PIADENA (CR)

2004 RISTORANTE "DON ALFONSO" SANT’AGATA DEI DUE GOLFI, MASSA LUBRENSE – (NA) ENOTECA "WALLY’S" – LOS ANGELES USA OSTERIA "LE MASCHERE" – SARSINA (FC)

2005 RISTORANTE "GRAPPOLO BLU" – COPENAGHEN DANIMARCA / ENOTECA "LA MASCARETA" - VENEZIA OSTERIA "ENOTECA I TERZI" – SIENA

2006 RISTORANTE "PER SE" – NEW YORK / ENOTECA "GRUPPO FUSCO" – DUSSELDORF OSTERIA "TRATTORIA CASTELLO" - SERLE –BS

2007 RISTORANTE "LE CALANDRE" – SARMEOLA DI RUBANO PD ENOTECA "ENOTECA CASTIGLIONESE" – CASTIGLION DELLA PESCAIA - GR OSTERIA "GIUSTI" - MODENA • 

2008 RISTORANTE "OSTERIA FRANCESCANA" - MODENA / ENOTECA "COSTANTINI" – ROMA OSTERIA "BRUSTA" – TOKIO

2009 RISTORANTE "DA CAINO" - MONTEMERANO / ENOTECA "LAVURI" – AGLIANA OSTERIA "TUTTI MATTI" – TORONTO

2010 RISTORANTE "LOCANDA LOCATELLI" - LONDRA / ENOTECA "BONATTI" - FIRENZE OSTERIA "LA FATTORIA DEL CAMPIGLIONE" - POZZUOLI - NA

2011 RISTORANTE "ROMANO" - VIAREGGIO - LU / ENOTECA "LA MIA CANTINA" - PADOVA OSTERIA "NOSTRANA" - PORTLAND - OREGON - USA

2012 RISTORANTE " GAIA RESTAURANT" - HONG KONG / ENOTECA " BIONDIVINO WINE BOUTIQUE" - SAN FRANCISCO OSTERIA "ANTICA TRATTORIA SUBAN" - TRIESTE

2013 RISTORANTE " OSTERIA MOZZA" - LOS ANGELES / ENOTECA "ENOTECA CORTINA" - CORTINA D'AMPEZZO OSTERIA "OSTERIA BRUNELLO" - MILANO

2014 RISTORANTE "BOTTEGA" - NAPA VALLEY / ENOTECA "ITALIAN WINE MERCHANTS" - HONG KONG OSTERIA "SORA MARIA E ARCANGELO - OLEVANO ROMANO (RM)

2015 RISTORANTE "A VOCE" - NEW YORK CITY / ENOTECA "CANTINE ISOLA" - MILANO OSTERIA "TRATTORIA DIVINO - EDIMBURGO

2016 RISTORANTE "DEL POSTO" - NEW YORK CITY RISTORANTE "CONVIVIO TROIANI" - ROMA / ENOTECA "LCBO" - TORONTO ENOTECA "MOLESINI" - CORTONA

2017 RISTORANTE "DEL CAMBIO" - TORINO RISTORANTE "ERA ORA" - COPENHAGEN • Premio Speciale Leccio d’Oro 50° ANNIVERSARIO FONDAZIONE CONSORZIO RISTORANTE "IL GIGLIO" - MONTALCINO / ENOTECA "N’OMBRA DE VIN" - MILANO ENOTECA "A. LITTERI" - WASHINGTON D.C. ENOTECA "BD BRUNO DALMAZIO" - MONTALCINO

2018 ENOTECA "K&L WINE MERCHANTS" - LOS ANGELES RISORANTE "8 E ½ BOMBANA" - HONG KONG / ENOTECA "GASTRONOMIA GALANTIS" - FIRENZE RISTORANTE "OSTERIA LE LEGGE" - SIENA

2019 L'ENOTECA DI GHINO - PIENZA - SI RISTORANTE REALE - CASTEL DI SANGRO - AQ / ENOTECA HEDONISM WINES LONDON OZIO RESTAURANT - TOKYO

2020 ADLER THERMAE SPA RESORT - BAGNO VIGNONI - SIENA / ENOTECA ITALIANA - BOLOGNA FERRARO’S - LAS VEGAS PRAELUM – SINGAPORE

Premio Speciale Leccio d’Oro “Rosso di Montalcino”: SIGNORVINO Premio Speciale Leccio d’Oro: ILIO RAFFAELLI


Augurandomi di poter contribuire anche nei prossimi anni alla selezione delle realtà italiane e internazionali più meritevoli di questo ambito premio, vi invito tutti a seguire l'evoluzione dell'evento Benvenuto Brunello OFF online, in attesa di poterci vedere a Montalcino nelle prossime settimane.


F.S.R.

#WineIsSharing

giovedì 4 marzo 2021

I fantastici 6 vignaioli di Langa Style - L'unione fa la forza tanto nella vita quanto nel vino!

In un periodo in cui essere vicini, fisicamente parlando, non è semplice, ci sono messaggi di unità e condivisione che meritano ancor più attenzione in quanto monito a non dimenticare l'importanza del lavoro di squadra. Sì, perché nell'era dell'individualismo in cui già ci trovavamo, il rischio è che una situazione come quella odierna spinga molti a vedere nel “farcela da soli” la risposta alle difficoltà indotte dalla pandemia.

Ecco quindi che la capacità di lavorare insieme per obiettivi comuni diviene sinonimo di grande maturità e lungimiranza, ancor più se il legame che si instaura fra le parti è radicato e reso ancor più forte dal collante dell'amicizia.
Faccio questa premessa perché quella che vi racconterò oggi è proprio una storia di amicizia e unità di intenti, di fiducia e rispetto, che coinvolge 5 realtà piemontesi, 5 ragazzi delle Langhe.

Langa Style  catine

Parlo di Langa Style, un micro-consorzio fondato nel 2007 dai giovani vignaioli e produttori; Lorenzo Olivero (Olivero Mario), Enzo Rapalino (La Ganghija), Ezio Negretti (Negretti), Giuliano Iuorio (Mustela) e Davide Vigin (Vigin).

Un gruppo di coetanei, con percorsi di studi comuni ma storie diverse da raccontare attraverso i propri vini. Langa Style nasce con prospettive pragmatiche come quella di ottimizzare le spese di promozione di ciascuna cantina, dividendo i costi di partecipazione ad eventi fieristici in Italia e, soprattutto, all'estero. Il concetto è semplice “diventare grandi rimanendo piccoli”, ovvero poter avere spazi più grandi e una maggior potenza di fuoco pur mantenendo la propria singolarità, le proprie identità senza snaturare quelle che è la propria filosofia enoica. Diversità che diviene un valore aggiunto se raccontata all'interno di un  insieme che rappresenta il meglio della produzione delle colline del Barolo, del Barbaresco e del Moscato d'Asti, senza dimenticare la grande attenzione che questi giovani vignaioli rivolgono a Dolcetto, Barbera e alla sperimentazione, specie nei bianchi.

Un gruppo di amici che lavora insieme da tanti anni ottenendo ottimi risultati e proponendosi in maniera congiunta senza ostacolarsi a vicenda che, da par mio, dovevo visitare, dando ad ognuno la stessa attenzione.

Olivero Mario cantina
Olivero Mario
Con il giovane Lorenzo Olivero, coordinatore del gruppo, avevo già avuto modo di scambiare vedute agronomiche ed enologiche in vigna e in cantina, ma ci tenevo particolarmente a dar seguito a quella prima visita di un paio di anni fa per comprendere le evoluzioni della sua piccola realtà a Roddi. Affondando gli stivali nel fango dei vecchi e dei nuovi impianti e assaggiando da vasca e da botte, ho avuto conferma di quanto Lorenzo non smetta mai di mettersi alla prova: ottima partenza per la sfida di Lorenzo Olivero con l'incrocio Manzoni che, a mio parere, ha tutte le carte in regola per diventare uno dei bianchi più interessanti fatti in regione. Fresco, teso, asciutto e sapido l'Arneis. Tra i rossi, sempre sugli scudi i Dolcetto e le Barbera che, in ambo i casi, Lorenzo declina in una versione più fresca e agile e in una dalla struttura e la profondità più importante. In fine i Nebbioli, con un Langhe Nebbiolo 2018 fine e dinamico; un Barolo "VigneUnite" 2017 dalla grande armonia, buona materia, slancio e tessitura tannica cesellata; il Bricco Ambrogio 2017 chiude la linea con la fierezza che lo contraddistingue, pieno e concreto, ma con una buona dinamica di beva. La stoffa tannica è quella del grande Barolo e il finale è decisamente saporito e lungo. Nel complesso una realtà in crescita, condotta con estrema consapevolezza e grande voglia di scardinare i luoghi comuni dimostrando coi fatti, di vite in vite, di sorso in sorso, che ciò che conta più di ogni altra cosa è la ricerca dei profili equilibri dalla vigna al bicchiere.

cantina la ganghija enzo rapalino
La Ganghija di Enzo Rapalino
Ho avuto modo di conoscere Enzo Rapalino, un anno e mezzo fa, durante un viaggio in Portogallo e l'ho apprezzato, da subito, per la sua sincerità. Sincerità che, combinata alla grande competenza tecnica, si traduce in una visione nitida e precisa dei vuoi vini, dalla vigna alla bicchiere.
Uno Chardonnay che guarda agli Chablis per finezza, slancio fresco e affondo minerale, ma che mantiene una salda identità di terroir; un Dolcetto non eccessivo nel frutto (non amo il Dolcetto eccessivamente “fruttato”), agile nella dinamica di beva ma per nulla scontato, dalla buona tessuta tannica; la Barbera è succosa ma in grande spinta e dal finale saporitissimo; il Langhe Nebbiolo è fine, fresco, longilineo, dal tannino fitto ma senza alcun ostacolo alla beva. Ematico il finale; ottimo il Barbaresco Classico che merita l'attenzione di un CRU, cosa che Enzo sa bene e lo si ritrova nel calice. Maturità di frutto ben ponderata, fiore fine, spezia appena accennata, materia, acidità e tessitura minerale in grande equilibrio. Il tannino è coerente nel grip. Il finale di ferro e sale invoglia alla beva; poi c'è il Giacosa, piccola produzione di un CRU che si mostra capace (anche grazie alla sensibilità interpretativa di Enzo) di tirar fuori il giusto connubio di forza ed eleganza, la famosa ballerina di danza classica che pur compiendo gesti di grande atletismo, a fronte di una muscolatura ben allenata, sembra librarsi leggera sul palco col sorriso di chi è conscio del fatica e del tempo occorsi per arrivare a quel risultato. Il grip tannico, come la pece greca che la ballerina utilizza per non scivolare, in questo vino da personalità al finale senza lasciar scivolar via sorso ma, al contempo, senza ostacolarne la dinamica. Anzi, aumentando la voglia di versarsi un altro calice.
Interessante anche la vendemmia tardiva di Moscato, prodotto con un processo sostenibile su cui Enzo ha bassato una tesi e che porta ad equilibri spontanei fra struttura, acidità (malico) e residuo. Molto divertente pensarlo per abbinamenti fuori dagli schemi. Se non la conoscevate, segnatela. Sono già due anni che i vini mi convincono costantemente.

vigin barbaresco vino
Az. Agricola Vigin
Perché ho deciso di dedicare la mia vita al vino? Perché non smette mai di sorprendermi e io anelo, da sempre, allo stupore!
Vigin è la piccolissima realtà a conduzione familiare in cui Davide e suo padre portano avanti la tradizione di famiglia che ebbe inizio con nonno Orlando. Abbracciata dall'anfiteatro delle suggestive Rocche dei Setti Fratelli questa piccola azienda agricola a deciso di imbottigliare il frutto dei propri 6ha di vigneti nel 2002. Da quell'annata non si è mai puntato a crescere nei numeri, bensì nella qualità e nell'identità. Oggi ho trovato vini lineari, coerenti con territori ed annata. Dolcetto che privilegia la dinamica di beva alla struttura; Barbera succosa e saporita; Langhe Nebbiolo croccante, slanciato e sanguigno; Barbaresco Classico 2016 dal grande equilibrio fra struttura e acidità, trama tannica di quelle che fanno pensare per qualche istante di averlo stampato troppo presto... poi lo riassaggi... più lo bevi! Passando ai CRU il Montersino 2017 vanta già una buona armonia olfattiva e strutturale. Un vino materico ma mai eccessivo, dal tannino già ben definito. Il Cottà dedicato a Nonno Orlando è, invece, austero, intimista, senza fronzoli. Da attendere e varrà la pena farlo. La stoffa è quella del grande Barbaresco d'antan!

Negretti barolo
Negretti Vini
I giovani fratelli Ezio e Massimo hanno saputo costruire attorno alla tradizione di chi ha lavorato nelle vigne prima di loro un'azienda moderna ma capace di attingere al meglio della saggezza di un tempo. Vini davvero nitidi, frutto di grande attenzione e di una costante ricerca dell'equilibrio e dell'eleganza attraverso vinificazioni calibrate per ogni singola referenza e un uso dei legni saggio e ponderato. Da segnalare l'ottima interpretazione dello Chardonnay capace di evolvere in complessità senza perdere freschezza. Divertente il Rosato da Nebbiolo, floreale, fresco e sapido. Integra nel variare, fresca, succosa e saporita la Barbera. Netta e senza fronzoli l'espressione varietale del Nebbiolo Flos.
Per nulla scontato il Langhe Nebbiolo Minot, che abbina una complessità prospettica alla grande dinamica di sorso.
Tra i CRU e le selezioni di Barolo 2017 spicca per finezza il Rive che vanta un'agilità di beva innata. Più muscolare e nerboruto il Bricco Ambrogio, che lascia intuire un grande avvenire. Connubio di armonia e forza io Mirau che attinge in parte alla finezza del Rive ma gode di maggior materia.
Una realtà familiare che seguirò con grande interesse nei prossimi anni.

mustela barbaresco
Mustela
La storia di Giuliano Iuorio - con il quale avevo già avuto modo di confrontarmi davanti a qualche sua bottiglia ma mai ero riuscito a venire a trovare - è una storia di una famiglia che ha creduto fortemente nella viticoltura di questo territorio sapendosi adattare alle diverse epoche in maniera dinamica e lungimirante. Tra i vigneti di Trezzo Tinella e quelli di Meruzzano Giuliano gestisce ca. 15ha di Moscato, Nebbiolo, Barbera e Dolcetto, oltre a piccole parcelle di Chardonnay e Pinot Nero.
Per quanto riguarda i vini “Generi” metodo classico (Chardonnay e Pinot Nero) è fine al naso, dalla buona tensione il sorso e sapido il finale. Lo Chardonnay 2019 in purezza è nitido nel varietale, tra sole ed erba, vibrante e sapido il sorso.
Jovine 2019 Langhe Bianco è complesso, col giusto equilibrio fra materia e freschezza, torna il finale sapido. Interessante in evoluzione.
Il Dolcetto 2019 Niurin è fresco nel frutto, con accenni balsamici e lieve speziatura naturale. L'acidità lo tende tanto quanto serva a dare spinta e dinamica al sorso. Saporito il finale.
La Barbera Rubia 2018 è croccante nel frutto, con un fondo di terra e menta. In grande equilibrio il sorso, mai eccessivo in struttura. Finale umani.
L'uvaggio rosso Mirus 2016 (Barbera, Nebbiolo, Pinot Nero raccolti insieme e cofermentati) è un bell'azzardo, visto le diverse epoche di maturazione delle uve utilizzate ma, come accadeva sovente in passato, le uve si compensano bilanciando vicendevolmente una i gap dell'altra dando origine ad un vino in cui calore e freschezza, materia e slancio, forza e sapore trovano equilibri in divenire.
Ottimo il Langhe Nebbiolo Magistri 2017 al quale Giuliano riserva un trattamento da grande vino da evoluzione, presentando pari annata del Barbaresco. Complesso nell'esposizione varietale, frutto, fiore e spezia integri e folate balsamiche che, assieme al particolare pedoclima della zona, rinfrescano la percezione di un'annata calda. Materico e profondo il sorso, che chiude ematico.
In fine i due Barbaresco: Karmico 2017 classico nell'espressione varietale, fine, mai eccessivo, dal buon nerbo e dalla trama tannica cesellata. Chiude sanguigno.
L'Ultimo degli Onesti 2015, invece, è una piccolissima selezione nata quasi per caso ma capace di esprimere un'altra faccia del Barbaresco senza snaturare quelle che è il comun denominatore di Mustela ovvero la ricerca di equilibrio e sapore, con grande dinamica di beva. Un vino in cui il legno e il tannino lavorano in squadra e che fa pensare ad evoluzioni intriganti del frutto e della spezia. Il sorso è concreto, fiero, dall'incedere sicuro e il finale lungo e persistente. Giuliano sa il fatto suo e guarda avanti posando in maniera graduale e ponderata, ma con la giusta dose di self-confidence, i mattoni del suo futuro e di quello di una cantina che ad ogni annata dimostra di aver alzato l'asticella saltando agevolmente la misura.
langa style vini

Il mio consiglio, ovviamente, è quello di cercare di conoscere i vini e le cantine di tutti i giovani vignaioli di Langa Style. Un gruppo di amici che ha dimostrato e sta dimostrando quanto si possa crescere, umanamente ed enoicamente parlando, grazie al continuo confronto e alla coesione professionale, evolvendo le proprie singolarità all'interno di un concetto unitario di qualità e visione prospettica.
Credo fortemente in questo tipo realtà associative e ne continuerò ad essere fautore e cronista vita, vino e vigna natural durante. In un periodo in cui restare uniti non è semplice, vorrei davvero vedeste questo gruppo come un esempio di lavoro di squadra e di rispetto reciproco.
Bravi ragazzi!

F.S.R.
#WineIsSharing

martedì 2 marzo 2021

Alessio Fortunato dalla Cina, parla della Pandemia e del mercato del vino italiano in Asia

A poco più di un anno dall'inizio della Pandemia condivido con voi il racconto, i punti di vista e i consigli di Alessio Fortunato, professionista italiano che vive e lavora da anni in Cina e ha potuto constatare in prima persona l'evoluzione di questa assurda situazione globale sia in Italia che in Asia, con non poche differenze.

Per chi non conoscesse Alessio Fortunato è giovane enologo, consulente in Wine Business e professore presso la prima Università in enologia e wine business instituita in Asia, la North West Agriculture and Forestry University in Xi’An. Per approfondire le dinamiche del suo lavoro e il suo punto di vista sul vino italiano in Cina vi invito a leggere anche questo articolo pubblicato 4 anni fa: www.wineblogroll.com/vendere-vino-in-cina.

Alessio Fortunato Cina Vino

Vi lascio ora alla breve ma esaustiva chiacchierata virtuale fra me e Alessio:

Come hai vissuto l’inizio della Pandemia tra Italia e Cina?

Complicatissima l’avventura che ho avuto ad inizio pandemia nel 2020. Sembra ieri, era fine gennaio 2020 ed ero in vacanza durante il capodanno cinese nelle Filippine. In Cina durante quel periodo tutto si ferma. Quando stavo per rientrare, il volo di rientro per la Cina è stato cancellato a due minuti dal boarding. Mai visto qualcosa del genere! Il mio aereo era lì, eppure non potevo entrare nonostante avessi il biglietto. L’aereo è stato cancellato perché il gov. Cinese ha chiuso le frontiere e tantissimi voli internazionali per la Cina erano stati di colpo soppressi. Ho volato con l’ultimo volo disponibile da Manila alla Corea del Sud, nella speranza di riuscire ad entrare in Cina dall’unico stato che avrebbe chiuso dopo 6 ore i suoi confini con la Cina. Per fortuna ce l’ho fatta e sono rientrato con l’ultimo volo dalla Corea alla Cina. Un viaggio pieno di paura e tensione.

Ho lasciato la Cina a febbraio 2020 e sono rientrato ad Ottobre. Sono tra i pochissimi professionisti stranieri che sono riusciti ad entrare dato che ci voleva una lettera d’invito dal ministero dell’economia cinese per autorizzare il visto. Moltissime analisi prima di partire per la Cina e una quarantena lunghissima a Shanghai di 14 giorni chiuso in Hotel con tanti tamponi. All’arrivo nella mia seconda città di destinazione di nuovo una lunga quarantena e tamponi. Un viaggio veramente lungo per rientrare.

Come si è evoluta la Pandemia nei due paesi a tuo parere? 

All’inizio, quando rientrai in Italia dalla Cina, non pensavo che avremmo vissuto una situazione cosi difficile. La Cina ha bloccato la trasmissione del virus nel suo paese, al minimo caso positivo blocco di intere città e provincia in modo da permettere di rintracciare i potenziali infetti e metterli in quarantena. Questo viene applicato ancora oggi, oltre all'utilizzo di un QR-code che devi mostrare all’entrata dei locali e dei mezzi di traposto pubblico altrimenti non puoi entrare. Se è verde sei libero di andare se ha altri colori sei obbligato alla quarantena a casa, perché forse sei stato in zone che ora sono a rischio contagio. Metodo che vedo in prima persona molto efficace e efficiente. Sicuramente il controllo scrupoloso dei voli di rientro gli permette di mettere in quarantena le persone all’arrivo senza che possano contagiare e andare in giro. Cosa che all’arrivo in Italia nessuno si è minimamente interessato da dove arrivassi o prendere nota per farmi fare la quarantena.

Cos’hai trovato al tuo ritorno in Cina?

Sembra pazzesco ma in soli pochi mesi la Cina è cambiata tanto, specialmente nel mondo del vino. L'e-commerce ha continuato la sua ascesa e si è avuto un cambiamento specialmente nelle città di primo livello. Nel 2020 a Shanghai la ristorazione e gli hotel erano i principali canali di vendita per il vino secondo la mia esperienza. Ora ci sono tanti distributori e importatori che si sono specializzati a farti arrivare il vino a casa in meno di 2 ore dall’ordine.

Quali consigli daresti alle istituzioni e alle cantine italiane per uscire dalla crisi, secondo la tua esperienza in Oriente?

La Cina e l’Asia rappresentano mercati dal grande potenziale per i vini italiani. In tutti questi anni ho notato che i vini italiani piacciono molto ai cinesi, ma bisogna capire come promuoverli con loro e soprattutto quali scelte gestionali fare prima di affacciarsi al mercato.

Non presentatevi in modo troppo tecnico e dando sempre tanta enfasi alle tipologie di terreno. Per molti importatori e distributori la cosa più importante da capire è chi siete voi. Raccontategli di voi stessi e degli aneddoti che hanno accompagnato il vostro percorso aziendale.

Con una chiara strategia si può arrivare all’obbiettivo di essere importati ed avere buoni risultati nel mercato. Richiede tempo, energie e risorse. Se manca una sola di queste condizioni meglio approfondire altri mercati. Usare questo tempo per creare una rappresentazione aziendale chiara e semplice, che non annoi il cinese e che venga valorizzata  secondo i canoni cinesi. Ci sono tanti importatori che ora ricercano vini che non sono mai entrati nel mercato proprio per non avere concorrenza, c’è spazio per tutti ma bisogna sapere come muoversi.


Ringrazio Alessio per la sua disponibilità e per aver condiviso con me e con voi la sua esperienza diretta in tempi di pandemia e il suo punto di vista sul mercato del vino italiano in un contesto che diventerà sempre più importante nei prossimi anni sia per il trade che per la produzione.

F.S.R.

#WineIsSharing


venerdì 26 febbraio 2021

Tra i nuovi 10 Masters of Wine c'è finalmente un italiano: Gabriele Gorelli MW

La notizia sta facendo il giro del web!
L'Institute of Masters of Wine ha annunciato 10 nuovi MW e per la prima volta, tra di essi, c'è un italiano: Gabriele Gorelli.
E' proprio quella che è considerata la massima istituzione dei “wine experts” a comunicarlo, ponendo proprio l'attenzione sul primo successo di un italiano in un percorso tentato da molti ma mai portato a termine da un nostro connazionale sino ad ora.
Si legge nel sito www.mastersofwine.org:
“Provenienti da cinque paesi, i nuovi membri di IMW - incluso il primo MW italiano - sono James Doidge MW (Regno Unito), Gabriele Gorelli MW (Italia), Susan Lin MW (Stati Uniti), Moritz Nikolaus Lueke MW (Germania), Sophie Parker -Thomson MW (Nuova Zelanda), Álvaro Ribalta Millán MW (Regno Unito), Tze Sam MW (Regno Unito), Melissa Saunders MW (Stati Uniti), Kryss Speegle MW (Stati Uniti) e Clare Tooley MW (Stati Uniti).
Master of wine italiano primo gabriele gorelli

Attualmente ci sono 418 MW a livello globale: 149 donne e 269 uomini che vivono o lavorano in 32 paesi. Dal primo esame nel 1953, 493 persone sono diventate un MW.
Gli MW hanno dimostrato la loro comprensione di tutti gli aspetti del vino superando l'esame Master of Wine, riconosciuto in tutto il mondo per il suo rigore e gli standard elevati.
L'esame MW si compone di tre parti distinte: la teoria e gli esami pratici sostenuti alla fine della fase due e il documento di ricerca presentato alla fine della fase tre. L'RP è uno studio approfondito su un argomento legato al vino da qualsiasi area delle scienze, delle arti, delle scienze umane o delle scienze sociali.
Oltre a superare l'esame e prima che i nuovi membri abbiano il diritto di utilizzare il titolo di Master of Wine o le iniziali MW, devono firmare il codice di condotta dell'IMW. Firmando il codice di condotta, i MW accettano di agire con onestà, integrità e di utilizzare ogni opportunità per condividere la loro comprensione del vino con gli altri.
I principali paesi in cui hanno sede i MW in tutto il mondo sono Australia (28), Canada (10), Francia (18), Nuova Zelanda (15), Regno Unito (210) e Stati Uniti (56).“

Chi sono i Masters of Wine?
"I Masters of Wine rappresentano un'ampia varietà di professioni nel mondo del vino. Alcuni viaggiano per il mondo come consulenti, mentre altri mettono radici come enologi per produrre la propria espressione di un particolare terroir. Tra i MW ci sono produttori di vino, importatori esportatori, buyers, imprenditori, rivenditori, accademici, sommelier, educatori del vino, scrittori, giornalisti ecc...
L'unica cosa che hanno in comune è la loro esperienza condivisa nel programma di studio MW, un viaggio autodiretto che richiede dedizione e motivazione."

Come di diventa Master of Wine?
E' importante far notare che per affrontare il percorso di studi e la serie di esami che portano al conseguimento del titolo di MW sembra rappresentino requisiti di base almeno 5 anni di esperienza nel mondo del vino, il 4° livello del WSET e, ovviamente, la conoscenza delle lingue.

Riguardo ai costi di iscrizione se ne leggono molte, ma in realtà non è così elevata quanto qualcuno vuole far credere. Ciò che rende molto elitario e dispendioso in termini di energie, tempo e denaro sono le trasferte e i viaggi di approfondimento nei principali areali vitivinicoli globali che ogni candidato al titolo di MW deve necessariamente affrontare.

"Un percorso sicuramente impegnativo, ma non solitario. Al momento dell'adesione al programma al candidato viene assegnato un Master of Wine come mentore e non mancheranno frequenti opportunità di incontrare gli altri studenti, i MW e altri leader del settore durante seminari e lezioni.
Fondamentale è la possibilità di aderire a viaggi studenteschi nelle più importanti zone vitivinicole al mondo, con un accesso preferenziale ad alcuni dei più grandi produttori. Ai più virtuosi vengono assegnate borse di studio che possono agevolare il percorso sotto l'aspetto economico."

Il programma
Il programma è disponibile online per farsi un'idea. Ogni candidato può studiare da qualsiasi parte del mondo, con la possibilità di partecipare a seminari presso uno i centri di studio dell'IMW in Australia, Asia, Europa e Nord America. Il programma prevede tre fasi e il tempo minimo necessario per qualificarsi come MW è di tre anni. Tuttavia, la maggior parte degli studenti impiega più tempo per fare una pausa durante gli studi, per affinare le proprie capacità di degustazione o per ripetere gli esami. Ogni fase del programma si svolge in un periodo di tempo limitato.

Ecco i nuovi 10 Masters of Wine
Come potrete osservare dai profili tratti dal comunicato di ieri del Masters of Wine Institute, si tratta di professionisti che ricoprono già ruoli di spicco in diverse aree del comparto vino, dalla produzione alla vendita, passando per la formazione e il marketing:

"James Doidge MW (Regno Unito) è buyer e amministratore delegato di un importatore specializzato, il Wine Treasury di Londra, dove negli ultimi 20 anni ha sviluppato una particolare specialità nei vini del Nord America. Si è laureato in francese e tedesco all'Università di Durham, ma crede che le sue vacanze d'infanzia trascorse nel Beaujolais e nel sud della Francia abbiano fatto di più per la sua carriera vinicola rispetto allo studio della tragedia francese del XVII secolo o del teatro espressionista tedesco. Al contrario, la sua introduzione nella Napa Valley nei suoi primi giorni come acquirente di vino da casinò del West-End ha cambiato la carriera. Vive nell'Hampshire, dove si trova spesso da qualche parte su una bici da strada.

Susan Lin MW (Stati Uniti) è a capo delle competenze enologiche per il rivenditore online di vini pregiati Belmont Wine Exchange nella Baia di San Francisco, che serve clienti in tutto il mondo. Come consulente, cura collezioni di vini, progetta programmi sul vino ed è specializzata in abbinamenti ed eventi musicali di vino e liquori.

Moritz Nikolaus Lueke MW (Germania) è cresciuto a Berlino e ha lasciato la città per la sua prima esperienza vinicola e vendemmia presso la cantina Georg Breuer nel 2001. Durante i suoi studi di enologia presso l'Università Geisenheim, dove si è laureato nel 2006, ha maturato esperienza lavorando per aziende vinicole nella Yarra Valley, la Nahe , Rheingau, a Pouilly Fume e Creta.

Sophie Parker-Thomson MW (Nuova Zelanda) è una produttrice di vino e consulente del settore vinicolo con sede a Marlborough. Cresciuta nelle regioni vinicole della Nuova Zelanda di Gisborne e Central Otago, la vinificazione e l'ospitalità erano endemiche dell'educazione di Sophie.

Álvaro Ribalta Millán MW (Regno Unito), originario di Barcellona, si è trasferito a Londra nel 2006 dopo aver completato la sua laurea in ingegneria meccanica. La sua passione per il vino si è sviluppata in diversi anni, lavorando in ristoranti ed enoteche nella capitale del Regno Unito. Negli anni seguenti, Álvaro ha studiato tutte le qualifiche WSET, terminando il suo Diploma nel 2014, per il quale ha vinto le borse di studio Lustau e Derouet Jameson. Nel 2011, Álvaro ha conseguito un master in ingegneria gestionale e ha svolto la tesi finale in uno stabilimento di imbottigliamento di vino in Veneto, Italia. Lavora per Indigo Wine dal 2014, attualmente come direttore dello sviluppo aziendale, e ha svolto lavori di raccolta a Bierzo, Douro, Jerez e Uco Valley.

Tze Sam MW (Regno Unito), nata e cresciuta a Singapore, Tze, ha svolto diverse attività nei settori del vino, della birra e degli alcolici. Dopo un periodo presso Fetch Media e all'interno di Dentsu Aegis Network, Tze è attualmente direttrice dei servizi clienti presso Jellyfish, dove è a capo del team di marketing mobile e app. Il suo interesse per il vino è iniziato presto a Singapore, dove era una frequente intrusa a degustazioni e cene in varie società vinicole. Questa passione per il vino ha continuato a svilupparsi all'università e oltre. Affianca al lavoro il suo ruolo di presidente della Oxford and Cambridge Alumni Wine Society, gestendo un calendario di degustazioni guidate dai produttori a Londra e allo stesso tempo fornisce consulenza sull'acquisto di vino e l'abbinamento cibo per ristoranti selezionati.

Melissa Saunders MW (Stati Uniti), nata a New York, Melissa si è trasferita in Italia dopo la laurea in letteratura inglese, dove ha maturato la sua grande passione per l'enogastronomia. La scuola di giurisprudenza ha fatto tornare Melissa a New York, dove si è iscritta ai corsi del diploma WSET, ha mangiato e bevuto bene quando possibile. La prima introduzione di Melissa nel business del vino è stata la pratica legale presso un'azienda specializzata nella regolamentazione delle bevande alcoliche. Nel 2009 ha fondato Communal Brands, una società di importazione e distribuzione di vino. Il portafoglio è composto da piccoli vignaioli impegnati in pratiche rispettose dell'ambiente in vigna e in cantina. Espandendo l'impegno per la sostenibilità, ha recentemente avviato Wine Queen, un'azienda di consulenza che si concentra sul packaging del vino ecologicamente responsabile.

Kryss Speegle MW (Stati Uniti) è una produttrice di vino, un'educatrice e una professionista delle vendite con sede negli Stati Uniti. Ha una laurea specialistica in scienze alimentari / enologia presso la U.C. Davis e un diploma WSET. La sua esperienza di produttrice include vendemmie nella Napa Valley, in Germania e in Nuova Zelanda e un ampio lavoro nelle regioni costiere e interne della California. Dal 2011 Kryss lavora con O'Neill Vintners and Distillers.
Ha ricoperto ruoli di leadership nella vinificazione, nelle vendite e nello sviluppo del business. Insegna anche alla Napa Valley Wine Academy, dove le sue lezioni includono il curriculum WSET e programmi personalizzati per clienti privati.

Clare Tooley MW (Stati Uniti) vive in California. È la direttrice dello sviluppo del vino per Lionstone International sourcing per club di vini nazionali, tra cui Wall Street Journal, Laithwaites, Virgin, TCM, NPR e National Geographic. Ha iniziato la sua vita vinicola a Londra con John Armit Wines dopo aver conseguito una laurea in francese e spagnolo e una borsa di studio corale presso il Clare College, Università di Cambridge. Entrata a far parte di Direct Wines Ltd come acquirente nel 2000, si è trasferita in Francia nel 2006. Ha vissuto vicino a Bordeaux per otto anni, gestendo la cantina del gruppo e viaggiando molto in Nord America, Europa e Asia. Clare è un'Accademica di Champagne (classe 2004) ed è stata inserita come Cavaliere di Borgogna, Bordeaux e Champagne."

IL PRIMO MASTER OF WINE ITALIANO
Poi c'è il nostro Gabriele Gorelli per il quale vale la pena dilungarsi un po' e, in attesa di una mia futura intervista al nuovo MW, vi lascio al comunicato stampa appena emesso da Fcomm.

"Il The Institute of Masters of Wine, la più autorevole ed antica organizzazione dedicata alla conoscenza ed al commercio del vino, accoglie tra i suoi ranghi il primo rappresentante italiano di sempre. A scalare l'Olimpo della storica associazione inglese, vera e proprio ONU del vino, capace di catalizzare rapporti ed interessi di alto livello, di natura economica e culturale, è Gabriele Gorelli. Classe 1984, nato e cresciuto a Montalcino, terra del Brunello, cui è legato da profonde radici familiari, negli anni ha costruito un enorme bagaglio di conoscenze in campo enoico. Che spaziano dalla viticoltura alla comunicazione e all'economia, facendone uno stimato brand builder di aziende enoiche, importatori e grandi ristoranti. Senza mai perdere di vista il fine ultimo di un percorso iniziato nel 2014, che l'ha visto crescere ed affermarsi come uno dei punti di riferimento nella comunicazione del vino italiano all'estero.

I Masters of Wine nel mondo, così, diventano 418, meno delle persone mai state nello spazio, una élite che intreccia rapporti e competenze ai livelli più alti. Per questo è tanto importante, per l'Italia, avere un proprio rappresentante. Un ambasciatore al servizio di tutti, capace di portare un contributo nuovo e decisivo nelle dinamiche che muovono i gangli del commercio e dell'educazione al vino. Un “tavolo” da cui l'Italia, il Paese con la più antica, ricca e complessa tradizione enoica al mondo, è stata sin qui assente, al quale adesso è pronta a sedersi. Senza alcun timore riverenziale, perché il successo dei Masters of Wine risiede prima di tutto nella capacità di approfondire ed ampliare le conoscenze, valorizzando le differenze e le peculiarità, di cui il Belpaese non è secondo a nessuno.

“Il ruolo dei Masters of Wine, storicamente, non è certo quello di piegare la produzione del vino al gusto imperante. Al contrario, è quello di rendere accessibile e comprensibile a tutti le eccellenze, valorizzandole e creando valore aggiunto lungo tutta la filiera”, commenta Gabriele Gorelli, che tra le altre cose ha curato la sezione italiana della Sotheby’s Wine Encyclopedia 2020. “È fondamentale che un Paese complesso come l'Italia, da un punto di vista ampelografico, storico, stilistico, possa contare su un ambasciatore che lo rappresenti in ambito internazionale. Ancora oggi, nonostante il sapere enciclopedico degli anglosassoni, resistono convinzioni e pregiudizi sedimentati nei decenni, che restituiscono un'immagine distorta di quello che è il patrimonio enologico italiano. Perciò è fondamentale che ci sia qualcuno pronto a mettersi a disposizione dell'intera filiera, con la credibilità, l'autorità, ma anche il tono di voce ed il linguaggio adeguati, per rappresentare e raccontare l'Italia ed i suoi vini nel complesso universo del trade internazionale”, aggiunge Gabriele Gorelli.

Che oggi ha chiuso un cerchio, con una tesi sperimentale su un argomento tecnico sempre più attuale, ossia la lotta ai precipitati di quercetina nel vino imbottigliato:“Quercetin precipitation in Brunello di Montalcino. What are the organic fining methods to prevent this phenomenon occurring in bottle?”. Alle spalle, un percorso impegnativo, iniziato nel 2014, quando Firenze accolse il quadriennale Symposium del The Institute of Masters of Wine. Un'apertura all'Italia che spinse tanti professionisti del vino a tentare la scalata, partendo, nel 2015, con lo “Stage One”, primo grande scoglio. Superato al termine del tradizionale seminario, ospitato in quell'occasione a Rust, in Austria: 12 vini alla cieca e due essay, che hanno spalancato a Gabriele le porte dello “Stage Two”. Il 2016 e il 2017 sono stati gli anni della formazione e dell'internazionalizzazione, alla scoperta delle principali regioni vitivinicole mondiali. Un biennio scandito dai viaggi, dalle relazioni professionali e personali, dallo studio dei grandi temi della viticoltura e dell'enologia mondiale: in sostanza, le fondamenta su cui costruire la credibilità di un Master of Wine.

Nel 2018, così, Gabriele diventa il primo italiano a superare la parte pratica dello “Stage Two”, il secondo step dell'esame finale, in cui il candidato analizza e racconta 36 vini, degustandoli alla cieca, in tre batterie da 12 durante tre giorni, in cui ha un ruolo apicale la comunicazione. È fondamentale, specie nei tredici essay della parte teorica, contestualizzare le conoscenze teoriche di viticoltura, enologia, controllo qualità e mercato in un ambito pratico, prestando attenzione alla sostenibilità economica, alle dimensioni aziendali, al regime agricolo. “Un Master of Wine -aggiunge Gabriele Gorelli- non deve "indovinare" i vini, ma dimostrare di averli compresi. Può sbagliare a riconoscere la varietà e la provenienza, entro certi limiti, ma è richiesta una grande sensibilità nel valutare lo stile produttivo e, soprattutto, la qualità. Ogni batteria di vini è un saggio che il candidato è chiamato a scrivere riguardo a provenienza, varietà, metodo di produzione, posizionamento nella piramide qualitativa e collocamento commerciale. La descrizione del vino segue una logica che porta a dare delle conclusioni, è un piccolo essay in cui si devono usare capacità analitica ed efficacia comunicativa. L'obiettivo è dimostrare che si ha un bagaglio di conoscenze abbastanza importante da poter rispondere ai quesiti posti, mettendo in fila i propri argomenti e producendo un saggio bilanciato nelle opinioni, realistico e ben motivato”, chiosa il neo Master of Wine Gabriele Gorelli. Gli inglesi, pur non avendo millenni di storia alle spalle, come produttori, sanno essere pragmatici e metodici, e basare le proprie scelte su indicatori oggettivi. In conclusione, è questo il plus che un Master of Wine garantisce: il metodo di lavoro, l'organizzazione e la gestione strategica dei problemi."

Sono certo che per l'Italia del vino questa nomina rappresenterà uno stimolo importante all'internazionalizzazione di visioni spesso troppo introspettive e poco illuminate. Il fatto che paesi del "vecchio mondo" come l'Italia e la Francia, nonostante la propria storia enoica e le grandi competenze medie degli operatori del settore, non vantino numeri importanti neanche tra le fila dei candidati a MW che si sono susseguiti negli anni, è sintomatico di quanto il mondo anglosassone, sia per una questione idiomatica che per un approccio più didattico e scevro da condizionamenti profondi e radicati (positivi e negativi) come i nostri, sia più predisposto a questo genere di percorso formativo prima e professionale poi. Sono certo, però, che il traguardo raggiunto da Gabriele fungerà da stimolo per molti professionisti del vino italiano che nei prossimi anni si cimenteranno con questa ardua sfida.

Per Montalcino, inoltre, un altro fiore da mettere all'occhiello che conferma questa meravigliosa terra capace di produrre non solo grandi vini ma anche importanti talenti in tutti i comparti della filiera enoica.

Ancora congratulazioni a Gabriele che spero di ritrovare tra pochi giorni a Montalcino per qualche scambio di vedute sulle nuove annate in anteprima e sul futuro del vino italiano.


F.S.R.
#WineIsSharing


Fonti: https://www.mastersofwine.org/news/ten-new-masters-of-wine 
C.S. Fcomm srl 

mercoledì 24 febbraio 2021

Montalcino è l'areale vitivinicolo con la più alta qualità media percepita in Italia

Chi mi conosce sa quanto io veda nella rete e nei social un ottimo strumento per sondare il sentire comune riguardo alcuni importanti temi enoici. Sovente mi capita di porre domande a chi mi legge per comprendere se le mie personali percezioni – ergo, soggettive – possano o meno ricalcare quelle che sono le opinioni di un bacino adeguatamente ampio di appassionati e addetti ai lavori.
Faccio questa premessa in quanto tempo fa ebbi l'ardire di porre questo quesito:
“Qual è secondo voi l'areale vitivinicolo italiano con la più alta qualità media percepita?”
Io mi esposi dopo pochi istanti, essendo stato tirato in ballo da chi interagiva, e mi resi conto che la mia risposta era condivisa da gran parte degli interlocutori. Non si trattava di valutare i picchi qualitativi, i premi o i punteggi della critica enoica italiana e straniera, bensì di dare il proprio parere, a fronte di decine, centinaia o, magari, migliaia, di assaggi (ovviamente di un range di realtà differenti, lungo la verticale del tempo), riguardo la linearità qualitativa di un'intera denominazione.
Quale fu la mia risposta, nonché quella più condivisa? Montalcino.
Montalcino Brunello miglior areale vino
Un dato parziale, ottenuto da un semplice scambio di opinioni sulla rete, ma l'esperienza mi insegna che questo tipo di interazione e di esposizione di massa può e sa, spesso, dare indicazioni concrete e realistiche del sentimento comune. Interessante come alla richiesta di argomentazioni in molti abbiano apportato alla discussione comparazioni importanti, con alcune delle più grandi denominazioni in Italia e nel mondo, prendendo come riferimento i prezzi medi e la crescita degli ultimi 20 anni delle realtà produttive in termini di numero e di qualità.
Per quanto mi riguarda, non amo classifiche o indici di gradimento, ma credo che quello scambio di vedute possa fungere da base per una discussione più ampio riguardo ciò che Montalcino e il Brunello sono oggi, a prescindere dalla storia, per quanto fondamentale essa sia.

Qualche dato
Vigneto: oltre 4.300 ettari di vigneto di cui 3.150 iscritti a Doc e Docg (2.100 a Brunello, contingentati dal 1997, 510 a Rosso di Montalcino, 50 a Moscadello, 480 a Sant’Antimo) e la restante parte riservata ai vini Igt, su un comprensorio di 24mila ettari che coincide con il Comune di Montalcino, 40 km a Sud di Siena, delimitato dalle valli dell’Orcia, dell’Asso e dell’Ombrone. Un territorio unico per biodiversità, caratteristiche morfologiche e climatiche, coperto per il 50% da bosco e incolti, per il 10% da oliveti e solo per il 15% dalle vigne con la restante parte a seminativo, pascoli e altre colture. Il clima, mediterraneo e prevalentemente mite, assicura alle uve un processo di maturazione ottimale, anche grazie alla continua presenza di vento.
Un vigneto, quello di Montalcino, che oggi sfiora un valore di quasi 1 milione di euro per ettaro, per un totale di oltre 2 miliardi di euro. Il 4.500% in più rispetto a cinquant’anni fa, con una crescita costante che non sembra fermarsi ora alla luce di nuove importanti trattative registrate tra le colline montalcinesi.
Produzione: sono oltre 141mila gli ettolitri di vino usciti dalle cantine di Montalcino nel 2019, tra Brunello (96.722 hl), Rosso di Montalcino (34.249 hl), Moscadello (436 hl) e Sant’Antimo (9.992 hl). Una produzione per circa il 70% destinata all’export e che, per quanto riguarda il Brunello, una volta in cantina si trasforma in un vero e proprio investimento ad altissimo rendimento, con profitti che crescono in maniera direttamente proporzionale all’affinamento del vino fino a triplicare il proprio valore. Valgono infatti circa 400 milioni di euro i 340mila ettolitri delle ultime annate conservati in botte nei caveau delle 300 aziende montalcinesi, grazie a una supervalutazione dello sfuso (fino a 1.200 euro per ettolitro), che fa del Brunello il vino più caro del Belpaese. E non è finita, perché dopo l’imbottigliamento e considerando le quotazioni dell’annata 2014, il valore del prodotto finito salirà del triplo, fino a superare quota 1,2 miliardi di euro. Fonte dati: Valoritalia e Winenews
montalcino vigne

ENOTURISMO
Quasi 200mila presenze nel 2018, il 113% in più negli ultimi 5 anni, e oltre 75mila arrivi con pernottamento in un comune di 6mila abitanti. Sono i numeri dell’enoturismo di Montalcino, meta ogni anno di visitatori provenienti da tutto il mondo (il 72% del totale presenze è straniero), che ha costruito sull’economia del suo vino di punta la propria fortuna. La metà delle imprese locali sono infatti a stampo agricolo, ma non è tutto: negli anni si sono moltiplicate le strutture ricettive e oggi sono 1 ogni 35 abitanti con 92 tra alberghi, agriturismi e strutture di accoglienza. Oltre 50, infine, ristoranti e locali con attività di somministrazione. E i risultati si vedono: +20% le presenze solo nell’ultimo anno statistico (2018 vs 2017); +113% negli ultimi 5 anni per una crescita 10 volte superiore all’incremento dell’incoming regionale toscano; quasi 77mila le notti in hotel per 3/4 riservate da stranieri, circa 120mila le presenze in esercizi extralberghieri. Provengono da oltre 60 Paesi gli enoturisti che visitano Montalcino e che lo scorso anno hanno fatto segnare un +25% di presenze. Si tratta prevalentemente di big spender e gli habitué sono in primis gli statunitensi, vero e proprio feudo con quasi 41mila presenze registrate nel 2018 e una crescita boom sull’anno precedente (+56%), seguiti da 19mila presenze dalla Germania e da oltre 10mila da Regno Unito e Brasile, quest’ultimo in grado di segnare un incremento del 70% nell’ultimo anno monitorato. Numerosi anche gli arrivi con pernottamento provenienti da Francia, Canada, Svizzera, Australia e Russia.
Fonte dati: elaborazioni Nomisma-Wine Monitor su base statistica della Regione Toscana.
enoturismo montalcino

I dati utili si fermano al 2019 ma, per quanto il 2020 sia da considerare un annus horribilis per tutta la filiera enoica italiana, Montalcino ha goduto prima di una vendita anticipata (anche a grazie/a causa dello spauracchio dei dazi che ha spinto molti ad acquistare le nuove annate in anticipo dagli USA che rappresentano, da anni, il principale mercato del Brunello), poi del posizionamento di gran parte delle realtà su un pool di mercati molto ampio (variare e distribuire in maniera oculata i mercati è stato uno dei fulcri della “politica” commerciale delle realtà montalcinesi) e in fine ha visto l'apporto dei privati italiani che, nonostante la pandemia hanno riversato il loro interesse nei “fine wines”. Riguardo l'enoturismo sarebbe da ipocriti definire boom quello avuto quest'estate, ma di certo i mesi estivi hanno visto un riavvicinarsi degli appassionati italiani che per quanto abbiano notoriamente un potere d'acquisto inferiore ad alcuni enoturisti stranieri, hanno supportato le cantine e le attività locali. Questo aspetto potrebbe trasformarsi nel post-pandemia in un valore aggiunto per una terra che potrà godere della fidelizzazione fatta quest'anno nei confronti degli appassionati italiani.
fortezza montalcino enoteca

Ho voluto elencare questi dati razionali per darvi un'idea più concreta di ciò che Montalcino rappresenta oggi in termini vitivinicoli e di indotto, ma ciò che mi sta ancor più a cuore è la resilienza di un areale che ha saputo restare fedele alla propria storia anelando al futuro con dedizione e coerenza, senza genuflettersi a nessuna moda e senza assecondare in maniera pedissequa chi inneggiava alla sottesa omologazione come all'arma vincente per "conquistare il mondo". Sia chiaro, Montalcino ha saputo anche imparare dagli errori, propri e ancor più degli altri, mettendo l'identità prima di tutto. Un'identità che, per chi ama i vini di queste terre, non è data dal solo Sangiovese, bensì dal concetto più profondo di terroir, in cui generazioni di donne e uomini lavorano insieme alla natura per portare in bottiglia qualcosa di estremamente riconoscibile che, a prescindere da ideali zonazioni o differenti interpretazioni, ha, spesso, la precisione dei più moderni gps.
Un territorio è davvero grande quando riesce ad ergersi sempre al di sopra del varietale e della mano dell'uomo.
sangiovese

Costanza e coerenza che hanno permesso di aumentare gradualmente il valore di questo territorio e di ogni bottiglia ivi prodotta.
Merito di questa crescita esponenziale e dell'aumento della percezione del valore della denominazione del Brunello di Montalcino Docg e con essa anche di quella del Rosso di Montalcino Doc è sicuramente la continua volontà di mettersi in gioco dei produttori storici e la presa di coscienza in termini di potenzialità di un notevole numero di piccole e medie realtà che rappresentano il tessuto della viticoltura ilcinese.
consorzio brunello montalcino

A prescindere dalle dimensioni e dai numeri, però, non è solo la percezione che si ha del lavoro dei vignaioli e dei produttori locali ad essere così alta, in quanto a detta di molti addetti ai lavori se c'è un ente di tutela che è stato in grado di lavorare bene negli ultimi anni quello è proprio il Consorzio del vino Brunello di Montalcino.

Un Consorzio nato all'indomani dell'assegnazione della Doc (1967) e che annovera 218 soci che rappresentano quasi la totalità del Brunello prodotto (98,2%) che, oltre a creare quella che è da anni la migliore anteprima del vino italiano in termini di organizzazione e appeal (Benvenuto Brunello), ha sempre operato in maniera accorta e ponderata dando un'immagine forte di unità territoriale.

E' proprio la sensazione che a Montalcino ci sia grande unità d'intenti (pur mantenendo e preservando le proprie individualità) tra i produttori che agevola da un lato la consapevolezza di chi fa vino e dall'altro la fondamentale sicurezza da parte dei consumatori e degli addetti ai lavori riguardo il valore qualitativo di una bottiglia di Brunello. Questi fattori trascendono la valutazione del singolo assaggio e dell'operato della singola realtà, in quanto ciò che è evidente è che chi acquista una bottiglia di Brunello ha la percezione di poter stappare o mettere in cantina un'eccellenza italiana e mondiale che difficilmente deluderà.

Credo che questo sia il “goal” di ogni denominazione ma ancor di più di quelle che sono riuscite a creare un connubio così forte fra varietale e territorio, fra tradizione e rinnovata consapevolezza tecnica, da aver conseguito una linearità stilistica che può essere un'arma a doppio taglio se non la si sa valorizzare al meglio.

Questo è ciò che il Consorzio e i produttori del Brunello hanno saputo fare negli anni e in particolare negli ultimi 10, manifestando una grande omogeneità qualitativa che permette all'intera denominazione di poter produrre vino nel miglior modo possibile, ognuno con la propria filosofia agronomica ed enologica ma entro dei canoni di riconducibilità territoriale ben definiti.
Il tutto con un sempre maggiore rispetto della biodiversità e della sostenibilità, aspetti fondamentali per il presente e il futuro della viticoltura di ogni areale vitivinicolo che, fortunatamente, Montalcino può tutelare e implementare.
Un'identità forte che si erge come esempio da seguire per il resto delle denominazioni italiane.
Oltre all'attività istituzionale del Consorzio, va sottolineata anche l'attività di confronto e condivisione delle nuove generazioni, che stanno mostrando di voler crescere insieme, ponendo le basi per ciò che sarà la Montalcino del futuro. Una Montalcino che nonostante abbia perso alcuni dei propri personaggi di punta negli ultimi anni manifesta di essere una squadra in cui tutti i giocatori possono scendere in campo con merito e in cui le punte di diamante aumentano di annata in annata e si alternano come solo nei contesti di grande qualità media può accadere. Ecco quindi che emerge il grande territorio, ancor prima del grande produttore. Cosa rara, specie in Italia, in cui tendiamo sin troppo spesso a ricondurre intere denominazioni all'oligarchia ideale di pochi.

Scrivo tutto questo a ridosso di quella che potrebbe essere la prima anteprima del vino da molti mesi a questa parte, per la quale nulla è stato lasciato al caso se non, purtroppo, gli aspetti incontrollabili dovuti agli esiti in divenire della pandemia.

Un Benvenuto Brunello OFF in cui la mia tesi verrà confermata, agevolata da annate straordinarie in degustazione, ma è proprio in annate come la 2016 che l'asticella si alza, sia per il degustatore che carica ogni assaggio di maggiori aspettative che per il produttore che portando in cantina uve di quella “bellezza” e salubrità non può che aspirare a risultati ancor più importanti.

Speriamo di vederci a Montalcino tra qualche settimana, ma nell'attesa fate incetta di 2016 se ne trovate ancora un po' in giro.


F.S.R.
#WineIsSharing

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