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sabato 9 novembre 2019

Ischia - Un'isola di vigne eroiche, vini identitari e vignaioli virtuosi

Il “mio” mondo del vino è fatto di grandi incontri, assaggi indimenticabili e, soprattutto, di luoghi incantevoli che solo grazie a questa passione sono riuscito a visitare.
Durante il mio ultimo viaggio in Campania ho avuto modo di vivere un'esperienza intrisa di suggestione e meraviglia, di quelle in cui sei sempre a bocca aperta per il fiatone dovuto alle pendenze dei vigneti, per lo stupore causato dalla bellezza dei paesaggi e per la possibilità di assaporare ottimi vini.
Parlo, ovviamente, del mio breve ma intensissimo tour per le vigne e le cantine di Ischia, un'isola dal magnetismo così potente da attrarmi anche in un momento in cui pensavo non avrei avuto modo di dedicarmi al vino.
ischia vigne
Il mio interesse per la viticoltura isolana e, in particolare, per quella ischitana è, da sempre, indotto dalla capacità di questi territori cinti dal mare di rappresentare delle vere e proprie enclave, dei piccoli continenti che vivono dinamiche storico-culturali e, in questo caso, colturali differenti da quelle della terraferma.
La vocazione dell'Isola alla viticoltura è nota sin dall'antichità, lo testimonia la coppa di Nestore, ritrovata nel comune di Lacco Ameno, sulla quale è incisa la frase “Di Nestore... la coppa buona a bersi. Ma chi beva da questa coppa, subito quello sarà preso dal desiderio d’amore per Afrodite dalla bella corona” che sembra inneggiare al buon vino locale.
Sembra, altresì, che la coltivazione della vite sia stata introdotta dagli Antichi Euberi e per questo il sistema di allevamento richiama la tradizione greca e non quella etrusca adoperata nel centro Italia e in molte zone della Campania.
Il vero e proprio boom della produzione vitivinicola ischitana, però, si ha nel 1500, grazie al commercio del vino bianco sfuso, esportato via mare verso i più importanti mercati italiani e stranieri.
Migliaia di carrati venivano caricati sui velieri da trasporto (vinacciere) che per secoli hanno solcato i mari rappresentando l'unico veicolo commerciale dall'isola alla terraferma.

Oggi, Ischia è sicuramente più famosa per il turismo, per le terme e per la bellezza dei contesti paesaggistici e solo marginalmente per i suoi vini di territorio, eppure la storia di cui sopra e quella più recente ne attestano una qualità indiscutibile. Una vocazione così forte da portarla ad essere ricoperta di vigneti, fino ad arrivare a ca. 2400ha vitati attorno agli anni '40. Con l'avvento del boom economico e del turismo, a causa di speculazioni edilizie e di una visione poco accorta della gestione del patrimonio naturale e paesaggistico ischitano, gli ettari diminuirono scendendo sotto ai 1000ha (ca. 900) negli anni '90 per poi stabilizzarsi sui ca. 300ha odierni.

Un patrimonio vitivinicolo ed ampelografico dilapidato ad una velocità inaudita che è stato salvaguardato solo ed esclusivamente da pochi virtuosi vignaioli.
Basti pensare che, un tempo, si annoveravano fra i vitigni coltivati uve quali Agrilla (o Arilla), Biancolella, Catalanesca, Codacavallo, Coglionara, Fragola, Lentisco, Lugliese, Malvasia, Moscatella, Nocella, Pane, Sanfilippo, Sorbisgno, Zibibbo, Verdesca, Uvanta, Campotese, Montonico e altre che assumevano nomi differenti in base all'area di coltivazione, tanto erano connaturate alle singole parcelle e legate alle singole famiglie di vignaioli.
Oggi, i varietali maggiormente coltivati sono molti meno e, seppur permanga la presenza di alcuni resilienti ceppi delle uve autoctone sopracitate, sono Biancolella e Forastera – fra le bianche – e Pèr'e Pallummo (Piedirosso) e Guarnaccia – tra le rosse – a rappresentare il fulcro della viticoltura isolana.

Mi piace pensare che Ischia venisse chiamata “Isola Verde” non solo per il particolare colore delle pareti di tufo del Monte Eponeo, ma anche per le sfumate tonalità di verde che avevano i muretti a secco (parracine) fatti con quella stessa pietra vulcanica per anni a contatti col mare e, ovviamente, per l'impatti visivo che poteva dare la superficie vitata di un tempo unitamente alla grande presenza di boschi e vegetazione, spesso endemiche.
Una biodiversità che, per nostra fortuna, resta pressoché invariata nonostante l'edilizia si sia messa d'impegno per ridurre la quantità di verde presente sull'isola.
E' proprio questo fattore ad avermi spinto fino ad Ischia, curioso di scoprire le particolarità della viticoltura locale e le varie espressioni di un'identità territoriale che vanta una miriade di sfaccettature dovute al grande frazionamento dei vigneti e, di conseguenza, alle caratteristiche di ogni singola parcella in base alle condizioni pedoclimatiche e alle scelte del vignaiolo.
Sì, perché ad Ischia molti dei vignaioli storici sono e restano solo produttori di uva, allevatori di viti fedeli e gelosi del proprio piccolo fazzoletto di terra che mai venderanno ma dal quale saranno lieti di ricavare i grappoli che contribuiranno alla produzione di vini delle più importanti cantine ischitane.
Questo lavoro di squadra fra produttori – che a loro volta conducono i propri vigneti – e viticoltori – che operano, spesso, con la supervisione dei produttori ai quali conferiscono le uve da anni e secondo le loro indicazioni – rappresenta la forza di una viticoltura che, altrimenti, sarebbe impossibile da gestire in quanto oltre al frazionamento e alla distanza tra ogni parcella di vigneto l'aspetto più complesso da gestire sono le operazioni agronomiche in un contesto in cui la meccanizzazione è quasi ovunque impossibile.
Molti si aspetterebbero una viticoltura costiera, ma la realtà è che quella di Ischia è una viticoltura eroica, che pur guardando al mare ha più aspetti in comune con quella di alta collina o, addirittura, di montagna. Vigneti che partono da 200m slm e arrivano fino a oltre 600m slm con pendenze che definire proibitive sarebbe un eufemismo, tanto che non è raro imbattersi in monorotaie, unico ausilio meccanico per il trasporto delle cassette in vendemmia.
Vendemmie che impongono accorgimenti come quello di legarsi con delle funi per calarsi nei meandri di vigneti impervi, racchiusi tra rocce e scarpate, dove al solo trovare quei ripidi terrazzamenti quale folle abbia pensato di impiantare un vigneto lì?! Ma la risposta che ti daranno i vecchi saggi è sempre e solo una: “Lì l'uva viene meglio!”.

Sono quegli stessi viticoltori che hanno hanno permesso alle nuove generazioni di produttori di vino ischitane di poter contare su una tradizione radicata e una qualità delle uve eccelsa.
Io, da par mio, ho voluto fare una vera e propria full immersion visitante le 6 principali realtà locali partendo dai vigneti e dedicandomi successivamente alle cantine e alla degustazione dei vini prodotti dalle singole aziende. Ho voluto visitare i vari versanti dell'isola e vedere coi miei occhi la grande fertilità dei terreni (molto ricchi di umidità nel sottosuolo e di potassio) e l'eroicità dei vigneti che, in particolare nel versante settentrionale dell’isola (da ovest a est) arrivano a pendenze del 50-60%.

Doti territoriali e virtù umane che devono essere percepite con orgoglio e consapevolezza dagli stessi produttori che non possono e non vogliono più vivere l'insularità come una clausura, un confinamento geografico che impedisca loro di aprirsi al mondo.
Alla condizione di segregazione che rischia l'isola si aggiunge l'arma a doppio taglio del turismo che da un lato permette a tutti i produttori di vendere i loro vini per gran parte in loco ma dall'altro impone dinamiche di concorrenza che non possono basarsi sulla sola qualità, bensì devono tener conto dell'aspetto economico. Spesso, nelle località in cui il turismo permette di vendere molto del vino prodotto da piccole e medie cantine si soffre una condizione di stallo in termini di elevazione generale del vino locale. Questo perché con le vendite più o meno assicurate si teme di incappare in errori di valutazione o di perdere questo trend positivo cambiando, seppur in meglio, il proprio approccio in bottiglia e a scaffale.
Un discorso che ho avuto modo di affrontare con i virtuosi produttori che ho incontrato ad Ischia e ho riscontrato in loro la volontà di mostrare e dimostrare quanto i vini ischitani possano parlare al resto d'Italia e al mondo in modo nitido e identitario ma al contempo molto contemporaneo.

Ecco le realtà che ho avuto modo di visitare e di conoscere:
d'ambra vini
D'Ambra Vini: senza tema di smentita la realtà più rappresentativa dell'Isola, con una storia che affonda le radici nel lontano 1888, anno in cui la cantina viene fondata da Francesco D'Ambra, pioniere della vitivinicoltura ischitana e ancor più del commercio di vino sfuso verso il continente. E' stato proprio "Don Ciccio" a trasformare un popolo di vignaioli in una vera e propria realtà imprenditoriale basata sulla conduzione dei propri vigneti e sulla valorizzazione dei singoli fazzoletti di terra gestiti dai vignaioli locali che conferivano le proprie uva all'azienda. Ma è, dapprima, grazie all'istrionico Mario e,poi, con il figlio Andrea D'Ambra, lungimirante enologo della famiglia, che dobbiamo il vero salto di qualità di questa cantina che oggi è guidata dalle figlie Marina e Sara. E' proprio Sara, giovane enologa con all'attivo varie esperienze all'estero, a mostrarmi li nuovo corso aziendale che per quanto guardi al futuro non può prescindere dalla storicità del suo vigneto più rappresentativo: il Frassitelli. Vero e proprio cru dell'isola che da anni volevo visitare, inerpicandomi sui ripidi pendii in cui spicca il verde il tufo verde dell'Eponeo. E' qui che trovo la prima monorotaia, forse la più tortuosa e lunga di Ischia, senza la quale sarebbe a dir poco proibitivo anche solo pensare alla raccolta. La Biancolella è il vitigno che rappresenta di più Ischia e questa realtà che ne ha fatto un vero baluardo della propria produzione. Ottimo il Frassitelli nella sua finezza e visione prospettica di un varietale che può e sa evolvere bene; molto piacevole e dinamica la Biancolella classica, tanto classica da conservare nel suo uvaggio un saldo di uve autoctone come Forastera, San Lunardo e Uva Rilla (per non più del 15% in totale). Vini dotati di impeccabile pulizia e precisione.
Importantissimo il progetto di ripristino della famosa "vigna dei mille anni" della quale si hanno testimonianze storiche datate 1036. Un lavoro portato avanti insieme al proprietario del vigneto, che ha permesso alla famiglia d'Ambra di produrre un rosso base Aglianico in un appezzamento tanto vocato da aver meritato riconoscimenti, per i vini ivi prodotti, sin dall'800. Un progetto virtuoso che fa onore a Casa d'Ambra.
cantina pietratorcia
Pietratorcia: tre storiche famiglie contadine ischitane Iacono, Regine e Verde si uniscono per dar vita a questa realtà che prende il nome dalla grossa e pesante pietra (pietra torcia appunto) che serviva alla pressatura delle vinacce dalle quali otteneva, dopo fermentazione, un vinello (saccapane) utilizzato come bevanda dai vignaioli in campo.
7 sono gli ettari vitati nei quali si è scelto di reimpiantare varietà locali come la Biancolella, Forastera, Uva Rilla, la Guarnaccia, il Piedirosso, ma anche varietà più rare sull'isola come il Viognier, la Malvasia di Candia aromatica, il Fiano, il Greco, l'Aglianico e la Syrah. Anche in questo caso non mancano i vigneti dalle pendenze eroiche e i vini che ho avuto modo di assaggiare si sono dimostrati frutto di un'enologia contemporanea che non teme di attingere con rispetto e consapevolezza dalla tradizione. Interessanti le nuove sperimentazioni con macerazione sulle bucce della Biancolella e senza solfiti aggiunti. Molto piacevole anche il Tifeo Rosso (Guarnaccia e Piedirosso) capace di coniugare una buona intensità aromatica e cromatica ad una beva dinamica e saporita.
Davvero equilibrato e piacevole la vendemmia tardiva Meditandum (Biancolella 40%, Forastera 20%, Uva Rilla 10%, San Leonardo 10%, Malvasia di Candia Aromatica 20%), con un naso tutto giocato sulle tonalità mediterranee di macchia e di agrume con un sorso per nulla stucchevole grazie alla buona acidità e al moderato residuo.

Una realtà fatta di persone che credono nel vino ischitano e nella viticoltura tradizionale con un approccio enologico accorto e ponderato, di grande lungimiranza.
vigna del lume mazzella ischia
Cantine Antonio Mazzella: era la cantina... o meglio... erano i vigneti che ci tenevo di più a visitare, in quanto la storia di Nicola Mazzella e della sua eroica viticoltura era già giunta a me tramite la cara Malinda Sassu coordinatrice di questo tour. Vigna del Lume è uno spettacolo per gli occhi ma è un attimo e una sensazione di ansia mista a incredulità mi assale pensando a chi dovrà lavorare in quel contesto. Eppure, non è solo il cru più noto dell'azienda a spaventare, in quanto la maggior parte degli appezzamenti che Nicola coltiva ha pendenze che raggiungono il 50%, molte a picco sul mare. 
Per arrivare a vederne alcuni l'unico modo è stato percorrere antichi sentieri in cui già solo non scivolare in un dirupo è rappresenta una grande conquista.
E' proprio camminando per questi sentieri e scorgendo i suoi vigneti che Nicola mi racconta della raccolta, la pigiatura e la torchiatura che vengono fatte rigorosamente a mano in loco,  per poi lasciar maturare il mosto in antiche cantine scavate nel tufo.
La difficoltà si fa necessità e la necessità diviene virtù quando il vino viene trasportato via mare con appositi contenitori posti su barchette di legno, dalla baia di San Pancrazio verso l’antico Borgo di Ischia Ponte, dove viene trasferito a Campagnano, dov'è situata la cantina Antonio Mazzella e, quindi, la sede di imbottigliamento.
E' il duro lavoro in vigna ad aver temprato le 3 generazioni dei Mazzella che si sono avvicendate come custodi rispettosi e fieri di queste terre e del vino che ne scaturisce ma, nonostante la grande umiltà e l'animo gentile, è stato proprio Nicola a far fare il salto di qualità a questa azienda. Lo ha fatto comprendendo che all'esperienza in vigna andava abbinata una rinnovata competenza in cantina, perché è solo conoscendo a pieno la tecnica enologica che si possono produrre vini puliti, eleganti e sinceri nella loro identità varietale e territoriale. E' solo sapendo "cosa fare" che si può sapere "cosa non fare", lavorando così in sottrazione per raggiungere la purezza degli aromi e dei sapori. E' questo che trovo nei vini di Nicola Mazzella: Ischia in purezza! 
In particolare Vigna del Lume esprime la personalità fine e delicata della Biancolella, ancora fresca nel frutto e nel fiore, dritta ma non esile (grazie alla permanenza sulle fecce fini) al sorso. La chiosa è minerale, sapida, di vulcano e di mare. Un vino luminoso di nome e di fatto. Ottimo anche il Villa Campagnano che esprime al 50 e 50 i due vitigni simbolo dell'enologia bianchista ischitana, ovvero Biancolella e Forastera, con un naso ben definito e spigliato e un sorso intenso, fiero e salato.
cantina tommasone ischia
Tommasone: la storia della cantina Tommasone vanta un trascorso di oltre 250 anni.
La cantina nasce nel '700, in località Fango nel piccolo Comune di Lacco Ameno, ad opera della famiglia Tommasone.
Dal momento della fondazione ad oggi sono state 5 le generazioni della famiglia che si sono avvicendate alla guida di questa piccola e virtuosa realtà.
E' nel 1870 con Bisnonno Pietro, figlio di contadini, che l'azienda inizia a produrre vino sfuso , dando il là a quella che sarebbe diventata l'odierna Azienda Agricola Pietra Di Tommasone.
Dopo Pietro, fu il figlio Tommaso a prendere le redini dell'azienda finché non gli successe suo figlio, Antonio Monti.
Nel 1980 dopo la perdita del papà Tommaso, Antonio emigrò in Germania dove aprì un ristorante e conobbe sua moglie Birgit, dalla quale avrà due figlie: Lucia e Barbara.
Il richiamo dell'Isola e della terra, però, era troppo forte tanto che a metà degli anni '90 Antonio decise di produrre vino ad Ischia, nella vecchia cantina dei suoi avi, opportunamente restaurata, con accorgimenti tecnologici nuovi per l'isola.
Anche i vigneti vengono ripristinati, reimpiantando vitigni tipici dell'isola come Biancolella, Forastera, Per'e Palummo e Guarnaccia ma anche altri varietali quali l'Aglianico, il Montepulciano e qualche filare di Cabernet Sauvignon. Ad accogliermi in azienda sono stati Lucia (figlia di Antonio) e il suo compagno di vita e di cantina, grazie ai quali ho avuto modo di scoprire il nuovo corso dell'azienda e comprenderne a pieno le potenzialità. Lucia ha studiato viticoltura ed enologia e la sua preparazione è seconda solo all'amore che prova per queste terre e vi basterà assaggiare i loro vini nella terrazza panoramica di poco sopra alla cantina per rendervi conto di quanto sia privilegiata quella posizione.
I vini di Tommasone sono intensi, integri nel frutto e nella loro vena acida. Se la Biancolella è, senza ombra di dubbio, la punta di diamante dei vini di Lucia a colpirmi particolarmente è stato il Per'e Palummo in un'interpretazione molto coerente del varietale per frutto e speziatura naturale. Il sorso è spensierato ma non scontato, disteso e dalla mineralità vulcanica. Interessanti anche le prime spumantizzazioni metodo classico sia in bianco (Biancolella e Forastera) che Rosè (Aglianico). Una piccola realtà con una visione internazionale che sta dando lustro alla viticoltura ischitana.
crateca ischia
Crateca: una realtà familiare che vede i 3 fratelli Castagna Arnaldo, Giampaolo e Piergiovanni dedicarsi alla vigna e alla cantina con encomiabile dedizione e passione. Una passione così sviscerata e contagiosa da aver attirato nelle dinamiche aziendali anche le nuove generazioni che cercano, a loro modo, di dare un contributo positivo e propositivo.
Scalare, uno ad uno, i terrazzamenti dei circa 2 ettari di vigna di Crateca che dominano la cantina toglie il fiato per un bilanciato mix di fatica e bellezza.
Il lavoro di ripristino di questi antichi terrazzamenti è stato imponente, là dove c'erano ormai bosco e sterpaglie oggi sono le parracine a disegnare i profili di veri e propri giardini in cui le viti seguono le curve della collina a 250m slm, abbracciate da altre colture e protetti dal bosco.
La conduzione agronomica e quella enologica sono più che rispettose e ad impressionare sono le dotazioni di cantina che questa piccolissima cantina ha messo a disposizione dell'enologo Marco Esti per la produzione di vini dall'impeccabile pulizia aromatica al naso e dalla  grande precisione varietale e minerale al sorso. Mare e vulcano, vento e terra si incontrano in vini intensi, forti di una personalità molto riconoscibile che mostra una volontà chiara di stupire con espressività mai scontate ma, al contempo, fedeli alla tipicità dei varietali ischitani e di queste terre.
I bianchi lavorati in completa assenza di ossigeno, con grande controllo del freddo e riduzione drastica della solforosa, sono netti, taglienti e la Biancolella rappresenta, a mio parere, già un riferimento per la vinificazione del varietale sull'isola. A colpirmi particolarmente, però, è il Rosato che pur essendo prodotto da uve Aglianico (più tipico della terraferma che dell'isola) dimostra quanto l'isola possa esprimere anche nella vinificazione in "rosa", portando nel calice un vino dal frutto integro e invitante, fine nell'abbraccio floreale e nelle tonalità minerali e balsamiche. Un sorso denso ma slanciato, piacevole nel contrasto fra la succosità del frutto e la sapidità del finale.
vini cenatiempo
Cenatiempo: last but not least eccomi arrivato a casa di Pasquale Cenatiempo autoctono vignaiolo schivo ma dal cuore buono e di sua moglie Federica luminosa e estroversa bolognese trasferitasi sull'isola per amore. Una realtà che mantiene in vita il ricordo dell'Ischia del vino sfuso commerciato via mare, grazie alla cantina situata ancora sul porto di Casamicciola, ma che ha il suo cuore pulsante nella proprietà sulla collina Kalimera in cui Pasquale e Federica mi accolgono. Una cantina del '600 scavata nella roccia ospita ancora lo storico aziendale e regala una fotografia unica di quello che erano il vino e l'enologia dell'isola anno addietro. Impossibile non restare affascinati dal tour nei cunicoli di una cantina così intrisa di storia e di empirica saggezza.
E' dal 2005 che Pasquale inizia a condurre vigneti di proprietà e in gestione per la produzione dei propri vini, cercando sin dal subito di convertirli ad una conduzione più accorta e rispettosa in regime biologico e secondo alcuni principi dell'agricoltura biodinamica. Il vigneto che ho modo di visitare è proprio quello adagiato sulla sommità della collina Kalimera, a 450m slm, dove nasce l'omonimo cru di Biancolella, luminoso e sferzante nella sua tipicità con una vena artigianale che non trascende la pulizia, anzi conferisce al vino una personalità integra e riconoscibile. Lo stesso vale per tutti i vini assaggiati e, in particolare, per la Forastera che tra quelle assaggiate durante il mio girovagar enoico sull'isola è stata la più convincente per fedeltà al varietale e completezza dello spettro organolettico naso-bocca. Al frutto e al fiore tipici della Forastera si aggiungono note balsamiche mediterranee e la bocca è molto coerente con una chiosa salina che da inerzia al sorso. Anche il Rossi mostrano un'attitudine sincera nell'esprimere al meglio varietale e identità territoriale coniugando un fare artigiano ad un sapere consapevole e attento che tiene alla larga difetti di sorta.
Una cantina fatta di persone dalla grande umiltà che produce vini garbati e profondamente armonici che stupiscono per la coerenza lungo tutta la linea.
Foto: www.ilgolfo24.it/
Ischia è un luogo che cattura l'anima e portando il corpo in luogo dalla suggestione, a tratti, sconvolgente. Sono anni che coltivo la mia passione per la viticoltura eroica e per le rare e caleidoscopiche micro identità territoriali di cui l'Italia è costellata ma mai come questa volta mi sono stupito, meravigliato e, a volte, persino arrabbiato per cotanta bellezza e vocazione. Rabbia positiva, la mia, indotta da un potenziale solo parzialmente sfruttato che sono certo verrà sempre più compreso e sempre meglio interpretato ed espresso da questo manipolo di realtà virtuose votate alla qualità dalla vigna al bicchiere, capaci di far tornare grande la viticoltura ischitana e di portarla ancor più in alto, verso vette che guardino al mare e alla terraferma con l'orgoglio di chi sa di avere fra le mani qualcosa che nessuno al mondo potrà mai mettere in bottiglia: Ischia.


F.S.R.
#WineIsSharing

P.S.: Ringrazio di cuore Malinda Sassu per l'organizzazione, i vignaioli ischitani per la grande attenzione dedicatami ed Elena per avermi supportato e sopportato durante questo meraviglioso ma impegnativo tour tra vigne e cantine.

Il vino non ha bisogno di diatribe ma di dialettica costruttiva

Da quando gravito attorno al mondo del vino ho sempre cercato di atterrare al centro delle "cose", il più vicino possibile alla vigna e ai vignaioli che fanno del rispetto del territorio, dell'uva e, quindi, di sé stessi e di chi berrà i loro vini i loro valori fondamentali e imprescindibili. Ho scelto di raccontare storie vere di persone vere che nulla hanno a che fare con dinamiche che già dobbiamo sopportare attraverso questioni politiche in un paese che non sembra mai trovare un suo equilibrio. Nel mondo del vino l'equilibrio è possibile e in molti casi esiste nella coesione fra produttori, nella bellezza e nel rispetto profuso in alcuni territori e in un sempre più garbato approccio agronomico ed enologico.
Forse è proprio per questo che l'enosfera non annoia mai con le sue infinite sfaccettature, ognuna di esse osservabile ed interpretabile a sua volta da punti di vista differenti.
Eppure, c'è una cosa che in questi anni mi ha sempre tenuto lontano da certi contesti e alterato per certi versi: le continue diatribe.
Sembra quasi che il mondo del vino non possa e non sappia sopravvivere senza continui scossoni critici e dialettici e forse è davvero un po' così... o forse è la comunicazione enoica a non saper più dove andare a parare per fare un po' di facile audience!
vino naturale convenzionale
Non sarebbe poi così strano, dato che i quotidiani nazionali cercano ogni giorno di propinarci nel più breve tempo possibile notizie scarne e deviate, spesso volutamente fuorvianti, al fine di ottenere più click, più like, più sharing e, quindi, più introiti della pubblicità online o più notorietà indotta dall'ormai sdoganatissimo teorema del Dio Social “basta che se ne parli”.
Chi ha avuto modo di conoscermi, in questi anni in giro per l'Italia e per il mondo, sa quanto le sterili diatribe, la forzosa faziosità e la mera critica non facciano per me ma, come mi ha detto qualche giorno fa un uomo molto più saggio di me, “il silenzio è d'oro quando bisogna ascolta, ma la parola è di platino quando è ora di parlare”!
Ecco perché a ridosso dell'ennesima vendemmia, mi ritrovo qui a scrivere del "conclamato nulla" che diventa "ineluttabile tutto", della volontà di pochi che sposta masse che tanti non muoverebbero di un sol centimetro. Prendiamo in considerazione l'ormai annosa diatriba fra vignaioli convenzionali e vignaioli naturali: voi credete davvero che siano i vignaioli ad alimentarla? Per chi fa vino i problemi sono altri e sono per lo più legati alla propria attività, nel pieno rispetto delle filosofie enoiche di chi fa vino in maniera differente. Alla maggior parte dei vignaioli che incontro – forse sono fortunato, forse sono bravo a scegliere, ma la legge dei grandi numeri mi dice che la verità non è molto lontana da ciò che ho vissuto in prima persona! – non interessa altro che fare vino a modo proprio, secondo la propria concezione e secondo i propri principi in vigna e in cantina. Ecco perché demonizzare la figura dell'enologo è tanto sbagliato quanto affidarsi alla chimica di sintesi in vigna e in cantina se si vuole produrre vino di qualità con una forte identità varietale e/o territoriale; ecco perché pensare che si possa fare biologico ovunque, specie in annate non propriamente semplici, è davvero difficile e ciò che andrebbe fatto dovrebbe essere stimolare un dibattito più costruttivo e non esclusivo, distruttivo e limitante.
Inutile, quindi, cercare a tutti i costi di dividere il vino in vini verticali e orizzontali, in una sorta di cruciverba in cui qualcuno vorrebbe farci credere ci siano solo 2 parole, monotone e omologanti, mentre di parole ce ne sono infinite e le più interessanti, "divertenti" e difficili da scovare sono quelle scritte in obliquo.
parole crociate vino
Potrei andare avanti per ore, ma il mio intento non è scoperchiare il vaso di Pandora, ma stappare bottiglie di vino e, ancor più, riportare l'attenzione sulla vigna e sui vignaioli perché a chi fa vino – e lo fa davvero! - queste diatribe ledono, e fanno solo perdere tempo! Qualcuno sarà bravo a cavalcarle per un po', qualcuno ne farà la propria personale crociata, ma nel mezzo c'è una miriade di donne e di uomini che lavorano per produrre, ogni anno, ciò che ci da qualcosa di cui parlare, di cui scrivere, di cui riempirci bocca, mente e cuore.
Sono quelli i vignaioli che sanno che non si parte con l'idea di fare un vino più magro, esile e acido o, viceversa, più strutturato, grasso e alcolico se si vuole rispettare il prodotto di una determinata annata. Qualsiasi enologo o qualsiasi agronomo con un minimo di competenza e di sensibilità si è accorto di quanto sia sempre più difficile gestire le vendemmie in maniera mirata, avendo anche solo una vaga idea di ciò che sarà, perché se "non ci sono più le mezze stagioni", fidatevi, non ci son più neanche i PH di un tempo e questo perché – che lo vogliamo o no! - il clima è cambiato e la congruenza anche solo accennata che poteva esserci in passato fra maturazione tecnologica e fenolica è, spesso, più complessa che in passato. Lo dimostrano annate come la 2003 e la 2017 in cui, in molti casi, il rapporto fra zuccheri e acidi negli acini dava risultati che inducevano alla raccolta con molte settimane di anticipo rispetto alla consuetudine (anche per un'annata calda e siccitosa), ma bucce e vinaccioli erano ancora immaturi e questo ha portato a difficoltà notevoli per molti. Molte delle pratiche consuete fino a pochi lustri fa, si stanno adattando o stanno cambiando, con non poche ansie per chi fa vino da anni ma anche per chi ha iniziato da poco e ha già vissuto annate “eccezionali” - in negativo - per le loro peculiarità. Ma queste sono storie che non interessano a nessuno... meglio sparare a zero su questo o quel vino e limitare tutto al "buono e cattivo". Il vino non può essere ridotto a quella soluzione idroalcolica formata da sostanze contenute negli acini d'uva e da quelle prodotte dalla fermentazione del mosto e delle vinacce e non può essere solo un'etichetta, una certificazione, uno stile! Perché è questo e tanto altro e se il cliente finale, l'avventore occasionale, l'appassionato disinteressato non sono tenuti necessariamente a comprendere ciò che c'è dietro ad una bottiglia chi comunica dovrebbe essere obbligato a tenerne conto, perché troppe volte ci si dimentica di quanta fatica, incertezza e investimento ci sia dietro quelle meravigliose vigne in cui noi camminiamo per diletto, ma qualcuno macina km, sulle proprie gambe o sul trattore, per far portare a casa la "pagnotta" di annata in annata.
grandinate vigna
Eppure si alimentano le diatribe, quando ciò che andrebbe portato alla luce di tutti gli appassionati e gli addetti ai lavori è quanto sia cresciuta in maniera esponenziale la sostenibilità delle nostre vigne e delle nostre cantine e quanto in molti si stiano adoperando per eliminare tutto ciò che è superfluo barattando la chimica con l'esperienza e la competenza tecnica.

E quando si parla di sottrazione (almeno per il sottoscritto) si deve partire dalla vigna con un rinnovato rispetto e la sincera volontà di lasciare a chi verrà una terra ancora sana, viva e capace di infondere la propria identità in quel meraviglioso tramite tra terra e uomo che è la vite e non dalla cantina cercando di scarnificare e alleggerire vini che rischierebbero di divenire un assurdo, una contraddizione in termini dati i cambiamenti climatici che di certo non agevolano la produzione di vini esili, ma tutt'altro! Ecco perché il problema non sono i vini "verticali", i vini acidi e minerali (per quanto possano essere abusati questi termini) laddove si dimostrino in grado di rispecchiare un varietale, un territorio e una maggior identità, ma dovrebbero essere i "vini del controsenso": quelli prodotti forzatamente che prescindono dall'annata come lo erano negli anni '80 e '90 i "marmellatoni", "ciccioni", "barricconi" e come rischiano di esserlo oggi da un lato i vini che mi piace definire "abbandonati" in quanto frutto di incuria e negligenza propinate come scelte. Ma ci sono anche i vini "esili-ati", ovvero vini così esili da sembrare non essere passati per il palato ma esser stati esiliati direttamente al "gargarozzo".  
Non vi nego che tra i due, comunque preferisco questo momento storico alla precedente era-enoica, ma che il vino che vorrei sempre ritrovarmi nel calice è frutto dell'armonia di ogni sua componente e in particolare del bilanciamento fra struttura e acidità, se poi vanta anche slancio e una buona agilità di beva, un bel finale minerale pur mantenendo forza, lunghezza e tenacia nel tempo ben venga! Ma non si può avere tutto dalla vita! 

Eppure non è né facendo di "tutti i vini un fascio" né criticando o cercando di screditare questi estremi che si fa del bene al vino in Italia, bensì è cercando di far comprendere quanto sia difficile, oggi, trovare equilibri acido-strutturali, con gradazioni ottimali, nonché eleganza, finezza, per non parlare del rischio di portarsi a casa tannini strappati, sabbiosi, verdi anche in annate calde che indurrebbero a pensare che l'unica cosa "facile" da ottenere possa essere la maturazione. Il focus, oggi, dovrebbe essere proprio su quanto siano cambianti i vini e quanto sia più complesso oggi produrre vini in linea con un palato globale che - per fortuna! - ha visto evolvere la propria curva gustativa verso spettri organolettici più equilibrati, capaci di esprimere una maggior identità varietale e territoriale senza un'incidenza troppo marcata di affinamento e uomo. Trovare equilibri, armonie con annate così differenti e estreme che si ripercuotono anche sulle successive, non è di certo come prendere uve surmature e farne un mosto da dimenticare per anni in barrique nuove nella speranza che il legno amalgamasse, ammorbidisse ed omologasse il tutto!
Anche nei legni oggi c'è ancor più necessità di ricercare, di informarsi e di fare quello che i cugini d'Oltralpe hanno sempre fatto e che, probabilmente, ha permesso loro di essere sempre un passo avanti in termini di affinamento ed incidenza dello stesso sul vino.
Lo stesso vale per i tappi, con chiusure naturali o alternative sempre più efficaci e rispettose di ciò che andranno a preservare.
Il tutto con l'esigenza di fare vini più puliti in maniera meno "interventista", preferibilmente privi di difetti sin dal primo naso e senza residuo zuccherino. "Ve pare facile?!?"

Battute a parte, tutto deve partire dalla consapevolezza del lavoro in vigna e dal rispetto da parte di chi fa vino nei riguardi del proprio habitat e dell'habitat delle proprie viti-operaie, e da parte nostra - che godiamo del prodotto di quelle vigne bevendolo, assaggiandolo, scrivendone o semplicemente pubblicandone una foto su un social - nei confronti di chi quel vino lo fa. Non guasterebbe neanche un po' più di rispetto intestino alle varie categorie (vignaioli, comunicatori, addetti ai lavori e appassionati), ma un po' di pepe fa parte del gioco e lo capisco.

Proprio per questo, lungi da me criticare chi vuole perorare la propria idea comunicativa e chi da anni ha valutato solo il vino, vedendolo come quello che effettivamente può essere per il mercato e per la maggior parte di chi ne usufruisce, ovvero un mero prodotto enologico con caratteristiche organolettiche più o meno adeguate al proprio gusto e peculiarità tecniche più o meno obiettivamente azzeccate... ma per me è impossibile prescindere da tutto ciò di cui sopra e sempre lo sarà, perché relegare tutto a numeri, prezzi, filosofie, fazioni e descrittori sarebbe come valutare un taglio di Fontana senza sapere cosa "c'è dietro" o un monocromo di Manzoni per quello che è fisicamente e non per quello che rappresenta nella sua essenza.
Poi, sapete cosa? I vignaioli – quelli che se ne fottono delle diatribe – lavorano per produrre ciò che può dar loro da vivere e, nella maggior parte dei casi, per far ottenere questo devono lavorare per produrre il meglio, in ogni annata!
I vignaioli – quelli sinceri – sanno che in un'annata come questa chi fa bio o chi è biodinamico è dovuto entrare in vigna con quantitativi di rame e zolfo importanti, tanto da far rimpiangere a qualcuno i sistemici ma soprattutto sanno che quest'anno non è stata un'annata difficile solo per le piogge primaverili e per gli acquazzoni e le grandinate estive (in molti areali italiani), bensì lo è stata perché la pianta non dimentica la sofferenza e lo squilibrio dell'anno scorso, non dimentica le “ferite” inferte dalle gelata di aprile, non dimentica lo stress idrico e non dimentica gli errori di chi ha male interpretato il decorso di certe dinamiche difficilmente già affrontate in passato.

I vignaioli devono affrontare questo e molto altro e lo fanno (il più delle volte!) con cognizione di causa e (ancor più spesso) con coraggio e dedizione e non hanno bisogno di diatribe, non hanno bisogno di faziosità. Perché?! Perché i vignaioli non sono politici! Le fazioni non esistono per loro volere, ma per il volere di chi comunica e di qualche leone da tastiera che per anni ha seminato vento senza raccogliere la tempesta che avrebbe meritato, mentre quella tempesta, magari, si abbatteva sui vigneti e sul lavoro di alcuni vignaioli come una scure.

Io sono stanco di ritrovarmi a leggere file e file di articoli, post e commenti in cui l'equilibrio è bannato, bandito, escluso a priori perché non fa audience! Voi no?! Tutto per far godere quei pochi che in questo marasma deviato e fuorviante ci sguazzano! Gli stessi che creano gruppi ad hoc sui social per poter massacrare il lavoro altrui senza il minimo rispetto perché, ormai, tutti si sentono autorizzati a sputare sentenze e a fare male... tanto sono solo parole su di uno schermo, scritte da dietro ad un schermo, ma che da quello stesso schermo possono raggiungere un'infinità di persone e creare scompensi, illusioni e far passare mezze verità per assunti assoluti e menzogne per dogmi. Certe persone parlano per i produttori, si arrogano il diritto di citare vignaioli ed episodi di vita e di vino tirando in ballo (spesso) persone che non hanno nulla a che fare con quelle diatribe e che si guarderebbero bene dal manifestare pensieri tanto taglienti e ficcanti quanto superficiali e lacunosi. Perché chi fa vino... chi fa vino per davvero... preferisce versarti il vino nel calice e parlarti guardandoti negli occhi della propria idea di vino senza dover coinvolgere altri "colleghi" utilizzando futili paragoni tesi a screditarne l'operato o il pensiero e ancor meno cercherà di inculcare il diktat del vino perfetto, perché fondamentalmente lui/lei fa solo il proprio lavoro e cerca di farlo nel migliore dei modi possibile... quello che per lui/lei è il migliore dei modi possibile!
Ciò che di bello c'è oggi nel mondo del vino è proprio l'assenza di omologazione (per quanto qualcuno sostenga il contrario e per quanto in certi ambiti di certo l'andazzo possa sembrare proprio quello) e la facilità di accesso a vini radicalmente differenti. In parole povere "ce n'è abbondantemente per tutti i gusti!" quindi che ognuno faccia il vino che sente più nelle proprie corde e che ognuno scelga di bere, di comunicare e di apprezzare ciò che vuole senza automaticamente fare opposizione a tutto il resto. Perché non ha senso! Avrebbe molto più senso opporsi a certe pratiche agronomiche superate e dannose e a qualche operazione commerciale poco chiara, ma non a vini di una "razza" e vini di un'altra "razza".

Il vignaiolo/produttore rispettoso, al massimo, indurrà in voi qualche dubbio - com'è lecito che sia! -, perché è dal dubbio che si può iniziare ad incamminarsi in un percorso di scoperta, di crescita e di miglioramento! Ma non getterà mai merda su un altro produttore (per quanto siamo umani e possa nutrire remore o addirittura provare astio nei confronti di qualcuno) perché sa che dietro alle sue bottiglie tanto quanto alle proprie c'è un lavoro in cui la conoscenza, l'attenzione, la pazienza e gli investimenti non bastano (aiutano, questo è certo, ma non bastano!) perché basta che il cielo si incazzi e "tutto" può essere vanificato e rimandato di 12 mesi.
grappoli grandine
Io giro l'Italia costantemente e, da anni, ormai organizzo incontri e confronti fra vignaioli e produttori di quelle che per molti sono fazioni differenti, ma che per me sono solo espressioni diverse dello stesso lavoro. Sì, il LAVORO! Sin troppo spesso ci dimentichiamo che fare vino è un lavoro e non un gioco, non un modo per aizzare le masse o per dettare mode.
Chi fa vino sa che il cambiamento verso una maggior sostenibilità è inevitabile e non è più solo una speranza; chi fa vino sa che i problemi veri non sono le lotte fra produttori "naturali" e convenzionali, ma è raggiungere un equilibrio sostenibile che permetta ad ognuno di lavorare nella maniera più rispettosa possibile ovunque, almeno in Italia, partendo (ad esempio) dall'eliminazione del diserbo ed evitando di annullare la biodiversità con li disboscamento e l'impianto selvaggio che sono stati effettuati in un passato non troppo distante; chi fa vino sa che ognuno oggi può avere il suo spazio, può far parlare il proprio vino e la propria realtà portando avanti il proprio approccio e la propria personalità.
cetto la qualunque vino
Il mio timore è che noi italiani, tanto abili a vestire i panni degli allenatori quando gioca la nazionale, dei cuochi quando guardiamo una puntata di MasterChef o c'è da criticare un piatto al ristorante e, soprattutto, tutti politici quando c'è da avercela con qualcuno al governo (come direbbe A. Albanese:- Spessamente, qualunquemente!) a causa del web e ai social stiamo riducendo anche il vino a semplice argomento generico sul quale sparare a zero senza remore e dire la propria senza cognizione di causa e questo è un peccato! Perché i social potevano e possono ancora essere uno strumento per rendere il mondo del vino meno elitario e più "democratico" ma facendolo conoscere, attraverso una maggior facilità di accesso alle informazioni e un contatto diretto con quello che è il lavoro dei produttori e dei vignaioli.

Ma, dopotutto, ormai ci curiamo fidandoci più di Google che del nostro medico e crediamo più alle Bufale che alle notizie verificate perché "troppo vere per essere vere" e perdiamo tempo a condividere catene e stronzate di ogni genere - scusate il francesismo - dopo terremoti, alluvioni e ponti che crollano, quindi il vino è l'ultimo dei nostri problemi! Purtroppo a vacillare e crollare sono ormai anche i nostri valori e di questo sembriamo non volercene accorgere.

Potrei andare ancora avanti all'infinito ma non voglio tediarvi oltre! Concludo solo suggerendo a chi ama davvero il vino di distaccarsi da certe diatribe e di andare a conoscere "certe" realtà senza pregiudizi, né da un lato né dall'altro, valutando con la propria capacità di discernere e secondo la propria esperienza i "perché" e i "per come" di ogni scelta, cercando poi di ritrovare quelle scelte nel vino da esse prodotto. Fotografate mentalmente le difficoltà, gli acini distrutti dalla grandine, il volto di un vignaiolo seduto a tavola di fronte a voi, apparentemente in pieno relax conviviale, mentre un tuono interrompe la vostra chiacchierata e lo sguardo si volge al cielo, mentre le mani si congiungono in segno di preghiera; ricordate quei grappoli turgidi, pieni, quasi pronti per la raccolta visti poco prima del tramonto, non esserci più la mattina seguente, decimati dai cinghiali; tenete bene a mente le parole di chi vi racconterà che non è tutto rose e fiori e che fare vino rende ricca economicamente solo una piccolissima percentuale di produttori in Italia, ma nonostante questo è l'unica cosa che, chi vi dirà queste parole, può, sa e vuole fare nella sua vita e della sua vita! 

Poi fate vobis... questo è solo un piccolo sfogo di un piccolo uomo che nel suo piccolissimo  background di esperienza enoica ha avuto tanto più di quanto ha dato al vino ma al contempo vorrebbe continuare a dare facendo appassionare e riflettere voi che leggete, viaggiate, guardate, assaggiate e... bevete il prodotto di questo meraviglioso mondo giorno dopo giorno, con rispetto e positività.



F.S.R.
#WineIsSharing

sabato 2 novembre 2019

Cantina Padelletti - Un pezzo di storia di Montalcino che guarda al futuro

Sento spesso parlare di Montalcino come una terra del vino relativamente "giovane", come un areale non dedito alla produzione di vini di qualità se non negli ultimi lustri ma non è proprio così che stanno le cose.
cantina padelletti brunello montalcino
Anche Montalcino ha la sua memoria enoica e gli scritti narrano di ottimi vini prodotti sin dal 1500, seppur è solo dalla fine dell'800 che si inizia a credere fortemente nella produzione di vini rossi e di quello che, mutatis mutandis, diverrà uno dei simboli dell'enologia italiana e mondiale: il Brunello.
brunello montalcino padelletti
Faccio questa premessa perché la realtà di cui vi parlerò oggi ha segnato un pezzo di storia di Montalcino ed è stata tra le primissime a vinificare in loco e a credere nel Sangiovese tanto quanto il celebre Clemente Biondi Santi. Sono state proprio queste due famiglie - Biondi Santi e Padelletti - a dare il via alla produzione di vino rosso, là dove il vino più noto era da sempre il Moscadello.
primo brunello etichetta
Parlo della cantina Padelletti, nata nel 1571, grazie all'opera di una famiglia che ancora oggi dispone della struttura e di alcuni dei terreni che ne hanno accompagnato la vita e le vicissitudine di questi 500 anni di storia ilcinese.
Nell'albero genealogico della famiglia Padelletti figurano medici, avvocati, giudici, professori universitari, ma ciò che rende così affascinante questa storia è l'attaccamento alle proprie radici e a Montalcino che i Padelletti hanno dimostrato nei secoli. Infatti, nonostante gli incarichi li abbiano portati altrove, dal 1572 almeno un membro della famiglia è sempre rimasto nella città natale per occuparsi delle proprietà e in particolare delle terre.
Una storia legata a doppio filo a quella di Montalcino testimoniata, almeno in parte, dall'antica cantina ancora presente nel centro storico del borgo medievale, dov'è il giovane  vignaiolo Silvano Tarducci ad accogliermi.
zonazione montalcino
La suggestione di quei luoghi è pari solo alla vista sui vigneti (tra i quali quelli della Tenuta di famiglia tutti nel versante Nord di Montalcino ad appena 3km dal centro storico) che si scorge affacciandosi dalle mura della proprietà che ancora oggi ospita membri della famiglia, ma il giovane vignaiolo ha le idee chiare ed è proprio mentre ci addentriamo nei corridoi della cantina che, tra antiche botti e nicchie in cui vengono conservate le vecchie annate, mi confida di voler e dover spostare i locali di vinificazione in una nuova cantina. La volontà di produrre vini sempre più ineccepibili qualitativamente parlando e di poter gestire tutti gli ambiti della vinificazione in maniera più consona giustifica la decisione di Silvano che da qualche anno ha preso in mano le redini di una realtà che nonostante un retaggio tanto importante aveva bisogno di un'iniezione di gioventù e di nuove prospettive.
E' così che parlando con l'intraprendente e lungimirante Silvano, tra progetti legati all'enoturismo che, ovviamente, coinvolgeranno la dimora storica e l'antica cantina, e condivisioni di pensieri riguardo il passato, il presente e il futuro dei vini dell'azienda di famiglia, ho avuto modo di assaggiare una batteria di Brunello che mi ha aiutato ad inquadrare e comprendere in maniera ancor più nitida l'Az. Agr. Padelletti.
padelletti brunello di montalcino verticale
Rosso di Montalcino 2017 - Padelletti: dal Rosso si percepisce molto di un'azienda di Montalcino e questa 2017 rispecchia a pieno la vocazione e l'equilibrio delle vigne dei Padelletti anche in annate così calde e siccitose. Un vino che ha materia, polpa, ma non lesina freschezza e agilità. Il tannino è fitto e per nulla sgarbato. Uno dei rossi più freschi assaggiati in questa annata.

Brunello di Montalcino 2015 - Padelletti: l'anteprima dell'annata che verrà presentata a febbraio a Benvenuto Brunello conferma il netto cambio di marcia aziendale che mira ad esprimere nella maniera più sincera la qualità delle uve portate in cantina in un'annata tra le più belle del nuovo millennio. Il naso è integro nel varietale e già ben armonizzato nonostante abbia ancora qualche mese di vetro per integrare al meglio il lungo affinamento. Il sorso ha succo e tende tanto all'ampiezza quanto allo slancio in un gioco di vettori che rende dinamica la beva. La chiosa ematica è un tratto che amo particolarmente in questo vino.

Data la storicità della cantina Padelletti c'è stato spazio anche per un piccolo ma profondo viaggio nel tempo a ritroso nella storia dell'azienda e del suo Brunello di Montalcino:

Brunello di Montalcino 2011: grande armonia, ancora in spinta, figlia di un'annata che preferisco addirittura alla celeberrima 2010. Integro e vibrante. 

Rosso di Montalcino 2008: un rosso in forma smagliante, capace di tener testa a molti Brunelli. Ancora molto integro nel frutto con nessun segno di cedimento nella spina acida. Il finale saporito da grande inerzia alla beva.

Brunello di Montalcino 1998: annata che avevo già avuto modo di assaggiare pochi anni fa e che evolve in maniera egregia. In anni in cui molte delle aziende che oggi reputo tra le più interessanti di Montalcino iniziavano la loro storia i Padelletti già facevano piccoli grandi capolavori.

Brunello di Montalcino 1987: sorprendente per complessità ed energia. Un vino che avrebbe ancora anni davanti ma che se fosse nella mia cantina durerebbe ben poco.
wine blogger francesco saverio russo
In conclusione credo che la storicità della cantina Padelletti vada onorata e riconosciuta - gran parte delle cantine che oggi conosciamo sono ben più recenti - ma che, ancor più, vada apprezzato e seguito questo nuovo corso che Silvano sta portando avanti cercando di dare all'azienda di famiglia nuovo lustro dalla vigna al bicchiere senza perdere il fondamentale contatto con la tradizione ma, al contempo, guardando al futuro con lungimiranza e una rinnovata consapevolezza. Data la sua bravura nel tiro con l'arco, sono certo, non mancherà di centrare gli obiettivi che si è preposto.

F.S.R.
#WineIsSharing

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