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mercoledì 1 luglio 2020

Il "Cru" di Aquileia - Un viaggio tra storia, vigne e cantine virtuose

C'è un tanto piccolo quanto storico areale vitivinicolo friulano che era rimasto fuori dal mio “radar enoico” per anni, nonostante continuassi ad assaggiare vini interessanti provenienti dalle sue vigne. Parlo della Doc Aquileia e, nello specifico, delle vigne e delle realtà della città che da il nome a questa denominazione. Una zona del Friuli Venezia Giulia in cui storia, arte e viticoltura si intrecciano da millenni, conferendo un inestimabile valore aggiunto all'ambito prettamente enoico.
Aquileia vini vigne doc
Quando si parla di Aquileia, infatti, è impossibile non partire dai fasti della gloriosa storia di una città fondata nel 181 a.C. per ordine di Roma, che fece arrivare in queste terre circa 3000 coloni latini, soldati e coltivatori con lo scopo di trasferire qui la potenza di Roma in piena espansione. Aquileia vide passare le regioni di Cesare nel I Secolo a.C. e le orde di Attila cinque secoli più tardi.
A partire da Augusto (la sua seconda moglie Livia adorava il Pucinum tanto che lo considerò il suo elisir di lunga vita) fu un importante centro commerciale tra l'area danubiana ed il  Mediterraneo, assistette all'espansione ed alla grandezza dell'Impero romano specialmente nei primissimi secoli d.C.. Svolse anche un importante ruolo religioso e di evangelizzazione, divenendo infine sede dell'omonimo Patriarcato dall'Alto Medioevo al 1751.
Le testimonianza storiche di una florida viticoltura sono molte e tante sono quelle che hanno come soggetto il Refosco, chiamato Pucinum da Plinio il Vecchio che lo mise al primo posto tra i "vina generosa del mondo antico", celebrato dai Greci che lo chiamavano Pictaton, e citato in altri antichi scritti come Racimulus Fuscus in onore al suo ben noto Peduncolo Rosso.
Mentre si gira per le strade di Aquileia le suggestioni non mancano e non è difficile imbattersi in scavi archeologici: dal porto fluviale ai mercati,  dalle case patrizie al Foro fino alle mura e ai reperti del Museo Archeologico Nazionale. Eppure mai avrei pensato di arrivare quasi a commuovermi scendendo dal B&B nel quale alloggiavo per poi ritrovarmi a camminare su di un decumano che passando attraverso i resti delle antiche terme mi accompagnava ad un vecchio vigneto appena preso in gestione dalla fondazione Aquileia e dal quale, probabilmente, verrà prodotto un simbolico vino.
decumano aquileia vigna
Per quanto concerne la pedologia della DOC Friuli Aquileia è la grande variabilità di tipologia di terreni a farla da padrona con zone più ghiaiose con marne giallastre fino e altre con presenza massiccia di argille scure più o meno miste a sabbia. La Doc Aquileia annovera 15 comuni, ma io ho scelto di focalizzare il mio ultimo viaggio solo sulla città dalla quale la denominazione prende il nome. Un vero e proprio "Cru" quello del micro-areale di Aquileia, contraddistinto da una buona omogeneità (nei limiti di una Doc molto variegate in termini pedoclimatici) con una netta prevalenza di terreni da argilloso/sabbioso privi di scheletro fino a zone completamente argillose, in alcune parcelle è possibile trovare più ciottoli.
Il territorio è per lo più pianeggiante ma ciò che rende quest'area così storicamente vocata è la vicinanza dal mare che influisce positivamente sull'allevamento della vita, specie in termini di escursione termica. Le escursioni giorno-notte sono così forti da aver agevolato l'impianto e lo stanziamento in questa zona di vitigni aromatici e semi-aromatici giunti dal nord come il Traminer (aromatico) e il Muller Thurgau, che si uniscono alla Malvasia (Istriana).  Un pool di varietali dai profumi spiccati ma resi eleganti dalle ponderate maturazioni e dal garbo che i produttori locali hanno sviluppato nell'interpretare questi vitigni. Se è vero che la Malvasia Istriana non può essere equiparata alla maggior parte della altre “malvasie” per ricchezza di zuccheri e aromaticità, lo sviluppo terpenico dato dalla forte escursione termica rende le Malvasie di questa zona molto molto interessanti per l'integrità del frutto e un'intrigante speziatura.
Non vi nego che più mi guardavo intorno, più assaggiavo i vini del luogo, più non mi capacitavo di come un luogo di tale importanza non si fosse guadagnato una notorietà ben più luminosa di quella che attualmente sembra avere in termini prettamente enoici. Da qui passa buona parte della storia del vino friulano e non solo e da qui, mi piace pensare, un pezzo di storia contemporanea sta per essere scritta dal manipolo di produttori che ho avuto modo di incontrare durante il mio girovagar enoico ad Aquileia.
Produttori e vignaioli in grado di valorizzare il potenziale di queste vigne nel rispetto dell'identità varietale e territoriale, che io vi racconto così...

Prima tappa - Az. Agr. Tarlao

Cantina Tarlao aquileia
La prima tappa è stata nell'azienda di Francesco Tarlao che dopo varie esperienze all'estero (Argentina e Stati Uniti) è tornato nella sua terra natìa dove, con suo padre, porta avanti quelle vigne e quella cantina alle quali il nonno Igino ha dato vita con passione e dedizione.
Circa 7ha di vigneto in cui si alternano vitigni autoctoni come il Refosco dal Peduncolo Rosso, il Friulano e la Malvasia a vitigni che hanno trovato in queste terre un habitat ideale come il Traminer, il Pinot Bianco ma anche il Sauvignon, lo Chardonnay, il Merlot, il Cabernet Sauvignon e il Franc.
Francesco é un vignaiolo virtuoso, ha talento e nei suoi vini riversa tutta la sua voglia di fare e di trasmettere il suo terroir di calice in calice attraverso interpretazioni tecnicamente definite. Ciò che mi ha colpito di più, però, è la sua elasticità e la sensibilità che questo giovani produttore ha dimostrato nel cambiare rotto riguardo la cifra stilistica di alcuni dei suoi vini che, in passato, preferivano la potenza allo slancio, il corpo alla finezza. Oggi, il suo Refosco "Mosaic Ros" dimostra l'evoluzione in eleganza e in freschezza dei vini Tarlao e lo stesso fa il Pinot Bianco "Poc ma Bon" che esalta la complessità del vigneto vecchio aziendale bilanciando al meglio freschezza e struttura, dinamica di beva e profondità. Da segnalare anche il Friulano, didattico nel mostrare quanto l'espressione varietale di queste terre differisca da quelle di altri areali friulani per ricchezza di profumi e sapidità.

Seconda tappa - Az. Agr. Giovanni Donda


donda giovanni vini

L'Az. Agr. Giovanni Donda è l'unica ad avere sede nel centro storico di Aquileia, non troppo distante dalle vigne.
L’azienda nasce nel 1924 dalla volontà di Giovanni Battista Donda, che acquisisce i suoi primi 13 ettari di terreno nella campagna circostante, in un contesto di grande biodiversità favorito dal microclima lagunare.
A Giovanni Battista seguirà Bruno che porterà l'azienda ad uno sviluppo importante in termini di qualità. Oggi, Giovanni (“Gianni”), nipote di Bruno, gestisce l'azienda con grande passione e dedizione alzando ancora l'asticella a livello tecnico. Vini precisi su tutta la linea quelli di Donda, che spiccano per nitidezza dei profumi e agilità di beva con dei picchi che ho potuto riscontrare: nel Pinot Grigio intregro nel varietale, fresco nel sorso, con un bel piglio materico e un netto finale sapido nell'annata attualmente in commercio e capace di stupire manifestando grande longevità nella 2012; nel Friulano, anch'esso molto coerente col profilo olfattivo varietale, di buona struttura e equa acidità, con il sale che torna a chiudere il sorso; il Cabernet Franc si esprime qui con sferzante freschezza e tonalità erbacee ben integrate nel frutto, a tratti speziato e balsamico, si distende in un sorso agile e saporito. In linea di massima l'azienda dispone di un potenziale palese, forse ancora non totalmente espresso, ma la pulizia e la chiarezza espositiva dei suoi vini la rendono certamente interessante.

Terza tappa - Cantina Ca'Tullio

Cantina ca tullio
Ca'Tullio è tra le aziende visitate quella più importante in termini di dimensioni e vanta una storia altrettanto degna di nota: nata a fine dell'Ottocento, inizia il grande sviluppo agricolo (frutta, ortaggi, uva, cereali e soprattutto tabacco) con la costruzione dell'imponente struttura nel 1928, ad opera della famiglia Tullio.
Fu all'epoca una delle realtà economiche più significative del territorio, tanto che non c’era aquileiese che non avesse almeno un parente che vi lavorasse.
Attorno al 1980 l'azienda venne rilevata e conobbe un nuovo slancio, ma è proprio tra il 1994 e il 1999 che l'azienda vede la vera e propria rinascita, quando l'intero complesso viene ristrutturato conservando il fascino della struttura originaria dando priorità alla vitivinicoltura.
Una testimonianza storica importante dell'imprenditoria friulana e aquileiese, tanto che la cantina è stata inserita nel catalogo ufficiale del Turismo FVG fra i luoghi più belli che meritano di essere visitati.
Vigneti gestiti con grande consapevolezza tecnica e vinificazioni volte a portare in bottiglia vini dalla personalità distintiva, capaci di parlare di territorio con una visione più internazionale. I vitigni coltivati sono: Pinot Grigio, Pinot Bianco, Friulano, Traminer Aromatico, Riesling, Verduzzo Friulano, Chardonnay e Sauvignon per i bianchi e Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot e Refosco DPR per i rossi. 
Tra gli assaggi fatti spicca sicuramente il Muller Thurgau, che qui conferma la vocazione di queste terre alla coltivazione di vitigni che fanno della loro aromaticità ben più di un biglietto da visita e il Refosco dal Peduncolo Rosso, fresco, dinamico ed ematico, senza alcuna sbavatura verde e una finezza che stupisce. Molto tipico anche il Traminer.

Quarta tappa - Az. Agr. Puntin

puntini cantina aquileia
L'Az. Agr. Puntin rappresenta per la denominazione un riferimento in termini di attenzione alla sostenibilità dalla vigna al bicchiere. Nei 4,5ha di vigneto si adottano le pratiche della lotta integrata   e l'orto sinergico e le arnie a ridosso dei filari la dicono lunga sulla volontà di questa piccola realtà a conduzione familiare di dare un segnale importante ed evidente nei confronti di una viticoltura più accorta e rispettosa, sicuramente non semplice in queste terre.
Dario Puntini, titolare dell'azienda, è un vignaiolo vero di quelli che sono nati e cresciuti tra i filari. Filari che ancora resistono in alcune parcelle arrivando fino a ca. 80 anni, per poi lasciar spazio, gradualmente, ad impianti più giovani. L'approccio è umile ma consapevole sia in termini agronomici che enologici e i vini che ho avuto modo di assaggiare con Dario e sua moglie Monica (fondamentale nella gestione dell'azienda in termini di accoglienza) sono saggi, privi di sovrastrutture, ponderati quanto basti per valorizzare la loro identità varietale unitamente a quella di  terreni a medio impasto tendenzialmente argillosi.
Ottimo il Cantius Bianco con gli aromi varietali del Pinot Bianco (90%) in prevalenza resi ancor più freschi dal saldo di Friulano (10%), buona tensione e sapido come si confà ai vini di queste terre. Stappandone un'annata più matura (2014) ho avuto la conferma di quanto questo vino abbia nel Friulano il compagno ideale a dare spina dorsale e freschezza al Pinot Bianco, mostrando grande propensione alla longevità. Molto fresca e agile l'interpretazione di Cabernet Franc che alle classiche note vegetali preferisce tonalità fruttate, balsamiche e una lieve ma intrigante speziatura naturale. Il sorso è vibrante e saporito. 
Il potenziale dell'azienda è evidente e, nonostante la qualità indiscussa dei vini assaggiati, mi piace pensare che ci siano ancora margini di crescita dei quali neanche lo stesso Dario è pienamente consapevole. Sono certo che nei prossimi anni questa piccola realtà ci stupirà.

Quinta tappa - Tenuta di Monastero Barone Ritter de Zàhony

barone ritter de zahony vini
La penultima tappa del mio tour mi porta presso la Tenuta di Monastero, luogo dalle rare suggestioni, che vede alla sua guida la settima generazione della famiglia Ritter de Záhony. La vocazione imprenditoriale di Guido Federico Rossignoli – figlio di Claudio Rossignoli e Edda Cristina Ritter de Záhony che hanno trasmesso ai figli la passione e la dedizione per queste terre – permette ancora oggi la gestione diretta della tenuta, nel rispetto delle più antiche tradizioni familiari.
Ho avuto modo di conoscere Guido durante questo viaggio e di poter condividere con lui un confronto aperto e ricco di spunti di riflessione sul territorio e sul futuro della sua realtà e delle altre cantine di Aquileia. Un uomo brillante e lungimirante, ma soprattutto tanto umile da saper ascoltare e comprendere ancor prima di imporre una sua idea. La Tenuta della sua famiglia è, senza tema di smentita, la realtà agronomicamente e imprenditorialmente più in crescita con prospettive quantitative e qualitative che potrebbero fare da traino all'intera denominazione ma a Guido piace volare basso e andare avanti step by step come la vigna e il vino ci insegnano. Nei suoi vigneti, che affondano le proprie radici nei suoli argillosi di origine alluvionale ricchi di sali minerali, d'inverno soffia la bora del Carso triestino e d’estate il vento salmastro della laguna di Grado creando un microclima ideale per sviluppare varietali autoctoni e alloctoni con lo stesso grado di apertura olfattiva ed eleganza gustativa. Principalmente vengono coltivati: Ribolla Gialla, Chardonnay, Refosco, Pinot Grigio, Merlot, Cabernet, Sauvignon; oltre alle nuove scommesse di Guido: Rebo, Carmenere, Pinot Nero e Palava.
Tra gli assaggi dei tre vini fino ad ora prodotti (siamo alla prima annata della nuova gestione) cito con grande piacere lo Chardonnay Elvine di Barone Ritter de Záhony che non tradisce la gioventù delle vigne dalle quali proviene, con un'eleganza e una compostezza degne di un grande vino che può solo migliorare di vendemmia in vendemmia con il maturare delle piante; unico e intrigante il Palava, vitigno noto in Repubblica Ceca, in Ungheria (dove la famiglia storicamente aveva delle proprietà) e nell'Est Europa in genere, solitamente vinificato per ottenere vini dolci che qui, invece, trova nella sua versione secca che fa del suo profilo aromatico fresco nell'agrume e tropicale nel frutto tratti di grande originalità ma è la bocca tesa, asciutta e sapida a destabilizzare in quanto ci si aspetterebbe un vino molto più morbido. Fortunatamente così non è!
Azienda da seguire con grande attenzione visto che nei prossimi anni inizieranno ad affiancarsi a queste referenze altri vini e in particolare i rossi che in queste terre possono dare grandi soddisfazioni.

Sesta tappa - Vini Brojli

brojli acquileia cantina

Ultima tappa, ma non per importanza, è quella presso la nuova e moderna cantina di Brojli, ovvero l'azienda vinicola della Fattoria Clementin, che nasce e si sviluppa a Terzo di Aquileia, dove Orlando e il figlio Franco decidono di concentrarsi sulla viticultura, riprendendo una delle attività storiche più importanti della zona. Piantando vigneti sui loro terreni, i Clementin trasformano la loro vecchia stalla in una cantina e iniziano a imbottigliare e commercializzare i Vini Brojli. Nel 2016 è il giovane Antonio, laureto in economia e commercio e terza generazione della famiglia, a prendere in mano le redini dell'azienda apportando una ventata di modernità ad una realtà che resta, però, fedele alle tradizioni e al rispetto per la terra. Una famiglia orgogliosa delle origini contadine che hanno portato questa realtà a diventare una delle più conosciute della denominazione grazie ad una linea di vini di territorio, corretti e sempre agili da bere che non vedono praticamente mai legno. Una filosofia apprezzabile che mira a far tornare il vino a tavola, esaltandone la vocazione alla convivialità.
Tra gli assaggi più interessanti segnalo un ottimo Riesling minerale, verticale e salino; un Pinot Grigio Ramato nitido, fresco e saporito; un Cabernet Franc d'annata tra i migliori assaggiati in tutto il Friuli (per quanto concerne le versioni senza legno) per freschezza e dinamica di beva.
Un'azienda familiare che ha mire ben precise e rappresenta un'ulteriore complemento della variegata offerta vitivinicola di Aquileia.
Vignaioli aquileia
Quello nelle vigne e nelle cantine di Aquileia è stato uno dei miei viaggi più intensi in termini umani ed enoici, durante il quale non è mancata una vitale occasione di confronto moderata da me e dal giovane Sindaco della città Emanuele Zorino – che ringrazio per aver dimostrato sensibilità e lungimiranza – in cui i vignaioli di tutte le cantine del territorio hanno evidenziato le loro personalità e le loro mire ma anche le loro umane insicurezze che sono quasi certo di aver contribuito a rinsaldare e, in taluni casi, persino ad abbattere totalmente, seminando il germe della consapevolezza e della fiducia in una terra capace di dar vita a grandissimi vini dalla forte contemporaneità.
MOSAICO BASILICA AQUILEIA VINO
E' proprio grazie al Sindaco, che ho potuto comprendere cos'è Aquileia per me. L'ho fatto entrando nella Basilica Patriarcale di Santa Maria Assunta e ammirandone la maestosità dei mosaici – è sede del più grande pavimento musivo d'Occidente -, veri e propri inni alla diversità che si fa armonia.  Tessere così diverse capaci di divenire parte dello stesso grande, complesso ma, al contempo, nitido progetto artistico. Ecco quindi che nella mia menta le parcelle di terreno delle realtà di Aquileia si fanno tessere di un mosaico in cui tutto è unico e complementare al tempo stesso, in grado di tradurre il linguaggio di questa terra attraverso la mano del vignaiolo con vini netti, sinceri e carichi di identità.
rovine romane aquileia
Se è vero che questo assurdo 2020 sarà l'anno dell'enoturismo Aquileia non potrà che essere in cima alla lista delle città del vino da visitare in quanto perfetta per alternare arte, storia e il vicino mare alle vostre escursioni enoiche. Io vi aspetto ad agosto, in occasione dell'evento Calici di Stelle, con due masterclass davvero speciali per contesto e tema, di cui vi parlerò nei prossimi giorni.

F.S.R.
#WineIsSharing

domenica 28 giugno 2020

Il corona virus: un'occasione per l'enoturismo italiano. - Quest'anno la vacanza si fa in vigna!

Viviamo in un paese meraviglioso! E' così scontato che, spesso, ce ne dimentichiamo.
E' ai limiti dell'assurdo che sia servita un'emergenza sanitaria di proporzioni bibliche per leggere titoli del tipo “quest'anno scegliamo l'Italia per le nostre vacanze”, eppure è questo che sta accadendo e non resta che fare di necessità virtù.
Quindi, eccomi qui a parlare nuovamente di enoturismo e di quanto ogni singola regione del nostro paese possa proporre a tutti voi appassionati di vigna e di vino, anche e soprattutto in una situazione particolare come quella che si è venuta a creare a causa del corona virus.
Scrissi anni fa che l'Italia è l'unica nazione in cui si può puntare a caso un compasso con un'apertura ideale di 50km (e sono stato largo!) avendo l'assoluta certezza di trovare vigne all'interno del cerchio tracciato. Questa semplice considerazione, in realtà, vuole porre l'accento su quanto vasta e variegata sia l'offerta enoturistica del nostro paese e quando la viticoltura sia radicata in ogni singola regione e ancor più in ogni singolo areale, con la sua cultura, la sua tradizione, le sue genti e, non ultima, con la bellezza paesaggi.
Nonostante i numeri degli ultimi 3 anni siano effettivamente più che positivi, è evidente che l'enoturismo in Italia non è mai stato spinto abbastanza (i dati lo danno in crescita si riferiscono a livelli di partenza non congeniali alla nazione con la più alta produzione vitivinicola al mondo), le cantine tardano a prendere piena coscienza delle proprie potenzialità (ad eccezione di alcune regioni storicamente votate al turismo enogastronomico di qualità) e il governo lo ha riconosciuto in termini giuridici solo nel 2017 e regolamentato con un decreto legge solo nel 2019. Ciò che sta accadendo in questo assurdo 2020, però, può e deve essere un'occasione per partire proprio dagli italiani, con un turismo di prossimità che permetta a coppie o piccoli gruppi di appassionati di vivere esperienze che altri contesti non potrebbero dare in una situazione così particolare e limitante. Ecco, quindi, che nell'estate in cui la campagna e le strutture agrituristiche stanno diventando meta ideale per molti italiani (e non solo!) le nostre realtà enoturistiche dovranno necessariamente essere pronte a proporsi come un'opportunità unica per vivere momenti all'insegna della serenità e del gusto in tutta sicurezza.
Immagino, dunque, pic-nic e cene (magari con delle collaborazioni fra cantine e ristoratori locali, anche di alto profilo, per offrire vari standard esperienziali) fra i filari in cui, idealmente, saranno i filari stessi a diventare “distanziatori sociali” dando un colpo di spugna a quelle tristissime immagini che auspicavano pannelli di plexiglas come divisori in spiaggia e, persino, al ristorante.
Ovviamente, ci sarà sempre la possibilità di assaggiare vini di qualità all'aria aperta o in adeguate sale degustazione, per piccoli gruppi, nel pieno rispetto delle norme.
La qualità delle proposte sia in termini di “strutture ricettive” che di esperienza enogastronomica farà la differenza tanto quanto la capacità di comunicare sostenibilità, salubrità e attenzione ancor più minuziosa nei confronti degli avventori.

E' importante, però, capire che la filiera dell'enoturismo quest'anno subirà un durissimo colpo dall'assenza quasi totale dei turisti stranieri che rappresentavano una fetta considerevole degli ospiti di cantine con agriturismo e wine resort in Italia. Eppure, mi piace pensare che gli italiani quest'anno possano riversarsi nelle campagne e, in particolare, nelle realtà vitivinicole che permetteranno vacanze più o meno brevi all'insegna del buon vivere, del buon cibo e, ovviamente, del buon cibo.
Sta a noi scegliere cosa fare nei prossimi mesi e io non ho dubbi a riguardo: quest'anno faccio l'enoturista!
Sì, lo so... per un vineyards trotter come me può sembrare scontato, ma in realtà non lo è affatto! Proprio perché per me girare per vigne e cantine, per quanto piacevole, è sempre stato un impegno professionale le mie brevi vacanze estive le ho spesso passate lontano da contesti in cui mi sarebbe stato impossibile rilassarmi al 100%. Quest'anno, però, reputo fondamentale che noi eno-appassionati pianifichiamo le nostre vacanze negli areali vitivinicoli del nostro paese cercando di coinvolgere anche chi non sembra ancora aver maturato una passione prettamente “enoica” ma, sono certo, potrà godersi ugualmente una vacanza in campagna scoprendo, magari, un nuovo interesse.

In un'intervista per un magazine francese mi hanno chiesto quali mete enoturistiche consigliare a turisti europei che potrebbero ritrovare fiducia nel nostro paese nei prossimi mesi ma io non ho saputo scegliere e non ho voluto farlo! Ciò che ho detto è che in Italia abbiamo ogni tipo di soluzione:
-da quella nell'entroterra in contesti prettamente rurali in cui vivere una vacanza all'insegna di quella libertà salubre e vitale che solo la campagna sa dare;
-quelle di laghi e montagna alle quali abbinare escursioni, trekking, mountain bike e altre attività sportive ma anche e soprattutto relax;
-quelle a due passi dal mare grazie alle quali potrete godervi il rifugio della campagna senza rinunciare alla spiaggia.

Basta solo scegliere! Io, da par mio, continuerò a dare il mio supporto alla filiera rendendomi disponibile a dare dritte - in forma del tutto amicale - a chiunque me le chiederà riguardo gli areali e territorio da visitare, cercando di aiutarvi a vivere una vacanza di scoperta e stupore.
Quest'anno l'hashtag delle nostre vacanze sarà #iosonounenoturista.

F.S.R.
#WineIsSharing


lunedì 22 giugno 2020

Mamoiada e i vini "in divenire" dei vignaioli dell'associazione Mamojà

La Sardegna è stata meta di molti miei viaggi negli ultimi anni e grazie al supporto di preparatissimi agronomi locali ho potuto calcare le vigne di praticamente ogni areale di quello che può essere definito a tutti gli effetti un “continente enoico”. Tra questi areali alcuni hanno spiccato per vocazione e unicità dei terroir che ho potuto conoscere ed approfondire e, ovviamente, Mamoiada è uno di loro.
mamoiada vini vigne
Inutile ribadire quanto il concetto di terroir non si limiti alle sole condizioni pedoclimatiche ma implichi anche il valore e l'apporto umano e in Sardegna questo valore è ancor più forte e radicato, tanto da equiparare la terra all'uomo, l'annata alla saggezza che si ha nell'interpretarla, l'età delle piante all'esperienza di ogni vignaiolo.
Vignaioli che a Mamoiada solo da pochi anni hanno iniziato a dare tanta importanza al fare vino quanto al fare vigna, imbottigliando e commercializzando per lo più i propri Cannonau così identitari di un territorio che ripudia l'omologazione e rifugge le convenzioni.
Negli ultimi anni la crescita in numeri e in qualità delle piccole cantine locali è stata evidente, tanto che nel 2015 circa 70 viticoltori di cui una 16 imbottigliatori hanno deciso di fondare l'associazione culturale Mamojà con il fine di valorizzare il proprio territorio attraverso il vino.
mamuthones mamoiada
Un paesino di 2500 abitanti nel centro esatto della Sardegna, pregno di storia e di tradizione, dal Carnevale con le maschere tipiche dei Mamuthones e degli Issohadores (suggestivo anche il Museo delle Maschere Mediterranee) alla viticoltura che in queste terre è sempre stata dedicata, per lo più, all'autoconsumo. A testimonianza di ciò ci sono le oltre 200 micro-cantine familiari che non commercializzano i propri vini, a fronte di solo 20 imbottigliatori che raggiungono una produzione totale di appena 250.000 bottiglie all'anno (più o meno la produzione di una realtà vitivinicola di medie dimensioni).
Per quanto concerne l'aspetto pedoclimatico parliamo di un areale circoscritto, dalle peculiarità unica, in cui i vigneti si spingono fino ad oltre 1000m slm con un'altitudine media di 736 m. s.l.m.
mamoiada
Va da sé che le escursioni termiche giorno-notte siano molto forti in quest'area, che unitamente ai terreni da disfacimento granitico rendono unica l'identità dei vini di Mamoiada. 300 gli ettari di vigna totali,  che vedono protagonista indiscusso il Cannonau che da solo rappresenta ca. il 95% delle coltivazioni e che qui trova le condizioni ideali per vegetare in equilibrio e dare origine a vini meno alcolici e surmaturi di ciò che accade in altre aree dell'Isola.
Da notare che negli ultimi anni sta tornando in auge la Granazza (vitigno autoctono locale che storicamente veniva impiantato in mezzo al Cannonau) che, grazie al lavoro di un manipolo di piccoli produttori, potrebbe diventare bianco che mancava in una terra così vocata.
Se non siete mai stati a Mamoiada ciò che vi colpirà maggiormente quando vi ritroverete a camminare fra i vigneti sarà l'enorme quantità di ceppi dai 50 agli oltre 100 anni, allevati rigorosamente ad alberello basso, dove le lavorazioni del terreno vengono ancora fatte con l’aratro a buoi dai pochissimi massajos rimasti in attività. La suggestione di questa viticoltura arcaica, però, non rappresenta un mero fattore folcloristico, bensì mostra la grande dedizione e il profuso rispetto che i vignaioli mamoiadini riversano nel loro lavoro in campo, in un territorio che – fortunatamente – permette una viticoltura priva di chimica di sintesi e con un numero di trattamenti in biologico vicini allo zero nelle annate più lineari.
aratura buoi mamoiada
Se sto scrivendo ora questo pezzo, però, è perché a causa del covid-19 non ho potuto raccontarvi la prima anteprima dei vini dell'associazione Mamojà che avrebbe dovuto svolgersi in loco a maggio.
L'alternativa proposta dai membri dell'associazione è stata la degustazione di alcuni campioni delle azienda associate. 
Azienda che ci tengo a presentarvi:
Mamojà vives

CANTINA OSVALDO SODDU
La cantina Osvaldo Soddu si trova a 1 km dal paese di Mamoiada in una zona chiamata Bruncu Boeli a 630m. S.l.m.
Osvaldo, il penultimo di otto figli, cresciuto in una famiglia legata più alla pastorizia che alla coltivazione della vite, da ragazzino, non amava occuparsi dei lavori nel vigneto di famiglia. Scopre questa passione solo nel 2004, quando riceve in eredità dal padre un ettaro di terreno, dove si trovava un vigneto di ottant’anni ormai dismesso.
A trent’anni riinizia ad avvicinarsi al mondo del vino con uno spirito diverso: impianta il nuovo vigneto a cannonau, ristruttura un’antica casa di campagna e costruisce la sua cantina proprio davanti alla vigna.
Nel frattempo, si vedono i frutti delle prime vendemmie: il vino, fin da subito, mostra il suo carattere, lo appaga e lo riempie di soddisfazioni. Cresce il legame con la terra, le sue viti e la passione per il vino.
Con l’annata 2019, il primo imbottigliamento ufficiale, circa 5000 bottiglie di cannonau in purezza, vinificato in tre versioni: rosato, rosso e Riserva. I vini sono ottenuti come da tradizione, da uve sane, lavorate in biologico, fermentazioni spontanee, pochi solfiti aggiunti.

CANTINA MERZEORO
La Cantina Merzeoro è una azienda a conduzione familiare si trova a 1 km dal paese di Mamoiada, in località "Badu Orane".
Circa quindici anni fa, la passione per la campagna e gli animali, ha portato Melchiorre e la sua famiglia a rilevare l'azienda agropastorale del suocero (oggi ottantacinquenne, fin dall’età di 6 anni si occupa dell’allevamento delle pecore, e ancora oggi le accudisce).
Con gli anni l’azienda si è specializzata anche nella coltivazione dei vigneti e oggi è in procinto di avviare l’attività agrituristica. I vigneti si estendono per 4,5 ettari così suddivisi:
“Badu Orane”, 1 ettaro di Cannonau di 10 anni e 1 ettaro di Granatza di 8 anni; “Sa Lacana”, 1 ettaro Cannonau di 20 anni; “Mulinu” 1 ettaro di Cannonau di 7 anni; “Sa pihada” un nuovo impianto di 0,6 ettari di Granatza.
Il primo imbottigliamento (1500 bottiglie) sarà ad agosto del 2020, Merzeoro annata 2019, un cannonau in purezza ottenuto dal vigneto di “Badu Orane” a circa 500 m. s.l.m.

CANTINA ANTONIO MELE
La Cantina Antonio Mele, gestita dai fratelli Antonio e Salvatore, nasce a Mamoiada nel 2017.
“Abbiamo iniziato a imbottigliare il nostro vino recentemente, ma fin da piccoli la nostra casa era pervasa dai profumi del vino e della terra”.
Le vigne, interamente coltivate a Cannonau, sono lavorate in modo tradizionale e biologico, con rispetto del ciclo naturale delle piante. I vigneti si trovano a 650 m. s.l.m. uno a “Su hastru e su orvu” ovvero “La fortezza del corvo”, immagine figurativa a cui si ispira il logo della Cantina, l’altro in località “Tarasunele”. Nel 2020 è stato impiantato 1 ettaro di Granatza, in una zona chiamata “Sa Cuculia” a 690 m. s.l.m.
“Vinera è la nostra prima bottiglia, l’inizio di un nuovo percorso che vogliamo perseguire con rispetto della tradizione e del territorio”.

CANTINA GIOVANNI LADU
La Cantina Giovanni Ladu è una giovane azienda che fonda le sue radici sulla famiglia e sul passato. “Abbiamo infatti la fortuna di essere nati in un territorio vocato e di vinificare le nostre uve ormai da tre generazioni. La nostra è una piccola azienda, si trova a Mamoiada in località S’Ena Manna”.
Una superficie di circa 2 ettari, terreni granitici ad un’altitudine media di 620 m s.l.m. lavorati in maniera tradizionale. In questa terra si coltiva cannonau e poche piante di granatza. Grazie al microclima favorevole i trattamenti, quando necessari, sono limitati al solo utilizzo di rame e zolfo.
“Raccogliamo a mano i frutti del nostro lavoro e vinifichiamo tutto come da tradizione, partendo da fermentazioni spontanee, cercando di dare vita a vini che rispecchino il più possibile il territorio e l’amore che abbiamo per esso”.

CANTINA FRANCESCO MULARGIU
“Le vigne di Mamoiada hanno sempre fatto da sfondo alla nostra infanzia, perciò, cresciuti tra uva e vino abbiamo deciso di intraprendere la strada della vitivinicoltura”.
Francesco e sua moglie Marta, Emanuele e Davide (fratelli di Francesco) stanno costruendo le fondamenta della loro cantina, ancora ai primordi, seguendo anche l’esempio dei loro genitori Emilio Mulargiu (uno dei fondatori della cantina Sedilesu) e Antonietta Sedilesu.
La prima annata riposa in bottiglia, in attesa di essere gustata.

AZIENDA AGRICOLA MARIO GOLOSIO
L'azienda agricola Mario Golosio nasce nel 2018. I vigneti sono situati in località "Sa hosta” e "Sa 'e Pramas". In entrambi, anticamente, si trovavano orti e i vigneti di famiglia dai quali si otteneva un vino ad uso domestico. Sono terreni con forte pendenza e altitudine considerevole, poco adatti per conformazione ad un impianto intensivo della vite.
La superficie vitata totale di entrambi i vigneti, contando i nuovi impianti, risulta di circa 1,5 ettari. Nel terreno di "Sa hosta", la maggior parte del vigneto era a terrazzamenti, che rendeva impossibile il passaggio di mezzi meccanici. A malincuore, questo vigneto è stato espiantato e poi reimpiantato nel 2020, sempre a Cannonau. Parte dei gradoni è ancora presente, ove possibile la lavorazione con i mezzi. L'altitudine del vigneto parte dai 680 metri, fino ad arrivare ai 720 m. s.l.m. Nel vigneto di "Sa 'e Pramas", oltre alla vigna impiantata circa 20 anni fa, sono state aggiunte tra il 2019 e il 2020, altre 3000 barbatelle, metà di cannonau e metà di Granatza. L'altitudine varia dai 690 ai 730 metri.
Il vino "Pramas 2019" è il primo imbottigliamento dell'azienda, un vino cannonau ottenuto dalle uve di entrambi i terreni. La raccolta dell'uva è stata effettuata a mano, la lavorazione del terreno si avvale di mezzi meccanici solamente quando necessario, come per l'aratura. Il resto della lavorazione e operazioni come potatura, scalzatura sono eseguite a mano. Non sono mai stati impiegati prodotti sistemici per la cura delle piante.

CANTINA SANNAS
La Cantina Sannas è una nuova realtà del panorama vitivinicolo di Mamoiada. Nel 2016, Piergraziano Sanna, decide di cambiare vita: si trasferisce a Mamoiada, acquista un ettaro di vigneto e una piccola casa nel centro storico del paese e inizia a vivere “nel vino”.
“Fare il vino è un modo per liberare la mia creatività e curiosità”.
Le lavorazioni in vigna sono tutte manuali, ad eccezione dell’aratura, l’utilizzo di zolfo e calce sono limitati alle annate particolarmente umide.
Le vinificazioni sono un mix tra tradizionale e sperimentale: “alle uve del vigneto giovane di ‘Sa e ghipadu’, aggiungo in vinificazione le uve delle vigne centenarie dei vicini. Non faccio travasi e svino direttamente in botti grandi di legno esauste, poi imbottiglio”.
La Cantina Sannas produce: Bobotti (Cannonau in purezza), Maria Abbranca (orange da uve di Granatza), Maria Pettena rosato (da uve di Cannonau macerato sulle bucce della Granatza).

CANTINA GIORGIO GAIA
La cantina Giorgio Gaia è una piccola azienda a conduzione familiare. Da oltre quarant’anni si occupa di viticoltura e dal 2016 imbottiglia il proprio Cannonau, Nigheddu (significa nero, in sardo mamoiadino identifica il vino rosso).
“Vogliamo che i nostri vini rappresentino l’autentica espressione del territorio in cui nascono e la passione che ci contraddistingue”.
La base produttiva della Cantina è di circa 4 ha, posti tra le zone più vocate di Mamoiada, ad un’altitudine che varia dai 700 agli 850m., coltivati a Cannonau con piccole percentuali di Granatza un vitigno autoctono a bacca bianca.
“I terreni a disfacimento granitico, l’altitudine e il clima favorevoli consentono una coltivazione biologica, senza l’utilizzo di prodotti di sintesi. Le uve, raccolte a mano, vengono lavorate nella nostra cantina con metodi tradizionali: fermentazione spontanea, senza l’aggiunta di lieviti selezionati, invecchiano in piccole botti”.

CANTINA MONTISCI VITZIZZAI
La Cantina Montisci Vitzizzai è un’azienda a conduzione familiare.
Gian Luigi e Marcella, intorno all’antico vigneto di famiglia del 1940, situato nella zona di “Foddigheddu” a 700 m. s.l.m. hanno implementato l’azienda, impiantando altri 2 ettari a Cannonau e qualche parcella di Granatza. Nel 2016 il primo imbottigliamento, nasce Istimau, “il nostro cannonau in purezza, dedicato a colui che ci ha trasmesso la passione e l’amore per la nostra terra e i suoi frutti”.
La lavorazione del vigneto è tradizionale: potatura ad alberello; scalzatura e rincalzatura a zappa dei ceppi; se necessario, qualche trattamento con zolfo e rame; la raccolta delle uve è manuale. La vinificazione è classica di Mamoiada: fermentazioni spontanee, affinamento in botti di castagno, pochissimi solfiti aggiunti e nient’altro.
“Siamo associati a Mamojà perché vogliamo collaborare per la valorizzazione del nostro territorio, nel rispetto delle persone, del vino e conducendo uno stile di vita sostenibile”.

CANTINA VIKEVIKE
La cantina VikeVike nasce dalla volontà e dalla passione di Simone Sedilesu, giovane enologo nativo di Mamoiada da una famiglia che fa vino da generazioni. Cresciuto tra i filari insieme ai fratelli e ai cugini, affiancando fin da piccolo il nonno, ha poi imparato l’arte di fare il vino dal padre.
Una filosofia di produzione ben precisa e fortemente identitaria del territorio: “Il vino si fa prima di tutto in vigna, con grande attenzione a questa; in cantina è necessario solo guidarlo e non rovinarlo”. Dopo la laurea in enologia, Simone ha fatto diverse esperienze all’estero maturando cosi la decisione di creare la propria cantina: VikeVike.
“Tutti i vini VikeVike sono ottenuti grazie a fermentazioni spontanee di mosti d’uva senza alcuna aggiunta, solo una piccola quantità di solfiti”
I vini prodotti sono: VikeVike rosso (100% Cannonau), rosato (100% Cannonau) Riserva (100% Cannonau), VikeVike dolce (Moscato), VikeVike bianco (Granatza).

VIGNAIOLI CADINU
Vignaioli Cadinu è una piccola azienda vitivinicola a conduzione familiare che nasce a Mamoiada nel Giugno del 2019 da due fratelli: Pino, piccolo artigiano locale e Giovanni, giovane laureato, entrambi con la passione per la viticoltura, tramandata dal padre nel vigneto di famiglia.
Le vigne, coltivate interamente a cannonau, sono situate a 750 m di altitudine in località “Su Tutturighe”. Questa zona ha caratteristiche ambientali e morfologiche che la rendono particolarmente adatta per la produzione di uve Cannonau. Il sistema di allevamento utilizzato è l’alberello e la conduzione del vigneto è interamente in regime biologico.
“I nostri vini richiamano la tradizione in tutto e per tutto, dalla coltivazione manuale delle viti, alla vinificazione in cantina; anche il nome scelto, Martis Sero, richiama i festeggiamenti del Carnevale di Mamoiada e alla figura iconica di Juvanne Martis Sero, che sicuramente, più di tutte, simboleggia il legame ancestrale tra uomo e vino”.
“Perché ci definiamo vignaioli? Perché il vino buono si fa in vigna”. 

ANDREA COSSEDDU
“Fare una mia bottiglia di vino era un progetto che avevo in mente da alcuni anni”.
Nel 2019 Andrea Cosseddu, titolare dell’Enoteca La Rossa di Mamoiada, decide di intraprendere una nuova esperienza che lo avvicini ancora di più al mondo del vino: acquista 10 q di cannonau da una vigna di Mamoiada di 10 anni, a “Su Hastru e su Orvu” un piccolo Cru con esposizione a sud ovest, a circa 650 m. s.l.m.
Con il supporto dell’enologo Simone Sedilesu, è stata vinificata la prima annata: un Cannonau in purezza maturato in tonneaux da 500l. di rovere francese (Allary) di secondo passaggio; a fine estate sarà imbottigliato e affinerà in bottiglia fino a Gennaio 2021.
“Nel 2022 vorrei proseguire il mio progetto, realizzando una piccola cantina”.

CANTINA FRANCESCO CADINU
La Cantina Francesco Cadinu nasce ufficialmente nell’ottobre 2015 con Francesco e sua moglie Simonetta, ma, la dedizione alla viticoltura e all’arte del vino ha sempre avuto un ruolo importante nella famiglia:
Tziu Simone, il nonno di Simonetta, avendo imparato dal suocero il mestiere di vignaiolo, negli anni cinquanta, acquista una vecchia vigna in zona Fittiloghe (ossia luogo di viti) ancora oggi patrimonio dell’azienda.
Attualmente, i vigneti di proprietà si estendono per 6 ettari in agro di Mamoiada, ad un’altitudine di circa 650m. con un’età che varia dai 20 ai 120 anni, coltivati ad alberello, seguendo una filosofia produttiva sostenibile e rispettosa dell’ambiente.
Tutte le vigne si coltivano in modo tradizionale e in quelle più antiche si pratica ancora l’aratura con i buoi.
“L’unicità dei nostri vini è data dalla selezione delle uve che provengono dai nostri vigneti più antichi, vinificate con fermentazioni spontanee senza aggiunta di lieviti selezionati”.
La cantina Cadinu produce in totale circa 6000 bottiglie tra le quali: Perdas Longas (4000, rosso 100% Cannonau), Perdas Longas Riserva (600, rosso 100% Cannonau), Tziu Simone (600, rosato 100% Cannonau), De’Oro (300, bianco 100% Moscato), Mattìo (800, bianco Granatza).

CANTINA TEULARJU
Teularju è un’azienda a conduzione familiare condotta da Francesco Sedilesu e Rosa Muggittu insieme ai loro figli, Giovanni e sua moglie Elisabetta, Vincenza e Giuseppe.
Francesco da venti anni segue le vigne e i vini della Cantina Giuseppe Sedilesu, che è l’azienda della sua famiglia d’origine, tutti i figli ed Elisabetta fin da piccoli hanno collaborato in vigna e cantina e questa attività da loro è molto amata.
L’azienda ha un vigneto di 8 ettari in un unico corpo posto in agro di Mamoiada in località Teularju. Questo vigneto è investito tutto a Cannonau di selezione massale fatta a Mamoiada, coltivato con metodo biologico e forma di allevamento ad alberello alto palificato. È composto da 4 “ghiradas”, appezzamenti separati da capezzagne, diversi per esposizione, giacitura, natura del terreno. Per questo motivo la trasformazione delle uve è separata, risulta pertanto Teularju un cru e le quattro ghiradas dei sotto-cru.
La filosofia aziendale è produrre vini di cru: tradizione infatti del nostro paese e di non mischiare le uve di diversi vigneti, di produrre vini diversi e di fare il taglio, se serve, solo successivamente. I vecchi contadini del paese, all’assaggio di un vino, chiedono sempre quale sia la zona di produzione e il vigneto, di seguito il produttore, a testimonianza che la cultura del vino è volta alla qualità ed è da generazioni viva e consolidata.
Nell’anno 2019 il vigneto, al terzo anno di vita, ha prodotto i suoi primi grappoli e si sono vinificate le uve di due ghiradas: OcruArana e Caragonare.

CANTINA GIUSEPPE SEDILESU
La tradizione vitivinicola della famiglia Sedilesu ebbe inizio 50 anni fa con Giuseppe e Grazia.
“Nel 2000 imbottigliammo le nostre prime 1000 bottiglie di Mamuthone, un Cannonau che vuole rievocare il gusto e i profumi tipici del territorio, che conosciamo sin da piccoli”.
La Cantina oggi è condotta da Salvatore Sedilesu, in collaborazione con i fratelli e le rispettive famiglie. Oggi la produzione media nelle buone annate è di circa 100.000 bottiglie, e i vini Sedilesu sono presenti in 15 paesi esteri.
Nel 2009 si è costruita la nuova cantina ed avviato l’attività agrituristica ed enoturistica.
Le tecniche di viticoltura e di vinificazione in Cantina restano fedeli alla tradizione: i vigneti, sia i nuovi che quelli centenari, sono coltivati ad alberello, e la gran parte dei lavori sono manuali.
“I vigneti sono quasi interamente a Cannonau con parcelle di Granazza, un vitigno autoctono che valorizziamo dal 2002 producendo dei bianchi pregiati. Dal 2014 certifichiamo il lavoro che facciamo da sempre, ovvero di utilizzare solo tecniche di agricoltura biologica. In cantina, lavoriamo con rispetto della materia prima, vinificando solo uve sane, che vengono raccolte a mano, diraspate e pigiate delicatamente”.
Le scelte tecniche in cantina, fermentazioni spontanee (senza aggiunta di lieviti selezionati), filtrazioni leggere, l’uso equilibrato delle botti, daranno il segno distintivo ai vini Sedilesu, riconoscibili come vini del territorio.

Per quanto concerne le anteprime dei vini di questi produttori ci tengo a precisare che molti di essi sono campioni da vasca/botte e che ogni valutazione fatta è comunque prematura.
anteprima vini mamoiada

- Cantina Osvaldo Soddu, “Bruncu Boeli” rosso 2019 (atto Cannonau di Sardegna): Cannonau 100% da singola vigna ancora in botti di castagno: il naso risulta giustamente vinoso, ancora un po' scomposto ma sulla strada giusta per trovare una buona armonia varietale. Il sorso è equilibrato, il tannino ancora indietro. L'incidenza del castagno è relativamente bassa.

- Cantina Merzeoro, “Merzeoro” rosso 2019 (atto a divenire vino rosso):  Cannonau 100% ancora un po' timido, ma c'è finezza nei profumi di questo vino. Il frutto è fresco e il sorso conferma una buona agilità di beva e il finale saporito è distintivo del territorio.

Mario Golosio, “Pramas” rosso 2019: Cannonau 100% una leggera surmaturazione al naso che recupera al sorso con un buon equilibrio e un nerbo inaspettato. Tannino fitto e finale ematico.

- Cantina Montisci Vitzizzai, “Istimau” rosso 2019: Cannonau 100% ancora in botti di castagno da 10hl. Una lieve chiusura al naso mi invita ad attenderlo un po'... ecco il frutto, giustamente maturo e una lieve speziatura. In bocca è teso e il tannino ancora indietro. Ha tutte le carte in regola per evolvere bene.

Cantina Vikevike, “Vikevike” rosso 2019:  Cannonau 100% non ancora imbottigliato questo vino vanta già un bel frutto, nitido nel varietale. Il sorso è ancora indietro, ma lascia presagire una buona propensione all'equilibrio. Il tannino è fitto il finale umami invoglia alla beva sin da ora.

- Vignaioli Cadinu, “Martis sero” rosso 2019: Cannonau 100% ancora da imbottigliare che si rivela maturo al naso, con sfumatura balsamiche e minerali. Il sorso è di struttura importante, con una notevole componente glicerica; tannino ben definito e finale sapido.

- Andrea Cosseddu, rosso 2019: Cannonau 100% vino ancora in tonneau. Legno ancora da integrare ma ben dosato sia al naso che nel sorso che mostra una buona struttura e un tannino sul quale l'affinamento sta lavorando di cesello. Saporito il finale.

- Cantina Francesco Cadinu “Perdas Longas” rosso 2019: vino ancora in botti di castagno ancora leggermente "dolce", ma si impone al naso con un varietale nitido che fa da preambolo ad un sorso ancora in divenire ma di buone premesse strutturali, acide e tanniche.

- Cantina Teularju, “OcruArana” rosso 2019: ancora in botti di rovere da 50hl. Nitido il varietale, bilancato il sorso, secco, dritto e dal tratto tannico ben definito. Finale sapido. Ben fatto!

- Cantina Teularju "CaraGonare” rosso 2019: anch'esso ancora in botti da 20hl. Frutto integro, lieve speziatura, tratti mediterranei. Sorso muscolare ma slanciato, asciutto e saporito quanto basta a far venire voglia di berne ancora sin da ora.

- Cantina Giuseppe Sedilesu, “Sartiu” rosso 2019: l'unico campione già pronto e si sente! Vino di grande piacevolezza, armonico e fresco. Un'interpretazione di Cannonau fine, senza sovrastrutture ma nitido, pulito, preciso.

Cantina Antonio Mele, “Vinera” rosso 2019 (Atto divenire Cannonau Riserva): ancora in barrique. Frutto maturo, buona struttura, integro nelle materia e dalla prospettiva sicura. C'è muscolo ma ha già un buono slancio. Si farà!

Altre annate e riserve

Francesco Mulargiu, “Malarthana” rosso 2018: integro e nitidi il frutto, nonostante l'annata difficilissima per l'areale e per tutta la regione (l'attenta selezione dei grappoli ha fatto la differenza). Un vino di buon equilibrio in cui la freschezza della montagna e la struttura delle vecchie vigne che camminao a braccetto lungo una linea netta e senza intoppi. Il tannino è fine.

- Cantina Giuseppe Sedilesu “Mamuthone” rosso 2017: un altro passo! Equilibrato nell'esposizione olfattiva, tra frutto e macchia mediterranea, con note balsamiche a fare da giusto preludio ad un sorso di muscolo e nerbo, sanguigno nel finale. Trama tannica geometrica.

- Cantina Gaia, rosso Riserva 2017: ancora un po' introverso, ma lasciandolo respirare un po' il frutto emerge ancora integro. Buono il bilanciamento acidio-strutturale e la tessitura del tannino è ottimale. Ha sicuramente la stoffa per farsi attendere.

- Cantina Vikevike rosso 2017: uno degli assaggi più convincenti nell'armonia varietale e nella dinamica di beva, chiara e senza intoppi, ma per nulla scontata. Un vino senza orpelli, netto e gustoso.

- Cantina Giuseppe Sedilesu “Ballu Tundu” rosso riserva 2015: potenza e controllo sono le prime due note descrittive che ho appuntato durante l'assaggio. Un vino fiero di ciò che è e di ciò che può essere, nell'evoluzione appena accennata e nel sorso ancora in piena trazione.

Bianchi

- Cantina Francesco Cadinu, “Mattio” bianco 2019: è l'unico bianco del novero e mostra tutta la spontanea attitudine della Granazza a coniugare terra e mare in maniera sempre molto identitaria! Il frutto è pieno, il sorso è materico e decisamente sapido. Un quid di acidità in più non nuocerebbe ma è comunque un vino agile nella dinamica di beva.

Rosati

- Cantina Antonio Mele Vinera Rosato 2019: fresco nel frutto, di buona struttura e dalla spiccata sapidità. Agile e versatile come si confà ad un rosato da bere giovane, ma al quale il tempo non potrà che far bene.

- Giovanni Ladu, “S’ena Manna” rosato 2019: un po' imbrigliato inizialmente, ma una volta apertosi nel calice il territorio nel frutto e nelle note di macchia mediterranea, con un sfondo balsamico che fa da giusta emerge e la beva non delude per slancio, impronta materica e sapidità.

- Cantina Sannas, “Maria Pettena” rosato 2018: vino ancora in divenire, ma se ne percepisce già la personalità. Atteso per un po' nel calice tira fuori note capaci di coniugare la freschezza ancora integra del frutto a richiami mediterranei di mirto e di rosmarino. Il sorso è intenso, dal piacevole grip e salino

Conclusioni
Le impressioni generali sono confortanti in termini di potenziale della 2019 e, ricordando che i vini in oggetto erano per lo più campioni da vasca o da botte, l'evoluzione del territorio in termini di consapevolezza tecnica sta piano piano facendo il suo corso e il gap - ancora palese - fra i produttori più accorti ed esperti e le realtà ai primi imbottigliamenti ancora molto ancorate all'empirismo tradizionale, sono certo, si ridurrà di annata in annata.
Da non sottovalutare l'opportunità che il mondo dei vini rosati può dare ad un territorio in cui il bilanciamento fra freschezza e struttura non è difficile da portare in bottiglia e, soprattutto, in cui le forti escursioni termiche permettono uno sviluppo dei precursori aromatici ideale per la produzione di vinificazioni in rosa con una spiccata attitudine alla freschezza olfattiva.
Sulla Granazza sono ancora troppo poche le interpretazioni prodotte, ma sarà interessante seguire l'evoluzione di questo vitigno che va comunque tutelato, preservato e compreso nelle sue naturali attitudini varietali.

Mamoiada è un territorio straordinario per vocazione e suggestione... uno di quelli in cui chi ama vigne e vino non può non recarsi almeno una volta (meglio molte di più!) nella vita. Quindi, se state pianificando le vostre vacanze estive in Sardegna segnate nel vostro itinerario di viaggio una tappa in questa terra e andate a trovare i vignaioli dell'associazione Mamojà.

F.S.R.
#WineIsSharing


giovedì 18 giugno 2020

Il Ruchè - Storia di un grande vino dal "Dom Pérignon" del Monferrato al successo internazionale di oggi

"Se a Castagnole Monferrato qualcuno vi offre il Ruchè è perché ha piacere di voi"

Questo è ciò che troverete scritto in un cartello all'ingresso di Castagnole Monferrato, comune dell'astigiano legato a doppio filo alla storia di un vitigno e di un vino a me così cari da aver deciso di dedicare un intero anno a raccontarveli attraverso storia, territorio, ampelografia e, soprattutto, vignaioli.
Ruchè di castagnole monferrato
Conobbi il Ruchè quasi per caso, grazie all'assaggio di un calice alla cieca, capace di attrarmi e di stupirmi senza saper nulla di quel vino così integro nel frutto e intrigante nella speziatura naturale. Da quel calice, assaggiato ormai 15 anni fa, l'interesse per il Ruchè si fece sempre più intenso e, oggi, voglio condividere con voi un po' della sua storia.
cartello ruchè castagnole
Partiamo col dire che attorno all'arrivo del Ruchè a Castagnole Monferrato aleggia ancora un velo di mistero.
Una delle ipotesi più accreditate è quella che vorrebbe come primo impianto di Ruchè quello della chiesetta benedettina di “San Rocco” (San Roc), dove una comunità di monaci cistercensi devoti a questo Santo avrebbero introdotto la coltivazione del varietale nella zona sin dal Medioevo. Ciò che è certo è che nel Novecento il Ruchè fu quasi dimenticato a causa della sua vigoria vegetativa a vantaggio di altre varietà più semplici da coltivare.
Se oggi possiamo bere Ruchè, però, dobbiamo ringraziare la lungimiranza e la grande personalità di un uomo di Chiesa, Don Giacomo Cauda, parroco di Castagnole Monferrato, uno di quei preti contadini che portavano avanti il lavoro negli orti, nei campi e nei vigneti con dedizione e fatica e che, al contempo, sapevano discernere tra il buono e il cattivo oltre che tra il bene e il male!
vigna del parroco
Fu proprio Don Giacomo Cauda, ribattezzato il “Dom Pèrignon del Monferrato”, che negli anni Settanta riscoprì il Ruchè.
Arrivato a Castagnole Monferrato, Don Cauda prende in mano il beneficio parrocchiale dove, tra quelle poche viti di Barbera e Grignolino, incontra un'uva a bacca rossa diversa per conformazione e per sapore. Quel vitigno vantava quell'alone di mistero capace di incuriosire anche un uomo di fede.
Recuperate queste viti semi abbandonate, il secondo anno di produzione diede l’opportunità di ricavare 28 bottiglioni ma uno solo, stappato per caso, gli fece scoprire quel vino che «ha un corpo perfetto e un equilibrio di aromi, sapori e profumi unici. Degustato con moderazione libera lo spirito e apre la mente...». Acquistò dunque un ettaro a proprie spese impiantando 4000 barbatelle di Ruchè. La sua volontà di recuperarne la tradizione non era dovuta solo alle caratteristiche organolettiche bensì alla radicata consapevolezza che questo vino apparteneva alla storia della comunità locale. <<Che Dio mi perdoni – raccontava nei suoi ultimi anni di vita - per aver a volte trascurato il mio ministero per dedicarmi anima e corpo alla vigna. Finivo la Messa, mi cambiavo in fretta e salivo sul trattore. Ma so che Dio mi ha perdonato perché con i soldi guadagnati dal vino ho creato l’oratorio e ristrutturato la canonica>>.
La cosa che mi ha colpito di più è che Don Giacomo non si fece fermare neanche da oltre 45 milioni (di lire) di debiti, accumulati per comprare parte delle uve atte a produrre le ca. 20 mila bottiglie di Ruchè alle quali arrivò, tanta era la fiducia che riponeva in questo vino. Un vino che lo ripagò, permettendogli in un solo anno di ripianare il debito e di far comprendere in maniera ancor più netta il potenziale, anche, commerciale del Ruchè.
vini ruchè
Il Ruchè oggi
Oggi, grazie ad una ricerca condotta nel 2016 dal gruppo di lavoro del CNR capitanato dalla Prof.ssa Schneider, attraverso l'analisi del genoma della vite mediante marcatori molecolari, proveniente da piante allevate da collezione piemontese conservata a Grinzane Cavour, si è potuto risalire all'origine del Ruchè: un incrocio tra Croatina e Malvasia aromatica di Parma.
grappolo ruchè
Genetica a parte, il Ruchè non ha mai cambiato la propria indole, ma grazie alla maggior consapevolezza agronomica ed enologica dei nostri tempi si è elevato a grande vino rosso di territorio: un'escalation aromatica che va dalle note floreali di viola, rosa e geranio, fino al frutto con mora e marasca in prima linea, il tutto reso più intrigante e fresco dalla speziatura naturale (buona presenza di Rotundone di cui parleremo in un approfondimento tecnico più avanti) e da tonalità balsamiche di menta e mirto. Il sorso è generalmente di buon corpo, bilanciato nel rapporto fra acidità e struttura, con una trama tannica mai eccessiva.
Don Giacomo Cauda l'aveva intuito “quel vino aveva qualcosa di unico” e col tempo il Ruchè ha ammaliato anche la comunità di viticoltori locali, tanto che, oggi, sono 185 gli ettari iscritti all'albo, distribuiti nei 7 comuni della denominazione (DOC nel 1987 e DOCG nel 2010 grazie all'operato dell'Associazione dei Produttori del Ruchè di Castagnole Monferrato): Castagnole Monferrato, Grana, Montemagno, Portacomaro, Refrancore, Scurzolengo e Viarigi.

I 27 produttori (30 viticoltori) sono arrivati a produrre circa 1 milione di bottiglie di Ruchè che, pur restando una nicchia nei numeri e nella qualità, permettono alla denominazione di farsi conoscere ed apprezzare in vari paesi nel mondo.

Una storia unica che rappresenta un valore aggiunto per un vino che ha nella sua spiccata personalità e nella radicata identità territoriale le sue carte vincenti per destare l'interesse degli appassionati ma che, a prescindere dall'aspetto prettamente letterario, esprime picchi qualitativi sempre più alti e vanta una duttilità interpretativa - sia nella produzione che negli abbinamenti - della quale pochissimi vini al mondo possono pregiarsi.
vigna del parroco ruchè
Quando tornerete a viaggiare per vigne e cantine e andrete alla scoperta del Ruchè il mio consiglio è quello di partire proprio dalla “Vigna del Parroco" per poi recarvi da ciascun produttore per comprendere la varietà di espressioni che questo vitigno e chi lo custodisce sanno portarci nel calice.
Nei prossimi articoli parleremo più approfonditamente delle condizioni pedoclimatiche dell'areale di coltivazione del Ruchè, delle sue potenzialità in vinificazione e di altre curiosità tra le quali la sua versatilità a tavola.

F.S.R.
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