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mercoledì 22 maggio 2019

La Schiava - "Il Pinot Nero dell'Alto Adige" e il suo interprete d'eccezione Hartmann Donà

I miei incessanti viaggi enoici mi portano sempre a scoperte o ri-scoperte capaci di destare in me sensazioni differenti e non necessariamente sempre positive. La meta del mio ultimo viaggio, però, mi ha regalato momenti di rara e sincera suggestione e molti spunti di riflessione.
Parlo del mio incontro con Hartmann Donà, grande uomo di vino e di vigna che ebbi il piacere di conoscere anni fa in occasione di un convegno ma che mai avevo avuto modo di andare a trovare nella “sua” attuale cantina.
Per chi non lo conoscesse – anche se dubito possiate non conoscerlo – Hartmann Donà è stato l’enologo della Cantina di Terlano dal 1994 al 2002 e nel 2000 ha anche cominciato a produrre il proprio vino in una storica cantina di Cornaiano che gli è stata concessa in affitto a lungo termine.
I vigneti sono coltivati su terreni in forte pendenza, con suoli particolarmente ricchi di minerali, scelti in zone molto vocate per la produzione di ogni singolo varietale: Pinot Nero, Schiava, Lagrein, Pinot Bianco, Chardonnay e Gewürztraminer.
alto adige vigneti
In molti di questi vigneti vengono allevate e accudite vecchie viti con radici molto profonde, che raggiungono il proprio equilibrio ottimale con rese basse per la media ma senza alcuna forzatura nella ricerca di eccessive concentrazioni. E' proprio l'equilibrio il dogma di Hartmann sia nell'approccio alla propria vita che in quello alla vigna e al “fare vino”.
E' semplice comprendere quanto quest'uomo che ha dedicato tutta la sua vita a vigneti e cantine si trovi a suo agio a parlare di conduzione agronomica rispettosa e attenta e di un'enologia che vede nella scultorea arte del “saper togliere per dare” un tanto arduo quanto imprescindibile modus operandi.

Se ho deciso di arrivare fino a Cornaiano per passare qualche ora insieme a Hartmann, però, non è stato solo per conoscere la sua realtà e per verificarne lo stato dell'arte, bensì ho desiderato questo incontro per dar seguito alla mia ricerca su un vitigno che, da anni, ha saputo catturare la mia attenzione di vigna in vigna e di calice in calice: la Schiava*.

E' proprio la Schiava il tema della degustazione che ho avuto il piacere di condividere con quello che è, a detta di tutti, uno dei più sensibili e nitidi interpreti del vino italiano e, in particolare, di quello dell'Alto Adige.
Si inizia con l'anteprima dell'anteprima – passatemi il gioco di parole – di tre vini prodotti nella stessa annata, col medesimo vitigno ma su terreni differenti e con, ovviamente, variazioni pedoclimatiche. Il progetto si chiama Liquid Rock e, come si evince dal nome, mira a esprimere le peculiarità organolettiche che ogni singola vigna può apportare al vino tramite il proprio terreno.
vini liquid rock schiava harmann donà
A dover fare da tramite fra la terra e il nostro palato è, ovviamente, la Schiava, vitigno che è stato principe della viticoltura altoatesina per anni, ma che sta vivendo un momento critico in cui molti hanno espiantato vigne vecchie a favore di altri varietali. 
Pur avendo iniziato la sua avventura come produttore di vino “in proprio” con il Pinot Nero, Hartmann non ha dubbi nel rispondere affermativamente alla domanda “la Schiava può essere considerato il Pinot Nero dell'Alto Adige?” e il suo amore per questo varietale così elegante e delicato si palese in ogni frase, in ogni racconto legato al suo passato e alle prime vinificazioni condivise con suo padre quando era solo un bambino.
wineblogger italiano
Mentre assaggiamo le tre espressioni territoriali, ci confrontiamo sul potenziale della Schiava e sulla possibilità di cogliere l'attimo in quest'era in cui l'interesse per gli autoctoni e per i vini eleganti e meno muscolari sta crescendo. Un'opportunità da cogliere proponendo vini di grande classe e profondità interpretando il vitigno come merita e non solo relegandolo a rappresentazioni più esili e beverine che, per quanto piacevoli, sviliscono in un certo qual modo le reali potenzialità di un'uva che ha tutte le carte in regola per dare origine a grandi vini.
Nel mio calice tre vini prodotti su Calcare, Granito e Ardesia che prenderanno il nome della matrice dei propri terreni come a voler enfatizzare quello che è il loro tratto distintivo che dalle radici attraversa il fusto conferendo diverse connotazioni organolettiche all'uva e, quindi, ai vini prodotti da H.D.
Seppur si tratti di campioni ancora non imbottigliati è palese quanto l'incidenza di ogni terreno vada ad intaccare il profilo di ogni vino specie nell'espressività primaria di fiore e frutto e nelle sfumature minerali prima al naso e poi al sorso. Eppure ciò che sorprende più di ogni aroma o sapore è la trama tannica che, a parità di vinificazione, risulta più levigata nel calcare, più fitta e tridimensionale nel granito ed equilibrato nell'ardesia.
Per scelta non vi do ulteriori connotazioni organolettiche in quanto si tratta di vini in divenire che non ho assaggiato per valutare in via definitiva ma solo ed esclusivamente per comprenderne la spiccata identità territoriale che si è dimostrata evidente in ogni singolo assaggio. Appena usciranno in bottiglia (credo a settembre) avrò modo di dirvi di più.
Il mio focus sulla Schiava, però, non poteva fermarsi ai tre assaggi dei “Liquid Rock”, in quanto il Donà Rouge è il vino che di più rappresenta le potenzialità di questo grande e sottovalutato vitigno.
Seppur non prodotto sempre in purezza (in alcune annate vengono utilizzati piccolissimi saldi di Pinot Nero e Lagrein che in totale non superano il 5%) il Donà Rouge è la Schiava che anela all'Olimpo dei grandi vini. A testimoniarlo una verticale dal 2015 al 2007 (manca la 2014 che non è stata prodotta) che mostra quanto l'energia espressiva della Schiava allevata e vinificata con garbo e saggezza possa escludere la potenza muscolare dall'equazione della struttura e della profondità.
donà rouge vino e design
Un viaggio attraverso annate differenti che evidenzia quanto la Schiava sappia farsi interprete tanto sincera quanto elastica di andamenti climatici agli antipodi con maggior maturità e forza nelle annate calde e più slancio e finezza in quelle fresche. Il fil rouge – mai termine più adatto – non può che essere rappresentato al naso dall'intrigante ed elegante speziatura naturale della Schiava e al sorso dalla profondità minerale a tratti ematica e a tratti sapida che, unitamente alla tensione acida, da inerzia alla beva.
Tensione vibrante e beva inerziale che hanno spinto Hartmann a provare a verificare quanto davvero la Schiava fosse vicina alla trasversale potenzialità del Pinot Nero tramite la vinificazione del Blanc de Rouge un metodo classico 30 mesi sui lieviti che, anche se assaggiato a 2 anni dalla sboccatura, ha mostrato grande freschezza e netta finezza.
blanc de rouge hartmann donà
Ogni vino di Hartmann Donà si distingue per grande finezza e per la capacità di coniugare una disarmante profondità espressiva all'instancabile dinamica di beva.
Una Schiava che non teme lunghi affinamenti in legno (per Hartmann meglio se usato per evitare di snaturarne i delicati aromi) e sfoggia una longevità priva di segni di cedimento, capace di evolvere in complessità e non di invecchiare.
"Il tempo è il mio attento e fedele compagno. Considero il tempo come energia pulsante o forza vibrante, ma anche come spazio di meditazione e paziente maestro che approva il mio lavoro solo quando è davvero concluso. Il tempo è la mia storia. Questa storia." H.D. 
Un approccio saggio e ponderato che fa di Hartmann Donà uno di quegli enologi che poco hanno a che fare con l'ostinata e ostentata ricerca di una fittizia e omologata perfezione. La perfezione sta nella sincerità e nella luminosità di interpretazioni nitide e chiare dei tre fattori fondamentali dell'identità di un vino: terreno, clima e vitigno.
hartmann donà enologo
Una mano forte, ferma, precisa ma al contempo educata e gentile è quella di quest'uomo che sussurra ancora alle viti ancor prima che alle botti.
Sono rari i momenti in cui taccio e ascolto per ore senza intervenire troppo con domande frutto della mia impetuosa curiosità e della mia sete di sapere, ma durante l'incontro con Hartmann è bastato pensare ad un quesito per far sì che esso trovasse risposta in una frase, un gesto, in un assaggio.

F.S.R.
#WineIsSharing

*Altri sinonimi di Schiava:
Schiava Grossa: Blauer Trollinger, Bressana, Edelvernatsch, Frankenthal, Frankenthaler, Großvernatsch, Meraner Kurtraube, Schiavone, Trollinger, Uva Meranese.
Schiava Gentile: Schiava piccola, Schiava media, Kleinvernatsch, Mittlerer Vernatsch, Roter Vernatsch.
Schiava Grigia: Grauvernatsch, Grauer Vernatsch.

sabato 18 maggio 2019

Una conduzione agronomica sostenibile - In vigna con l'agrotecnico Davide Ferrarese tra patologie della vite e fertilità del suolo

In questo Wine Blog, da anni, cerco di dare tanto spazio alla vigna quanto alla cantina e all'assaggio e quando si parla di vigneti è impossibile non tener conto delle principali dinamiche agronomiche legate alla conduzione degli stessi.
Ad accompagnarci attraverso tali dinamiche, oggi, sarà un agrotecnico che ho avuto modo di incontrare e di conoscere qualche anno fa fra le vigne del Gavi: Davide Ferrarese.
Alla luce di una lunga chiacchierata riguardo i principali temi dell'agronomia e della viticoltura contemporanea ho deciso di seguire molte delle sue pubblicazioni online e ho avuto modo di comprendere a pieno la qualità del suo lavoro. Per questo ho deciso di porre a lui qualche domanda circa aspetti agronomici di mio interesse da diversi anni.
-Davide ti presenteresti brevemente ai lettori di WineBlogRoll.com?
Classe 1973, padre di tre figli (Michela, Filippo, Edoardo), compagno di Elisa, diplomato Agrotecnico nel 1992 e consulente viticolo come libero professionista dal 1997, per conto di aziende private, Cantine cooperative, Consorzi di Tutela, Comunità Montane e docente presso l’Istituto superiore per Perito Agrario sino all’a.s. 2009/10.
Fondatore di VignaVeritas, dal 2016 vi collabora Matteo Tasca - agrotecnico laureato.
VignaVeritas si occupa di consulenza fitopatologica e agronomica per la migliore coltivazione dei vigneti, con la massima attenzione alla sostenibilità ed alla qualità globale dell’ambiente di produzione. Quello che viene portato avanti è un approccio alla viticoltura biologica superiore alla mera certificazione, definendo criteri d’intervento e modalità operative. 
Negli ultimi anni siamo molto attenti alla fertilità dei suoli ed alla fisiologia della pianta, sviluppando tecniche a largo impiego per la nutrizione dei vigneti e migliorando la potatura della vite con il metodo ramificato, nell’ottica di contenimento e cura delle malattie del legno (mal dell’esca). E’ di fondamentale importanza la formazione del personale che collabora nei vigneti e massimizzare l’economia di gestione aziendale.
Ci sentiamo legati al territorio, al valore umano della Terra delle persone che vi lavorano e di quello che fanno.
«L’arte dell’agricoltore è anche quella di saper osservare e di intervenire nei processi naturali in modo da sostenerli.»  Almar von Wistinghausen
davide ferrarese agronomo
-Quali sono le patologie della vite più comuni?
Le patologie più comuni riguardano sia i funghi che gli insetti, diversamente diffusi a seconda dalle aree di coltivazione e dalla sensibilità delle singole varietà coltivate.
Per quanto riguarda i funghi le malattie più note sono peronospora, oidio, botrite, escoriosi e mal dell’esca; per quanto riguarda gli insetti abbiamo diversi tipi di acari, e  diverse cicaline, quest’ultime anche vettori di fitoplasmi e di virus. Inoltre in alcuni areali si stanno diffondendo insetti di “nuova importazione” come la popilia, la cocciniglia farinosa e la cimice.
Particolare attenzione va anche fornita alle malattie causate dai fitoplasmi come la flavescenza dorata e il legno nero. 
patologie della vite
-Come possono essere contrastate in maniera sostenibile?
Operare correttamente in agricoltura significa ricercare le migliori strategie applicabili, avvalendosi delle nuove conoscenze tecniche e scientifiche. Un’agricoltura attenta alle regole della spontaneità degli ambienti e degli esseri che li compongono, ricerca nella sua applicazione il minimo impatto ambientale possibile.
La sostenibilità passa soprattutto dall’uomo, dalla scelta nel tipo di difesa che si vuole adottare  e dalla capacità di interpretare ogni singola annata. I lavori in vigneto sono più o meno uguali tutti gli anni, ma i tempi, le modalità, le volte e le varianti cambiamo ogni nuova stagione.

Prima di intraprendere una qualsiasi strategia di conduzione dei vigneti, è perciò necessaria un’analisi del territorio circostante, sotto differenti profili , in modo da conoscerlo e poterlo rispettare nei suo assetti, adottando un progetto globale per il vigneto.
Bisogna prendere in considerazione il materiale vegetale a disposizione con il suo portainnesto ed il suo clone, la gestione del suolo, le conoscenze ambientali dell’area, la sensibilità e le caratteristiche delle varietà coltivate, raccogliere e conoscere i dati climatici, monitorare localmente la vegetazione, verificare l’attrezzatura impiegata per i trattamenti anticrittogamici ed altro ancora.

-Quali sono i risultati delle tue ricerche sul mal dell'esca e sulla flavescenza dorata?
In questi ultimi anni abbiamo iniziato a raccogliere dati su diversi fronti.  Grazie ad un progetto territoriale del Consorzio Tutela del Gavi partito nel 2013 monitoriamo la malattia e la presenza dell’insetto vettore, e dal 2018 anche la presenza di altri insetti, analizzando le strategie di controllo della patologia. Per il mal dell’esca l’attività di ricerca in campo è più recente. 
In entrambi i casi quello che stiamo osservando sono i vantaggi che si rilevano attraverso l’applicazione delle buone pratiche agronomiche: nel caso della flavescenza dorata è fondamentale l’eliminazione delle piante malate abbinato ad un monitoraggio mirato della presenza dell’insetto; nel caso delle mal dell’esca è altrettanto  fondamentale una corretta gestione della pianta durante la potatura secca e nella scelta germogli; per di più è possibile valutare eventuali interventi di dendrochirurgia che permettono di risanare la pianta malata. 
E’ sempre necessaria l’elaborazione di una accurata analisi per poter operare nel miglior modo possibile, valorizzare “il saper fare in vigna”, implementare la conoscenza ed il riconoscimento dei sintomi, la formazione e l’addestramento del personale in vigneto.
dendrochirurgia vie
-Parliamo di fertilità del suolo, dove si sbaglia e cosa si può fare per migliorarla?
La fertilità, quella vera, non quella fittizia dei concimi, si raggiunge, si conserva e si migliora attraverso la gestione elastica ed integrata del suolo e della sostanza organica: è necessario costruire un humus stabile.
Sento la carenza di professionalità tecniche competenti e di esperienze in merito, in un   argomento dove il suolo è davvero l’identità delle nostre uve.
Poche volte i viticoltori approfondiscono e verificano le caratteristiche dei propri suoli sia in valore strutturale, che in valore chimico e biologico. Mi viene un esempio banale legato all’enologia, dove nei vini si fanno diverse analisi, al contrario di quello che accade in vigneto. 
Per un corretto approccio viticolo, si può partire dallo studio del tipo di terreno e dal comportamento della vite, ma anche dalla naturale presenza delle essenze erbacee, per completare il ragionamento con l’età e il portainnesto impiegati, il tipo di suolo (analisi chimica e fisica e situazione generale) nonché la varietà e la situazione generale legata all’andamento stagionale.
-Sovescio: è sempre utile?
Sicuramente la sostanza organica è fondamentale per incrementare e sviluppare la fertilità dei suoli e sono diverse le tecniche applicabili, come l’integrazione di ammendanti organici di diversa natura come il letame, il compost, i pellettati organici  ed altro ancora. Ogni suolo ha necessità di un’analisi specifica.
L’integrazione della sostanza organica ed il miglioramento della sua fertilità biologica possono quindi passare anche attraverso il sovescio. 
Va certo definito in modo più ampio, nell’ambito della gestione del suolo,  definendo specificatamente le essenze erbacee da impiegare a seconda dei suoli e delle condizioni in cui ci si trova; poi la scelta nelle modalità di gestione della massa erbacea a fine ciclo, se trinciarlo, se interrarlo, se tagliarlo,  se rullarlo o altro ancora.
E’ una buona pratica consigliabile anche per i suoi effetti sul contenimento delle erbe infestanti e nella protezione dall’erosione superficiale nei mesi invernali.
sovescio vigna bio
-A cosa ti riferisci quando parli di nutrizione bioattiva dei vigneti?
Mi riferisco all’ausilio di microrganismi utili che sono in grado di riattivare i processi biologici naturali di fertilità del suolo conferendo un impulso a quelle che sono le trasformazioni in atto della sostanza organica verso la forma più stabile che è l’humus.
In parole semplici si tratta di preparati a base di funghi, di batteri della rizosfera e di nutrienti che possono esser distribuiti con diverse modalità ai suoli.
davide ferrarese potatore
Ringrazio Davide per il tempo dedicato a questa breve ma impegnativa "chiacchierata" dentro e intorno alla vigna in attesa di ulteriori approfondimenti che, sono certo, avremo modo di pubblicare nei prossimi mesi.
Oggi, più che mai, adottare un approccio agronomico più consapevole e rispettoso è fondamentale e per farlo è necessario maturare esperienze e competenze che, spesso, i vignaioli e, ancor meno, i produttori non hanno. E' per questo che la figura dell'agronomo diviene importante tanto quanto quella dell'enologo per ogni tipologia di realtà, specie se orientata verso una conduzione agronomica dei vigneti fondata sui principi della qualità e della sostenibilità.

F.S.R.
#WineIsSharing

venerdì 17 maggio 2019

I migliori giorni per degustare Vino? Ce li indica il calendario biodinamico di Maria Thun

Quante volte abbiamo sentito parlare del connubio Luna-Agricoltura? Il calendario lunare è stato sempre usato in agricoltura ed è ormai appurato che la Luna e, quindi, le fasi lunari abbiano un importante incidenza sulla terra e tutto ciò che cresca e viva su di essa, comprese piante ed esseri umani.
calendario vino luna degustazione
Premessa
Come ho già avuto modo di condividere con voi, per quanto io possa amare il romanticismo enoico e mi possa lasciar affascinare dai racconti di vita e di vino di vignaioli e produttori (fa parte del gioco e, credo, renda più ricco ed affascinante un “mondo” che può e deve far leva anche sull'emotività di ciascuno di noi) non ho molta affinità con tutto ciò che sfocia nell'esoterismo e in pseudo-filosofie astruse capaci di alludere a qualcosa di poco concreto e di illudere chi non sa o chi è facile da abbindolare. Eppure io apprezzo molti dei principi della biodinamica nel loro aspetto più realistico e pragmatico, ma anche in alcuni degli aspetti apparentemente meno razionali e certi, purché legati ad una storicità e ad un empirismo che ha portato e porta ancora oggi a ragionamenti molto più concreti di molte altre “tendenze enoiche”. Ciò che non amo è il filosofeggiare fumoso di alcuni e la scorrettezza di altri nel cercare di strumentalizzare concetti seri e verificati tramutandoli in mero marketing travisandoli.

Un concetto di base della biodinamica è quello del rapporto Terra-Luna, ma non solo nella coltivazione della vite e nell'ambito della vinificazione e dell'imbottigliamento, ma anche nella degustazione per via della - a quanto pare - palese influenza che le fasi lunari hanno sul vino.
Di ritorno da alcuni miei viaggi all'estero mi sono reso conto che in Italia si sta facendo molta confusione rispetto alla biodinamica, sin troppo spesso abbinata a concetti poco concreti, fantasiosi e ad un effetto negativo in termini di pulizia organolettica nel bicchiere, questo perché si è cercato di abbinare a tutti i costi questo concetto di agricoltura pulita e rispettosa ad una corrente, quella dei cosìdetti “vini naturali”, che rischia di diventare fuorviante sia in termini tecnici che gustativi.
All'estero, specie in Francia e in Spagna, sono moltissime le cantine che hanno deciso di adottare una viticoltura condotta secondo i principi della biodinamica, e poco c'entra la dimensione della cantina in questione e poco hanno a che vedere con una sorta di low profile stesso del vignaiolo/produttore, anzi... molte di esse vantano blasoni importanti edhanno raggiunto l'apice della qualità proprio grazie al rispetto in vigna ed in cantina.
calendario fasi lunari viticoltura
Il Calendario Lunare in Degustazione
Per chi non conosce il concetto, mi riferisco al calendario biodinamico creato da Maria Thun, grande ricercatrice agronomica che dal 1963 ha prodotto il calendario annuale delle semine che costituisce uno degli strumenti più usati per osservare, prevedere, organizzare le operazioni agricole dei biodinamici europei e, più in generale, dell’emisfero nord del pianeta.
Il suo lavoro si basa, neanche a dirlo, sui principi dettati da quello che viene eletto a padre della biodinamica, ovvero Rudolf Steiner, per quanto questo non sia pienamente vero (come descritto qui).
Comunque il calendario utilizza le posizioni della luna rispetto a costellazioni e pianeti e le fasi lunari per determinare quali giorni siano da considerarsi del frutto (Elemento: corrispondente: Fuoco), della radice ("" Terra), delle foglie ("" Acqua) o dei fiori ("" Aria). Oltre ad essere utilizzato per interventi di tempo in vigna e in cantina, questo calendario è anche usato come guida indicativa per i degustatori e quindi per definire il giorno più consono ad assaggiare quel vino nella sua massima espressività. Idealmente, i giorni migliori per bere vino sono quelli di frutta / fiore e non in un giorno di radice o foglia.
Questo calendario è diventato così importante in alcune nazioni e per alcune branche enoiche da passare dall'essere un'utility per degustatori, sommelier e, ovviamente , vignaioli/produttori al diventare un riferimento per importanti catene di supermercati ed enoteche, come accaduto nel Regno Unito (non faccio nomi, ma sono reperibili online), che decidono di organizzare le proprie degustazioni promozionali solo nei giorni migliori indicati da Maria Thun.
Ci sono stati diversi test, su piccola scala del calendario, ma questi non hanno avuto il rigore necessario per fornire risultati significativi.
Come spesso accade, però, anche nel caso del calendario biodinamico della degustazione da un lato si è avuto un proliferare di app e calendari lacunosi volti alla semplificazione di qualcosa che è ben più complesso e ampio di quanto si pensi e dall'altro un forte scetticismo che ha portato a contro-studi finalizzati a sfatare queste convinzioni e credenze.
In realtà io posso asserire con buona ragionevolezza che effettuando assaggi secondo il calendario di Maria Thun alcune differenze possono essere riscontrate, specie se si tratta di assaggi da vasca/botte potrebbe manifestarsi e, nella maggior parte dei casi, il controllo del calendario è avvenuto a posteriori, proprio per non avere facili condizionamenti in merito. Di contro devo ammettere che aver incontrato degustatori che non hanno partecipato a degustazioni in quanto non fissate nella data idonea alla degustazione e/o aver udito produttori usare il calendario come alibi per la chiusura o la poca espressività del proprio vino non è qualcosa che rientra nella mia logica e continuo a pensare che l'influenza sulla degustazione e sul vino stesso sia davvero minima e che la capacità di chi assaggia e la qualità di un vino debbano essere in grado di andare oltre le dinamiche legate al calendario biodinamico.


Ciò che penso, però, è che questa influenza della Luna sulla degustazione non sia da riservare solo ed esclusivamente al vino, ma piuttosto ad un connubio fra quello che è l'effetto della luna sui liquidi più in generale (vedi le maree) quindi, anche, sulle molecole d'acqua contenute nell'atmosfera (alcuni studi hanno appurato che la percezione dell'umidità è diversa in base alla fase lunare di riferimento, pur avendo gli stessi valori igrometrici) e su quella contenuta nel nostro corpo, che a loro volta incidono sulla nostra percezione. E' indubbio che le fasi lunari abbiano effetti su alcune dinamiche e cicli del corpo umano e sul nostro stato d'animo, quindi perché non credere che questo influsso possa avere un'incidenza anche sulla nostra capacità di degustare e sull'espressività di un vino? Io credo non ci sia nulla di così strano o di poco logico e basta pensare a quante volte ci è capitato di assaggiare lo stesso vino in condizioni differenti, in giorni differenti, anche a distanza di pochissimo tempo e di averlo sentito, vissuto e percepito in maniera notevolmente differente.

Qui di seguito troverete un calendario lunare della semina con tanto di legenda (nella quale troverete indicati i colori corrispondenti ai giorni del frutto, della foglia, della radice e del fiore) da utilizzare come riferimento per le degustazioni:
calendario biodinamico degustazione vino
fonte: lunaorganics.com

Come già detto poc'anzi, le mie parole sono legate solo ed esclusivamente agli aspetti più razionali dell'influenza lunare sui liquidi e sugli esseri umani, ma lungi da me suggerirvi di utilizzare questo calendario per decidere quando degustare o quando non farlo.
Il calendario della semina di Maria Thun può tornare tutte le operazioni agricole, ma anche per semplici operazioni "casalinghe" come tagliare il prato o gestire le proprie piantine da balcone, ma va ricordato che la determinazione del Calendario delle Semine si tiene conto della situazione reale del Cielo. La Luna, nel suo percorso siderale, transita nel Cielo assumendo via via diverse “qualità” a seconda dell’influenza delle Costellazioni Zodiacali su di essa. Ciascuna Costellazione agisce in risonanza con un elemento: Terra, Acqua, Aria, Fuoco. Ogni Elemento a sua volta influisce su particolari organi e funzioni dell’organismo vegetale:
Terra =>Radici =>Vergine, Toro, Capricorno
Acqua => Foglie => Pesci, Cancro, Scorpione
Aria => Fiore => Gemelli, Bilancia, Acquario
Fuoco => Frutto => Ariete, Leone, Sagittario

N.B.: non stiamo parlando si "segni zodiacali", bensì dei nomi delle costellazioni.

In conclusione, come sempre, io non posso che invitarvi a provare su voi stessi la veridicità delle affermazioni di chi sostiene che il calendario biodinamico abbia un'effettiva influenza sulla capacità di espressione del vino e sulla nostra percezione di esso, al fine di farvi una vostra idea a riguardo. Io credo che, per quanto possa esserci un velo di potenziale suggestione, ci siano alcuni dettagli molto interessanti nello studio della biodinamica sia per quanto concerne la viticoltura che per quanto riguarda la degustazione, ma è fondamentale discernere i principi legati alla scienza (fisica, chimica e astronomia) da quelli legati alla suggestione.

Per quanto mi riguarda, di certo, non mi metterò ad assaggiare solo nei giorni di frutto e di fiore, però potrebbe essere una buona scusa per stappare lo stesso vino in due momenti differenti e continuare a testare gli effetti di questa teoria sul vino e sui miei sensi!😉
Quello della Luna è solo uno dei condizionamenti che possiamo avere nel degustare e quelli umani legati all'emotività ed al contesto sono altrettanto forti ed incidenti, quindi non resta che assaggiare e assaggiare, nella speranza di goderci quel vino al massimo della sua espressività, ma anche al massimo della nostra capacità di apprezzarlo e... spesso... una bella giornata ed una buona compagnia aiutano molto, specie se in "combo" con i giorni ideali per il calendario biodinamico! 😋

Info Pubblicazioni e App
Il calendario biodinamico 2017 di Maria Thun è acquistabile online come molte sue altre pubblicazioni:
Qui troverete una pubblicazione specifica per la degustazione secondo il calendario biodinamico e le fasi lunariwww.florisbooks.co.uk/book/Matthias-Thun/+Calendar+for+Wine+Drinkers.




F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 13 maggio 2019

Continua l'ascesa della Sicilia del vino - Conferme da Sicilia En Primeur

La Sicilia vanta una storia enoica antichissima eppure la sua storia “in bottiglia” è giovanissima e va di pari passo con l'acquisizione di una sempre più palese consapevolezza agronomica ed enologica. La parziale emancipazione dal ruolo di mero bacino di approvvigionamento per i grandi territori del vino italiani e non solo è ormai completata ma è proprio in questo momento che la Sicilia e i suoi produttori devono fare fronte comune nel veicolare i concetti fondamentali di gran parte della viticoltura di questa regione, ovvero la qualità aumentata in ogni areale, la sostenibilità qui più agevole che in altre regioni italiane, le peculiarità di ogni differente zona.
sicilia en primeur anteprima vino
Per quanto riguarda la qualità i fattori più importanti che stanno portando i vini siciliani a risultati importanti nel calice sono sia quelli legati alla sempre maggiore consapevolezza tecnica che quelli correlati all'equilibrio pedoclimatico e produttivo riscontrato nelle ultime annate. Un equilibrio che, dati alla mano, pone la Sicilia alla stregua di Toscana e Piemonte in termini di differenziali tra annata ed annata negli ultimi 6 anni. Questo aiuta a comprendere due valori che la dicono lunga sulla strada intrapresa dalle realtà siciliane e sulla loro capacità di puntare alla qualità a prescindere dalle estensioni e dal numero di bottiglie prodotte, ovvero la costanza climatica e le basse rese per ettaro che livellano le produzioni anche in annate, altrove, fortemente produttive in altre regioni italiane. 
Nello specifico:
-La Sicilia è la più grande isola del Mediterraneo e la regione più estesa d’Italia con i suoi 26mila kmq.
-Il clima è quello proprio del solo 2% della terraferma globale, ovvero quello mediterraneo ma notevoli possono essere le differenze fra zona e zona in base alla vicinanza dal mare e all'altitudine. Avremo, quindi, un clima mite e temperato lungo le coste e un clima sempre più continentale verso l'entroterra con grandi escursioni termiche se saliamo in collina o in montagna (la montagna più alta è l’Etna, che sfiora i 3.400 mt).
-L'isola dispone di una cangiante varietà di suoli: terreni lavici, calcarei, argillosi, tufacei con percentuali variabili di sabbia e di scheletro capaci di offrire le condizioni pedologiche ideali per ogni singolo vitigno.
-Si coltivano principalmente vitigni autoctoni (più dell'80%) e alcuni internazionali che in casi come quello del Syrah dimostrano uno stretto legame con il territorio ben più forte di un semplice adattamento.
-L'enorme biodiversità è così evidente da lasciare esterrefatti. L'integrità dei paesaggi rurali e l'enorme ricchezza di flora e fauna regionale rendono la Sicilia un vero e proprio continente in cui la natura gode delle condizioni ideali per prosperare e la viticoltura di grande parte delle realtà del territorio mira a preservare e valorizzare questa ricchezza. La Sicilia, infatti, punta molto sulla coltivazione biologica e sulle pratiche di riduzione dei fitofarmaci e abbandono del diserbo chimico. La superficie vitata biologica o in conversione dell’isola – pari a 38.935 ha. – la piazza al primo posto tra le regioni italiane (con ca. il 40% della superficie vitata biologica italiana). Circa il 70% delle aziende vitivinicole siciliane conduce le proprie vigne in regime di lotta integrata.

Questi sono solo alcuni dei dettagli che possono rendere la Sicilia un riferimento a livello nazionale e mondiale nella viticoltura e nella produzione di vini di qualità ma la strada è solo all'inizio e trovare, di annata in annata, vini sempre più nitidi e identitari fa ben sperare in un futuro dall'immenso potenziale.
L'auspicio è quello di veder valorizzare i singoli micro-areali e, successivamente, i cru di quegli stessi areali attraverso menzioni geografiche aggiuntive o, comunque, la zonazione di quelle che sono le sottozone che convergono all'interno della grande Doc Sicilia in modo da qualificarne ulteriormente la vocazione alla coltivazione di ciascun varietale e da distinguerne l'identità territoriale.
anteprima degustazione alla cieca
Ora, però, passiamo ai vini che mi hanno colpito di più durante la degustazione tecnica alla cieca che vedeva le aziende di Asso Vini Sicilia presentare oltre 300 vini di diverse tipologie.
asso vini sicilia en primeur
La lista che troverete qui di seguito rappresenta la selezione dei vini che si sono distinti per identità varietale e territoriale (nella scheda erano riportati varietale, annata e denominazione di riferimento) nonché per nitidezza e carattere. Vini non scontati ma in linea con ciò che spero di trovare sempre più facilmente in Sicilia, ovvero vini capaci di coniugare al meglio struttura/corpo e acidità/slancio, potenza espressiva ed eleganza, pulizia e personalità. Una selezione che, essendo stata effettuata alla cieca, prescinde dimensioni aziendali, regime di conduzione agronomica e approccio enologico, ma evidenzia quanto le realtà più rispettose e attente siano in grado di portare nel calice vini capaci di spiccare fra molti.

Bianchi

Pietra Marina - Doc Etna Bianco Sup. 2015 - Benanti

DeAetna - Doc Etna Bianco - Terra Costantino

Catarratto Ginestra - IGP Palermo 2016 - Az. Agr. Todaro

Aegades - Doc Erice 2018 - Vinicola Fazio

Rocche di Pietra Longa - Doc Sicilia 2017 - Centopassi

Serò - Doc Sicilia 2016 - Fuedo Principi di Butera

Secca del Capo - IGP Salina - Cantine Colosi

Rajàh - Doc Sicilia 2018 – Tenuta Gorghi Tondi


Rosati

C'D'C' Rosato - Doc Sicilia 2018 - Baglio del Cristo di Campobello

Rose di Adele - Doc Sicilia 2018 - Feudo Montoni

Piano dei Daini - Doc Etna Rosato 2018 - Tenute Bosco

DaAetna - Doc Etna 2018 - Terra Costantino


Rossi

Belsito - Doc Vittorio 2017 - Dimore di Giurfo

Dumé - Doc Sicilia 2018 - Tenuta Gorghi Tondi

Il Frappato - Doc Vittoria - Valle dell'Acate 2018 

Di Sicilia... Sole e Terra - Doc Vittoria 2017 - Horus

Contrada Feudo di Mezzo - Doc Etna Rosso 2015 - Cottanera

Barbagalli - Doc Etna Rosso 2015 - Pietradolce 

Pietre a Purtedda da Ginestra - IGT Terre Siciliane - Centopassi

Serra della Contessa - Doc Etna Rosso 2014 - Benanti

Vico (Prephylloxera) - Doc Etna Rosso 2015 - Tenute Bosco

Rovitello - Doc Etna Rosso 2014 - Benanti

Argille di Tagghia Via - Doc Sicilia 2017 - Centopassi

Centuno - Doc Sicilia 2016 - CVA Canicattì

Vrucara - Doc Sicilia 2015 - Feudo Montoni

Neromaccarj - IGT Terre Siciliane 2015 - Gulfi

Eughenes - Doc Sicilia 2018 - Sibiliana

Pittore Contadino - Docg Cesaruolo di Vottoria 2015 - Horus

Diodoros - Doc Sicilia - CVA Canicattì

Furioso - Doc Sicilia 2016 - Assuli

Core - Doc Sicilia 2018 - Feudo Montoni

Naturalmente Bio Perricone - IGP Terre Siciliane 2017 - Caruso & Minini

Perricone - IGT Terre Siciliane 2018 - Fina

Pinot Nero FDP - IGT Terre Siciliane 2014 - Feudi del Pisciotto

Ronna - Doc Sicilia 2016 - Terre di Giurfo

Lusirà - Doc Sicilia 2016 - Baglio del Cristo di Campobello

Corda Pazza - Doc Sicilia 2017 - Horus

Dai giorni trascorsi in Sicilia tra tour di vigneti e cantine, degustazioni e confronti con tecnici e vignaioli è palese quanto la volontà dell'intero territorio regionale sia quella di puntare sulle singole identità e su espressioni nitide dei vitigni storici con una forte ascesa del Nero d'Avola e del Grillo ma anche con una rinnovata curiosità nei confronti di vitigni di nicchia come il Perricone e il Nocera. Da instancabile ricercatore di unicità e da appassionato di vitigni "dimenticati" la speranza è quella di poter ritrovare nei prossimi anni vini prodotti dai "vitigni reliquia" come Inzolia nera, Lucignola, Orisi, Usirioto e Vitrarolo (bacca rossa) e Recunu (bacca bianca) anche a Sicilia En Primeur.
Tutto questo si va ad aggiungere all'ormai consolidata attenzione nei confronti del Nerello Mascalese e del Nerello Cappuccio allevati principalmente sull'Etna.
Infatti, l'Etna con i suoi "Nerelli" continua ad essere il riferimento in termini qualitativi e di appeal nazionale e internazionale per l'intera isola anche se al raggiungimento della "massa critica" è corrisposto l'aumento degli ettari vitati alle pendici del vulcano (non sempre su terreni propriamente vulcanici e non sempre con cloni "classici" etnei), cosa potrebbe rappresentare un pericolo per l'identità della denominazione, ma che sta evidentemente aiutando a veicolare la denominazione nel mondo. Legittime preoccupazioni a parte, l'Etna può e deve fare da apripista a tutte le  altre 23 denominazioni dell'Isola che, oggi, possono offrire territori e vini in grado di destare l'interesse di esperti ed appassionati italiani e stranieri.
L'assaggio dei ca. 350 vini proposti a Sicilia En Primeur mostra, inoltre, un'importante virata enologica che vede la maggior parte dei produttori puntare su un approccio in sottrazione, privilegiando la freschezza e l'eleganza alla struttura e alla potenza alla quale alcuni produttori e alcune aree ci avevano abituati. Questa ricerca di equilibri votati alla finezza è possibile in molti degli areali dell'isola grazie alle grandi escursioni termiche sia sulla costa che spostandosi in alto nell'entroterra.

Ancora una volta l'antica Trinacria mi ha mostrato e dimostrato la sua immane e caleidoscopica ricchezza ma mai come quest'anno è stata capace di evidenziare una sempre più marcata presa di coscienza agronomica ed enologica e grandi passi avanti nell'espressione delle proprie singole identità. Il potenziale di questa regione è conosciuto e riconosciuto da secoli ma mi piace pensare alle ultime annata come all'inizio di una sorta di Rinascimento siciliano proiettato verso un futuro in cui ogni area avrà la sua nicchia di attenzione e i prezzi medi (Etna a parte) andranno a gratificare maggiormente i produttori permettendo una sempre maggior tutela del territorio e dei varietali autoctoni.


F.S.R.
#WineIsSharing

venerdì 10 maggio 2019

L'emozionante storia del vigneto più "alto" delle Marche e della micro cantina di Ginevra Coppacchioli a Cupi

L'incessante ricerca di emozioni enoiche capaci di dissetare, seppur momentaneamente, la mia riarsa curiosità mi hanno portato in molti luoghi più o meno conosciuti ma tutti resi unici da quel meraviglioso tramite fra la terra e l'uomo che sa essere la vigna.
cantina visso coppacchioli
La paura di, come me, viaggia molto e assaggia altrettanto è quella di vedersi affievolire la sacra fiamma della passione e di vederla intaccata dalla noia e dall'assenza dell'elemento fondamentale per andare avanti in questo percorso di vita e di vino: lo stupore.

Fortunatamente, però, io ho avuto la fortuna di imbattermi in luoghi di rara suggestione, di assaggiare vini dalla grande personalità e, soprattutto, di incontrare persone di notevole valore umano. Questo mi ha permesso di non stancarmi mai e di alimentare quotidianamente il mio bisogno di scoprire nuove realtà, nuove vigne e nuovi vini.
Tra tutti i viaggi enoici fatti negli ultimi mesi, però, ce n'è uno che mi ha emozionato particolarmente attraverso sensazioni tanto pure quanto inattese.
Parlo del mio incontro con il vigneto più alto delle Marche e con la piccola cantina di Ginevra Coppacchioli, giovanissima produttrice che è riuscita a convincermi con pochissime parole ad arrivare fino ai 1000m slm di Cupi, piccola frazione di Visso (MC).
cupi 1000 metri
Siamo nelle mie Marche, quelle più incontaminate, a pochi km da dove sono nato e cresciuto ma a un'altitudine inconsueta per la viticoltura, specie per queste zone.

Salendo verso la posizione che Ginevra mi aveva inviato geolocalizzando la sua piccola nuova cantina (ancora work in progress) non vi nego di aver ricontrollato e riavviato più volte il navigatore temendo di aver sbagliato strada in quanto per km e km il territorio appariva liberamente selvaggio con l'assenza quasi totale dell'intervento dell'uomo nel ridisegnare i tratti del contesto naturale.

E' anche per questo che trovare come primo segno di antropizzazione il vigneto di Ginevra e della sua famiglia ha indotto in me una certa sensazione di sollievo mista a stupore.
Ad accogliermi, in questo centro devastato dal terremoto del 2016, c'è proprio la giovanissima produttrice con al seguito alcuni membri della famiglia e il suo cantiniere, mancano suo padre Angelo e l'enologo Francesco Sbaffi ma poco importa - penso fra me e me - perché io in questo luogo tornerò, l'ho capito sin dal primo passo fuori dall'auto, fin dalla prima boccata d'aria tersa a pieni polmoni, sin dalla pelle d'oca e gli occhi lucidi che le crepe dei muri delle abitazioni di quel meraviglioso piccolo borgo mostrano come fieri segni di una battaglia che hanno tentato di vincere e che, forse, in parte hanno davvero vinto restando in piedi. L'empatia provata per la natura che mi circondava, per gli edifici e le persone che avevo appena incontrato era così forte da farmi pensare di non essermi sentito così da troppo tempo.
Prima di dedicarci al vigneto Ginevra e "gli altri" ci tengono a mostrarmi quella cantina che tanto avevano desiderato, frutto del sogno di un fratello che non c'è più e di un padre che - a quanto mi raccontano - ha sempre fatto della lungimiranza la sua dote più acuta.

Tre lettere "GLG" spiccano nel cancello della nuova cantina a simboleggiare le iniziali della nuova generazione della famiglia Coppacchioli: Gaia, Lucio e Ginevra.
glg
Oggi, quella che apparentemente potrebbe sembrare una cattedrale nel deserto assume il profilo di uno scrigno pieno di speranze, di sentimento, di passione e di energie che vanno ben oltre il far vino.
E' lo scrigno in cui Ginevra ha deciso di riporre tutta la sua forza d'animo e la sua voglia di tradurre l'amore per questa terra e per la sua famiglia in liquide emozioni, prodotte con rispetto ed attenzione in un luogo unico al mondo.
cantina ginevra coppacchioli
Quel luogo è il vigneto più alto delle Marche, 2,5ha di sana follia in cui la famiglia Coppacchioli ha deciso di impiantare Pinot Nero e Chardonnay per la produzione di due metodo classico (un Rosé Brut e un Blanc de Blancs Brut) e il Pecorino (qui storicamente detto Vissanello) propagato recuperando il materiale genetico del vigneto centenario ancora presente a ridosso del cimitero di Cupi.
viti maritate
Ricordo ancora vivida l'emozione provata nel contrasto ossimorico che sussiste nel passare attraverso un cimitero dilaniato dal terremoto per arrivare a quello spettacolo tanto inatteso quanto meraviglioso dato dalle vecchie viti maritate agli aceri campestri e ai mandorli. Un simbolo nefasto reso luminoso dal simbolo della vitalità che noncurante del passare del tempo e delle calamità naturali ha continuato ad arrampicarsi su quegli alberi e a produrre i suoi frutti. E' proprio quel vigneto il valore aggiunto di un luogo che già di per sé avrebbe visto nella sua eccezionale collocazione un motivo di unicità.
Quelle piante di Pecorino hanno dato vita al Primo di Cupi, Pecorino in purezza che mostra quanto con buonissime probabilità il clone storicamente allevato in questa zona fosse diverso da quello del vigneto madre di Arquata del Tronto, facendo del vigneto di Cupi un secondo vigneto madre per una tipologia di uva che meriterebbe maggiori approfondimenti genetici ma che, intanto, stupisce nel calice per integrità ed equilibrio nonostante l'altitudine.
Ero preoccupato, non lo nego! Avevo letto del Pecorino di queste zone (in scritti del '700 appare la denominazione catastali "le vigne" a testimonianza della presenza di vigneti nella zona) e di quanto fosse considerato "verde", "aspro" perché non in grado di maturare ma con buone probabilità una conduzione agronomica più accorta e gli esiti (in questo caso positivi) dei cambiamenti climatici hanno portato le uve del vigneto di Ginevra a poter anelare ad una piena maturazione, mantenendo una notevole freschezza e facendo pensare che il microclima unico fatto di tanta luce e importanti escursioni termiche possa rappresentare l'alleato ideale per osare ancor di più nella produzione di questo vino.
vini ginevra coppacchioli tattini
Riguardo ai metodo classico, è tutto in divenire ma è indubbio che la scelta di produrre in questi vigneti degli spumanti sia stata più che opportuna viste le peculiarità pedoclimatiche. Le prime sboccature stupiscono per la struttura e per la potenza, cosa che mai mi sarei aspettato in un vigneto in altitudine ma sono state prodotte nella vecchia cantina e con notevoli problematiche da affrontare quali nevicate straordinarie e gli esiti del terremoto che per anni hanno reso difficile persino l'accesso ai locali di vinificazione. E' per questo che mi piace vedere questa realtà non solo per ciò che ha fatto sino ad ora, per quanto lodevole, bensì per la sua prospettiva futura che la pone di diritto nel novero delle cantine più interessanti che ho avuto modo di visitare negli ultimi anni. Una di quelle storie di vino, di vigna e di vita che ogni appassionato e addetto ai lavori dovrebbe conoscere e approfondire recandosi a Cupi e assaggiando i vini frutto di questo straordinario vigneto.
wine blog
Io, da par mio, tornerò presto e seguirò le evoluzioni dell'azienda di Ginevra Coppacchioli che merita tutta la mia stima e il mio rispetto per la forza d'animo e la luce con le quali ha deciso di portare avanti questo sogno che rischiava di cadere in pezzi.

Per me e per le mie Marche, nonché per Cupi e per Visso vedere un'impresa nascere e crescere in una zona così isolata e così provata dal terremoto è motivo di orgoglio e di speranza e per questo non posso che ringraziare la famiglia Coppacchioli per ciò che sta facendo a prescindere da meri tecnicismi enoici. Grazie!


F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 8 maggio 2019

Stay thirsty, stay foolish! - Elogio della curiosità e del viaggio

Viaggio da tanto... mi sembra da sempre, ormai! Eppure, la cosa che mi fa pensare che non smetterò mai di farlo, è che certi luoghi non smettono mai di stupirmi, di cogliermi di sorpresa. Anche quelli in cui sono stato una miriade di volte, non hanno permesso alla coltre di noia di avvolgerli.
wine blogger douro
A spingermi è una necessità; ad attirarmi a sé non è un luogo specifico, ma è il concetto stesso di meta, valido solo se a preluderlo è il viaggio stesso.
Il mio viaggio inizia a 12 anni, quando presi il primo aereo e mi ritrovai in una terra lontana. Lontana dalla terra che consideravo casa, lontano dal focolare che consideravo familiare, da affetti usuali e diletti consueti. Imparai a viaggiare nel momento stesso in cui accettai la diversità e la paura di non essere capace di intendere, di comprendere, di cogliere ciò che non si conosce, ciò che non si sa.
Poi è arrivato il vino e con esso il viaggio è diventato ancor più parte integrante della mia vita e il concetto di casa si è fatto in un certo senso itinerante in un altro insito al mio io, scevro da legami materiali con strutture di mattoni, calce, cemento ma carico di memoria e di attimi di contatto con ciò che ogni epoca della mia, seppur giovane, vita mi ha parato di fronte.
Ho imparato ad orientarmi seguendo l'istinto e l'esperienza, ma non nego di aver usufruito di guide, mappe e di essere ancora alla ricerca di consigli, indicazioni prima e durante ogni tratta del mio percorso di vita e di vino. Oggi mi chiedono di fare da guida, di dare consigli, qualcuno presume io possa o, addirittura, debba influenzare l'io di altri attraverso asserzioni più nette, valutazioni più drastiche, opinioni più pragmatiche. Non fa per me! Non voglio essere guida, ma stimolo! Non voglio influenzare, soggiogare, condizionare, ma semplicemente coadiuvare chi già possiede insite in sé le meravigliose doti della curiosità e della passione nello scoprirsi viaggiatori, tanto quanto me.
Il viaggio è qualcosa di misterioso, almeno fin quando non si ha modo di riordinare impressioni, sensazioni, eventi, pensieri, immagini e soprattutto incontri che abbiamo salvato nel cloud della nostra mente in maniera incondizionata, secondo le impostazioni di default di quel meraviglioso e incasinatissimo computer che è il nostro cervello.
E' montando insieme i singoli frame che ogni viaggio inizia ad aver un senso.
Un senso che può essere più o meno coerente con ciò che erano le nostre aspettative ma che vale molto già solo per il fatto di averlo trovato.
Per me il vino è un viaggio. Il viaggio di una vita! Un viaggio che non ha mai smesso di incuriosirmi e di spingermi a conoscere, sapere, scoprire e per far questo ho dovuto e devo, tutt'ora, studiare, chiedere e cercare, senza sosta, senza peso alcuno.
Mi fa specie pensare che, oggi, la comunicazione del vino verta ancora verso la scarnificazione assoluta del concetto lato del vino, in cui il viaggio attraverso luoghi, culture, contesti e persone differenti è componente fondamentale e, a mio modo di vedere, imprescindibile.
Credo che, mai come in questa epoca, si possa e si debba raccontare e condividere ben più di una serie di pedanti e, spesso, preconfezionati descrittori organolettici. C'è molto di più dentro e attorno ad un calice di vino e mi sembra così ovvio che mi sento sciocco nel ribadirlo per l'ennesima volta ma altrettanto assurdo è che ancora occorra farlo.
Il viaggio enoico deve contemplare la tecnica e non può che partire dalla terra, dalla vigna e dall'ambito agronomico, per poi passare attraverso la cantina e l'enologia in ogni sua forma purché rispettosa (almeno per quanto mi riguardi) e ancor prima di tuffarci a capofitto nella meta dell'assaggio, ci sono le persone con le loro vite, le loro scelte, il loro background ma soprattutto con la loro personalità.
Parlare di vino togliendo anche solo uno di questi valori per me sarebbe impossibile e riduttivo, a tratti irrispettoso non solo del lavoro di chi il vino lo fa, ma anche della sete di sapere di chi è curioso e assetato di qualcosa che va ben oltre una fredda valutazione o una critica fine sé stessa.

Quindi non cercate da me lapidarie affermazioni di onnipotenza o onanistiche conclusioni mirate a condizionare i vostri gusti. Se siete qui e apprezzate ciò che faccio e come lo faccio lasciate che le mie parole, i miei assaggi, i miei appunti di viaggio smuovano qualcosa di tanto viscerale quanto atavico in voi: la voglia di partire!

Se c'è una cosa che non sopporto è quando qualcuno mi dice "eh ma chi ha il tempo di viaggiare?!?"... non lo sopporto non perché non capisca e non accetti i limiti di chi ha lavori meno elastici del mio (quello che mi permette di viaggiare e che c'entra ben poco col vino), bensì perché credo che, se la passione per il vino che vi spinge a leggere wine blog come il mio è anche solo un millesimo di quella che ho io, il tempo lo si possa trovare. Insomma, muovete quei deretani!
Sarò un utopista, un inguaribile sognatore, ma ciò che vorrei non è spingervi ad acquistare una bottiglia che a me ha emozionato, di cui ho scritto con palese enfasi ma, piuttosto, vorrei vedervi camminare nelle vigne in cui ho camminato io o magari in altre per essere, a mia volta, incuriosito dalle vostre piccole grandi scoperte; vorrei vedervi curiosare fra vasche e botti cercando di comprendere le dinamiche di cantina; vorrei vedervi arrivare all'assaggio dopo aver chiacchierato con il vignaiolo che in quel momento vi sta dedicando tempo tolto alle sue viti, ai suoi mosti, al vino che verrà, ma che è ben lieto di raccontarsi e di condividere con voi il sacrificio e la gioia del far vino.
Magari sbaglio, magari dovrei ridurre tutto anch'io a valutazioni e classifiche, ma ho sempre pensato che considerazioni di quel genere fossero opinabili già solo per le tesi che alcuni danno per scontate, ma che scontate non sono affatto!
Per assurdo, l'unica cosa veramente inopinabile e condivisibile come pura e semplice verità individuale e permanente è il racconto di un viaggio che non manchi di nulla, comprese impressioni personali inclusive e non esclusive. Erano quasi riusciti a farmi smettere di parlare di emozioni enoiche, ma alla luce degli ultimi viaggi e dopo aver rischiato di non poter più partire se non attraverso un calice, la voglia di condividere con voi emozioni e sensazioni sincere è più forte che mai!

Dopo aver iniziato con una parafrasi di una celebre citazione dell'indimenticato Steve Jobs, concludo con un brano tratto da quello stesso discorso, che tenne nel 2005 all’Università di Stanford durante una cerimonia di laurea, in quanto sintesi calzante del mio pensiero odierno:

"Il tempo a vostra disposizione è limitato, non sprecatelo vivendo una vita che va bene per altri ma non vi appartiene. Non lasciatevi condizionare, non lasciate che il rumore delle opinioni altrui copra la voce che avete dentro. Ma soprattutto abbiate il coraggio di seguire quello che avete nel cuore, lasciatevi guidare dall'intuito. Non smettete mai di avere fame, non smettete mai di essere folli."



F.S.R.

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