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giovedì 30 maggio 2019

Parker se ne va e cosa ne sarà dei punteggi e delle guide del vino?

Parker, il padre della critica enoica e dei punteggi del vino, ha appena lasciato la più autorevole guida vini al mondo: The Wine Advocate.
La notizia sta girando il mondo e in molti si stanno chiedendo cosa ne sarà di The Wine Advocate, del suo team, ma soprattutto cosa cambierà nel mondo delle guide del vino a livello globale. Parker lascia tutto nelle mani del suo team di esperti degustatori sparsi per il globo, ma non avendo abdicato in favore di un singolo erede il trono del più influente wine critic mondiale resterà vacante, anche se con buone probabilità sarà l'"omino" Michelin a reclamarlo quanto prima. In questo momento di stallo è palese che sia Antonio Galloni a gioire, in quanto è proprio l'ex membro del panel di degustazione di The Wine Advocate, poi fondatore e CEO di Vinous, a rappresentare la prima "alternativa" a Robert Parker in termini di influenza di un singolo individuo.
Di certo, questo accadimento sta innescando e stimolando molte riflessioni sul tema ma, a prescindere dagli esiti della possibile acquisizione totale della testata da parte della Michelin, io prendo spunto dal "pensionamento" di Parker per condividere con voi qualche considerazione riguardo i punteggi e le classifiche enoiche.
Illustrazione di Jeannie Phan
Inizio col dirvi che il vino più buono del mondo per me è... suvvìa, ma secondo voi potrei mai definire un vino come "il più buono"? Giammai! 
Non vi nego, però, che come tutti anch'io sono attratto e incuriosito dalle classifiche dei vini, dalle votazioni, dalle valutazioni enoiche perché sono subitanee, dirette, semplici da assimilare ed è proprio per questo che r-esisteranno sempre. D'altra parte, se è vero che il gusto del vino e l'apprezzamento che ognuno ha di questa sostanza così viva e mutevole, siano materie tra le più soggettive, chi potrebbe mai giudicare come "errata" una classifica? Chi potrebbe definire una palese menzogna un "parkeriano" voto troppo alto per un vino che a nostro parere non merita una così buona valutazione? Forse con l'ausilio di schede tecniche è possibile scindere il vino attraverso parametri tecnici al fine di determinarne una qualità oggettiva.
miglior vino del mondo
In fondo, anch'io consiglio dei vini in base al mio gusto, non li metto in ordine di gradimento, non assegno loro voti, ma sto sempre suggerendo qualcosa di molto simile ad una "wine list" che include alcuni ed esclude altri. 
Quando ordiniamo un vino al ristorante e scegliamo quella bottiglia di quella cantina, stiamo già operando una valutazione razionale, no?
Forse sì e non si può non rispettare l'approccio di chi valuta e condivide le proprie valutazioni esprimendo gli esiti di un assaggio tramite un punteggio ma, semplicemente, non fa per me!
Non fa per me perché assaggiando tanto l'unica cosa che ho capito è che lo stesso vino riassaggiato più volte, in contesti diversi e/o con uno stato d'animo differente, meriterebbe un voto diverso e, nonostante non mi si reputi uno "scarso" degustatore, non potrei mai sentirmi così sicuro del mio palato sino ad elevarlo a giudice enoico assoluto. 


Nonostante l'esperienza maturata in degustazione e gli studi portati avanti negli ultimi 13 anni, non ho mai vacillato rispetto alle mie scelte e all'idea di non cedere alle lusinghe di chi avrebbe preferito trovare contenuti più snelli e diretti che potessero rendere questo wine blog qualcosa di più simile a una guida.

Di guide ce ne sono già molte e sono del parere che ogni tipo di comunicazione, purché trasparente e eticamente corretta, possa convivere senza pestarsi i piedi. Semplicemente, parliamo due idiomi differenti che possono convergere su alcuni punti e divergere sotto altri aspetti, ma sono consapevole che non esista un solo modo di comunicare il vino... un modo più o meno giusto... esistono modi differenti e la diversità va a favore di chi è interessato all'argomento e ha una vasta scelta di contenitori e contenuti alla quale attingere. Probabilmente il web ha portato all'aumento dei contenitori e dei contenuti e quindi a tanta difformità e confusione, ma confido in chi ama il vino e nella capacità di discernere di ognuno.

Io, da par mio, ho scelto ho scelto di raccontare storie di luoghi e persone, cerco di portarvi col pensiero attraverso le vigne e dentro le cantine, parlandovi delle personalità e delle scelte più o meno opinabili dei vignaioli che incontro nel mio perpetuo girovagar nell'Italia del vino, senza scindere tutto ciò dalle qualità e le peculiarità specifiche di ogni vino.
Evito di ricondurre tutto alla valutazione di un singolo assaggio, ma questo non significa non essere "critico" o non scegliere. Negli anni credo di aver scritto di meno del 10% delle realtà che ho visitato e di meno del 5% dei vini che ho avuto modo di assaggiare e questo per me ha il valore di una valutazione, anche se preferisco lasciare le critiche e le opinioni più drastiche all'intimità rispettosa di un confronto de visu con il produttore. Non è forse più opportuno che spiattellare sulle pagine di un wine blog o sulle bacheche di un social critiche che potrebbero ledere quello che è, pur sempre, il lavoro di altri?

Penso che illustrare le peculiarità di un territorio, raccontare la storia di una cantina, condividere le scelte fatte da un produttore in termini agronomici ed enologici, per poi passare alle mie impressioni sui vini degustati, permetta ad ognuno di farsi un'idea propria e possa spingere non solo all'acquisto di una bottiglia, bensì al raggiungere quei luoghi, bussare alla porta di quelle aziende e fare due chiacchiere con quei vignaioli, magari, camminando per quelle vigne.
Ma le guide hanno ragion d'essere - lo dicono i produttori stessi - e se questo influisce sulle dinamiche di vendita e quindi di gratificazione anche economica di chi lavora (perché fare vino è un lavoro, oltre che una meravigliosa passione, ricordiamolo!) sarebbe stupido cercare di negarlo e sarebbe altrettanto sciocco pensare che quel famoso 99% di "bevitori", che di vino non sa e non vuole sapere più del prezzo e di un potenziale abbinamento con ciò che cucinerà la sera (ma già questo è uno step ulteriore) possa scegliere una bottiglia in base alle mie chiacchiere e/o allo storytelling enoico che ho scelto per il mio WineBlog. Io scrivo per chi ha già passione, per quella piccola nicchia di winelovers che vuole solo confermare o confutare un'impressione riguardo un assaggio già fatto o magari decidere quale sarà la prossima cantina da visitare, il prossimo areale da esplorare, il vitigno autoctono poco conosciuto da scoprire.
Mi hanno detto che scrivo anche per i produttori e per me è stato un complimento molto gradito e non di certo un'offesa! Sì, perché scrivere di agronomia, di piccole e grandi scoperte enoiche e soprattutto di sostenibilità e rispetto in vigna e in cantina è un piacere ma anche un dovere, nonché motivo di grande studio e confronto proprio con chi il vino lo fa (enologi, agronomi, vignaioli e produttori in generale). Mi metto nei panni di chi non  ha modo di girare quanto me e di chi ha voglia di approvvigionarsi di informazioni tecniche già filtrate e sintetizzate in modo da poter ottimizzare il proprio tempo e, anche per questo, cerco di dare una risposta alla loro ricerca. Inoltre, scrivere di territori piuttosto che di singoli assaggi mi ha permesso di essere fautore più o meno diretto e più o meno consapevole di nuove sinergie fra vignaioli/e la soddisfazione non può che essere doppia in tal caso.

Mi hanno detto che dovremmo giudicare il prodotto finito, scisso dalle dinamiche legate al territorio e agli aspetti antropologici ed emozionali, in quanto chi ci legge dovrà scegliere cosa acquistare e cosa bere non tanto chi conoscere, ma per me non è mai stato così! Assaggiare alla cieca, imparare a discernere e a districarsi nei meandri della miriade di varietali, denominazioni e interpretazioni che l'enosfera e, in particolare, l'Italia del vino possono offrire è d'obbligo e serve, senza dubbio, ad accrescere la propria competenza e il proprio palato, ma il vino non può essere solo questo. Il vino deve, necessariamente, tornare ad essere un fattore culturale, umano e sempre più legato alla componente che può e deve fare la differenza: l'emozione. 
Per emozione non parlo di atteggiamenti superficiali o di situazioni forzate, parlo di quanto l'emotività possa andare di pari passo alla conoscenza del vino in senso stretto e in senso lato e quanto l'aspetto umano influisca ma possa influire anche e in termini importanti la protagonista indiscussa di molti miei scritti: la vigna.
Credo che nella valutazione di un vino, oggi più che mai, si debba tornare a parlare di territori, vigne, approcci e pensieri di donne e uomini che ci fanno intingere la penna in calamai che hanno le sembianze di botti. Il prodotto finito resta la componente fondamentale dell'equazione e tutto ciò che gli gravita intorno presume un risultato qualitativamente e sensorialmente interessante, ma se davvero dovessi limitare ogni mio assaggio alla sola componente tecnica passerei, probabilmente, smetterei di scrivere molto presto. Contemplare i valori umani nella condivisione delle proprie impressioni riguardo l'operato di un produttore o di una azienda vitivinicola non significa accettare condizionamenti, anzi è l'esatto contrario! Imparare a valutare gli aspetti correlati ai vari ambiti legati alla produzione del vino dal sottosuolo al bicchiere, passando per le braccia, la mente e il cuore di tecnici e vignaioli è, a mio modo di vedere, il modo più trasparente e completo per permettere a chi legge di farsi un'idea riguardo una determinata realtà.

Mi piace pensare che, dopo anni da scribacchino enoico e da viaggiatore instancabile, tutti voi abbiate compreso la natura del mio pensare, del mio fare e, ancor più, del mio essere e per questo vi ringrazio per essere ancora qui nonostante la palese crisi dei blog e la preoccupante virata della comunicazione del vino verso la superficialità di alcuni social e dell'approccio di alcune "nuove" figure più vicine al marketing che all'informazione.

Proprio perché mi conoscete, immaginate se domani me ne uscissi tranquillo tranquillo con una classifica, scegliendo un vino tra quelli che amo, come il vino più buono del creato e come minchia me potrei tirarmene fuori?!? Scrivo questo perché non è raro che mi arrivino messaggi sui social o mail, piene di passione, ma che terminino con "mi consiglieresti il Vino più buono per te?" o "ma qual è il vino che ti è piaciuto di più?" e, che ci crediate o no, io non so mai cosa rispondere e me la svigno con la solita frase "il mio vino preferito è quello che ancora devo assaggiare"... finché funziona io me la gioco! Shhh!

Magari un giorno assaggerò un vino così memorabile e così sconvolgente da aver voglia di dichiarare il mio amore folle per quell'assaggio qui e tramite i social, ma ad oggi ciò che so è che di emozioni enoiche meravigliose ne ho provate tante, al punto di commuovermi o di ritrovarmi con un incontrollabile sorrisetto da ebete godurioso sul viso; so che ho conosciuto vignaioli e produttori che hanno cambiato il mio modo di vedere le cose, a volte sul vino altre sulla vita e sul lavoro; so che ho visto luoghi dei quali mi sono infatuato e dei quali mi ri-innamoro ogni volta ho modo di rimettervi piede. Ogni vino fa storia a sé e farli competere in qualsivoglia tenzone implica una certa dose di agonismo ed edonismo enoici che non sono propri di chi fa il vino con passione, amore e rispetto, per quanto poi - non neghiamolo...- la soddisfazione di un premio possa e debba esserci sia per mero orgoglio personale che per prospettive d'immagine e di mercato.

Con questo wineblog sto cercando da un po' di portare avanti quella che non è una contrapposizione a guide, classifiche o ad altri approcci comunicativi del vino, bensì è un'alternativa, basata sullo storytelling e sull'aspetto prettamente emozionale di questo meraviglioso mondo che voglio continuare a guardare non solo sotto forma di etichette, prezzi, numeri ed aspetti commerciali ma anche e soprattutto come un settore fatto di persone, intriso di lavoro, basato su valori, inebriato dalla meraviglia.
Mi rincuora molto aver appreso che anche penne molto più qualificate e stimate di me e che io apprezzo fortemente, concordino con questo tipo di comunicazione enoica, tanto da aver notato, ultimamente, numerose pubblicazioni più orientate sull'aspetto umano e umanistico che "guidarolo". D'altronde, oggi, l'accesso alle informazioni generiche ed enoiche, la possibilità di riferirsi a svariati esperti e wine writer (con i dovuti distinguo) e la maggior esposizione mediatica dei vignaioli/produttori stessi hanno portato gli appassionati e gli addetti ai lavori a poter maturare le proprie scelte in maniera più dinamica e scevra dall'egemonia di pochi. O almeno mi piace pensare sia così perché è proprio questo cambiamento che può portare alla crescita del numero di appassionati che non approcciano più il momento della scelta del vino in maniera passiva, affidandosi a dei "guru" o a delle "guide", bensì creano una propria opinione basata su una quantità maggiore di informazioni reperite da più fonti, con grande agilità. E' pur vero che districarsi in questo marasma di contenuti non è facile in quanto a divenire semplice non è stato solo l'accesso alle informazioni ma anche la possibilità di pubblicare impressioni enoiche e valutazioni spesso fuorviate da dinamiche poco etiche e/o fuorvianti per via dell'improvvisazione e della superficialità imperanti sui social.
Credo, però, che si stia già verificando una sorta di selezione naturale che, in breve tempo, porterà alla distinzione fra qualità e fuffa, fra comunicazione e "marketta".


Quando ho deciso di scegliere questa strada in molti pensavano sarebbe stato solo uno stadio di passaggio, una fase che mi avrebbe portato ad avvicinarmi a contesti più appaganti e remunerativi, ma non è stato così e, dopo qualche annetto, posso esprimere con fierezza la gioia nel non aver mai ceduto ai richiami delle sirene.
Scegliere questa strada non significa non saper prendere una posizione, perché è proprio nello scegliere di non pubblicare articoli che - so bene - avrebbero un potenziale in termini di visite madornalmente superiore, come quelli contenenti punteggi e classifiche, che risiede la mia posizione, ma il rispetto è fondamentale e credo che ognuno sia libero di fare e scrivere ciò che ritiene più opportuno, chi per lavoro chi per passione, chi per business chi per gratificazione personale, perché ciò che conta è che chi ama il vino possa scegliere da quali fonti attingere o su che basi formare la propria opinione enoica.

F.S.R.
#WineIsSharing

martedì 28 maggio 2019

La Tintilia del Molise e la sua riscoperta ad opera della Cantina Catabbo

Tra i miei incessanti viaggi alla ricerca di vigne e cantine capaci di stupirmi per la loro unicità la mia recente tappa molisana è rappresentata da una delle realtà più peculiari visitate negli ultimi anni.
Parlo dell'azienda Catabbo gestita dall'omonima famiglia a San Martino in Pensilis, in una terra di confine che trova la sua identità primaria in un vitigno che stava scomparendo del tutto: la Tintilia.
tintilia molise catabbo
E' stato proprio il mio interesse per i vitigni autoctoni meno conosciuti e, in particolare, per la Tintilia a spingermi fino a qui, dove tutto ha avuto un nuovo inizio.
Sì, perché è proprio grazie a Vincenzo Catabbo che la Tintilia, oggi, è tornata tra i filari dei vigneti molisani dopo il radicale espianto del dopoguerra a favore di varietali più produttivi e più “comuni” da impiantare nelle zone pianeggianti.
Come gran parte dei vitigni che, per convenzione, consideriamo autoctoni in realtà anche la Tintilia potrebbe essere arrivata in Molise da “lontano” e si pensa che siano stati gli Spagnoli, nel '700 a portare le prime barbatelle (“vino tinto” in spagnolo significa “vino rosso”). Eppure, le ultime ricerche dell'università del Molise asserirebbero il contrario, ovvero l'assenza di parentele significative con altri varietali conosciuti.
A prescindere dal suo DNA, la Tintilia vede nel suo piccolo areale di produzione la sua principale fonte di unicità, capace di donare a questo vitigno personalità e peculiarità organolettiche uniche che ne fanno uno dei varietali più interessanti e duttili.
Per molti anni è stato considerato un vitigno rustico, ma la sua resistenza al freddo e alle principali patologie della vite nonché la sua attitudine a una produzione equilibrata e mai esasperata   rendono la Tintilia un'uva dal buon potenziale qualitativo e di grande costanza, anche grazie al pedoclima dell'areale in cui è coltivata. Se nell'800 era il vitigno più coltivato, però, attualmente sono solo pochi gli ettari a disposizione delle poche realtà molisane che stanno credendo in questo vitigno, anche se è proprio la famiglia Catabbo a continuare a tracciare la linea per il futuro ampliando gli impianti e sperimentando nuovi vini prodotti base Tintilia.
Se oggi possiamo parlare di vini prodotti con Tintilia in purezza e ancor più se possiamo guardare al futuro con numeri in crescita per questo unicum è proprio grazie a Vincenzo Catabbo, che da ex commerciante cerealicolo intuitì il potenziale vitivinicolo dei terreni collinari, scoscesi e di poco interesse per i produttori di grano.
Un'intuizione diventata realtà con la nascita della Cantina Catabbo che tutt'ora è la più grande produttrice di Tintilia.
Dopo un inizio (1990) come produttore di uve la cantina ha iniziato a dedicarsi alla produzione di vini di qualità in bottiglia nel 2004.
E' proprio in vista di questo cambiamento che Vincenzo ha deciso di mettere la propria esperienza e il proprio saggio contributo a disposizione dei suoi 3 figli Sara, Carla e Pasquale oggi al timone dell'azienda.
catabbo vino
Giovani che non hanno avuto dubbi nel voler proseguire il cammino del padre con la stessa caparbietà e la medesima lungimiranza, specie per quanto riguarda la Tintilia.

Da questi vocati vigneti che guardano il mare scorgendo le Isole Tremiti e godono della protezione dei monti della Maiella hanno nella loro matrice pietrosa (da qui il nome della contrada Petriera) una peculiare nota distintiva che dona al vino complessità acide e minerali inattese.
E' proprio grazie alla vocazione dei terreni e alla duttilità del vitigno che la famiglia Catabbo,  con il supporto dell'enologo Emiliano Falsini, è arrivata a declinare la Tintilia in numerose etichette tra le quali 3 rossi, un rosato fermo, uno Metodo Martinotti e un passito.

Tra i vini che mi hanno colpito di più spiccano le due seguenti referenze:
vini catabbo tintilia
Tintilia del Molise Classica Dop 2014 - Un'interpretazione nitida del varietale che ne ne delinea lo spettro organolettico con un naso tra frutto fresco e intrigante spezia nera e un sorso che gode di un slancio fresco e ferroso proprio dei vigneti dell'azienda Catabbo.  Una versione che vuole mettere in risalto le potenzialità di questo vitigno in termini di finezza e agilità di beva. La Tintilia può essere elegante e dinamica e questo vino lo dimostra senza tema di smentita.

"S" Tintilia del Molise Dop 2014 - Maggio concentrazione per un vino che si dichiara sin dalla mescita più intenso nel colore e nelle note di frutta matura e di spezia dolce. L'equilibrio tra sole e vento è riportato dalle folate balsamiche che introducono un sorso pieno ma mai opulento. Entra forte per poi distendersi in maniera disinvolta con un finale tannico-ematico di buona finezza.

Petriera Rosato IGT Terre degli Osci 2018 - Un Rosato unico nel suo genere tanto da avermi spinto a selezionarlo per il mio ultimo salone "in Rosa" tenutosi all'Only Wine Festival con un grande riscontro anche da parte del pubblico di appassionati e addetti ai lavori che hanno avuto modo di assaggiarlo. Ai classici frutti rossi si affiancano tonalità floreali di rosa su uno sfondo di macchia mediterranea. E' un Rosato fresco ma non esile, fiero e profondo. La netta chiosa sapida ne rende inerziale la beva.  L'ennesima prova della duttilità della Tintilia!
Una realtà, quella creata dalla famiglia Catabbo, che ha dimostrato e dimostra quotidianamente l'attaccamento alla propria terra e la fiducia incondizionata nei confronti della Tintilia, nonostante le difficoltà iniziali nel farne comprendere le potenzialità e le qualità intrinseche. In attesa di vedere ultimati i lavori per la costruzione della nuova cantina, posso già dirvi che gli assaggi da vasca promettono molto bene in termini di eleganza e profondità.
tintilia
Oggi, non ho dubbi nell'asserire che senza Vincenzo Catabbo la Tintilia non avrebbe mai destato l'interesse che, per fortuna, sta destando. Tornerò presto in Molise per andare a trovare gli altri produttori che stanno riponendo fiducia e speranze in questo varietale unico nel suo genere con la speranza di trovare ancora una volta grandi storie di vino, di vigna e di vita da raccontarvi.

F.S.R.
#WineIsSharing

sabato 25 maggio 2019

Corte Fusia - La Franciacorta che non ti aspetti!

C'è Franciacorta è Franciacorta!
Inizio questo pezzo con una frase tanto scontata quanto indispensabile per comprendere la realtà di cui vi parlerò oggi.
corte fusia cantina franciacorta
Troppe volte ho sentito frasi del tipo “in Franciacorta si fa vino dove si dovrebbe fare mais” o ancora “in Franciacorta hanno impiantato ai bordi dell'autostrada”. Beh, io credo che sia ora di fare dei doverosi distinguo e di comprendere quanto gli errori di pochi non possano svilire un intero territorio e fuorviare la percezione di un intero areale che, documenti alla mano, si è dimostrato vocato alla coltivazione della vite sin dall'epoca napoleonica.
È proprio quando la disinformazione impera e la superficialità dilaga che si deve avere la forza e la caparbietà di dimostrare che anche in territorio come quello della Franciacorta la esistono vigneti come quelli che i ragazzi di conducono con profondo rispetto e costante attenzione. Vigneti in cui, con buone probabilità, si potrebbero produrre anche grandi vini fermi a conferma della loro indubbia vocazione.
A volte basta solo cambiare punto di vista per comprendere quanto la realtà sia diversa da ciò che qualcuno si ostina a descrivere.
gigi nembrini corte fusia
Per avere un punto di vista differente e privilegiato sono dovuto salire fino agli oltre 400m slm del Monte Orfano dove sono adagiati alcuni dei più vocati vigneti dell'areale gestiti, oggi, da due giovani vignaioli Gigi Nembrini e Daniele Gentile, che con la loro Corte Fusia stanno dando nuova vita all'antica storia vitivinicola di quello che potrebbe essere considerato a tutti gli effetti un Grand Cru della Docg spumantistica più nota d'Italia.
E proprio guardando giù dall'alto dei terrazzamenti che scalano il Monte Orfano che si può avere una prospettiva decisamente differente sulla Franciacorta e ancor di più guardandosi intorno ove regna una biodiversità ancora integra, che è tutto dire in quella che dicono sia la  prima provincia industriale europea.
Un luogo diverso, nato per uno strano gioco orogenetico che ha visto sorgere quel monte solitario lontano dal resto dei rilievi dell'areale. Orfano eppure consapevole di aver avuto come madre la terra e come padre il tempo.
Corte Fusia - che deve il nome al fiume che si sfiora ogni vigneto gestito dall'azienda - è il cuore pulsante del Monte Orfano. Un cuore che ha iniziato a battere forte e a pompare mosti nelle vasche quasi per caso, quando Gigi e Daniele, dopo una serata fra amici, si sono ritrovati a fantasticare sulla nascita di un proprio Franciacorta che spiccasse per qualità ed eleganza. Eppure, non avevano ancora una idea concreta di ciò che il Monte Orfano avrebbe suggerito loro di fare e ci sono voluti alcuni step prima di comprendere a pieno le potenzialità dei propri 7ha di vigneti.
Vigne con un'età media delle piante di 18/20 anni gestiti rispettosamente seguendo i dettami dell'agricoltura biologica, in contesti di grande biodiversità.
Ciò che Monte Orfano ha suggerito e, quasi, imposto ai due giovani vignaioli è la ricerca dell'identità territoriale, cosa non così semplice da trovare in questo areale anche per via del metodo e della metodicità di produzione.
Così, per far sì che i propri vini divenissero veicoli sinceri e nitidi di quei suoli antichi, argilloso calcarei con grande presenza di scheletro, che spaziano dal rosso delle zone più basse al bianco degli impianti più in alto, hanno deciso di approcciare la produzione dei propri vini togliendo tutto ciò che il tempo ha mostrato loro essere superfluo e, a tratti, fuorviante.
Parlando con Daniele è stato sin da subito palese il fatto che ci trovassimo sulla stessa lunghezza d'onda nel parlare di sottrazione consapevole e non dell'elogio del “non fare” che è tanto in voga ultimamente. Daniele e Gigi hanno compreso ciò che serve ai propri vini per tradurre l'essenza dei propri terreni, del proprio microclima e dei propri varietali in forma liquida, senza elementi di disturbo.
Quindi bye bye legno e stop alla malolattica che in una zona dal clima tendenzialmente mediterraneo come questa avrebbe rischiato di togliere nerbo e slancio al sorso.
Anche gli affinamenti sui lieviti non si protraggono in maniera eccessiva, nell'ottica di preservare maggiori aromi primari e gusto più fresco e dinamico. Eppure, nonostante l'oculata sottrazione e la matrice vinosa di ogni vino assaggiato nei vini di Corte Fusia ritrovo sempre una complessità stratificata in cui fiore, frutto e note balsamico-minerali si alternano in una danza armonica e impegnata.
vigneti terrazzati franciacorta
Essere nella micro-zona più a Sud dell'areale del Franciacorta Docg e veder affondare le radici delle proprie viti sui vari strati di terreno del Monte Organo significa produrre vini di maggior corpo e intensità,   ben bilanciati dall'abilità dei vignaioli di preservare una buona e tesa freschezza e nel rispettare la classica chiosa salina, a tratti marina, tipica di questo territorio.
franciacorta sud
La cantina, all'interno della corte del '600 iniziata a ristrutturare dallo zio di Gigi anni fa per poi essere completata dai due vignaioli, accoglie in modo semplice e funzionale i vini pronti a compiere la loro paziente trasformazione in: Franciacorta Docg Brut, Franciacorta Docg Satèn, Franciacorta Docg Rosé e Franciacorta Docg Millesimato Dosaggio Zero.
Se avevo già avuto modo di tessere le lodi del "Pàs Dosé" fine, dritto, nitido e vibrante, oggi, condividerò con voi le mie impressioni sugli ultimi assaggi fatti sotto il porticato di Corte Fusia, complice una piacevolissima giornata di sole che mancava da un po' qui, come in tutto il resto d'Italia purtroppo:
Corte Fusia Franciacorta Docg Brut (70% Chardonnay, 20% Pinot Nero, 10% Pinot Bianco / Min. 18 mesi sui lieviti) - Una provocazione, dato che il residuo zuccherino è ben inferiore a quello che ci sia aspetterebbe da un metodo classico Brut. La scelta è quella di dosare rabboccando con lo stesso vino per evitare un'incidenza stilistico-enologica che possa andare ad imbrigliare l'anima del Monte Orfano. Un'anima apparentemente semplice che, però, sa trovare la sua complessità nel delicato gioco fra struttura e slancio, fra corpo e freschezza con un affondo sensibilmente sapio. Un Franciacorta che coniuga in maniera armonica sensazioni di sole, di vento e di mare.
Corte Fusia Franciacorta Docg Satèn (90% Chardonnay, 10% Pinot Bianco / Ca. 36 mesi sui Lieviti) - Ho avuto modo di assaggiare 3 annate differenti del Satèn di Corte Fusia e ciò che mi ha colpito di più è stata la coerenza nel garbo e nella pulizia interpretativa di un vino che, generalmente, trovo ai limiti del - passatemi il termine - "ruffiano". Non è così per quello di Gigi e Daniele che sono riusciti a mantenere integre le peculiarità del Monte Orfano anche in questa declinazione che non vuole eccedere in morbidezza o suadenza, bensì sembra voler enfatizzare le note minerali, di brezza marina, a fare da trait d'union olfattivo tra i tre vini. Il gioco dell'evoluzione vede i tre assaggi distinguersi per l'incidenza di componenti ossidative positive che virano sulla frutta secca senza sfociare in amarezza e senza perdere slancio.
Ho avuto la possibilità di assaggiare in anteprima due sboccature à la volée dell'annata 2014 che potrete assaggiare l'una a distanza di un anno dall'altra delle quali non vi anticipo nulla se non la riconferma di quanto un'annata così complessa e poco produttiva possa dare origine a vini (specie se bianchi e spumanti) di grande qualità, affilati e profondi, ancor più in un territorio in cui la struttura non viene lesinata neanche in annate fredde.
In conclusione, Corte Fusia rappresenta per me un riferimento quando penso alla Franciacorta in quanto capace di andare oltre i pregiudizi e di evitare sin dal principio i meri scimmiottamenti.
Nononstante si tratti di una realtà relativamente giovani Gigi e Daniele hanno saputo tracciare una linea netta e dritta come i loro vini, in grado di coniugare forza espressiva e slancio di una beva che ha il dono di rendere semplice ciò che semplice non è! Ora non resta che aspettare l'uscita del loro "cru" e, magari, in futuro, i ragazzi ci stupiranno anche con dei vini fermi a testimonianza ulteriore della grande vocazione dei loro vigneti.
inerbimento vigna
Io non ho mai avuto preconcetti riguardo la Franciacorta, ma di delusioni dalla vigna al bicchiere ne ho avute molte negli ultimi anni, quindi aver trovare una realtà come questa è stato davvero un sospiro di sollievo che spero avrà un seguito, visitando altre realtà virtuose di questo territorio tanto noto quanto incompreso pienamente.

F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 22 maggio 2019

La Schiava - "Il Pinot Nero dell'Alto Adige" e il suo interprete d'eccezione Hartmann Donà

I miei incessanti viaggi enoici mi portano sempre a scoperte o ri-scoperte capaci di destare in me sensazioni differenti e non necessariamente sempre positive. La meta del mio ultimo viaggio, però, mi ha regalato momenti di rara e sincera suggestione e molti spunti di riflessione.
Parlo del mio incontro con Hartmann Donà, grande uomo di vino e di vigna che ebbi il piacere di conoscere anni fa in occasione di un convegno ma che mai avevo avuto modo di andare a trovare nella “sua” attuale cantina.
Per chi non lo conoscesse – anche se dubito possiate non conoscerlo – Hartmann Donà è stato l’enologo della Cantina di Terlano dal 1994 al 2002 e nel 2000 ha anche cominciato a produrre il proprio vino in una storica cantina di Cornaiano che gli è stata concessa in affitto a lungo termine.
I vigneti sono coltivati su terreni in forte pendenza, con suoli particolarmente ricchi di minerali, scelti in zone molto vocate per la produzione di ogni singolo varietale: Pinot Nero, Schiava, Lagrein, Pinot Bianco, Chardonnay e Gewürztraminer.
alto adige vigneti
In molti di questi vigneti vengono allevate e accudite vecchie viti con radici molto profonde, che raggiungono il proprio equilibrio ottimale con rese basse per la media ma senza alcuna forzatura nella ricerca di eccessive concentrazioni. E' proprio l'equilibrio il dogma di Hartmann sia nell'approccio alla propria vita che in quello alla vigna e al “fare vino”.
E' semplice comprendere quanto quest'uomo che ha dedicato tutta la sua vita a vigneti e cantine si trovi a suo agio a parlare di conduzione agronomica rispettosa e attenta e di un'enologia che vede nella scultorea arte del “saper togliere per dare” un tanto arduo quanto imprescindibile modus operandi.

Se ho deciso di arrivare fino a Cornaiano per passare qualche ora insieme a Hartmann, però, non è stato solo per conoscere la sua realtà e per verificarne lo stato dell'arte, bensì ho desiderato questo incontro per dar seguito alla mia ricerca su un vitigno che, da anni, ha saputo catturare la mia attenzione di vigna in vigna e di calice in calice: la Schiava*.

E' proprio la Schiava il tema della degustazione che ho avuto il piacere di condividere con quello che è, a detta di tutti, uno dei più sensibili e nitidi interpreti del vino italiano e, in particolare, di quello dell'Alto Adige.
Si inizia con l'anteprima dell'anteprima – passatemi il gioco di parole – di tre vini prodotti nella stessa annata, col medesimo vitigno ma su terreni differenti e con, ovviamente, variazioni pedoclimatiche. Il progetto si chiama Liquid Rock e, come si evince dal nome, mira a esprimere le peculiarità organolettiche che ogni singola vigna può apportare al vino tramite il proprio terreno.
vini liquid rock schiava harmann donà
A dover fare da tramite fra la terra e il nostro palato è, ovviamente, la Schiava, vitigno che è stato principe della viticoltura altoatesina per anni, ma che sta vivendo un momento critico in cui molti hanno espiantato vigne vecchie a favore di altri varietali. 
Pur avendo iniziato la sua avventura come produttore di vino “in proprio” con il Pinot Nero, Hartmann non ha dubbi nel rispondere affermativamente alla domanda “la Schiava può essere considerato il Pinot Nero dell'Alto Adige?” e il suo amore per questo varietale così elegante e delicato si palese in ogni frase, in ogni racconto legato al suo passato e alle prime vinificazioni condivise con suo padre quando era solo un bambino.
wineblogger italiano
Mentre assaggiamo le tre espressioni territoriali, ci confrontiamo sul potenziale della Schiava e sulla possibilità di cogliere l'attimo in quest'era in cui l'interesse per gli autoctoni e per i vini eleganti e meno muscolari sta crescendo. Un'opportunità da cogliere proponendo vini di grande classe e profondità interpretando il vitigno come merita e non solo relegandolo a rappresentazioni più esili e beverine che, per quanto piacevoli, sviliscono in un certo qual modo le reali potenzialità di un'uva che ha tutte le carte in regola per dare origine a grandi vini.
Nel mio calice tre vini prodotti su Calcare, Granito e Ardesia che prenderanno il nome della matrice dei propri terreni come a voler enfatizzare quello che è il loro tratto distintivo che dalle radici attraversa il fusto conferendo diverse connotazioni organolettiche all'uva e, quindi, ai vini prodotti da H.D.
Seppur si tratti di campioni ancora non imbottigliati è palese quanto l'incidenza di ogni terreno vada ad intaccare il profilo di ogni vino specie nell'espressività primaria di fiore e frutto e nelle sfumature minerali prima al naso e poi al sorso. Eppure ciò che sorprende più di ogni aroma o sapore è la trama tannica che, a parità di vinificazione, risulta più levigata nel calcare, più fitta e tridimensionale nel granito ed equilibrato nell'ardesia.
Per scelta non vi do ulteriori connotazioni organolettiche in quanto si tratta di vini in divenire che non ho assaggiato per valutare in via definitiva ma solo ed esclusivamente per comprenderne la spiccata identità territoriale che si è dimostrata evidente in ogni singolo assaggio. Appena usciranno in bottiglia (credo a settembre) avrò modo di dirvi di più.
Il mio focus sulla Schiava, però, non poteva fermarsi ai tre assaggi dei “Liquid Rock”, in quanto il Donà Rouge è il vino che di più rappresenta le potenzialità di questo grande e sottovalutato vitigno.
Seppur non prodotto sempre in purezza (in alcune annate vengono utilizzati piccolissimi saldi di Pinot Nero e Lagrein che in totale non superano il 5%) il Donà Rouge è la Schiava che anela all'Olimpo dei grandi vini. A testimoniarlo una verticale dal 2015 al 2007 (manca la 2014 che non è stata prodotta) che mostra quanto l'energia espressiva della Schiava allevata e vinificata con garbo e saggezza possa escludere la potenza muscolare dall'equazione della struttura e della profondità.
donà rouge vino e design
Un viaggio attraverso annate differenti che evidenzia quanto la Schiava sappia farsi interprete tanto sincera quanto elastica di andamenti climatici agli antipodi con maggior maturità e forza nelle annate calde e più slancio e finezza in quelle fresche. Il fil rouge – mai termine più adatto – non può che essere rappresentato al naso dall'intrigante ed elegante speziatura naturale della Schiava e al sorso dalla profondità minerale a tratti ematica e a tratti sapida che, unitamente alla tensione acida, da inerzia alla beva.
Tensione vibrante e beva inerziale che hanno spinto Hartmann a provare a verificare quanto davvero la Schiava fosse vicina alla trasversale potenzialità del Pinot Nero tramite la vinificazione del Blanc de Rouge un metodo classico 30 mesi sui lieviti che, anche se assaggiato a 2 anni dalla sboccatura, ha mostrato grande freschezza e netta finezza.
blanc de rouge hartmann donà
Ogni vino di Hartmann Donà si distingue per grande finezza e per la capacità di coniugare una disarmante profondità espressiva all'instancabile dinamica di beva.
Una Schiava che non teme lunghi affinamenti in legno (per Hartmann meglio se usato per evitare di snaturarne i delicati aromi) e sfoggia una longevità priva di segni di cedimento, capace di evolvere in complessità e non di invecchiare.
"Il tempo è il mio attento e fedele compagno. Considero il tempo come energia pulsante o forza vibrante, ma anche come spazio di meditazione e paziente maestro che approva il mio lavoro solo quando è davvero concluso. Il tempo è la mia storia. Questa storia." H.D. 
Un approccio saggio e ponderato che fa di Hartmann Donà uno di quegli enologi che poco hanno a che fare con l'ostinata e ostentata ricerca di una fittizia e omologata perfezione. La perfezione sta nella sincerità e nella luminosità di interpretazioni nitide e chiare dei tre fattori fondamentali dell'identità di un vino: terreno, clima e vitigno.
hartmann donà enologo
Una mano forte, ferma, precisa ma al contempo educata e gentile è quella di quest'uomo che sussurra ancora alle viti ancor prima che alle botti.
Sono rari i momenti in cui taccio e ascolto per ore senza intervenire troppo con domande frutto della mia impetuosa curiosità e della mia sete di sapere, ma durante l'incontro con Hartmann è bastato pensare ad un quesito per far sì che esso trovasse risposta in una frase, un gesto, in un assaggio.

F.S.R.
#WineIsSharing

*Altri sinonimi di Schiava:
Schiava Grossa: Blauer Trollinger, Bressana, Edelvernatsch, Frankenthal, Frankenthaler, Großvernatsch, Meraner Kurtraube, Schiavone, Trollinger, Uva Meranese.
Schiava Gentile: Schiava piccola, Schiava media, Kleinvernatsch, Mittlerer Vernatsch, Roter Vernatsch.
Schiava Grigia: Grauvernatsch, Grauer Vernatsch.

sabato 18 maggio 2019

Agronomia e sostenibilità - In vigna con l'agrotecnico Davide Ferrarese tra patologie della vite e fertilità del suolo

In questo Wine Blog, da anni, cerco di dare tanto spazio alla vigna quanto alla cantina e all'assaggio e quando si parla di vigneti è impossibile non tener conto delle principali dinamiche agronomiche legate alla conduzione degli stessi.
Ad accompagnarci attraverso tali dinamiche, oggi, sarà un agrotecnico che ho avuto modo di incontrare e di conoscere qualche anno fa fra le vigne del Gavi: Davide Ferrarese.
Alla luce di una lunga chiacchierata riguardo i principali temi dell'agronomia e della viticoltura contemporanea ho deciso di seguire molte delle sue pubblicazioni online e ho avuto modo di comprendere a pieno la qualità del suo lavoro. Per questo ho deciso di porre a lui qualche domanda circa aspetti agronomici di mio interesse da diversi anni.
-Davide ti presenteresti brevemente ai lettori di WineBlogRoll.com?
Classe 1973, padre di tre figli (Michela, Filippo, Edoardo), compagno di Elisa, diplomato Agrotecnico nel 1992 e consulente viticolo come libero professionista dal 1997, per conto di aziende private, Cantine cooperative, Consorzi di Tutela, Comunità Montane e docente presso l’Istituto superiore per Perito Agrario sino all’a.s. 2009/10.
Fondatore di VignaVeritas, dal 2016 vi collabora Matteo Tasca - agrotecnico laureato.
VignaVeritas si occupa di consulenza fitopatologica e agronomica per la migliore coltivazione dei vigneti, con la massima attenzione alla sostenibilità ed alla qualità globale dell’ambiente di produzione. Quello che viene portato avanti è un approccio alla viticoltura biologica superiore alla mera certificazione, definendo criteri d’intervento e modalità operative. 
Negli ultimi anni siamo molto attenti alla fertilità dei suoli ed alla fisiologia della pianta, sviluppando tecniche a largo impiego per la nutrizione dei vigneti e migliorando la potatura della vite con il metodo ramificato, nell’ottica di contenimento e cura delle malattie del legno (mal dell’esca). E’ di fondamentale importanza la formazione del personale che collabora nei vigneti e massimizzare l’economia di gestione aziendale.
Ci sentiamo legati al territorio, al valore umano della Terra delle persone che vi lavorano e di quello che fanno.
«L’arte dell’agricoltore è anche quella di saper osservare e di intervenire nei processi naturali in modo da sostenerli.»  Almar von Wistinghausen
davide ferrarese agronomo
-Quali sono le patologie della vite più comuni?
Le patologie più comuni riguardano sia i funghi che gli insetti, diversamente diffusi a seconda dalle aree di coltivazione e dalla sensibilità delle singole varietà coltivate.
Per quanto riguarda i funghi le malattie più note sono peronospora, oidio, botrite, escoriosi e mal dell’esca; per quanto riguarda gli insetti abbiamo diversi tipi di acari, e  diverse cicaline, quest’ultime anche vettori di fitoplasmi e di virus. Inoltre in alcuni areali si stanno diffondendo insetti di “nuova importazione” come la popilia, la cocciniglia farinosa e la cimice.
Particolare attenzione va anche fornita alle malattie causate dai fitoplasmi come la flavescenza dorata e il legno nero. 
patologie della vite
-Come possono essere contrastate in maniera sostenibile?
Operare correttamente in agricoltura significa ricercare le migliori strategie applicabili, avvalendosi delle nuove conoscenze tecniche e scientifiche. Un’agricoltura attenta alle regole della spontaneità degli ambienti e degli esseri che li compongono, ricerca nella sua applicazione il minimo impatto ambientale possibile.
La sostenibilità passa soprattutto dall’uomo, dalla scelta nel tipo di difesa che si vuole adottare  e dalla capacità di interpretare ogni singola annata. I lavori in vigneto sono più o meno uguali tutti gli anni, ma i tempi, le modalità, le volte e le varianti cambiamo ogni nuova stagione.

Prima di intraprendere una qualsiasi strategia di conduzione dei vigneti, è perciò necessaria un’analisi del territorio circostante, sotto differenti profili , in modo da conoscerlo e poterlo rispettare nei suo assetti, adottando un progetto globale per il vigneto.
Bisogna prendere in considerazione il materiale vegetale a disposizione con il suo portainnesto ed il suo clone, la gestione del suolo, le conoscenze ambientali dell’area, la sensibilità e le caratteristiche delle varietà coltivate, raccogliere e conoscere i dati climatici, monitorare localmente la vegetazione, verificare l’attrezzatura impiegata per i trattamenti anticrittogamici ed altro ancora.

-Quali sono i risultati delle tue ricerche sul mal dell'esca e sulla flavescenza dorata?
In questi ultimi anni abbiamo iniziato a raccogliere dati su diversi fronti.  Grazie ad un progetto territoriale del Consorzio Tutela del Gavi partito nel 2013 monitoriamo la malattia e la presenza dell’insetto vettore, e dal 2018 anche la presenza di altri insetti, analizzando le strategie di controllo della patologia. Per il mal dell’esca l’attività di ricerca in campo è più recente. 
In entrambi i casi quello che stiamo osservando sono i vantaggi che si rilevano attraverso l’applicazione delle buone pratiche agronomiche: nel caso della flavescenza dorata è fondamentale l’eliminazione delle piante malate abbinato ad un monitoraggio mirato della presenza dell’insetto; nel caso delle mal dell’esca è altrettanto  fondamentale una corretta gestione della pianta durante la potatura secca e nella scelta germogli; per di più è possibile valutare eventuali interventi di dendrochirurgia che permettono di risanare la pianta malata. 
E’ sempre necessaria l’elaborazione di una accurata analisi per poter operare nel miglior modo possibile, valorizzare “il saper fare in vigna”, implementare la conoscenza ed il riconoscimento dei sintomi, la formazione e l’addestramento del personale in vigneto.
dendrochirurgia vie
-Parliamo di fertilità del suolo, dove si sbaglia e cosa si può fare per migliorarla?
La fertilità, quella vera, non quella fittizia dei concimi, si raggiunge, si conserva e si migliora attraverso la gestione elastica ed integrata del suolo e della sostanza organica: è necessario costruire un humus stabile.
Sento la carenza di professionalità tecniche competenti e di esperienze in merito, in un   argomento dove il suolo è davvero l’identità delle nostre uve.
Poche volte i viticoltori approfondiscono e verificano le caratteristiche dei propri suoli sia in valore strutturale, che in valore chimico e biologico. Mi viene un esempio banale legato all’enologia, dove nei vini si fanno diverse analisi, al contrario di quello che accade in vigneto. 
Per un corretto approccio viticolo, si può partire dallo studio del tipo di terreno e dal comportamento della vite, ma anche dalla naturale presenza delle essenze erbacee, per completare il ragionamento con l’età e il portainnesto impiegati, il tipo di suolo (analisi chimica e fisica e situazione generale) nonché la varietà e la situazione generale legata all’andamento stagionale.
-Sovescio: è sempre utile?
Sicuramente la sostanza organica è fondamentale per incrementare e sviluppare la fertilità dei suoli e sono diverse le tecniche applicabili, come l’integrazione di ammendanti organici di diversa natura come il letame, il compost, i pellettati organici  ed altro ancora. Ogni suolo ha necessità di un’analisi specifica.
L’integrazione della sostanza organica ed il miglioramento della sua fertilità biologica possono quindi passare anche attraverso il sovescio. 
Va certo definito in modo più ampio, nell’ambito della gestione del suolo,  definendo specificatamente le essenze erbacee da impiegare a seconda dei suoli e delle condizioni in cui ci si trova; poi la scelta nelle modalità di gestione della massa erbacea a fine ciclo, se trinciarlo, se interrarlo, se tagliarlo,  se rullarlo o altro ancora.
E’ una buona pratica consigliabile anche per i suoi effetti sul contenimento delle erbe infestanti e nella protezione dall’erosione superficiale nei mesi invernali.
sovescio vigna bio
-A cosa ti riferisci quando parli di nutrizione bioattiva dei vigneti?
Mi riferisco all’ausilio di microrganismi utili che sono in grado di riattivare i processi biologici naturali di fertilità del suolo conferendo un impulso a quelle che sono le trasformazioni in atto della sostanza organica verso la forma più stabile che è l’humus.
In parole semplici si tratta di preparati a base di funghi, di batteri della rizosfera e di nutrienti che possono esser distribuiti con diverse modalità ai suoli.
davide ferrarese potatore
Ringrazio Davide per il tempo dedicato a questa breve ma impegnativa "chiacchierata" dentro e intorno alla vigna in attesa di ulteriori approfondimenti che, sono certo, avremo modo di pubblicare nei prossimi mesi.
Oggi, più che mai, adottare un approccio agronomico più consapevole e rispettoso è fondamentale e per farlo è necessario maturare esperienze e competenze che, spesso, i vignaioli e, ancor meno, i produttori non hanno. E' per questo che la figura dell'agronomo diviene importante tanto quanto quella dell'enologo per ogni tipologia di realtà, specie se orientata verso una conduzione agronomica dei vigneti fondata sui principi della qualità e della sostenibilità.

F.S.R.
#WineIsSharing

venerdì 17 maggio 2019

I migliori giorni per degustare Vino? Ce li indica il calendario biodinamico di Maria Thun

Quante volte abbiamo sentito parlare del connubio Luna-Agricoltura? Il calendario lunare è stato sempre usato in agricoltura ed è ormai appurato che la Luna e, quindi, le fasi lunari abbiano un importante incidenza sulla terra e tutto ciò che cresca e viva su di essa, comprese piante ed esseri umani.
calendario vino luna degustazione
Premessa
Come ho già avuto modo di condividere con voi, per quanto io possa amare il romanticismo enoico e mi possa lasciar affascinare dai racconti di vita e di vino di vignaioli e produttori (fa parte del gioco e, credo, renda più ricco ed affascinante un “mondo” che può e deve far leva anche sull'emotività di ciascuno di noi) non ho molta affinità con tutto ciò che sfocia nell'esoterismo e in pseudo-filosofie astruse capaci di alludere a qualcosa di poco concreto e di illudere chi non sa o chi è facile da abbindolare. Eppure io apprezzo molti dei principi della biodinamica nel loro aspetto più realistico e pragmatico, ma anche in alcuni degli aspetti apparentemente meno razionali e certi, purché legati ad una storicità e ad un empirismo che ha portato e porta ancora oggi a ragionamenti molto più concreti di molte altre “tendenze enoiche”. Ciò che non amo è il filosofeggiare fumoso di alcuni e la scorrettezza di altri nel cercare di strumentalizzare concetti seri e verificati tramutandoli in mero marketing travisandoli.

Un concetto di base della biodinamica è quello del rapporto Terra-Luna, ma non solo nella coltivazione della vite e nell'ambito della vinificazione e dell'imbottigliamento, ma anche nella degustazione per via della - a quanto pare - palese influenza che le fasi lunari hanno sul vino.
Di ritorno da alcuni miei viaggi all'estero mi sono reso conto che in Italia si sta facendo molta confusione rispetto alla biodinamica, sin troppo spesso abbinata a concetti poco concreti, fantasiosi e ad un effetto negativo in termini di pulizia organolettica nel bicchiere, questo perché si è cercato di abbinare a tutti i costi questo concetto di agricoltura pulita e rispettosa ad una corrente, quella dei cosìdetti “vini naturali”, che rischia di diventare fuorviante sia in termini tecnici che gustativi.
All'estero, specie in Francia e in Spagna, sono moltissime le cantine che hanno deciso di adottare una viticoltura condotta secondo i principi della biodinamica, e poco c'entra la dimensione della cantina in questione e poco hanno a che vedere con una sorta di low profile stesso del vignaiolo/produttore, anzi... molte di esse vantano blasoni importanti edhanno raggiunto l'apice della qualità proprio grazie al rispetto in vigna ed in cantina.
calendario fasi lunari viticoltura
Il Calendario Lunare in Degustazione
Per chi non conosce il concetto, mi riferisco al calendario biodinamico creato da Maria Thun, grande ricercatrice agronomica che dal 1963 ha prodotto il calendario annuale delle semine che costituisce uno degli strumenti più usati per osservare, prevedere, organizzare le operazioni agricole dei biodinamici europei e, più in generale, dell’emisfero nord del pianeta.
Il suo lavoro si basa, neanche a dirlo, sui principi dettati da quello che viene eletto a padre della biodinamica, ovvero Rudolf Steiner, per quanto questo non sia pienamente vero (come descritto qui).
Comunque il calendario utilizza le posizioni della luna rispetto a costellazioni e pianeti e le fasi lunari per determinare quali giorni siano da considerarsi del frutto (Elemento: corrispondente: Fuoco), della radice ("" Terra), delle foglie ("" Acqua) o dei fiori ("" Aria). Oltre ad essere utilizzato per interventi di tempo in vigna e in cantina, questo calendario è anche usato come guida indicativa per i degustatori e quindi per definire il giorno più consono ad assaggiare quel vino nella sua massima espressività. Idealmente, i giorni migliori per bere vino sono quelli di frutta / fiore e non in un giorno di radice o foglia.
Questo calendario è diventato così importante in alcune nazioni e per alcune branche enoiche da passare dall'essere un'utility per degustatori, sommelier e, ovviamente , vignaioli/produttori al diventare un riferimento per importanti catene di supermercati ed enoteche, come accaduto nel Regno Unito (non faccio nomi, ma sono reperibili online), che decidono di organizzare le proprie degustazioni promozionali solo nei giorni migliori indicati da Maria Thun.
Ci sono stati diversi test, su piccola scala del calendario, ma questi non hanno avuto il rigore necessario per fornire risultati significativi.
Come spesso accade, però, anche nel caso del calendario biodinamico della degustazione da un lato si è avuto un proliferare di app e calendari lacunosi volti alla semplificazione di qualcosa che è ben più complesso e ampio di quanto si pensi e dall'altro un forte scetticismo che ha portato a contro-studi finalizzati a sfatare queste convinzioni e credenze.
In realtà io posso asserire con buona ragionevolezza che effettuando assaggi secondo il calendario di Maria Thun alcune differenze possono essere riscontrate, specie se si tratta di assaggi da vasca/botte potrebbe manifestarsi e, nella maggior parte dei casi, il controllo del calendario è avvenuto a posteriori, proprio per non avere facili condizionamenti in merito. Di contro devo ammettere che aver incontrato degustatori che non hanno partecipato a degustazioni in quanto non fissate nella data idonea alla degustazione e/o aver udito produttori usare il calendario come alibi per la chiusura o la poca espressività del proprio vino non è qualcosa che rientra nella mia logica e continuo a pensare che l'influenza sulla degustazione e sul vino stesso sia davvero minima e che la capacità di chi assaggia e la qualità di un vino debbano essere in grado di andare oltre le dinamiche legate al calendario biodinamico.


Ciò che penso, però, è che questa influenza della Luna sulla degustazione non sia da riservare solo ed esclusivamente al vino, ma piuttosto ad un connubio fra quello che è l'effetto della luna sui liquidi più in generale (vedi le maree) quindi, anche, sulle molecole d'acqua contenute nell'atmosfera (alcuni studi hanno appurato che la percezione dell'umidità è diversa in base alla fase lunare di riferimento, pur avendo gli stessi valori igrometrici) e su quella contenuta nel nostro corpo, che a loro volta incidono sulla nostra percezione. E' indubbio che le fasi lunari abbiano effetti su alcune dinamiche e cicli del corpo umano e sul nostro stato d'animo, quindi perché non credere che questo influsso possa avere un'incidenza anche sulla nostra capacità di degustare e sull'espressività di un vino? Io credo non ci sia nulla di così strano o di poco logico e basta pensare a quante volte ci è capitato di assaggiare lo stesso vino in condizioni differenti, in giorni differenti, anche a distanza di pochissimo tempo e di averlo sentito, vissuto e percepito in maniera notevolmente differente.

Qui di seguito troverete un calendario lunare della semina con tanto di legenda (nella quale troverete indicati i colori corrispondenti ai giorni del frutto, della foglia, della radice e del fiore) da utilizzare come riferimento per le degustazioni:
calendario biodinamico degustazione vino
fonte: lunaorganics.com

Come già detto poc'anzi, le mie parole sono legate solo ed esclusivamente agli aspetti più razionali dell'influenza lunare sui liquidi e sugli esseri umani, ma lungi da me suggerirvi di utilizzare questo calendario per decidere quando degustare o quando non farlo.
Il calendario della semina di Maria Thun può tornare tutte le operazioni agricole, ma anche per semplici operazioni "casalinghe" come tagliare il prato o gestire le proprie piantine da balcone, ma va ricordato che la determinazione del Calendario delle Semine si tiene conto della situazione reale del Cielo. La Luna, nel suo percorso siderale, transita nel Cielo assumendo via via diverse “qualità” a seconda dell’influenza delle Costellazioni Zodiacali su di essa. Ciascuna Costellazione agisce in risonanza con un elemento: Terra, Acqua, Aria, Fuoco. Ogni Elemento a sua volta influisce su particolari organi e funzioni dell’organismo vegetale:
Terra =>Radici =>Vergine, Toro, Capricorno
Acqua => Foglie => Pesci, Cancro, Scorpione
Aria => Fiore => Gemelli, Bilancia, Acquario
Fuoco => Frutto => Ariete, Leone, Sagittario

N.B.: non stiamo parlando si "segni zodiacali", bensì dei nomi delle costellazioni.

In conclusione, come sempre, io non posso che invitarvi a provare su voi stessi la veridicità delle affermazioni di chi sostiene che il calendario biodinamico abbia un'effettiva influenza sulla capacità di espressione del vino e sulla nostra percezione di esso, al fine di farvi una vostra idea a riguardo. Io credo che, per quanto possa esserci un velo di potenziale suggestione, ci siano alcuni dettagli molto interessanti nello studio della biodinamica sia per quanto concerne la viticoltura che per quanto riguarda la degustazione, ma è fondamentale discernere i principi legati alla scienza (fisica, chimica e astronomia) da quelli legati alla suggestione.

Per quanto mi riguarda, di certo, non mi metterò ad assaggiare solo nei giorni di frutto e di fiore, però potrebbe essere una buona scusa per stappare lo stesso vino in due momenti differenti e continuare a testare gli effetti di questa teoria sul vino e sui miei sensi!😉
Quello della Luna è solo uno dei condizionamenti che possiamo avere nel degustare e quelli umani legati all'emotività ed al contesto sono altrettanto forti ed incidenti, quindi non resta che assaggiare e assaggiare, nella speranza di goderci quel vino al massimo della sua espressività, ma anche al massimo della nostra capacità di apprezzarlo e... spesso... una bella giornata ed una buona compagnia aiutano molto, specie se in "combo" con i giorni ideali per il calendario biodinamico! 😋

Info Pubblicazioni e App
Il calendario biodinamico 2017 di Maria Thun è acquistabile online come molte sue altre pubblicazioni:
Qui troverete una pubblicazione specifica per la degustazione secondo il calendario biodinamico e le fasi lunariwww.florisbooks.co.uk/book/Matthias-Thun/+Calendar+for+Wine+Drinkers.




F.S.R.
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