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domenica 30 giugno 2019

Vino Rosso d'estate - Dal "frigorifero" i vini rossi che amo bere freschi

Quante volte abbiamo letto sulla retroetichetta di un vino rosso “servire a temperatura ambiente”? Nulla di più insensato! Per fortuna, negli ultimi anni, questa controproducente affermazione ha sempre più ceduto il passo all'indicazione di temperature ben definite che, comunque, non tengono conto di un fattore fondamentale che è dato proprio da quella fatidica “temperatura ambiente” che muta col mutare dei contesti e delle stagioni.
Eppure ancora oggi sono davvero pochi i locali che presentano vini rossi alla temperatura di servizio ideale nella stagione estiva, ovvero "freschi"!
vini rossi freschi frigorifero
Questo avviene a causa del pregiudizio che noi italiani abbiamo nei confronti del “frigorifero” quando si parla di rossi. Sembra quasi di urlare al sacrilegio, di compiere un atto eretico, un gesto incauto e poco rispettoso nei confronti di quel vino che in quanto rosso non può varcare la rigida porta del frigo! Per quanto possa sembrare semplicistico è proprio a causa di questo pregiudizio che d'estate, in Italia, il consumo di vini rossi cala drasticamente in favore degli spumanti, dei bianchi e, negli ultimi anni (per fortuna) dei rosati.
vino rosso estate
Di solito si considera ottimale, per i vini rossi, una temperatura di servizio tra i 15 e i 18 gradi centigradi, ma all'aumento della temperatura ambiente e, soprattutto, della temperatura percepita dal nostro corpo è palese che la percezione del sorso cambi. Quindi se è vero che più caldo fa più una temperatura di 15°C verrà percepita come inferiore è ancor più vero che per servire un calice di vino rosso a 15°C la bottiglia dovrà necessariamente essere uscita da pochi istanti da una cantina o da una cantinetta refrigerata attorno ai 10°C/12°C calcolando che già solo nel momento del servizio guadagnerà 2°C/3°C. Ovviamente questo vale per il primo calice, in quanto se doveste lasciare la bottiglia in balia della temperatura ambiente potreste ritrovarvi a vivere una delle più sgradevoli esperienze estive, ovvero passare dal primo calice a giusta e fresca temperatura al secondo caldo e “brodoso”.
glacette raffredda vino

In questo caso perpetrare il sacrosanto sacrilegio sarà d'obbligo e potrete farlo ricorrendo ad una glacette (ne esistono di varie tipologie oggi e non necessariamente abbatteranno la temperatura del vostro vino in maniera drastica) con la quale potrete divertirvi a gestire in maniera empirica ma ponderata l'abbassamento di temperatura della bottiglia. In caso optaste per il vecchio e caro ghiaccio, per quanto sia poco elegante, inserite il tappo e fate in modo di omogenizzare la temperatura del liquido capovolgendo la bottiglia e facendo passare il vino della parte bassa fino al collo della bottiglia prima di servirlo. Preparatevi a beccarvi un'espressione mista fra sorpresa e disprezzo nel momento in cui chiederete una glacette per un rosso al ristorante (a meno che non vi stiate confrontando con un sommelier preparato o un vero appassionato). Non curatevene, ne varrà la pena!
Per quanto riguarda il consumo casalingo, non tutti hanno una cantina a 12°C o una cantinetta frigo da regolare a piacere ma un normale frigorifero potrà comunque coadiuvare la vostra esperienza estiva con i vini rossi. Il mio consiglio è quello di regolarvi in base alla temperatura che raggiungono le vostre bottiglie nei vari comparti del frigorifero e, soprattutto, di non lasciare bottiglie a bassissime temperature per molti giorni in quanto lo shock termico potrebbe lederne l'espressività.

Questo preambolo prettamente estivo non poteva che avere un seguito riferito a quei vini che non possono mai mancare nella mia cantinetta d'estate. Vini rossi da bere freschi perché capaci di esprimere la loro personalità spigliata e la loro dinamica di sorso anche a temperature più basse con grande godibilità, senza mai risultare banali o scontati.
Vini che sanno divertire ma non per questo vanno considerati vini di second'ordine, anzi saranno in grado di giocarsi le carte dell'eleganza e della finezza in maniera spensierata e senza fronzoli.
Eccovi alcuni dei vini rossi da bere freschi che mi permetto di consigliarvi in queste torride estati. Ho appositamente premesso il vitigno e/o la tipologia di vino in quanto le referenze da me citate sono solo mere indicazioni dalle quali partire per poi approfondire "la categoria" a vostra discrezione:

Schiava: Weingut Morandell - "Delia" Lago di Caldaro- Kalterersee Doc / Nals Margreid  -"Galea" Vernatsch Schiava DOC / Zanotelli - "Schiava Gentile" Vigneti delle Dolomiti Igt

Petit Rouge: Le Grain - Valle d'Aosta Doc

Cornalin: Rosset - Cornalin Vallée d'Aoste Dop

Nebbiolo/Chiavennasca: Pizzo Coca - Terrazze Retiche di Sondrio Igt

Groppello di Revò: LasteRosse - Vigneti delle Dolomiti Groppello di Revò Igt

Bardolino: Bigagnoli Wines - Bardolino Classico Doc

Valpolicella (Corvina, Corvinone, Rondinella): Damoli - Morarìa Valpolicella Classico Doc

Tai Rosso: Dal Maso - Tai Rosso Colli Berici Doc

Freisa: Balbiano (Freisa di Chieri) / Tenuta Tamburnin (Freisa d'Asti) / Scarpa (MonferrataoFreisa Secco) / Vigneti Giacomo Boveri "La Cappelletta" (Freisa Colli Tortonesi Dop)

Grignolino: Angelini Paolo - "Arbian" Grignolino del Monferrato Casalese Doc

Ruché: Cantine Sant'Agata - "Na Vota" Ruché  di Castagnole Monferrato Docg

Pelaverga: Diego Morra - Verduno Pelaverga Doc

Vespolina: Rovellotti - "Ronco al Maso" Colline Novaresi Doc

Rossese di Dolceacqua: Roberto Rondelli - Rossese di Dolceacqua Doc / Foresti Wine Rossese di Dolceacqua Doc

Rossese di Campochiesa: La Vecchia Cantina - Rossese Albenganese Doc

Granaccia: Innocenzo Turco - Granaccia Riviera Ligure di Ponente Doc 

Marzemino: San Michele - Capriano del Colle Marzemino Doc

Schioppettino: Flaibani - Venezia Giulia Igp / Vigna Petrussa "RiNera" Colli Orientali Doc

Gutturnio (Barbera e Croatina): Marengoni - Migliorina Gutturnio Superiore Doc

Vermentino Nero: Terenzuola - Vermentino Nero Toscana Igt

Mammolo: Az. Agr. Cincinelli - "Il Legato" Toscana Igt

Vernaccia Nera di Serrapetrona: Fontezoppa - "Pepato" Serrapetrona Doc

Lacrima di Morro d'Alba: Tenuta San Marcello - "Bastaro" Lacrima di Morro d'Alba Doc

Cesanese: Vini Raimondo - "Nemora" Cesanese di Affile Doc

Piedirosso: Mustilli - Piedirosso Sannio Doc / Salvatore Martusciello "Settevulcani" Campi Flegrei Doc

Monica di Sardegna: Audarya - Monica di Sardegna Doc

Magliocco Canino: Casa Comerci - "Libìci" Calabria Igp

Perricone: Cantine Fina - Perricone Terre Siciliane Doc

Frappato: Paolo Calì - "Mandragola" Vittoria Frappato Doc / Gorghi Tondi "Dumé" Sicilia Doc

Bonus Wine: Croce di Febo - "Bio Lupo" (prodotto con l'uvaggio base Sangiovese, Canaiolo, Ciliegiolo, Colorino, Mammolo, Alicante, Trebbiano, Malvasia, Pulcinculo e Canaiolo Bianco in cui le uve bianche e le rosse si completano vicendevolmente dando aromi freschi e agile slancio al sorso).
Sulla falsariga del Bio Lupo ci sarebbero anche lo "Status Quo" (80% Sangiovese 20% Trebbiano Toscano) dell'Az. Agr. Falisca II e il "Quintoelemento" (vvaggio di Sangiovese, Canaiolo, Colorino, Trebbiano più il segretissimo "quinto elemento") della piccola azienda di Montalcino l'Aietta che spero riuscirete a trovare, data l'esigua tiratura di entrambi.

Questi sono solo alcuni dei varietali e dei vini rossi che, a mio parere, possono mostrare grande piacevolezza anche se bevuti freschi, ma ciò non toglie che una volta abbattuto il pregiudizio e dismesse le vostre reticenze nei confronti di quello che sembrava essere un ossimoro "vino rosso - fresco" proverete estremo piacere nel servire a temperature più basse dei Pinot Nero, dei Sangiovese (anche Chianti Classico e Brunello), dei Nebbiolo (specie quelli dell'alto Piemonte), degli Etna, dei Cabernet Franc della Loira e, ovviamente, dei Beaujolais. Ovviamente, ricordate che il freddo può acuire le durezze ma più che evitare i vini "tannici" a priori ciò che vi consiglio di valutare è la finezza del tannino stesso, in quanto trovo molto piacevole la sensazione di pulizia a fine sorso che alcuni grandi Sangiovese e Nebbioli hanno pur vantando una trama tannica forte e ben definita.

F.S.R.
#WineIsSharing

venerdì 28 giugno 2019

Dalla vigna al bicchiere

Negli ultimi anni ho deciso di dare sempre più importanza alla vigna, ai territori, ai vignaioli e alle dinamiche che mi hanno fatto innamorare di questo meraviglioso mondo ancor prima e ancor più dell'assaggio di grandi vini. L'ho fatto perché avevo bisogno di andare oltre il mero calice, oltre la degustazione asettica di un vino che per quanto possa emozionare non potrà mai dirti e darti tanto quanto la vigna e i vignaioli. Sarebbe stato più semplice chiudersi in ufficio ad assaggiare "etichette", partecipare a qualche degustazione, alle anteprime, agli eventi più importanti e fare scorte di materiale enoico da pubblicare. Avrei risparmiato tempo e denaro, energie e pneumatici, ma non sarei stato me stesso! Non potrei mai limitarmi a raccontarvi un vino senza conoscerne l'essenza e senza contestualizzarlo. Rispetto chi riesce a farlo, chi riesce a scindere il vino dal contesto in cui nasce, dalla storia sua e di chi lo fa, ma non potrei mai limitarmi a questo.
wine lovers
Io vivo di vino perché non saprei fare altrimenti! 
Vivo di tutto ciò che continuo imperterrito a raccontarvi perché non potrei mai farne a meno e quando mi chiedete quale sia il mio fine, quali siano le motivazioni pratiche, pragmatiche, materiali che mi spingano ad essere in viaggio per più di 300 giorni l'anno io non so che rispondere. Non so rispondere perché tutti i motivi che mi vengono in mente sono legati alla sfera emozionale, alla passione, al desiderio di continuare a scoprire realtà che meritano di essere scoperte e raccontate.
wine blogger
Ho viaggiato tanto, incessantemente direi! Ho desiderato con tutto me stesso toccare ogni singolo areale, conoscere ogni singolo varietale e tentare di incontrare tutti quei vignaioli e quelle vignaiole, tutti quei produttori e quelle produttrici capaci di insinuare in me il germe della curiosità. Una malattia incurabile la curiosità, se non temporaneamente appagandola, dissetandola trovando ciò di cui è ingorda: stupore.
In questa strana epoca in cui "tutto" sembra scemare verso una comunicazione, spesso, superficiale e vezzosa la vigna e il confronto costante con chi il vino lo fa è l'unico appiglio per chi ama questo mondo in maniera viscerale e, al contempo, nutre profondo rispetto per ciò che si cela dietro ad ogni singola bottiglia.
Rischierò di sembrare retorico, ma è un rischio che corro volentieri se può servire ad instillare anche una sola goccia di sincera passione in chi si sta approcciando a questo mondo ma anche e, soprattutto, in chi - a causa di una comunicazione fumosa e legata a mere dinamiche di marketing - si sta disaffezionando al mondo dei social e dei blog.
Credo fortemente nella positività del web nel collegare individui uniti dagli stessi interessi, da passioni comuni e dalla ricerca di contenuti che difficilmente avrebbero potuto raggiungere con tale facilità prima dell'avvento della rete e dei social. Eppure, è bastato un attimo per creare una situazione in cui è davvero difficile sentirsi a proprio agio se non si è avvezzi all'effimero... alla fuffa.
Nella mia vita, però, ho imparato a non lasciarmi trasportare dagli eventi, a non lasciarmi ammaliare dai canti di sirene che hanno negli occhi il simbolo dell'Euro e nel cuore numeri vuoti, scialbi, privi di valore reale.
Ho preso decisioni valutate dall'esterno come difficili, sconvenienti, persino stolte, perché "tanto gli altri lo fanno", ma io sento di aver scelto bene ogni volta che cammino in un vigneto e incontro i passi di chi in vigna ci lavora, non ci cammina soltanto come me. Sì, perché in quei momenti sento di essermi guadagnato il rispetto e la credibilità che pochi hanno e, forse, è ora che io stesso me ne renda conto e lo dica con fierezza. Sono anni che dedico tutto il mio tempo al vino e se lo faccio è perché non potrei farne a meno, quindi premi, riconoscimenti e classifiche per quanto possano aver rinvigorito il mio orgoglio, lasciano il tempo che trovano. Vale di più il messaggio di un lettore che si affida a me per un ragguaglio, vale di  più l'attestato di stima di un vignaiolo che si meraviglia vedendomi protrarre la permanenza in vigna ad oltranza, vale molto di più la consapevolezza di aver fatto tutto con dedizione e rispetto, con la coscienza pulita di chi sa di aver donato tempo, energia e sentimento al mondo che mi ha, a sua volta, insegnato a vivere e ancora, oggi, continua a farlo, giorno dopo giorno, vigna dopo vigna, cantina dopo cantina, assaggio dopo assaggio.
Nonostante abbia studiato e assaggiato tanto per affinare le mie capacità di degustatore  sono sempre più convinto che che la forza di una vigna, dalla caparbietà di una barbatella impiantata nell'annata "storta" che vuole crescere alla vite centenaria che fa del tempo il suo più fedele alleato, rappresenti uno stimolo fondamentale per chi comunica il vino, ancor prima della qualità di ciò che troviamo in bottiglia. Reputo il vigneto un veicolo potentissimo di identità territoriale e culturale ma non basta farsi un selfie fra i filari, è necessario conoscerla, comprenderla o almeno provare a farlo. Da quando ho iniziato ad approfondire gli studi di agronomia, da quando ho cominciato ad apprezzare la vite per ciò che è nella sua essenza non vivo più intensamente solo i miei viaggi per vigne e cantine ma anche gli assaggi sono divenuti più completi, più impattanti perché la percezione del vino muta col mutare della nostra conoscenza. Eppure, più viaggio, più incontro vigneti e vignaioli più mi rendo conto di aver ancora tanto da imparare, da scoprire e, soprattutto, da vivere! Per questo continuerò a interpretare il vino così, come ho sempre fatto, nonostante le voci che mi vedrebbero vicino a qualche guida.
vigne vecchie
Non voglio essere considerato "unico" e non credo di meritarlo, ma sono lieto di essere riuscito a guadagnare la fiducia di un numero importante di persone appartenenti ad ogni comparto di questa tanto strana quanto meravigliosa enosfera attraverso la dedizione e il lavoro, la costanza e il rispetto.
Non mi resta che sperare che in molti possano trovare tempo e modo di dedicarsi al vino con la stessa passione e la stessa forza d'animo con le quali io mi dedico a tutto questo ogni giorno. 

F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 26 giugno 2019

Nelle degustazioni "guidate" mi lascio guidare dal vino

Reduce da alcune importanti degustazioni che ho avuto modo di moderare mi sono ritrovato a riflettere su alcuni aspetti di questo genere di incontro tra me, il vino, i produttori e i degustatori.
degustazioni guidate vino relatori
Per anni ho girato l'Italia anche alla ricerca di interessanti degustazioni comparative, orizzontali, verticali, masterclass con un focus particolare e, di certo, prendere parte a questo genere di confronti e incontri enoici ha contribuito all'arricchimento del mio bagaglio di esperienze e di conoscenze.
Poi è arrivato il momento di trovarsi dall'altra parte del “tavolo”, con il calice in una mano e il microfono nell'altra, e in me è scattata una sorta di empatia nei confronti di chi mi stava di fronte. Un'empatia che mi ha spinto a riportare alla mente di tutto buono appreso e compreso durante degustazioni che mi vedevano fra il pubblico ma, al contempo, a mettere da parte quegli aspetti che avevo percepito come anacronistici e, a tratti, noiosi.

E' per questo che sin dalla prima degustazione in cui mi è stato richiesto di intervenire come moderatore e/o relatore ho cercato di approcciarmi in modo diverso e personale all'evento.
Un approccio volto a creare un percorso di crescita che deve necessariamente nascere da me ma non può esimersi dall'arrivare ai degustatori che ho di fronte, passando per chi il vino lo fa.

Ho provato a far ciò dando tanto spazio alle mie parole quanto a quelle dei produttori, accettando di buon grado un confronto in divenire, privo di un copione concreto e che vede come scaletta il solo ordine di servizio dei vini in degustazione che di volta in volta stimolano nuovi spunti. Lascio che sia il vino a guidare la degustazione e che tra me e i produttori ci sia sempre un lavoro di squadra che non esclude una sana e costruttiva dialettica.

La struttura è semplice e parte da un breve preambolo in cui cerco di contestualizzare il tema dell'incontro e i vini che andremo ad assaggiare. Una premessa che si pone l'obiettivo di creare sintonia con chi è lì di fronte a me per approcciarsi ai vini selezionati ma anche e soprattutto per tornarsene a casa con un bagaglio più ricco in termini di conoscenze e, possibilmente, di emozioni enoiche.
Un iter dinamico nel quale mi piace coinvolgere ogni singolo produttore al quale chiedo di intervenire prima di passare all'assaggio del suo vino: un breve racconto della propria realtà, qualche aneddoto legato all'annata, al nome del vino o ad altri aspetti dei quali io non potrei mai parlare con il trasporto e la spontaneità di chi ha vissuto ciò che si accinge a raccontare in prima persona.
Quando la parola passa a me ho da sempre preferito condividere impressioni dirette che non lascino spazio a voli pindarici e descrittori astrusi bensì vadano dritte al dunque dando brevi nozioni sulle tecniche di vinificazione, sui terreni, sul varietale e sull'annata cercando di confrontarmi con il produttore durante l'assaggio e di lasciar libero spazio agli astanti qualora ritengano opportuno intervenire.
Così si va di produttore in produttore e/o di calice in calice, di vino in vino cercando di dare una dinamica cadenzata ma mai noiosa a quella che io vedo non solo come una mera degustazione “guidata”, bensì come un'occasione di confronto tra tutte le parti in causa. “Parti” e “comparti” fondamentali nell'equazione enoica in cui, forse, il mio ruolo è quello di minor valore in quanto tramite fra chi il vino lo fa e chi il vino lo compra. 

Preferisco far assaggiare un numero maggior di vini, lasciare che ogni degustatore si faccia la propria idea senza condizionamenti e senza pormi su di un piedistallo cercando di inculcare sentori e sensazioni che non necessariamente tutti hanno la sensibilità di cogliere e che, magari, io stesso posso cogliere in maniera differente e – perché no?! - deviata da ciò che può percepire un altro degustatore.

Ricordo di essermi sentito in difetto quando agli albori del mio girovagar enoico ho ascoltato grandi degustatori elencare un numero immane di descrittori ai quali il mio cervello non avrebbe mai minimamente pensato ma che, una volta ascoltati, quello stesso cervello ha iniziato a cercare e a voler trovare a tutti i costi forzando i miei sensi e impedendomi, almeno in parte, di godermi l'assaggio in maniera libera, spontanea e scevra da condizionamenti esterni.
Col tempo piuttosto che sentirmi in difetto, iniziai a sentire come il bisogno di isolarmi, di non ascoltare o di anticipare il relatore assaggiando prima che potesse iniziare a descrivere quel vino. Questo perché volevo e dovevo valutare quell'assaggio attraverso i miei sensi, senza forzatura alcuna, se non una doverosa contestualizzazione della referenza in questione che trovo d'obbligo una degustazione non alla cieca, in cui può essere necessario avere dei ragguagli riguardo territorio, terreni, tecnica di vinificazione e annata. Quello che vorrei e non far mai provare queste sensazioni a chi partecipa a una mia degustazione ma non è di certo semplice, in quanto si è tenuti a dare nozioni, a condividere informazioni e impressioni che possono in un attimo diventare sinonimo di saccenza e boria. Entrambi atteggiamenti da evitare perché capaci di produrre solo due condizioni in chi abbiamo di fronte: una sensazione di inferiorità o un sentimento di contrasto che può spingere a cercare lo scontro su fattori prettamente soggettivi e quindi poco utili al fine ultimo della degustazione.

Ciò che ho imparato in questi anni di degustazioni è che una volta abbattuti i muri indotti dalla posizione del relatore e del “pubblico” grazie anche e soprattutto all'intervento dei produttori, questi eventi si traducono in una reale occasione di crescita per tutti e ogni singolo concetto viene espresso   in base alla singola situazione che si crea in maniera, spesso, inattesa rendendo tutto più spontaneo e meno pre-impostato.

Non condivido con voi questi pensieri perché credo di aver trovato la chiave di lettura perfetta per chiunque e per qualunque degustazione e lungi da me criticare un approccio più accademico che è richiesto agli stessi relatori in più occasioni e che aiuta, sicuramente, sia l'avventore novizio che i sommelier in erba a far proprio un vocabolario di descrittori più ampio e a vedere con i propri occhi come si può raccontare un vino in maniera forbita. Lo faccio perché questo wineblog è da sempre luogo di trascrizioni di pensieri ad alta voce e anche in questo caso scriverne mi fa comprendere in maniera più nitida cosa sto facendo e cosa vorrei ancora migliorare. Semplicemente, ad oggi, questo è il mio modus operandi.

Proprio nell'ottica di una crescita continua nella divulgazione del vino e nell'avvicinamento di chi il vino lo fa e chi il vino lo cerca, lo acquista e lo beve credo che il ruolo di chi comunica e di chi, quindi, modera o conduce una degustazione debba essere, sì, quello di educare e di dare contenuti formativi ma anche e soprattutto quello di ricercare dinamiche che non rischino di risultare fuorvianti o fortemente condizionanti nel bene e nel male. Ovviamente, mi riferisco a degustazioni con un pubblico eterogeneo di utenti appassionati ma non necessariamente "addetti ai lavori".

Il mio scopo non è inculcare concetti o liste di descrittori bensì condividere le conoscenze acquisite attraverso studi ed esperienze ma anche le impressioni personali riguardo ogni singola realtà e ogni singolo assaggio in maniera equilibrata e "socraticamente" consapevole di ciò che si sa e di ciò che non si sa e ancor più di ciò che è obiettivamente soggettivo.
Come già detto, ogni degustazione può essere davvero un'occasione di confronto e di crescita per ogni entità coinvolta a prescindere dal proprio ruolo.
Non dovrebbe essere un'azione forzata, un atto borioso e autoreferenziale perché i protagonisti devono necessariamente essere il vino e i produttori qualora ci sia l'occasione di coinvolgerli.
masterclass saverio russo

Va da sé che non sempre è possibile farlo e non sempre si ha il tempo di seguire un iter capace di integrare anche il loro intervento, ma reputo sempre più importante vedermi come un tramite - purché imparziale e privo di condizionamenti - e non come un “guru” o un “critico” pronto a salire in cattedra per recitare il proprio one man show. Così facendo si creano i presupposti per dar modo a me di condividere ciò che so e ciò che percepisco in quel preciso momento riguardo ciò che sto assaggiando e  ai produttori di parlare di ciò che nessuno meglio di loro potrebbe raccontare, ovvero la propria realtà e il proprio vino. Fondamentale, altresì, sarà permette al produttore stesso di assaggiare i vini degli altri produttori coinvolti e di confrontarsi con essi, con il relatore e con il pubblico. Spesso i produttori hanno poche opportunità di assaggiare vini che non siano i propri e/o di confrontarsi con colleghi e con relatori con all'attivo un ventaglio di assaggi per forza di cose più ampio del loro.  Molte delle mie degustazioni mirano a permettere un confronto a 360° in cui "tutti assaggiano tutto" e mi piace pensare che al termine dell'incontro si possa raggiungere una maggior sensibilità nei confronti della diversità sia in termini di palato che come approccio mentale.

Ecco perché scelgo di moderare piuttosto che condurre solo degustazioni che sento nelle mie corde e che mi permettano di sviluppare ciò che mi da modo di essere me stesso e di dar più spazio al vino che a me.
Conscio di non poter fare altrimenti, in quanto l'unico modo di "guidare" una degustazione che riterrei opportuno, dinamico e non noioso implicherebbe l'essere un grande oratore, un esperto relatore e un uomo di vino con un bagaglio di conoscenze ed esperienze che posso solo sperare di arrivare ad avere tra qualche lustro.
Per fortuna in Italia abbiamo relatori così dotati e preparati e quando è possibile preferisco di gran lunga essere tra gli astanti e godermi ogni loro parola rinunciando potendo tenere in una mano il calice e nell'altra la penna che, di certo, mi fa sentire molto più a mio agio di un microfono.

In conclusione, se avete già avuto modo di partecipare a qualche mia degustazione non posso che ringraziarvi ma se non l'avete ancora fatto ora sapete come mi piace gestire questo tipo di occasione.

F.S.R.
#WineIsSharing

martedì 25 giugno 2019

Grifalco - L'Aglianico del Vulture secondo i giovani Lorenzo e Andrea Piccin

Qualche settimana sono tornato in una terra dalla grande vocazione, che negli ultimi anni sta vivendo un principio di riscossa più che meritata. Parlo del Vulture, areale che ricade nella parte nord della Regione Basilicata, in Provincia di Potenza e comprende un territorio di alta e media collina, situato sulle pendici del vulcano spento denominato Monte Vulture che annovera vette che superano abbondantemente i 1300mslm, per poi degradare progressivamente verso ovest lungo il fiume Ofanto e verso Est verso la piana della Puglia. Un territorio che gode della ricchezza dei terreni vulcanici e della varietà di quote altimetriche originate dall'attività orogenetica del vulcano. Sono proprio i rilievi tra i 200 e gli oltre 700 mslm ad ospitare la viticoltura del Vulture in cui regna indiscusso l'autoctono Aglianico.
cantina grifalco vulture
Un potenziale per molti anni sopito in cui, però, molti hanno sempre creduto, proprio come la famiglia Piccin, che dalla toscanissima Montepulciano ha deciso di trasferire la propria esperienza vitivinicola e tutta la loro fiducia enoica in Basilicata e più precisamente a Venosa, dove hanno fondato la Cantina Grifalco della Lucania.
grifalco della lucania
La Cantina Grifalco nasce nel 2004 dal volere di Cecilia e Fabrizio, che hanno visto proprio nel Vulture il territorio ideale in cui creare, insieme ai propri figli Lorenzo e Andrea, una realtà nuova e di grande prospettiva.

Oggi l'azienda è gestita in autonomia proprio dai due giovani fratelli con Lorenzo completamente dedicato alla gestione agronomica ed enologica e Andrea alla parte commerciale. 
piccin grifalco vini
Sono proprio Lorenzo e Andrea ad accogliermi in azienda, mostrandomi con grande fierezza le novità apportate in cantina e le nuove dotazioni acquisite per una sempre più oculata gestione della raccolta. Attenzioni volte totalmente alla qualità e al rispetto, valori che hanno permesso alla Grifalco di passare dall'essere una realtà inizialmente avulsa dal territorio (come spesso accade, chi investe in un territorio da “alloctono”, deve scontare un periodo di incubazione permeato da un'ingiustificata diffidenza) a un riferimento in Italia e nel mondo quanto si parla di Aglianico del Vulture.
grappolo aglianico
La volontà di far tornare in auge un vino dal passato complesso come l'Aglianico passa tutta attraverso le scelte della famiglia che sin dal principio ha deciso di coltivare solo ed esclusivamente Aglianico del Vulture nelle varie piccole parcelle di vigna sparse in diverse zone dell'areale, con un'età che spazia tra i 20 e gli 80 anni, su terreni completamente diversi l’uno dall’altro e differenti espressioni.

L'idea è sempre stata quella di mostrare attraverso un'interpretazione saggia e oculata e un lavoro in sottrazione le varie sfaccettature dell'Aglianico attraverso l'identità che il varietale può esprimere nei diversi “cru” aziendali.
vendemmia aglianico vulture
Un concetto, quello di “cru”, che non era ancora stato preso in considerazione in maniera così convinta ma che ha permesso a Grifalco di distinguersi e di comunicare un Aglianico pronto a confrontarsi con i più grandi areali italiani per vocazione.

Ecco così nascere i vini da singola vigna come il Damaschito dalla vigna di San Martino e, successivamente, il Daginestra.

Un approccio, quello della famiglia Piccin, che sta portando, insieme al lavoro di squadra messo a punto con il gruppo Generazione Vulture formato dalle “nuove leve” della denominazione, l'Aglianco del Vulture a divenire il riferimento dei vini del Sud Italia.
vulture vigneti grifalco
Un vino che ha dovuto pagare per anni lo scotto di esser percepito come frutto di un vitigno di nicchia e di cui la gente era timorosa, per via di interpretazioni passate votate all'eccesso di struttura alcolica e dai tannini sgraziati che ne ostacolavano le beva.

Ho sempre sostenuto che l'Aglianico fosse uno dei più grandi vitigni italiani e, come ho avuto modo di raccontare a Lorenzo e Andrea durante la mia visita, è assurdo che la sua rivalsa stia arrivando solo ora, quando in luoghi culto del vino globale come la Borgogna c'è chi ha sempre visto in questo varietale grandi potenzialità anche in termini di eleganza. Sì, perché fu proprio un vignaiolo di Borgogna a tracciarmi una linea ideale dell'eleganza, confermatami poi da un grande enologo italiano che in Borgogna ha lavorato, che vedeva nel Pinot Noir, il Nebbiolo, il Sangiovese delle zone classiche, l'Aglianico e il Nerello Capuccio i vitigni più difficili da gestire per ottenere la finezza auspicata ma anche quelli capaci dei più grandi exploit in termini di classe e longevità.

All'epoca presi quelle parole col beneficio del dubbio, ma oggi mi sento di confermare che questi vitigni sono, almeno per quanto mi riguarda, la materia di cui sono fatti gran parte dei miei assaggi più nitidi ed eleganti degli ultimi anni.

Questo anche grazie a realtà come Grifalco e come altre giovani e meno giovani aziende del Vulture che finalmente hanno iniziato ad interpretare l'Aglianico con il garbo e la sensibilità necessari per renderlo il grande vino che è sempre potuto essere e che oggi è!

A dimostrazione di ciò ci sono i vini che ho avuto modo di assaggiare della cantina Grifalco:
vini grifalco aglianico vulture
Gricos Aglianico del Vulture DOC 2015 - Grifalco: è ancora un giovincello questo Gricos ma è capace di mostrare un lato più fresco, affabile e a tratti già godibile di un vitigno che, sin troppo spesso, viene denigrato in giovane età. Questa interpretazione regala piacevolezza senza sottrarre nerbo, struttura e trama tannica, ma semplicemente armonizzando il tutto con accortezza ed equilibrio.

Grifalco Aglianico del Vulture DOC 2015 - Grifalco: la struttura del Grifalco è possente, ma ben bilanciata dallo slancio acido e minerale tipico di questo vitigno e di questi terreni. Il legno è in via di integrazione ed è proprio in questa fase di autodeterminazione che l'Aglianico racconta di più della sua raccolta, della maturità e dell'equilibrio, nonché dell'estrazione in macerazione. Si racconta senza creare alibi né tanto meno mettendo le mani avanti, bensì lo fa per esporre la propria essenza che non muterà, mentre a mutare sarà la nostra percezione della sua sostanza.

Damaschito Aglianico del Vulture DOC 2013 - Grifalco: il vino che di più sento nelle mie corde sin dal primo incontro con questa realtà. Il varietale purissimo nel pieno del suo cammino evolutivo, ti traina verso il Vulture, verso ciò che questa terra era e ciò che torna ad essere in ogni calice vulcanico. Potenza e acidità, carattere ed eleganza non sembrano mostrare alcun problema di convivenza. A quanto sento, più che la crisi del 7° anno, altri 2 anni di vetro è proprio ciò che serve per fortificare ancor di più questo sodalizio fra struttura e finezza.

Daginestra Aglianico del Vulture DOC 2012 - Grifalco: la complessità di questo cru e pari alla saggezza delle sue vigne, capaci di conferire al naso un'identità unica in cui fiore, frutto, spezia e ferro di fondono con grande armonia e nessuna esuberanza. Una testimonianza in bottiglia di quanto l'Aglianico possa anelare alla finezza sia aromatica che di sorso, grazie al grande slancio fresco e minerale e al tannino fitto e acuto come il pensiero di chi sa interpretare senza deviare la vocazione di una terra e del suo varietale principe.

Fabrizio e Cecilia hanno lasciato l'azienda in buonissime mani e nel mio percorso alla continua ricerca di giovani vignaioli e realtà agli inizi della loro storia enoica, Lorenzo e Andrea si sono dimostrati una costanza conferma in termini di coerenza ed equilibrio, crescendo gradualmente e non lesinando sforzi e migliorie per ottenere sempre di più dalle proprie uve.
generazione vulture cantine
Confido molto, inoltre, nell'integrazione che i due giovani hanno fortemente voluto con gli altri vignaioli locali di Generazione Vulture, in quanto molta dell'attuale rivalsa dell'Aglianico parte proprio da questa positiva e propositiva unione di intenti. Bravi!

F.S.R.
#WineIsSharing

sabato 22 giugno 2019

Drink Pink in Sicily - Un evento interamente dedicato ai vini rosati siciliani

Torno in Sicilia per un tour approfondito dell'Etna ma anche e soprattutto per un evento a cui tengo particolarmente: Drink Pink in Sicily.
Dopo il successo dell'Only Wine Rosé di quest'anno è stato un piacere per me accogliere l'invito a  portare un mio piccolo contributo a quella che è diventata la rassegna di riferimento per i Rosati siciliani, dal Vulcano ai tre valli.
drink pink sicily evento
Un evento ideato da Gea Calì, imprenditrice e sommelier ma soprattutto grande appassionata di enogastronomia, che vede nei rosati un focus sul quale puntare fortemente anche in Sicilia.
Lunedì 24 giugno al SAL – Spazio avanzamento lavori di Catania troverete la classica formula dei banchi d'assaggio con la presenza di molti importanti produttori siciliani.
Appassionati e addetti ai lavori avranno modo, inoltre, di approfondire il tema “in rosa” sia per quanto concerne il metodo classico che, ovviamente, per i rosati fermi tramite interessanti degustazioni e momenti di dibattito e confronto. 

-Alle 11.30 con il seminario: "7 Bolle Rosa - La sfida del metodo classico in Sicilia"
Manlio Giustiniani, Champagne & Wine Consultant, guiderà la degustazione di 7 etichette per comprendere meglio l'avventura spumantistica siciliana: 
Murgo Brut Rosè (nerello mascalese)
Nutaru Spumante Metodo Classico Rosè Avide (Frappato)
Fin Che Venga metodo classico rosé Cambria (Nocera)
Rosé Cuvée Vitese 595 Colomba bianca ( nero d'avola)
Donnafugata millesimato rosé (Pinot nero)
Almerita rosé tasca D'almerita (Pinot nero)
Rosé Brut Spumante Metodo Classico terrazze dell'etna (pinot nero 90%/nerello mascalese 10%).

-Alle 16,30 ci sarà la tavola rotonda sull’evoluzione del vino rosato, con la partecipazione dei delegati Slow Wine, Slow Food, Consorzio Etna Doc. Ass. Strada del vino e dei sapori dell’Etna, Ass. strada del vino Cerasuolo di Vittoria Docg, Associazione nazionale donne del vino di Sicilia.

-Alle 18.00 saranno aperti i banchi d’assaggio, con le proposte delle numerose cantine che hanno aderito all’iniziativa, che faranno conoscere i propri vini rosati ai winelovers.

-Alle 18.30 avrò l'opportunità, il piacere e l'onore di condurre la prima “Verticale storica di 7 annate di “Osa! questo non è un vino tranquillo”, Frappato rosato I.G.T. dell'Azienda Paolo Calì, che condividerà con me quest'evento.
Le annate in degustazione selezionate dall'enologo Emiliano Falsini saranno le seguenti: 2008 – 2013 – 2014 – 2015 – 2016 – 2017 – 2018.

L’edizione di quest’anno sarà caratterizzata da un'iniziativa digitale innovativa. L'introduzione di Memorvino, una soluzione unica che crea una relazione coinvolgente e interattiva fra produttore e visitatore, che sia operatore professionale o wine lover. Grazie al “bicchiere intelligente” ed allo scambio di dati preziosi presso i tavoli degli espositori, nessuna informazione relativa a visitatori, vini e degustazioni andrà perduta. Un vero e proprio filo diretto tra esperienza fisica e digitale. Soluzioni semplici, attuali, che si aggiornano in tempo reale, coinvolgenti, estremamente utili.
Vi aspetto a Catania lunedì 24 giugno!
F.S.R.
#WineIsSharing

giovedì 20 giugno 2019

Giovanni Montisci - Il vignaiolo artigiano del Cannonau di Mamoiada

Negli ultimi 3 anni la Sardegna è stata una delle regioni che ho visitato più spesso enoicamente parlando.
Per chi ama la vigna come me quello  dei vigneti centenari ad alberello che, spesso, affondano le proprie radici nella sabbia, è un richiamo irresistibile. 
L'emancipazione dalle cantine sociali e la volontà di produrre qualcosa di proprio sta portando alcuni ostinati vignaioli a creare piccole cantina capaci di stupire attraverso un approccio rispettoso della tradizione ma, al contempo, contemporaneo nell'interpretazione di vini che possono e sanno essere eleganti e profondi come pochi altri.
Uno degli interpreti più importanti della storia vitivinicola sarda più recente è, senza tema di smentita, Giovanni Montisci, ex meccanico ora dedito anima e corpo alla vigna e alla cantina.
La Cantina Giovanni Montisci è a Mamoiada, terra dalle mille suggestioni, dove i vigneti si spingono fino a ben oltre i 600metri sul livello del mare. Un luogo in cui le viti lottano e i vignaioli devono fare altrettanto eppure tutto trova il suo equilibrio nel rispetto profondo della terra e di quelle uve di Cannonau così diverse da quelle prodotte in altri areali dell'isola.
Mamoiada rappresenta un'enclave in cui tutto assume connotazioni differenti e l'apparente chiusura di questo “Grand Cru” si apre ad interpretazioni luminose del vino principe dell'enologia sarda.
Giovanni questo lo sa e proprio per questo sin dal primo momento in cui ha messo piede nei primi appezzamenti di vigne vecchie ereditati dalla suocera ha voluto rispettarne profondamente l'identità territoriale e varietale attraverso una conduzione agronomica e un approccio di cantina che limitassero al minimo l'incidenza del lavoro dell'uomo.
Un autodidatta che con forza di volontà e dedizione estreme ha cominciato a produrre le sue piccolissime tirature di bottiglie nel 2004 per poi crescere con il maturare della propria esperienza ma senza mai perdere di vista la dimensione artigiana della sua piccolissima cantina. Da poco più di 2ha Giovanni trae 2 Cannonau (Barrosu e Barrosu Riserva Franzisca dedicato alla moglie), un Rosato (Barrosu Rosato) in tiratura limitatissima e un bianco (Modestu prodotto con uve Moscato e recentemente da una vigna centenaria di Granazza).
vini montisci giovanni
Andarlo a trovare in questo finale di primavera così strano, dopo un maggio mai così freddo e piovoso che non si è fatto mancare neanche una notte di maestrale che ha spaventato e non poco i vignaioli locali, è stato fondamentale per comprendere quanto Giovanni Montisci sia legato al territorio e ai suoi vini.
La sua reputazione lo precede dato che il suo vino Barrosu ("Spavaldo" in dialetto locale) prende il nome dal soprannome che Giovanni e il suo stesso vino si sono meritati per la sicurezza e la spavalderia che hanno mostrato sin dalle prime vinificazioni.
Eppure, a questa grande sicurezza nel proprio lavoro e nel prodotto dello stesso, Giovanni alterna profonda umanità e nitida generosità, che lo spingono a mettersi a disposizione di altri piccoli vignaioli artigiani là dove serva un consiglio o un aiuto. Una giornata all'insegna della convivialità, che passa per il maialino in vigna da condividere con altri produttori presenti e arriva agli assaggi senza tanti fronzoli dei loro vini e di quelli di Giovanni come un raro Barrosu 2006 ancora in grado di far parlare di sé. Assaggi che seguono a quelli del suo Rosato intenso e profondo come pochi sanno essere e della sua Granazza irriverente nel suo essere sopra le righe. 
Sin dal principio questo artigiano del vino sardo ha avuto le idee molto chiare sul come portare avanti la propria piccola produzione partendo da una conduzione agronomica nel pieno rispetto del regime biologico e un impatto enologico in estrema sottrazione con vinificazioni a tino aperto,  fermentazioni spontanee e affinamento in botte grande. Bandite anche filtrazione, chiarifica o stabilizzazione. Un approccio che potrebbe spaventare, specie per le brutte esperienze che ho avuto personalmente con altri vini dell'isola che vantavano peculiarità simili.
Invece i vini di Giovanni mostrano vitalità e riescono a mantenersi integri e identitari con grande caparbietà e una cifra stilista sicuramente riconoscibile.
vigne alberello mamoiada
Assaggiando da botte il ritmo dei futuri Cannonau di Giovanni Montisci sembra quello della danza dei Mamuthones, così lento, cadenzato, così imponente nel definire il proprio incedere e così intenso dal riempire il vuoto di ogni pausa con il rumore di un silenzio catartico.
E' proprio dopo averne percepito l'intensità che arriva la luce che ti trascina con un movimento rapido e netto come la fune di un Issohadore. 
Vini mediterranei nel loro spettro olfattivo così balsamico, che al sorso coniugano perfettamente la classica struttura mamoiadina al distintivo nerbo acido e all'intensa sapidità.
montisci giovanni cantina
Inutile parlarvi ancora dei singoli assaggi quando ciò che va valutato di un artigiano come Giovanni Montisci è la capacità dei suoi vini di rappresentare chi li fa - la terra e il vignaiolo - in maniera fedele, giocando sul filo di equilibri tanto labili quanto saldi, ferrei, per nulla traballanti.
mamoiada buoi vigna
A Giovanni piacciono le auto veloci e usa ancora i buoi per sarchiare le vigne più vecchie, ama viaggiare ma ha radici profonde in queste terre, è lungimirante ma non abbandonerebbe mai la tradizione. Tutto questo potrebbe sembrare indice di una ingiustificata dicotomia invece è proprio nel contrasto che si crea un'armonia unica come quella che Mamoiada ha insita in sé, dimostrando di poter infondere il duplice carattere di montagna e di mare alle sue uve e ai suoi vini.
"Ciò che è opposto si concilia, dalle cose in contrasto nasce l’armonia più bella, e tutto si genera per via di contesa." (Eraclito)
Una forza, la sua, infusa dagli alberelli di ogni suo piccolo appezzamento ma soprattutto dalla sua splendida famiglia che non smette mai di citare e di raccontare con orgoglio e consapevolezza. 
famiglia montisci
Il modo migliore per comprendere le mie parole e l'essenza del lavoro di questo caparbio vignaiolo sardo è andare a Mamoiada ma, sono certo, vi basterà assaggiare i suoi vini per sentirvi parte di un pensiero artigiano e di un orgoglio fiero che solo uomini come Giovanni Montisci sanno tramutare in liquide espressioni di territorio.

F.S.R.
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martedì 18 giugno 2019

Ritratto di un Wine Blogger - Un'intervista inaspettata

Qualche giorno fa mi scrive una persona che stimo molto, una giornalista che ha sempre dedicato grande e costante attenzione ai miei umili scritti. Mi scrive per chiedermi di fare due chiacchiere - qualcuno le chiama interviste, ma io continuo a vederle come semplici chiacchierate fra amici - e io non potevo di certo dirle di no!
intervista francesco saverio russo
Ecco cosa ne è scaturito e per questo non posso che ringrazia Malinda Sassu e la redazione de "Il Golfo 24" per aver dato spazio alle mie parole e alla mia esperienza di vita e di vino. Sono sempre restio quando si tratta di raccontarmi, ma ci tenevo molto alla pubblicazione di queste parole in un territorio al quale sono particolarmente legato (data la metà campana del mio corredo cromosomico) come quello di Ischia e Procida.
wine influencer bloggerù
Eccovi l'intervista integrale:
Un popolare credo buddhista sostiene che le parole hanno il potere di distruggere e di creare. E quando le parole sono sincere e gentili possono cambiare il mondo. Se allo scatto di un tramonto in vigna unisci parole che emozionano e conquistano, ecco che racconti una storia. Di quelle che creano la connessione giusta tra il territorio, il suo vino e chi lo berrà; uno scatto e parole che raccontano di vita e di vigneti, di terra e di gente, in un mondo, quello dei social. che corre e spesso dimentica. Benvenuti nel blog di Francesco Saverio Russo,benvenuti nel blog dove i racconti dalla vigna al bicchiere parlano tutte le lingue del mondo, nonostante il sito sia scritto in italiano.
E come tutte le cose belle, è il caso (e la passione) che ti mostra la giusta via. «Il vino è entrato nella mia vita a gamba tesa, in maniera fortuita, come spesso accade per le grandi passioni e per i grandi cambiamenti». Si racconta così, con grande semplicità, Francesco Saverio Russo, un lavoro nel campo della comunicazione ma grande appassionato di vino e di tutto quel mondo che ruota intorno ad esso. Innamoratissimo della sua terra, le Marche, e della sua Cingoli che lascia a malincuore per trasferirsi in Toscana, folgorato “sulla via delle vigne”nella patria dei grandi vini. Muove da qui la sua passione e la creazione di uno dei wine blog più seguiti in Italia e all’estero, www.wineblogroll.com, con tutta una serie di numeriche già da soli raccontano la storia di un grande successo personale, tale da trascinare Francesco Saverio Russo nell’olimpo dei Top Wine Influencer, tra i primi 25 al mondo. Il che non ha assolutamente condizionato il suo modo di raccontare il vino, spiegato e non urlato, raffinato e di classe, senza stroncature, punteggi e critiche: «Inizialmente ho pensato che il successo di www.wineblogroll.com e della mia figura di comunicatore potesse portarmi a “dover fare” cose che non amo, a dover cedere a compromessi – racconta il wine writer marchigiano – ma, poi, ho capito che io non sarei mai stato in grado di cambiare per qualche canto di sirena o qualche lusinga economica. Ho voluto proseguire con la mia linea etica e il mio modus operandi scevro da legami con le singole aziende produttrici e libero da condizionamenti se non quelli emozionali». Sono infatti le emozioni dei suoi racconti enoici a colpire i lettori del blog, una sorta di empatia nel calice da condividere con i follower, ben 63.000 solo su Instagram.

Un pubblico eterogeneo, nel quale è impossibile distinguere i wine lovers dai produttori. Perché il mondo di Saverio è un insieme di persone accomunate da una stessa passione: «Attualmente potrei distinguere il pubblico dei social da quello del wine blog ma in realtà mi piace vedere tutti come un grande insieme di appassionati uniti dal filo rosso (bianco o rosé) dell’amore per il vino. Se c’è una cosa che mi riempie di gioia è sapere che a leggermi sono anche molti tecnici e vignaioli e non solo i wine lovers. Nell'ottica di una comunicazione enoica trasversale questo mi fa molto piacere».
Il potere e l’influenza di Saverio sta nelle sue parole, infinite e travolgenti, dentro e intorno al vino, lo leggeresti per ore e non ti stancheresti mai.
Le cosiddette marchette? Non sul suo blog. Saverio parla solo ed esclusivamente di quei vini che gli hanno toccato l’anima e non solo il palato, durante i suoi innumerevoli viaggi: «Credo che la comunicazione e in particolare la comunicazione enoica, oggi, stia attraversando un momento fortemente dicotomico: da un lato quella legata alla mera promozione e, quindi, fondata sui principi del marketing e dall’altro una comunicazione che mira alla condivisione di informazioni, esperienze dirette e impressioni personali. In entrambe, a mio parere, è fondamentale mantenere un profondo rispetto per l’argomento trattato – nel mio caso il vino – e per chi legge. La disinformazione e la superficialità imperano e l’unica strada vincente è la qualità dei contenuti. Per permettersi di “informare e formare”, per provare a dare qualcosa di concreto e, in alcuni casi, persino ad educare il pubblico di appassionati è importante non smettere mai di mettersi in gioco studiando, viaggiando e vivendo a pieno questo meraviglioso mondo».
Ma cosa significa essere wine influencer e quale il suo ruolo nel mondo enoico? Un termine che gli è piovuto addosso dopo essersi ritrovato tra i più “popolari” comunicatori del vino secondo l’importante portale francese Socialvignerons.com,  insieme ai più noti esponenti della critica globale:«Per un po’, l’idea di essere considerato un comunicatore capace di “influenzare” l’opinione pubblica non è dispiaciuta, in quanto conscio della mia etica e della trasparenza che da sempre cerco di portare avanti, ma negli ultimi due anni, a causa dell’avvento dei cosiddetti instagramers, la semantica legata ai termini enoici come appunto, “wine influencer” è diventata fumosa e fuorviante. Oggi, infatti, non è difficile aprire un profilo instagram e guadagnare followers e likes attraverso mere strategie di marketing. Queste dinamiche mi hanno portato a riflettere molto sulla figura che identifico e su quanto io mi ritenga distante da tutto ciò. Perciò, se dovessi descrivermi con un termine internazionale mi sentirei più a mio agio con qualcosa di simile a “wine writer” per non andare a scomodare termini autoreferenziali come “expert” o “educator”, per quanto oggi la componente formativa mi stia molto a cuore».
Quanto gioca il fattore emozionale nel lavoro di un wine blogger, quali i fattori che condizionano le sue scelte nel decidere di parlare di una cantina piuttosto di un’altra? Il segreto sta nell’esperienza: «Più aumenta la conoscenza, più si affina il palato, più si acquisiscono nozioni agronomiche ed enologiche – racconta ancora Saverio – più si diventa esigenti e l’emozione va di pari passo con la capacità di una realtà, di una storia, di una vigna, di una cantina e di un vino di stupire in base alle sue peculiarità. Sto lavorando al mio primo libro e riprendendo in mano gli appunti e gli articoli pubblicati negli ultimi anni mi sono reso conto di aver scritto di non più del 10% delle cantine visitate e di meno del 5% dei vini assaggiati. Credo che questo valga molto di più».
Grazie a Francesco Saverio Russo e ai suoi racconti, sono tantissime le persone che hanno potuto conoscere il ritratto intimo di un vignaiolo in Sardegna e desiderarne il vino, ad esempio, insieme a quelle sue fotografie che da sole valgono mille parole. Un insider del vino, piuttosto che un mero suggeritore di etichette, questo il vero wine influencer: «La mia percezione è quella che sia in atto un cambiamento epocale e che gli appassionati,grazie al maggior accesso alle informazioni su cantine e vini, stiano scegliendo in maniera sempre più consapevole ciò che andranno ad acquistare – spiega il noto wine writer – Io vedo la mia figura come un veicolo per ciò che sarebbe difficile da scovare per chiunque non dedichi – come me – il 90% della propria vita al girovagar enoico e agli assaggi di centinaia di vini. Il compito dichi comunica è dare le basi a chi legge per farsi una propria idea e dedicare di conseguenza chi visitare, chi andare a conoscere e quali vini acquistare».
Un rapporto di fiducia insomma, che Saverio ha voluto condensare nel suo hashtag #WineIsSharing perché il suo è un percorso fatto di vigne e vignaioli, di viaggi e racconti da condividere insieme ai followers per conoscere e far conoscere, perché il vino in fondo è condivisione, in ogni suo assaggio. Gli domando, infine, di Ischia e dei suoi terroir così particolari e così poco comunicati, vini lontani dal wine digital seppur di nicchia, con la speranza di vederlo presto enovagare tra i vigneti eroici di un’Isola meravigliosa che avrebbe tanto da dire: «Manco dall’Isola da molto e pensavo giusto qualche giorno fa a quei vigneti incastonati in un contesto unico che da solo potrebbe veicolare l’intero micro-comparto vitivinicolo. Una viticoltura eroica che vede nella suggestione dei suoi vigneti e nell’approccio manuale alle principali pratiche agronomiche un valore aggiunto ma, al contempo, un problema in termini di costi. La viticoltura ischitana affonda le proprie radici nella notte dei tempi, ma gli ettari vitati negli anni sono stati decimati dalla speculazione edilizia e dalla scelta di votare ogni risorsa al turismo senza pensare che il vino stesso e quei meravigliosi vigneti e i vini ivi prodotti potessero rappresentare un valore inestimabile per l’isola. Oggi sono solo pochi i produttori rimasti ma credo che l’attrattiva rimanga per i winelovers e per tutti coloro che amano vigne estreme, dal fascino senza tempo, come il sottoscritto. Predico da anni l’aggregazione tra produttori e, ancor più in contesti così circoscritti, l’idea di riunirsi in un consorzio e di attuare attività consortili atte alla valorizzazione del territorio e della produzione vinicola non può che essere una tappa fondamentale per il futuro. Io, da par mio, non posso che promettere di tornare presto sull’Isola per vivere la viticoltura locale, constatarne le attuali potenzialità e veicolarne al meglio l’unicità».
In attesa di raggiungere le suggestive vigne ischitane ringrazio ancora a Malinda Sassu e a Il Golfo 24 per avermi dato l'opportunità di raccontarmi e di condividere la mia instancabile passione per il vino.


F.S.R.
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