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martedì 25 giugno 2019

Grifalco - L'Aglianico del Vulture secondo i giovani Lorenzo e Andrea Piccin

Qualche settimana sono tornato in una terra dalla grande vocazione, che negli ultimi anni sta vivendo un principio di riscossa più che meritata. Parlo del Vulture, areale che ricade nella parte nord della Regione Basilicata, in Provincia di Potenza e comprende un territorio di alta e media collina, situato sulle pendici del vulcano spento denominato Monte Vulture che annovera vette che superano abbondantemente i 1300mslm, per poi degradare progressivamente verso ovest lungo il fiume Ofanto e verso Est verso la piana della Puglia. Un territorio che gode della ricchezza dei terreni vulcanici e della varietà di quote altimetriche originate dall'attività orogenetica del vulcano. Sono proprio i rilievi tra i 200 e gli oltre 700 mslm ad ospitare la viticoltura del Vulture in cui regna indiscusso l'autoctono Aglianico.
cantina grifalco vulture
Un potenziale per molti anni sopito in cui, però, molti hanno sempre creduto, proprio come la famiglia Piccin, che dalla toscanissima Montepulciano ha deciso di trasferire la propria esperienza vitivinicola e tutta la loro fiducia enoica in Basilicata e più precisamente a Venosa, dove hanno fondato la Cantina Grifalco della Lucania.
grifalco della lucania
La Cantina Grifalco nasce nel 2004 dal volere di Cecilia e Fabrizio, che hanno visto proprio nel Vulture il territorio ideale in cui creare, insieme ai propri figli Lorenzo e Andrea, una realtà nuova e di grande prospettiva.

Oggi l'azienda è gestita in autonomia proprio dai due giovani fratelli con Lorenzo completamente dedicato alla gestione agronomica ed enologica e Andrea alla parte commerciale. 
piccin grifalco vini
Sono proprio Lorenzo e Andrea ad accogliermi in azienda, mostrandomi con grande fierezza le novità apportate in cantina e le nuove dotazioni acquisite per una sempre più oculata gestione della raccolta. Attenzioni volte totalmente alla qualità e al rispetto, valori che hanno permesso alla Grifalco di passare dall'essere una realtà inizialmente avulsa dal territorio (come spesso accade, chi investe in un territorio da “alloctono”, deve scontare un periodo di incubazione permeato da un'ingiustificata diffidenza) a un riferimento in Italia e nel mondo quanto si parla di Aglianico del Vulture.
grappolo aglianico
La volontà di far tornare in auge un vino dal passato complesso come l'Aglianico passa tutta attraverso le scelte della famiglia che sin dal principio ha deciso di coltivare solo ed esclusivamente Aglianico del Vulture nelle varie piccole parcelle di vigna sparse in diverse zone dell'areale, con un'età che spazia tra i 20 e gli 80 anni, su terreni completamente diversi l’uno dall’altro e differenti espressioni.

L'idea è sempre stata quella di mostrare attraverso un'interpretazione saggia e oculata e un lavoro in sottrazione le varie sfaccettature dell'Aglianico attraverso l'identità che il varietale può esprimere nei diversi “cru” aziendali.
vendemmia aglianico vulture
Un concetto, quello di “cru”, che non era ancora stato preso in considerazione in maniera così convinta ma che ha permesso a Grifalco di distinguersi e di comunicare un Aglianico pronto a confrontarsi con i più grandi areali italiani per vocazione.

Ecco così nascere i vini da singola vigna come il Damaschito dalla vigna di San Martino e, successivamente, il Daginestra.

Un approccio, quello della famiglia Piccin, che sta portando, insieme al lavoro di squadra messo a punto con il gruppo Generazione Vulture formato dalle “nuove leve” della denominazione, l'Aglianco del Vulture a divenire il riferimento dei vini del Sud Italia.
vulture vigneti grifalco
Un vino che ha dovuto pagare per anni lo scotto di esser percepito come frutto di un vitigno di nicchia e di cui la gente era timorosa, per via di interpretazioni passate votate all'eccesso di struttura alcolica e dai tannini sgraziati che ne ostacolavano le beva.

Ho sempre sostenuto che l'Aglianico fosse uno dei più grandi vitigni italiani e, come ho avuto modo di raccontare a Lorenzo e Andrea durante la mia visita, è assurdo che la sua rivalsa stia arrivando solo ora, quando in luoghi culto del vino globale come la Borgogna c'è chi ha sempre visto in questo varietale grandi potenzialità anche in termini di eleganza. Sì, perché fu proprio un vignaiolo di Borgogna a tracciarmi una linea ideale dell'eleganza, confermatami poi da un grande enologo italiano che in Borgogna ha lavorato, che vedeva nel Pinot Noir, il Nebbiolo, il Sangiovese delle zone classiche, l'Aglianico e il Nerello Capuccio i vitigni più difficili da gestire per ottenere la finezza auspicata ma anche quelli capaci dei più grandi exploit in termini di classe e longevità.

All'epoca presi quelle parole col beneficio del dubbio, ma oggi mi sento di confermare che questi vitigni sono, almeno per quanto mi riguarda, la materia di cui sono fatti gran parte dei miei assaggi più nitidi ed eleganti degli ultimi anni.

Questo anche grazie a realtà come Grifalco e come altre giovani e meno giovani aziende del Vulture che finalmente hanno iniziato ad interpretare l'Aglianico con il garbo e la sensibilità necessari per renderlo il grande vino che è sempre potuto essere e che oggi è!

A dimostrazione di ciò ci sono i vini che ho avuto modo di assaggiare della cantina Grifalco:
vini grifalco aglianico vulture
Gricos Aglianico del Vulture DOC 2015 - Grifalco: è ancora un giovincello questo Gricos ma è capace di mostrare un lato più fresco, affabile e a tratti già godibile di un vitigno che, sin troppo spesso, viene denigrato in giovane età. Questa interpretazione regala piacevolezza senza sottrarre nerbo, struttura e trama tannica, ma semplicemente armonizzando il tutto con accortezza ed equilibrio.

Grifalco Aglianico del Vulture DOC 2015 - Grifalco: la struttura del Grifalco è possente, ma ben bilanciata dallo slancio acido e minerale tipico di questo vitigno e di questi terreni. Il legno è in via di integrazione ed è proprio in questa fase di autodeterminazione che l'Aglianico racconta di più della sua raccolta, della maturità e dell'equilibrio, nonché dell'estrazione in macerazione. Si racconta senza creare alibi né tanto meno mettendo le mani avanti, bensì lo fa per esporre la propria essenza che non muterà, mentre a mutare sarà la nostra percezione della sua sostanza.

Damaschito Aglianico del Vulture DOC 2013 - Grifalco: il vino che di più sento nelle mie corde sin dal primo incontro con questa realtà. Il varietale purissimo nel pieno del suo cammino evolutivo, ti traina verso il Vulture, verso ciò che questa terra era e ciò che torna ad essere in ogni calice vulcanico. Potenza e acidità, carattere ed eleganza non sembrano mostrare alcun problema di convivenza. A quanto sento, più che la crisi del 7° anno, altri 2 anni di vetro è proprio ciò che serve per fortificare ancor di più questo sodalizio fra struttura e finezza.

Daginestra Aglianico del Vulture DOC 2012 - Grifalco: la complessità di questo cru e pari alla saggezza delle sue vigne, capaci di conferire al naso un'identità unica in cui fiore, frutto, spezia e ferro di fondono con grande armonia e nessuna esuberanza. Una testimonianza in bottiglia di quanto l'Aglianico possa anelare alla finezza sia aromatica che di sorso, grazie al grande slancio fresco e minerale e al tannino fitto e acuto come il pensiero di chi sa interpretare senza deviare la vocazione di una terra e del suo varietale principe.

Fabrizio e Cecilia hanno lasciato l'azienda in buonissime mani e nel mio percorso alla continua ricerca di giovani vignaioli e realtà agli inizi della loro storia enoica, Lorenzo e Andrea si sono dimostrati una costanza conferma in termini di coerenza ed equilibrio, crescendo gradualmente e non lesinando sforzi e migliorie per ottenere sempre di più dalle proprie uve.
generazione vulture cantine
Confido molto, inoltre, nell'integrazione che i due giovani hanno fortemente voluto con gli altri vignaioli locali di Generazione Vulture, in quanto molta dell'attuale rivalsa dell'Aglianico parte proprio da questa positiva e propositiva unione di intenti. Bravi!

F.S.R.
#WineIsSharing

sabato 22 giugno 2019

Drink Pink in Sicily - Un evento interamente dedicato ai vini rosati siciliani

Torno in Sicilia per un tour approfondito dell'Etna ma anche e soprattutto per un evento a cui tengo particolarmente: Drink Pink in Sicily.
Dopo il successo dell'Only Wine Rosé di quest'anno è stato un piacere per me accogliere l'invito a  portare un mio piccolo contributo a quella che è diventata la rassegna di riferimento per i Rosati siciliani, dal Vulcano ai tre valli.
drink pink sicily evento
Un evento ideato da Gea Calì, imprenditrice e sommelier ma soprattutto grande appassionata di enogastronomia, che vede nei rosati un focus sul quale puntare fortemente anche in Sicilia.
Lunedì 24 giugno al SAL – Spazio avanzamento lavori di Catania troverete la classica formula dei banchi d'assaggio con la presenza di molti importanti produttori siciliani.
Appassionati e addetti ai lavori avranno modo, inoltre, di approfondire il tema “in rosa” sia per quanto concerne il metodo classico che, ovviamente, per i rosati fermi tramite interessanti degustazioni e momenti di dibattito e confronto. 

-Alle 11.30 con il seminario: "7 Bolle Rosa - La sfida del metodo classico in Sicilia"
Manlio Giustiniani, Champagne & Wine Consultant, guiderà la degustazione di 7 etichette per comprendere meglio l'avventura spumantistica siciliana: 
Murgo Brut Rosè (nerello mascalese)
Nutaru Spumante Metodo Classico Rosè Avide (Frappato)
Fin Che Venga metodo classico rosé Cambria (Nocera)
Rosé Cuvée Vitese 595 Colomba bianca ( nero d'avola)
Donnafugata millesimato rosé (Pinot nero)
Almerita rosé tasca D'almerita (Pinot nero)
Rosé Brut Spumante Metodo Classico terrazze dell'etna (pinot nero 90%/nerello mascalese 10%).

-Alle 16,30 ci sarà la tavola rotonda sull’evoluzione del vino rosato, con la partecipazione dei delegati Slow Wine, Slow Food, Consorzio Etna Doc. Ass. Strada del vino e dei sapori dell’Etna, Ass. strada del vino Cerasuolo di Vittoria Docg, Associazione nazionale donne del vino di Sicilia.

-Alle 18.00 saranno aperti i banchi d’assaggio, con le proposte delle numerose cantine che hanno aderito all’iniziativa, che faranno conoscere i propri vini rosati ai winelovers.

-Alle 18.30 avrò l'opportunità, il piacere e l'onore di condurre la prima “Verticale storica di 7 annate di “Osa! questo non è un vino tranquillo”, Frappato rosato I.G.T. dell'Azienda Paolo Calì, che condividerà con me quest'evento.
Le annate in degustazione selezionate dall'enologo Emiliano Falsini saranno le seguenti: 2008 – 2013 – 2014 – 2015 – 2016 – 2017 – 2018.

L’edizione di quest’anno sarà caratterizzata da un'iniziativa digitale innovativa. L'introduzione di Memorvino, una soluzione unica che crea una relazione coinvolgente e interattiva fra produttore e visitatore, che sia operatore professionale o wine lover. Grazie al “bicchiere intelligente” ed allo scambio di dati preziosi presso i tavoli degli espositori, nessuna informazione relativa a visitatori, vini e degustazioni andrà perduta. Un vero e proprio filo diretto tra esperienza fisica e digitale. Soluzioni semplici, attuali, che si aggiornano in tempo reale, coinvolgenti, estremamente utili.
Vi aspetto a Catania lunedì 24 giugno!
F.S.R.
#WineIsSharing

giovedì 20 giugno 2019

Giovanni Montisci - Il vignaiolo artigiano del Cannonau di Mamoiada

Negli ultimi 3 anni la Sardegna è stata una delle regioni che ho visitato più spesso enoicamente parlando.
Per chi ama la vigna come me quello  dei vigneti centenari ad alberello che, spesso, affondano le proprie radici nella sabbia, è un richiamo irresistibile. 
L'emancipazione dalle cantine sociali e la volontà di produrre qualcosa di proprio sta portando alcuni ostinati vignaioli a creare piccole cantina capaci di stupire attraverso un approccio rispettoso della tradizione ma, al contempo, contemporaneo nell'interpretazione di vini che possono e sanno essere eleganti e profondi come pochi altri.
Uno degli interpreti più importanti della storia vitivinicola sarda più recente è, senza tema di smentita, Giovanni Montisci, ex meccanico ora dedito anima e corpo alla vigna e alla cantina.
La Cantina Giovanni Montisci è a Mamoiada, terra dalle mille suggestioni, dove i vigneti si spingono fino a ben oltre i 600metri sul livello del mare. Un luogo in cui le viti lottano e i vignaioli devono fare altrettanto eppure tutto trova il suo equilibrio nel rispetto profondo della terra e di quelle uve di Cannonau così diverse da quelle prodotte in altri areali dell'isola.
Mamoiada rappresenta un'enclave in cui tutto assume connotazioni differenti e l'apparente chiusura di questo “Grand Cru” si apre ad interpretazioni luminose del vino principe dell'enologia sarda.
Giovanni questo lo sa e proprio per questo sin dal primo momento in cui ha messo piede nei primi appezzamenti di vigne vecchie ereditati dalla suocera ha voluto rispettarne profondamente l'identità territoriale e varietale attraverso una conduzione agronomica e un approccio di cantina che limitassero al minimo l'incidenza del lavoro dell'uomo.
Un autodidatta che con forza di volontà e dedizione estreme ha cominciato a produrre le sue piccolissime tirature di bottiglie nel 2004 per poi crescere con il maturare della propria esperienza ma senza mai perdere di vista la dimensione artigiana della sua piccolissima cantina. Da poco più di 2ha Giovanni trae 2 Cannonau (Barrosu e Barrosu Riserva Franzisca dedicato alla moglie), un Rosato (Barrosu Rosato) in tiratura limitatissima e un bianco (Modestu prodotto con uve Moscato e recentemente da una vigna centenaria di Granazza).
vini montisci giovanni
Andarlo a trovare in questo finale di primavera così strano, dopo un maggio mai così freddo e piovoso che non si è fatto mancare neanche una notte di maestrale che ha spaventato e non poco i vignaioli locali, è stato fondamentale per comprendere quanto Giovanni Montisci sia legato al territorio e ai suoi vini.
La sua reputazione lo precede dato che il suo vino Barrosu ("Spavaldo" in dialetto locale) prende il nome dal soprannome che Giovanni e il suo stesso vino si sono meritati per la sicurezza e la spavalderia che hanno mostrato sin dalle prime vinificazioni.
Eppure, a questa grande sicurezza nel proprio lavoro e nel prodotto dello stesso, Giovanni alterna profonda umanità e nitida generosità, che lo spingono a mettersi a disposizione di altri piccoli vignaioli artigiani là dove serva un consiglio o un aiuto. Una giornata all'insegna della convivialità, che passa per il maialino in vigna da condividere con altri produttori presenti e arriva agli assaggi senza tanti fronzoli dei loro vini e di quelli di Giovanni come un raro Barrosu 2006 ancora in grado di far parlare di sé. Assaggi che seguono a quelli del suo Rosato intenso e profondo come pochi sanno essere e della sua Granazza irriverente nel suo essere sopra le righe. 
Sin dal principio questo artigiano del vino sardo ha avuto le idee molto chiare sul come portare avanti la propria piccola produzione partendo da una conduzione agronomica nel pieno rispetto del regime biologico e un impatto enologico in estrema sottrazione con vinificazioni a tino aperto,  fermentazioni spontanee e affinamento in botte grande. Bandite anche filtrazione, chiarifica o stabilizzazione. Un approccio che potrebbe spaventare, specie per le brutte esperienze che ho avuto personalmente con altri vini dell'isola che vantavano peculiarità simili.
Invece i vini di Giovanni mostrano vitalità e riescono a mantenersi integri e identitari con grande caparbietà e una cifra stilista sicuramente riconoscibile.
vigne alberello mamoiada
Assaggiando da botte il ritmo dei futuri Cannonau di Giovanni Montisci sembra quello della danza dei Mamuthones, così lento, cadenzato, così imponente nel definire il proprio incedere e così intenso dal riempire il vuoto di ogni pausa con il rumore di un silenzio catartico.
E' proprio dopo averne percepito l'intensità che arriva la luce che ti trascina con un movimento rapido e netto come la fune di un Issohadore. 
Vini mediterranei nel loro spettro olfattivo così balsamico, che al sorso coniugano perfettamente la classica struttura mamoiadina al distintivo nerbo acido e all'intensa sapidità.
montisci giovanni cantina
Inutile parlarvi ancora dei singoli assaggi quando ciò che va valutato di un artigiano come Giovanni Montisci è la capacità dei suoi vini di rappresentare chi li fa - la terra e il vignaiolo - in maniera fedele, giocando sul filo di equilibri tanto labili quanto saldi, ferrei, per nulla traballanti.
mamoiada buoi vigna
A Giovanni piacciono le auto veloci e usa ancora i buoi per sarchiare le vigne più vecchie, ama viaggiare ma ha radici profonde in queste terre, è lungimirante ma non abbandonerebbe mai la tradizione. Tutto questo potrebbe sembrare indice di una ingiustificata dicotomia invece è proprio nel contrasto che si crea un'armonia unica come quella che Mamoiada ha insita in sé, dimostrando di poter infondere il duplice carattere di montagna e di mare alle sue uve e ai suoi vini.
"Ciò che è opposto si concilia, dalle cose in contrasto nasce l’armonia più bella, e tutto si genera per via di contesa." (Eraclito)
Una forza, la sua, infusa dagli alberelli di ogni suo piccolo appezzamento ma soprattutto dalla sua splendida famiglia che non smette mai di citare e di raccontare con orgoglio e consapevolezza. 
famiglia montisci
Il modo migliore per comprendere le mie parole e l'essenza del lavoro di questo caparbio vignaiolo sardo è andare a Mamoiada ma, sono certo, vi basterà assaggiare i suoi vini per sentirvi parte di un pensiero artigiano e di un orgoglio fiero che solo uomini come Giovanni Montisci sanno tramutare in liquide espressioni di territorio.

F.S.R.
#WineIsSharing

martedì 18 giugno 2019

Ritratto di un Wine Blogger - Un'intervista inaspettata

Qualche giorno fa mi scrive una persona che stimo molto, una giornalista che ha sempre dedicato grande e costante attenzione ai miei umili scritti. Mi scrive per chiedermi di fare due chiacchiere - qualcuno le chiama interviste, ma io continuo a vederle come semplici chiacchierate fra amici - e io non potevo di certo dirle di no!
intervista francesco saverio russo
Ecco cosa ne è scaturito e per questo non posso che ringrazia Malinda Sassu e la redazione de "Il Golfo 24" per aver dato spazio alle mie parole e alla mia esperienza di vita e di vino. Sono sempre restio quando si tratta di raccontarmi, ma ci tenevo molto alla pubblicazione di queste parole in un territorio al quale sono particolarmente legato (data la metà campana del mio corredo cromosomico) come quello di Ischia e Procida.
wine influencer bloggerù
Eccovi l'intervista integrale:
Un popolare credo buddhista sostiene che le parole hanno il potere di distruggere e di creare. E quando le parole sono sincere e gentili possono cambiare il mondo. Se allo scatto di un tramonto in vigna unisci parole che emozionano e conquistano, ecco che racconti una storia. Di quelle che creano la connessione giusta tra il territorio, il suo vino e chi lo berrà; uno scatto e parole che raccontano di vita e di vigneti, di terra e di gente, in un mondo, quello dei social. che corre e spesso dimentica. Benvenuti nel blog di Francesco Saverio Russo,benvenuti nel blog dove i racconti dalla vigna al bicchiere parlano tutte le lingue del mondo, nonostante il sito sia scritto in italiano.
E come tutte le cose belle, è il caso (e la passione) che ti mostra la giusta via. «Il vino è entrato nella mia vita a gamba tesa, in maniera fortuita, come spesso accade per le grandi passioni e per i grandi cambiamenti». Si racconta così, con grande semplicità, Francesco Saverio Russo, un lavoro nel campo della comunicazione ma grande appassionato di vino e di tutto quel mondo che ruota intorno ad esso. Innamoratissimo della sua terra, le Marche, e della sua Cingoli che lascia a malincuore per trasferirsi in Toscana, folgorato “sulla via delle vigne”nella patria dei grandi vini. Muove da qui la sua passione e la creazione di uno dei wine blog più seguiti in Italia e all’estero, www.wineblogroll.com, con tutta una serie di numeriche già da soli raccontano la storia di un grande successo personale, tale da trascinare Francesco Saverio Russo nell’olimpo dei Top Wine Influencer, tra i primi 25 al mondo. Il che non ha assolutamente condizionato il suo modo di raccontare il vino, spiegato e non urlato, raffinato e di classe, senza stroncature, punteggi e critiche: «Inizialmente ho pensato che il successo di www.wineblogroll.com e della mia figura di comunicatore potesse portarmi a “dover fare” cose che non amo, a dover cedere a compromessi – racconta il wine writer marchigiano – ma, poi, ho capito che io non sarei mai stato in grado di cambiare per qualche canto di sirena o qualche lusinga economica. Ho voluto proseguire con la mia linea etica e il mio modus operandi scevro da legami con le singole aziende produttrici e libero da condizionamenti se non quelli emozionali». Sono infatti le emozioni dei suoi racconti enoici a colpire i lettori del blog, una sorta di empatia nel calice da condividere con i follower, ben 63.000 solo su Instagram.

Un pubblico eterogeneo, nel quale è impossibile distinguere i wine lovers dai produttori. Perché il mondo di Saverio è un insieme di persone accomunate da una stessa passione: «Attualmente potrei distinguere il pubblico dei social da quello del wine blog ma in realtà mi piace vedere tutti come un grande insieme di appassionati uniti dal filo rosso (bianco o rosé) dell’amore per il vino. Se c’è una cosa che mi riempie di gioia è sapere che a leggermi sono anche molti tecnici e vignaioli e non solo i wine lovers. Nell'ottica di una comunicazione enoica trasversale questo mi fa molto piacere».
Il potere e l’influenza di Saverio sta nelle sue parole, infinite e travolgenti, dentro e intorno al vino, lo leggeresti per ore e non ti stancheresti mai.
Le cosiddette marchette? Non sul suo blog. Saverio parla solo ed esclusivamente di quei vini che gli hanno toccato l’anima e non solo il palato, durante i suoi innumerevoli viaggi: «Credo che la comunicazione e in particolare la comunicazione enoica, oggi, stia attraversando un momento fortemente dicotomico: da un lato quella legata alla mera promozione e, quindi, fondata sui principi del marketing e dall’altro una comunicazione che mira alla condivisione di informazioni, esperienze dirette e impressioni personali. In entrambe, a mio parere, è fondamentale mantenere un profondo rispetto per l’argomento trattato – nel mio caso il vino – e per chi legge. La disinformazione e la superficialità imperano e l’unica strada vincente è la qualità dei contenuti. Per permettersi di “informare e formare”, per provare a dare qualcosa di concreto e, in alcuni casi, persino ad educare il pubblico di appassionati è importante non smettere mai di mettersi in gioco studiando, viaggiando e vivendo a pieno questo meraviglioso mondo».
Ma cosa significa essere wine influencer e quale il suo ruolo nel mondo enoico? Un termine che gli è piovuto addosso dopo essersi ritrovato tra i più “popolari” comunicatori del vino secondo l’importante portale francese Socialvignerons.com,  insieme ai più noti esponenti della critica globale:«Per un po’, l’idea di essere considerato un comunicatore capace di “influenzare” l’opinione pubblica non è dispiaciuta, in quanto conscio della mia etica e della trasparenza che da sempre cerco di portare avanti, ma negli ultimi due anni, a causa dell’avvento dei cosiddetti instagramers, la semantica legata ai termini enoici come appunto, “wine influencer” è diventata fumosa e fuorviante. Oggi, infatti, non è difficile aprire un profilo instagram e guadagnare followers e likes attraverso mere strategie di marketing. Queste dinamiche mi hanno portato a riflettere molto sulla figura che identifico e su quanto io mi ritenga distante da tutto ciò. Perciò, se dovessi descrivermi con un termine internazionale mi sentirei più a mio agio con qualcosa di simile a “wine writer” per non andare a scomodare termini autoreferenziali come “expert” o “educator”, per quanto oggi la componente formativa mi stia molto a cuore».
Quanto gioca il fattore emozionale nel lavoro di un wine blogger, quali i fattori che condizionano le sue scelte nel decidere di parlare di una cantina piuttosto di un’altra? Il segreto sta nell’esperienza: «Più aumenta la conoscenza, più si affina il palato, più si acquisiscono nozioni agronomiche ed enologiche – racconta ancora Saverio – più si diventa esigenti e l’emozione va di pari passo con la capacità di una realtà, di una storia, di una vigna, di una cantina e di un vino di stupire in base alle sue peculiarità. Sto lavorando al mio primo libro e riprendendo in mano gli appunti e gli articoli pubblicati negli ultimi anni mi sono reso conto di aver scritto di non più del 10% delle cantine visitate e di meno del 5% dei vini assaggiati. Credo che questo valga molto di più».
Grazie a Francesco Saverio Russo e ai suoi racconti, sono tantissime le persone che hanno potuto conoscere il ritratto intimo di un vignaiolo in Sardegna e desiderarne il vino, ad esempio, insieme a quelle sue fotografie che da sole valgono mille parole. Un insider del vino, piuttosto che un mero suggeritore di etichette, questo il vero wine influencer: «La mia percezione è quella che sia in atto un cambiamento epocale e che gli appassionati,grazie al maggior accesso alle informazioni su cantine e vini, stiano scegliendo in maniera sempre più consapevole ciò che andranno ad acquistare – spiega il noto wine writer – Io vedo la mia figura come un veicolo per ciò che sarebbe difficile da scovare per chiunque non dedichi – come me – il 90% della propria vita al girovagar enoico e agli assaggi di centinaia di vini. Il compito dichi comunica è dare le basi a chi legge per farsi una propria idea e dedicare di conseguenza chi visitare, chi andare a conoscere e quali vini acquistare».
Un rapporto di fiducia insomma, che Saverio ha voluto condensare nel suo hashtag #WineIsSharing perché il suo è un percorso fatto di vigne e vignaioli, di viaggi e racconti da condividere insieme ai followers per conoscere e far conoscere, perché il vino in fondo è condivisione, in ogni suo assaggio. Gli domando, infine, di Ischia e dei suoi terroir così particolari e così poco comunicati, vini lontani dal wine digital seppur di nicchia, con la speranza di vederlo presto enovagare tra i vigneti eroici di un’Isola meravigliosa che avrebbe tanto da dire: «Manco dall’Isola da molto e pensavo giusto qualche giorno fa a quei vigneti incastonati in un contesto unico che da solo potrebbe veicolare l’intero micro-comparto vitivinicolo. Una viticoltura eroica che vede nella suggestione dei suoi vigneti e nell’approccio manuale alle principali pratiche agronomiche un valore aggiunto ma, al contempo, un problema in termini di costi. La viticoltura ischitana affonda le proprie radici nella notte dei tempi, ma gli ettari vitati negli anni sono stati decimati dalla speculazione edilizia e dalla scelta di votare ogni risorsa al turismo senza pensare che il vino stesso e quei meravigliosi vigneti e i vini ivi prodotti potessero rappresentare un valore inestimabile per l’isola. Oggi sono solo pochi i produttori rimasti ma credo che l’attrattiva rimanga per i winelovers e per tutti coloro che amano vigne estreme, dal fascino senza tempo, come il sottoscritto. Predico da anni l’aggregazione tra produttori e, ancor più in contesti così circoscritti, l’idea di riunirsi in un consorzio e di attuare attività consortili atte alla valorizzazione del territorio e della produzione vinicola non può che essere una tappa fondamentale per il futuro. Io, da par mio, non posso che promettere di tornare presto sull’Isola per vivere la viticoltura locale, constatarne le attuali potenzialità e veicolarne al meglio l’unicità».
In attesa di raggiungere le suggestive vigne ischitane ringrazio ancora a Malinda Sassu e a Il Golfo 24 per avermi dato l'opportunità di raccontarmi e di condividere la mia instancabile passione per il vino.


F.S.R.
#WineIsSharing

venerdì 14 giugno 2019

Saverio Basagni e Monterotondo - Un vero vignaiolo e la sua piccola cantina nel Chianti Classico

"Un uomo che lavora con le sue mani è un lavoratore. Un uomo che lavora con le sue mani e la sua testa è un artigiano. Un uomo che lavora con le sue mani e la sua testa e il suo cuore è un artista."
Inizio con le parole di San Francesco che lessi per la prima volta queste parole nel laboratorio artistico di mio padre quando avevo appena 7 anni. All'epoca chiesi a mio padre il significato di quell'aforisma così astruso per un bambino che pensava che il lavoro poco avesse a che fare con il cuore. Mio padre rispose "se non metti il cuore in ciò che fai prima o poi ti stancherai di farlo e non potrai mai creare qualcosa di davvero tuo. Il lavoro manuale e mentale è replicabile ma il tocco dell'anima è come un'impronta digitale!".
E' proprio a questo momento che ho pensato quando ho incontrato Saverio Basagni tra i suoi filari dell'Az. Agr. Monterotondo a Gaiole in Chianti.
monterotondo saverio basagni
Sì, perché Saverio è un artista della vigna e del vino che nei suoi laboratori, uno a cielo aperto l'altro fatto di legno e acciaio, trasforma ogni annata in sfide con sé stesso e con i preconcetti. Saverio Basagni è un vignaiolo di quelli veri, con le mani che sanno di terra e gli occhi che brillano nello spillare il frutto delle sue raccolte e delle sue convinzioni in divenire. 
monterotondo saverio basagni
In quella casa colonica del 1056, dove già suo nonno produceva vino sin dal 1959, si respira quell'aria senza tempo intrisa di quel raro mix di saggezza artigiana e libertà sperimentale.
Saverio non è mero Alchimista, è un vignaiolo molto consapevole di ogni sua scelta ma non si ferma neanche quando il risultato sembra essere di suo gradimento, perché è troppa la tentazione di spingersi oltre e di trovare nuove vie per esprimere in maniera sempre più nitida e intensa il frutto delle sue vigne.
vignaiolo
Vigneti che lui e sua moglie Fabiana hanno reimpiantato totalmente negli anni '90, senza lasciarsi ammaliare dai canti delle sirene internazionali che avrebbero voluto almeno un ettaro dei loro 3,5ha a Merlot o Cabernet. Ciò che troverete in quei filari a più di 500m slm è per lo più Sangiovese, con piccole quantità di gregari tradizionali come il Canaiolo, la Malvasia nera e il Colorino.
Dal 2003 la scelta di certificarsi Bio ma la realtà è che a Monterotondo la chimica di sintesi non è mai piaciuta né in vigna né in cantina.
vigna chianti classico
Scelte fondate sul principio del rispetto a 360° che si riflettono su vini di grande empatia, capaci di trasmettere l'essenza della tradizione del Chianti Classico senza, però, apparire come una pedissequa interpretazione della stessa.
monterotondo vini
Il passato si fa contemporaneo in ogni sorso del Chianti Classico Docg Vaggiolata 2016 di Monterotondo che mostra sin dal primo naso grande freschezza di frutto e un'intrigante speziatura naturale per poi stupire con un sorso pieno e slanciato, profondo e ferroso. 
vaggiolata vino
Complice l'annata e le grandi escursioni termiche che investono tutti i versanti del giropoggio anche la Riserva Seretina 2016 assaggiata da botte promette un raro equilibrio - specie per le Riserve di Chianti Classico - tra materia e acidità con una trama tannica di grande finezza.
E' proprio sulla trama tannica che Saverio ha lavorato molto negli ultimi anni sperimentando macerazioni lunghissime, protratte sino agli oltre 100 giorni. Il risultato gli da ampiamente ragione, ma Saverio se ne guarda bene dall'indicare questa tecnica come una "ricetta" applicabile ovunque. Parlando di quanto ogni vendemmia lo abbia portato a sperimentare in maniera differente è stato semplice comprendere quanto tutto ciò che viene fatto in cantina a Monterotondo sia ponderato su quelle uve, di quei vigneti, in quell'annata. Va da sè, però, che se il risultato è così buono l'idea di sperimentare anche altrove le lunghe macerazioni su un vitigno come il Sangiovese potrebbe essere interessante.
Un luogo in cui la stasi non esiste e il fermento dei mosti e l'evoluzione dei vini vanno di pari passo con la voglia di crescere e migliorarsi sempre di Saverio e della sua piccola realtà.
Lo conosco da un po' e se c'è una cosa che contraddistingue quest'uomo di vigna e di cantina è proprio la sua attitudine al non accontentarsi mai e, al contempo, la sua incondizionata fedeltà alla tradizione.
metodo classico monterotondo
Una tradizione che non sa di vecchio, bensì fa riflettere su quanto molti dei principi di ieri possano risultare tutt'altro che anacronistici oggi in vista del domani.
vino chianti classico bio
Saverio Basagni questo lo sa e non mi sorprende che in molti sostengano sia uno dei pochi interpreti del "vero" Chianti Classico.

Andare a trovare Saverio significa anche poter assaggiare il suo rarissimo Vin Santo mentre si parla del vino in senso stretto e in senso lato con un vignaiolo che ha fatto del rispetto il suo mantra.

Non vi resta che cercarlo in vigna, lo troverete di sicuro lì o al massimo in cantina! 


F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 12 giugno 2019

L'empatia nel Vino - L'Emozione come veicolo di conoscenza enoica

Vi è mai capitato di incontrare un vino e sentire che voi e quel liquido avevate qualcosa in comune? Uno di quegli assaggi che vanno oltre i meri tecnicismi e che definire “buoni” o “di qualità” vi parrebbe a dir poco riduttivo? Non lo nego, a me capita spesso di ritrovare parti, sfaccettature, peculiarità del mio carattere o aspetti della mia vita in un calice, sperimentando una sorta di empatia enoica che fa da viatico d'elezione per l'emozione.
Eppure, non sono molti i vini di cui scrivo, se paragonati ai vini che assaggio - la proporzione, per chi mi segue sui social, non è poi così difficile da fare ad occhio e croce - e non sono molti i vini capaci di mettermi completamente a mio agio, nel parlarne e nel rapportarmi a essi, nel personificarli e nello scorgere in ogni calice qualcosa di più delle semplici connotazioni organolettiche.
Esistono descrittori esaustivi, tecnicamente ineccepibili ed è divertente scovare aromi, sapori, sensazioni tattili e persino arrivare a essere in grado di percepire componenti chimiche/analitiche del vino stesso, come le acidità o la quantità approssimativa di solfiti in esso "disciolti". E' importante affinare la propria percezione e riuscire a comprendere il vino nella sua estrema bellezza, ma lo è allo stesso modo - se non maggiormente - elogiare la sua meravigliosa capacità di rendere ciò che è complesso e profondo per natura in qualcosa di estremamente semplice e diretto.

Scrivo questo pezzo, perché, mi rendo sempre più conto di quanto bello sia poter trasformare gli aspetti razionali della degustazione in emozione, ma al contempo mi chiedo se per emozionarsi assaggiando un vino ci sia davvero bisogno di conoscerne e riconoscerne così tante caratteristiche organolettiche e di vivisezionarlo a tal punto da snaturarne l'essenza. Credo che ancora una volta la risposta sia nel mezzo e che, se da un lato i rudimenti della tecnica di degustazione, le conoscenze enologiche e magari quelle agronomiche portano ad una consapevolezza tale da apprezzare il vino nel suo essere materiale ed immateriale, è pur vero che il 99% di chi beve o compra vino potrebbe non curarsi delle dogmatiche dinamiche degustazione, dei descrittori più particolari o delle nozioni di base di chimica del vino.

Quindi, dato per assunto questo, saremmo portati a pensare che le vere emozioni enoiche e la reale capacità di capire ed apprezzare il vino siano appannaggio esclusivo degli “esperti degustatori”, ma non credo sia così!
Quante volte, a te che sai di vino e assaggi con cognizione di causa, è capitato di trovarti a cena con amici enoicamente ignari? A me capita spesso e, ogni volta, mi sorprendo... mi sorprendo di quanto sia naturale per alcune persone percepire, sentire e capire il vino, magari esprimendolo con descrittori poco convenzionali o assaggiando con metodi poco ortodossi, ma andando più a fondo di chi è imbrigliato dalla tecnica e dai tecnicismi. Io credo che il vino abbia - come l'arte, come la musica e come tutto ciò che nella materia contempli l'emozione e la capacità di veicolare l'emozione stessa - la capacità di dialogare con l'assaggiatore, esperto o neofita esso sia, e di creare empatia con gli individui.
Quindi, se da un lato invito tutti ad affinare la tecnica e ad assaggiare il più possibile, magari in cantina, magari cercando di comprendere - prima ancora  dell'aroma di carruba o di cardamomo - "come si fa il vino", camminando per vigne e visitando cantine con chi il vino lo fa - in Italia non abbiamo scuse, in quanto potremmo puntare un compasso in un punto qualsiasi della penisola, tracciando un cerchio del raggio di pochi km, e troveremmo sempre almeno qualche filare -, dall'altro lato mi piacerebbe ci fosse meno elitarismo e più serenità intorno ad un calice e che tutti avessero il diritto di dire la propria durante una cena, o semplicemente di non sentirsi a disagio accanto ad un fantomatico esperto. Chi ama il vino, chi ha dedicato e dedica così tanto tempo, così tante energie alla sua conoscenza ha il compito di divulgarne la complessità, ma anche di avvicinare i potenziali winelovers - che ancora non sanno di esserlo! - in modo graduale, partendo con libertà e maggior leggerezza, per poi mettere a disposizione di tutti le proprie competenze, perché il vino torni ad essere di tutti e non solo di un'elite.
Questo, però, non deve portare all'appiattimento e alla superficialità, bensì alla capacità di tradurre le nozioni tecniche e le dinamiche più complesse in un idioma più accessibile, dalla cadenza più familiare e dal ritmo più dinamico.

I social in questo sono un'arma a doppio taglio, in quanto focalizzano il target e sono in grado di escludere e tagliar fuori chiunque non appartenga ad una determinata “cerchia”, ma possono anche aggregare ed aprire mondi come quello del vino a molti, grazie alle potentissime leve della curiosità e dell'emozionalità. Credo sarebbe bello poter spingere neofiti, distanti anni luce dall'apprezzare il vino nella sua interezza, ad approfondire e ad amare questo meraviglioso mondo proprio grazie ad un approccio meno distaccato e contingentato. Magari sbaglio... ma credo che, chi entra in questo blog, lo faccia nella consapevolezza di non trovare solo tecnica o nozionismo, bensì un un mix di informazioni ed emozioni, grappoli di esperienze realmente vissute, pigiati e fermentati dalla voglia di condividere una passione e un sapere che non sono mai paghi.
Il tutto riversato in calici di vino condivisi e non imposti, suggeriti ma non promossi, non solo per le loro qualità organolettiche, ma anche per ciò che sta dietro ad ognuno di essi.


F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 10 giugno 2019

La curiosa storia del Bordò e La Ribalta della cantina Pantaleone

Mai smettere di cercare! Lo ripeto a me stesso ogni giorno mentre mi metto in cammino alla volta di nuove piccole e grandi scoperte o, semplicemente, di realtà che sento il bisogno di conoscere meglio, di storie che ho la necessità impellente di approfondire. 
Questa volta la mia ricerca mi ha riportato nelle mie Marche, alla scoperta di un vino che negli ultimi anni ha fatto molto parlare di sé pur essendo prodotto in tirature che definire limitati sarebbe un eufemismo.
Parlo del Bordò, vino prodotto dalle omonime o almeno questo è il nome che i vignaioli marchigiani davano storicamente a quello che sembra essere in tutto e per tutto un “biotipo storico appartenente alla famiglia dei Grenache”. Meno di una manciata di ettari vitati e una produzione media di neanche 500 bottiglie a produttore la dicono lunga sulla nicchia rappresentata dal Bordò.
bordò vino marche
Sulle sue origini non si ha ancora certezza, ma la storia legata all'etimologia del nome sembra dare anche validi indizi riguardo la sua provenienza. Pare, infatti, che il nome Bordò derivi dal dialetto sardo “sa vite burda”, frase che i pastori sardi dicevano spesso rivolgendosi a quelle piante che essi tessi potrebbero aver portato durante la transumanza dalla loro terra alle Marche. 
Il Bordò va, quindi, ad unirsi alla lunga lista di biotipi legati alla famiglia delle Grenache poi adattati in differenti areali italiani come il Cannonau, la Granaccia, il Tai Rosso, il Gamay del Trasimeno, l'Alicante, il Nelson e, sempre nelle Marche, la Vernaccia Nera di Serrapetrona.
Cantina Pantaleone Bordò
A prescindere dalla provenienza e dalle similitudini genetiche con altri vitigni sta di fatto che il Bordò nel Piceno sembra essersi adattato a tal punto da dare origini a espressioni molto peculiari nel calice. 
Per comprenderne di più la storia, lo spettro organolettico e la tipicità di questi vini ho deciso di iniziare la mia ricerca dall'azienda che ha dalla sua un'effettiva storicità riguardante il Bordò e ad attestarlo c'è il vecchio vigneto dal quale la famiglia ha preso le marze per gli innesti e, soprattutto, una bottiglia del 1987 che già porta in etichetta il nome del varietale.
bordò 1987
L’azienda Pantaleone è la tipica realtà a conduzione familiare di cui l'Italia enoica è colma ma delle quali non se ne ha mai abbastanza! Ci troviamo a Colonnata Alta, sulle colline ascolane, dove la biodiversità domina incontrastata e le vigne si sono conquistate il proprio spazio tra i rigogliosi boschi che guardano al monte dell'Ascensione. I vigneti sono disposti ad anfiteatro in una valle ai piedi della quale corre un fossato chiamato “Pantaleone”.
Il nome del fossato “Pantaleone” (dal greco παν ossia tutto e λέων ossia leone, forza ) si rifà ad un’antica leggenda popolare che gli abitanti del luogo tutt’ora raccontano, secondo la quale quel terreno aveva una spiccata fertilità.
vigne pantaleone
E' qui, a ca. 450 m s.l.m. che Nazzareno ha sempre coltivato le sue vigne vendendone, però, l'intero frutto a terzi. Almeno fino al giorno in cui le sue due intraprendenti e lungimiranti figlie Francesca (laureata in economia) e Federica (grafica) non lo hanno convinto a riversare il frutto del suo grande lavoro in bottiglia. Nazzareno stanco di veder trattare le proprie uve, coltivate con saggezza e rispetto, alla stregua delle uve di altri conferitori qualitativamente inferiori, accetta e inizia quest'avventura costruendo, insieme alle proprie giovani figlie, la cantina Pantaleone. Ad aiutarli c'è il marito di Francesca, l'enologo Giuseppe Infriccioli, capace di dare subito un piglio nitido nell'espressività territoriale e varietale ai vini di questa piccola realtà di ca. 16ha vitati.
onirocep pantaleone
Se il dinamico e mineralissimo Pecorino “Onirocep” (io ho avuto modo di assaggiare l'annata 2018 da poco in bottiglia ma già molto espressiva, dinamica e sapida) è stato sin da subito il vino portabandiera dell'azienda Pantaleone è proprio il Bordò a rappresentare la sfida più ardua e il fulcro dell'attenzione e della sperimentazione di questa cantina che crede fortemente nelle potenzialità di quest'uva.
L'interpretazione di Pantaleone del Bordò si chiama La Ribalta (molti dei nomi dei vini dell'azienda si rifanno al teatro) e io ho avuto modo di assaggiarlo nelle versioni relative alle annate 2016, 2015 e 2010.
La Ribalta 2016 – Bordò Marche IGT Rosso – Pantaleone: ancora non in commercio ma già pronto a stupire con la sua pulizia varietale, esemplare nell'integrità del frutto e nella tipica speziatura naturale. Un vino di classe che coniuga forza e slancio in maniera dinamica e mai statica. Un vino carico di luce.

La Ribalta 2015 – Bordò Marche IGT Rosso – Pantaleone: un'annata più improntata alla potenza, in cui il frutto vanta fiero la propria maturità senza sfociare in toni surmaturi. La spezia è più lieve e ben integrata al corredo varietale e alla garbata incidenza delle demì-barrique in cui il vino affina.  In bocca la struttura è ben bilanciata dalla spalla acido-minerale che da profondità ad un sorso lungo e saporito.  Materico!

La Ribalta 2010 – Bordò Marche IGT Rosso – Pantaleone: un'evoluzione perfetta per un vino che al naso mostra tutta la sua speziatura tipica del Rotundone, precursore aromatico tipico di molti vitigni “figli” della Grenache. Il frutto e la mediterraneità si fanno più lievi e con grande eleganza lasciano spazio al pepe nero e a sfumature ematiche. Il sorso stupisce per la netta coerenza con l'incipit olfattivo. Un vino che da solo vale la scommessa “Bordò”. Tra i migliori assaggi in rosso mai fatti nella mia terra natìa.
Questa piccola realtà condotta dalla famiglia Pantaloni si è dimostrata esemplare nell'interpretazione sincera dei varietali autoctoni allevati con il Bordò a fare da capofila e il Montepulciano nelle sue versione Sipario (più fresco e spigliato) e Boccascena (più potente e incisivo) a costituire la solida struttura dei rossi aziendali.
Non è mancata, però, una inattesa sorpresa durante la sessione d'assaggio di tutta la linea aziendale, ovvero l'Atto I 2016, un Sangiovese in purezza brillante, longilineo, dall'incedere rapido e sicuro, che sfoggia classe innata in maniera spontanea e senza tanti fronzoli. Una conferma di quanto il Sangiovese possa dare ottimi risultati in questa zona spostandosi verso l'alto e interpretandolo in maniera fine e dinamica, esaltandone quel raro connubio fra beva ed eleganza mai scontate che questo grande vitigno sa esprimere al meglio in alcune vocate zone del Centro Italia.
degustazione cantina
Quella presso la Cantina Pantaleone è stata una tappa fondamentale, non solo nell'approfondimento delle peculiarità del Bordò, ma anche e soprattutto per comprendere quanto grande sia l'amore per queste terre di una famiglia intera che non teme le sfide e porta avanti la propria azienda con profonda consapevolezza del proprio passato e grande slancio verso il futuro.

Concludo con un plauso a molti dei produttori che hanno deciso di scommettere, seppur con piccolissime produzioni, sul Bordò lanciando un messaggio importante anche in termini di posizionamento in quanto quello che qualcuno potrebbe considerare un prezzo troppo alto è l'unico modo che piccole realtà come queste hanno per valorizzare il proprio lavoro e per dichiarare fermamente la propria fiducia in questo vitigno. 

F.S.R.
#WineIsSharing

venerdì 7 giugno 2019

Quattro chiacchiere con il neo miglior sommelier delle Marche Matteo Antonelli

"Il mondo è piccolo" si suol dire quando si incontra qualcuno che conosciamo dopo tanto tempo in un luogo in atteso ma il mondo del vino è ancor più piccolo e per quanto capiti sovente di incontrarsi e rincontrarsi con vecchi amici legati a questo settore l'incontro che mi ha fatto scaturire questa intervista non è stato così scontato!
Sì, perché io e Matteo Antonelli siamo cresciuti nello stesso piccolo paese nell'entroterra marchigiano, a 631m metri slm: Cingoli.
Siamo cresciuti dentro le stesse mura di cinta ma del vino ad entrambi interessava poco o forse nulla! E' stato lasciando uno dei Castelli di Jesi che abbiamo capito quanto belle fossero quelle vigne di Verdicchio e quanto il gene del vino fosse scolpito nel nostro DNA. E' così che abbiamo intrapreso due percorsi paralleli e profondamente differenti con la stessa passione e determinazione e con la stessa meta: vivere il vino e comunicarlo.
Se io ho scelto di farlo tramite la scrittura e le degustazioni che ho il piacere di moderare, Matteo ha optato per la Sommellerie. Districandosi tra ristoranti e concorsi prima o poi dovevamo ritrovarci, ma mai avrei pensato di trovarmelo di fronte a Bordeaux! Da lì, la comune passione e la voglia di confrontarci ha fatto il resto! Via libera a degustazioni alla cieca e mete condivise perché non vedevo l'ora di mettere a disposizione di qualcuno così pronto ad ascoltare e a ricevere quel poco di esperienza che ho maturato in queste annate interamente dedicate al vino. 
Vederlo diventare miglior sommelier della mia regione, poi, ha sancito la validità del suo operato e ha rimarcato la caparbietà di un amico che godrà sempre della mia stima per l'umiltà con cui si prodiga nel suo lavoro e per la dedizione con la quale si dedica al vino.
Ecco perché ho deciso di pubblicare una nostra chiacchierata qui su wineblogroll.com.
miglior sommelier marche matteo antonelli
  • Come hai maturato la tua passione per il vino?
La mia passione per il vino è fiorita pian piano, sin da quando frequentavo la scuola superiore alberghiera nella nostra Cingoli (MC). In quel periodo mi stavo approcciando al mondo della sala e del bar, ma il vino non era ancora la mia priorità. Tuttavia un giorno, mentre stavo lavorando, un cliente mi pose una domanda su un vino alla quale non sono stato in grado di rispondere. In quel momento ho sentito l’urgenza di dover approfondire l’enografia ed ho quindi iniziato a studiare i vari territori, toccandoli con mano, viaggiando per tutta Italia alla loro scoperta. Principalmente la mia passione è quindi nata a causa del mio essere troppo meticoloso sul lavoro: l’idea che un cliente potesse mettermi in difficoltà mi tormentava. Tuttavia una simile situazione può ancora ripetersi, vista l’ampiezza del mondo del vino e un sempre maggiore numero di appassionati che ne vengono attratti. Infatti, in questo campo c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire e non si finisce mai di imparare, forse è questo circolo vizioso della conoscenza che stimola ancor di più la mia curiosità, ogni giorno.

cingoli balcone delle marche
  • Da quanto sei Sommelier?
Ho iniziato il mio percorso di formazione come sommelier nel 2009, ma dopo aver frequentato i primi due corsi AIS ho dovuto abbandonare a causa di motivi familiari. Nel 2015 ho ripreso gli studi e proprio in quell’anno mi sono diplomato.
  • Sala e concorsi, come riesci a gestire entrambe le cose?
Diplomandomi come miglior corsista sono stato subito selezionato per partecipare ad un master sulle acquaviti, che viene organizzato annualmente da Bonaventura Maschio e sono riuscito a classificarmi primo. Durante questa esperienza ho incontrato delle persone che mi hanno spronato molto e che non potrò mai smettere di ringraziare. Ho quindi deciso di proseguire gli studi e di partecipare al master Soave lo scorso settembre dove mi sono guadagnato il secondo posto. Infine a marzo sono riuscito a coronare uno dei miei sogni più grandi: diventare miglior sommelier delle Marche. Con tanto sacrificio, rinunciando ai miei giorni non lavorativi e con qualche notte in bianco, sono riuscito a giostrarmi tra studio, lavoro e famiglia, riuscendo ad ottenere risultati soddisfacenti. La passione vince sempre su tutto.
concorso sommelier
  • Come ci si prepara ai concorsi per sommelier?
Non ho partecipato a molti concorsi, ma il mio approccio allo studio si è rivelato abbastanza efficace e consiste, in primis, nel cercare di conoscere i territori recandomici in prima persona, per averne esperienza diretta; ascoltare con passione le storie dei produttori e cercare di memorizzare ogni peculiarità del territorio e dell’etichetta. Soltanto successivamente approfondisco i vari temi leggendo libri e molteplici pubblicazioni.
Il mio “segreto”? Assaggiare molto!
  • Quali sono state le esperienze lavorative che ti hanno formato?
Sono state diverse le esperienze che mi hanno formato. Ho iniziato a lavorare a sedici anni, durante le vacanze scolastiche, il mio debutto professionale è stato presso l’hotel ristorante Tetto delle Marche, a Cingoli. Qui Angelo Bolletta mi ha insegnato le basi della sala, come si organizzano i buffet e i banchetti, come occuparsi del servizio à la carte, come interpretare le esigenze del cliente ecc...
Una seconda esperienza importantissima che mi ha formato molto è stata lavorare presso il ristorante Andreina di Loreto dove Enrico Recanati, maestro dell’alta ristorazione, mi ha aperto la mente e mi ha fatto conoscere la bellezza di un servizio attento ed accurato.
Infine, presso il ristorante Perbellini di Isola Rizza, ho appreso una cura quasi maniacale al dettaglio del servizio in sala e della sommellerie.
Sarò sempre grato a queste persone, che sono state miei mentori durante il mio percorso professionale e mi hanno insegnato molto sulla psicologia del cliente.
sommelier ristorantei stellati michelin
  • Quali sono i vini ai quali sei più legato?
Essendo marchigiano, il mio vitigno preferito è il Verdicchio, che tradizionalmente rappresenta il territorio in cui sono cresciuto. Nella mia famiglia non ne è mai mancata una bottiglia a tavola e la mia carta vini al Ristorante Mira Conero vanta un'importante selezione di vini dei Castelli di Jesi e di Matelica.

I vini ai quali sono più legato e che mi emozionano sempre sono quelli che all’assaggio riescono a trasmetterti e coniugare il varietale, il territorio di provenienza e l’annata.
Per quanto riguarda i rossi non potrei vivere senza Nebbiolo.
  • Quali sono le esperienze enoiche che ti hanno segnato di più?

Le esperienze enoiche che mi hanno colpito sono state molte, ma quelle che mi sono rimaste più impresse sono le prime del mio percorso. Ricordo ancora la mia prima volta nelle Langhe, dove ho visitato Bartolo Mascarello. I suoi vini sono indiscutibili naturalmente, ciò che mi ha colpito è stata la loro metodologia di vendita, rigorosamente senza spedizioni e soltanto su assegnazione. In moltissimi arrivavano da tutto il mondo per acquistare i 4/5 cartoni di vino che gli erano stati fortunatamente assegnati. Da quell’anno mi sono messo anch’io in lista per poter ottenere un giorno qualche bottiglia di quel nettare e ogni anno, puntualmente, vado a visitare l’azienda per assaggiare le nuove annate. La loro incredibile storia si può apprendere soltanto sul luogo perché sono privi sia di e-mail che di sito internet, ma la loro fama supera di gran lunga la necessità di una simile modernizzazione.
bartolo mascerello vini
  • Quali sono i tuoi professionisti di riferimento nel mondo del vino?
I professionisti che mi ispirano sono molti, ma se devo citarne uno Giorgio Pinchiorri è, senza tema di smentita, un modello per me e mi inginocchierei al suo cospetto.
  • Siamo reduci da un bel tour delle nostre Marche, cosa pensi della nostra regione in germini di qualità raggiunta e di potenzialità?
Credo che le Marche abbiano raggiunto un livello di qualità media mai visto prima, con dei vini di assoluta eccellenza. Inoltre, sono convinto che sia stata presa la giusta direzione che ci porterà ad ottenere i dovuti riconoscimenti. Tuttavia, abbiamo sicuramente bisogno di più determinazione per riuscire ad esporci e far comprendere il valore immenso del nostro territorio. È di vitale importanza puntare sulla comunicazione per riuscire in tale impresa.


Ringrazio Matteo per il tempo dedicatomi e rinnovo i miei più sinceri complimenti per i risultati raggiunti, augurando a tutti i sommelier e gli amanti del vino di trovare la propria strada e di poterla percorrere con serenità e positività, proprio come stiamo facendo noi.
Vi lascio con il video dello speciale che abbiamo girato insieme ai ragazzi di Wine TV allo scorso Vinitaly.

Ora si punta a diventare miglior Sommelier d'Italia e, di certo, non mancheranno le sessioni d'assaggio condivise per allenarsi al meglio!

F.S.R.
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