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mercoledì 31 luglio 2019

Dall'assaggio dell'uva alle analisi a campione - Il delicato equilibrio della vendemmia

Girare per vigne e cantine in questo periodo è sicuramente suggestivo ma è soprattutto il momento ideale per parlare di alcuni aspetti del lavoro del vignaiolo, del produttore, dell'agronomo e anche dell'enologo.

Primo fra tutti la scelta dell'epoca di vendemmia che, nonostante analisi e tecnologie e disposizione, da molti viene ancora decisa in base all'assaggio dell'uva, metodologia più pratica ma molto attendibile che viene caldeggiata da molti enologi e agronomi, nonché da vignaioli esperti.
Ho avuto modo di frequentare un corso di analisi sensoriale dell'uva, ma soprattutto di fare esperienze in vigna con vignaioli e tecnici e ho capito che alla prassi convenzionale si aggiunge, in molti casi, il modus operandi del singolo prodotto dall'empirismo personale e dagli insegnamenti del proprio mentore.

assaggio uva vendemmia

Io, ad oggi, seguo un percorso che è quello che ho potuto sviluppare continuando a studiare i principi di enologia e viticoltura e prendendo le pratiche comuni a - più o meno - tutti i vignaioli e i tecnici che ho seguito in vigna negli ultimi anni:

Per primo valuto la cromia della buccia che, in base al vitigno, deve aver raggiunto la sua colorazione ottimale. Prima di staccare l'acino dal pedicello premo leggermente la bacca esercitando sempre la stessa pressione e valutandone elasticità e durezza. In fine si valuta la facilità che si ha nel distaccare il “chicco” dal pedicello stesso.

Successivamente si passa all'assaggio dell'acino, mettendolo fra lingua e palato, cercando di percepire quanto sia agevole il distacco della polpa dalla buccia. A questo punto è possibile “recuperare” bucce e vinaccioli per esaminarli nel palmo della mano.
I vinaccioli devono distaccarsi bene dalla polpa e essere di colore marrone scuro per poterli considerare maturi. Se sono ancora verdi totalmente o in parte è bene non schiacciarli fra i denti. Se sono maturi, si può procedere con l'assaggio. Io personalmente cerco di valutarne la “croccantezza” e la loro capacità tannica in base all'astringenza. Non ho mai valutato la componente aromatica, ma c'è chi la ritiene comunque importante nell'economia dell'assaggio (sentori di torrefazione sono indice di maturità).
sezione acino uva
Fonte: rivistadiagraria.org
Si può, inoltre, esaminare anche la sola buccia, successivamente. Io mastico per un po' le bucce per valutare prima l'eventuale rilascio di succo e poi il tannino passando il prodotto della masticazione all'interno della bocca (palato, guance, gengive).
Si può, poi, valutare la secchezza della buccia e la sua capacità di sviluppare già degli aromi.
La degustazione è un surrogato “empirico” e tradizionale (comunque molto valido e codificato con metodologie e tabelle ufficiali, ad esempio in Francia) delle analisi di laboratorio che, comunque, le cantine, oggi, cercano di fare per aver maggiore sicurezza riguardo i parametri di maturazione.
N.B.: sarà fondamentale campionare acini da diverse aree del grappolo in diverse zone della vigna in base ad eventuali differenze di età della pianta, terreno, esposizione, clone ecc... 
scheda analisi sensorial uva
Scheda tecnica di analisi sensoriale dell'uva realizzata dall'Institut coopératif du vin di Montpellier - Fonte Agrinotizie.com
In viticoltura si distingue tuttavia tra la maturazione fisiologica dell’uva e la maturazione tecnologica.
Per procedere con l'analisi dello zucchero naturale contenuto nell'uva - prima dell'ammostamento - al fine di determinare il periodo ideale di vendemmia si possono utilizzare un rifrattometro (principio della rifrazione della luce) o un mostimetro (principio di Archimede), entrambi utili anche a prevedere il grado alcolico che si andrà ad ottenere dopo la fermentazione. Le unità di misura in questo caso variano da paese a paese (e devono essere misurate a determinate temperature e tener conto del tipo di vinificazione: in rosso, in bianco e con o senza raspi) e le più utilizzate sono: Klosterneuburger Mostwaage (KMW o grado Babo); Oechsle (Oe); Brix (Bx); Baumé (Bé).
Per quanto concerne la maturità dell'uva possiamo distinguere tre tipologie di maturazione:
  • La maturazione tecnologica: il grado di evoluzione dell'acino in cui il vinacciolo è maturo e quindi in grado di germinare. In termini analitici si valuta andando ad analizzare il rapporto fra zuccheri e acidità totale presenti nell'acino in un determinato momento. Ovviamente per avere risultati attendibili bisognerà campionare acini da zone differenti della vigna (terreni, esposizione e età delle piante incidono molto sull'epoca di vendemmia) e da punti differenti del grappolo (zona più esposta al sole, zona d'ombra, ali, punta e interno). In base all'annata andrà valutato quanto lasciare l'uva in pianta con l'obiettivo di arrivare ad una maturazione zuccherina ottimale, senza far decadere vertiginosamente l'acidità. E' fondamentale, in questi termini, tener conto sin dal principio del vino che si vorrà andare a produrre. Ovviamente un vino più improntato sulla freschezza non potrà essere prodotto con un uva surmaturata in pianta.
  • La maturazione fenolica: è principalmente importante per le uve a bacca rossa e fa riferimento al potenziale di estrazione dei polifenoli e delle antocianine. Se generalmente gli antociani crescono di concentrazione e maturano dall'invaiatura in poi, raggiungendo il proprio picco, solitamente, in concomitanza con la maturazione tecnologica, è pur vero che le condizioni pedoclimatiche, l'altitudine e l'esposizione nel rispetto dell'andamento dell'annata possono dilatare il gap temporale fra le due maturazioni rendendo molto delicata la scelta dei produttori. Questo gap è accentuato dagli effetti del Global Warming e, dati alla mano, è sempre più difficile trovare (specie in alcuni areali e per alcuni vitigni) una corrispondenza fra maturazione tecnologica e fenolica. La valutazione dei tannini è ancor più delicata e andrà considerata sia per quanto riguarda quella del tannino da vinacciolo che per quella da buccia. I tannini dei vinaccioli tendono a decadere man mano che l'uva matura, mentre quelli presenti nelle bucce possono restare invariati o addirittura aumentare con la permanenza in pianta (condizioni climatiche e fitosanitarie permettendo) andando a compiere un primo “affinamento” delle sensazioni legate alle durezze prodotte da tali sostanze.
  • La maturazione aromatica: è vincolata allo sviluppo e alla concentrazione degli aromi varietali, soprattutto del gruppo dei terpeni. La concentrazione e l'espressività aromatica dell'uva aumenta gradualmente con la maturazione, ma tende a decadere con la surmaturazione, quindi è fondamentale scegliere un epoca di raccolta congeniale al mantenimento di uno spettro aromatico primario adatto al vino che di andrà a produrre. Va detto che gli aromi possono essere presenti nella polpa e altre, invece, sono legate agli zuccheri e ad altri precursori (presenti principalmente nella buccia) che ne mostreranno la reale espressività solo in vinificazione e, specialmente, a fermentazione ultimata. Eccezion fatta per le uve considerate “aromatiche” che possono avere una buona corrispondenza fra aromi dell'uva e quelli del mosto e poi del vino (almeno per quanto concerne lo spettro aromatico prettamente primario e varietale).
uva maturazione vendemmia
Altro fattore fondamentale ai fini dello sviluppo del vino in cantina e successivamente in bottiglia è l'acidità o ancor meglio il PH.
Innanzi tutto il vino ricade tra i composti acidi, in quanto ha mediamente un PH compreso tra 3 e 4. Per intenderci, più alta è l'acidità, più basso è il PH e viceversa.
Il PH è importante per diversi motivi:
  • Conservazione e potenziale evolutivo del vino (specie nei bianchi che sono poveri di sostanze antiossidanti presenti in quantità maggiore nei rossi – che hanno dalla loro anche un grado alcolico solitamente più alto - per quanto l'acidità sia importantissima anche nella stabilità a lungo termine di tutti i vini – escludendo altri conservanti come i solfiti ovviamente);
  • Selezione e attività microbiche durante la fermentazione alcolica (i lieviti lavorano meglio con un PH relativamente basso mentre con PH alto alcuni batteri come quelli acetici e lattici trovano condizioni più favorevoli di coltura) al fine di mantenere un andamento “pulito” della fermentazione stessa. Meglio che lieviti e batteri non compiano fermentazioni promiscue, cosa molto più complessa da gestire in maniera naturale in annate calde. Ecco perché per la produzione di vini rispettosi e in sottrazione (chimica) è fondamentale arrivare ad ottenere mosti con PH “bassi”. Una buona acidità totale rappresenta, quindi, un buon viatico per la pulizia e la longevità del vino e non solo un fattore legato alla percezione di “freschezza” organolettica del quale spesso si abusa in termini comunicativi.
Gli acidi presenti nell'uva e nel vino possono dividersi in:
  • acido tartarico: è distintivo de mosti e ha un gusto tendenzialmente amaro. Nel vino si può trovare in quantitativi che vanno dai 3 a 6 g/l principalmente in base a vitigno, zona di produzione, annata e suolo;
  • acido malico: presente in molti altri frutti ha un gusto simile alla mela acerba, quindi molto acido. La sua concentrazione varia da 1 a 5 g/l. Il suo sviluppo è inubito dal caldo. In quasi tutti i vini rossi il malico viene volutamente trasformato in lattico dai batteri lattici durante la fermentazione malolattica al fine di conferire al vino che si andrà a produrre una minor sensazione acida e una maggior “morbidezza”;
  • acido citrico: presente in molti agrumi ha un gusto simile a quello del limone non maturo. Nel mosto è presente bassissime concentraioni (0,5 – 1 g/l).
  • acido acetico: prodotto soprattutto per l’attività dei batteri acetici dopo la fermentazione ed il suo quantitativo nei vini sani può variare tra 0,2 a 0,6 g/l, con casi particolari dove può raggiungere anche 1 g/l dando ai vini rossi con un lungo affinamento e un potenziale evolutivo importante maggior complessità e apertura.
  • Altri acidi contenuti nel vino sono quello lattico D e L, l'acido succinico, l'acido butirrico e l’acido propionico. 
L'acidità totale sarà quindi quella prodotta dalla sommatoria di tutte le componenti acide mentre la volatile terrà conto della sola concentrazione (g/l) di acido acetico e l'acidità fissa sarà il risultato dell'acidità totale meno quella volatile. L'acidità, unitamente al PH e alle altre sostanze presenti nel vino contribuiranno alla sua stabilità e agli equilibri organolettici nel calice. Ecco perché è più corretto parlare di sensazioni taglienti o morbide, ampie o verticali, piuttosto che legare questi concetti direttamente all'acidità del vino.
pruina uva
Tra gli acidi non viene quasi mai citato, ma risulta sempre più importante l'acido oleanolico presente nella Pruina. Un elemento molto importante, specie per le vinificazioni con fermentazioni spontanee con o senza piede. La Pruina è quella patina biancastra che sembra essersi depositata sui grappoli dall'esterno ma in realtà è prodotta dalle cellule epiteliali degli acini.
Contiene cere e lieviti, nonché l’acido oleanolico che, oltre a essere un ottimo alleato contro i raggi UV, la disidratazione e i batteri nocivi (è un antisettico naturale), funge da nutrimento per i lieviti in fermentazione, insieme ad altri lipidi.

Tutti questi parametri possono essere monitorati al fine di agevolare vinificazioni ottimali in termini di stabilità, pulizia e qualità potenziale, sempre in base al vino che si vuole andare a produrre e in base alle dinamiche di produzione. Per quanto si possa credere che il vino considerato "artigianale" o comunque quello che io considero rispettoso e vinificato in sottrazione possa tener meno conto di tutti questi parametri analitici  e per quanto qualche vignaiolo sostenga di poter fare a meno di effettuare analisi è, a parer mio, ancor più importante scegliere un'epoca di raccolta perfetta per poter portare avanti vinificazioni che possano limitare l'intervento dell'uomo all'aspetto meccanico e "tecnologico" (es.: controllo della temperatura) e escludendo quello chimico (acidificazione, zuccheraggio ecc...).


Questo pezzo non è altro che il sunto di appunti presi nel corso di letture, studi e, soprattutto, delle esperienze fatte in campo e in cantina durante le ultime vendemmie e il fine non è esclusivamente "didattico". Lungi da me dare lezioni di enologia e viticoltura a chi di certo ha una più strutturata formazione e una più importante esperienza di me, ma l'obiettivo della mia condivisione è quello di mostrare quanta complessità ci sia dietro ad un gesto apparentemente semplice, compiuto in un'atmosfera suggestiva come quello di tagliare un grappolo durante la vendemmia; quanto l'ottenimento di un mosto che possa anche solo minimamente anelare a divenire un ottimo vino dipenda da molteplici fattori; quanto difficile e ricco di ansie e premure sia il lavoro che viene prima di quel gesto, di quel taglio, di quell'evento chiamato vendemmia. Analisi e valutazioni che rappresentano il culmine del lavoro di 12 mesi e, al contempo, l'inizio di un altro ciclo lavorativo (quello in cantina) che andrà ad affiancarsi all'avvio di una nuova annata in vigna. Scelte complicate e delicate che, per quanto fondamentali, danno solo una base più o meno ottimale dalla quale nascerà, crescerà e si evolverà ciò che a distanza di tempo ritroveremo in bottiglia e nei nostri calici, nella speranza che il risultato ottenuto in vigna venga rispettato il più possibile nelle sue peculiarità e nella sua identità.


Ecco perché, mi rammarica vedere persone limitare il lavoro di molti a questo momento scattandosi un bel selfie con i mocassini e le forbici in mano o altri a giudicare un'intera annata ancor prima di averne valutato i risultati di areale in areale, di realtà in realtà, di vigneto in vigneto, di vino in vino. Credo che nonostante sia tutto analiticamente misurabile, la bellezza e l'unicità del vino risieda proprio nella sua imprevedibilità evolutiva e nel modo che queste mille variabili hanno di incastrarsi, intersecarsi ed interagire fra loro al fine di raggiungere un proprio equilibrio, una propria armonia che non necessariamente coincida con quella meramente matematica/chimica/fisica.

Perché i grandi vini ci insegnano che il "tutto" è sempre maggiore della somma delle parti.

lunedì 29 luglio 2019

La Cantina Terra Costantino - Vini dell'Etna tra tradizione e futuro

Durante il mio ultimo viaggio sull'Etna ho avuto modo di passare a trovare Fabio Costantino, ingegnere prestato alla viticoltura e al fare vino.
Ci tenevo a conoscere Fabio e la sua realtà in quanto, da sempre, la mia percezione nei confronti della Cantina Terra Costantino è stata quella di un'azienda integra, radicata nelle proprie convinzioni tanto quanto le profonde radici delle vecchie viti ad alberello che si fanno strada in quei terreni vulcanici.
terra costantino etna cantina
Siamo sul versante sud-est del Mongibello, più precisamente in contrada Blandano, dove nel 1978 prende Dino, padre di Fabio, decide di costruire la cantina di famiglia.
Una cantina nata in contrapposizione alle tendenze di quei tempi in cui era molto più semplice  e conveniente vendere uva che imbottigliare, ma Dino da esperto vignaiolo quale ancora conosceva bene le potenzialità della sua terra e delle sue uve.
E' così che nei 10ha di vigna iscritti ad Etna Doc che circonando per la quasi totalità l'azienda Dino e Fabio, oggi, allevano solo uve autoctone (Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Carricante, Catarratto e Minella), al fine di produrre vini di grande identità e spiccata personalità.
contrada blandano etna
Con un'altitudine che varia dai 450m ai 550m slm e grazie alle costanti brezze marine, nonché alle rilevanti escursioni termiche notte-giorno, Terra Costantino gode delle condizioni ideali per portare in cantina uve atte a produrre vini dal corredo aromatico ben definito, dalla buona struttura e, soprattutto, dalla slanciata freschezza.
fabio costantino vino
Camminando con Fabio in mezzo ai ceppi esperti, saggi di cui le sue vigne sono colme è palese l'attitudine di questa realtà alla precisione. Non credo sia solo una questione di deformazione professionale dovuta al retaggio ingegneristico dello stesso Fabio, in quanto tutte le scelte di Dino, di Fabio e dell'enologo Luca Dattoma dalla vigna alla cantina sono frutto di un pensiero comune, che non tollera negligenza e nulla vuole lasciare al caso. Fare vino è passione e saggezza, è tradizione e fatica, ma è anche consapevolezza tecnica e lungimiranza e tutti questi principi si fondono all'interno delle bottiglie che escono dalla cantina di Terra Costantino.
Tra i vini che ho avuto modo di assaggiare spiccano sicuramente i tre DeAetna:
DeAetna Rosato Etna Doc 2018: Nerello Mascalese 90% e Nerello Cappuccio 10% per questo rosato da vinificazione in bianco che esprime integra la vocazione del vulcano alla produzione di vini mai scontati e sempre carichi di energia. Un naso fresco di fiore e di frutto che mal cela le sfumature minerali tipiche dei vini etnei, preambolo di un sorso dal buon impatto, intenso ma mai eccessivo, sicuro e intrepido nell'incedere dinamico e salato.

DeAetna Bianco Doc 2017: Carricante 80%, Catarratto 15%, Minella 5% per questo bianco dalla marcatura vulcanica così nitida da non lasciare spazio a dubbi riguardo la geolocalizzazione dei vigneti dal quale proviene. Sin dal primo naso il gps si imposta in automatico sul versante sud-est dell'Etna per poi procedere all'aggiornamento con il sorso in cui la pulizia e la nitidezza dei vini di Terra Costantino emerge andando a posizionare l'arrivo proprio in questa cantina, perché qui identità dei vigneti e approccio enologico in cantina si completano vicendevolmente.

DeAetna Rosso Doc 2017: Come per il Rosato anche in questo caso il blend è di Nerello Mascalese al 90% e Nerello Cappuccio al 10%. Il nasco è intenso con un frutto integro che con qualche respiro lascia spazio a sensazioni terrose, ferrose, vulcaniche. Il sorso è pieno ma teso, vibrante nella sua distensione saporita di sale e ferro. Grande coerenza per uno dei rossi più identitari assaggiati negli ultimi anni sull'Etna. Legno integrato molto bene e tannino disegnato con un tratto garbato e ben definito.

Contrada Blandano 2015 Etna Doc Bianco e Contrada Blandano 2015 Etna Doc Rosso: la contrada aziendale, il cru declinato nelle due versioni più classiche, da un'iper selezione delle migliori uve dei soli ceppi più vecchi, con il giusto affinamento in legno e in bottiglia. Il bianco apre avvolgente, con il tepore di un naso pieno di luce che si fa sempre più balsamico, fresco e mediterraneo come a voler fare i convenevoli ad un sorso inteso, di sole e di mare, di terra e di vento. Lungo, saporito, armonico.
Il rosso si va valere con il suo impatto caldo, maturo, profondo al naso potrebbe far pensare ad un vino sin troppo intenso ma, anche in questo caso, bastano poche boccate d'aria per armonizzare uno spettro olfattivo che spazia dal frutto al fiore con grande suadenza, per poi ricordare il mediterraneo e il vulcano con aromi di bosco, di mare e di ferro. Il sorso è quello dei grandi Etna, dalla grande potenza espressiva capace di coniugare al meglio struttura e slancio, intensità e profondità.
vino terra costantino etna
In chiusura ci sarebbe il vino di Dino, quel Rasola "fatto come una volta" che diverte nel suo essere irriverente nei confronti di tutta la ragionevolezza dei vini di Terra Costantino che abbinano natura e ragione in maniera rispettosa ed impeccabile. 
Il Rasola è frutto dell'uvaggio tradizionale di vigna che sull'Etna, alla stregua di tanti altri areali italiani (vedi il Chianti) era solito prevedere uve rosse e bianche come il Nerello Mascalese e Cappuccio, Carricante, Catarratto, Minnella. A primo naso il viaggio nel tempo è già partito, portandomi dritto dritto ai vini di palmento, quelli da bere a casa, in famiglia e, al massimo, da condividere con gli amici più cari, meritevoli di un calice intriso di lavoro e fortuna, empirismo e saggezza. Se fossimo in Francia sarebbe un ottimo Beaujolais ma dato che siamo sull'Etna per me vale ben più di questo! E' uno di quei vini che vorrei sempre avere in frigorifero, specie durante giornate calde come quella odierna.
terreni vulcanici vigna
In conclusione credo che Terra Costantino rappresenti l'anello di congiunzione fra la più radicata tradizione etnea e il più illuminato e rispettoso futuro dell'enologia del vulcano, capace di produrre vini di grande identità senza tralasciare pulizia e precisione.
La sinergia tra il Saggio Dino e l'acuto Fabio dona a questa realtà equilibri rari, solidi, intriganti in ogni espressione.

F.S.R.

#WineIsSharing

giovedì 25 luglio 2019

Villa Bucci, la storia e il futuro del Verdicchio - Dalla lungimiranza di Amepelio alla straordinaria Riserva 2016

Il mondo del vino è costellato di storie di singoli che hanno tracciato la strada per intere denominazioni, storie di uomini, di cantine e di vini che hanno creato miti capaci di innalzare la percezione di un varietale o di una tipologia di vino permettendo ad interi areali di acquisire maggior consapevolezza nei propri mezzi e nelle proprie potenzialità.
villa bucci cantina
Una di queste storie è, senza tema di smentita, quella dell'Azienda Agricola F.lli Bucci di Ostra Vetere (AN) e di uno dei più grandi signori del vino italiano: Ampelio Bucci.
Innanzi tutto, Ampelio non si sente esclusivamente un vignaiolo, bensì si sente un agricoltore a 360°. Sì, perché la famiglia Bucci, originaria di Montecarotto, coltiva queste terre dal lontano 1700 con grande dedizione e lungimiranza, tanto da non aver mai diviso i 360ha in cui si alternano campi di grano, di mais, piantagioni di piselli, oliveti e, ovviamente, vigneti.
ampelio bucci
La struttura di aziende agricola classica con l'alternanza delle coltivazioni e la possibilità di usufruire su un team di agricoltori e tecnici fissi specializzati ma al contempo duttili è un vantaggio notevole nella gestione delle varie attività aziendali e in particolare della vigna.
I vigneti dell'azienda Bucci rappresentano il cuore pulsante dell'attività di questa realtà che trova nel vino la sua espressione più aulica in termini di identità (i vini Villa Bucci godono di una personalità inconfondibile), territorialità (la scelta di produrre solo vitigni autoctoni e di interpretarli con il massimo rispetto rende ogni assaggio un veicolo sincero del proprio terroir) e di qualità (Villa Bucci rappresenta una delle aziende più rappresentative delle Marche e d'Italia in termini di qualità).
vigna bucci
Il rapporto con il territorio e con l'ecosistema in genere, è da sempre un cardine fondamentale della ricerca della qualità di Ampelio Bucci, che, persegue un'agricoltura artigianale e biologica (certificata) da oltre 15 anni, quando ancora, di certo, il “Vino Bio” non era una moda, ma piuttosto una chimera. La volontà di preservare il proprio contesto rurale e di portare in cantina un un'uva sana, “pulita” e al pieno delle sue capacità espressive è alla base del pensiero enoico di Villa Bucci. La relazione fra l'agricoltore/vignaiolo e il proprio terroir è così importante, intima e personale per Ampelio che l'essere biologici non è mai stato un mero motivo di vanto a fini commerciali, ma piuttosto un dovere nei confronti della propria terra e delle proprie viti.
Viti che vengono allevate con cura maniacale, senza mai smettere di sperimentare al fine di togliere il superfluo e andare a barattare tutte le operazioni più invasive con soluzioni rispettose e meno incidenti.
Poi c'è la Nursery, fortemente voluta dal direttore agronomico Gabriele Tanfani e da Ampelio. Una vera e propria testimonianza dell'attenzione che l'Az. Agr. F.lli Bucci ha nei confronti del proprio patrimonio genetico e ampelografico, in quanto è proprio qui che le barbatelle vengono riprodotte e propagate tramite selezione massale, cercando di preservare la qualità e la varietà di cloni e biotipi presenti nelle storiche vigne aziendali.
selezione massale vivaio viti
Ampelio Bucci ha realizzato il suo primo Verdicchio nel 1982 e il suo primo Verdicchio “Riserva” nel 1983, anche se a quel tempo non poteva essere etichettato come Riserva.

Nonostante l'ispirazione dei vini di Ampelio sia palesamente borgognona a Villa Bucci il concetto di singolo “cru” non è mai calzato a pennello, anzì è la possibilità di attingere a vari “cru” con diverse peculiarità pedoclimatiche a permettere all'azienda di proporre sempre vini di grande equilibrio e armonia.

Nello specifico le vigne di Verdicchio dell'Az. Agr. F.lli Bucci sono così suddivise:
Vigna Villa Bucci, a Montecarotto, età 45 anni esposizione est, altitudine 340-360m slm;
Vigna Belluccio, a Montecarotto, età 45 anni, esposizione sud-est, altitudine 320-340m slm;
Vigna Montefiore, a Serra de’ Conti, età 55 anni, esposizione sud-ovest, altitudine 200-220m slm;
Vigna Baldo, a Serra de’ Conti, età 20 anni, esposizione sud, altitudine 160-170m slm;
Vigna Saturno, a Barbara, età 48 anni, esposizione sud-est, altitudine 180-220m slm;
Vigna S. Sebastiano, a Serra de’ Conti, età 10 anni, esposizione sud, altitudine 250-280m slm;
Queste, invece, sono le vigne di Montepulciano e Sangiovese (DOC Rosso Piceno):
Vigna S. Fortunato, a Serra de’ Conti, età 55 anni, esposizione ovest, 200-220m slm;
Vigna S. Sebastiano, a Serra de’ Conti, età 10 anni, esposizione sud, 250-280m slm.

I suoli sono ovviamente differenti, ma a fare da comun denominatore a tutti i vigneti aziendali c'è la presenza di argilla e calcare che in proporzioni diverse permettono alle uve di esprimere peculiarità organolettiche e curve di maturazione differenti in base all'annata.

E' d'obbligo ricordare che il Verdicchio, in particolare, deve molto a quest'azienda ed alle lungimiranti scelte di Ampelio, che ancora oggi riesce, con l'utilizzo delle sue grandi vecchie botti di rovere di slavonia, a creare equilibri perfetti, privi di eccessi e votati alla massima finezza.
Proprio come i vini che ho avuto modo di assaggiare durante la mia ultima visita in azienda dei quali ho deciso di mettere in risalto le nuove annate, ovvero quelle che potreste ritrovarvi nel calice a breve, specie per quanto riguarda il Villa Bucci 2016 che si prospetta una delle più grandi espressioni di sempre di questo mitico vino delle Marche:
vini villa bucci

Bucci Verdicchio dei Castelli di Jesi Cl. Sup. 2018: parliamo dell'interpretazione più "classica" del Verdicchio di casa Bucci tanto che, ogni volta che ne parlo con Ampelio, lo scambio di battute è più o meno il seguente:
- Io <<Questo non può essere definito un vino base!>>
- Ampelio <<Allora, come lo chiameresti?">>
- Io <<Classico!>>
Sì, perché è il Verdicchio che di più esprime le virtù primarie di questo vino ottimo da bere giovane nel suo slancio integro e fresco, dinamico e sapido. Eppure, il Bucci Classico Superiore non è affatto scontato e sa enfatizzare queste peculiarità spontanee del varietale coniugandole con la consueta classe dei vini di questa realtà. Nel calice ho trovato, infatti, un vino fresco nel frutto e nel fiore, di grande slancio acido ma al contempo per nulla esile. Un sorso che trova nell'avvolgente chiosa sapida un veicolo inerziale della beva.

Villa Bucci Verdicchio dei Castelli di Jesi Cl. Riserva 2016: il vino più conclamato, quello che da solo ha portato il concept del Verdicchio da vino versatile, ma a volte sin troppo "facile", ad un livello che lo pone sullo stesso piano dei più grandi vini bianchi italiani e internazionali. Questa 2016 l'attendevamo in molti sin dalla scorsa trasversale del Verdicchio dedicata ai sommelier di alcuni dei ristoranti stellati più importanti d'Italia. L'attendevamo per la bontà dell'annata che ha vissuto un andamento stagionale pressoché perfetto per portare il Verdicchio in cantina con una lenta e completa maturazione capace di sviluppare i precursori aromatici in maniera cesellata e di mantenere un grande bilanciamento fra acidità e struttura. E' proprio questo che rende questo Villa Bucci 2016 uno dei più grandi Verdicchio assaggiati nella personale epopea enoica che ha visto succedersi nei miei calici centinaia, forse migliaia, di assaggi di vini prodotti da questo varietale al quale sono così legato. Finezza del profilo aromatico, ampiezza del sorso e tensione vibrante rendono questo Verdicchio completo e complesso in prospettiva. Uno di quei rari esempi di vino capace di soddisfare oggi e domani senza mezzi termini. Ciò che stupisce, ogni volta, del Villa Bucci è la sua attitudine innata a stupire senza effetti speciali, con fare sicuro e disteso, netto e al contempo ricchissimo di caleidoscopiche sfumature.
Le due annate "vecchie" assaggiate, ovvero la 2004 e la 2005, confermano il grande potenziale evolutivo del Villa Bucci che, affidandosi alla sua spina dorsale acido-minerale, non accenna a segni di cedimento in termini di slancio e finezza.
verdicchio villa bucci
Poi ci sono i due vini rossi di Villa Bucci:

Pongelli Rosso Piceno Doc 2016: il blend di Sangiovese e Montepulciano in parti uguali che sfoggia con grande disinvoltura le vesti di un'annata che, anche nei rossi, si dimostra straordinariamente generosa in termini di equilibrio e finezza.
Il Sangiovese dona freschezza, dinamica e longilineo slancio al più muscolare montepulciano che si fa sentire nel frutto, senza esasperare materia e ampiezza. Se in alcune annate il Pongelli potrebbe sembrare l'interpretazione più "semplice" dei rossi di casa Bucci, in realtà questa 2016 ha tutte le carte in regola per stupire oggi e domani, con il giusto connubio fra schiettezza ed eleganza.

Villa Bucci Rosso Piceno DOC Riserva 2015: qui è il Montepulciano a farla da padrone con il 70% a discapito di un comunque percettibile 30% di Sangiovese. L'impatto è sin dal primo naso più intenso e maturo riconducendo ad un'annata buona ma tendenzialmente più calda della 2016. Il sorso è integro, pieno, materico ma al contempo di buon nerbo grazie alla quota di Sangiovese che spinge senza accennare a voler smettere. Il tannino è già ben levigato e la chiusura ematica tiene a debita distanza la noia. Un'interpretazione del Rosso Piceno Riserva in grado di coniugare forza e beva con grande maestria.
rossi villa bucci
Concludo non potendo far altro che manifestare il mio profondo e sincero rispetto per chi ha avuto il coraggio e la capacità di apportare qualità nella viticoltura di una regione che ha davvero tanto da dare, ma spesso si perde nella mancanza di lungimiranza e nell'insicurezza nei propri mezzi. La Famiglia Bucci è ormai da oltre 35 anni un punto di riferimento per l'italian bianchista e la cosa che ne denota maggiormente la valenza è la stima che molti produttori riversano nei confronti di Ampelio e della sua realtà, ancor prima di premi e riconoscimenti dei quali, ovviamente, i vini Bucci fanno incetta.

E' un piacere ed un onore poter scrivere di veri e propri pezzi di storia della viticoltura della mia regione d'origine e del nostro paese e ringrazio Ampelio per avermi dato l'ennesima opportunità di confrontarmi con i suoi vini capaci di stupire ogni anno anche nella mia consueta degustazione trasversale del Verdicchio.


F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 22 luglio 2019

I produttori italiani sanno fare squadra! Basta con i soliti luoghi comuni!

Girovagando incessantemente per vigne e cantine italiane mi sono spesso ritrovato ad ascoltare discorsi che suonavano più o meno così “noi italiani non sappiamo fare gruppo, mentre i francesi sì!”; “in Italia c'è troppa invidia tra produttori!”; “Se solo fossimo più uniti saremmo più bravi dei francesi!”.
Ecco, questi sono solo alcuni dei luoghi comuni meramente italici in puro stile “mors tua vita mea”, ma è davvero così? In Italia manca lo spirito di aggregazione? I produttori italiani evitano di parlar bene dei “dirimpettai”, elogiando solo i propri vini? Forse un tempo era così per via di un retaggio socio-culturale legato alla rivalsa e all'emancipazione del singolo, ma ciò che vivo ogni giorno, specie nei miei tour territoriali in cui riesco a raggruppare più produttori è una situazione ben differente!
associazioni vignaioli
Sarà per l'avvento delle nuove generazioni, sarà per una maggior apertura anche dei decani del vino che grazie ad eventi e social network hanno una maggior facilità di confronto con i propri colleghi, ma la realtà è che in Italia, oggi, lo spirito dei produttori sta cambiando.
A testimoniarlo è la nascita continua di piccole associazioni tra vignaioli che fa seguito all'esempio più luminoso e ben riuscito di aggregazione fra produttori italiani rappresentato dalla FIVI.
Il saggio e lungimirante Henry Ford diceva: “Ritrovarsi insieme è un inizio, restare insieme è un progresso, ma riuscire a lavorare insieme è un successo.”
Sono proprio queste le parole a cui penso ogni volta che mi ritrovo seduto allo stesso tavolo di un numero importante di produttori che decidono di fare squadra. 
In un'Italia enoica in cui il tessuto vitivinicolo è formato principalmente da piccole e medie realtà, spesso a conduzione familiare, è fondamentale cercare nell'aggregazione quella massa critica che da sola, la singola cantina, non potrebbe mai avere. Non parlo solo in termini di numeri, bensì di forza comunicativa, di potenziale di crescita e di confronto con delle dinamiche che non necessariamente siano comuni a tutte le entità coinvolte in un “gruppo” di produttori. L'aggregazione è un momento di crescita fondamentale che all'Italia del vino è mancato per troppi anni ma che, oggi, sembra vivere una fase di grande slancio. Ho avuto modo di stendere ideali statuti associativi, di lavorare a decaloghi i quali punti mirassero a fissare gli obiettivi delle associazioni, ad elevare la qualità del lavoro del singolo in funzione di una sempre più positiva percezione di interi territori e, soprattutto, ho avuto l'onore di moderare tavole rotonde che poco hanno a che fare coi moti carbonari in quanto nulla hanno da nascondere ma molto hanno da mostrare e dire. Alcuni dei più luminosi esempi sono associazioni di vignaioli legati dall'appartenenza ad una specifica sottozona, distretti bio uniti dalla volontà di lanciare un messaggio di sostenibilità e rispetto del territorio o reti d'impresa territoriali finalizzate a valorizzare più espressioni di uno stesso areale facendo della diversità un valore aggiunto fondamentale. Ne cito alcune: i Vignaioli Montepulciano, la rete d'impresa Vite in Riviera, Bianchello d'Autore, Generazione Vulture, Cirò Revolution o gruppi di produttori capaci di arrivare al riconoscimento di una Doc e alla nascita di un consorzio come quelli delle Terre di Pisa.
Ne prossimi mesi e nei prossimi anni ne nasceranno molte altre, non ho dubbi a riguardo! Ciò che manca, a volte, è solo l'occasione di ritrovarsi, di confrontarsi e di valutare strade comuni.
Credo fortemente nelle associazioni fra produttori e nella nascita di piccole e grandi squadre di vignaioli capaci di apportare all'interno di un gruppo la propria singolarità al fine di crescere e migliorare in maniera coesa e congiunta. Una crescita che, insieme, abbrevia notevolmente i propri tempi, permettendo di giungere a conclusioni decisive in maniera più sicura e ponderata. E' per questo che nei miei viaggi cerco sempre di contemplare incontri con più produttori finalizzati alla possibilità di conoscere in maniera più approfondita quel determinato areale ma anche alla stimolazione di una maggior consapevolezza di gruppo, fondamentale per fare step in avanti sia come singolo che come movimento territoriale.
Il tutto senza pestare i piedi alle attività consortili, là dove si siano costituiti consorzi di tutela  virtuosi, realmente attivi e propositivi come ce ne sono - per fortuna - tanti in Italia.
cena con produttori vino
Scrivo questo pezzo, che poco ha a che fare con le mie impressioni su tematiche enoiche specifiche e ancor meno su recensioni di cantine e vini, perché sin troppe volte ho ascoltato produttori e addetti ai lavori sostenere che in Italia non si possa fare squadra a causa di invidie e di un eccesso di individualismo, ma ciò che vedo girando l'Italia costantemente è che la realtà è tutt'altra! Basta davvero poco per creare qualcosa di grande insieme e mi piace pensare che i vignaioli italiani - specie le nuove generazioni - baseranno buona parte della propria crescita futura proprio sulla comprensione delle infinite potenzialità dell'aggregazione e del valore della diversità. Tutto questo, però, potrà dare risultati coerenti e costanti solo e soltanto se alla base di ogni forma associativa ci sarà il rispetto in senso stretto e in senso lato.

F.S.R.
#WineIsSharing

giovedì 18 luglio 2019

Nascono in Slovenia le innovative uova in cemento di Wine&Egg per vinificare e affinare vino

Durante un mio viaggio nella vicina Slovenia, non più di un anno fa, andai a visitare la cantina di uno dei più importanti vignaioli di confine: Marjan Simčič. Fu proprio nella sua cantina ipogea che mi imbattei in dei vasi vinari molto particolari. Erano delle uova in cemento in cui Marjan stava sperimentando la produzione di alcuni dei suoi vini più importanti. La curiosità era molta, tanto da chiedergli tutto a riguardo. Fu così che Marjan mi mise in contatto con Petra Strah, titolare dell'azienda che produceva quelle "uova". L'unico problema? Quella uova dovevano essere prodotte in due parti separate e poi assemblate e a Petra questo non piaceva! Voleva essere l'unica a produrre uova in cemento fatte in un'unica soluzione. Quindi decido di seguire con estrema curiosità gli sviluppi del suo nuovo progetto fino a pochi giorni fa, quando lei stessa mi scrive una mail dicendomi che, finalmente, le uova in cemento della nuova azienda Wine&Egg erano pronte e non vedeva l'ora di parlarmene! Ho colto la palla al balzo e ho deciso di condividere con voi le informazioni che avevo richiesto per approfondire le dinamiche produttive e le possibilità di utilizzo di questi particolari vasi vinari che a prescindere dalle mode, rappresentano una soluzione molto interessante sia per il materiale utilizzato (cemento non vetrificato o verniciato) che per la forma (è stato appurato che la forma ellissoidale è ottimale per una spontanea stimolazione dei moti convettivi del vino).
botti uovo in cemento wine & egg

Eccovi la mia intervista a Petra Strah e al suo partner Denis Vodopivec di Wine&Egg

-Cos'è Wine&Egg?
»Wine & Egg« è il nome del nostro marchio e della nostra azienda. Produciamo uova innovative in cemento per l'invecchiamento del vino. La parola vino è sinonimo di fornitura (vino) - che è la ragione per cui abbiamo sviluppato il nostro prodotto in primo luogo, e la parola "Egg" sta per il prodotto stesso. Il nostro prodotto è un uovo intero fatto in un unica parte di cemento. Si tratta di un vaso vinario innovativo e unico che si distingue per numerose peculiarità. Il nostro marchio, il prodotto e la tecnologia sono protetti da brevetto.
uova cemento
-Perché questa sarebbe una vera innovazione nell'industria del vino?
Durante le diverse fasi di sviluppo tra il 2014 e il 2019, c'è sempre stato un obiettivo costante: sviluppare e produrre un contenitore di cemento nuovo, speciale, unico e di altissima qualità a forma di uovo da proporre al mercato sloveno e straniero dei più illuminati produttori di vino. Più precisamente, volevamo offrirlo a tutti i produttori di vino che cercano qualcosa di nuovo e qualcosa di speciale per la produzione del proprio vino. Le uova da vino in cemento che produciamo sono realizzate con materiali accuratamente selezionati che possono entrare in contatto con le disposizioni. Non usiamo additivi chimici, nessun metallo, plastica o altri tipi di rinforzi in calcestruzzo. L'uovo di Wine&Egg è il primo uovo di cemento prodotto da una sola componente. Tutte le altre uova in cemento sul mercato sono composte da due parti che vengono unite/incollate insieme. Oltre a questo, sono coperti con un rivestimento interno di plastica.
uovo cemento slovenia
-Come funziona l'uovo in cemento Wine&Egg?
Prima del primo utilizzo, l'uovo viene trattato con uno strato "protettivo" di strati di tartrati o acido citrico. Quindi, è pronto per l'uso. La maggior parte dei produttori di vino utilizza queste uova nei processi di macerazione sia dei vini bianchi che dei vini rossi. Poiché il cemento è un conduttore di calore migliore del legno, la fermentazione in contenitori di calcestruzzo avviene a temperature più basse nelle stesse condizioni. Questa procedura può variare in base al produttore del vino. Nella maggior parte dei casi, una volta terminato il processo di fermentazione, i produttori di vino lasciano riposare il vino sulle bucce  e altre particelle solide (vinaccioli e raspi) per diversi periodi di tempo - a questo punto l'alcol funziona come solvente per estrarre colori, tannini e aromi dalle bucce. Tutto questo varia secondo la procedura e del "know how" di un particolare produttore di vino. Alcuni produttori di vino mantengono il loro vino nelle uova di cemento per i primi 2 o 3 mesi dopo la vendemmia, poi lo affinano in botti di legno, mentre altri produttori di vino affinano  il vino in botti di legno solo dopo 6 mesi. In entrambi i casi, il vino ritorna in uova concrete dopo un certo periodo di tempo.
Nel processo di produzione del vino, l'uovo, o più precisamente il materiale di cui è fatto l'uovo, fornisce condizioni speciali che hanno un effetto sostanziale sullo sviluppo di un particolare tipo di vino e il suo "carattere". In breve, il vino da uova in cemento ha un sapore più pieno.
-Cosa sai dirmi dei moti convettivi?
Il flusso costante del vino all'interno dell'uovo di cemento è dovuto alla sua superficie liscia, priva di angoli, e alla forma ellissoidale.
La particolare forma a uovo produce, quindi, dei moti convettivi continui e spontanei che tendono a mantenere in sospensione le fecce fini. SI tratta, quindi, di una sorta di batonage naturale. Il contatto del vino con le fecce fini può essere determinante nella maturazione dei vini e in particolar modo dei vini bianchi.
moti convettivi forma vino
-L'uovo in cemento può essere assimilato alle anfore in terracotta?
No. Il gusto più pieno del vino da un contenitore a forma di uovo (specialmente se si lasciano circolare le fecce nobili) è anche dovuto al contatto più efficiente del vino con le fecce. Vale a dire, il processo di deposizione delle fecce è più lento in contenitori più alti (più stretti) rispetto a quelli inferiori (più larghi) che sono tipicamente rappresentati dai barili dello stesso volume. Le uova concrete sono in realtà molto simili agli antichissimi Kvevri georgiani. L'unica differenza è che sono capovolti. Il Kvevri si restringe verso il basso e la superficie di contatto tra i sedimenti e il vino è relativamente piccola. Poiché la tradizionale produzione vinicola georgiana non prevede la sospensione delle fecce, la forma di un Kvevri ha un'influenza molto semplice sul vino. Inoltre, la conducibilità termica e la permeabilità all'aria delle anfore in terracotta non sono le stesse delle uova di cemento, e anche il materiale di cui sono fatte le uova è diverso da quello delle anfore. Più precisamente, il materiale di cui sono fatte le uova ha una struttura simile al terreno marnoso. Uno degli argomenti introdotti dai difensori di questo materiale si basa su questo fatto e continua la storia sulla maturazione dell'uva e del vino: dal suolo alla cantina.
anfore cemento uovo
-Perché un produttore e/o un enologo dovrebbero acquistare/utilizzare un vostro uovo in cemento?
Durante questa intervista, abbiamo già presentato diversi fatti che parlano a favore dell'uso di uova in cemento nella produzione del vino. Tuttavia, vorremmo sottolineare che le informazioni presentate si applicano esclusivamente alle uova in cemento prodotte da Wine&Egg. Il contenuto di questo articolo si basa esclusivamente sui risultati ottenuti utilizzando l'innovativo uovo di vino in cemento prodotto da Wine&Egg. Il nostro prodotto è unico e quindi non possiamo affermare che le stesse caratteristiche si applicheranno anche a tutte le altre uova in cemento presenti sul mercato.
supporto botte
-Quanto costa un uovo in cemento di Wine&Egg?
Offriamo diverse opzioni e combinazioni per i nostri prodotti. In contrasto con le altre uova di cemento sul mercato, il nostro prodotto non include un supporto integrato. Le uova di cemento di altri produttori sono dotate di una sola soluzione di stand - "gambe" di cemento integrate. Siamo l'unico produttore di uova in cemento sul mercato a offrire ai clienti diversi tipi di uova e supporti come elementi separati. Le uova in cemento per la vinificazione e l'affinamento del vino sono disponibili in diversi colori e in due diverse superfici esterne: aspetto "cemento naturale" e "aspetto pietra" (ottenuto mediante sabbiatura della superficie esterna). Inoltre, possiamo incorporare ulteriori attrezzature nell'uovo in base alle esigenze del cliente (termometro, valvola supplementare con agitatore, ecc...). Infine, i nostri clienti possono scegliere tra diversi tipi di supporti (diverse forme e materiali). Pertanto, il nostro obiettivo non è solo quello di fornire ai nostri clienti prodotti tecnologicamente avanzati ma anche prodotti progettati esteticamente per adattarsi all'ambiente della loro cantina. Il prezzo dell'uovo cemento nella sua versione "base" è di 3.600 euro (tasse escluse) e il prezzo per la versione base del "portauovo" è di 430 euro (tasse escluse). Quindi, il prezzo di partenza dell'uovo di cemento pronto all'uso è di 4.000 euro tasse escluse. Per tutte le altre opzioni e combinazioni, possiamo preparare un'offerta in base alla richiesta del cliente.
vasche cemento vino non vetrificate

Ringrazio Petra Starah ideatrice dell'azienda Wine & Egg per la disponibilità e per aver condiviso con me e con voi tutti il suo progetto che ho avuto modo di seguire sin dagli albori.
Sono certo che questa realtà continuerà ad evolversi e che, a prescindere dalle mode, le performance di questi vasi vinari daranno risultati davvero interessanti, come già ho avuto modo di verificare io stesso con i primi assaggi in cantina.


F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 15 luglio 2019

L'unione fa la forza... e il territorio fa l'eleganza! - Il Chianti Classico dell'associazione Viticoltori di San Donato in Poggio

Da anni mi faccio fautore della condivisione e dell'aggregazione fra produttori e ho avuto la fortuna e l'onore di fare da padrino a diverse associazioni nate anche grazie a miei umili suggerimenti, ma ciò che mi rende più felice è vedere il proliferare di associazioni spontanee, nate senza bisogno di alcuno stimolo se non quello interno tra i produttori stessi e sono ancor più lieto di essere chiamato a conoscere queste realtà una volta concretizzate.
E' proprio questo che è accaduto con l'Associazione “Viticoltori di San Donato in Poggio” un anno fa ad opera dei soci fondatori: Stefano Carpaneto (Badia a Passignano), Paolo Paffi (Casa Emma), Alberto Albisetti (Castello della Paneretta), Sandro Caramelli (Fattoria La Ripa), Laura Bianchi (Castello di Monsanto), Riccardo Nuti (Fattoria Montecchio), Alessandro Cassetti Burchi (Le Filigare), Natascia Rossini (Podere La Cappella), Matteo Gambaro (Casa Sola), Vittorio Rossi (Fattoria Quercia al Poggio), Paolo De Marchi (Isole e Olena), Giampaolo Stefanelli (Fattoria Spadaio e Piecorto), Giovanni Davaz (Poggio al Sole).
associazione viticoltori san donato in poggio
L'associazione raggruppa aziende vitivinicole del territorio del Chianti Classico, nei comuni fiorentini di Tavernelle Val di Pesa e Barberino Val d’Elsa.
La mission è quella di far valere le unicità di questo vocato e storico territorio del Chianti Classico, mettendo in evidenza le peculiarità geologiche e pedoclimatiche che rendono i vini ivi prodotti riconoscibili e riconducibili alla sottozona e alla singola realtà.
L'identità è il fulcro di questa unione e non è stato difficile evincerlo dalla tavola rotonda che i produttori hanno organizzato per me nella sala degustazione della Fattoria Montecchio pochi giorni fa. 
Avere l'opportunità di confrontarmi con tutti i produttori associati avendo nel calice alcune delle loro referenze di riferimento mi ha dato modo di entrare nel cuore del territorio viaggiando di vigna in vigna e di cantina in cantina attraverso racconti e assaggi diversi ma complementari.
degustazione vini associazione chianti classico san donato
Se, come di consueto, questo tipo di degustazioni può e deve dare adito a visite in cantina e a future valutazioni della singola azienda mi sembra doveroso non scindere questo incontro in mere descrizioni di vino in vino, bensì vorrei porre l'attenzione su quelli che si sono dimostrati essere i principi comuni e accomunanti, i comuni denominatori sui quali i viticoltori di San Donato in Poggio possono contare.
Le sessioni di assaggio fatte hanno messo in evidenza 3 fattori fondamentali:
- Un'alta qualità media dei vini assaggiati, specie per quanto concerne l'assaggio in orizzontale dei Chianti Classico 2016.
- Al netto di annate favorevoli per equilibrio come la 2016, il secondo punto evidenziato dalla degustazione e dai confronti con i singoli produttori è il livellamento in termini di qualità percepita e di rispetto delle identità varietali e territoriali di ogni realtà a prescindere dalle dinamiche commerciali aziendali, dalle dimensioni e dal posizionamento. Questo è un valore che stupisce date le importanti diversità fra le cantine associate.
- Ultimo ma non per importanza, il punto imprescindibile per un'associazione fra produttori come questa, ovvero la coesione. Ciò che ho trovato persone, ancor prima che produttori di vino, che non hanno dovuto sotterrare l'ascia di guerra e non hanno dovuto mettere da parte la propria personalità, bensì hanno apportato un valore aggiunto al gruppo facendo confluire nelle dinamiche associative le proprie unicità. 
chianti classico zone
Ad aggiungersi a questi fattori ci sono i due aspetti che di più caratterizzano i vini prodotti in questo territorio: pedoclima e geologia.
I territorio di San Donato, nel versante ovest del Chianti Classico, gode di una conformazione particolare che ne condiziona in modo positivo l'andamento climatico stagionale.
Il corridoio del Monte Serra rappresenta un percorso privilegiato per il Maestrale che produce effetti determinanti sul clima di questa specifica zona, regalando inverni tendenzialmente più miti ed estati più ventilate, con picchi di temperatura meno importanti di altre zone della denominazione.
Questi aspetti, unitamente alla protezione delle alte colline a confine con Castellina in Chianti che abbracciano San Donato, hanno un effetto percettibile sulle uve prima e sui vini prodotti in questo territorio poi: una maturazione più lenta ed equilibrata che da origine a vini più eleganti, armonici e meno spigolosi, in cui struttura e acidità danzano all'unisono. Lo spettro organolettico privilegia integrità di frutto e freschezza del fiore, con note balsamiche in evidenza al naso, mentre al sorso sono la finezza della trama tannica, la buona profondità e la chiosa minerale a rendere questi vini bilanciati in ogni loro componente, se interpretati con rispetto e sensibilità nei confronti delle singolarità pedoclimatiche e dei varietali.
A contribuire all'equilibrio dei vini prodotti nella zona di San Donato in Poggio c'è, senza tema di smentita, il terreno che deve la sua conformazione allo scontro della piattaforma ligure con la piattaforma toscana che ha prodotto l'innalzamento delle colline del Chianti. Quindi avremo depositi marini come i Flysh, specifici di quest'area, e il più classico Galestro (scisti argillosi), con inserzioni di Alberese (calcare marnoso compatto) alternate a strati più sabbiosi di arenaria. Ad aggiungersi a queste specificità geologiche c'è la presenza di argille blu in profondità, utilissime a contrastare le sempre più frequenti annate calde e siccitose in quanto capaci di preservare acqua alla quale le piante possono attingere per evitare lo stress idrico e le conseguenti problematiche vegetative e produttive.
cantine san donato in poggio mappa
Un territorio dalle nitide peculiarità che parla attraverso i calici dei propri vini con grande onestà e credo sia proprio proprio questo l'aspetti che rende l'associazione Viticoltori di San Donato in Poggio una realtà da seguire con grande attenzione. Un gruppo di produttori che si fa promotore di un'area ben definita, senza strattoni da una parte o dall'altra, nell'ottica di una crescita generale della percezione di quello che è uno dei micro-areali più vocati dell'intera denominazione.

F.S.R.
#WineIsSharing



lunedì 8 luglio 2019

Filippo Magnani, l’artigiano dei viaggi di vino in Italia

Oggi ho il piacere di ospitare nel mio Wine Blog un grande professionista, nonché un amico che festeggia proprio in questo millesimo 20 anni di attività nel settore dell'enoturismo.
Parlo di Filippo Magnani che con la sua agenzia Fufluns Wine Tours si è dimostrato un pioniere nel comparto del turismo del vino in Toscana e in Italia tutta.
Una storia nata nel 1997, quando Filippo viveva ed lavorava in un hotel di Seattle negli USA. Durante l’estate visitò per caso la Napa Valley in California. Ebbe subito l’impressione che il turismo del vino fosse una realtà consolidata, tanto da volerla sperimentare nella sua terra natìa: la Toscana.
wine tour toscana
Nel 1999, terminati gli studi universitari sul turismo, crea Fufluns Wine Tour in Tuscany ed inizia a viaggiare nelle regioni vinicole italiane e straniere.
Nel 2000 divenni membro del Movimento Turismo del Vino come tour operator specializzato e questo è stato il primo vero passo verso il mondo del vino.
La mission di fufluns è stata sin dal principio quella di creare esperienze di viaggio personalizzate in Italia. Uniche ed irripetibili,  costruite attorno al vino, alla gastronomia ma anche basati sulle relazioni umane vere e sullo stile di vita italiano del quale dovremmo ricordarci più spesso di fare un vanto.
Come per l’assemblaggio di un grande vino, ideare un itinerario in Italia comporta conoscenza, passione, amore per il nostro paese e per questo Filippo ha continuato a implementare le sue competenze e si avvale di addetti full time e di un gruppo di wine expert / wine guide distribuito su tutto il territorio nazionale.
E' proprio per le sue skills che ho deciso di condividere con voi un breve "botta e risposta" riguardo l'enoturismo in Italia, con la speranza possa essere utile sia ai winelovers che, e soprattutto, alle cantine italiane che devono puntare di più su questa grande opportunità, insita nella bellezza e nell'unicità dei nostri contesti vitivinicoli.
filippo magnani wine

Intervista a Filippo Magnani di Fufluns

  - Come vedi l'enoturismo in Italia?  
E' appurato che l'Enoturismo , da molti anni, non é più un fenomeno passeggero, che si concentra in alcuni periodi dell'anno.
E' ormai diventato una segmento turistico a sé stante, per il quale soprattutto gli stranieri viaggiano lungo tutto lo stivale e nelle isole durante tutto l'anno. 

    - Quali sono le potenzialità dell'enoturismo in termini di visibilità aziendale?  
Durante l'esperienza di una visita, il viaggiatore ad oggi partecipa attivamente ad accrescere la visibilità dell'azienda in quanto continuamente interagisce sui propri canali social dove post foto e descrizioni della cantina dove avviene il tutto. 
Sotto l'aspetto un po' più tradizionale,  soprattutto per piccole aziende, c'è una maggiore visibilità attraverso l'etichetta del vino che viene venduto al turista alla fine di una visita. L'etichetta diventa ambasciatrice della cantina quanto il vino verrà aperto dai wine lovers durante una cena con amici o presso il loro wine club nei paesi dove risiedono. 

    - Quali sono le nazionalità più interessate ai wine tour in Italia negli ultimi anni?
Posso dire tutto il mondo. Logicamente i mercati europei vista la vicinanza, con facilità effettuano anche più di una week durante l'anno, alla scoperta dei vigneti Italiani. C'è poi un consolidamento del nord america che sempre più è acculturato sui vini ed i prodotti gastronomici del nostro paese. In sud america paesi come Brasile e Messico hanno già iniziato da diversi anni a spostarsi per effettuare un tour del vino in Italia. Dall'altra parte del mondo, la Russia è sempre alla ricerca di visitare i brand del vino più conosciuti. In Asia, la nazionalità che ormai conosce molto bene i territori vinicoli del bel paese è quella giapponese. Tuttavia, i sud coreani , seguiti dagli appassionati e professionisti del vino di Hong Kong, Singapore e Cina sono ormai affermati come mercati emergenti, molto attratti da una viaggio basato prevalentemente sul vino in Italia. 

    - Quanto può incidere l'enoturismo sulle vendite di una cantina?
Direi dal 5% al 15%. Tuttavia,  dipende come si struttura la cantina per l'accoglienza e le visite. Solamente essere organizzati per spedire il vino privatamente, in tutto il mondo, incide molto sulle vendite. 

    - Cosa consiglieresti alla cantine italiane per implementare l'enoturismo?
Creare una bella pagina web collegata ai social dove il singolo produttore o chi per lui, posta notizie ed esperienze di visita in cantina. Video e foto reali, autentiche ! 
Strutturarsi bene dal punto di vista organizzativo per l'accoglienza in cantina ad esempio una bella segnaletica all'entrata dell'azienda o nelle strade limitrofe. 
Allacciare partnership con agenzia tour operator specializzati sull'enoturismo.
Promuovere bene l'enoturismo in azienda nei contenti del vino in Italia e all'estero come fiere di settore, degustazioni guide vino, con i giornalisti. 

    - Quali sono le lacune delle cantine italiane nell'accoglienza degli enoturisti?
Ad oggi, dalle Alpi alla Sicilia, la maggior parte delle cantine, da quelle più grandi a quelle più piccole, da quelle più conosciute e quelle meno famose sono ormai pronte ad accogliere l'enoturismo in modo professionale e competente.
Dobbiamo essere in grado di agire in modo collettivo e unito. Penso alle azioni di co-marketing sul turismo che possono essere fatte tra le aziende di un territorio vinicolo specifico oppure tra le aziende coordinate dal consorzio vino di competenza . 
Insomma, un bel lavoro sul turismo del vino in Italia è stato fatto ma come sempre, dobbiamo  continuare a migliorarci.
visite in cantina monsanto
Non mi resta che ringraziare Filippo e rinnovare i miei più sinceri complimenti per questi 20 anni di onorato impegno nel mondo dell'enoturismo in Italia, augurandomi di rivederci per la prossima intervista al prossimo traguardo!

F.S.R.
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