sabato 28 settembre 2019

Wine Marketing o "Marchette"? Un po' di chiarezza nell'intervista doppia agli esperti di marketing del vino Marco Andreani e Tommaso Cattivelli

Negli ultimi anni, complice l'avvento di Instagram e la conseguente nascita di una moltitudine di profili legati al vino, è sempre più difficile distinguere la comunicazione organica a carattere puramente divulgativo e informativo e quella promozionale legata a doppio filo al marketing.
In un mio post pubblicato su facebook qualche giorno fa ho voluto porre l'attenzione su questa dicotomia presente nella comunicazione enoica odierna con la volontà di fare un doveroso distinguo tra chi comunica condividendo in maniera indipendente e libera da condizionamenti economici la propria opinione su vini e cantine (come me) e chi, invece, opera in ambito promozionale pubblicando recensioni a fronte di un compenso. In questo  preciso momento di grande confusione è fondamentale fare chiarezza e dare a tutti gli strumenti per distinguere tra le varie entità coinvolte nella comunicazione del vino. Dopo alcuni miei articoli volti a screditare alcune poco etiche strategie di crescita e altrettanti poco deontologici approcci alla comunicazione enoica, nel massimo rispetto dei ruoli e del lavoro di professionisti del settore ho ritenuto opportuno dare spazio anche a chi si occupa di wine marketing.
markette vino
Se alcune condotte poco corrette e alcune figure improvvisate fanno male a chi comunica il vino come me, hanno un effetto altrettanto negativo anche sulla percezione di chi si occupa di marketing in maniera trasparente e qualificata.
Ecco perché è giunto il momento di fare maggior chiarezza riguardo aspetti focali della comunicazione del vino online in ogni sua forma, partendo dalla semantica del marketing, passando per la definizione di alcune “nuove figure” che vantano nomi altisonanti e, spesso, fuorvianti come wine influencer, brand ambassador, wine informant, wine marketer, wine social media manager e arrivando a dare a produttori da un lato e winelovers dall'altro gli strumenti atti a comprendere le dinamiche comunicative che si celano dietro ad un post o a un articolo.

Vi lascio alla mia "intervista doppia" a Marco Andreani e Tommaso Cattivelli.


-Marco-
marco andreani wine digital marketing-Ecco, quindi che chiedo a Marco Andreani di winedigitalmarketing.com di definire le skills che professionalmente dovrebbero avere queste “figure” che gravitano attorno all'enosfera e sempre più spesso entrano in contatto con produttori da un lato e winelovers dall'altro, tramite i principali social network.

Parto con una necessaria precisazione. Nella parte finale della tua introduzione tu citi figure professionali molto differenti tra loro, e non presenti unicamente nel mondo vino, bensì in molti altri settori (pensiamo alla pionieristica moda). Definirli tutti, in termini di caratteristiche, competenze e ruoli, richiederebbe un post dedicato. Anche perché alcuni di loro, come ad esempio i social media manager, non sono figure con esposizione mediatica diretta, quanto piuttosto professionisti che operano dietro le quinte dei canali social delle aziende loro clienti.
Altri, come invece gli wine influencer, fanno della reputazione, del seguito e dell’esposizione mediatica, i tratti essenziali della propria identità sociale e professionale.
Definire in dettaglio le peculiarità che tutte queste figure dovrebbero possedere rischierebbe di rivelarsi noioso, nonché molto articolato. Non è dunque questa la sede appropriata. Quello che posso fare è precisare alcuni aspetti chiave.
Credo che le aziende vinicole abbiano oggi più o meno chiaro cosa sia un marketer o un social media manager. Sanno genericamente qual è l’ambito e i confini di una eventuale collaborazione con chi si occupa di strategie digitali e di creazione di contenuti
Meno chiaro forse si rivela l’approccio con figure intermedie come gli wine influencer. Intermedie nel senso che si pongono idealmente in una via di mezzo tra chi progetta la strategia e chi la recepisce (il target selezionato). Questa categoria oserei dunque definirla “liquida”, e rilevo che, soprattutto a seguito della scarsa qualità e della scarsa trasparenza di alcuni (soprattutto qualche anno fa), sembra che più nessuno voglia ormai rientrarci.
Detto questo un buon wine influencer dovrebbe avere una propria identità, una community attiva e interessata, un’etica e una trasparenza circa la natura dei propri contenuti. Deve essere quindi chiaro se un post è mosso da disinteressata passione o se frutto di una sana e proficua collaborazione professionale (poche righe di testo e alcuni hashtag potrebbero essere sufficienti, anche se in pochi li usano).
Questo non sempre accade. Da un lato perché chi si definisce wine influencer sta cercando di costruirsi una propria reputazione e un proprio posizionamento in un mercato che spesso non conosce a sufficienza (intendo il mercato del marketing e della comunicazione). Da un altro lato perché strumenti e piattaforme favoriscono una confusione che apre a spazi di frontiera spesso scarsamente definiti.
Vi sono quindi casi di profili che, dopo aver raggiunto una certa popolarità in Instagram, hanno cercato di inventarsi un lavoro. Alcuni possiedono competenze, enoiche e di marketing, altri no.
Ecco dunque che un buon wine influencer, se vuole offrire servizi più ampi oltre alla semplice e spesso sterile visibilità garantita dal numero dei suoi follower, deve necessariamente possedere anche conoscenze di marketing e comunicazione. E non sto parlando di competenze improvvisate, ma di competenze avvalorate da un percorso di studi o da precedenti esperienze lavorative. Competenze che abbracciano il marketing tradizionale, il marketing digitale, il social media marketing, il marketing diretto, l’inbound marketing, e chi più ne ha più ne metta.

-Tu hai avuto modo di interagire con molti comunicatori e con personaggi che sono definiti o si auto-definiscono wine influencer, quindi ti chiedo: pensi sia una categoria omogenea o credi che sotto lo stesso “cappello” si celino attività e approcci radicalmente differenti?

Da quando esiste soprattutto Instagram ne ho viste davvero di tutti i colori. E dico Instagram perché si tratta del canale oggettivamente meno normato e protetto di tutti, un canale che negli anni ha permesso liberamente automatismi e crescite ingiustificate, impossibili su altre piattaforme. Spesso infatti un influencer che ha raggiunto centinaia di migliaia di follower in Instagram poi non ha un seguito altrettanto rilevante su altri canali, sintomo del fatto che se ha truccato il tavolo su un canale era perché poteva farlo in quel contesto e non in un altro.
I dati non mentono, l’Italia è il Paese dove più sono stati utilizzati bot per le crescite e per il doping virtuale in Instagram. Non per altro se oggi dici wine influencer pensi a questo canale, non a Twitter ad esempio (che avrebbe concettualmente lo stesso identico significato).
Nella categoria ci sono dunque caduti in molti. Alcuni hanno cavalcato l’onda di successo dell’etichetta quando questa era in voga, altri si sono trovati l’etichetta addosso senza volerla realmente, altri ancora lo sono veramente, e difendono loro stessi e il loro lavoro con i fatti prima ancora che con le parole.
Per tutti questi motivi distinguere è diventato difficile, difficile ma non impossibile.

-Ho letto molti tuoi articoli diretti a produttori e aziende nei quali cerchi di fare chiarezza e di aiutarli a districarsi nei meandri dei social media. Quali credi siano le accortezze che una cantina, oggi, dovrebbe avere nei confronti delle proprie scelte comunicative online?

Una cantina deve fare una sola cosa a mio avviso. Deve dubitare. Deve farlo con criterio e con intelligenza certo, ma non può esimersi dal farlo. E deve porsi le domande giuste, soprattutto su chi è e dove vuole arrivare. Perché spesso le aziende, non solo del vino, si pongono le domande sbagliate, che non possono che generare risposte sbagliate.

Ecco alcune domande chiave:
In cosa consiste precisamente questa attività?

Cosa offre esattamente questa persona?

A chi si rivolge questo prodotto o questo servizio?

Quello che offre è utile al raggiungimento dei miei obiettivi?

Ciò che propone è in linea con la mia filosofia comunicativa e produttiva?

Quanto costa? Posso permettermelo?

Posso dedicarci del tempo, oltre che dei soldi?

Posso misurare concretamente il ritorno del mio investimento? Come?

Non è questa la sede per vendermi, ma credo che figure come la mia, o come quella di Tommaso, siano fondamentali oggi soprattutto per non commettere errori (o nella peggiore delle ipotesi per capire come mai si è fallito). Non dovrebbe essere così, non in prima battuta, ma è pur vero che la confusione e l’approssimazione sono oggi troppo diffuse, e le aziende del vino hanno bisogno di qualcuno che indirizzi le loro azioni comunicative e di marketing in termini strategici.
Serve educazione alla strategia, serve conoscenza del mercato, servono obiettivi.
Il principale errore commesso oggi dalle aziende è quello di concentrarsi su strumenti e azioni piuttosto che su strategie e obiettivi. Vedono Instagram, Facebook, un sito web, non vedono concetti apparentemente astratti come gli obiettivi, il target, il tono della comunicazione, i risultati. Così facendo disperdono tempo ed energie.

-Fino a qualche anno fa esisteva Klout che, con tutti i suoi limiti, in un'era in cui tendenzialmente il mondo del vino sui social era regolato da maggior etica e minor compravendita di like e followers, sembrava essere un algoritmo abbastanza attendibile per quotare e valutare l'influenza dei maggiori wine communicator e influencer italiani e stranieri. Oggi, come si può distinguere un profilo totalmente organico da uno falsato e “dopato” con pratiche poco etiche?

Esistono ancora alcuni portali che aggregano sensatamente figure come comunicatori o influencer (es. Buzzoole), così come esistono tool in grado di evidenziare pratiche non ortodosse per la crescita di follower o interazioni (es. Ninjalitics).
Credo però che oggi nulla sostituisca l’analisi puntuale di un consulente esperto. Anche perché non è sufficiente distinguere chi lavora bene da chi no, ma serve anche capire chi può portare beneficio alla singola realtà vinicola, sia in termini di ritorno sia di visibilità.
Parte del mio lavoro consiste proprio in questo. Analizzare cosa fanno gli wine influencer, come lo fanno e a chi lo comunicano, e consigliare eventuali collaborazioni in relazione alla singola realtà aziendale.
Un buon wine influencer d’altronde si riconosce dalla bontà, dalla pertinenza, dalla rilevanza e dalla partecipazione della propria community. E tanto anche dalla vicinanza, filosofica e comunicativa, ai valori di una specifica azienda del vino.

-Cosa ne pensi dei gruppi di aiuto o Instagram Pod? Non pensi che creare un seguito fittizio basato sul mero do ut des di follower e like sia fuorviante e poco corretto? Specie se con quei numeri creati in maniera artificiosa e opportunista (per quanto i pod vengano, spesso, contestualizzati nell'ambito delle dinamiche di accrescimento organico degli account) poi ci si rivolge alle aziende e ai consorzi chiedendo compensi per attività promozionali…

Qualche anno fa chi aveva un blog contattava altri blogger per avere un backlink al proprio sito. Era un modo per aumentare ranking, reputazione e visite.
Ragionando a mente fredda non condanno la modalità in sé dello scambio link o follower, se fatto con etica e pertinenza. Se la community che si riesce a ottenere risulta alla fine interessata, coerente, coesa, pertinente e partecipativa, allora è stato fatto un buon lavoro, e un’azienda del vino può trarne giovamento.
Detto questo, gli attuali Instagram Pod sono ormai un cattivo esempio proprio per come sono strutturati. La qualità è bandita. Conta solo crescere in fretta. Le regole che impongono l’obbligo di like e commenti anche su argomenti che non interessano realmente, rendono tutto molto asettico, meccanico e opportunistico. Il fatto che si possano trovare gruppi di crescita Instagram anche su altre piattaforme, come Facebook o Telegram, la dice lunga sulla vera finalità di questi gruppi.

-Un tempo la figura del Brand Ambassador era riferita a professionisti del settore capaci di elevare la percezione del Brand di un'azienda divulgandone la qualità, la storia e occupandosi di gestire degustazioni in Italia e all'estero al fine di far conoscere l'azienda e i suoi vini. Occorreva, quindi, un profilo altamente qualificato. Oggi, noto la nascita di molti “Brand Ambassador” sui social, cosa sono realmente? Perché un'azienda dovrebbe affidare il proprio “brand” a un/a Instagramer? Non si tratta dell'ennesimo “nome altisonante” per definire chi fa mera promozione online per un'azienda specifica?

Noto una certa avversione per la parola “promozione”, che se integrata con le altre 3 P del marketing “tradizionale” è tutto tranne che un concetto da denigrare. Così come il marketing non è una cosa sporca, anzi, è l’essenza stessa di un prodotto all’interno di un mercato, la leva in grado di far incontrare domanda e offerta.
Detto questo il consumatore di oggi non è più quello di un tempo. Una volta ci si fidava solo dei messaggi dall’alto. Solo l’esperto raggiungeva un certo pubblico, le persone “normali”, seppur magari molto preparate su un argomento, al massimo diventavano influencer nel bar del proprio paese.
Oggi non è più così, tutti possono aprire un blog o un canale social e comunicare. Dall’altro lato dello smartphone ci sono poi i giovani consumatori che preferiscono affidarsi ai consigli di un amico, o di un loro “simile” online, piuttosto che aspettare i 90 punti del guru sulla rivista di settore. Il passaparola digitale ha una veste più spontanea, meno artefatta (almeno in apparenza).
Io stesso ho cercato e acquistato alcuni vini mosso dalla curiosità scaturita da post di comunissime persone che stimo e che so essere in linea con i miei gusti.
Ecco che oggi un Brand Ambassador può essere anche una persona comune ben posizionata in rete. Non per forza un Instagrammer, ma ad esempio un blogger.
Certo l’ambassador ha una valenza ben specifica e una maggiore responsabilità rispetto a un semplice affezionato. È un vero e proprio portavoce dell’azienda, della sua filosofia produttiva, dei suoi valori. Dovrebbe quindi sposare questi valori e farli suoi, comunicandoli con autorevolezza, coerenza e rispetto.

-Tommaso-
cru agency
-A Tommaso Cattivelli founder di CRU Agency (agenzia specializzata nell'agroalimentare) vorrei chiedere, invece, come si può distinguere in modo chiaro un contenuto divulgativo attendibile e un contenuto puramente promozionale?

Ciao Saverio e grazie di questa intervista.
Innanzitutto, direi che giudicare a priori un contenuto solo sulla base del fatto che la sua creazione sia stata pagata, non sia corretto. Piuttosto, cercherei di capire quali sono le effettive capacità di chi valuta il vino in questione e, banalmente, osserverei attentamente come ha valutato altri vini in passato.
Stiamo parlando di una logica legata all’Influencer Marketing, dove sostanzialmente una persona promuove (gratis o, molto più spesso, a pagamento) l’uso di un prodotto influenzando tutte le altre persone al suo seguito.
Per distinguere un contenuto truccato da uno veritiero l’unica cosa che possiamo fare è dare uno sguardo ai suoi profili/canali (profilo social network e/o blog) ed osservare con attenzione quali siano state le relazioni avute e le valutazioni svolte finora. È noto che ogni degustatore/wine blogger abbia delle preferenze e che esista una sorta di filo conduttore che chiarisca quale sia il gusto e gli elementi ricercati in un vino/prodotto agroalimentare. Dai tipi di vini assaggiati e dagli eventuali punteggi conferiti deve emergere una coerenza che in fondo faccia pensare all’onestà intellettuale del critico.
Viceversa, se dovessimo notare la mancanza di tale coerenza, potremmo azzardare il pensiero che il degustatore in questione si faccia pagare per regalare punteggi anche quando il vino non li merita.
Tuttavia, l’errore più grande che possiamo fare è prendere come elemento d’accusa la prestazione a pagamento. Lavorare a pagamento, oltre ad essere sacrosanto, in questo caso può essere un indizio, non una prova.

-Come vi ponete voi professionisti del settore nei confronti di chi si improvvisa marketer e di chi utilizza termini impropri per auto-definirsi esperto di comunicazione nello specifico nel settore vino?

Nel tempo abbiamo capito che, con certi personaggi, ignorare sia la migliore soluzione. Spesso, il solo fatto di attaccare chi non è minimamente competente, ma si vende bene come esperto, gli fa acquisire ancora più valore agli occhi di alcuni suoi fan. Si verifica un fenomeno di polarizzazione dove chi provava già simpatia per l’esperto, ora prova un vero attaccamento, mentre chi già nutriva qualche dubbio, ora è convinto della malafede del sedicente esperto in questione.
Come professionista del settore, non vorrei mai che qualcuno parlasse male del settore senza conoscerne le regole. Anche in questo caso non dovrebbe essere la disciplina del marketing a venire accusata, ma dovrebbero esserlo le persone che ne sfruttano i lati più complessi e talvolta meno chiari a loro vantaggio.
Nella maggior parte dei casi è meglio evitare perdite di tempo, perché prima o poi i nodi vengono al pettine e il sedicente esperto si rivelerà per quello che è. Nel marketing come in tantissime altre discipline i cavalli buoni si vedono a lunga corsa.

-Quali sono gli strumenti utili ai lettori/consumatori – oltre ad attenzione e buon senso – per distinguere un contenuto promozionale professionale da una “marketta” travestita da contenuto privo di condizionamenti?

In una sola parola: cultura. Chi naviga online deve imparare ad informarsi correttamente, deve imparare ad usare correttamente gli strumenti e deve coglierne i pericoli. Online si trovano migliaia di contenuti tra articoli, video e podcast che ne parlano.
Se parliamo di vino e di come un probabile utente potrebbe cercare informazioni e imbattersi in un contenuto poco onesto, il nostro lavoro come marketer andrebbe fatto aiutando le aziende produttrici a comunicare loro stesse (o meglio, il loro valore) tramite i canali a disposizione (in particolare: sito web, social media, email e/o chatbot). In questo modo l’azienda sarebbe in grado di arrivare direttamente a parlare al cliente finale (non necessariamente un consumatore, ma anche ad un ristoratore), esercitando anche la propria influenza.

-Esistono norme che regolano la promozione di prodotti come il vino online tramite blog e social in primis?

Su canali come i blog non mi risulta esistano norme che ne vietino la promozione. Sui social invece è sempre più viva la necessità di mostrare trasparenza nelle collaborazioni tra aziende ed influencer. Da un’ultima ricerca svolta da UM Media è emerso un dato molto chiaro: soltanto il 4% dei 56.000 intervistati ha dichiarato di aver fiducia negli influencer.
Anche nella comunicazione del vino sarà sempre più necessario che chiunque faccia del wine blogger/critico una professione dimostri la propria trasparenza indicando che una recensione sia un cosiddetto “contenuto brandizzato”, ovvero un contenuto realizzato in collaborazione con un’azienda.
Ad esempio, gli influencer più sensibili a questo problema di comunicazione su Instagram stanno utilizzando l’hashtag #ad o #adv, come una dichiarazione di trasparenza sul contenuto appena pubblicato.

-Abbiamo convenuto di vedere il vino come profondamente diverso da qualsiasi altro prodotto da comunicare e/o promuovere. Quanto credi possa essere fruttuoso per un'azienda produttrice di vino fare mera pubblicità online tramite questo tipo di figura? Quanto credi, invece, sia importante avere un social media manager che si occupi della comunicazione coordinando e coadiuvando il produttore stesso nel racconto del proprio lavoro, dei propri vini e del proprio territorio di riferimento?

Penso che in logica di sostenibilità (e ricordiamoci che qualsiasi attività di grande valore deve avere sostenibilità nel tempo), sia necessario che le aziende valutino attentamente le collaborazioni con critici e influencer. Ribadendo quanto scritto più in alto, è necessario valutare lo storico dei potenziali collaboratori, capire quali siano i tipi di interazioni che queste figure attraggono e inserire tale collaborazione in un’ampia strategia di marketing e comunicazione.
E qui arriviamo all’importanza per tutto il mercato vitivinicolo di figure che abbiano competenze teoriche e pratiche su marketing e comunicazione (in particolare: content marketing, social media management e gestione delle community ed email marketing). Partiamo da due presupposti:
1. La relazione duratura tra persone (aziende e clienti) è alla base del marketing. La fiducia genera fidelizzazione e, in termini economici, un aumento di fatturato e profitto nel tempo.
2. L’Italia è costituita da varietà, che si tratti di vitigni (non pochi: 500 circa), di condizioni pedoclimatiche e di fattori umani legati alla cultura e agli elementi precedenti. Sto parlando del concetto di terroir e l’Italia ne possiede un immenso patrimonio, ma non c’è bisogno che lo dica io, lo sappiamo, o forse no?
Come sostengo da tempo, spesso non c’è niente da inventarsi. Molte imprese, molti imprenditori e responsabili comunicazione/marketing cercano di emulare le logiche dei grandi brand, tentando di applicare le relative pratiche al proprio caso.
Il problema in questo caso è che manca il contesto e, spesso, le risorse umane e finanziarie utili allo scopo. Il contesto in particolare è ciò che cozza maggiormente con l’avvio di attività lanciate con la sola ottica di generare visibilità, poiché si tratta di operazioni i cui risultati necessitano del raggiungimento di una massa critica di persone e di tempo per avere un valore economico.
Per intenderci, acquistare spazi televisivi o su riviste di settore può essere un’azione interessante, ma non se non viene sostenuta nel tempo.
Con internet e il web un’azienda ha molte più opportunità di valorizzare la propria unicità sfruttando le informazioni per generare attenzione (il cosiddetto engagement). Se abbiamo compreso che ciò che ci distingue sta proprio nel terroir (nella sua reale definizione), perché non descriverne davvero le caratteristiche? Perché non dare valore a tutte quelle informazioni tecniche che spesso teniamo chiuse in cantina? Perché inventarsi storie quando 99 volte su 100 ne abbiamo già in azienda e sono pure vere!?
Il fenomeno del ROPO (resarch online, purchase offline - ricerca online, acquisto offline) o ancora meglio, i dati sulla crescita delle vendite eCommerce del vino in Italia parlano chiaro: le persone cercano e si informano soprattutto online per acquistare un vino. Ciò che manca molto spesso è proprio l’intervento delle aziende stesse nell’informare il potenziale cliente.
E se manca ancora per i canali diretti ai consumatori, pensa quali opportunità ci possono essere nella vendita B2B, a ristoranti, enoteche, hotel ecc.
Il discorso sarebbe lungo ma per chi vuole, nella nostra community dedicata esclusivamente ad imprenditori e food marketers questi temi sono all’ordine del giorno: www.facebook.com/groups/internetoffood.

-Saverio-
Io non mi occupo di promozione di vino, non sono un marketer, ma scrivo e racconto da oltre 13 anni la mia esperienza diretta derivata da studio, viaggi, degustazioni e confronti costanti e ho vissuto dapprima la diatriba fra “giornalismo” e “blogger” e, poi, quella fra "comunicatori” e “marketer”. Eppure, io continuo a rispettare l'operato di ognuno nella sua specifica professionalità e con le proprie peculiarità. Ciò che ci terrei ad evidenziare sono proprio le diversità tra le varie figure che gravitano attorno alla “comunicazione” del vino online e a qualificare l'attendibilità e la credibilità di ognuna di esse in base all'entità dei contenuti e alle dinamiche che hanno portato alla produzione di un articolo piuttosto che di un post sui social.

-Marco & Tommaso-
wine influencer marketing vino
Chiedo quindi ad entrambi come credete si possano aiutare in modo concreto produttori e lettori a valutare al meglio le diverse entità coinvolte nella comunicazione e nella promozione del vino?

-Marco-

Serve fare cultura, più che mai. Serve dimostrare professionalità e competenza. Serve produrre contenuti utili, informativi e onesti (se mi passi il termine). Serve chiarezza e trasparenza.
Certo dalla parte dei produttori serve mettersi in ascolto, senza pregiudizi e senza false aspettative. Serve imparare a ragionare in termini strategici, che è forse la cosa più complicata perché impatta sulla forma mentis. Serve conoscere e saper differenziare i vari e differenti ruoli comunicativi. Serve capire che acquistare visibilità non è fare digital marketing e che ognuno ha un ruolo preciso e distinto, che solo se compreso e rispettato funziona.
Ultimamente sono sempre più convinto che serva formazione qualificata. Una formazione però profondamente teorica. Sembra una pazzia in controtendenza, ma se ci ragioni ti rendi conto che di tutorial su come usare Instagram o su come fare promozione in rete è pieno il mondo. Più difficile è comprendere cosa sia veramente il marketing digitale (che non è Instagram, non è Google e non è un e-commerce) e cosa realmente può fare per un’azienda del vino.

-Tommaso-
Da un punto di vista generale, credo che si possa comunicare qualsiasi cosa per aiutare imprenditori e lettori a capire come leggere contenuti online, ma sono consapevole che tutto questo possa essere comunque inutile. Perché?
Perché non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Se gli stessi produttori e/o lettori non si impegnano a cogliere determinate dinamiche, informandosi attivamente e lasciandosi aiutare da professionisti, rimarremo sempre in una situazione poco chiara e ricca di cliché.
Oltre a quanto scritto sopra credo anche che il miglior modo di aiutare imprese e produttori a interpretare il mercato (e quindi tutto quello in cui potrebbero imbattersi online) sia quello di essere empatici e mettersi nei loro panni. Gli articoli di Marco sono sempre molto chiari nel messaggio e nella logica che va seguita per lavorare in maniera corretta con internet e il marketing. Io punto più sul lato tecnico, mentre tu Saverio riesci a spiegare e a raccontare in maniera molto chiara e franca ciò che degusti e il territorio.
Ecco, sottolineando questi tre aspetti di cui parliamo sui nostri rispettivi canali, siamo in grado di cogliere crisi e opportunità per un’azienda, evidenziando gli approcci più adeguati per la formulazione di una strategia di marketing corretta. In breve, ci mettiamo nei panni dell’azienda, o almeno ci proviamo!
Penso che questa sia la formula per ideale per generare fiducia negli imprenditori e permettere loro di cogliere chi conosce il vino, il suo mercato e come valorizzarlo e chi invece sfrutta i lati più fumosi del marketing per imbrogliare.

-Saverio-
Con questa intervista doppia ho voluto dimostrare la mia apertura a comprendere le dinamiche del wine marketing per quanto non nelle mie corde e sono certo che la promozione del vino possa rappresentare un'arma importante per le cantine che hanno bisogno di visibilità. Detto questo, confido che siano gli stessi professionisti del settore a cercare di far aprire gli occhi ai produttori e ai "lettori" riguardo l'operato di alcune figure di dubbia affidabilità e credibilità. Ringrazio Marco e Tommaso per l'accuratezza delle loro risposte e la loro disponibilità.
Io, da par mio, preferisco tenermi stretta la mia indipendenza nel recensire una cantina e i suoi vini raccontandovi la mia esperienza personale e condividendo con voi la mie impressioni più sincere scevro da condizionamenti se non quelli dettati dalla storia di una realtà, dall'amore per un territorio, dalle emozioni indotte da un assaggio.

F.S.R.
#WineIsSharing

martedì 24 settembre 2019

La vendemmia è anche sacrificio!

Settembre è il mese in cui si compiono molte delle principali vendemmia in Italia e, anche un occhio poco esperto, lo può evincere dalla grande mole di foto e di video pubblicati sui social da cantine e vignaioli in questo periodo.
Foto che rappresentano, spesso, la luminosa e turgida bellezza dei grappoli maturi dei varietali più disparati, forbici che recidono tralci, cassette piene pronte per essere portate in cantina, botti vuote in attesa di un nuova fermentazione.
vendemmia 2019
Ciò che non sempre è così facile scorgere però, è la fatica di un anno di lavoro, è l'incertezza di 12 lunghi mesi in cui è bastato un giorno di grandine, un attacco di peronospora mal gestito o l'invasione di cinghiali e caprioli che in una notte hanno banchettato con i frutti di un intera parcella di vigneto.
La vendemmia è, dunque, un momento bellissimo per noi amanti del vino, per chi occasionalmente si approcci al lavoro in vigna e vede la raccolta come il compimento di un ciclo naturale che si ripete ogni anno. Eppure, è anche sacrificio, ansia, preoccupazione e, soprattutto, sfida. Sì, perché è proprio dalla vendemmia che inizia un'altra sfida, stavolta non più con Madre Natura ma con il tempo e con sé stessi. E' il momento in cui vignaioli ed enologi fanno la conta delle uve portate in cantina, valutano la qualità delle stesse selezionando e vivisezionando ogni grappolo e, in alcuni casi, ogni singolo acino al fine di trarre il meglio dell'annata da ogni particella di vigneto, da ogni cru, da ogni varietale e da ogni uvaggio.
La vendemmia è la fine di un ciclo ma è anche l'inizio di una metamorfosi che trasformerà quei frutti di tanta fatica nel liquido che tanto ci da da parlare, da scrivere, da gustare.
“Il vino si fa in vigna” è un mantra, ormai! Lo sentiamo ripetere da ogni produttore e da ogni comunicatore e di certo l'importanza del lavoro in vigna e, ancor più, il rispetto che si ha in materia agronomica sono due fattori fondamentali ai fini della produzione di vini di qualità, capaci di rispecchiare al meglio l'identità di un territorio e gli esiti dell'annata.
E' anche vero, però, che in quest'equazione l'uomo è altrettanto fondamentale e le sue scelte sono imprescindibili nella valutazione dell'annata: attendere il momento giusto per la vendemmia sia in termini di maturazione fenolica e tecnologica - assaggiando gli acini e campionandoli per analizzarli - che rispetto al meteo cercando di scongiurare una raccolta “bagnata” o nei casi peggiori esplosione degli acini e marciumi; comprendere quali uve destinare ad ogni singolo vino e decidere, quindi, del futuro di un frutto del quale si può solo intuire le potenzialità; valutare investimenti in vasi vinari in cemento, acciaio o in tini e botti di legno che graveranno sulle casse delle realtà, specie se medio-piccole.
Nelle mie vendemmie passate ho avuto modo di vivere gli aspetti più esaltanti della vendemmia come la convivialità e la gioia per una raccolta all'altezza delle aspettative, ma anche quelli che fanno parte di un backstage di cui in pochi tengono conto quando stappano una bottiglia: il trattore che non va, la pressa che si inceppa proprio durante la pressatura delle uve che dovrebbero andare a produrre il vino più importante dell'azienda, giornate di lavoro che terminavano alle 4 del mattino e ricominciavano alle 6 e tanti piccoli incidenti di percorso che possono mettere a dura prova anche i vignaioli e gli enologi più esperti.
Va da sè che i miei riferimenti siano indirizzati principalmente verso le realtà virtuose che effettuano raccolta a mano, ancor meglio se in cassetta, in alcuni casi in vigneti considerati eroici per la conduzione agronomica e ancor più per le vendemmie che vengono gestite con modalità che sfociano, in alcuni areali, nell'"assurdo" (es: le monorotaie delle Cinque Terre o le altissime scale dell'Asprinio di Aversa).
vendemmia eroica cinque terre
La vendemmia resta uno dei momenti più affascinanti e suggestivi del percorso dell'uva e del vino dalla vigna al bicchiere ma è anche l'occasione ideale per ricordare l'incertezza di questo mestiere, le ansie e le preoccupazioni dei vignaioli e la fatica di ogni produttore nel portare, in ogni annata, i migliori frutti dei propri vigneti nella quantità più consona possibile in cantina e poi in bottiglia.

E dato che "repetita iuvant" anche quest'anno invito tutti gli amanti del vino a ricordarsi di quanto costi in termini di fatica e denaro produrre un vino, di quanto sia incerta ogni annata e di quanto la bellezza dei vigneti e della vendemmia racchiuda in sè anche tanto lavoro e altrettanto sacrificio, nonché dedizione e competenza.
Ai colleghi comunicatori chiedo, ancora una volta, di non giudicare un'annata in maniera prematura, ancor prima di averne assaggiato il frutto, perché annate come la 2014 insegnano che la differenza, nelle raccolte più complesse, la fa il manico!
Infine, auguro a tutti i vignaioli e i produttori di vivere questa vendemmia nelle migliori condizioni e di poter iniziare a lavorare ai vini che recheranno in etichetta l'annata 2019 con grande positività e una luminosa prospettiva.

F.S.R.
#WineIsSharing

venerdì 20 settembre 2019

Quando i vignaioli passano da intervistati ad intervistatori

Negli ultimi anni mi è capitato di rispondere a qualche domanda postami da amici e colleghi comunicatori, ma mai mi era capitato di essere "intervistato" da dei produttori.
E' stato tanto inatteso quanto interessante potermi confrontare con Maria e Riccardo della Cantina Mongioia. Ricordo ancora le loro vigne vecchie di Moscato a Santo Stefano Belbo, con i loro 160/180 anni sono ancora oggi tra le più longeve mai viste in Italia dal sottoscritto.
A prescindere dalla chiacchierata che vi riporterò qui di seguito, credo che questa scelta di Maria e Riccardo possa fungere da esempio nell'abbattimento di quel muro illusorio che, sin troppo spesso, si frappone tra chi fa vino e chi comunica vino. Da anni credo che si possa mantenere una forte integrità etica e una nitida imparzialità anche creando rapporti umani basati su stima e fiducia e non su compartimenti stagni o su leve di potere dall'una o dall'altra parte. Per me è stato un onore e un piacere raccontarmi a chi fa il lavoro che mi permette di avere ogni giorno qualcosa da vivere, da assaggiare, da raccontare e condividere.
wine blogger italiano saverio russo

Eccovi l'intervista (trovate la versione integrale su https://www.mongioia.com/mongioia-intervista-saverio-russo)
  • Ciao Saverio. Presentati, raccontaci un po’ di te. Da cosa è nata questa tua grande passione per il vino?
Il vino è entrato nella mia vita in maniera tanto inattesa quanto travolgente come accade per tutte le grandi passioni e per i grandi cambiamenti. È proprio da un periodo di profondo cambiamento, da una fase particolare della mia vita che mi ha visto abbandonare la mia terra natia – Le Marche – in maniera non poco dolorosa, per trasferirmi in Toscana, che tutto è nato. A casa mia il vino non era consuetudine, eppure da bambino mi ritrovavo spesso a giocare a nascondino nelle vigne di Verdicchio, dove più avanti avrei fatto le mie prime vendemmie.
I colori della vigna, i profumi e i sapori dell’uva matura hanno sempre fatto parte di me, ma non il vino! Per anni, ho fatto sport a livello agonistico e, non ci crederete, il vino era bandito dalla mia dieta! Diciamo che poi mi sono rifatto con gli interessi!
È stato proprio nel momento ho dovuto abbandonare lo sport, la mia casa, parte della mia famiglia che mi sono ritrovato in una terra nuova, a dover affrontare una serie lunghissima di sfortunati eventi – che non starò qui a raccontarvi nel dettaglio – ed il vino era lì. “C’hai bevuto sù!?” penserete voi… ma non è stato così. Il mio approccio a questo mondo è passato subito dal calice alla vigna, alla cantina, al produttore. Questo perché, durante una cena con un vignaiolo, ancor prima di essere attratto dal suo vino, fui attratto da tutto ciò che sentivo esserci dietro a quel vino. Parole trite e ritrite, lo so… ma da neofita che ero, per me è stato uno stimolo ad approfondire, a cercare, ricercare e scoprire qualcosa di così nuovo, ma al contempo così familiare.
  • Parlaci un po’ del tuo lavoro. Come si svolge la giornata di un wineblogger e storyteller enoico? Nel tuo sito ti definisci “enogastronauta”. Cosa significa per te essere un enogastronauta?
Per me scrivere di vino significa, innanzitutto, viaggiare per vigne e cantine, conoscere i vignaioli e i produttori dove tutto nasce. Sembrerà scontato, ma ciò che ha reso diversa la mia comunicazione enoica e ciò che, oggi, mi rende fiero di ciò che ho fatto negli ultimi 13 anni è proprio l’aver calcato centinaia di vigneti e assaggiato migliaia di acini prevendemmia e una miriade di vini da vasca e da botte ancor prima di aver degustato ciò che tutti possono degustare, ovvero la bottiglia di vino così come la si può acquistare sul mercato. Quindi la mia giornata tipo è in viaggio per più di 300 giorni l’anno e nei ritagli di tempo mi dedico alla stesura dei miei pezzi per wineblogroll.com e alla gestione dei miei profili social.
  • Essere enogastronauta significa proprio questo: viaggiare alla scoperta di nuovi areali, di nuove realtà e di nuovi sapori.
Grazie ad incontri tanto inattesi quanto fondamentali per la mia crescita personale e la scoperta di nuovi mondi da esplorare, ho avuto modo di vivere intriganti e stimolanti digressioni nel mondo della ristorazione sia per quanto concerne la cucina (e quindi l’abbinamento cibo-vino) che per quanto riguarda la sala e, in particolare, la sommellerie. Per quanto i miei focus rimangano vigne, cantine e degustazioni reputo fondamentale che nell’equazione enoica venga contemplata anche la tavola e tutto ciò che gira attorno ad essa, specie in contesti in cui nulla è lasciato al caso.
  • Qual è l’aspetto che ami di più del tuo lavoro?
Sicuramente relazionarmi con vignaioli, agronomi ed enologi mi arricchisce ogni giorno di nuovi spunti di riflessione ed accresce la mia competenza che si è formata per lo più sul campo.
Camminare per i vigneti di ogni areale italiano, dal più noto al meno conosciuto per me oggi è un privilegio che non baratterei con alcuna bottiglia di vino. Assaggiare i vini dei produttori che ho modo di visitare e conoscere resta la priorità ma raccontare sempre di più i territori, la loro storia, la cultura che li permea, le loro tradizioni nonché gli aneddoti di ciascun produttore legato a quelle terre è qualcosa di altrettanto importante. È per questo che ho scelto di dare molto spazio allo storytelling enoico e di non ridurre tutto alle mere valutazioni o wine score tanto care ai wine critics.
  • Come ci si sente ad essere annoverati tra i maggiori influencer nel mondo del vino? C’è stato un momento nella tua carriera in cui hai capito che la tua era diventata una voce autorevole in questo campo?
Non è stato semplice arrivare ad essere preso in considerazione da centinaia di migliaia di persone in Italia e nel mondo e, se devo dirla tutta, è accaduto quasi per caso, in quanto la mia intenzione primaria era quella di condividere le mie impressioni enoiche e non quella di “condizionare” l’opinione altrui. L’obiettivo è sempre stato quello di mettere a disposizione di chi mi legge le mie esperienze dirette offrendo degli strumenti per far sì che ognuno possa crearsi una propria opinione. Per quanto il termine “influencer” sia oggi sia inflazionato, fuorviante e poco attinente con il mio operato è stata proprio l’uscita della prima classifica mondiale dei wine influencers pubblicata dal noto portale francese socialvignerons.com a darmi un’idea più concreta della portata di ciò che avevo fatto fino al 2016 tramite il mio wine blog e, in particolare, sui social networks. In quel momento e per i tre anni successivi tutto ha cominciato a prendere una forma più concreta e sarei ipocrita se non dicessi che la mia vita è cambiata, nonostante scrivessi di vino dal 2006, quindi ben 10 anni prima di quella che un caro amico ha definito “la mia consacrazione come wine blogger”.
Eppure, se a livello di notorietà l’escalation è stata palese, nulla è cambiato a livello etico e concettuale nel mio modus operandi: continuo a ripudiare ogni forma di marketing relativa alla promozione di vini e cantine, in quanto credo fortemente che la credibilità di un comunicatore (e non di un marketer) dipenda dalla sua indipendenza e, quindi, dalla totale assenza di rapporti economico-commerciali con i produttori.
  • Che emozioni ti da bere un bel calice di vino?
Ogni assaggio rappresenta un viaggio differente e sono lieto di poter “viaggiare” non solo materialmente ma anche attraverso il calice, ogni giorno, più volte al giorno! La cosa che mi rende più sereno è ritrovarmi ancora a chiudere gli occhi quando mi accingo a degustare un vino e ciò che sento è talmente intimo e personale che sarebbe impossibile spiegarlo a parole. La mia speranza e il mio augurio è che ogni appassionato possa instaurare una sorta di empatia enoica con i vini che assaggia, entrando in connessione con il territorio dal quale quel vino proviene, con il suo produttore e con quel caleidoscopio di aromi e sapori che solo il vino sa regalare.
  • Qual è l’evento più interessante in campo enologico a cui hai partecipato finora?
Ho avuto modo di partecipare a centinaia di eventi enoici negli ultimi anni e non credo esista un evento migliore dell’altro ma che esistano eventi diversi, ognuno con la propria peculiarità. Ecco perché consiglio a tutti gli appassionati e agli addetti ai lavori di non perdersi mai un Vinitaly, di non mancare ai mercati dei vignaioli indipendenti FIVI e di scoprire l’evento al quale sono più legato da qualche anno a questa parte, ovvero l’Only Wine Festival, nel quale ho a disposizione un’area tematica che ogni anno mi da modo di proporre un focus differente con decine di piccoli e giovani produttori da tutta Italia. Mi piace pensare che gli eventi enoici possano fungere non solo da “mostra mercato” e da grande piazza d’affari in cui produttori, addetti ai lavori e pubblico possano intrattenere pubbliche relazioni, ma anche da primo contatto che stimoli poi ad andare a trovare i singoli vignaioli là dove tutto nasce.
  • Quale abbinamento vino-cibo preferisci, se dovessi sceglierne uno?
Non scrivo molto di abbinamenti vino-cibo su wineblogroll.com ma ho la fortuna di girare molto e di confrontarmi con i migliori sommelier italiani e dal ristorante più tradizionale al ristorante stellato credo che la vera scommessa di oggi sia l’abbinamento per contrasto. Ecco perché un vino come il moscato secco spumantizzato (metodo classico), che già ha insita nella propria natura questa dicotomia naso-bocca in cui tonalità dolci vengono riequilibrate da sorsi tesi e sapidi, può rappresentare un abbinamento ideale con piatti asiatici in cui spezie, agrodolce e sapori non propri della nostra cucina possono spiazzare il nostro cervello e il nostro palato. In generale, negli abbinamenti, mi piace osare e amo i Sommelier che osano con cognizione di causa.
  • Guardiamo al futuro. Quali esperienze desideri fare?
Il futuro è oggi! E io ho deciso di implementare la mia attività di formatore attraverso la conduzione di masterclass e di degustazioni “guidate” non convenzionali (mi focalizzo principalmente su vitigni autoctoni e areali meno conosciuti) in tutta Italia. A questa attività si aggiunge la moderazione di tavole rotonde sulle principali tematiche enoiche: dagli effetti del global warming sulla viticoltura italiana alla biodiversità in vigna, passando per la comunicazione del vino odierna.
  • Hai in mente nuove iniziative per il tuo blog?
Sì! E’ in cantiere la pubblicazione di un libro che raccoglierà le mie più interessanti esperienze “dalla vigna al bicchiere” degli ultimi anni. Mentre per quanto riguarda wineblogroll.com resterà sempre il mio canale preferenziale nonostante tutti, oggi, si stiano spostando su social come instagram (che io uso, ma non reputo ideale per chi vuole comunicare il vino in maniera approfondita e senza vincoli di spazio e di “impatto visivo”).
  • A tuo parere quali saranno le prossime novità in campo enologico e nel mondo del wine blogging?
Credo che l’Italia stia vivendo un periodo di profondo cambiamento nel mondo enologico che sta portando alla rivalsa di vini meno costruiti e più rispettosi in termini agronomici ed enologici.
Ecco, quindi, che il termine “sottrazione” – per quanto, inflazionato e, spesso, usato in modo improprio – diviene un mantra per chi vuole produrre e proporre vini mai anacronistici, capaci di andare oltre le mode del momento. Escludendo a priori le diatribe fra vini “naturali” e “convenzionali” e guardandomene bene dal promuovere come non plus ultra enoico i soli vini iscritti – anche in questo caso, spesso, in maniera fuorviante e riduttiva – alle categorie “verticali” e “minerali”, mi piace pensare che il vino più apprezzato sia dai winelovers che dagli addetti ai lavori sia, sempre di più, quello più bilanciato e dotato di una forte identità territoriale. Per quanto mi riguarda, apprezzo molto i vini capaci di manifestare personalità, agilità e finezza doti difficili da trovare in equilibrio in un solo vino.
In relazione al wine blogging la mia speranza è quella di vedere un’innalzamento della qualità dei contenuti pubblicati in un’era in cui – purtroppo – l’avvento di social network come Instagram sta spostando la comunicazione enoica verso tratti più superficiali, basati per lo più sull’attrattiva delle immagini e la rapidità di fruizione dei contenuti testuali. Un ulteriore speranza è quella di percepire da parte di chi “comunica” e di chi legge un netto distinguo fra marketing e comunicazione a carattere informativo e divulgativo. Purtroppo,oggi, la confusione è molta e non è semplice, per un lettore, comprendere chi pubblica contenuti in maniera sincera e indipendente e chi, invece, pubblica contenuti promozionali dietro compenso. Nulla in contrario ad operazioni di marketing lecite nel vino come in ogni altro settore, ma è fondamentale che ci sia trasparenza nella proposizione delle stesse, dando al lettore gli strumenti atti a distinguere la tipologia di contenuto della quale sta usufruendo.
mongioia
Ringrazio Maria e Riccardo Bianco per l'opportunità di raccontarmi all'interno del loro blog e confido di trovare sempre più produttori che abbiano voglia di raccontarsi attraverso un proprio blog perché, come ho sempre sostenuto, non c'è nessun wine blogger o giornalista capace di descrivere una realtà come potrebbe descriverla chi quella realtà la vive ogni giorno e la sente sua attraverso fatiche e soddisfazioni.

F.S.R.
#WineIsSharing

giovedì 19 settembre 2019

Il Cavatappi - La storia e le varie tipologie del miglior amico del Sommelier

Qualche mese fa ho visitato un luogo davvero suggestivo che ogni appassionato di vino e sommelier dovrebbe visitare: il Museo dei Cavatappi a Barolo di Paolo Annoni, collezionista che ha deciso di mettere in mostra gli oltre 500 esemplari di cavatappi , di modelli creati dal 1600 ad oggi, raccolti nel corso della sua vita.
Rientrando da quella visita ho compreso ancor di più quanto questo piccolo grande strumento sia per noi amanti del vino ben più di un mero strumento del mestiere. Il cavatappi è un amico inseparabile, un oggetto che ci piace tenere sempre in tasca, in auto e ovunque possa tornarci utile.
Eppure non tutti sanno quante varianti ha questo fidato arnese senza il quale, in molte occasioni, ci sentiremmo persi.
Ecco perché ho ritenuto interessante e divertente buttar giù due righe proprio in riferimento ai cavatappi più utili partendo dalla sua storia.
cavatappi vino
La storia del cavatappi nasce con buone probabilità nel '400, ma il primo brevetto di un cavatappi capace di estrarre un turacciolo in sughero da una bottiglia di vetro è datato 1795 e non è stato né un italiano né un francese a depositarlo, bensì un inglese, tale Samuel Henshall.

Fino al XVIII secolo le bottiglie in vetro alle quali oggi siamo tanto abituati non erano comuni, in quanto il commercio del vino avveniva prevalentemente in botte o damigiana.

Se fu proprio l'Inghilterra a tirare le fila della nascita dei primi cavatappi (dapprima veri e propri oggetti di lusso), fu la Francia a seguire a ruota i britannici con il brevetto del cavatappi a farfalla.

Per vedere il primo cavatappi made in USA dobbiamo attendere il 1860. E l'Italia?! Come sempre è la “burocrazia” a limitare le possibilità del nostro paese, tanto che per trovare il primo cavatappi fatto in Italia bisogna spingersi oltre il 1864, anno in cui con Regio Decreto venne istituito l’ufficio Brevetti. Ecco quindi la nascita di cavatappi “a cremagliera” o “a pignone” e quelli “a manovella”, a “leve laterali”, “a multiple leve”o “a concertina/fisarmonica”.

Oggi la varietà di cavatappi e apribottiglie è davvero impressionante ma nell'ideale comune è il cavatappi tascabile ad aver rappresentato la vera rivoluzione.

Qui di seguito vi indicherò alcune tipologie di cavatappi anche detti: tirebouchon (dal termine francese tire bouc, italianizzato in tirabusciòn), corkscrew  (in inglese), sacacorchos (in spagnolo).
Cavatappi a leva ed a doppia leva: probabilmente i più comuni (dopo il classico cavatappi a T spauracchio dei winelovers, ma presente per anni in ogni cassetto di ogni singola cucina italiana e non solo) ed i più democratici, in quanto vantano una buona affidabilità e duttilità ed anche se necessitano di un minimo di destrezza ed esperienza, non sono affatto difficili da utilizzare. Sicuramente quello a doppia leva, che riduce ancor più lo sforzo, è ad oggi il più apprezzato dai Sommelier e dai camerieri (tanto che gli inglesi e gli americani lo chiamano “l'amico del cameriere -> “the waiter's friend). Unica pecca, non risulta essere il massimo per bottiglie invecchiate (ovviamente tappate a sughero), in quanto l'azione del verme, essendo molto invasiva, rischierebbe di rompere il tappo. I migliori? Partiamo dal presupposto che in Italia e in Francia la storia dei cavatappi di qualità è strettamente correlata a quella della produzione di coltelli quindi potrei suggerire di riferirsi a Maniago per quanto riguarda il nostro paese e a la celebre capitale delle "lame" francesi Laguiole di Thiers.
Fonte foto: it.zaltify.com/collections/accessori-vino-da-zaltify/products/cavatappi-laguiole
Io, personalmente, ho ricevuto in regalo da amici un Cavatappi Clos Laguiole Claude Dozorme in corno di cervo lavorato a mano come quello che trovate su Zaltify.


Esiste una variante moderna e davvero comodissima per i neofiti, ovvero lo Screwpull, un cavatappi a leva molto più ingombrante, ma capace di ridurre al minimo lo sforzo e di adattarsi a qualsiasi bottiglia. Io personalmente, non lo uso, in quanto priva il rito dell'apertura di gran parte dell'emozionalità data invece dagli altri, senza dare un risultati così particolarmente unici da renderlo indispensabile. Comunque lo trovate in siti come questo nandida.com,

Levatappi Campagnolo: cito un vero e proprio pezzo di storia del Vino e del Design made in Italy ovvero un levatappi che riprende fedelmente le forme dello strumento che ha stappato in assoluto più bottiglie nelle case italiane.

Un oggetto artigianale di grande valore intrinseco, che vede ogni fase della sua lavorazione svolgersi in Italia, nello specifico a Vicenza, ma la cosa più importante è che, per quanto i sommelier non siano soliti usare questo modello, nel suo design è racchiusa una tecnologia atta alla miglior performance: una campana telescopica autocentrante posiziona il vermiglione esattamente nella parte centrale del tappo: una volta avvitato il vermiglione, le due leve fanno uscire il tappo con facilità e delicatezza.
levatappi big campagnolo
Si evita così di dare scossoni alla bottiglia e di sollevare i sedimenti tipici dei vini invecchiati. Inoltre, il cavatappi campagnolo è concepito in modo da non forare mai la parte inferiore del tappo, evitando la caduta di pezzi di sughero nel vino.
Cavatappi a lame o bilame: questo è il cavatappi che io chiamo “salvavita”, in quanto si tratta dell'ultima chance quando non riuscite a stappare una bottiglia particolarmente invecchiata con il cavatappi a leva (anche se io consiglio di non provare neanche ad entrare con il verme, quando avete anche soltanto l'impressione che il tappo possa richiedere il bilame). Il cavatappi a lame entra tra il vetro ed il sughero con due lame di diversa lunghezza ed è in grado, con un movimento rotatorio, si estrarre dolcemente anche il tappo più logoro. Sicuramente il meno invasivo, ma attenti a non spingere il tappo in giù mentre inserirete le lame (che vanno inserite in rigorosa sequenza e senza movimenti bruschi).
apribottiglie bilame
In USA è possibile reperire una variante del bilame che comprende anche la vita o verme e si chiama Durand Ah-So Wine Opener o Corkscrew. Sono certo che prima o poi qualche lungimirante rivenditore lo importerà anche in Italia ed io sarò il primo ad acquistarne uno!
Molto simpatica e interessante l'idea di REpop®,  innovativo cavatappi eco sostenibile Made In Italy. Si tratta di un cavatappi a lame prodotto in legno a km 0 al 90% (quindi riciclabile). Una serie di ulteriori accorgimenti nel rispetto dell'ambiente, nonché la possibilità di personalizzare il proprio cavatappi, rendono REpop® un prodotto artigianale che non poteva mancare nella mia collezione di "strumenti del mestiere".
cavatappi ago
Cavatappi ad ago o a pressione (anche a pompa d'aria o stantuffo): questo è il cavatappi che ha ispirato il mio articolo e che ho appena acquistato nella sua versione for dummies, ma anche quella più affidabile, in quanto provvista di una struttura in plexiglass (vedi foto) che permette di centrare perfettamente il tappo con l'ago e di non compiere movimenti bruschi, tenendo fermo il collo della bottiglia durante l'azione. Il funzionamento è semplicissimo: l'ago affonda del tappo e con un'azione di pompaggio andrete ad immettere aria all'interno della bottiglia, nella quale aumenterà la pressione che farà delicatamente sollevare il tappo con la sola spinta del cuscinetto d'aria formatosi. Anche questo modello può salvarvi in casi di tappi ostici!
apribottiglie elettrico
Cavatappi elettrico: io ce l'ho, mi è stato regalato, altrimenti … lo ammetto... non credo l'avrei mai acquistato, in quanto davvero povero di emozionalità e troppo “fighetto”, ma devo ammettere che in casi di cene informali tra amici durante le quali ci sono molte bottiglie da stappare, mi fido di più nel far stappare una bottiglia ad un amico, principiante, con questo modello che con il cavatappi a leva... non parliamo degli altri! Poi... dai... il mio si illumina anche! :D Scherzi a parte... se non ve lo regala qualcuno non vi affannate a cercarne uno, potete farne tranquillamente a meno!
Mi scuso con tutti i produttori di produttori di questo Wine Toy, ma c'è addirittura qualcuno che l'ha scambiato per un “Sex Toy”!



Qui di seguito, invece, troverete un video in cui viene mostrata una tecnica molto suggestiva utilizzata ancora oggi per l'apertura di bottiglie molto vecchie e in particolare per quelle di Porto, in quanto si evita totalmente di agire sul tappo. Se vi siete mai chiesti come aprire una bottiglia con un pennello da barba (si può fare anche con una piuma!) eccovi svelato l'arcano!


Last but not least... le mani! Sì, perché uno dei modi più usati al mondo per stappare bottiglie di vino è rappresentato proprio dalle mani, in quanto sono sempre di più i paesi in cui il tappo a vite (Stelvin o genericamente screw cap) ricopre una fetta importante delle chiusure. Ovviamente, molto meno diffuso nei paesi del vecchio mondo in cui il retaggio culturale lascia preferire ancora oggi tappature classiche proprio per via del legame atavico che si ha con la gestualità dell'apertura della bottiglia di vino con un cavatappi.
tappo stelvin screw cap

Spero che questa ennesima condivisione vi sarà utile per stappare le vostre bottiglie, comprese quelle più ostinate e delicate e che vi divertirete quanto me a collezionare questi stupendi esempio di come l'acume e l'ingegno umano possano agevolare la vita di questa strana, ma meravigliosa razza di esseri umani, ovvero quella dei winelovers.

Vi lascio con una serie di divertenti infografiche riguardanti metodi poco convenzionali (e poco convenienti) per stappare una bottiglia di vino senza cavatappi.

aprire bottiglia con scarpa




Fonte: http://www.wikihow.com/






Don't try this at home!

F.S.R.
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