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lunedì 31 agosto 2020

Vi presento le 20 cantine dell'Associazione dei produttori del Ruchè di Castagnole Monferrato

Del Ruchè vi ho già detto molto in termini storici e ampelografici ma attorno al Ruchè gravitano cantine, produttori e vignaioli che nel giro di pochi anni hanno reso grande questa varietà e il vino da essa prodotto facendolo conoscere nel mondo. Sì, perché il Ruchè – purtroppo – sembra essere più conosciuto e riconosciuto (come un grande vino) all'estero che nel nostro paese. “Nemo profeta in patria” direte, ma non credo sia questo il punto! Il “problema” del Ruchè è che con meno di 1 milione di bottiglie prodotte la loro commercializzazione è appannaggio di estero e mercato locale, con il resto d'Italia che vorrei davvero approcciasse sempre più frequentemente e consapevolmente i vini dei produttori dell'areale di questa prestigiosa ma piccola DOCG.
territorio ruché cantine
Il mio obiettivo è quello di valorizzare territorio, varietale e vino nel nostro paese cercando di dare a tutti voi lo spettro più ampio possibile di conoscenza e consapevolezza nei riguardi di ciò che il Ruchè è stato, è oggi e potrà essere in un futuro molto prossimo anche e soprattutto grazie ai media, ai distributori, ai ristoratori, ai sommelier e agli enotecari italiani.
grappolo ruchè

Se nelle scorse settimane abbiamo parlato delle origini storiche del vitigno e del vino Ruchè, nonché delle sue peculiarità genetiche e ampelografiche, oggi vorrei accompagnarvi alla scoperta delle realtà che io stesso ho avuto modo di scoprire e approfondire durante la mia ultima full immersion sul territorio.
Realtà che fanno capo all'Associazione produttori del Ruchè di Castagnole Monferrato Docg che vi presento in ordine rigorosamente alfabetico.

L'Amelio Livio è una piccola realtà a conduzione familiare, nata agli inizi del’900, ma è solo con l'avvento di Livio, nel 1984, che si passò dalla produzione di bottiglie di vino da tavola alla produzione di vini DOC. Oggi sono Livio, sua moglie e le loro figlie a portare avanti l'azienda con grande passione, nel rispetto della tradizione e del territorio. Sono proprio Arianna e Daniela (dal 2017 titolari dell’azienda) a farmi conoscere la loro realtà di ca. 7 ettari di vigneti nel Comune di Grana in cui vengono prodotti vini base Ruchè, Barbera (con diverse tipologie) e Grignolino, oltre ad un rosato da uve di Freisa (in futuro verrà prodotto anche un bianco base Viognier). L'avvicendarsi di nuove generazioni porta sempre a dei passi in avanti in termini di consapevolezza agronomica ed enologica ed è quello che ho riscontrato nella cantina Amelio Livio, in particolare nel Ruchè che, sono certo, qui raggiungerà apici importanti. Il Ruchè Primordio 2019 è il giusto mix di artigianalità e consapevolezza tecnica: armonico nel varietale giustamente maturo e piacevolmente al sorso di buona struttura, ma in grado di distendersi con piglio sicuro. Il finale saporito invoglia alla beva.

amelio livio cantina

Bersano Vini rappresenta uno dei simboli storici della produzione di vino in Piemonte e in particolare del Monferrato. Una realtà che, da sempre, ha voluto affiancare alle proprie produzioni locali una cascina che potesse fungere da riferimento per quella determinata denominazione. E' così che, attratti dall'attuale appeal del Ruchè, è stata recentemente acquisita la Cascina San Pietro che comprende una estesa tenuta di cinquantatre ettari sui quali sorge una villa padronale circondata da edifici agricoli e da un imponente parco secolare. Alcune tra le vigne più alte dell'intera denominazione con dei picchi di oltre 350m slm. Terreno franco argilloso. Esposizione Sud, Sud-Ovest. Ad oggi sono stati vitati circa trentadue ettari dedicati alla produzione di Ruchè e Grignolino per il quale la tenuta, situata a pochi chilometri da Portacomaro, gode di un terreno particolarmente vocato. Il Ruchè dell'azienda Bersano è preciso, dinamico ed equilibrato nella sua suadenza mai noiosa.

bersano vini

L'Az. Agr. Bosco Tommaso è una realtà nata di recente grazie alla ristrutturazione della vecchia azienda di famiglia ormai inattiva da parte dell'intraprendente giovane dalla quale prende il nome. Tommaso crede fortemente nelle potenzialità del Ruchè e del suo territorio d'elezione ed è proprio a Castagnole Monferrato che ha deciso di produrre i suoi vini. Vini che parlano di Barbera, Grignolino, ma soprattutto di Ruchè che, oltre ad essere il vino più importente per l'azienda, è il vitigno sul quale Tommaso vuole investire lavorando sulle singole parcelle di vigna e sul concetto di cru. Il suo Ruchè di Castagnole Monferrato Docg Oltrevalle è intenso, pieno, ma per nulla opulento! In grado di giocare su sfumature balsamiche e minerali per dare freschezza ad un Ruchè che non manca di integrità e struttura. Buono l'allungo e saporito il finale.

tommaso bosco

L'Azienda Agricola Caldera vanta una storia ultracentenaria, ma ciò che mi ha colpito di più visitando questa longeva realtà è il perfetto connubio fra attaccamento alla tradizione e un'evoluta e attuale visione enoica, specie per quanto riguarda il Ruchè. Visione contemporanea e rispettosa merito della quarta generazione della famiglia rappresentata da Fabrizia Caldera,  affiancata dal marito Roberto Rossi e dal figlio Fabio alla guida dell'azienda. I due Ruchè prodotti la dicono lunga sulla consapevolezza di una cantina che non si è mai seduta sugli allori ma ha sempre cercato di elevare la qualità dei propri vini e la loro identità. Quindi avremo il Ruchè Xenio più fresco, floreale, speziato e dalla dinamica di beva agile, senza alcun ostacolo. Il finale è asciutto e piacevole. Mentre il Prevost mostra una maggior tonicità muscolare in cui il frutto predomina sul fiore e la speziatura si fa balsamica. Il sorso è pieno, intenso ma anch'esso slanciato. Il finale è saporito, lungo. Due intepretazioni dalla marcata personalità.

caldera ruchè

La particolarità della Cantina Sociale di Castagnole Monferrato è che per dimensioni è più piccola di altre realtà del territorio e che, quindi, può essere gestita con l'attenzione e con dinamiche proprie di una cantina privata. Nata nel 1954 per iniziativa di più di duecento viticoltori del paese è stata per anni una delle realtà associative più qualificate e significative del Monferrato. Da sempre orientata verso la ricerca della qualità, la Cantina ha saputo ammordernarsi nelle strutture e nelle tecnologie al fine di lavorare le uve in maniera più garbata e di garantire una vinificazione ad hoc per ogni singolo varietale. Altro fattore fondamentale è la remunerazione delle uve che viene fortemente diversificata per motivare i Soci conferenti a produrre uve sempre migliori. A questo segue la vinificazione separata delle singole parcelle in modo da poter valorizzare, in annata in annata, i vigneti con le uve qualitativamente superiore. La produzione aziendale è quella tipica della zona: Barbera d'Asti, Barbera del Monferrato, Grignolino d'Asti, Ruchè di Castagnole Monferrato. Per alcuni di questi vini e, in particole, per il Ruchè vengono prodotte una linea classica e una selezione denominata “Terre dei Roggeri” con obiettivi enologici e di mercato differenti. Se la linea classica è, infatti, più floreale, fresca e snella il Ruchè selezione Terre dei Roggeri e più complesso, ma ugualmente fresco nel fiore e nel frutto, con una delicata speziatura naturale e un sorso ampio ed equamente profondo.

cantina sociale castagnole monferrato

Le Cantine Bava hanno fuori dall'areale della denominazione, ma godono di una deroga che permette loro di vinificare il Ruchè della loro “Vigna del Presidente” nelle loro cantine storiche di Cocconato. La famiglia Bava ha dimostrato negli ultimi anni di credere fortemente nel Ruchè e a testimoniarlo è la qualità delle annate degustate in verticale, impeccabili per identità varietale e per nitidezza interpretativa. I fratelli Bava rappresentano la vera sintesi dell'azienda familiare di qualità, con ruoli ben distinti ma complementari e un apporto fondamentale di ciascun membro alla valorizzazione continua della realtà produttiva in toto, in Italia e all'estero, guardando al futuro senza mai dimenticare il passato.

bava ruchp

Le Cantine Sant'Agata, oggi guidate da Franco Cavallero, rappresentano uno dei punti di riferimento storici per il Ruchè.  Dalle vigne sulle splendide colline di Scurzolengo nascono interpretazioni di Ruchè che hanno contribuito fortemente a far conoscere questo vitigno e questo vino nel mondo. E' proprio il Ruchè il principe di una gamma produttiva che abbraccia tutti i principali vitigni autoctoni del territorio: Nebbiolo, Grignolino e Barbera. Un approccio agronomico rispettoso unito ad un'attenzione artigiana nella vinificazione mette in risalto l'identità varietale e territoriale dei vini base Ruchè prodotti da Cantine Sant'Agata: Na' Vota più fresco e profumato; Pro Nobis armonico, elegante, strutturato e profondo; Genesi che in virtù di una quota di appassimento propone un Ruchè maturo nel frutto e potente nel sorso, di notevole lunghezza.

ruchè cantine sant'agata

Cascina Terra Felice è il coronamento del sogno degli svizzeri Felix e Monica Binggeli, innamorati di queste terre e del loro potenziale vitivinicolo. Siamo a Castagnole Monferrato e l'azienda dispone di 8ha vitati. Il nome “Terra Felice”, oltre a rappresentare un gioco di parole con il nome del fondatore, vuole comunicare un profondo rispetto per la natura e un legame viscerale con essa. E' proprio questa esigenza di rispetto e sostenibilità che ha portato la coppia a vivere la propria vita e il proprio fare vino secondo principi saldi che guidano la conduzione agronomica e l'approccio di cantina dell'azienda, che coincidono con quelli dell'agricoltura biologica. L'azienda coltiva i vitigni classici del territorio unitamente ad alcune varietà internazionali, ma è il Ruchè, allevato nel vocato Bricco della Rosa ad esprimere al meglio le peculiarità di queste terre: un vino integro nel frutto, vellutato nel sorso, morbido nella chiusura, senza alcun ostacolo alla beva.

cascina terra felice

Ferraris Agricola è, senza tema di smentita, una delle aziende più rappresentative in quanto azienda agricola familiare più grande dell’area Ruché e seconda per numero di ettari (Montalbera ha, Ferraris 18ha e Bersano 12ha). La storia dell'azienda ha inizio con il bisnonno dell'attuale proprietario Luca Ferraris che partì per l’America, per la Golden Rush. Trovò abbastanza oro per permettere a sua moglie di realizzare il sogno di comprarsi un'azienda con la cascina in Monferrato. All’epoca erano due ettari con un cascinale nel centro del paese. L'azienda andò avanti ancora per una generazione ma poi si fermò con il padre di Luca che preferì – come molti all'epoca – trasferirsi nella vicina Torino. Per fortuna, però, i 2ha di vigna non furono abbandonati. Fu un giovanissimo Luca Ferraris a voler tornare alla vita di campagna e a voler investire tempo e denaro in un nuovo sogno che avrebbe avuto come protagonista indiscusso il Ruchè. Oggi l'azienda agricola Ferraris dispone di 33ha vitati e in 4 Comuni: Scurzolengo, con il Bricco della Gioia, Castagnole Monferrato anche sede aziendale, con 10 ettari nella collina di Sant’Eufemia, Grana, con 5 ettari di Viognier (maggior superficie di una singola azienda coltivata con quest’uva in Piemonte) e Montemagno, con i 6ha di Castelletto di Montemagno. Da queste vigne vengono prodotte le 4 referenze base Ruchè dell'azienda: Sant'Eufemia più fresco e dinamico, il Vigna del Parroco dalla storica vigna di Don Giacomo Cauda  che porta in dote complessità e profondità uniche e l'Opera Prima, estrema interpretazione del varietale concepita per elevare la sua complessità e durare nel tempo. In mezzo c'è il Clàsic, ovvero il Ruchè della tradizione, frutto di un'attenta selezione delle uve e affinamento in botte grande. Naso in linea con lo spettro varietale, spezia sottile e intrigate e sorso armonico, deciso ma agile. Il finale ematico chiude il cerchio organolettico con grande coerenza.

ferraris agricola ruchè

L'azienda Garrone Evasio e Figlio è una piccole realtà a gestione strettamente familiare, oggi condotta da Marco e Dante Garrone con l'aiuto della moglie di Marco, Cinzia. Una storia di oltre cento anni che parte dal commercio di vino per arrivare all'imbottigliamento di vini prodotti con le sole proprie uve. Nei dodici ettari di di vigneto adagiati sulle dolci colline del Monferrato astigiano, nei comuni di Grana, Montemagno e Castagnole Monferrato, vengono coltivati i principali vitigni tipici dell'areale e, ovviamente, anche il Ruchè. Nonostante il Ruchè rappresenti solo ca. 1ha dei 12 totali l'attenzione e la fiducia riposte in questo vitigno sono forti ed è proprio Dante Garrone a parlarmene con orgoglio facendomi assaggiare il suo vino. Un Ruchè frutto di una viticoltura rispettosa ed un altrettato accorta vinificazione che mira alla più nitida espressione del varietale. Per questo si opta per il solo acciaio dalla fermentazione all'affinamento, portando in bottiglia un Ruchè con frutto e fiore in perfetta armonia e la sua speziatura naturale a rendere più interessante e intrigante il preludio al sorso agile e saporito, di grande piacevolezza. Nonostante il Ruchè non riposi nelle antiche cantine dell'azienda vi consiglio di fare un salto a vedere le storiche botti (una vanta addirittura 130 anni) di Garrone Evasio & Figlio.

garrone evasio ruchè

L'Azienda Agricola Gatto Pierfrancesco, fondata nel ’900, è da anni un riferimento nella produzione di vini di qualità nella provincia di Asti e non solo. La sede aziendale si trova a Castagnole Monferrato e i vigneti si estendono tra i Comuni di Castagnole Monferrato e Montemagno e le varietà principalmente coltivate sono Barbera, Grignolino e, ovviamente, il Ruchè. Dal 1993 è Pierfrancesco Gatto ad occuparsi dell'azienda ed è proprio grazie a lui che l'azienda, nel giro di pochi anni, vede la percezione della qualità dei propri vini aumentare in maniera importante. Un territorio vocato storicamente in cui il Ruchè da il meglio di sé grazie, anche, ad interpretazioni come quella offerta dal Caresana di Pierfrancesco Gatto spinta su una buona maturità di frutto reso elegante dal fiore e da una spezia lieve e ben integrata. Il sorso è pieno ma dinamico, il tannino soft e la chiusura è ematica con una buona lunghezza.

gatto pierfrancesco ruchè

L'azienda a conduzione familiare Goggiano, nata nel 1951 grazie a Giuseppe Goggiano, è situata a Refrancore, a pochi chilometri da Asti.  Oggi sono i Fratelli Andrea e Stefano Scassa a portare avanti con orgoglio e continuo aggiornamento tecnico e tecnologico la cantina che produce vini di riconosciuta qualità. Essendo sita in uno dei comuni del Ruchè non poteva esimersi dal produrne un'etichetta che rende onore al vitigno più importante del territorio. Il Ruchè "Fiurin" ha un piglio tipico al naso, con frutto, fiore e spezia in gradevole armonia. Il sorso entra ampio prima di distendersi con buona agilità. 

goggiano

La Cascinetta è probabilmente la più piccola realtà del Ruchè. Nasce nel 2008 quando la famiglia Bortolin decide di ripristinare e rivalorizzare un vigneto abbandonato, attiguo al casolare da tutti conosciuto come, appunto, “La Cascinetta”. Siamo ai piedi di Viarigi, uno dei 7 comuni del Ruchè, dominato dalla sua bellissima torre. A gestire l'azienda Valentina ed il compagno Giancarlo, che si occupano di tutta la filiera dalla vigna alla bottiglia. La conduzione agronomica è totalmente biologica e l'approccio enologico è quello di una sottrazione consapevole. Il Ruchè assaggiato ha lo spirito artigiano del vignaiolo/produttore ma al contempo vanta una pulizia di frutto e di fiore rara. Il sorso è pieno, intenso ma non manca di slancio. La trama tannica è lieve, come si confà al Ruchè, ma percettibile e il finale saporito.

la cascinetta ruchè

La Miraja è un luogo davvero particolare in cui Eugenio Gatti e sua moglie accolgono i propri ospiti in una casa patronale seicentesca nel cuore del centro storico di Castagnole Monferrato. Una casa in cui si respira la tipicità della cucina monferrina e, soprattutto, si sentono nell'aria i profumi dei vini del territorio: Barbera, Grignolino e Ruchè. Eugenio è un enologo di grande esperienza che vede nel Ruchè una sfida continua che di annata in annata lo ha portato a maturare una conoscenza del vitigno davvero profonda. Questo si traduce in vini completi nel profilo aromatico e nella struttura, con il varietale sempre in bella vista e un sorso intenso ed elegante.

la miraja

La Cantina Marengo Massimo si trova nel cuore di Castagnole Monferrato. Sin dalla prima metà dell'800 la famiglia Marengo lavora nelle campagne monferrine, arrivando ad acquistare l'attuale casa e parte dei vigneti ancora oggi coltivati. La volta arriva negli '60, quando Aldo decide di orientare l'azienda totalmente verso la vitivinicoltura, acquistando nuovi vigneti e migliorando e rimodernando la cantina. Nel 1986 si affianca il figlio Massimo che ancora oggi segue l'azienda dalla vigna alla cantina portando avanti con orgoglio e dedizione il lavoro della famiglia. Dai 10ha vitati posizionati nelle migliori posizioni collinari di Castagnole vengono prodotti vini tipici del territorio con un occhio di riguardo nei confronti del Ruchè (prodotto anche da alcune delle vigne più vecchie in assoluto dell'areale) al quale sono dedicate due etichette: l'etichetta “Nera” e l'etichetta “Bianca”. Entrambi lavorati con grande garbo e rispetto offrono uno spettro organolettico tradizionale nell'espressività varietale e giocano su tensioni di sorso differenti ma complementari: la nera più fresca e dinamica, la bianca più profonda ed elegante.

marengo massimo

Se parliamo di Ruchè l'azienda Montalbera è la più grande in termini di ettaraggio e di numero di bottiglie prodotte e da anni è il riferimento commerciale in Italia e all'estero per questo vino. Una realtà quella di Franco Morando che crede così fortemente nel Ruchè da aver investito più di ogni altra nella sperimentazione agronomica (maturando diverse tecniche di potatura e di gestione della parete fogliare al fine di ottenere la migliore qualità delle uve possibile in base all'annata) ed enologica (proponendo differenti tipologie di vinificazione), ma anche in termini genetici cercando di tracciare la patente genetica di un vitigno dalla origini incerte e spesso collocato accanto ad altre varietà in realtà molto distanti per terroir ed espressione. Tutte le analisi effettuate hanno confermato che il Ruchè possiede un suo assetto genetico caratteristico e diverso dalle altre varietà di vite presenti nei database. L’unica varietà che si avvicina ad essa è risultata il nobile Pinot Nero. Oggi l'azienda produce 3 referenze base Ruchè: la Tradizione che, come si evince dal nome, mira ad esprimere un concetto più in linea con la classicità dei Ruchè più tipici; Laccento più votato alla maturità di frutto e al calore di un sorso morbido e suadente; Limpronta rappresenta la versione più internazionale in cui potenza e struttura vanno di pari passo con la ricerca di una lunghezza di sorso inedita per li Ruchè, tanto quanto la longevità potenziale di questo vino.

montalbera ruchè

Poggio Ridente è una realtà che pur avendo sede a Cocconato, fuori dall'areale della Docg del Ruchè, fa parte del novero delle realtà facenti parte dell'Associazione Produttori del Ruchè di Castagnole Monferrato. Cantina a conduzione biologica che coltiva nel vigneto dal quale prende il nome l'azienda stessa: Barbera, Albarossa e Bonarda ai quali si è aggiunto di recente un impianto di 3ha di nuovi filari di Pinot Nero, Viognier e Riesling.  In tutto l’azienda conta 20 ettari di cui 13 ettari vitati, circondati da boschi e siepi, posti ad oltre 450 metri di altitudine. Per quanto concerne il Ruchè, Cecilia Zucca titolare dell'azienda, ha deciso di affittare 1 ettaro circa nel comune di Viarigi condotto in modo biologico. Da quel vigneto viene prodotto il Ruchè di Castagnole Monferrato Docg “San Marziano” che rappresenta una delle interpretazioni più verticali e fini assaggiate: fresco, sottile nei profumi che vedono la rosa e la viola spiccare sul frutto e la speziatura virare su note tipiche di pepe nero in maniera spiccata. Il sorso è vibrante e di grande finezza gustativa. Pur essendo prodotto da un vigneto diverso da quello di Poggio Ridente la coerenza con lo spettro organolettico degli altri vini prodotti dall'azienda è rimarchevole.

poggioridente ruchè

Prediomagno è la più recente delle cantine dell'areale del Ruchè e, in quanto tale, è anche quella che sta portando una ventata di innovazione in termini di interpretazione del Ruchè. Conoscere Emanuela Novello e il marito Giovanni, che tra Montemagno e Grana hanno scelto di dar vita al proprio sogno di fare vino, è stato molto interessante per comprendere quali saranno le prospettive di una cantina che può dire e dare molto al mondo del Ruchè. Una visione contemporanea del vino che ha portato sin da subito a voler sperimentare con la produzione di un Rosato fermo base Ruchè che nel colore si rifà ai noti rosati provenzali ma al naso e nel sorso evidenzia la vocazione del vitigno alla produzione di questa tipologia di vino grazie all'integrità di frutto e di fiore al naso e ad un sorso snello, fresco e piacevolmente salino.

prediomagno cantina

Tenuta dei Re, storica realtà di Castagnole Monferrato, produce da 150 anni vini di pregio con particolare attenzione nei confronti dei due varietali tipici di questo areale: il Grignolino e il Ruchè. Basta affacciarsi dalla terrazza dell'ampio giardino della tenuta per comprendere quanto quell'anfiteatro di 10 ettari di vigna, con una notevole presenza di sabbia, esposta a sud e protetta dalle colline circostanti goda di un pedoclima particolare. Qui, infatti, viene prodotto un Ruchè di grande finezza ed eleganza, capace di manifestare una freschezza e un'agilità di beva non comuni. Una struttura molto equilibrata, un ottimo slancio e una sapidità spiccata rendono il Ruchè della Tenuta dei Re un esempio di quanto questo vitigno (se trattato con garbo e cognizione di causa) sia capace di adattarsi a diverse condizioni pedoclimatiche esprimendo sempre grande identità e qualità.

tenuta dei re

Tenuta Montemagno è una testimonianza di quanto questo territorio e il Ruchè possano attrarre l'attenzione di imprenditori illuminati, come lo è stato Tiziano Barea. Amante di queste terre ha sognato, cercato, voluto e restaurato la Tenuta Montemagno trasformandola in una struttura capace di produrre vini di pregio e di offrire uno standard di accoglienza che solo un Relais di questo livello può e sa proporre. Cosa che mancava all'interno dell'areale del Ruchè.  Una conduzione che punta su una viticoltura biologica e un approccio enologico attento e rispettoso, punti fondamentali per la famiglia Barea che controlla tutta la filiera produttiva. Nonostante la coltivazione di molti dei vitigni tipici del territorio il Ruchè rappresenta la punta di diamante dell'azienda che ci tiene particolarmente alla valorizzazione del vino più rappresentativo di questo territorio che alla Tenuta Montemagno viene raccontato e proposto come esperienza enoturistica a 360° dalla vigna al bicchiere. Il Ruchè, nelle cantine di Tenuta Montemagno, viene interpretato in due versioni: il Nobilis più elegante, slanciato e fine nonostante la struttura importante e l'Invictus, frutto di una raccolta tardiva, più votato alla maturità di frutto, alla potenza muscolare ma senza mai perdere la consueta suadenza e bevibilità del Ruchè.

tenuta montemagno relais wine

Questo è il report che mi ero ripromesso di pubblicare al ritorno dal mio ultimo viaggio nelle terre del Ruchè. Il primo in qualità di Ambasciatore, riconoscimento che ho molto apprezzato perché arrivato in periodo di lockdown dalla volontà dei membri di un'associazione coerente e caparbia, capace di porsi obiettivi concreti e di perseguirli fino al loro raggiungimento, senza vacillare.

verticale ruchè

Il mio invito è quello di andare a scoprire queste realtà e il Ruchè personalmente, in un territorio di grande integrità e, ancora, molto ricco di biodiversità. Inoltre, visitando molte di queste realtà potrete avere accesso ai crotin (crutin) o infernot divenuti, nel 2014, patrimonio mondiale dell'umanità per l'Unesco. Ex ghiacciaie, dispense o cantine scavate nella locale Pietra da Cantoni, prive di areazione e luce, oggi usate per affinare il vino in bottiglia o come luoghi di attrazione per gli enoturisti. Un territorio che sa dare tanto, chiedendo solo la vostra attenzione. Credo molto in questo areale e nelle potenzialità del Ruchè ma è proprio in questo ultimo viaggio che ho capito ancor di più quanto sia fondamentale conoscerne tutte le sfumature interpretative, gli ideali cru, il sorprendente (e per me inaspettato) potenziale evolutivo e, soprattutto, la voglia di fare dei produttori di questo vino dalla personalità unica.

F.S.R.

#WineIsSharing



lunedì 24 agosto 2020

Cantine Taverna - Un'inedita Basilicata tra terra e mare, tra tradizione e modernità

Quando pensiamo alla Basilicata enoica subito il nostro pensiero si rivolge al Vulture, eppure c'è una zona all'estremo sud della regione che merita grande attenzione. Parlo di Nova Siri e delle sue colline affacciate sul mar Jonio. E' qui che Pasquale Lunati porta avanti le Cantine Taverna, l'azienda di famiglia nata negli anni '50, divisa fra realtà la ortofrutticola e quella vitivinicola sempre più preponderante.
cantine taverna basilicata
Siamo a ridosso del mare, ma i ca. 20ha di vigneto godono di altitudini che arrivano a ca. 200m slm, 
e sono divisi in 3 principali zone: località San Basile con terreni argillo-limosi; Suriano con più pietra; località Marina con terreni con sabbia e frazioni di argilla. 
cantina basilicata
Gli impianti sono per lo più composti da vitigni tipici come il Greco, il Primitivo, l'Aglianico e il Montepulciano a cui si aggiungono alcune parcelle di varietali internazionali quali il Pinot Bianco, il Merlot, la Syrah e il Cabernet Sauvignon. Visitando l'azienda e, in particolare, i vigneti con Pasquale, ho riscontrato un amore sincero e un profondo rispetto per la propria terra. Rispetto che passa attraverso scelte agronomiche e di cantina orientate alla sostenibilità ambientale e alla sottrazione enologica. 
vigne basilicata taverna
Per anni ho girato in lungo e in largo l'Italia del vino ma questa zona era rimasta fuori dai miei radar e devo ammettere che recandomi in loco il rammarico nel non averla “scoperta” prima non ha tardato a manifestarsi! Una terra di confine che attinge nei varietali e nella tradizione alla Calabria e alla Puglia ma che mantiene una forte propria identità territoriale, dando origine a vini tendenzialmente ben bilanciati fra struttura e acidità, con un'esposizione olfattiva ben definita, enfatizzata, nonostante le giornate molto calde, dalle escursioni termiche agevolate dalla posizione delle vigne e dalla vicinanza dal mare. La presenza di alcuni impianti gestiti ancora a tendone permette, regolando la produzione in prospettiva qualitativa e gestendo al meglio la parete fogliare per l'ombreggiamento, di avere basi che risentano meno delle annate calde.

Matera non è troppo distante e l'exploit turistico che la città dei Sassi sta vivendo negli ultimi anni fa da volano a realtà lucane che, come Cantine Taverna, vogliono farsi conoscere per la qualità e l'unicità dei propri prodotti. A testimoniare il legame con quella che è stata la capitale della cultura europea l'anno scorso sono i nomi scelti per alcuni dei vini dell'azienda, che vi racconterò a breve.
i sassi di matera
Passando ai vini, molto interessanti quelli della linea SenSO2, una vera e propria sfida intrapresa qualche anno fa immettendo sul mercato questa linea di vini senza solfiti che prevedono un Rosato Frizzante rifermentato in bottiglia da uve Montepulciano molto profumato, fresco e sapido; un Bianco da Pinot Bianco integro, che non accenna ossidazioni di sorta e vanta una buona agilità; un Rosso da Cabernet Sauvignon fresco, balsamico, dinamico e saporito. 

Tra i vini più interessanti che ho avuto modo di assaggiare segnalo anche: 
vini taverna

-il “San Basile” Matera Greco Doc 2019 che riflette lo spettro varietale in maniera sincera al naso e trafigge la sua buona e solare struttura con una vena acida sferzante al sorso. Chiude molto sapido. Assaggiando alcune annate addietro il Greco di Taverna manifesta grande potenziale evolutivo grazie ad una spina dorsale acido-minerale capace di restare integra anche a distanza di anni;
vino matera
-il Rosato “Maddalena” Basilicata Igt 2019 da uve Primitivo fresco e armonico nel frutto, tonico e longilineo nel sorso; 
-il Primitivo “I Sassi” Matera Doc Rosso 2017 che, a differenza dei cugini pugliesi, gioca molto di più su maturità più bilanciate, mirate a mantenere un buono slancio e un piglio meno morbido. Buona la tessitura del sorso che si distende con sicurezza. 

“Vini che rappresentano il perfetto connubio fra tradizione e modernità, vini con solide radici nel passato ma proiettati verso il futuro.”
Pasquale Lunati

Credo che la forza di questa realtà risieda nel saper interpretare un territorio di sole e di mare con una visione prospettica attuale e per nulla scontata, specie a queste latitudini. Vini capaci di coniugare al meglio struttura e dinamica di beva, giocando sulla freschezza di frutto e tenendo alla larga le noiose surmaturazioni non facili da evitare in queste zone sia per motivazioni prettamente climatiche che per forma mentis delle vecchie generazioni di produttori e vignaioli. 

Le Cantine Taverna non sono una realtà “moderna” nell'accezione più fredda e scialba del termine, bensì rappresentano un'azienda votata alla contemporaneità questo e un merito che va riconosciuto a Pasquale Lunati che in una terra vocata ma non così nota per la produzione vitivinicola ha saputo creare qualcosa di assolutamente attuale, privo di orpelli e sovrastrutture.




F.S.R.
#WineIsSharing

venerdì 14 agosto 2020

Viaggio tra vigne e cantine dell'Alto Piemonte - Territori d'elezione per vini di grande finezza, agilità e longevità

Al ritorno dal mio ennesimo viaggio torno a parlarvi di una delle regioni che di più hanno segnato il mio cammino enoico: il Piemonte.
Una regione che è, senza tema di smentita, un riferimento assoluto quando si parla di denominazioni in Italia, in quanto è l'unica a vantare un folto elenco di DOC e DOCG privo di IGT. Eppure quando parliamo di vino piemontese la mente del neofita e quella del più erudito appassionato si comportano quasi allo stesso modo, focalizzandosi su pochi noti territori, lasciando, sin troppo spesso, in disparte alcuni dei micro-areali più interessanti dell'intero panorama vitivinicolo italiano.
Altopiemonte vini
E' questo il caso di quell'interessantissimo caleidoscopio di unicità denominato “Alto Piemonte" o l'"Altro-Piemonte", come qualcuno (compreso il correttore del mio smartphone) suole chiamarlo con un divertente ma esaustivo gioco di parole.

Sì, perché l'Alto Piemonte vanta denominazioni assolutamente non speculari a quelle di Langa, Roero e del Monferrato. Denominazioni uniche in cui il monovarietale (concezione vitivinicola e enologica più "moderna") è poco presente e, oltre ai blend di vitigni tipici, si pratica ancora qualche uvaggio classico da vigna. Micro areali che meritano grande attenzione e che si stanno dimostrando decisamente contemporanei nella capacità dei propri vigneti di rispondere ai cambiamenti climatici e dei propri vini di coniugare eleganza, dinamica di beva e forte identità territoriale. Ecco quindi che ho deciso di approfondire sul campo e in campo i territori di Gattinara (Docg), Ghemme (Docg), Lessona (Doc), Bramaterra (Doc), Boca (Doc), Sizzano (Doc), Fara (Doc), Valli Ossolane (Doc) e le più recenti Doc Coste della Sesia e Colline Novaresi.
zone alto piemonte
Più ad ovest ci sarebbero Canavese Doc, Carema Doc ed Erbaluce di Caluso Docg che, però, sono fuori dal consorzio costituitosi a tutela del Nebbioli dell'Alto Piemonte avendo un loro consorzio di riferimento (Il Consorzio di tutela e Valorizzazione Vini DOCG Caluso, Carema e Canavese DOC) quindi non vengono inclusi, per convenzione, nell'Alto Piemonte, ma a mio parere è opportuno quanto meno menzionarli, tanto che nel mio ultimo viaggio ho fortemente voluto la presenza di vignaioli di queste denominazioni nella serata di condivisione e confronto.
supervulcano alto piemonte

Un territorio, quello dell'Alto Piemonte, che vanta natali “esplosivi” data la sua origine vulcanica data oltre 280 milioni di anni fa, nell'epoca in cui il supervulcano ivi presente esplode con una potenza tale da modificare per molti anni il clima del pianeta.
La sua enorme caldera coincide con le attuali valli dei fiumi Sesia e Sessera, tra le province di Novara, Vercelli e Biella proprio in Alto Piemonte. Un ulteriore accadimento fondamentale per definire le dinamiche geologiche e orografiche del territorio è quello relativo allo scontro, ca. 50 milioni di anni fa, fra la Placca Africana e quella Europea che da origine alle Alpi e porta in superficie l'intera struttura sommersa dell’antico supervulcano, portandolo ad assumere un profilo orizzontale.
Due importanti geologi datano l'origine delle colline moreniche che costeggiano il corso del Sesia a 2 milioni di anni fa, grazie al deposito lasciato dai ghiacci e il dilavamento alluvionale del Monte Rosa.
Come accaduto a molti areali vitivinicoli italiani storicamente vocati e, quindi, molto vitati anche l'Alto Piemonte ha vissuto, purtroppo, gli esiti nefasti della fillossera prima e dell'esodo dalle campagne poi. E' così che dai 40.000 ettari vitati di fine '800 siamo passati a 600 ettari del dopoguerra, in un'area che da sola allevava più dell'intero patrimonio viticolo attuale del Piemonte.

Oggi la superficie totale a vigneto dell'Alto Piemonte (compresi i  e poco più di 6ha iscritti a Carema Doc) non arriva a 400ha.

Negli ultimi anni l'Alto Piemonte sta vivendo una sorta di Rinascimento sostenuto da storiche realtà dalla rinnovata lungimiranza e soprattutto da giovani vignaioli/e che hanno compreso l'impressionante potenziale di questi territori nella produzione di grandi vini e in particolare di eccellenti Nebbiolo. Vini che guardano all'integrità della tradizione risultando assolutamente attuali, grazie alla capacità di raggiungere complessità e finezza e di mantenere un grande equilibrio fra struttura e slancio acido. Una beva tanto agile quanto per nulla scontata, grazie alla naturale vocazione di questi territori all'eleganza luminosa e fresca dei vini del nord e alla mineralità a tratti più vulcanica a tratti pià marina in base alle diverse matrici dei terreni delle singolo zone.
Una conduzione agronomica più savia e una maggior consapevolezza enologica, unitamente ai cambiamenti climatici (che come accennato prima qui stanno avendo esiti generalmente positivi) stanno dando origine ad una serie di produzioni di grande qualità e contemporaneità, capaci di destare l'interesse di appassionati e media italiani e non solo.
Quello che poteva sembrare un difetto oggi è un valore aggiunto nei confronti delle stesse Langhe, ovvero la sporadicità dei vigneti, contestualizzati in un paesaggio agricolo in cui il bosco è tornato ad essere una presenza dominante e non vige la monocoltura. Una biodiversità che fa il pari con la ricchezza di varietà di interpretazioni agronomiche che regalano suggestioni uniche come le forme di allevamento a Topia o Topiùn (presenti principalmente a Carema e nelle Valli Ossolane) e la Maggiorina di Boca (presente anche a Ghemme, Gattinara e Bramaterra), in molti casi disposti sugli “antichi” terrazzamenti. Un paesaggio agricolo in cui l'antropizzazione ha vissuto fasi contrastanti ma che, oggi, vanta potenzialità indiscusse, nonostante le difficoltà di una viticoltura, spesso, ai limiti dell'eroico.
maggiorina vite
Altra peculiarità dell'Alto Piemonte da rimarcare è sicuramente quella relativa al pedoclima che vede gran parte dei suoi vigneti godere della protezione delle Alpi e delle correnti fresche montane che portano sollievo estivo alle viti e le mantengono sane. Quello che potrebbe rappresentare un problema è la piovosità, sicuramente molto più alta che nel basso piemonte, ma i terreni molto drenanti aiutano a mantenere in equilibrio le piante di varietali per lo più autoctoni, tra i quali spiccano cloni e biotipi di Nebbiolo qui chiamati Spanna, Picotendro e Prunent.
vigne alto piemonte
Nebbioli che in queste particolari condizioni pedoclimatiche vedono il loro ciclo vegetativo, già molto lungo, dilatarsi ulteriormente posticipando la vendemmia anche di 2 o 3 settimane prendendo come termine di paragone ciò che avviene nelle Langhe.

L'aver adagiato i vigneti con esposizioni (sud) ponderate capaci di godere di un lungo irradiamento e le forti escursioni termiche giorno-notte, oltre alla possibilità che le viti hanno di affondare le proprie radici in terreni sciolti, ricchi di scheletro, molto poveri di sostanza organica ma ricchi di minerali fondamentali e con acidità molto alta, sono tutti fattori determinanti per la qualità delle uve atte alla produzione dei vini dell'Alto Piemonte e in particolare dei Nebbioli.

Questo arcipelago di micro-denominazioni nel mare magnum del panorama vitivinicolo italiano, però, non può essere compreso se non recandosi sul posto, saggiando la moltitudine di composizioni dei terreni che potranno essere: vulcanici, disfacimenti granitici, morene di antichi ghiacciai, sabbiosi, ricchi di porfido, più o meno argillosi e limosi, carichi di calcare e ciottoli con quote di minerali e di scheletro. Più nello specifico potremmo dividere il territorio in 4 aree con Ghemme, Sizzano e Fara che vedono le loro viti affondare le proprie radici in terreni prevalentemente di origine morenica, con ciottoli affioranti e grande substrato minerale simili a quelli di Carema; Boca con terreni molto acidi, vulcanici, con una matrice di porfido importante e molto ricchi di scheletro; Gattinara troverete un terreno più fine, povero di sostanza organica e ricco di roccia; Bramaterra e Lessona con zone simili a quelle di Gattinara di matrice vulcanica e altre con più alta percentuale di argillosa e sabbia, in alcuni casi molto ricchi di calcare e di fossili marini, oltre al ricorrente porfido; nella Valdossola troveremo per lo più terreni formatisi da antichi depositi alluvionali divisi in zone più con alta componente argillosa e zone più ricche di scheletro, sabbia e limo. Insomma, anche in termini di suoli e sottosuoli l'Alto Piemonte offre uno spettro ampio e variegato di opportunità.
gattinara vista
Ribadendo che per conoscere territori come questi è fondamentale recarsi sul posto per vedere vivere vigneti e cantine confrontandosi con i singoli vignaioli per poi assaggiare i loro vini e comprenderne a pieno l'entità, l'essenza, la complessità, sono certo che la vostra curiosità potrà essere stimolata da vettori liquidi rappresentati dai vini delle seguenti realtà che vi consiglio di assaggiare:

Gattinara: Cantina Delsignore, Vegis Stefano, Azienda Franchino, Patriarca, il Chiosso.
Realtà che si stanno distinguendo per la costanza e la concretezza dei propri vini in una terra in cui si producono da sempre grandi vini ma che deve necessariamente cogliere questo momento per premere sull'acceleratore e mostrare la forza espressiva e l'eleganza dei suoi vini. Vini sempre più forti di una carica espressiva giocata sull'armonia fra frutto, fiore e note minerali che con l'evoluzione si fanno balsamiche. Classe innata!
Gattinara vini
Ghemme: Pietraforata, Mirù, Platinetti.
Piccole cantine che mostrano e dimostrano tutta l'agilità e la finezza di Ghemme senza scadere in interpretazioni troppo esili e magre. L'andamento climatico attuale ha portato, anche in questo areale, cambiamenti che permettono di ritrovare nel calice vini dalla più definita struttura materica e dalla trama tannica sottile. Vini fini e saporiti.
ghemme vini
Boca: Poderi ai Valloni, Conti, Barbaglia.
Il territorio in cui Maggiorina è più diffusa, cosa che permette di prendere coscienza di quanto anche sistemi di allevamento arcaici possano risultare idonei alla situazione climatica attuale permettendo (al netto della difficoltà di gestione) un maggior equilibrio della pianta e condizioni di ombreggiamento ideali in annate molto calde. I vini di quest'area vantano una spiccata identità territoriale che trascende la purezza, data dalla prevalenza di uvaggi o di blend delle uve tipiche (Spanna dal 70% al 90%, Uva Rara e Vespolina a dividersi il restante 30%-10%). Trovo molto interessanti le declinazioni con un equilibrio estrattivo tangibile, che non eccedano in forzate sovrastrutture. 
boca vini
Bramaterra & Lessona: Noah, La Psigula, Roccia Rossa, La Palazzina, Pietro Cassina.
Vini fieri, slanciati e sanguigni, in cui è possibile percepire il carattere territoriale in maniera nitida a prescindere dalla singola interpretazione. Notevole il potenziale in termini di longevità. Due fra i territori in cui ho trovato il piglio più contemporaneo nell'interpretazione dei vini.
Bramaterra lessona
Fara & Sizzano: Francesca Castaldi, Cantina Comero, Az. Agr. Dei Cavallini, Paride Chiovini.
Le piccole e virtuose aziende di queste due Doc riescono a spalmare la propria identità su più vini, sperimentando con meno vincoli delle altre denominazioni. Reputo molto interessante la varietà interpretativa e, quindi, espressiva trovata e percepita in queste zone.
fara e sizzano vini
Valli Ossolane: Edoardo Patrone, Cantine Garrone, Ca da l'Era.
Tra antiche pergole e nuovi impianti i vini che di più incarnano la montagna sono quelli delle Valli Ossolane e le 3 aziende in questione hanno dimostrato grande rispetto nei confronti dell'essenza di queste aree. Vini freschi, tesi, vibranti ma che non lesinano materia. Tannini fini e apprezzabile dinamica di beva.
valli ossolane vigne vini
Molte di queste realtà producono anche vini che ricadono nelle denominazioni Coste della Sesia e Colline Novaresi e una in particolare produce solo vini Coste della Sesia trovandosi in un punto altamente vocato ma fuori dalle denominazioni: Cascina Preziosa. Segnalo anche la Cantina Enrico Crola che produce solo Colline Noraveresi Doc e l'Az. Agr. Francesco Brigatti anch'essa principalmente dedita alla produzione di Colline Novaresi Doc ma dispone anche di un Ghemme molto valido
coste della sesia e colline novaresi
Per quanto concerne il Canavese (Carema e Erbaluce) le realtà che ho avuto modo di conoscere e di apprezzare sono: SorPasso, Az. Agr. San Martin, Monte Maletto di Gian Marco Viano e l'Az. Agr. Favaro Benito, Az. Agr. Ilaria Salvetti e Az. Agr. La Campore. In particolare, ci tengo a sottolineare la valenza assoluta del vitigno Erbaluce (a mio parere fra i 3 migliori vitigni a bacca bianca italici) che rappresenta, insieme al Verdicchio, un esempio assoluto di versatilità (è possibile produrre grandi metodo classico, agili bianchi freschi e grandi bianchi da invecchiamento, nonché noto per le vendemmie tardive e i passiti) e di contemporaneità del suo potenziale interpretativo. Sui rossi di Carema non posso far altro che continuare a ripetere ciò che sostengo da anni, ovvero che siamo di fronte ad un territorio capace di esprimere nel calice un connubio raro fra la freschezza e la finezza della montagna e la forza del sole. Parliamo di vini un tempo considerati nervosi e spigolosi ma che godono dei vantaggi dei cambiamenti climatici odierni smussando quegli spigoli e trovando maggior armonia ed equilibrio fra struttura, acidità e tannino.
carema erbaluce caluso
In conclusione, per quanto possa essere difficile in termini di comunicazione e di massa critica creare un'attenzione costante e profonda su un territorio così frastagliato e ricco di diversità pedoclimatiche e varietali (basti pensare ai vari cloni di Nebbiolo e alla presenza in uvaggio e/o in blend di altre uve tra le quali spiccano le autoctone Vespolina, Uva Rara e Croatina), quando mi chiedono quali siano i territori da ri-scoprire in Italia l'Alto Piemonte è il primo macro-areale a balenarmi nella mente. Questo grazie alla grande armonia che vige fra natura e uomo, fra vigna e vignaioli capace di dar vita a vini di grande qualità e che hanno la loro arma vincente nella contemporaneità di un gusto e di un'eleganza senza tempo. Vini in grado di stupire con la loro austerità ma anche di emozionare per la loro fine complessità espressiva, vini in grado di mostrare sicurezza e nerbo sottendendo un'agilità di beva dinamica e vibrante. Anime diverse unite dal comun denominatore della longevità. 
terreni altopiemonte vigne
Se avevo dei dubbi riguardo la possibile unità di intenti fra i produttori delle varie denominazioni ho capito, durante la mia recente full immersion dalla vigna al bicchiere, che ora più che mai ci sono i presupposti per presentarsi congiunti e coesi nella valorizzazione di un territorio straordinario che deve necessariamente fare della diversità un valore aggiunto ma senza commettere l'errore di creare inutili fazioni. Il complesso di inferiorità che la Langa sembrava indurre nei confronti di alcuni sta scemando e la sensibilità delle nuove generazioni e dei viticoltori più saggi e illuminati nei confronti di una rivalutazione del posizionamento commerciale rappresenta la chiave di volta per l'elevazione della percezione di un Alto Piemonte ricco di unicità in cui manca solo una serie di vini che a scaffale e nelle carte dei migliori ristoranti italiani e del mondo siano in grado di giocarsela con le più note referenze premium e super-premium. I vini ci sono già, la consapevolezza cresce di giorno in giorno, ora manca solo quell'iniezione di fiducia nei propri mezzi che permetta di fare il salto.
Io ci credo e molti dei produttori (ca. 30) presenti alla cena organizzata in occasione del mio tour nelle terre dell'Alto Piemonte si sono dimostrati ricettivi e pronti ad un netto e coeso cambio di marcia.
cantine alto piemonte

Non mi resta che consigliarvi di fare un salto in Alto Piemonte, per prendere coscienza della bellezza dei suoi suggestivi vigneti e per comprendere a pieno le potenzialità delle sue virtuose cantine.

F.S.R.

#WineIsSharing

martedì 11 agosto 2020

Liberalizzazione dei nomi dei vitigni? Un'occasione per valorizzare i territori!

Negli ultimi mesi si è molto sentito parlare di una futura legge europea che mirerebbe a liberalizzare nomi dei vitigni in etichetta andando a togliere dalla lista dei vini protetti tutti quelli che prendono il nome dal proprio varietale di riferimento (Es.: Verdicchio, Vermentino, Vernaccia, Nebbiolo, Cannonau, Lambrusco ecc...).
Il timore, da parte delle realtà italiche, è quello di vedersi usurpati della propria identità varietale dando a chiunque, nel mondo, la possibilità di riportare in etichetta il nome di vitigni ad oggi protetti e, quindi, riconducibili solo ed esclusivamente a specifiche aree vitivinicole del nostro paese.
E', infatti, prerogativa tutta italiana quella di connettere in maniera così stretta il vitigno al territorio e non viceversa.
Per quanto la cosa possa dispiacere a molti, in questo pezzo riporterò alcune personali considerazioni derivanti da una visione più ampia e meno campanilistica di quanto abbiamo fatto sino ad ora in Italia e di quanto potrebbe verificarsi in seguito all'emanazione di questa legge dell'UE (sempre che venga emanata).
Territorio o varietale

Inizio ponendomi/vi alcuni quesiti:
“Possiamo davvero considerare autoctoni tutti i vitigni tutelati da denominazioni di origine in Italia?”
La risposta a questo quesito è abbastanza semplice in quanto pochissimi dei nostri varietali possono essere definiti realmente autoctoni, tanto che da sempre preferisco chiamarli tipici o storici, in quanto il DNA di molti di essi è molto simile se non identico a quello di vitigni di altre zone europee che a loro volta sembrano provenire dalle terre natìe della viticoltura come l'ex Mesopotamia e la Grecia, solo per citarne alcune. Al netto degli adattamenti che alcuni vitigni hanno, per forza di cose, sviluppato nel corso della loro ultracentenaria coltivazione nelle nostre terre, è spesso una forzatura relegare una pianta, apolide per natura, ad un solo e ristretto contesto geografico delineato dall'uomo. Va da sè che la tipicità e la storicità di alcuni vitigni e di alcuni vini vanno rispettate e ricondotte al valore che i produttori e le comunità di determinati areali e/o regioni danno loro. E' importante comprendere, però, che un'eventuale liberalizzazione non eliminerebbe questa interconnessione fra vitigno e territorio, anzi permetterebbe di valorizzarla in maniera ancor più profonda, attraverso comparazioni globali.

“Le più grandi denominazioni del mondo si identificano con il nome di un vitigno o con quello di un territorio?”

Borgogna, Bordeaux, Champagne, Napa Valley, Barolo, Chianti, Valpolicella, Bolgheri ed Etna (escludo il Brunello perché integra il nome storico dell'uva Sangiovese Grosso, ma ricadrebbe a tutti gli effetti in una specificità che trascende il nome del vitigno) solo per citarne alcune, rappresentano denominazioni territoriali così forti che dalla conoscenza dell'areale possiamo risalire ai vitigni ivi coltivati senza necessità di vederli riportati in etichetta. Inoltre, eccezion fatta per il Barolo (ma se allarghiamo il concetto alle Langhe vale la stessa considerazione), un territorio capace di elevare il proprio valore al di sopra del singolo vitigno e della singola interpretazione tecnico-stilistica vanta una dote propria solo delle grandi denominazioni e degli areali percepiti come maggiormente vocati, ovvero la possibilità di connettere a qualsiasi vino prodotto in quella determinata area una radicata identità. Questo rappresenta un notevole plus che consente ai prodotti del territorio di riferimento di acquisire maggior valore percepito a prescindere dal varietale specifico, perché sarà il territorio, attraverso le sue peculiarità pedoclimatiche, a conferire al vino caratteristiche riscontrabili solo lì. Senza scomodare denominazioni storiche che vedono la loro notorietà frutto di dinamiche complesse,

“In termini meramente commerciali aumentare la massa critica di vini che riportano in etichetta il nome di vitigni ampiamente coltivati in Italia – e dei quali, quindi, continueremmo ad essere i riferimenti in termini di numeri e qualità con buonissime probabilità – è davvero così negativo?”

Molte delle denominazioni che rischierebbero di perdere l'esclusiva sull'utilizzo del proprio vitigno di riferimento sono molto piccole e all'estero la loro notorietà è relativamente bassa, a causa della difficoltà di ricollegare alcuni varietali a gusti e territori specifici. Avere la possibilità di esportare il nome di alcuni vitigni, per quanto possa spaventare alcuni retaggi culturali, potrebbe rappresentare un veicolo di promozione per i nostri territori che resterebbero i riferimenti per quelle uve e per i vini da esse prodotte godendo della possibilità di comparazione con le produzioni di altre zone del mondo. Inoltre, porterebbe sui mercati un maggior numero di bottiglie che potrebbero veicolare nomi, altrimenti, confinati al nostro paese o, in taluni casi, ad un'area di prossimità alla zona di produzione.

“Superare il concetto di vino-vitigno non potrebbe essere uno stimolo e un'occasione per valorizzare maggiormente i singoli areali italiani ponendo il territorio al primo posto?”

Partiamo dalla legge che tanto temiamo dicendo che Il “vizio di forma” in Italia è storico e bisogna andare indietro nel tempo fino al 12 luglio 1963 giorno in ui venne avallata dal legislatore italiano una politica di associazione fra il vitigno e la zona di produzione legislatore italiano con il DPR n. 930 che all’art. 1 che: “Per denominazioni di origine dei vini s'intendono i nomi geografici e le qualificazioni geografiche delle corrispondenti zone di produzione -accompagnati o non con nomi di vitigni o altre indicazioni - usati per designare i vini che ne sono originari e le cui caratteristiche dipendono essenzialmente dai vitigni e dalle condizioni naturali di ambiente” (che pare abrogato dal D. LGS. 8 APRILE 2010, N. 61). In tale provvedimento è evidente si “confondesse” il vitigno con la denominazione.

La strada intrapresa dall'Unione Europea è basata su una tesi semplice, che a qualcuno farà storcere il naso (ma solo perché occorrerebbe ripartire da “0”) ma che rappresenta, probabilmente, la migliore soluzione per valorizzare l'unicità territoriale: tutelare l'origine geografica dei prodotti slegandosi, almeno in parte, dal vitigno perché è proprio il vitigno l'unico fattore dell'equazione “vino” più suscettibile a replicazione.

Diamo uno sguardo alla normativa comunitaria:
- Il Reg. CE 1308/2013, punto di arrivo in tema di OCM unico, contiene alcune importanti disposizioni in tema di varietà di uve da vino.
La direzione in cui sta cercando di muoversi l’Unione Europea è chiarita dalla Premessa n. (92) del Regolamento, dove si dispone che: “Nell'Unione il concetto di vino di qualità si fonda, tra l'altro, sulle specifiche caratteristiche attribuibili all'origine geografica del vino. I consumatori possono individuare tali vini grazie alle denominazioni di origine protette e alle indicazioni geografiche protette.”

Tutela e qualità sono quindi connesse al territorio e non al varietale.

Per le denominazioni italiane meno propense ad abbandonare il nome del proprio vitigno di riferimento c'è ancora una parziale speranza, rappresentata dalla premessa n. (98) che vede proseguire il Regolamento prendendo in considerazione i vitigni e valutandone la protezione, ma esplicitando che la Commissione potrà prevedere delle eccezioni a tale regola: “Per tener conto delle pratiche esistenti in materia di etichettatura, è opportuno delegare alla Commissione il potere di adottare determinati atti allo scopo di autorizzare l'uso del nome di una varietà di uva da vino che contiene o è costituito da una denominazione di origine protetta o da un'indicazione geografica protetta.”

Queste premesse sfociano nell’art. 100 del Regolamento 1308/2013, che così dispone:

“Il nome di una varietà di uva da vino, se contiene o è costituito da una denominazione di origine protetta o da un'indicazione geografica protetta, non può essere utilizzato nell'etichettatura dei prodotti agricoli.
Per tener conto delle pratiche esistenti in materia di etichettatura, alla Commissione è conferito il potere di adottare atti delegati conformemente all'articolo 227 intesi a stabilire le eccezioni a tale regola.”

L’Unione Europea abilita quindi la Commissione a valutare eventuali richieste di utilizzo in etichetta del nome di vitigni relativi a zone protette da denominazione anche se quegli stessi vini non saranno prodotti nella denominazione di riferimento.  Questo perché il consumatore/cliente/buyer ha diritto di conoscere in maniera trasparente il vitigno o i vitigni utilizzati per la produzione del vino che sta acquistando.
Questo aspetto è fondamentale perché, alla lunga, può non rappresentare un ostacolo, bensì un'opportunità per posizionare i vini delle denominazioni di riferimento per certi vitigni come espressioni più nitide e qualitativamente alte di quell'uva, che automaticamente verrà conosciuta da un pubblico maggiore sviluppando curiosità e ricerca.

Il concetto è molto semplice: la Borgogna non ha bisogno di proteggere il nome dei propri vitigni, perché si pone come target d'eccellenza per quei determinati varietali e il posizionamento in termini di valore percepito è stato innalzato nel tempo a tal punto da innescare paragoni automatici ogni volta che abbiamo un Pinot Nero o uno Chardonnay nel calice proveniente da qualsiasi altra parte del mondo. E per quanto “buono” possa essere, non sarà mai di Borgogna!
Questo deve essere, con le dovute proporzioni e tempistiche, la mission dei nostri areali e delle nostre denominazioni più virtuose: valorizzare il territorio in modo da farne il riferimento assoluto per quel vitigno e stimolare la competitività internazionale. Temere che possano fare Verdicchio in Australia o Nebbiolo in Cina e che possano chiamarli tali significa non credere abbastanza nei nostri mezzi e, ancor meno, nei nostri terroir che è l'unica cosa che nessuno potrà replicare. 
Possiamo spostare le viti e le uve, possiamo far viaggiare vignaioli e bottiglie, possiamo esportare agronomi ed enologi in tutto il mondo ma l'unica cosa che resterà sempre e solo nostra è la terra con il suo pedoclima, la sua contestualizzazione storico-culturale e sociale e le peculiarità variegate che solo i nostri territori possono vantare e, di conseguenza, possono trasferire al vino.

Due case history tutte italiane:
- Un caso che fece molto riflettere è quello relativo al Tocai che in Friuli è divenuto Friulano, a causa della vittoria dell'Ungheria (e in parte della Slovacchia) nel braccio di ferro volto proprio a tutelare il nome di territorio (Tokaj è, infatti, il nome di una città ungherese). Come possiamo notare è il territorio a vincere sul nome dato localmente ad un vitigno in quanto connotazione irremovibile e non trasferibile altrove.
Le cose sono andate meglio al Prosecco che ha compreso queste dinamiche in tempi "meno sospetti" andando a legare il nome del proprio vino ad una città non lontana da Trieste (Una forzatura? Probabilmente sì, ma ben ponderata!). Prosecco era il nome che storicamente identificava l'uva (Glera) e il vino da essa prodotto (in realtà, come accadeva, in molti areali italiani anche nelle vigne di "prosecco" potevamo trovare anche piccoli saldi di altri vitigni tipici). Oggi, quindi, l'uva viene identificata con il nome Glera e il vino con il nome Prosecco. 

Per concludere, quindi, vi chiedo:

Lascio a voi le vostre personali considerazioni.
Da par mio, credo fortemente che la valorizzazione di un territorio attraverso la qualità dei vini ivi prodotti, facendo sistema fra produttori e creando reti che abbraccino anche altri ambiti legati all'enoturismo e alle eccellenze non solo enogastronomiche ma anche storiche, artistiche e paesaggistiche possa fungere da volano per ottenere ciò che i nostri piccoli e vocatissimi territori invidiano ai più blasonati areali vitivinicoli, ovvero un valore percepito più alto in senso stretto e in senso lato. Nelle prossime settimane affronterò anche il tema del costo delle uve e della sua importanza per la valorizzazione di un territorio e del posizionamento del vino, croce e delizia dei produttori che spesso incorrono in errori dettati da timori ingiustificati (dati alla mano).
Approfondirò il tema del posizionamento e della "fiducia nei propri mezzi" nelle prossime settimane.


F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 10 agosto 2020

Per fare vino in sottrazione bisogna sapere cosa non fare!

Si sente sempre più spesso parlare di vini prodotti in "sottrazione", ovvero cercando di togliere il più possibile per impattare il meno possibile su ciò che finirà nei nostri calici. Sono fortemente convinto che la strada della sottrazione del superfluo possa essere un obiettivo da perseguire e che, oggi, possa dar luogo alla produzione di vini di grande interesse e carisma. E' fondamentale, però, non travisare il concetto di sottrazione che, come la scultura ci insegna, deve basarsi sulla cognizione di causa: "non per via di porre ma per forza di levare" (Michelangelo Buonarroti).
sottrazione vino scultura
Credits: www.studidarte.it
Per fare vino in sottrazione, quindi, bisogna sapere cosa togliere; per sapere cosa togliere bisogna conoscere i principi tecnici che permettono alla vite di produrre uva sana e di qualità e a quell'uva di diventare vino capace di farsi traduttore fedele della propria identità varietale e ancor più di quella territoriale. Sia chiaro, per tecnica intendo l'insieme di scelte (anche nel non fare) e di azioni attuate da qualsiasi vignaiolo e produttore dalla vigna alla bottiglia, secondo i propri canoni produttivi (per intenderci, la potatura è da considerarsi una delle più importanti azioni tecniche come lo possono essere un travaso o un rimontaggio o qualsiasi altra operazione meccanico-fisica di cantina, quindi non necessariamente chimica). Scambiare la negligenza per rispetto e l'approssimazione per sinonimo di artigianalità e sostenibilità è qualcosa di estremamente pericoloso per chi fa vino e per chi lo consuma. Esistono grandi vignaioli, grandi produttori e coscienziosi enologi in grado di lavorare riducendo al minimo il proprio impatto sul prodotto ma ricordiamoci che nel fare vino di "naturale" c'è ben poco partendo dall'imposizione che abbiamo dato, dapprima, alla vite chiedendole di mettersi in fila e di produrre quanto e come vogliamo antropizzandone l'utilizzo e, in secondo luogo, all'uva da essa derivante trasformandola in vino, impedendole di diventare aceto.
vite millenaria
Vite selvatica millenaria ritrovata in un bosco in Sardegna
Competenza e consapevolezza tecnica non significano "abuso di chimica o sofisticazione", anzi, possono e devono sempre più concorrere alla riduzione dell'interventismo e alla produzione di vini di qualità forti della loro identità e nitidi nella loro espressione organolettica, evitando l'abuso di pratiche enologiche "cosmetiche" e ridondanti che mirano a scambiare la qualità analitica e la "pulizia" con la qualità.
Credo che certi principi non possano essere tacciati di negatività in maniera pretestuosa a prescindere, come credo che ripudiare il concetto di tecnica confondendo la sottrazione con la negligenza e la poca conoscenza vada a discapito di molti virtuosi vignaioli i quali vini ricadono anche nell'ambito del vino così definito "naturale" o - ancor meglio - artigianale che stanno dimostrando non solo di poter raggiungere picchi importanti ma anche di poterlo fare con costanza e coerenza nel tempo.
Rinnegare la conoscenza tecnica non può essere la strada per la produzione di grandi vini che restino grandi nel tempo e non siano frutto del "caso". Forse è davvero giunto il momento di andare oltre le categorie mirando verso l'estrema sostenibilità e la più alta soglia di salubrità (fermo restando che il vino non sarà mai un prodotto "salubre" in toto) con sensibilità, competenza e onestà intellettuale. Il vino può e deve essere un grande prodotto artigianale alla stregua delle grandi opere artigiane di cui è capace l'uomo.

La definizione del termine "tecnica" abbraccia molti ambiti ma, non a caso, il primo è proprio l'arte e quindi il lavoro artigiano: "complesso di principi che regolano l'esercizio pratico e strumentale di un'arte, di una scienza, di un'attività professionale".
Fare vino è un processo che non può prescindere dal lavoro pratico dell'uomo e dell'adozione di tecniche che permettano a chi il vino lo fa di trasformare il frutto di una vite "addomesticata" nel liquido che tanto amiamo e che tanto dà, a noi che viviamo di questa passione, da disquisire e da godere. La conoscenza è rispetto perché permette di non intervenire ma di avere il controllo delle fasi di produzione ed è proprio attraverso la supervisione umana, dalla vigna alla bottiglia, che si può ottenere un'identità varietale, territoriale e d'annata nitida, senza sfociare nell'omologazione che c'è tanto dal lato dell'abuso chimico e del lavoro a protocollo quanto da quello della negligenza e, quindi, dei difetti che sovrastano la più schietta espressività del vino.

Frasi come "lo faccio come lo faceva mio nonno", "io non faccio niente, il mio vino si fa da solo" o, ancora, "viene come viene, la stabilità non esiste in natura" sono slogan romantici e d'impatto ma, al contempo, concetti fuorvianti che minano il lavoro di molti che da anni lottano per dimostrare che si può arrivare a fare vino nella maniera più sostenibile possibile e con il minimo impatto dell'uomo proprio grazie alla consapevolezza delle proprie azioni nel fare e nel non fare.
E' pur vero che esistono frasi altrettanto pericolose che tendono a sminuire il lavoro in sottrazione come "beh, lo so fare anch'io!", "non ci vuole nulla a fare un macerato" e via dicendo. Quando mi vengono riferite certe affermazioni penso sempre ai "Tagli" del Maestro Lucio Fontana: opere che, così, a prima vista potrebbero indurre chi guarda al superficiale ma spontaneo convincimento di poter riuscire a fare qualcosa di simile se non, addirittura, migliore. Eppure, a monte di quelle fessure su quei monocromi e dietro quegli stessi tagli c'è un percorso fatto di esperienza, conoscenza e... cognizione tecnica!
tagli fontana

La viticoltura prima e il vino possono e dovrebbero essere due dei migliori esempi del lavoro di squadra fra uomo e natura, ma è l'uomo a poter e dover prendere decisioni e non decidere non è "fare vino" è illudersi ed illudere che l'uva da sola voglia divenire vino e sappiamo tutti che così non è.
Non starò qui a parlarvi di ammine biogene (quali triptamina, feniletilammina, putrescina, cadaverina, istamina, tiramina, spermidina e stermina) o di acetaldeide (anch'essa potenzialmente cancerogena) in quanto è rischierei di essere fuorviante nell'estremo opposto e lungi da me voler ridurre un vino alle sue peculiarità analitiche. E' importante, però, valutare le potenzialità criticità in termini di salubrità non fossilizzandosi solo sulla solforosa aspetto da tenere in grande considerazione ma sempre meno problematico dato il notevole livellamento verso il basso della SO2 totale in gran parte del vino di qualità in Italia.

Ho deciso di condividere questi pensieri perché credo che la sottrazione ponderata e oculata sia il futuro al quale anche i convenzionali dovranno adattarsi step by step e, la speranza, è che chi oggi sta già si sta impegnando con ottimi risultati nell'arte del togliere possa fungere da esempio per chi ancora vede la "strada più semplice e sicura" come quella più giusta da seguire. 

F.S.R.
#WineIsSharing

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