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mercoledì 15 settembre 2021

Il Pinot Bianco nel Collio - 7 cantine e una sola mission: valorizzare l'identità del varietale nel proprio territorio

Da sempre sono fautore e promotore dell'unione fra produttori e della coesione territoriale e, negli anni, ho visto nascere e crescere consorzi, associazioni e reti di aziende in ogni regione italiana ma non tutte avevano chiara la propria mission come quella di cui vi parlerò oggi: la rete d’impresa Pinot Bianco nel Collio.

pinot bianco nel collio

Parlo di un'associazione che riunisce sette aziende vitivinicole  del Collio attorno a un vitigno e a vini che vantano una nicchia di interesse ancora solo parzialmente esplorata in Friuli ma che annoverano, già, tra le proprie fila dei picchi d'eccellenza notevoli.

Le aziende che compongono la rete sono: Castello di Spessa, Livon, Pascolo, Russiz Superiore, Schiopetto, Toros e Venica&Venica.

Una rete voluta fortemente da Marco Felluga, decano della vitivinicoltura friulana, che sin da tempi non sospetti crede nel Pinot Bianco e, ancor più, nella possibilità di fare fronte comune per far sì che questo varietale funga da volano per la valorizzazione di un intero territorio. Un territorio, quello del Collio, che ha vissuto dei fasti dell'epoca dei "Super Whites" ma che in alcuni casi ha dato l'impressione di adagiarsi sugli allori rischiando periodi di stasi. Ecco perché iniziative come queste, seppur promosse da una ristretta cerchia di produttori, possono dare uno shock al movimento di tutto l'areale, ponendo l'attenzione sia sull'indiscussa vocazione dei propri vigneti che sulla capacità degli interpreti locali di mettersi continuamente in gioco e di guardare al panorama nazionale e internazionale facendo leva sulla propria spiccata identità. Ecco perché il Pinot Bianco, vitigno conosciuto in tutto il mondo e coltivato in varie e importantissime aree vitivinicole del globo, diventa un banco di prova importante e, al contempo, un traduttore di territorio capace di confrontarsi con uno spettro molto più ampio di espressioni di pedoclimi e di culture enoiche differenti. Più termini di comparazione e più possibilità di dimostrare che il Collio vanta peculiarità uniche e distintive, in grado di conferire all'elegante Pinot Bianco caratteristiche organolettiche identitarie e singolari, non ripetibili altrove.

La storia del Pinot Bianco nel Collio Goriziano (allora Friuli Austriaco) inizia con il Conte La Tour di Capriva che, alla fine del XIX secolo, importò le prime barbatelle . I vecchi lo chiamano ancora "Borgogna bianco", com’era presentato nel catalogo del 1863: “Varietà coltivata a Lestizza da più di 20 anni, il cui frutto dà vino squisito”. 

Sovente confuso con lo Chardonnay, il Pinot Bianco in realtà è come tutti i membri della nobile e cangiante famiglia dei "Pinot", una mutazione genetica del Pinot Nero. Un varietale che dalla Borgogna si è spostato diffondendosi nei paesi con climi tendenzialmente più freschi (grazie alla sua resistenza) e che in Italia ha preso piede nel nord-est (Friuli e Alto-Adige ne sono i riferimenti nazionali) ed è contemplato anche nei disciplinari dei noti Metodo Classico Franciacorta, Trento Doc e Talento.
Nel mondo l'Alsazia (Pinot Blanc o Gros Pinot Blanc) e l'Austria (Weissburgunder) possono essere considerate le due aree di riferimento per la produzione di vini base Pinot Bianco in termini di qualità percepita.

Il Pinot Bianco rappresenta "solo" il 10% dei vigneti locali ma in un'area relativamente contenuta e con una così ampia base ampelografica rappresenta, comunque, una quota da tenere in grande considerazione anche in prospettiva di crescita. Sì, perché tra gli obiettivi di queste "sette sentinelle" del Collio c'è sicuramente quello di valorizzare a tal punto il Pinot Bianco da preservarne i vigneti esistenti e da rosicchiare qualche quota di territorio a vitigni come il Pinot Grigio che rischiano di soppiantare molta della produzione locale. Per farlo puntano tutto sulla qualità del proprio lavoro che io ho avuto modo di approfondire visitando tutte le 7 realtà coinvolte nella rete del Pinot Bianco nel Collio e assaggiando alcune selezionate referenze delle stesse, di annate attualmente in commercio e di annate addietro a discrezione dei produttori.

Vini Pascolo

pascolo cantina collio

Conosco Alessandro Pascolo  da qualche anno e la sua dedizione al vigneto non ha fatto che aumentare di stagione in stagione, di vendemmia in vendemmia. Siamo nel versante Sud di Ruttàrs, zona molto soleggiata del Collio, ma la gestione agronomica di Alessandro e della sua famiglia fa la differenza nel mantenimento di un equilibrio fra struttura e acidità che permette, specie nel Pinot Bianco, di portare nel calice vini luminosi, fini e di buona freschezza, con il sale e a fare da filo conduttore e da esaltatore della dinamica di beva. A conferma di della bontà del suo lavoro lo stato di forma dei vigneti e delle uve che ho avuto modo di osservare e assaggiare in loco a ridosso della vendemmia. Tra i vini assaggiati spicca il Pinot Bianco 2019 (condivisibile la scelta di uscire più tardi) integro nel frutto, fresco nel fiore, con sfumature minerali che fanno da preludio ad un sorso slanciato ma non esile, vibrante e salino.

Schiopetto

schiopetto cantina pinot bianco

Una delle realtà storiche del Friuli e tra quelle che di più e da prima hanno creduto nel Pinot Bianco. Sui 30ha di proprietà, gran parte è rappresentata da vigne nature di tra i 20e i 40 anni, il Pinot Bianco, tanto amato da Mario Schiopetto occupa ben 5ha. Oggi, la volontà dell'azienda è quella di far valere l'identità espressiva di questo territorio e l'esperienza di queste viti grazie a interpretazioni nitide e lineari in cui un'energica struttura e un equilibrato nerbo acido possano dar vita a vini completi, complessi ma dalla grande dinamica di beva proprio come la 2019 presentata in degustazione. A giudicare dallo stato di forma dei vigneti, che ancora oggi fanno da "campus" per i noti preparatori d'uva Simonit & Sirch, anche per il Pinot Bianco di Schiopetto la 2021 promette molto bene!

Livon

Llivon

La terza tappa del mio focus sul Pinot Bianco nel Collio mi ha portato nei vigneti e nelle cantine dell'Azienda Agricola Livon. Realtà importante che ha vigneti in varie denominazioni friulane ma che ha scelto di puntare sul Pinot Bianco nel Collio. Lo ha fatto anche in zone in cui il ciclo vegetativo è più dilatato e, tendenzialmente, le uve riescono a preservare maggior freschezza. L'esperienza e le indubbie capacità interpretative e commerciali di una cantina come Livon non possono che agevolare la valorizzazione del Pinot Bianco in quest'area. Importante il messaggio lanciato dall'azienda che presenta come annata in commercio il Pinot Bianco "Cavezzo" 2018, un vero e proprio Cru che mette in risalto le doti evolutive del varietale, equamente maturo nel frutto e ancora fresco nel fiore, con una presa di legno ben integrata.  Ottima la capacità di questa zona di conferire agilità e sapidità al sorso. Interessante constatare quanto fossero ancora indietro in questa zona le uve di Pinot Bianco, in confronto a quelle di "sottozone" tendenzialmente più calde e assolate.

Toros

toros

Siamo in Località Novali a Cormons presso l'Az. Agr. Toros Franco. La vigna e il vino sono una questione di famiglia a casa Toros e Franco, coadiuvato dalle sue figlie, è portatore di una passione tramandata da generazioni. Una passione che parte proprio dai vigneti e compie il suo ciclo nel calice, attraversando vinificazioni attente e rispettose, tese a trarre il meglio dalle uve raccolte di annata in annata e che quest'anno sembrano in ottima forma.
La fiducia di Franco nel Pinot Bianco non è cosa di ieri, tanto che l'azienda è oggi riconosciuta a livello nazionale e internazionale anche per l'espressione di questo vitigno. Io ho avuto modo di assaggiare una 2019 coerente con il varietale e l'annata, in cui il fiore riesce a rendere più armonico ed elegante il frutto e sottesi accenni minerali donano quella finezza che ritroviamo in bocca, con buona dinamica e il consueto finale sapido. 

Castello di Spessa

castello di spessa cantina

Avevo già avuto modo di visitare il Castello Di Spessa e le sue cantine, ma ciò che mi aveva affascinato di più era proprio la vigna dei 3 Pinot a Capriva, in cui spiccano i filari dedicati al Pinot Bianco. Vigneto che dimostra quanto conti, anche per questa realtà, il varietale che ha fatto da collante per le sette sentinelle del Collio. Nel caso del Castello di Spessa la scelta è stata orientata sul presentare l'annata 2020, ancora votata a sensazioni primarie ma capace di sviluppare nel calice una buona armonia olfattiva e, in bocca, un sorso fiero e dotato di buon nerbo. Un vino elegante e di buona persistenza minerale. 
Molto interessante, oltre all'utilizzo in purezza, l'idea di porre il Pinot Bianco al centro di un blend prodotto in tiratura limitata che si presenta ora in commercio con l'annata 2012 ancora in tiro, senza alcun accenno di evoluzione ossidativa o di stanchezza strutturale.

Venica & Venica

venica e venica cantina

Conosco da anni questa realtà e ne apprezzo costantemente i vini ma per varie vicissitudini non ero ancora riuscito a visitarla. Il mio approfondimento sul Pinot Bianco, affiancato da Ornella, mi ha portato finalmente a scoprire le dinamiche di lavoro in vigna e in cantina di una delle realtà più rappresentative del Collio e di tutta la regione. Sostenibilità e visione, rispetto e propositività mai doma. Un'azienda a conduzione familiare che non contempla la stasi fra i momenti della propria storia passata, presente e futura. Il Pinot Bianco Talis 2020 è una sintesi perfetta nitidezza di frutto e finezza floreale. Un vino equilibrato nella materia e slanciato da un'acidità ben integrata. Il finale salino salino da abbrivio all'inerzia di beva. Impressionante la tenuta nel tempo e la capacità evolutiva mostrata dalla 1995 portata a chiusura della degustazione.

Russiz Superiore - Marco Felluga

russiz superiore

L'ultima tappa del mio intenso tour alla scoperta del Pinot Bianco nel Collio è la realtà dalla quale è nata la scintilla che ha dato vita a questo gruppo di affiatati produttori: Russiz Superiore di Marco Felluga.
È senza tema di smentita l'azienda che di più ha creduto nel Pinot Bianco negli anni e che, ancora oggi, fa di questo varietale il protagonista di due dei suoi vini più rappresentativi. Un approccio votato all'equilibrio in campo e all'eleganza nel calice. Con la giovane e preparatissima Ilaria, figlia di Roberto che conduce l'azienda con rinnovata sensibilità, ho avuto modo di verificare una sempre più attenta conduzione agronomica e un approccio virtuoso, specie per un'azienda con un parco vigne così importante. Rispetto che si traduce in vini che rispecchiano l'identità del Pinot Bianco traducendo le potenzialità varietali e territoriali nelle due versioni che, a mio parere, tutte le aziende dovrebbero avere per puntare a far crescere la percezione di questo vino in questo areale: la versione "classica", in questo caso una 2020 brillante, fresca, fine, senza fronzoli, con frutto e fiore in bella vista e un sorso slanciato e sapido; una versione Riserva 2016 che pone l'accento sulla capacità di questo varietale, se trattato con saggezza, di arrivare a esprimersi al meglio dopo qualche anno di vetro. Un vino complesso, maturo nel frutto e fresco nel fiore, intrigante nella speziatura con un legno ben integrato. Un vino materico, con la giusta grassezza, che non manca di un buon nerbo acido in grado di distendere un sorso dall'incedere ritmato e sicuro. Chiude decisamente saporito.
pinot bianco nel collio
In conclusione non posso che confermare che il Pinot Bianco ha trovato nel Collio ha trovato una terra delle sue terre d'elezione e che, a mio parere, rappresenta una chiave di volta interessante per dare nuovo slancio al territorio tutto che, per quanto vocato e fiero dei propri meritati fasti, ha vissuto un periodo in cui in troppi sembrano essersi adagiati sugli allori. Inoltre, le interpretazioni di Pinot Bianco assaggiate mettono evidenziano quanto da me auspicato prima di intraprendere questo percorso di approfondimento, ovvero la tendenza dei produttori del Collio in oggetto di privilegiare la freschezza, la finezza e l'eleganza del varietale a discapito delle sovrastrutture e dei meri scimmiottamenti di vini non propri di questo territorio. Il tutto senza precluderne la longevità, dimostrata ampiamente dagli assaggi di diverse "vecchie" annate fatti al termine del tour. Lo step successivo sarà quello (sembra già essere stato approntato) di produrre per ogni realtà la versione classica e la versione "riserva" o "selezione" che possa andare a livellare verso l'alto il posizionamento di vini che meritano di stare tra i grandi bianchi italiani e del mondo per nitidezza, completezza e per longevità potenziale.
Non ci resta che attendere gli sviluppi di questa unione che spero possa fungere da innesco per nuove, sane e costruttive sfide territoriali. Intanto, il mio consiglio è quello di visitare le aziende coinvolte e assaggiarne i vini, magari in comparazione con i Pinot Bianco di altri areali italiani e internazionali.

F.S.R.
#WineIsSharing






lunedì 13 settembre 2021

BRDA home of Rebula - La "Ribolla" stupisce ancora nella sua casa slovena tra grandi assaggi e produttori sempre più coesi!

Quando iniziai a intingere la penna nel calamaio del vino decisi di scrivere solo dei territori, dei vini e delle cantine d'Italia ma negli mi sono concesso qualche digressione geografica e la "regione" che mi ha spinto più volte a varcare la linea di confine è, senza ombra di dubbio, la BRDA slovena.

masterclass rebula brda slovenia

Il perché è molto semplice: non esistono areali vitivinicoli più contingenti in termini pedoclimatici e ampelografici di quelli relativi al Collio Goriziano e alla Goriška Brda appunto!

Un confine politico tracciato dall'uomo che delinea sicuramente due culture e due idiomi differenti - almeno in parte -  uniti, però, da una matrice pedologica comune, ovvero la ponca (nel Collio) o opoka (in BRDA) e da un vitigno, in particolare, la Ribolla (Collio) o Rebula (BRDA).

La Rebula o Ribolla Gialla che sia, merita il titolo di vitigno “cross-border”, ovvero un vitigno in grado di unificare naturalmente due territori separati da un confine nazionale che non ha, però, mutato le peculiarità del Collio che, meglio di qualsiasi altro territorio, dimostra quanto l'identità di terroir non sia legata soltanto a ciò che troviamo in etichetta e, quindi, alle denominazioni, bensì all'insieme dei valori di terroir: pedologia, clima, varietale e uomo, determinante con i suoi approcci agronomici ed enologici.

confine collio brda

E' proprio attorno a questo varietale che dal 2017 alcuni dei più importanti produttori della BRDA, uniti ad una piccola ma fondamentale rappresentanza del Collio friulano, si riuniscono per dar vita a una manifestazione enoica di alto profilo, capace di attirare a sé media e buyers di rilievo internazionale.

Anche quest'anno, nonostante la situazione pandemica, il consorzio BRDA home of Rebula, capitanato dal presidente Marjan Simčič, ha allestito una Masterclass organizzata in maniera impeccabile che ha dato lustro ai vini del territorio e ad alcuni degli chef neo-stellati sloveni, ponendo l'attenzione sul fortissimo legame che vino, cucina e territorio hanno in questa regione e in tutta la Slovenia.

produttori brda

Sono tredici i produttori coinvolti nella divulgazione dei vini di questo territorio e, attraverso di essi, dell'unicità di un areale che mirano ad unire in un unica denominazione transfrontaliera: Marjan Simčič, Edi Simčič, Dolfo, Ferdinand Wines, Ščurek, Klet Brda, Zanut, Moro, Medot e Erzetič dalla Slovenia e Kristian Keber, Jermann e Gradisciutta dall'Italia.

Io, da par mio, condividerò con voi i migliori assaggi fatti nelle relative categorie alla Masterclass della Rebula 2021:

Ribolla "Classica"

Medoto Rebula Journey

Rebula Journey 2020 - Medot: una Rebula che manifesta sin dal primo naso quella che è l'obiettivo "dichiarato" attraverso le scelte enologiche dal produttore, ovvero quello di portare nel calice un vino nitido nel varietale, fresco, agile e ma capace di rifuggire l'esilità e di mostrare nerbo e persistenza agrumata e sapida. 

Ribolla "Matura"

gradi sciutta ribolla

Sveti Nikolaj Rebula 2018 - Gradis'ciutta by Robert Princic: da vigne in BRDA ma vinificato nella cantina italiana di Robert Princic, questo vino simboleggia la transregionalità della Rebula. Un'espressione del vitigno che anela a una complessità non consueta, raggiungendone già una buona dose che, sono certo, aumenterà con ulteriore evoluzione in vetro. Il frutto è integro, maturo e il fiore ancora fresco; la speziatura è lieve e intrigante e il legno ben integrato. Il sorso è energico in ingresso, per poi distendersi con disinvoltura fino al finale saporito.

klet brda vino

Rebula Bagueri Superior 2018 - Klet Brda: la cantina cooperativa della BRDA dimostra ancora una volta di riuscire a mantenere standard qualitativi notevoli e di poter stupire con coerenza e costanza su referenze come questa, in cui l'attenzione dalla vigna alla bottiglia si percepisce sin dal primo naso. Un vino intenso, fiero della propria identità varietale. Luminoso nel calice e dal piglio sicuro nell'ingresso in bocca. Pieno a centro bocca. si allunga con buona dinamica alla chiusura salina.

edi simcic vino

Rebula Fojana 2018 - Edi Simčič: per molti la Ribolla/Rebula e il legno piccolo non vanno d'accordo in quanto la finezza aromatica del varietale abbinata ad una struttura non eccessiva possono rappresentare fattori di rischio per l'affinamento. Io penso che il legno sia solo uno strumento che se ben utilizzato e gestito possa rappresentare un valore aggiunto nell'interpretazione, anche, di un vitigno come la Ribolla, specie se la scelta (fondamentale) è quella utilizzare le barrique per la vinificazione/fermentazione e non solo per l'affinamento. A testimonianza di ciò c'è questa Ribolla in cui il varietale non è stato occluso dal legno (20% nuovo). Un frutto maturo ma ancora fresco, note balsamiche e speziate appena accennate, che sembrano voler far dare giusto un'occhiata verso la sua prospettiva evolutiva. Il sorso è garbato, con un buon bilanciamento fra struttura e acidità. Il finale è lungo e giustamente saporito.

scurek up rebula

Rebula UP 2018 - Ščurek: un vino che fa da spartiacque fra questa categoria e la successiva (quella dei macerati) in quanto la percezione è quella di trovarsi di fronte ad una Rebula sapientemente gestita nell'attingere alle sue bucce in modo da conferire carica espressiva, cromatica e materico-minerale al calice. Al naso arancia candita, albicocca e spezia bianca fanno da opportuno preludio al sorso fiero, materico nella percezione tattile del tannino e decisamente saporito nel finale. 

Rebula con prolungata macerazione sulle bucce

marjan simcic opoka

Rebula Opoka 2018 Medana Jama Cru - Marjan Simčič: di Marjan Simčič e di quanto questo vignaiolo che ha ereditato la passione e i vigneti dal padre a cavallo fra i due "versanti" del Collio si è già detto molto, ma ciò che non smetterà mai di stupirmi è la sua costante volontà di alzare l'asticella, sperimentando e ricercando nuovi traguardi. Il tutto con il giusto connubio di personalità e umiltà, doti che lo pongono come riferimento non solo per appassionati e addetti ai lavori ma anche e soprattutto per i propri colleghi produttori. Questa Rebula Opoka è l'ennesimo capolavoro di un vignaiolo ormai così tecnicamente consapevole da poter lavorare in maniera artigianale senza lasciare nulla al caso. L'artigianalità consapevole e la sottrazione razionale che portano nel calice vini puliti, nitidi e armonici come questo. Forte di una materia conferita dall'accorta macerazione ma agile nella dinamica di sorso grazie all'acidità spiccata e alla vena minerale che percorre tutta la beva fino alla chiusura salina. Appena accennato il tannino che con finezza terge il palato lasciandolo pulito e pronto al nuovo sorso.

ferdinand cantina vino

Rebula Brutus 2016 - Ferdinand: 12 mesi di macerazione in tonneau gestiti con grande "manico"! Un vino che mantiene con fierezza una percettibile identità varietale. La complessità raggiunta è notevole ma a stupire è la capacità di mantenere una freschezza di frutto difficile da auspicare. Il sorso vanta una struttura non prettamente glicerica grazie all'alcol moderato e ha una postura eretta grazie alla longilinea spina dorsale acido-minerale. Mineralità che torna ancora una volta nel finale fungendo da abbrivio per l'inerzia di sorso.

"Bonus wine"

kristian keber brda vino

BRDA 2018 Kristian Keber: fuori categoria per la base ampelografica coinvolta ma non per la macerazione, questo vino rappresenta la tradizione vitivinicola di questi luoghi in cui (come al di là del confine) i vigneti erano misti e gli uvaggi erano composti da diversi varietali autoctoni. Kristian ha ripreso in mano i vigneti dei nonni recuperando un concetto di uvaggio che sa di BRDA tanto se non più dei vini in purezza a cui oggi l'enologia contemporanea e i mercati ci hanno abituati: Rebula 50%, Zeleni Sauvignon (Friulano) 40% e 10% Malvasia istriana. Interessante la scelta di fermentare naturalmente per un mese in cemento macerando a grappolo intero (con i raspi), per poi elevarsi per 2 anni nella classica botte friulana da 700l (non tostata). Un vino che abbina alla notevole complessità una freschezza luminosa nel frutto e iodata nelle note balsamico-minerali. Il sorso è agile seppur materico, dal tannino per nulla sgarbato (confermando la maturità di uve e raspi e l'ottima gestione della macerazione). Tanto sale nel finale.

Una masterclass che conferma, ancora una volta, la duttilità della Rebula e la sua capacità di tradurre annate, territorio e filosofie produttive differenti con plasticità senza perdere la sua intrinseca identità. Se le versioni più fresche mostrano pulizia, grande agilità di beva e versatilità potenziale in termini di abbinamento, le interpretazioni definite "mature" danno ulteriore credito alla capacità del vitigno di confrontarsi con vinificazioni più incisive e con evoluzioni in botte e in bottiglia degne dei grandi bianchi del mondo. Sono però le versioni macerate quelle che riescono, a mio parere, a rendere pienamente onore a un'uva che ha nella sua buccia una componente fondamentale della sua personalità.  Nonostante la complessità di gestione dei suoi tannini è proprio una consapevole e oculata macerazione a mettere in risalto la completezza della Rebula e l'esperienza dei produttori locali.

Vintage 2020

Alla Masterclass, oltre ai banchi d'assaggio in cui è stato possibile confrontarsi con i singoli produttori, assaggiando anche altre referenze, è seguita la presentazione "en primeur" dell'annata 2020 che secondo vignaioli ed enologi locali è stata una delle migliori annate degli ultimi decenni. Annata che per la Rebula è, addirittura, stata decretata la migliore degli ultimi 50 anni, grazie alle condizioni climatiche ideali in tutto il ciclo vegetativo, dalla fioritura all'impollinazione, dalla maturazione al raccolto. Gli assaggi hanno confermato una qualità media molto alta e una spiccata aderenza varietale e territoriale, con picchi di armonia olfattiva e persistenza sapida che fanno ben sperare sia a breve termine che in prospettiva evolutiva per questa 2020.

brda vigneti

In conclusione, anche questa edizione della Masterclass della Rebula "Exclusive Wine Experience" ha mostrato un territorio coeso e in netta crescita, con una visione sempre più nitida di quello che è il futuro della BRDA quale areale d'interesse internazionale che può puntare sulla Rebula come comun denominatore ma che può e sa stupire con produzioni d'eccellenza anche attraverso altri varietali. L'unione sincera di queste realtà e la volontà di continuare a mettersi in gioco, di annata in annata, non può che meritare un plauso da chi vorrebbe vedere questo tipo di manifestazioni e di lavoro di squadra anche in Italia.


F.S.R.

#WineIsSharing

venerdì 10 settembre 2021

I Colli Orientali del Friuli - Focus sull'areale, le sue sottozone e i suoi vini più rappresentativi

Il Friuli e i suoi caleidoscopici areali rappresentano, da sempre, terreno fertile nel quale coltivare la mia passione enoica e dissetare la mia curiosità dalla vigna al bicchiere. Un insieme di zone e sottozone in cui operano produttori e vignaioli capaci, in molti casi, di trovare quel raro equilibrio fra radicata tradizione, rinnovata consapevolezza tecnica e sensibilità interpretativa.

Una regione nota per la vasta e variegata base ampelografica delle sue denominazioni, in cui autoctoni ed alloctoni parlano un idioma comune tanto da mettere in risalto quanto l'apolidia storica di ognuno di essi qui si fa Ius soli erga omnes.

Oggi, però, non vi parlerò dell'intero Friuli Venezia Giulia, bensì dell'areale che ha manifestato la crescita più nitida negli ultimi anni: i Colli Orientali del Friuli.

colli orientali vino friuli

Dal Monte Bernadia al fiume Judrio, l'areale dei Colli Orientali comprende la fascia collinare della provincia di Udine con oltre 2000ha di terreni vitati e si distingue per la sua grande e storica vocazione alla viticoltura di qualità.

CENNI STORICI

Una storia, quella di questo areale, legata al vino da millenni.

storia colli orientali vino

La viticoltura dei Colli Orientali, infatti, affonda le proprie radici in un passato stratificato, che parte dai Celti, che occupavano queste terre e avevano importato le prime viti da est, probabilmente dalla Turchia. Poi arrivarono i romani, con la fondazione di Forum Julii (l'odierna Cividale) da parte di Giulio Cesare che ad opera dei suoi legionari, trasformati in pacifici coloni, vide nascere vigneti nei pendii soleggiati dei Colli Orientali.

Durante i secoli successivi, la viticoltura si espanse notevolmente su tutte le colline del cividalese ma, come ogni altra attività economica, nel Medioevo attraversò periodi difficili, per lo più legati alle tormentate vicende politiche di queste terre di perenne frontiera. Ma anche da quei “secoli bui” giungono documenti che dimostrano l’importanza e la presenza del vino: nel “Pactum donationis” del 762 (periodo della dominazione longobarda) è documentato l’impegno dei “liberi coltivatori” a dare ogni anno cento anfore di vino al monastero femminile di Salt di Povoletto. Alla fine del Medioevo, il vino friulano (non più in anfore, ma in botti di legno) veniva trasportato nei paesi del nord Europa.

Nei primi secoli del secondo millennio, per ridare impulso all’agricoltura prostrata dalle invasioni barbariche, i Patriarchi di Aquileia chiamano i monaci benedettini; tra i numerosi monasteri di quel periodo, l’abbazia di Rosazzo assume un ruolo trainante, e le colture specializzate – vite e olivo prime tra tutte – ritrovano la loro importanza nell’economia del territorio.

Dopo i Romani, i Longobardi e lo Stato Patriarcale, il Friuli orientale passerà sotto il dominio della Serenissima Repubblica di Venezia, del Regno Napoleonico e dell’impero Austro-Ungarico prima di riunificarsi, nel 1870, al Regno d’Italia. Ma da Giulio Cesare ai giorni nostri, attraverso venti secoli di storia, la coltivazione della vite e la produzione di vini famosi in tutto il mondo rappresentano un patrimonio di tradizione nel quale si innestano le radici della vocazione enoica dei Colli Orientali del Friuli. Una tradizione che ha permesso, ai produttori del XX secolo, di avviare un nuovo, fecondo periodo di espansione.

PEDOLOGIA

ponca terreni
Interessante comprendere la varietà pedologica di questo ampio territorio:

I territorio della DOC “Friuli Colli Orientali” è costituito da tre macrotipologie di terreno con diversa origine:

Depositi alluvionali: terreni autoctoni derivati da alterazione chimica (ferrettizzazione) della parte superficiale dei terreni  prevalentemente ghiaiosi, trasportati e deposti dalle correnti fluvio-glaciali durante l’ultima glaciazione wurmiana. Il substrato litologico è costituito per lo più da materiali calcarei e calcareo-dolomitici provenienti dagli alti bacini dei fiumi che operarono il trasporto, il deposito e il rimaneggiamento del materiale clastico.

Depositi detritici (eluvio-colluviali): derivano essenzialmente dai processi di disgregazione ed alterazione della facies marnoso-arenacea del flysch (variamente limoso-argillosi e sabbiosi). La composizione fisica e chimica varia in funzione delle percentuali degli elementi marnosi e arenacei costituenti la roccia d’origine. Il contenuto in calcare è compreso tra il 5 % ed il 15 % della terra fina; il calcare attivo è pressochè assente, come pure è da considerarsi nullo il potere clorosante.

Flysh marnoso-arenaceo: questa tipologia di terreno di origine eocenica contraddistingue tutti i profili collinari della denominazione ed è costituita da un alternanza di marne (argille) ed arenarie (sabbie). Localmente questo terreno viene chiamato “Ponca”.

I VITIGNI

Per quanto riguarda, invece, la base ampelografica della denominazione Colli Orientali del Friuli DOC vanno citati gli autoctoni Refosco dal Peduncolo Rosso, Il Refosco di Faedis, il Pignolo, lo Schioppettino, il Tazzelenghe, il Friulano, la Malvasia, la Ribolla Gialla, il Picolit, il Verduzzo e tra gli alloctoni ormai "autoctonizzati" troviamo il Merlot, il Cabernet Sauvignon, il Cabernet Franc, il Carmenere, il Pinot Nero, il Pinot Grigio, il Sauvignon, il Chardonnay e qualche ettaro di Riesling Renano.

Vitigni trattati per lo più in purezza e che rendono le cantine dei Colli Orientali un vero e proprio “parco giochi” per gli amanti dell'enologia ma, al contempo, questa grande vastità di singole vinificazioni (spesso dello stesso varietale vengono prodotte più versioni) crea grande impegno ai produttori dalla vendemmia alla bottiglia e rischia essere dispersivo anche a livello commerciale. Eppure, la dedizione che i produttori friulani è tale da far apparire una linea di "18" referenze quasi normale! Non vi nego che una delle mie lotte degli ultimi anni è stata, effettivamente, improntata proprio sul tentativo di far ridurre queste etichette tornando, magari, agli uvaggi classici (l'uvaggio bianco friulano formato da Friulano/Tocai, Ribolla Gialla e Malvasia sarebbe una manna sia in termini di semplificazione che di capacità di risposta ai cambiamenti climatici) o, semplicemente, cercando di focalizzarsi su le proprie migliori produzioni. Come comprenderete, però, quando si producono, da anni, tanti vini diventa difficile eliminarne alcune sia per affezione del produttore che per quei clienti che apprezzavano quella determinata referenza.

E' evidente, però, che le realtà più aderenti al mio pensiero (e al pensiero di molti) abbiano maturato riscontri sia commerciali che mediatici importanti andando a distinguersi per poche e mirate produzioni d'eccellenza. Detto questo, per chi ama il vino, ne scrive e ne racconta ogni antro come me, le cantine dei Colli Orientali restano una palestra di vita e di vino dove assaggiare grandi bianchi frutto di una concezione enologica moderna ma rispettosa e rossi più fedeli alla tradizione ma, spesso, molto contemporanei nella dinamica beva.

COMUNI E SOTTOZONE DEI COLLI ORIENTALI DEL FRIULI

Comuni da sud a nord:

Manzano, San Giovanni al Natisone, Buttrio, Corno di Rosazzo, Premariacco, Prepotto,  Cividale del Friuli, Torreano, Povoletto, Faedis, Reana del Rojale, Tricesimo, Attimis, Nimis e Tarcento.

Le Sottozone dei Colli Orientali del Friuli sono:

refosco faedis

Sottozona Refosco di Faedis: comprende un'area abbastanza vasta nei comuni di Faedis, Attimis, Nimis, Povoletto e Torreano. E' qui che il Refosco Nostrano (o di Faedis) dà, storicamente, il meglio di sé. Un vitigno e un vino che vantano una storia antica che parte dal Racimulus Fuscus dei Romani e arriva ai giorni nostri, passando per banchetti papali e celebrazioni in cui il Refosco spiccava per qualità e tipicità.

Oggi la produzione si è ridotto drasticamente, ma confrontandomi con i produttori dell'associazione del Refosco di Faedis ho avuto modo di comprendere quanto sia forte l'attaccamento dei produttori di queste zone ad un varietale che differisce dal Refosco dal Peduncolo Rosso - sicuramente più affabile e meno spigoloso – ma, proprio per questo, può ben rappresentare l'identità di una sottozona e le sue singolarità. Se il Refosco di Faedis, infatti, non ha avuto l'appeal che meritava in passato è stato, probabilmente, per la sua natura più “dura”, meno “mansueta”, che solo con una progressione agronomica ed una maggior sensibilità enologica è stato possibile gestire al meglio. Oggi, con maggior competenza e consapevolezza questo vitigno può tramutarsi in vini di grande qualità e dalla spiccata personalità.

Tre le zone da distinguere:

-le zone collinari: più marnose, a tratti con presenza di arenaria, per vini tendenzialmente più potenti e che necessitano maggior affinamento;

-le zone pede-collinari: per lo più argillose, dai quali si producono vini con buon nerbo e un'aromaticità più impattante.

-Area di Faedis: troviamo i terreni alluvionali del torrente Grivò, più superficiali, con scheletro grossolano frammisto ad argille, dove si producono vini dallo spettro olfattivo varietale integro nel frutto, nel fiore e nella classica speziatura; grande equilibrio acido-strutturale e tannino marcato da lasciar polimerizzare con la dovuta pazienza.

La qualità media dei vini assaggiati è alta e la tipicità fa da fil rouge tra tutte le aziende dell'associazione della quale vi invito ad approfondire l'operato tramite il sito: www.refoscodifaedis.it.

cialla sottozona vino

Sottozona Cialla: comprende il territorio che va dal confine del comune di Prepotto, a nord la zona interessata viene delimitata dalla strada provinciale Cividale-Castelmonte, comprendente le localita' di Mezzomonte e Casali Suoc.  E' una sottozona storica dei Colli Orientali, un vero e proprio “cru” per Picolit, Ribolla Gialla, Verduzzo friulano, Refosco dal Peduncolo Rosso, Schioppettino, nonché per gli uvaggi bianco e rosso prodotti dalle uve appena citate. Grande biodiversità preservata grazie alla massiccia presenza di bosco e alla ristretta presenza di vigna. Può essere considerata una propaggine della sottozona di Prepotto, ma la storicità di questo cru potrebbe far pensare al contrario.

prepotto schioppettino

Sottozona Schioppettino di Prepotto: uno dei gli ultimi “cru” riconosciuti nei Colli Orientali, ma di certo quello che negli ultimi anni ha fatto più parlare di sé destando l'interesse dei media e degli appassionati, grazie alla produzione di quello che qualcuno definisce il “Pinot Nero” del Friuli. Da par mio, credo che la comparazione con il “Re Nero” sia comprensibile per la vocazione del vitigno alla finezza e all'eleganza ma, al contempo, possa risultare fuorviante in quanto l'identità dello Schioppettino (dovuta anche alla grande presenza di Rotundone a alla proverbiale speziatura che ne consegue) è talmente marcata da meritare di essere conosciuta per ciò che è, nella sua unicità. I vini prodotti da uve Schioppettino nel comune di Prepotto godono di un disciplinare restrittivo (potete trovarlo qui) e la capacità dei produttori di interpretare questo varietale sia nelle versioni più fresche che nelle più complesse riserve è cresciuta di annata in annata con risultati, ormai, evidenti come manifestato dalla mia degustazione con l'associazione dei produttori dello Schioppettino di Prepotto. Una batteria di vini capace di palesare un livello qualitativo generale molto alto, al netto di interpretazioni differenti ma unite dal comun denominatore dell'espressività varietale coerenti nel frutto e nella spezia ma ancor più nello sviluppo di un sorso dinamico, fine e saporito. Lo Schioppettino è, tra i rossi da autoctoni dei Colli Orientali, il vino che di più si sta dimostrando capace di rendere attuali la sua naturale attitudine all'eleganza e una concezione enologica che non può trascendere la tradizione.

rosazzo vino

Sottozona Ribolla gialla e Pignolo di Rosazzo:  sottozona storica che comprende i territori dei comuni di Corno di Rosazzo, Manzano e San Giovanni al Natisone in provincia di Udine. Zona di elezione di due dei vini prodotti dai vitigni più rappresentativi dei Colli Orientali: rispettivamente il Pignolo e la Ribolla gialla. Il Pignolo – per alcuni il vero Re dei vitigni a bacca rossa friulani – è un vitigno difficile ma capace di dare origine a vini di grande spessore e dalla longevità disarmante. In questa sottozona si ottengono le espressioni migliori di Pignolo in purezza o con leggeri tagli di autoctoni atti ad “ammorbidire” la natura caparbia del vitigno.

Per quanto concerne, invece, la Ribolla Gialla è proprio in questa zona che raggiunge le vette più alte in termini qualitativi grazie alla ponca e alle esposizioni dei vigneti che permettono una maturazione ottimale di un vitigno che impone una grande sensibilità dei viticoltori nella scelta dell'epoca di raccolta.

Rosazzo dal 2011 vanta anche la sua piccolissima DOCG che include i territori dei comuni di San Giovanni al Natisone, Manzano e Corno di Rosazzo.  La composizione ampelografica del Rosazzo DOCG è costituita da uve Friulano per almeno il 50%, Sauvignon dal 20% al 30%, Pinot Bianco e/o Chardonnay per il restante 20-30% e, eventualmente, Ribolla gialla per un massimo del 10%.

rosazzo docg abbazia

A queste sottozone si sta per aggiungere Savorgnano del Torre che già da anni si sapeva avere tutte le carte in regola per rappresentare un vero e proprio “cru” circoscritto e peculiare.

Parliamo dell'estremità più a nord dei Colli Orientali del Friuli, zona caratterizzata da forti escursioni termiche e dalla notevole presenza di bosco, fonte di sicuro equilibrio per la biodiversità. Importante sottolineare quanto la complessità geologica dell’area di Savorgnano del Torre - che vede la presenza di ponca nella zona collinare e di ghiaie nel pianoro alluvionale – unitamente al vantaggio che qui stanno apportando i cambiamenti climatici – a differenza delle zone più a sud -   stiano permettendo ai vignaioli di quest'area di produrre vini vini eleganti, tesi e dalla grande sapidità. L'incontro con alcuni produttori di quella che potrebbe essere la futura sottozona dei Colli Orientali ha evidenziato quanto queste peculiarità pedoclimatiche uniche incidano sull'espressività di un traduttore territoriale come il Friulano (unico vitigno che troviamo in tutte le area dei Colli Orientali e del Friuli), qui più profumato, verticale, vibrante e minerale. Interessante come un vitigno come il Riesling Renano qui si trovi le condizioni ideali per la sua produzione.

La produzione di vini dolci, qui, raggiunge l'eccellenza per equilibrio e completa assenza di stucchevolezza sia nei Verduzzo assaggiati (freschi e tannici, a tal punto da lasciare sempre la bocca pulita di sorso in sorso) e, ovviamente, nei Picolit, massima espressione di una nicchia che va rispettata e valorizzata.

PICOLIT

picolit

Proprio al Picolit ho dedicato l'approfondimento che segue:

 "Molti ricordano con onore in Friuli, e nelle provincie vicine, il vino Piccolit, mentre pochissimi sono colore che oggi ne coltivano il vitigno, e più rari ancora, quelli che lo vinificano da solo. Eppure, in un'epoca da noi non molto lontana, doveva essere coltivato in larga scala..." 

Inizio il mio pezzo dedicato ad uno dei vini più identitari e preziosi dell'Italia tutta con queste parole tratte dalla pubblicazione "Il Piccolit" di G. Perusini del 1906. Parole che rendono l'idea e che potrebbero essere state scritte ben più recentemente visto che il Picolit è, oggi, ancor più raro di allora.

Fu di certo il conte Fabio Asquini di Fagagna a renderlo noto e apprezzato in Italia e, soprattutto, all'estero oltre 250 anni fa, facendone un vero e proprio fenomeno commerciale dedicato ad un target molto alto di nobili e ricchi dell'epoca. Alla sua morte, purtroppo, il Picolit subì un netto declino, fino all'avvento della Famiglia Perusini che possedevano la Rocca Bernarda di Ipplis di Premariacco, nei Colli Orientali del Friuli, e dedicarono risorse, tempo e attenzioni alla riscoperta di questo straordinario vitigno.

L'indimenticato Luigi Veronelli nel 1959 venne per la prima volta in Friuli, proprio per assaggiare il “Picolit” della Contessa Giuseppina Perusini. Dopo averlo assaggiato scrisse: “Non credo vi sia in Italia vino più nobile di questo, è stato autentica gemma dell’enologia friulana…; potrebbe essere l’orgoglio di tutta la nostra enologia solo se si riuscisse a stabilizzarne la coltura e la vinificazione. Le sue qualità lo renderebbero in Italia, ciò che per la Francia è lo Chateau d’Yquem”.

Per chi non lo conoscesse, il Picolit è un vitigno autoctono friulano, indubbiamente antichissimo, già coltivato in epoca romana, amato e apprezzato da illustri personaggi storici.

A renderlo speciale è un "difetto genetico" chiamato acinellatura o aborto floreale, che lascia il grappolo spargolo con acini più piccoli ma anche più dolci, in quanto più concentrati in termini di zuccheri. Rese bassissime che rendono ancor più raro e pregiato il vino prodotto da grappoli che più maturano più assumo il colore dell'oro rosa.

I pochi ettari di Picolit rimasti sono adagiati nella fascia collinare del Friuli, nelle province di Udine e Gorizia. La Doc nasce nel 1970 ma solo nel 2006 gli viene riconosciuta la D.O.C.G. “Colli Orientali del Friuli Picolit”, che ne fa la seconda DOCG regionale.

L'areale della D.O.C.G. “Colli Orientali del Friuli Picolit” comprende vigneti situati in diciannove comuni, nella fascia centro orientale della Provincia di Udine, vicino al confine con la Slovenia: Attimis, Buttrio, Cividale del Friuli, Corno di Rosazzo, Faedis, Magnano in Riviera, Manzano, Moimacco, Nimis, Povoletto, Premariacco, Prepotto, Reana del Rojale, Remanzacco, San Giovanni al Natisone, Tarcento, Tricesimo e Torreano.

Il territorio si estrinseca in una variegata alternanza di colline e pianure che si sviluppano ininterrottamente lungo la direttrice nord-ovest sud-est, creando delle ampie superfici che possono godere di un’esposizione ottimale per la coltivazione della vite. La sottozona “Cialla” contemplata nel disciplinare di produzione, si sviluppa invece in un territorio molto più limitato, ricadendo nella parte nord del comune di Prepotto al confine con Cividale del Friuli (può essere rivendicata in etichetta anche nella menzione Riserva).

I terreni sono quelli tipici della zona con il “Flysch di Cormòns” (un’alternanza di strati di marne e arenarie, anche detta “ponca”.

I vigneti coltivati si collocano tra i 100 ed i 400 m slm, la maggior parte si trova su colline terrazzate, alcuni occupano delle porzioni pianeggianti o con un leggera pendenza, le zone preferite dai vignaioli sono nei punti più alti delle colline dov'è più semplice raggiungere una maturazione ottimale.

Fatta questa doverosa premessa "didattica" ciò che vorrei condividere con voi è il mio punto di vista riguardo quella che qualcuno chiama "crisi dei passiti" che vede molti produttori sostenere (conti alla mano) che la loro vendita è diventata così complessa da non giustificarne la produzione.

Eppure, il Picolit sembra essere, tra tutti i "vini dolci" italiani, quello con più chance di trascendere questa crisi grazie al suo grande equilibrio fra acidità e dolcezza, dinamica di beva e complessità. A conferma della sua unicità, io stesso ho potuto affrontare, senza ostacoli dovuti a ingenti residui zuccherini e strutture eccessive, una degustazione di 36 diversi Picolit che hanno mostrato e dimostrato una qualità media altissima.

Nel corso dei prossimi mesi troverete alcuni di essi segnalati nelle mie selezioni, ma in questo articolo vorrei focalizzarmi su alcune peculiarità emerse dalla degustazione che potrebbero tornare utili al Picolit e a chi ne farà "buon uso".

Dato per assunto che il servizio al calice può e deve essere la "salvezza" dei vini "dolci", è anche vero che il posizionamento del calice lungo il percorso di degustazione rappresenta un fattore determinante nell'esaltazione e nella valorizzazione del vino in questione.

Sì, perché credo che uno dei "problemi" fondamentali dei passiti in generale e del Picolit nello specifico sia quello degli abbinamenti per concordanza "dolce su dolce" che li relega al fine pasto. Sia chiaro, il Picolit sta benissimo con dolci al miele, pasticceria secca o biscotti a base di mandorle o noci, ma questa tipologia di abbinamento lo rischia di enfatizzarne la dolcezza e di rendere più "monotona" la dinamica di beva. I formaggi erborinati, saporiti e/o piccanti restano un must per l'abbinamento in "contrasto" ma anche in questo caso il posizionamento del calice resterà a fine corsa. Poi ci sono abbinamenti filo francesi, come quello con il foie gras o con il piccione, che io amo particolarmente e che rendono più libera la proposizione del calice di Picolit nell'ambito del percorso di degustazione.

Eppure, io penso che il miglior modo per dar spazio a vini come il Picolit e per far sì che il commensale "subisca" uno shock palatale nella miglior accezione del termine è quello con il "mare", ovvero con tutto ciò che può contrastare in sapidità marina la lieve dolcezza del Picolit, senza sfociare in sensazioni amarotiche o eccessivamente ferrose come può accadere con il fegato. Anche abbinamenti con la cucina asiatica a tendenza "umami" si sono dimostrati interessanti. In realtà, anche in questo caso i cugini francesi insegnano, in quanto non sono nuovi ad accostamenti fra ostriche e sauternes.

Per quanto riguarda i campioni degustati sono stati quelli più giovani (entro i 5 anni) a farmi riflettere maggiormente su questa tipologia di abbinamento, pensando a quanto la loro freschezza floreale e agrumata (nonostante le ovvie sensazioni candite e di miele), resa più complessa ed intrigante dalle fini note speziate, possa sposarsi al meglio con l'idea di servire un calice di Picolit all'inizio di un percorso di degustazione e non alla fine. Qualcuno opinerà il fatto di non poter "andare avanti", ma la realtà è che il palato può essere terso e resettato con un semplice calice d'acqua, tanto moderato è il residuo del Picolit. In fondo, vengono serviti cocktail, vermouth e sherry durante alcuni dei più validi percorsi di abbinamento al calice, quindi non vedo il problema nel tentare di stupire con un vino dolce di tale caratura e piacevolezza?!

Ai Picolit più evoluti e complessi lascerei il ruolo di vini da meditazione o da fine pasto, in quanto capaci di chiudere una pranzo o una cena con eleganza ed equilibrio, nonché alcol moderato. 

Queste idee vengono da esperienze dirette e da discussioni costruttive con alcuni dei sommelier dei migliori ristoranti italiani (e non solo) e sono volte ad aumentare le possibilità di servizio di vini dall'indiscussa unicità e piacevolezza dei quali il Picolit rappresenta la punta di diamante italiana. Ciò che conta, però, non è replicare in maniera pedissequa un abbinamento o prendere questi concetti come degli assunti, bensì è sentirsi più liberi nel proporre vini che meritano di essere proposti in maniera tale da provocare in chi avrà modo di degustarli sensazioni ed emozioni che, spesso, assurgeranno a ricordo indelebile di quella determinata esperienza degustativa.

Mi piace pensare, quindi, che i passiti e i vini dolci italiani abbiano nei sommelier i loro potenziali salvatori, ancor più che in chi - come me - ne comunica peculiarità, storia e qualità. E' proprio grazie ad abbinamenti più dinamici e "divertenti" che si potrà valorizzare ancor di più vini dallo straordinario potenziale come il Picolit e far sì che la classica frase "è buonissimo, ma i passiti si vendono sempre meno" venga ribaltata.

RAMANDOLO
ramandolo saverio russo

Un discorso a parte va fatto per il Ramandolo prodotto in parte del territorio dei comuni di Nimis (prende il nome proprio da una frazione di Nimis) e Tarcento.

Il vino Ramandolo Docg viene prodotto con le sole uve di Verduzzo friulano, appassite sulla pianta o in cassette.

L'areale comprende una fascia di alta e media collina (si va dai 200 metri nella parte meridionale dei comuni di Nimis e Tarcento ad oltre 500 metri slm), passando per i 369  del “cru” di Ramandolo (piccola frazione di Nimis da cui prende il nome il vino) e per i 413 di Sedilis, in comune di Tarcento. A Nord il Monte Bernadia (la cui cima raggiunge gli 872 metri) ripara i vigneti dai venti freddi di tramontana. Molti i vigneti terrazzati e non è raro trovarsi di fronte a pareti con irte pendenze (fino al 30%) che impongono una viticoltura virtuosa ai limiti dell'eroico. Forti le escursioni termiche e notevole la piovosità, per un pedoclima unico e circoscritto che si riflette sulla personalità altrettanto peculiare di questo vino.

Inutile dire che la storia di questo vino non è seconda a quella degli altri nobili vini friulani e italiani, ma ciò che mi preme approfondire è la qualità di questo vino forse penalizzato dalle briglie di definizioni anacronistiche come “vino da dessert” o “vino da meditazione”.

Una produzione che, oggi, si attesta attorno alle 150.000 bottiglie ma che era arrivata a più del doppio nell'epoca d'oro (definizione più che attinente al colore di questo prezioso vino). Anche in questo caso è stato importante per me incontrare alcuni dei produttori dell'associazione nata nel 2012 a tutela di questo varietale e del suo territorio. Per lo più piccoli produttori e vignaioli che continuano a credere nella forza di un vino che ha fatto la storia dei Colli Orientali e che può e deve tornare ad avere la sua nicchia di mercato alla stregua dei più grandi vini “dolci” del mondo. 

Le interpretazioni di Ramandolo assaggiate confermano la mia fiducia in quello che – non lo nego – è stato il vino che mi fece innamorare, oltre 15 anni fa, di questa terra: vini dal grande equilibrio tra acidità e residuo zuccherino, con nasi che nelle versioni non botritizzate esprimendo un tripudio di frutta candita rinfrescata da note balsamiche, mentolate davvero uniche; dove la botrite ha attecchito, invece, troverete zafferano e miele a fare da corredo al frutto e a nobilitare l'essenza di un vino che con il tempo può solo migliorare e divenire ancor più complesso. Eppure, ciò che mi diverte del Ramandolo è proprio la sua capacità di essere buono anche in gioventù, grazie all'alcol mai eccessivo e alla dinamica di beva che trascende la dolcezza. Una dolcezza che viene agevolata dalla freschezza e resettata ad ogni sorso dal tannino del Verduzzo. Doti, queste, che permettono di giocare con abbinamenti inusuali in base all'annata e alla temperatura. Come scrissi appena rientrato dall'incontro con i produttori “sogno di trovare nel percorso di calici in abbinamento di un menù degustazione di un ristorante gourmet un Ramandolo a metà corsa, magari con un foie gras o con abbinamenti azzardati e creativi. Sono certo che l'effetto "wow" sarebbe garantito e tutti ricorderebbero quel calice come un'esperienza in cui chef, sommelier e produttore ne uscirebbero vincitori.”

Insieme al Picolit (altra Docg dei Colli Orientali) il Ramandolo rappresenta una coppia d'assi unica in Italia quando si parla di vini "dolci", emanciparli dalla categoria e dai momenti ai quali li abbiamo relegati è fondamentale per poterne apprezzare al meglio le caratteristiche gustative e per dare a questi due grandi vini lo spazio che meritano.

PINOT GRIGIO RAMATO

pinot grigio ramato

Per quanto riguarda i miei focus non poteva mancare, nel mio intenso tour dei Colli Orientali, quello sul Pinot Grigio Ramato al quale ho dedicato così tanto del mio tempo e del mio impegno negli ultimi anni. Partiamo col dire che il Pinot Grigio Ramato vanta una tradizione ben più radicata - sia in termini territoriali che temporali - dei rosati e degli orange wine in Italia, in quanto noto sin dai tempi della Serenissima Repubblica di Venezia proprio col termine “Ramato”.

Una tradizione propria di un territorio circoscritto come quello del Triveneto con un vero e proprio cuore nel Friuli, nonostante ci siano buone espressioni di Pinot Grigio Ramato anche in Veneto e in Trentino Alto Adige.

Eppure, nonostante la storicità e l'identità varietale e territoriale del "PGR", negli ultimi anni abbiamo assistito a una progressiva scomparsa di questa interpretazione più classica a favore della più “moderna e tecnologica” vinificazione in bianco, che ha reso famoso il Pinot Grigio italiano nel mondo.

Sì, perché pur avendo origini alsaziane (in loco si producono ancora vini “ramati”) la vera patria adottiva del Pinot Grigio è l'Italia che ne è divenuta la maggior produttrice con oltre il 40% della superficie vitata con questo varietale al mondo.

Il fenomeno commerciale del Pinot Grigio in bianco ha, così, indotto la grande maggioranza dei produttori a propendere per l'interpretazione più semplice da vendere e da far comprendere. Una comprensione che a me appare, invece, tutt'altro che semplice dato che non è di certo la vinificazione in “total white” quella che il vitigno stesso prediligerebbe. Vi basterà guardare un grappolo di Pinot Grigio per capire che quest'uva non vorrebbe essere privata di tutto il suo “colore” e con esso di parte del suo naturale corredo varietale che molto deve alla sua matrice genetica che lo vede essere una mutazione del nobile Pinot Nero.

Sin dai primi assaggi in vigna, degli acini maturi di Pinot Grigio, la sua parentela con il Pinot Nero si è dimostrata essere palese, ma non sempre in cantina ho potuto riscontrare la stessa affinità. Questo perché è solo con una più o meno importante macerazione che le similitudini vengono enfatizzate, grazie all'estrazione dalla bucce e dai vinaccioli di precursori, sostanze minerali e tannini che possono corredare il vino prodotto di peculiarità più vicine alle dotazioni delle uve a bacca rossa che di quelle a bacca bianca.

Fondamentale, però, nel valutare la duttilità e la grande attitudine a stupire del Pinot Grigio Ramato è la capacità del vitigno di mantenere una buona acidità di base nonostante la piena maturazione che, unita alle quasi onnipresenti strutture minerali saline, permette a questo vino "bianco travestito da rosso" di sfoggiare spesso grande agilità  e una mai piatta dinamica di beva.

Un vino che vive in un limbo, essendo catalogato tra i bianchi - lo stesso pinot grigio è  spesso catalogato fra le uve a bacca bianca o "grigia" pur mostrando, in alcuni cloni e in alcune condizioni pedoclimatiche, una carica antocianica molto più vicina alle uve a bacca rossa - , prodotto con un'uva contraddittoria che si pone come il grigio fra il bianco e il nero e proprio per questo dovrebbe giocarsi la carta delle sue innumerevoli sfumature racchiuse tra i due estremi. Un vino che non è né bianco né rosso ma che conserva le migliori caratteristiche di entrambi i "generi" abbinando buona acidità e struttura, finezza a complessità e, soprattutto, notevole potenziale evolutivo.

Condizioni e peculiarità che mi hanno portato ad essere fautore della nascita di un disciplinare che miri a distinguere i Pinot Grigio Ramato dalla massa di Pinot Grigio “vinificati in bianco” che invadono i mercati.

Alla luce dell'ultima degustazione fatta è palese la qualità e la tipicità dei vini prodotti da un sempre più nutrito gruppo di realtà che hanno deciso di continuare o ricominciare a credere nel Ramato. Dai campioni assaggiati possiamo dividere le produzioni in due macro gruppi: i Pinot Grigio Ramato “giovani” tendenzialmente meno carichi, più freschi e dinamici, dalla grande agilità di beva e versatilità di fruizione; i Pinot Grigio Ramato “Riserva” capaci di mostrare nel calice molto del corredo genetico che lega questo varietale al Pinot Nero sia in termini di colore che di profilo organolettico, specie per la rosa nitida al naso e l'eleganza del tannino che chiude un sorso pieno, integro ma sempre teso e saporito.

Ciò che spero è di veder crescere questa nicchia sull'onda dell'attenzione e della curiosità che mai come in questo periodo si rivolge a queste tipicità così identitarie, in grado di coniugare complessità e beva come pochi altri vini sanno fare.

CONCLUSIONI

Concludo confermando la palese crescita di un areale che ha vissuto per troppi anni all'ombra del Collio perdendo fiducia nei proprio mezzi. E' proprio la fiducia nel frutto del proprio lavoro dalla vigna al bicchiere che è mancata negli anni a questo territorio ma che, oggi, grazie anche all'avvento delle nuove generazioni e ad un mercato che sembra rispondere sempre meglio alle unicità che la Doc dei Colli Orientali del Friuli può offrire sembra crescere di annata in annata.

consorzio colli orientali friuli

Quando parlo di Colli Orientali nello specifico e più in generale del Friuli come grande regione del vino italiano non manco mai di esprimere da un lato il mio rammarico nel non vedere maggiormente valorizzati (anche in termini commerciali) molti eccellenti vini prodotti da piccole e virtuose realtà, e dall'altro la mia profonda fiducia in quello che è, a mio parere, il territorio con il livello più alto in Italia di competenza tecnica agronomica ed enologica.

Competenza che sta divenendo consapevolezza e che, nonostante le difficoltà di un clima molto piovoso che rende molto difficile l'implemento di coltivazioni orientate a seguire pedissequamente il regime biologico ma, al contempo, mettono in risalto la maggior adeguatezza ed efficacia (sia in termini di resa che di sostenibilità) di una lotta integrata ponderata in certi specifici areali.

Un clima che a tratti beneficia degli effetti dei cambiamenti climatici ma che vede una piovosità media più o meno invariata ma più concentrata nel tempo e nell'intensità. Anche il ciclo vegetativo della vite ne risente accorciandosi e rendendo più difficoltosa la congruenza fra maturazione fenolica e tecnologica. D'altro canto, però, va detto che i vitigni autoctoni tipici sembrano avere una miglior predisposizione a rispondere a questi cambiamenti. Questo sarà un argomento da trattare nei prossimi anni, alla luce di valutazioni più ampie fatte anche grazie al grande lavoro che i tecnici del Consorzio Tutela Vini Friuli Colli Orientali e Ramandolo stanno portando avanti. Vi basterà visionare le pubblicazioni denominate "Le Stagioni e le Uve" consultabili nel sito colliorientali.com per rendervi conto della levatura dei report annuali svolti. Mai trovata maggior dovizia di particolari e miglior chiarezza espositiva in una pubblicazione tecnica che spazia dall'andamento meteorologico dell'annata presa in oggetto (dati pluviometrici e temperature medie registrate utili a farsi un'idea delle condizioni micro-climatiche delle singole sottozone confrontando lo storico delle pubblicazioni), a quello fenologico, passando per gli ambiti fitopatologici, produttivi e qualitativi delle uve.

N.B.: come sempre, nei miei articoli dedicati al territorio, non troverete riferimenti alle singole aziende vitivinicole e/o alle singole referenze degustate in quanto reputo opportuno focalizzarmi sull'areale in toto e non sulle singolarità presenti nello stesso. Potrete comunque trovare riferimenti ai vini assaggiati nei miei canali social e, con buone probabilità, alcuni dei vini degustati durante questo viaggio faranno parte delle mie selezioni annuali.


F.S.R.

#WineIsSharing


mercoledì 8 settembre 2021

Tutto ciò che c'è da sapere sui calici Archè 2020 by Francesco Saverio Russo

E' passato meno di un anno dal lancio ufficiale della mia linea di calici tecnici soffiati a bocca Archè 2020 ma in questi mesi io e il team del progetto non ci siamo mai fermati e abbiamo cercato di comunicarne al meglio ogni dettaglio. Nonostante ciò, sono molte le richieste di maggiori informazioni riguardo alcuni aspetti di Archè 2020. Per rispondere ad alcune delle domande più frequenti abbiamo inserito nel sito www.archeglass.com una serie di FAQs che condivido con tutti gli interessati:

migliori calici vetro soffiato vino archè saverio russo

- COSA SIGNIFICA VETRO SOFFIATO?

La soffiatura è certamente la tecnica più antica di produzione e lavorazione del vetro; eseguita a mano da esperti artigiani che danno vita ad oggetti unici servendosi solamente di pochi semplici strumenti uniti alla propria abilità. Questa tecnica prevede l’utilizzo di una lunga canna detta canna da soffio: qui, mentre ad una estremità si trova la goccia di vetro fuso pronto per essere modellato, dall’altra troviamo l’artigiano il quale, soffiando, dentro la canna, darà forma all’oggetto di vetro. Le due possibili tecniche che possono essere eseguite in questa fase sono il soffio libero ed il soffio a stampo. Nel primo caso l’artigiano procede modellando manualmente l’oggetto, mentre nel secondo il vetro incandescente viene posto all’interno di uno stampo in legno in cui il mastro vetraio soffierà aria mediante la canna per far aderire il vetro alle pareti dello stampo. A questo punto, ottenuta la forma principale dell’oggetto, si procede alla creazione degli altri componenti previsti come lo stelo ed il piede, nel caso di un calice, con l’ausilio di pochi strumenti e tanta abilità.

calici francesco saverio russo

- QUALI SONO LE PRINCIPALI DIFFERENZE FRA UN CALICE PRODOTTO MECCANICAMENTE ED UN CALICE FATTO A MANO E SOFFIATO A BOCCA?

Assai diversa è la lavorazione meccanica che potremmo definire meno affascinante e nella quale la figura del mastro vetraio e sostituita dalla soffiatura automatica da parte di un macchinario all’interno dello stampo. Anche il processo di creazione e fusione dei vari componenti è automatizzato.

elementi archè 2020 francesco saverio russo

- COME SI POSSONO LAVARE I CALICI ARCHÈ 2020?

I calici Archè possono essere lavati all’interno di lavastoviglie professionali; non ne sconsigliamo il lavaggio in macchina anche domestico purché si utilizzino tutte le accortezze adeguate ad oggetti delicati e leggeri come lo sono i nostri calici. Il cristallo senza piombo di cui sono fatti resta brillante e perfettamente trasparente dopo ogni lavaggio manuale ed automatico evitando i classici affioramenti di soda tipici del vetro comune che rendono molti calici opachi dopo pochi lavaggi.

- DEFINISCI I CALICI ARCHÈ 2020 "CALICI TECNICI". COSA SIGNIFICA?

Arche 2020 by FSR nasce da uno studio basato sulla ricerca della massima performance unita a forme capaci di coniugare al meglio un impatto estetico raffinato e di classe alla possibilità di fruire di una esperienza sensoriale unica nel suo genere. L’obiettivo non è quello di creare uno strumento che migliori il vino. L’obiettivo è stato quello di mettere in contatto diretto il degustatore con il contenuto, dando origine ad una concreta metonimia in cui un "calice di vino" non rappresenterà il vetro, bensì il suo contenuto in maniera integrale. La progettazione di ogni calice è passata al vaglio di professionisti del settore, del comparto tecnico Vdglass e di un importante studio di architettura coadiuvando le analisi di Francesco Saverio Russo sulle correnti convettive, fulcro dello studio portato avanti nella realizzazione di ogni modello.

- A CHI È INDIRIZZATA LA LINEA ARCHÈ 2020?

La linea Archè è destinata ai produttori più esigenti, all’alta ristorazione, ai sommelier ed a tutti gli estimatori che desiderano offrire/fare una esperienza sensoriale di livello superiore. I calici Archè sono strumenti altamente performanti per gli addetti ai lavori e per i conoscitori del vino ma anche pezzi di design unici che si sposano con le tavole più ricercate.

- CI SONO DIFFERENZE DI PREZZO PER GLI OPERATORI SI SETTORE?

Il listino è unico e lo stesso per tutti. La scelta che abbiamo portato avanti è orientata all’eccellenza. I calici Archè 2020 by F.S.R. esprimono questo concetto in ogni loro aspetto. Tecnica, design, materie prime, produzione artigianale, per finire con il packaging: ognuno di questi elementi rende ogni nostro calice un pezzo unico.

- DOVE POSSO ACQUISTARE I CALICI ARCHÈ 2020?

I calici Archè 2020 by F.S.R. sono acquistabili solo sul nostro store ufficiale www.archeglass.com oppure inviandoci una e-mail a guest@archeglass.com dove il nostro reparto commerciale sarà felice di seguirvi in ogni passaggio della vostra scelta.

- SPEDITE IN TUTTO IL MONDO??

Certamente. Vendiamo e spediamo in tutto il mondo. Per richieste dall’Unione Europea potete effettuare i vostri acquisti direttamente dallo store ufficiale www.archeglass.com. Le richieste extra UE vengono gestite interamente dall’ufficio commerciale estero che risponde alla e-mail guest@archeglass.com. I calici Archè 2020 vantano già distributori in diversi paesi nel mondo.

- È POSSIBILE PERSONALIZZARE I CALICI ARCHÈ 2020 BY FSR?

È possibile personalizzare i calici Archè 2020 sul piattello. Mentre sulla superficie della coppa non è possibile effettuare la personalizzazione in quanto le pareti sono troppo sottili e leggere per sopportare una incisione. Per qualsiasi domanda in merito al desiderio di ricevere i calici personalizzati, vi preghiamo di scriverci una e-mail a guest@archeglass.com.

- SAPRESTE DIRMI QUALCOSA DI PIÙ SUL PACKAGING?

La ricerca del packaging si è orientata dal principio è senza esitazione verso la creazione di una confezione che riflettesse l’eccellenza del prodotto ed al tempo stesso rispettasse totalmente l’ambiente senza inutili sprechi di risorse. L’impresa non è stata semplice perché troppo spesso questi due principi sono in disaccordo. Invece, abbiamo progettato e realizzato un packaging esclusivo, pulito, elegante, funzionale e composto esclusivamente di materiale riciclati e fibre di cotone che esprime totalmente quanto abbiamo voluto trasmettere.

regalo vino

- DISPONETE DI CONFEZIONI REGALO?

Certamente. Le nostre confezioni da 1 e da 2 pezzi sono gift-box. Inoltre, è da poco disponibile la valigetta "sommelier": una valigetta in legno che custodisce tutti e sei i calici della linea Archè 2020 by Francesco Saverio Russo.

valigetta porta calici vino

- PERCHE', A VOLTE, ALCUNI CALICI RISULTANO NON ESSERE DISPONIBILI?

Ogni calice Archè 2020 è prodotto totalmente a mano in una tiratura limitata a poche centinaia di pezzi all'anno per ogni singolo modello. I tempi di approvvigionamento del nostro magazzino sono scanditi dalle tempistiche di produzione. Attualmente ogni calice è tornato disponibile e, a breve, riceveremo un'ulteriore tranche di produzione per cercare di evitare di restare senza uno o più calici Archè 2020.

Colgo l'occasione per ringraziare tutti coloro che dall'Italia e dall'estero hanno creduto sin dal principio nel progetto Archè 2020, invitando chiunque abbia ulteriori dubbi riguardo i calici da me ideati a scrivermi tramite email o tramite social. Sarà un piacere rispondere a ogni vostra domanda.


F.S.R.

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