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giovedì 28 gennaio 2021

Civinization - Un supporto alle cantine che vogliono uscire dalla stasi della crisi

Prosegue il sostegno da parte mia e di questo wine blog alle realtà più innovative e virtuose del panorama vitivinicolo in tempo di pandemia. Ho voluto fortemente trattare e sostenere in maniera mirata ambiti e comparti che esulano dalle mie competenze e dalla mia professionalità come l'ambito commerciale e il marketing. L'ho fatto e lo farò anche in questo caso attraverso interviste a professionisti del settore che rappresentano un tassello fondamentale della filiera e, specie nel caso di oggi, possono fungere da volano per l'uscita dalla crisi delle cantine italiane. 

Oggi è la volta di Civinization, un'azienda giovanissima ma carica di know how e imperniata sull'esperienza di chi ha già dato tanto alle realtà vitivinicole italiane.

Agenzia marketing vino

Vi lascio al botta e risposta con il team di Civinization.

 -Cos'è Civinization?

Civinization vuole essere molto più e qualcosa di diverso dell’ennesima agenzia di marketing.
Civinization non si limita ad offrire al cliente un servizio creativo ed efficace di comunicazione.
Siamo un partner in grado di affiancare e far crescere le aziende apportando tutta la sua esperienza. Quindi non solo un’agenzia che si limita ad un progetto o ad una consulenza. Piuttosto una squadra con - prima di tutto - una grande esperienza nell’ambito commerciale.

-Come nasce il vostro progetto?

Nasce come detto dall’esperienza in ambito commerciale. A questa abbiamo aggiunto attraverso altri componenti del team le competenze in ambito grafica, comunicazione, marketing, social e web. Quasi tutti i membri di Civinization derivano dal campo vino e beverages o nutrono passioni per esso. Tradurre le competenze in qualcosa che potesse dare supporto alle cantine è stato facile e motivante.

-Qual è la vostra mission?

Non la definirei mission ma consapevolezza. La nostra consapevolezza è che il mercato si è evoluto e molte cantine e aziende non si stanno facendo trovare preparate a questo cambiamento. Noi siamo qui per aiutarle a, non solo mettersi al passo con i tempi, ma anche ad anticiparli.

-Dove e come operate?

Le aziende che seguiamo sono principalmente italiane ma non per questo operiamo solo sul mercato italiano, anzi. D’altronde tutti conosciamo le esigenze che hanno le aziende vitivinicole di espandersi sia in termini commerciali che d’immagine, e le opportunità che riserva il mercato internazionale in questo senso sono molto ampie. Noi lavoriamo per facilitare l’incontro tra le aziende e le opportunità dei mercati esteri preparandole in modo che possano presentarsi nel giusto modo, con la giusta consapevolezza e il giusto materiale adatto ad ogni mercato.

-Quant'è importante valorizzare il proprio brand ed elevare la percezione dello stesso, specie in un periodo come quello in cui ci troviamo ora?

Noi crediamo che prima di tutto sia importante cogliere le necessità delle aziende e valorizzare le proprie capacità, la propria identità aziendale e territoriale, prima che il brand in sé. Per questo, come dicevamo inizialmente, non abbiamo difficoltà a distinguerci da una classica agenzia di comunicazione, perché abbiamo importanti conoscenze a livello commerciale che ci distinguono dal mucchio. Non siamo un brand di uso quotidiano o dalla facile riconoscibilità come può essere un marchio di pasta o di jeans. Siamo un partner che lavora con l’azienda, supportandola in ogni scelta strategica, rendendo sempre protagonista il cliente e mai noi. Siamo un partner con cui ci si può interfacciare ogni giorno per raggiungere un obiettivo.

Per quanto riguarda le aziende produttrici invece la valorizzazione del brand è importante ma non deve essere fine a se stessa. Come diciamo sempre ai nostri clienti ogni azienda è diversa e necessita di differenti dinamiche. Pertanto tanti followers – magari acquistati, non reali o non in target – non significano tante vendite. Per questo lavoriamo affinché l’azienda possa raggiungere i suoi obiettivi in termini di ritorno dell’investimento ed in base alle possibilità di ognuno. Piuttosto, crediamo molto nell’individuare delle strategie che possano soddisfare le esigenze di un acquirente e dar vita ad un trend di vendita del prodotto del cliente costante e duraturo.

scimmia ubriaca

- Quali strumenti potete mettere a disposizione delle realtà vitivinicole?

Siamo in grado di aiutare un’azienda vinicola dalla sua fase embrionale fino allo sviluppo del singolo mercato obiettivo.Talvolta ci piace confrontarci direttamente con la produzione in cantina per capire se ci sono dei margini di miglioramento anche sui prodotti, rapportando il prodotto al target del paese o consumatore a cui si vuole puntare. Questo aiuta molto a fare determinate scelte piuttosto che altre. Non siamo perennemente rinchiusi tra le quattro mura di un ufficio ma abbiamo l’opportunità di viaggiare per analizzare i mercati esteri da vicino e sul posto. Ecco perché fino ad ora i clienti con noi si dicono più che soddisfatti. Perché parliamo la loro stessa lingua.

Per il resto li affianchiamo dalla grafica, allo sviluppo della rete o delle strategie commerciali passando per la moderazione del brand. Naturalmente il tutto affiancando da azioni di marketing mirate e aggiornate.

- Avete dei consigli da dare ai produttori italiani per sfruttare questo complesso periodo in maniera positiva?

Ogni crisi da la possibilità di fermarsi, analizzare se stessi e ragionare. La cosa più sciocca che si può fare è stare fermi a guardare che la crisi passi… se passa. La miglior cosa da fare, invece, è confrontarsi, avvalersi della consulenza di esperti, studiare e ragionare per fare degli investimenti mirati.

civinization

Ringrazio lo staff di Civinization per la disponibilità e per l'accuratezza nelle risposte alle mie domande, invitandovi a seguire gli sviluppi di questa realtà tramite il sito www.civinization.com.


F.S.R.

#WineIsSharing

martedì 26 gennaio 2021

Suber - Dal sughero riciclato nascono arredi di design per le cantine, i ristoranti e per le nostre case

Oggi tratterò un tema diverso dal solito, quello del Design. Quali sono i punti in comune fra il progetto di cui vi parlerò oggi è il mondo del vino? Beh, semplice! La sostenibilità in primis e il sughero, materiale utilizzato per la realizzazione degli oggetti che vedrete nelle foto a seguire dal designer Jari Franceschetto.
Nato a Cagliari 11.08.1976, Jari si laurea nel 2002 presso l’Università Iuav di Venezia. Dopo alcune esperienze professionali in Italia e all’estero nel 2011 fonda lo studio AJF/.
suber arredi cantine sughero

Impegnato nell’attività professionale, affianca attività teorico-culturali e di supporto alla formazione. Molti dei suoi lavori hanno ricevuto premi e sono pubblicati da importanti riviste.
Lo studio è una struttura open-work che si occupa di: design; progettazione architettonica; allestimenti; art direction; paesaggio; format per la distribuzione; accessibilità; comunicazione e ricerca.
jari franceschetto designer suber


Nasce così Suber, un progetto che ho voluto farvi raccontare direttamente dal chi lo ha ideato.

-Cos’è Suber?
Suber è un stile di vita responsabile che ama l’ambiente, la qualità e il buon design.
suber

-Come nasce questo progetto?
La collaborazione con Amorim Cork nasce a Maggio 2019 a seguito di un’intervista televisiva (incontrata per caso visto che guardo poca tv). Nell’intervista l’AD di Amorim Cork il dott. Carlos parlava del sughero di recupero e dell’idea di creare nuovi prodotti di design ETICI.
Le parole, l’entusiasmo e la passione di Carlos mi colpirono molto, avevano lo stesso entusiasmo che utilizzo io nel mio lavoro e raccontavano di un tema che si legava ad una ricerca che con lo studio stavamo portando avanti da qualche tempo.
Il resto arrivò in maniera naturale, scrissi a Carlos e gli raccontai le nostre idee, entrammo subito in sintonia, avevamo le stesse visioni e in poco tempo fummo in grado di sviluppare la linea SUBER.
carlos veloso amorim

-Quali sono le qualità che rendono il sughero un materiale ideale per la creazione di oggetti di design?
Il sughero è un materiale incredibile: naturale, con un’ottima resistenza al fuoco, isolante e verniciabile. Con il progetto SUBER abbiamo aggiunto i valori del recupero del materiale e i processi di lavorazione con lo stampaggio per produrre prodotti funzionali sempre più sostenibili e di alto profilo.
Al sughero riciclato dei tappi, abbiamo unito anche le qualità meccaniche ed estetiche di altri materiali realizzando oggetti di design di carattere.
wine bar arredi suber

- A chi è indirizzata la linea Suber?
Suber non traccia confini, la collezione riesce a dialogare con il mondo del vino per arrivare fino agli ambienti del vivere quotidiano grazie al design d’avanguardia.
arredi esterni ristorante

- Sostenibilità e Design. Una provocazione o il futuro dell'arredamento e non solo?
Il conseguente aumento di materiale destinato al riciclo e la diminuzione di materie prime sta imponendo l’impiego di nuove strategie nella produzione dell’arredamento.
Il design e la sostenibilità sono valori concreti che hanno ancora molte cose da dirsi.
In questi anni, nelle riflessioni sui materiali e sulla sostenibilità, il mondo del design ha visto muovere nuove idee con produzione creative e con esercizi di stile che partendo dallo studio della materia hanno portato a raffinare e ripensare i metodi di trasformazione e produzione di oggetti più o meno complessi, più o meno tecnologici.
Appare chiaro che le azioni per la tutela e il rispetto ambientale debbano essere misurabili nell'immediato fuori dalle false promesse di un futuro migliore che ha sempre dato l'idea di non arrivare mai.
La sfida al riciclo in generale e al riciclo del sughero sembra quindi iniziata, mi piace pensare che unendo intuizione, sensibilità, gusto estetico e immaginazione si possano disegnare dei prodotti capaci di interpretare al meglio questo materiale e il suo essere ETICO.
suber amorim

Un progetto che ci ho tenuto molto a condividere in quanto ne seguo gli sviluppi sin dagli albori e trovo che sia la conferma di quanto tutta la filiera del mondo del vino possa e debba, specie in un periodo come questo, puntare alla sostenibilità in senso stretto e in senso lato, senza però farlo senza cognizione di causa, bensì studiando soluzioni che possano elevare la percezione della propria attività e dei propri prodotti
La duttilità del sughero e la sua riciclabilità dimostrano ancora una volta la straordinarietà di un elemento che la natura impiega anni a donarci e proprio per questo non è plausibile che lo si getti senza provare a dargli una seconda vita. Se poi a farlo è un designer del calibro di Juri Franceschetto ancor meglio! 


F.S.R.
#WineIsSharing

sabato 23 gennaio 2021

L'enoteca online Unconventional Wine di Vincenzo Sulprizio, selezionatore di vini artigianali e "naturali"

Da tempo cerco di attuare in questo wine blog e tramite questo wine blog attività inclusive e non esclusive fra le varie "correnti produttive" del vino italiano. Questa settimana ho dedicato ampio spazio ad un approccio agronomico ed enologico  rispettoso ragionato che può elevare la percezione del mondo dei vini commercialmente definiti "naturali".
Per dare un seguito concreto a tali dinamiche, oggi ospito in queste pagine un ragazzo che ha voluto strutturare la sua attività, dapprima, informando e formando tramite il suo portale e la sua azione "sul campo" e, successivamente, selezionando vini artigianali di nicchia per il suo wine-shop online. Un ragazzo nato fra vigne e cantine che ha voluto mettere la sua passione e la sua esperienza a disposizione degli appassionati dei "vini artigianali".

unconvenzional wine vini naturali

La persona in questione si chiama Vincenzo Sulprizio, creatore e titolare di dell'enoteca online unconventionalwine.com

-Ciao, ti presenteresti ai lettori di WineBlogRoll.com?

Ciao, sono Vincenzo di Unconventional Wine, un appassionato di vino nato in Abruzzo 43 anni fa, in un paese della Valle Peligna, che si presuppone sia stata la culla di origine del Montepulciano. Respiro vino da quando ero piccolo nel senso che mio nonno aveva una vigna e produceva vino per consumo familiare. Mio padre ha ereditato lo scettro e, oggi, a 75 anni, ha più di 60 vendemmie alle spalle. Fin da piccolo mi sono ritrovato immerso in quel meraviglioso ambiente contadino e sebbene dopo l’università, il lavoro mi abbia portato fuori dalla mia regione e anche all’estero, non ho mai mancato l’appuntamento con la vendemmia e la tradizione della vinificazione. Ad oggi, come si usa presentarsi dalle mie parti, ho circa 25 vendemmie alle spalle. 

Negli anni, ho coltivato questa mia passione, diventando Sommelier e soprattutto studiando e viaggiando moltissimo alla scoperta dei diversi territori vitivinicoli. Diciamo che ogni momento libero l’ho dedicato alla vite e al vino. Un mondo bellissimo e affascinante.

Ho abbracciato il vino a 360° fino a quando, nel 2014, sono andato per un po’ di tempo a vivere in Friuli Venezia Giulia.

E’ li, mi piace dire, che sono stato “Folgorato sulla via di Oslavia”. Per chi conosce meno questo ambiente, Oslavia è una sorta di enclave del vino "naturale". Un manipolo di produttori, che hanno riscoperto antiche tradizioni dedicandosi alle macerazioni, ossia alla vinificazione in rosso di uve a bacca bianca. Ho avuto l’opportunità di vedere da vicino, non semplici produttori, ma piccoli rivoluzionari che hanno cercato un'alternativa sostenibile al modo di fare vino convenzionale, seguendo la loro ostinazione, adottando un metodo di produzione che asseconda la natura e i suoi cicli. All’inizio erano considerati “pazzi”. Oggi alcuni di loro li troviamo annoverati tra i migliori vignaioli d’Italia.

Bene, da quel momento in poi ho concentrato tutta la mia attenzione e le mie ricerche verso vini prodotti con metodi non industriali che si allontanassero dalla standardizzazione di una parte dell’enologia moderna.

vincenzo sulprizio

-Da dove nasce l'idea di unconventionalwine.com e perché hai scelto questa particolare nicchia enoica?

Unconventional Wine è nato per gioco come Blog. Per lavoro, anche se in settori diversi, mi sono sempre occupato di Marketing, Comunicazione e Sostenibilità. Avvicinandomi al vino “Naturale” ho capito fin da subito che era un mondo ancora sconosciuto e ho sentito il bisogno di dare il mio contributo cercando di dare visibilità a piccoli produttori artigianali.

Essendo una persona che ha sempre voglia di fare qualcosa di nuovo, con il tempo e, date le continue richieste su dove trovare i vini che recensivo (che in alcuni casi si trovano solo dal produttore) e di cui scrivevo, ho pensato di aggiungere una sezione e-commerce. In questo sono stato spinto anche da alcuni amici che, appassionati come me, mi affiancano in questa nuova avventura. 

Per quel che riguarda la seconda parte della domanda, più che una scelta è stata una netta corrispondenza dei miei valori con quelli del mondo del vino “Naturale”. Dagli anni ’60, ma anche prima, si è verificata un’accelerazione pazzesca dell’approccio industriale come stile di vita. Produrre di più e per tutti a qualunque costo, seguendo il mercato. Cercando di creare un prodotto per soddisfare un gusto. E’ una logica che non mi trova d’accordo. Sentiamo spesso parlare di riscaldamento globale e cambio del clima e penso che anche la viticoltura debba dare il suo contributo eliminando tutto il superfluo e la chimica. 

Ecco, per riassumere non è stata propriamente una scelta, ma piuttosto  l’idea di proporre agli altri ciò che, secondo la mia concezione di vino e secondo i miei valori, ritengo sia giusto. Non proporrei mai qualcosa che non berrei io per primo.

enoteca vini naturali online

-Cos'è per te il vino artigianale?

Una mia personale definizione è la seguente: Un vino “naturale” è un vino prodotto a partire da uve sane e non trattate con sostanze chimiche che, una volta in cantina, vengono pigiate e il mosto ottenuto si avvia alla fermentazione spontaneamente e, senza grandi interventi da parte dell’uomo, si trasforma in vino. 

Per dirla con le parole di Nicholas Joly, “il vignaiolo deve essere, più che un wine maker, un wine assistant”, nel senso che deve accompagnare l’evoluzione del mosto in vino assicurandosi di aver svolto correttamente tutti i processi a monte.  

Il vino “Naturale”, come per i vini convenzionali, è comunque influenzato dalla mano dell’uomo. Questo per dire, e soprattutto per anticipare eventuali critiche che potranno venire nei commenti, che non tutto il vino "Naturale" è per forza buono. Come del resto nel vino convenzionale. Nella prima filosofia di produzione, però, non ci sono scorciatoie o ausili enologici che possono aiutare. Qui o si è bravi e sapienti artigiani o il vino non viene buono.

Parlando di vino naturale proviamo anche a fare un identikit dei vignaioli naturali.

I vignaioli naturali sono persone che hanno sposato una filosofia di rispetto della natura e dei suoi cicli vedendola come unica alternativa, per fare il vino. Rifiutano le logiche industriali che si ne sono impossessate di questo nettare, al pari degli altri prodotti agricoli, e producono in maniera artigianale coltivando, nella stragrande maggioranza dei casi, pochi ettari e producendo in media 15.000-18.000 bottiglie all’anno.

Come detto,  produrre “al naturale” più che un approccio è una vera e propria filosofia. A mio avviso è l’unico modo possibile di produrre vino proprio per un discorso di sostenibilità a lungo termine e rispetto del pianeta dove viviamo. Ma non voglio tediarvi ulteriormente con i miei discorsi “green”. 

Vorrei spendere poi due parole sul termine “Naturale”. Ho letto recentemente la tua intervista a Lorenzo Corino e sono completamente d’accordo che questo termine ha impattato molto nel creare consapevolezza che esiste un altro modo di fare vino rispetto a quanto si è affermato negli ultimi decenni. 

Reputo che al momento sia il termine più inequivocabile e descrittivo rispetto ad altri più inflazionati e che hanno perso valore nell’esprimere la propria valenza. Mi riferisco ad esempio al termine artigianale. Sempre per citare volti noti del mondo del vino, ultimamente la lettura di un’intervista di Sandro Sangiorgi mi ha fatto riflettere che Artigianale non esprime più l’utilizzo che aveva un tempo. Si pensi, ad esempio, ad una gelateria che si dichiara artigianale, mentre un tempo faceva pensare ad una produzione di nicchia di un piccolo gelataio che utilizzava materie prime genuine, ad oggi, invece, distingue solo da produzioni più di massa ma non garantisce che vengano comunque utilizzati preparati già trasformati e di provenienza certa.

Ritenendo che, per il futuro, produrre vino con questa filosofia di sostenibilità è l’unica via possibile, mi piacerebbe tanto un giorno arrivare ad un punto in cui sia cosi normale e diffuso fare vino in questo modo da poterlo identificare semplicemente con la parola vino, senza aggettivi e altri sostantivi.

-Perché Unconventionalwine è un portale/wine-shop diverso dalle "enoteche online convenzionali"?

I vini che selezioniamo e vendiamo sono frutto di assaggi, visite ai produttori e ricerche continue e riguardano solo ed esclusivamente Vini “Naturali".

Ma Unconventional Wine non vuole essere solo un e-commerce, è nato come blog e vuole continuare ad esserlo, anche se, ti svelo un piccolo segreto, abbiamo perso tutto il lavoro vecchio e ora lo stiamo ricostruendo pian piano. Le idee sono tantissime e stimolanti e per il futuro stiamo pensando ad un Progetto per coinvolgere e far conoscere a quanta più gente possible questo magnifico mondo. Ma non posso svelare tutto ora.  Posso solo dire seguiteci e ne vedrete delle belle.

-Quali sono i vini che di più ti hanno emozionato nella tua personale esperienza di assaggiatore?

Io mi emoziono ogni giorno e ad ogni vino buono ma se proprio devo compilare una mia personale classifica di vini del cuore, senza perdermi nelle annate perché altrimenti non la finiremmo più,  posso citare la Ribolla di Dario Princic, il Pecorino di Emidio Pepe, il Morgon Cote du Py  (Gamay) di Jean Jean Foillard e Isola del Vento, di Abbazia San Giorgio , un Moscato d’Alessandria che porta dentro di se tutta la natura selvaggia di Pantelleria. . Trovo che tutti e quattro i produttori, abbiano saputo rappresentare al meglio, il connubio territorio/vitigno.

Ringrazio Vincenzo per la sua disponibilità e per aver raccontato la sua storia, condividendo il suo punto di vista su una nicchia di mercato in forte crescita che merita di essere presa in considerazione a prescindere dalla propria riluttanza nei confronti di alcuni aspetti semantici legati a particolari terminologie e di chi vuole far passare l'incuria e la negligenza come sinonimi di artigianalità. Per fortuna, anche Vincenzo comprende l'importanza di selezionare vini capaci di emozionare per la loro identità, quindi sono lieto di averlo ospitato nel mio WineBlog.


F.S.R.

#WineIsSharing

mercoledì 20 gennaio 2021

Il miglior modo per sostenere i "piccoli" produttori e le cantine virtuose è acquistare i loro vini e... se li trovassimo anche in GDO?

Qualche giorno fa in una radio nazionale, tra le più importanti, mi è capitato di ascoltare lo speaker invitare gli italiani ad acquistare vino in grande distribuzione, approfittando delle tante offerte a scaffale benedicendo il 3x2, passando poi ad elevare il suo invito ponendo l'attenzione sulla certificazione "bio", in quanto - a detta sua - grazie ad essa si può essere più "sicuri" della qualità del prodotto. Ecco, io non ce l'ho con l'ignaro speaker e non lo biasimo per aver detto quello che, probabilmente, il 99% degli italiani "bevitori", ovvero tutti quelli che acquistano vino al supermercato mentre fanno la spesa,  pensa le stesse cose e poco è cambiato per loro durante la pandemia in termini di possibilità di acquistare le proprie bottiglie o il proprio "tetrabrik". Anzi, percentuali alla mano, sembra che le vendite di vino in GDO siano aumentate dal 7% al 10% in Italia. 

vino covid supermercato piccole cantine

Sia chiaro, come non avevo nulla contro lo speaker non ho nulla contro le aziende che vendono in GDO (anche perché non sono tutte necessariamente produttrici/imbottigliatori di quello che in gergo chiamiamo "vino industriale") e comprendo benissimo che le dinamiche legate al normale (per quanto si possa parlare di normalità in questo periodo...) approvvigionamento di generi alimentari degli italiani rendano il "supermercato" il punto di riferimento anche per l'acquisto di vino, però con i ristoranti immobilizzati e gran parte dell'export del vino di qualità quasi totalmente annullato da mesi credo che gli appelli vadano fatti anche e soprattutto nei confronti di chi sta davvero subendo questa crisi: le piccole e medie imprese agricole italiane, quelle cantine virtuose, spesso a conduzione familiare, che garantiscono qualità e maggior tracciabilità del prodotto. Mi dicono spesso che è difficile acquistare dai piccolo produttori, mi dicono che i vini di cui scrivo costano, spesso, troppo per "i comuni mortali". Nulla di meno vero! Se si ha voglia di cercare, con pochi euro in più delle cifre che si trovano a scaffale in GDO, si possono comprare ottimi vini di realtà alle quali anche solo acquistando un cartone da 6 possiamo dare un contributo concreto intriso di positività e resilienza. Magari non cambieremo loro la vita, ma uniti potremmo limitare i danni.

Che si acquistino direttamente da produttori, nell'enoteca di fiducia o online, l'importante è cercare di sostenere chi faceva dell'ho.re.ca. e dell'enoturismo le proprie principali fonti di sostentamento. Ripeto... sarebbe da ipocriti chiedere a quell'ipotetico 99% degli italiani di smettere di "fare la spesa" mettendo nel carrello anche del vino (gli si può chiedere di scegliere meglio, quello sì!), ma a chi ha passione si può chiedere di stimolare chi gli sta intorno a sostenere le aziende virtuose, educando e dimostrando che la qualità è accessibile a tutti e i valori aggiunti che il tessuto delle piccole e medie cantine italiane sa dare sono valgono quel piccolo contributo extra.

Per quanto il mio consiglio sia sempre quello di riferirsi direttamente ai produttori o alle enoteche, non mi dispiacerebbe trovare degli esponenti della GDO nazionale sperimentare, almeno in questo periodo, un "corner" dedicato ai vini che non sono soliti essere distribuiti in grande distribuzione al fine di sostenere i piccoli e medi produttori di vino italiani e, al contempo, di educare i consumatori ad acquisti più consapevoli. Esistono grandi iper mercati con enoteche interne che già hanno dimostrato che si possono vendere grandi vini di "nicchia" in GDO appassionando e attirando clienti non necessariamente esperti e dando visibilità a più ampio respiro a realtà virtuose che in questo momento potrebbero trarre notevole vantaggio da un'esposizione che pur essendo rivolta alla "massa" non sarebbe svilente della qualità dei loro vini se contestualizzata adeguatamente. Sarebbe un bel messaggio! Sono certo che molti sommelier esperti e comunicatori sarebbero disposti a dare una mano. Mai avrei pensato di suggerire qualcosa del genere, ma questo particolare momento storico socio-economico ci sta portando tutti a rivalutare alcune nostre posizioni che, se superate e adeguate alla situazione, potrebbero rappresentare l'alba di una nuova era sotto l'aspetto commerciale e non solo.

Per ovviare alla frase "le dimensioni non contano" con la quale qualcuno ribatterà giustamente ad alcuni passaggi di questo pezzo, ci tengo a specificare che solo per convezione parlo di piccole e medie "imprese vitivinicole" in quanto rappresentano il tessuto più virtuoso della produzione enoica del Bel Paese e nulla vieta di acquistare vino di realtà più note e importanti già presenti in GDO (de gustibus non disputandum est). Ciò su cui ho cercato di farvi riflettere è proprio sul fatto che quelle realtà, probabilmente, non hanno subito un calo così importante delle vendite proprio grazie alla possibilità di continuare a rifornire gli scaffali dei supermercati che non hanno mai chiuso. E' fondamentale, perciò, discernere chi ha potuto continuare a vendere e chi non lo ha potuto fare con i loro principali sbocchi commerciali chiusi o ridotti ai minimi termini.

Non vi nego che da marzo dell'anno scorso non passa giorno in cui non mi fermi a pensare, nel mio piccolo, a soluzioni per supportare la filiera non solo attraverso la mia attività di comunicatore. Sono perciò disponibile a valutare qualsiasi forma di "lavoro di squadra" finalizzata non al mero guadagno, bensì al sostegno del comparto e, in particolare, delle realtà virtuose che nonostante tutto stanno continuando a portare avanti il loro lavoro dalla vigna alla cantina con grande forza d'animo e speranza.


F.S.R.

#WineIsSharing

lunedì 18 gennaio 2021

Il Metodo Corino - Pratiche agronomiche per la produzione di uva e vino "naturale"

Nel mezzo del cammin "enoico" della mia vita ho incontrato molte persone in grado di condividere con me sapere e saggezza, pensieri ed esperienze. In pochi, però, hanno avuto la capacità di formarmi attraverso i loro insegnamenti attraverso qualche incontro de visu, grazie ai loro scritti o "semplicemente" rubando con gli occhi il loro lavoro.

Una delle persone da cui ho appreso maggiormente i rudimenti dell'agronomia e grazie alla quale ho scoperto e alimentato la mia passione per la vigna è, senza tema di smentita, Lorenzo Corino.

Agronomo e ricercatore, autore di pubblicazioni a carattere tecnico-scientifico nel settore vitivinicolo. Lorenzo Corino è da sempre attento alle produzioni agricole in armonia con il territorio rurale, implementa le gestioni colturali che valorizzino il “capitale terreno” e il buon uso delle risorse dei luoghi. 
metodo corino lorenzo

Rappresenta la sesta generazione di vignaioli nell’azienda di famiglia, Case Corini, a Costigliole d’Asti. Dopo una carriera conclusa come dirigente presso il CRA, Centro di Ricerca per l’Enologia di Asti, dal gennaio 2013 è approdato alla Fattoria La Maliosa , a Saturnia, per un nuovo progetto vitivinicolo. Lo incontrai a la Maliosa, piccola e virtuosa realtà della Maremma in cui ha avuto modo di proseguire le sue ricerche in ambito vitivinicolo. E' proprio grazie al lavoro di squadra con Antonella Manuli, titolare de La Maliosa, che Lorenzo ha avuto modo di codificare l'insieme delle pratiche agronomiche per la produzione di uva e vino “naturale”: il METODO CORINO.
la maliosa metodo corino

Autore di numerosi saggi in materia, nel 2019 ha pubblicato la seconda edizione del volume “L’essenza del vino e della viticoltura naturale”, vincitore del Premio Speciale della XVII edizione del Concorso Letterario Nazionale “Bere il territorio”. 

- Cos'è il Metodo Corino?

Il Metodo Corino, brevetto depositato e marchio registrato di Lorenzo Corino e Antonella Manuli, prevede la realizzazione di un insieme di processi agronomici innovativi per la produzione di uva da tavola e di vino. Il metodo privilegia la vitalità dei suoli, la salubrità dell’ambiente, dei produttori e dei consumatori. 

Opera scelte mirate e innovative riguardanti i vitigni e le tecniche colturali ottimali per vigneti a elevato valore conservativo dei luoghi e paesaggi. L’obiettivo è produrre uva con professionalità attraverso una sostenibile gestione del vigneto al fine di tendere a valori di eccellenza qualitativa e bontà nutrizionale. Il principio del Metodo Corino è che la coltivazione è sostenibile, se è in grado di fornire con una certa regolarità prodotti a forte identità, rispettando al massimo il territorio considerato. Questa valutazione di sostenibilità viene misurata da almeno due fattori: la qualità biologica del suolo (QBS) e la Carbon Footprint (LCA-assessment) dell’azienda e dei prodotti. Inoltre il ciclo di coltivazione basato su materiali vegetali prodotti in loco, costituisce la scelta fondamentale.

Nel passaggio da uva a vino le fermentazioni devono svolgersi naturalmente con lieviti e batteri indigeni. La successiva elaborazione del vino in cantina deve essere realizzata con perizia umana nei travasi e nell’allevamento del vino. Il Metodo Corino esclude ogni additivo e ogni tecnologia invasiva, realizzata con qualsivoglia intervento chimico o fisico, atto a modificare l’origine e l’evoluzione naturale del vino, che trova la sua esclusiva provenienza nell’uva. L’insieme di queste attività contribuisce alla crescita del settore con valori che non si limitano alla produzione di uva e vino, ma comprendono anche cultura, stili di vita, tutela del paesaggio, longevità dei vigneti, valenza patrimoniale dei territori.

-Dove e come può essere applicato?

In tutti quegli ambienti con caratteristiche di storicità e vocazionalità spiccate per vigneto. Intendo terreni che ospitano vitigni storici e che abbiano caratteristiche ben precise legate al territorio dal punto di vista ambientale e climatico. In Italia ci sono molti luoghi con queste caratteristiche e il Metodo Corino permette di valorizzare e preservare le caratteristiche originali del luogo. 
vigna biodinamica

-Quali sono i vantaggi in termini vitivinicoli?

I vantaggi sono diversi, sia dal punto di vista dell’ambiente, sia per quanto riguarda i prodotti. Il Metodo Corino permette di conservare uno specifico ambiente, preservandone le caratteristiche di originalità, salubrità e bontà agronomica. Tutto questo si trasferisce nel prodotto, l’uva, che trasmette le caratteristiche di originalità del territorio a cui appartiene . Questi sono i valori che dovrebbero ritrovarsi nei vini.

-Quant'è importante la pacciamatura nell'ambito del Metodo Corino?

Parlerei innanzitutto dell’importanza di un modo poco invasivo di gestire le vigne, di cui la pacciamatura è uno degli strumenti. Il Metodo Corino prevede una gestione rispettosa del terreno e delle sue caratteristiche. In questo processo la pacciamatura è fondamentale in particolare nelle zone a fertilità contenuta , perché permette, allo stesso tempo, di fertilizzare il terreno e di proteggerlo dall’eccessiva insolazione e di favorire una naturale disponibilità idrica Grazie a una corretta gestione delle colture il suolo viene migliorato anche per una accresciuta biodiversità nel vigneto stesso.
pacciamatura


-Il rapporto fra uomo e natura e fra vignaiolo e vigna secondo Lorenzo Corino?

Partiamo dal presupposto che la Natura è competizione e questo non dobbiamo dimenticarlo mai. Resta il fatto che per avere a che fare con la Natura dobbiamo avere rispetto e competenza. Su questi due principi si basa tutto il mio approccio all’agricoltura, del quale ho parlato anche nel mio libro “L’essenza del vino e della viticoltura naturale”. Fare vino è un impegno molto serio, fare vino significa conoscere il territorio, conoscere le tecniche produttive, sapere accettare la dinamica continua dei cambiamenti.

-Cosa pensi della definizione "vino naturale"?

Oggi ‘vino naturale’ è una definizione commerciale, che serve a classificare vini prodotti nel rispetto della natura. Credo che il termine vino naturale possa essere una miccia per scuotere chi ancora non ha capito appieno i valori dell’uva, del luogo di provenienza, dei processi produttivi. Noto quindi, con grande interesse, che qualcosa si muove intorno al tema dei vini naturali. Ne è prova un recente webinar di OIV, Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino, nel quale si è proprio parlato di vini naturali. Trovo importantissimo che inizino a occuparsi dell’argomento anche i grandi organismi internazionali. Questo accade perché il vino naturale è ormai diventato maggiorenne e conosciuto. I vini naturali richiedono, però, molta competenza, ambienti molto vocati e posseggono rischi di produzione che ne limitano l’espansione. La lealtà territoriale nel fare viticoltura e in cantina costituiscono un patrimonio irrinunciabile per produrre dei buoni vini naturali.
vigna la maliosa

-Questa pandemia, al netto degli ovvi aspetti nefasti, può essere un volano per la sostenibilità e può rappresentare una stimolo ad una rinnovata consapevolezza riguardo la salubrità delle nostre scelte enoiche? Sia da parte di chi il vino lo fa che da parte del consumatore.

La pandemia è stato un altro campanello d’allarme per farci capire che dobbiamo avere rispetto della nostra salute e della salute dell’ambiente in cui viviamo. Spero possa essere almeno utile per aumentare l’attenzione di metodi di lavoro e criteri che rispettino la sostenibilità in qualsiasi settore agricolo che produce cibo e soprattutto in quello del vino .

francesco saverio russo wine blogger naturale

In un contesto di grande incertezza e fumosità, il fatto di poter avere definizioni razionali e passaggi metodicamente descritti e tecnicamente giustificati è sintomo di grande responsabilità. E' palese che la volontà di Lorenzo Corino sia quella di dare un senso a ciò che la semantica non aiuta, risultando spesso fuorviante e poco attinente alla realtà. Non amo il termine "vino naturale", eppure comprendo la posizione che Lorenzo assume attraverso il suo metodo, senza temere di utilizzare quello che egli stesso definisce "definizione commerciale" in quanto in grado di attirare l'attenzione di chi ha interesse nei confronti della sostenibilità in senso stretto e in senso lato. Lo fa, però, senza dimenticare i due fattori più importanti, quelli che io stesso giudico "discriminanti" ai fini della valutazione di un buon vino, ovvero la capacità di produrre, attraverso il suo metodo, vini dalla forte e originale identità territoriale. L'unica strada per poter parlare di vino in questi termini è addurre a sostegno delle proprie tesi conoscenza, esperienza e qualità.
agronomo lorenzo corino

In molti, negli anni, hanno cercato di indurre diatribe e di fomentare gli animi al fine di far emergere il "vino naturale" in contrapposizione con tutto il resto, ma da appassionato di vigna, cantina e vino, ancor prima che da "critico enoico", credo che la strada per l'acquisizione di valori come il rispetto e della salubrità come fondamentali nel percorso di evoluzione sostenibile delle aziende vitivinicole italiane (e non solo) sia quella dell'educazione intesa in ambo i suoi significati.
E' per questo che ho sempre apprezzato i modi garbati e appassionati di Lorenzo Corino, come viatico per una maggior consapevolezza anche per me che ho sempre sostenuto di voler assaggiare tutto a prescindere dalla filosofia produttiva ma, al contempo, ho cercato di sensibilizzare appassionati, addetti ai lavori e gli stessi produttori ad un maggior rispetto dalla vigna al bicchiere.
Modi garbati e appassionati che acquisiscono valore educativo grazie alla inconfutabile saggezza di Lorenzo, uomo di vigna che auguro a tutti gli amanti del vino di incontrare sul loro cammino, a prescindere dalla propria "filosofia" e dai propri ideali enoici. Perché il vino deve unire ed ampliare le nostre vedute, non limitarci o farci ragionare a compartimenti stagni. L'importante è mantenere sempre un approccio imparziale e obiettivo.


F.S.R.
#WineIsSharing

domenica 17 gennaio 2021

Le Enoteche italiane, messe in ginocchio dalla pandemia, scrivono a Conte in merito al nuovo DPCM

La lettera aperta di Vinarius, Associazione Enoteche Italiane, al Presidente Giuseppe Conte a causa dell'ultimo DPCM

Come già ripetuto più volte (ma non sono mai troppe!) è l'intera filiera del vino ad essere in estrema difficoltà a causa dell'emergenza "covid-19" e delle limitazioni dovute ai vari DPCM emanati dal marzo 2020 ad oggi. Uno degli anelli della catena che ha subito di più le ultime "evoluzioni" dei decreti è quello delle enoteche fisiche. Situazione già grave per la quale l'ultimo DPCM sembra avere le sembianze di un vero e proprio colpo di grazia. Il decreto, infatti, vieta espressamente la vendita per asporto di qualsiasi bevanda alcolica e analcolica da parte di tutti i negozi specializzati con codici ATECO 47.25 dalle ore 18, lasciando invece libertà di vendita di tali bevande a tutti gli altri negozi commerciali.
enoteche italiane lettera conte dpcm

E' per questo che il caro amico, nonché presidente dell''associazione delle Enoteche italiane Vinarius, Andrea Terraneo ha firmato e condiviso una lettera aperta per il Presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte a fronte della pubblicazione del nuovo DPCM entrato in vigore ieri 16 gennaio 2021.
Lettera che condivido integralmente con tutti voi nella speranza di dar voce agli enotecari italiani che tanto fanno per il mondo del vino e che rappresentano una delle poche ancore di salvataggio per i piccolo e medi produttori in questo nefasto periodo.

“Signor Presidente,

in qualità di Presidente di Vinarius, l’Associazione delle Enoteche Italiane, Le scrivo per porre alla Sua attenzione quella che con ogni probabilità si è trattato di un errore dettato dal carattere di urgenza con cui è stato redatto il nuovo DPCM entrato oggi in vigore. Il decreto infatti vieta espressamente la vendita per asporto di qualsiasi bevanda alcolica e analcolica da parte di tutti i negozi specializzati con codici ATECO 47.25 dalle ore 18, lasciando invece libertà di vendita di tali bevande a tutti gli altri negozi commerciali. Comprendiamo il momento di forte difficoltà che sta attraversando il nostro Paese a causa della pandemia e il complesso contesto con cui vengono prese le relative decisioni incorrendo in possibili errori nella indicazione dei codici ATECO, ma chiediamo un sollecito chiarimento in merito affinché non vengano discriminati attività e operatori professionali appartenenti al settore del commercio di bevande alcoliche. Non comprendiamo infatti il criterio utilizzato dal nuovo DPCM su questo tema, che non inserisce nel divieto di vendita per asporto dopo le ore 18 anche tutte quelle attività previste dal codice ATECO 47.1 e relativi sottogruppi che comunque commerciano prevalentemente in bevande e alimentari. La preoccupazione deriva dal fatto che inibire l’apertura dopo le 18 toglie all’enoteca il 30% del fatturato giornaliero in un quadro economico generale che ci vede già penalizzati.

Appare evidente, Signor Presidente, che lo spirito che anima tale divieto non è demonizzatorio nei confronti delle bevande alcoliche in sè ma è invece quello sanitario volto a evitare assembramenti, fattore di primaria importanza per tutti noi in questo difficile momento. Non comprendiamo però il motivo per cui viene impedito a centinaia di enoteche sparse sul territorio nazionale di operare lasciando invece libertà di farlo alla grande distribuzione organizzata incorrendo maggiormente nel rischio di assembramenti. Le chiediamo pertanto la cancellazione di questa misura affinché non vengano penalizzate tutte quelle attività comprese nel divieto che stanno operando da mesi con massimo rigore e attenzione alla tutela della clientela e nel rispetto delle normative. Siamo certi, Signor Presidente che le ragioni da noi esposte possano portare ad un pronto accoglimento della nostra richiesta basandosi essa stessa su criteri di ragionevolezza e coerenza con lo spirito di tutela della salute pubblica e di salvaguardia delle attività commerciali che stanno a cuore a tutti quanti noi.

La ringrazio, signor Presidente, per il tempo dedicato a questa lettera e certo di un favorevole accoglimento della richiesta Le invio i sensi della mia sincera considerazione.


Cordialmente

Andrea Terraneo

Presidente".

vinarius enoteche italiane







Cerchiamo di dare voce a tutta la filiera condividendo questa lettera e sostenendo i produttori che tanto amiamo anche e soprattutto attraverso l'acquisto tramite le nostre qualificate enoteche di fiducia di cui l'Italia è ricca.


F.S.R.

#WineIsSharing

lunedì 11 gennaio 2021

Degustazioni virtuali e "derivati" - Pro e contro del "boom" digitale nel mondo del vino in tempo di pandemia

E' passato quasi un anno ormai dall'inizio della pandemia e il mondo e, di conseguenza, le nostre vite hanno subito, più o meno forzosamente, cambiamenti importanti. L'aspetto che di più ha determinato il maggior numero di cambiamenti è, senza tema di smentita, lo switch fra realtà e virtualità. Uno switch indotto dal distanziamento sociale che, ironia della semantica, si è tradotto in un avvicinamento “social” e virtuale. L'impossibilità di avere i consueti contatti interpersonali e le limitazioni riguardo gli incontri – anche lavorativi - de visu, ci hanno portati a vagliare soluzioni alternative, sia in termini privati che professionali, convertendo ciò che eravamo soliti fare in presenza in conference call, meeting su xoom o altre piattaforme simili ecc...
degustazioni virtuali vino covid

Per quanto il mondo del vino potesse sembrare avverso a questo genere di cose per via della necessità di condivisione concreta, materiale e sensoriale di incontri, visite in cantina e degustazioni, anch'esso ha dovuto e, in un certo senso, voluto adeguarsi al cambiamento. Quindi ecco che dopo una fase iniziale in cui la percezione sembrava essere quella di un “abuso” della virtualità, con centinaia di video e dirette pubblicate sui social e decine di appuntamenti impostati a distanza fra produttori e buyers o produttori e media, la situazione ha trovato un suo equilibrio.

Eccovi uno dei post a cui faccio riferimento:

Cosa ne pensate delle "degustazioni virtuali"? Ovviamente parlo di quelle in cui avete la possibilità di assaggiare lo...

Pubblicato da Francesco Saverio Russo su Venerdì 8 gennaio 2021
Proprio per questo ho atteso di poter avere, da parte mia e di chi mi legge e segue i miei canali social, un tempo di sperimentazione sufficiente a valutare l'effettiva utilità e le prospettive concrete della traduzione virtuale degli incontri enoici in senso stretto e in senso lato.
Ciò che è emerso da alcuni quesiti posti nei giorni scorsi dal sottoscritto sui social è uno spaccato interessante e abbastanza esaustivo di quella che è la percezione della virtualità applicata al mondo del vino prendendo in esame:

- degustazioni virtuali;

- tour virtuali delle cantine;

- incontri/interviste a produttori;

- formazione online;

- fiere online.

Lascio fuori l'aspetto legato alle condivisioni video di “blogger” e “instagrammer” in quanto era già prassi comune per alcuni marketer e comunicatori utilizzare gli strumenti messi a disposizione dal web e dai social per veicolare i propri contenuti.

Per quanto riguarda le “degustazioni virtuali” il mio pensiero ricalca quello della maggior parte delle persone (produttori, commercianti, sommelier e appassionati) intervenute nel commentare il semplice quesito “cosa ne pensate delle degustazioni virtuali? Pensate possano diventare uno strumento utile anche post-pandemia?”, ovvero la loro utilità ma con equilibrio.

Mi spiego meglio: è palese che se questa pandemia fosse scoppiata in un'era priva del web e dei social e fossimo dovuti incorrere nelle stesse limitazioni ogni contatto professionale e non sarebbe stato ridotto alle telefonate e, da parte dei produttori, alla spedizione dei propri vini con allegati cartacei a supporto delle degustazioni. Ciò che la nostra era ci offre in termini di comunicazione è sicuramente un plus e lungi da me vedere in modo negativo qualcosa che ha permesso non solo a chi lavora di andare avanti mantenendo contatti e facendone di nuovi, bensì ha dato modo a chi sarebbe rimasto “solo” di avere più modalità di interazione con i propri cari.

Ciò che mi ha preoccupato sin dal principio, però, è stata l'impreparazione che l'intero comparto aveva in una situazione che, per quanto arrivata in maniera inattesa e repentina, poteva essere gestita con minor fretta e approssimazione. Si è puntato molto sulla quantità e dopo un po' di, comprensibile, timore iniziale si è passati a cercare di convertire tutto ciò che si era abituati a fare fisicamente in virtuale, intasando la rete con una moltitudine di contenuti, ancor peggio se live, che non erano in grado di scaturire un seguito reale. Questo per quanto concerne la visibilità che i produttori hanno cercato di ottenere in questi ultimi mesi, mentre per quanto riguarda la gestione dei “meeting” reputo che la vera svolta sia arrivata nella gestione degli impegni relativi agli incontri con importatori e media stranieri in quanto la possibilità di dialogare a distanza e di mostrare personalmente la propria realtà vitivinicola, mentre si degustano gli “stessi” vini da una parte all'altra del mondo, è qualcosa di molto utile e ancor più conveniente. E' proprio l'aspetto della convenienza il fattore fondamentale di questa traslazione alla virtualità di alcuni aspetti dell'attività di cantine e produttori, ma anche di PR ed export manager, che ha mostrato e dimostrato quanto molte realtà italiane “sprecassero” in viaggi, partecipazioni a tour ed eventi con tutto ciò che ne comporta (hotel, cene di lavoro ecc...).
Come emerso dai commenti di molti produttori, infatti, questo “nuovo” approccio all'interlocuzione e il confronto con chi è molto distante ha rappresentato una scoperta (per quanto si potesse adottare anche prima) da ponderare e mantenere, almeno in parte, nel prossimo futuro.

Ovviamente, sono gli stessi produttori a rendersi conto dei limiti di questa situazione e degli ovvi compromessi che si è tenuti ad accettare. 

Possiamo così riassumere i pro e i contro delle degustazioni virtuali intese come le stiamo intendendo oggi, in prospettiva futura.

PRO

- Le degustazioni virtuali si sono dimostrate un utilissimo strumento per mantenere i contatti con buyers, importatori e consulenti (enologi) anche in tempi in cui era difficile o, addirittura, impossibile viaggiare fisicamente.

- La possibilità di spedire in tempi relativamente brevi i campioni in ogni parte del mondo ha permesso ai produttori di organizzare degustazioni virtuali in cui venivano degustati gli stessi vini contemporaneamente.

- Molti dei costi per viaggi, tour e manifestazioni di settore sono stati rivalutati proprio grazie a questa “nuova” modalità di interazione, sicuramente più conveniente e mirata.

- In alcuni casi ha permesso ai produttori stessi di scoprire il proprio talento nel comunicarsi, anche a distanza. Valore che, se implementato, può tradursi in maggior notorietà, aumento della percezione del valore della propria realtà e maggiori possibilità di vendita.

- Alcune realtà hanno creato kit di degustazione abbinati a dei "tour virtuali" da vendere online a potenziali enoturisti e appassionati per un approccio a distanza che permetta di vivere un'esperienza differente dal semplice acquisto di vino e funga da stimolo per future visite in cantina. Anche l'abbinamento di "box" di referenze miste con degustazione virtuale con il produttore o con un sommelier professionista si sta dimostrando una soluzione che aggiunge valore all'acquisto del vino online.

- Ottimizzano il lavoro anche in termini di tempo e questo si traduce, ad esempio, nella possibilità di incontrare in un giorno 3 importatori o buyers in 3 continenti differenti, senza muoversi dal proprio ufficio o dalla propria sala degustazione.

- Si sono rivelate uno strumento molto utile per consorzi e associazioni di produttori sia in termini "promozionali" che didattici. Alcune realtà consortili e/o associative hanno utilizzato la virtualità durante il primo lockdown per attirare enoturisti italiani sul territorio. In futuro, potrà essere utile anche su larga scala, per l'enoturismo straniero.

- Per quanto concerne media e pubblico di appassionati (potenziali clienti) la degustazione virtuale (magari, con annesso “tour della cantina”) abbinata ad un'intervista o a un webinar, può essere considerata come un primo step finalizzato a stimolare la curiosità di chi, poi, potrà assaggiare i vini a distanza e, successivamente, andare a visitare l'azienda con una infarinatura riguardo le principali peculiarità aziendali. Se ben ponderata, può avere una buon impatto sulla percezione del valore aziendale, attraverso l'aumento della notorietà organica del produttore o della produttrice.

CONTRO

- l'esperienza de visu vanta degli aspetti emozionali e sensoriali impossibili da replicare virtualmente. Il virtual tasting è, per molti, troppo freddo e poco coinvolgente. Non è semplice mantenere costante l'attenzione, specie se si tratta di degustazioni troppo lunghe.

- La degustazioni virtuali impongono l'invio di vini anche a distanze intercontinentali con le dovute tempistiche e le variabili dovute al viaggio, al contesto di degustazione differenze (temperatura, pressione, ambiente e, persino, un diverso calice possono far percepire lo stesso vino, della stessa annata, stesso lotto di imbottigliamento, in maniera molto differente).

- In termini professionali è difficile attuare questa modalità di interazione come primo approccio con chi, quindi, non ha mai visitato la cantina e i vigneti e non ha avuto modo di “stringere la mano” (quanto ci manca un gesto che davamo quasi per scontato ormai..!) al produttore.

- Varie statistiche sembrano confermare che questo tipo di modus operandi non ha una particolare incidenza sulle conversioni in ordini e sulla firma di nuovi accordi/contratti con buyers e importatori. Probabilmente, in caso di primo approccio, potremo valutare gli effetti delle interazioni nate e sviluppate durante la pandemia solo quando ci avrà un primo contatto fisico in cantina o in un'importante fiera di settore, qualora ne venga confermata la fattibilità in questo 2021.

- La frettolosa corsa al virtuale per molti produttori ha evidenziato (specie per le piccole realtà, meno strutturate e più votata al “fai da te”) la poca dimestichezza con il mezzo e ha indotto alcuni ad affidarsi a social media manager improvvisati o, ancor peggio, a pseudo influencer che hanno visto nella pandemia un'occasione unica per mettersi in gioco (purtroppo, spesso senza esperienza e preparazione tali da poter supportare in maniera concreta e corretta i produttori) e improvvisare operazioni di marketing o, addirittura, di vendita che non hanno prodotto i risultati sperati. Inoltre, l'invasione delle video-degustazioni e delle video-interviste sui social ha portato al raggiungimento di poche decine di persone (quando va bene) per contenuto pubblicato. Cosa che non ha alcun valore per una realtà in crisi che deve cercare di superare questo periodo cercando di utilizzare il web e i social per implementare le vendite, senza ledere la percezione del proprio vino e la reputazione della propria azienda.

- La virtualità ha minato la reputazione di molte realtà italiane proprio a causa dell'ausilio poco assennato degli strumenti messi a disposizione dal web e dai social e a causa dell'intervento di “promoter” dalla dubbia preparazione e credibilità.

- Il gap fra “il piccolo e il grande” ne risulta accentuato. 

Il mio consiglio riguardo le degustazioni virtuali è quello di mantenerle come strumento di confronto con importatori, clienti e media stranieri ma di cercare di strutturarsi in modo tale da poter affrontare degustazioni de visu con chi vive e lavora in Italia e può muoversi nonostante la pandemia. E' importante che a raccontare i propri vini (in caso non si disponga di PR esperti e/o di una persona all'interno dell'azienda che si occupi di questi aspetti) sia chi il vino lo fa e che alla degustazione si unisca la possibilità di mostrare lo stato dei propri vigneti e le dinamiche delle proprie cantine, in modo da dare un valore aggiunto al contenuto dell'interazione virtuale.

Inoltre, reputo fondamentale inviare insieme ai vini indicazioni sulla temperatura di servizio e lo stesso calice con il quale si andranno a degustare simultaneamente le referenze inviate in modo da limitare, per quanto possibile, le differenze percettive.

Per le piccole realtà, il suggerimento è quello di non disperdere tempo, finanze ed energie in soluzioni virtuali che, per forza di cose, non potranno essere ai livelli di quelle imbastite dalle “grandi aziende”. Piuttosto, sfrutterei questo periodo per valorizzare ancora di più il proprio lavoro e le peculiarità che rendono unica la vostra azienda vitivinicola, mostrando i lavori in vigna, le operazioni di cantina, offrendo spunti tecnici sia in termini agronomici che enologici, in modo da poter educare e non riferirsi al “pubblico” in maniera autoreferenziale e meramente promozionale. Mostrare video della propria realtà vale più di qualsiasi degustazione virtuale in un periodo in cui possiamo stappare quanto bottiglie vogliamo ma non possiamo viaggiare camminando per vigne e visitando cantine quanto vorremmo.

Formazione
E' proprio al termine “educazione” che mi riallaccio prendendo spunto da alcuni commenti e da una mia asserzione di qualche mese fa, riguardo quello che – a mio modo di vedere – è il miglior utilizzo odierno e futuro delle degustazioni virtuali, ovvero quello rivolto alla formazione. Poter portare avanti corsi e approfondimenti enoici, sia per le università che per i vari corsi sommelier, nonostante la pandemia è qualcosa di molto prezioso e sta dando risultati importanti in quanto permette a chiunque di partecipare, ottimizzando, anche in questo caso, tempi e distanze. In futuro, immagino l'aspirante sommelier, che non si è mai iscritto ad un corso o ha dovuto abbandonare per via del poco tempo a disposizione, degli orari e della distanza delle sedi delle lezioni dalla propria abitazione, poter partecipare alle lezioni prettamente teoriche online (anche con videolezioni e dispense scaricabili e consultabili offline) per poi partecipare in presenza alle sole lezioni pratiche (lezioni che, oggi, possono comunque essere portate avanti con l'invio dei campioni da parte dell'associazione di riferimento o con l'acquisto dei vini in degustazione da parte dei corsisti).

Per quanto riguarda le masterclass, io vivo principalmente di questo e devo ammettere che ho provato sin dal principio (e provo tutt'ora) una sorta di repulsione per la possibilità di effettuarne a distanza e che auspico di poter organizzare presto e in tutta sicurezza degustazioni e lezioni in presenza. Questo perché per corsi full immersion e degustazioni "one shot" l'online non credo possa avere molto senso, in quanto rischia di snaturare l'essenza di una modalità di formazione che, almeno per quanto mi riguarda, verte molto sull'aspetto esperienziale e sulla condivisione sia emozionale che sensoriale dei contenuti teorici e dei vini in assaggio. Per questo, come già fatto in piccola parte l'estate scorsa, mi sto adoperando per trovare soluzioni all'insegna della sicurezza e della qualità per tornare a condividere esperienze enoiche formative insieme.

Fiere ed eventi
Credo che per gli organizzatori di manifestazioni enoiche sia stato davvero complesso reinventarsi in corso d'opera, con eventi già strutturati per l'anno appena trascorso e che non sia semplice guardare a questo 2021 con la serenità e la positività con cui erano soliti affrontare il percorso organizzativo del proprio evento o fiera che sia.
Una cosa è evidente, la pandemia ha portato molti produttori a comprendere che, forse, erano arrivati ad aderire di default a troppe manifestazioni di vario genere e che, probabilmente, nel momento in cui sarà di nuovo possibile parteciparvi, sarà necessaria una cernita.
Cernita che sembra privilegiare gli eventi più mirati, meglio se mostra-mercato, alle grandi e costose kermesse enoiche.
Riguardo la virtualità applicata alle "fiere del vino", credo che la corsa al web fosse inevitabile e che in molti "c'abbiano provato" con tanta buona volontà ma che nessuna videoconferenza con i produttori potrà mai sostituire la possibilità di incontrare in un solo contesto, in una manciata di ore, decine di produttori (se non centinaia) e di avere un primo approccio diretto con la loro realtà, assaggiando insieme i loro vini. La domanda che un produttore dovrebbe porsi prima di aderire ad una fiera online e (se lo ha già fatto, in quanto è lecito provare) dopo avervi partecipato è la seguente: "Quali benefici ha apportato alla mia azienda la partecipazione a questa fiera online?". La percezione è che non abbiano implementato né notorietà né vendite, ma di certo anche in questo campo ci saranno eccezioni virtuose che confermano la regola e che varrà la pena tenere presenti anche in futuro.
Trovo, altresì, che il concept della fiera online possa essere integrato ad eventi in presenza, permettendo agli eventi stessi di non essere relegati alle sole giornate di evento, bensì di iniziare con largo anticipo presentando le varie realtà al potenziale pubblico e, successivamente, permettendo un'onda lunga che si protragga oltre il termine della manifestazione, grazie all'accesso a contenuti informativi e formativi e, magari, alla vendita.

Concludo dicendo che la pandemia ci ha imposto di stare lontani, di restare immobili chiusi nelle nostre 4 mura, cercando e, talvolta, trovando soluzioni alternative facendo di necessità virtù e utilizzando gli strumenti che avevamo a nostra disposizione per ovviare a limitazioni che molte generazioni non avevano mai sperimentato. Questo non significa né che queste soluzioni siano una valida alternativa alla "realtà fisica" né che una volta tornati a quella che speriamo sarà una normalità non troppo distante da quella che avevamo si debba gettare tutto ciò che questa situazione ci ha "insegnato" e "imposto" nel dimenticatoio. Credo che più che soluzioni alternative, quelle che abbiamo trovato debbano divenire integrazioni, migliorandosi e adeguandosi alle reali necessità della filiera e, in particolare, di chi il vino lo fa. Tutelando i produttori di vino di qualità, che non hanno avuto il salvagente della GDO e che hanno vissuto e stanno vivendo il periodo più buio della loro esistenza.
Io, da par mio, continuerò ad utilizzare il web come veicolo per le mie condivisioni enoiche ma ciò che sento è una forte mancanza di quella normalità che per me coincideva con una vita fatta di viaggi, vigne, cantine e confronti faccia a faccia, di calice in calice. Una mancanza che spero vivamente riusciremo tutti a colmare presto, perché è davvero difficile rendere virtuale qualcosa di così concreto e carico di sensazioni da vivere in prima persona come il vino.

N.B.: In questo articolo non è stato, volutamente, trattato l'argomento della vendita online in quanto già trattato in altri contenuti. Tornerò, comunque, a parlarne non appena ultimata l'indagine di mercato che sto portando avanti in riferimento alla situazione degli ecommerce italiani e alle differenze fra grandi e strutturati online wine shop, shop online di enoteche fisiche e shop gestiti direttamente dalle cantine.

F.S.R.
#WineIsSharing


mercoledì 6 gennaio 2021

10 areali vitivinicoli italiani da scoprire e riscoprire nel 2021

Il 2020 è stato un anno complesso, in cui chi - come me - era abituato a fare del viaggio una componente fondamentale del proprio lavoro ha dovuto rivedere il proprio modus operandi, adeguandosi alla situazione nella quale ci siamo ritrovati. E' stato un anno di limitazioni, in cui abbiamo imparato a sfruttare i mezzi messi a nostra disposizione dalla tecnologia per raggiungere, almeno virtualmente, i luoghi che avremmo dovuto visitare fisicamente. Lo abbiamo fatto sì, ma con la costante speranza di poter tornare presto a camminare per vigneti , a visitare cantine e, soprattutto, a confrontarci de visu con produttori e vignaioli.
10 areali da scoprire vino italia

E' per questo che, nella speranza di riacquisire presto le nostre libertà e di poter tornare a viaggiare con serenità tra le regioni italiane e i loro areali vitivinicoli, ho pensato di segnalarvi i 10 areali del vino che, uniti a quelli segnalati l'anno scorso, possono rappresentare le tappe da “non perdere” nel vostro ruolino di marcia 2021. Dieci territori molto diversi fra loro per pedoclimi, base ampelografica, storia e cultura ma che sono accomunati dalla naturale vocazione a stupire senza effetti speciali, con forte identità e una biodiversità ancora integra. Areali che, a mio parere, sono cresciuto moltissimo in termini di qualità negli ultimi 2 lustri ma che hanno mostrato solo in parte il proprio enorme potenziale.

10 areali vitivinicoli italiani da scoprire e riscoprire nel 2021

Vini doc aquileia

Aquileia: c'è un tanto piccolo quanto storico areale vitivinicolo friulano che era rimasto fuori dal mio “radar enoico” per anni, nonostante continuassi ad assaggiare vini interessanti provenienti dalle sue vigne. Parlo della Doc Aquileia e, nello specifico, delle vigne e delle realtà della città che da il nome a questa denominazione. Una zona del Friuli Venezia Giulia in cui storia, arte e viticoltura si intrecciano da millenni, conferendo un inestimabile valore aggiunto all'ambito prettamente enoico. 
Quando si parla di Aquileia, infatti, è impossibile non partire dai fasti della gloriosa storia di una città fondata nel 181 a.C. per ordine di Roma, che fece arrivare in queste terre circa 3000 coloni latini, soldati e coltivatori con lo scopo di trasferire qui la potenza di Roma in piena espansione. Aquileia vide passare le regioni di Cesare nel I Secolo a.C. e le orde di Attila cinque secoli più tardi. 
A partire da Augusto (la sua seconda moglie Livia adorava il Pucinum tanto che lo considerò il suo elisir di lunga vita) fu un importante centro commerciale tra l'area danubiana ed il Mediterraneo, assistette all'espansione ed alla grandezza dell'Impero romano specialmente nei primissimi secoli d.C.. Svolse anche un importante ruolo religioso e di evangelizzazione, divenendo infine sede dell'omonimo Patriarcato dall'Alto Medioevo al 1751. 
Le testimonianze storiche di una florida viticoltura sono molte e tante sono quelle che hanno come soggetto il Refosco, chiamato Pucinum da Plinio il Vecchio che lo mise al primo posto tra i "vina generosa del mondo antico", celebrato dai Greci che lo chiamavano Pictaton, e citato in altri antichi scritti come Racimulus Fuscus in onore al suo ben noto Peduncolo Rosso. 
Per quanto concerne la pedologia della DOC Friuli Aquileia è la grande variabilità di tipologia di terreni a farla da padrona con zone più ghiaiose con marne giallastre fino e altre con presenza massiccia di argille scure più o meno miste a sabbia. La Doc Aquileia annovera 15 comuni, ma io ho scelto di focalizzare il mio ultimo viaggio solo sulla città dalla quale la denominazione prende il nome. Un vero e proprio "Cru" quello del micro-areale di Aquileia, contraddistinto da una buona omogeneità (nei limiti di una Doc molto variegata in termini pedoclimatici) con una netta prevalenza di terreni da argilloso/sabbioso privi di scheletro fino a zone completamente argillose, in alcune parcelle è possibile trovare più ciottoli. 
Il territorio è per lo più pianeggiante ma ciò che rende quest'area così storicamente vocata è la vicinanza dal mare che influisce positivamente sull'allevamento della vite, specie in termini di escursione termica. Le escursioni giorno-notte sono così forti da aver agevolato l'impianto e lo stanziamento in questa zona di vitigni aromatici e semi-aromatici giunti dal nord come il Traminer (aromatico) e il Muller Thurgau, che si uniscono alla Malvasia (Istriana). Un pool di varietali dai profumi spiccati ma resi eleganti dalle ponderate maturazioni e dal garbo che i produttori locali hanno sviluppato nell'interpretare questi vitigni. Se è vero che la Malvasia Istriana non può essere equiparata alla maggior parte della altre “malvasie” per ricchezza di zuccheri e aromaticità, lo sviluppo terpenico dato dalla forte escursione termica rende le Malvasie di questa zona molto molto interessanti per l'integrità del frutto e un'intrigante speziatura. Un viaggio tra storia, arte e viticoltura che vi farà sentire in una sorta di macchina del tempo in cui passato, presente e futuro si intrecciano senza soluzione di continuità.

colli euganei vino
Colli Euganei: è stato uno dei miei ultimi focus del 2020 e ha rappresentato il viaggio più interessante in termini pedologici di questo 2020. Parlo del mio tour enoico nei Colli Euganei, areale dalla geologia unica. Circa 43 milioni di anni fa che si formano accumuli di colate laviche solidificate a contatto con l'acqua. 
Ca. 8 milioni di anni dopo arriva la fase più importante per la morfologia del territorio che ancora oggi è visibile nella conformazione dei Colli. “Gli Euganei sono l’unica zona delle attuali Venezie dove fuoriescono abbondanti lave acide ricche in silice e assai viscose. Dal raffreddamento nascono rocce particolari, la riolite viene seguita da trachite e latite, con filoni di basalto a chiudere il ciclo. La forte spinta dei magmi solleva e frattura nei modi più disparati gli antichi strati del fondo marino che, fino ad allora, avevano conservato la conformazione originale. Gli Euganei assumono la forma suggestiva che li contraddistingue e che ancora oggi ammiriamo.” 
A modellare questo paesaggio saranno la successiva “ritirata” del mare dall'area e gli agenti atmosferici con la loro azione erosiva. 
Oggi, l'areale vitivinicolo dei Colli Euganei può vantare una delle pedologie più sfaccettate: dai terreni prettamente vulcanici (tipici i terreni ricchi di Riolite, Trachite e Latite), a quelli più marnosi (tipica marna euganea molto argillosa), passando per la tipica scaglia rossa (calcare argilloso ricco di fossili). Ognuno di questi terreni ha dimostrato particolare attitudine a diversi varietali e, probabilmente, questo è uno dei principali motivi per cui la base ampelografica dei Colli Euganei è così variegata: è stata la prima terra ad accogliere i vitigni bordolesi in maniera importante, grazie ai Conti Corinaldi che hanno messo a dimora i primi vigneti di Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc ma probabilmente anche Merlot e Carmenere; tra gli autoctoni resistono il Serprino, il Pinello, la Garganega e i Moscati (Giallo e Bianco) con il Moscato Giallo bandiera della docg locale Fior d'Arancio. Durante il mio ultimo viaggio sul territorio ho potuto riscontrare da parte di alcuni virtuosi vignaioli (giovanissimi) la voglia di riscoprire i “vecchi” vitigni autoctoni ormai quasi del tutto abbandonati, come la Marzemina Bastarda, la Turchetta e la Corbina. Di “contro” è indubbio che l'enologia contemporanea di questo areale abbia trasceso, almeno in parte, la tradizione rurale orientando le più alte espressioni enoiche verso vini prodotti con varietà alloctone ma non per questo poveri di identità, marcata da un territorio che non permette omologazione e che conferisce connotazioni definite e riconoscibili anche ai vini da vitigni “internazionali”.
Il clima è generalmente più mite rispetto alla pianura e vi consiglio di visitare i Colli Euganei anche in inverno, stagione nella quale potrete assistere al fenomeno dell'inversione termica che vi permetterà di scorgere le cime dei lievi rilievi emergere dal “mare” di nuvole quasi come stiano galleggiando.
Tra tutti i territori italiani quello dei Colli Euganei è, senza dubbio, il territorio più difficile da imbrigliare e da sintetizzare in poche e rappresentative espressioni enoiche e per quanto si possa pensare a questo aspetto come ad un limite, credo che per tutti gli appassionati e, anche, per gli addetti ai lavori questa terra rappresenti un'occasione! Sì, l'occasione di assaggiare tante singolarità varietali ed enologiche (sono molte e diverse le “filosofie” produttive che insistono sul territorio) con le varie matrici pedologiche e ancor più pedoclimatiche a delineare le peculiarità delle singole espressioni nel calice, dai vini più strutturati e profondi a quelli più agili e minerali. Un areale in cui non ci si stanca mai di scoprire nuove pedologie che si traducono in diverse espressioni nel calice.

cortona syrah vini
Cortona: quando si parla di Syrah, nel mondo, la mente degli appassionati e degli addetti ai lavori va diretta verso la Valle del Rodano e, magari, sulle sue espressioni australiane, ma c'è un micro-areale italiano che ha saputo abbinare la propria identità territoriale e varietale a questo nobile vitigno dalle origini ancora incerte: il cortonese. 
Il territorio della Doc Cortona (nata nel 2000) è uno dei più particolari di tutta l'enografia toscana, non solo per la bellezza della città che da il nome alla denominazione, bensì per l'intreccio fra la sua storia e quella del vitigno Syrah. 
Salendo fino ai 585 m. di Cortona ci si può lasciar suggestionare dalla biodiversità del paesaggio rurale della Valdichiana, in cui i vigneti sono presenti in maniera garbata e ponderata e non vige una monocultura. La produzione di vino in questo areale è storicamente documentata e seppur si producessero principalmente vini base Sangiovese e il “mitico” Bianco Vergine della Valdichiana, è con l'intuizione di alcuni produttori che, negli anni '60, trovarono alcune viti di Syrah nei propri vigneti e le propagarono comprendendone le enormi potenzialità, che oggi si parla della Syrah di Cortona come di una delle punte di diamante dell'enologia toscana. 
I vigneti della Doc Cortona si trovano tra i 300 e i 600m slm, su terreni prevalentemente composti da arenaria, marna e scisto, con presenza di depositi fluvio-lacustri, di argille e detriti di falda. 
Il micro-clima è caratterizzato dal influsso benevolo del vicino lago Trasimeno, che funge da termo regolatore favorendo una regolare maturazione delle uve 
Dal 2000 esiste un consorzio che si impegna a promuovere e valorizzare il territorio che ha visto aumentare gli impianti di Syrah fino agli attuali 300 ettari (ca.) in produzione. 
Sarà una delle mie prime tappe del 2021, in quanto vorrei approfondire le peculiarità delle singole ideali “sottozone” dell'areale cortonese. 

bianchello del metauro
Bianchello del Metauro: siamo nel nord delle Marche, a confine con la Romagna, dove troviamo una delle denominazioni più radicate e identitarie della produzione vitivinicola marchigiana. 
Un areale, quello del Bianchello del Metauro, che spazia dalle colline al mare Adriatico e abbraccia ben 18 comuni della provincia di Pesaro e Urbino, nella vallata del Metauro. 
Il Bianchello (anche detto Biancame, Biancuccio o Greco Bianco) affonda le sue radici nella storia (se ne ha testimonianza sin dal III secondo a.C.), ma non sempre è stato percepito come il vino che può e sa essere. Ecco perché diventa fondamentale un'iniziativa come quella dei produttori di Bianchello d'Autore che, con il supporto dell'IMT (Istituto Marchigiano di Tutela Vini), cerca di comunicare i passi avanti fatti dall'intero areale in termini di qualità, costanza e sostenibilità. 
Da anni sono convinto fautore di ogni tipo di unione fra produttori, specie quando a riunirsi sono produttori di nicchia e virtuosi e, per questo, vi invito ad approfondire la conoscenza dell'associazione Bianchello d'Autore, volta a valorizzare l'eccellenza vitivinicola di questo territorio, mostrandone in maniera coordinata potenzialità in termini di vocazione e biodiversità. Vini che riescono a manifestare in maniera spontanea e mai forzata il raro connubio fra tradizione e contemporaneità grazie all'affabilità del Bianchello e alle percezioni fresche e minerali che sa dare. Da non trascurare, inoltre, la duttilità dimostrata negli ultimi anni di questo varietale, che ha permesso alle cantine locali di produrre un range di referenze che contempla le versioni più giovani e agili, delle espressioni più strutturate e longeve e, persino, degli spumanti metodo classico davvero interessanti. Sono certo che girare per questa parte così integra e suggestiva delle Marche, tra mare e collina, vi farà comprendere a pieno la natura di questo areale e dei suoi vini.

villamagna doc
Villamagna: l'areale della Doc Villamagna vanta una plurisecolare tradizione nella coltivazione della vite e, in particolare, nell'allevamento del Montepulciano. Nonostante la storicità e la vocazione indiscussa, ha ottenuto la denominazione di origine controllata solo nel 2011, anno che ha finalmente delimitato la zona di produzione che si trova nell’omonimo comune di Villamagna e nei comuni limitrofi di Vacri e Bucchianico, dando ad essa i caratteri di una sorta di “Grand Cru” del Montepulciano d'Abruzzo. Sono solo 85 gli ettari di vigneto che rientrano nel microareale del Montepulciano di Villamagna Doc. I vigneti sono locati tra i 30 e i 180 metri di altezza dal livello dei fiumi, a 10 km dalle coste del mare adriatico e a 10 dalle cime innevate della Majella. Posizione che induce un peculiare microclima che, unito alla matrice pedologica di queste terre (principalmente calcareo-argillosa), risulta ottimale per la coltivazione del Montepulciano. Le forti escursioni termiche giorno-notte permettono, inoltre, una buona preservazione dell'acidità e un ideale sviluppo dei precursori aromatici. Complessità e longevità sono le parole chiave di questo territorio che vale la pena approfondire anche grazie al supporto e ai vini dei produttori della neonata associazione “Generazioni del Villamagna Doc”.

durello vigneti monti lessini
Monti Lessini: quando parliamo di spumanti (in particolare metodo classico) italiani pensiamo sin troppo spesso a denominazioni a trazione alloctona in termini ampelografici ma esiste un piccolo areale che, negli ultimi anni, sta dimostrando con forte caparbietà e verticale dedizione una particolare vocazione alla produzione di un'uva dalla naturale predisposizione alla spumantizzazione. Parlo dell'areale dei Monti Lessini e dell'uva Durella. 
Un territorio, anch'esso, dalla palese biodiversità, in cui l'alternanza fra boschi, prati e vigneti permette di preservare un'integrità in termini di insetti predatori e impollinatori, di microrganismi indigeni che vivono in simbiosi con le piante, indici di salubrità del contesto vitivinicolo e induttori di qualità della produzione vitivinicola. 
Il tutto tutelato dalla riserva naturalistica del Parco Naturale dei Monti Lessini, che incentiva i produttori del Lessini Durello DOC all’adozione di logiche agricole rispettose e sostenibili. 
L’area compresa nella zona a DOC del vino Monti Lessini si estende nella porzione collinare dei Lessini orientali a cavallo del confine tra le province di Verona e Vicenza. 
Uno dei parametri più interessanti da valutare è sicuramente il grande dislivello altimetrico che nell'areale è di ca. 800 m. 
La matrice dei terreni non è omogenea ma a predominare, negli areali interessati oggi alla coltivazione della vite soprattutto nei versanti collinari della Val d’Alpone e della Val di Chiampo, fino alla Valle dell’Agno, sono rocce vulcaniche e vulcanico-detritiche basiche. 
I suoli che ne derivano sono moderatamente profondi, con tessitura fine e con scheletro basaltico scarso in superficie ma più abbondante in profondità. 
Questi terreni uniti al particolare micro-clima sono ideali per la coltivazione della vite ma a fare la differenza per quanto concerne la predisposizione delle uve ivi prodotte alla spumantizzazione sono due fattori: la possibilità di spostarsi in quota per massimizzare le escursioni termiche che preservano acidità e sviluppano aromi; il sistema di allevamento, principalmente a pergola, che permette di alleviare gli effetti del global warming e di mantenere la freschezza ideale per la produzione di spumanti verticali, profumati, ma non “verdi”.
Chi visiterà questo areale si imbatterà in un'evoluta percezione territoriale che prevede già una zonazione ben definita che consta di 15 cru: Val Leogra Monte di Malo, Trissino, Vestenanova, Cattignano, San Giovanni, Madarosa, Calvarina, Piani, Duello, Brenton, Santa Margherita, Agugliana, Chiampo, Arzignano.
Per quanto concerne il disciplinare di produzione, attualmente, il Durello spumante prevede un uvaggio o un taglio con un minimo di 85% di uva Durella, con possibili aggiunte di Chardonnay, Garganega, Pinot Bianco e Pinot Nero, ma molti dei produttori prediligono la purezza. Con la nuova modifica dei disciplinari di produzione le DOC sono diventate due:
Il Lessini Durello, cioè il metodo Martinotti (o charmat) ottenuto esclusivamente con la rifermentazione in autoclave.
Il Monti Lessini ottenuto da metodo classico con una permanenza sui lieviti per almeno 24 mesi; dai 36 mesi potrà fregiarsi della menzione riserva.

campi flegrei vino
Campi Flegrei: il fascino dei territori vulcanici e la loro innata vocazione alla viticoltura di qualità sono valori che mi hanno sempre incuriosito e attratto. 
Quella dei Campi Flegrei è, senza tema di smentita, una delle aree di natura vulcanica più interessante d'Italia, eppure, negli ultimi anni, la sensazione è che abbia subito un calo di attenzione notevole. La cosa che mi dispiace di più è che questo calo di attenzione è, a mio parere, inversamente proporzionale alla qualità raggiunta dai vini locali. 
Parliamo di un areale abbastanza vasto, situato a nord-ovest della città di Napoli. “Geologicamente l'area dei campi flegrei è una grande caldera in stato di quiescenza con un diametro di 12–15 km nella parte principale, dove si trovano numerosi crateri, piccoli edifici vulcanici e zone soggette a vulcanismo di tipo secondario (fumarole, sorgenti termali, bradisismo...). In tutta la zona sono visibili importanti depositi di origine vulcanica e sono presenti dei laghi di origine vulcanica (Lago d'Averno), e laghi originatisi per sbarramento (Lago Fusaro, Lago di Lucrino e Lago Miseno).” 
Una viticoltura radicata nella tradizione del territorio che impone, in molte zone, un approccio “artigianale” alle lavorazioni agronomiche. E' importante, però, sottolineare che è l'avvento di una maggior consapevolezza tecnica che ha fatto fare il salto di qualità a molte piccole realtà che sono passate da una produzione di tipo “casalingo” a traformarsi in vere e proprie aziende vitivinicole. 
Il clima dell'area vesuviana è di tipo mediterraneo, con inverni miti e piovosi ed estati calde con i vigneti che possono godere dell'azione benefica della costante brezza marina. 
I vitigni più coltivati sono la Falanghina e il Piedirosso (o per'e palummo), entrambi varietali capaci di tradurre l'identità di questo particolare territorio in maniera fedele e fine. Sono freschezza e mineralità le peculiarità da ricercare nei vini dei Campi Flegrei. Caratteristiche che vanno a sommarsi e ad integrarsi perfettamente con il calore degli animi dei vignaioli locali e con la fertilità delle terre vulcaniche. Un areale quello della Doc Campi Flegrei, ricco di storia e degno di essere visitato e vissuto in profondità che, sono certo, vi stupirà attraverso l'unicità dei vigneti e la personalità dei vini locali.

bramaterra e lessona
Bramaterra e Lessona: siamo in Alto Piemonte, comprensorio all'interno del quale sono racchiuse alcune delle più interessanti e peculiari denominazioni della regione. Quest'anno il mio consiglio è quello di visitare tutte le denominazioni e di dedicare particolare attenzione ai due areali di produzione delle Doc Bramaterra e Lessona.
I suoli nei quali affondano le proprie radici i vigneti della Doc Bramaterra spaziano da quelli ricchi di rocce vulcaniche (supervulcano della Valsesia), fino alle sabbie marine Pliocenche. Disfacimento porfirico ma anche vene calcaree rare nel comprensorio dell'Alto Piemonte. 
Lessona può essere considerata, invece, una lingua di sedimenti marini che poggia su di una roccia porfirica profonda con i terreni sabbiosi a prevalere.
Le basi ampelografiche dei due micro-areali sono simili (fatta eccezione per la Croatina) ma differenti nelle percentuali di impianto per via dei diversi disciplinari di produzione che prevedono: 
- Nebbiolo/Spanna dal 50% all'80% per il Bramaterra, con la Croatina fino ad un massimo del 30% e l'Uva Rara (Bonarda novarese) e la Vespolina da sole o congiuntamente fino ad un massimo del 20%; 
- Nebbiolo/Spanna dall'85% al 100%, con la possibilità di inserire nell'eventuale uvaggio o blend singolarmente o congiuntamente la Vespolina e l'Uva Rara (Bonarda novarese) fino  ad un massimo del 15%. 
Avremo, quindi, vini a trazione “Nebbiolo” a Lessona e vini da uvaggio o blend di territorio molto caratteristici a Bramaterra. Le differenze nel calice, però, non sono date soltanto dalla base ampelografica ma sono proprio le matrici pedologiche di cui vi ho parlato poc'anzi a determinare in maniera netta le caratteristiche organolettiche identitarie dei vini delle due denominazioni: avremo (al netto delle singole espressioni enologiche) vini più freschi, dalla struttura meno imponente e dalla trama tannica fine e dalla percettibile ma mai ostentata eleganza a Lessona e vini più forti, caparbi e profondi a Bramaterra, con la percentuale di Croatina a fare la differenza anche in termini di struttura e colore.
Due volti di un Alto Piemonte che rappresenta negli ultimi anni l'Eldorado dei cultori di quei vini che sanno coniugare tradizione e contemporaneità senza mai perdere la propria spiccata identità territoriale. Visto che ci siete, una volta visitate le due aree del Bramaterra e del Lessona, fate un salto anche a Boca, Ghemme, Sizzano, Fara e Gattinara per finire nelle stupende Valli Ossolane. 

sorso e sennori vino
La Romangia di Sorso e Sennori: la Sardegna è una delle regioni alle quali mi sono di più dedicato negli ultimi anni e posso dire, ad oggi, di aver toccato quasi tutti gli areali vitivinicoli ma di averne conosciuto approfonditamente solo una piccolissima parte, in quanto non vi è territorio più ricco di sfaccettature in termini enoici dell'isola dei nuraghi. 
Eppure, c'è una zona che ho avuto modo di conoscere meglio di altre e proprio per questo il mio invito di questo 2021 la vede protagonista. Parlo della Romangia e dell'areale vitivinicolo di Sorso e Sennori. 
Siamo nella Sardegna Nord-Occidentale. La formazione dei substrati abbraccia un arco di tempo compreso fra il Miocene e l’Olocene. 
Una morfologia affascinante, che vede oggi una conformazione ad anfiteatro delle colline che guardano il mare a nord e degradano in maniera garbata verso la costa, salvo dove il profilo del versante viene interrotto dall’affioramento di caratteristiche testate di strati rocciosi più resistenti all’erosione che proteggono le formazioni sottostanti. Una zona vitivinicola che abbraccia la quasi tutta la Costa Occidentale e va dalla Marina di Sorso alle Colline di Sennori. 
I suoli spaziano da quelli a matrice calcarea e marnosa, con tessitura da franca ad argillosa, a quelli più sabbiosi. 
L’altitudine dei terreni coltivati a vite è varia dal livello da pochi mt s.l.m a 350 mt s.l.m.
La coltivazione della vite nel territorio ha origini antichissime e la sua storia è strettamente legata all'identità e alla tradizione del territorio, espresse con orgoglio dai vignaioli locali dediti principalmente alla coltivazione di vitigni tipici come: il Moscato (bianco), il Cannonau, il Cagnulari, il Vermentino (più recentemente) ma anche il Bovale Sardo, la Caricagiola, il Girò e il Pascale di Cagliari.
Il clima dell'areale è di tipo semi-arido nei mesi estivi, con scarse piogge e una buona temperatura media annuale senza particolari picchi dei mesi di luglio ed agosto e una buona escursione termica in pre-vendemmia. L'irraggiamento solare e l'esposizione ai venti marini sono fattori fondamentali per una corretta maturazione e una salubrità “naturale” dei vigneti. Unico “nemico” il vento che forte e carico di sale non manca di sferzare i vigneti più a ridosso della costa. Suggestive le barriere di canne che potrete trovare a protezione di alcuni vigneti. Ad oggi la Doc Sorso e Sennori contempla il solo moscato ma un gruppo di produttori si sta prodigando per allargare la denominazione agli altri vini prodotti da vitigni tipici del territorio.
Un'areale davvero ricco di fascino che non potrete fare a meno di visitare una volta che chiuderete gli occhi e vi immaginerete on un calice di vino appena acquistato in una delle virtuose cantine locali godendovi la vista dell'Asinara da uno dei vigneti della zona.

ruchè vigne
Le terre del Ruchèla Docg del Ruchè e i suoi 7 comuni rappresentano la mia più bella scoperta degli ultimi anni in termini di La DOCG arriva nel 2010, dopo un lavoro di consolidamento tra i produttori ed una revisione restrittiva del disciplinare, che non cambia però l’areale di produzione, già ben individuato nella prima stesura. Infatti, se l’esposizione e l’altitudine sono fattori significativi, fondamentale per questo vitigno è il suolo: quei terreni calcarei delle roche, poveri, sciolti e ricchi di fossili, dove il ruché meglio riesce a sviluppare la complessità della sua gamma aromatica. 
Arrivati a Castagnole Monferrato verrete accolti da un cartello con su scritto “Se a Castagnole qualcuno Monferrato qualcuno vi offre il Ruchè è perché ha piacere di voi” e questo vi dice già molto sull'importanza di questo vitigno e del vino da esso prodotto in questo territorio. 
Un'importanza che oggi è così rilevante grazie alla storia che vi accompagnerà nel vostro viaggio alla scoperta delle terre del Ruchè, ovvero quella di Don Giacomo Cauda. Fu proprio questo parroco vignaiolo ad intuire per primo (almeno in epoca “moderna”) che “quel vino aveva qualcosa di unico” e col tempo il Ruchè ha ammaliato anche la comunità di viticoltori locali, tanto che, oggi, sono 185 gli ettari iscritti all'albo, distribuiti nei 7 comuni della denominazione (DOC nel 1987 e DOCG nel 2010 grazie all'operato dell'Associazione dei Produttori del Ruchè di Castagnole Monferrato): Castagnole Monferrato, Grana, Montemagno, Portacomaro, Refrancore, Scurzolengo e Viarigi. Una zona in cui la biodiversità vi stupirà e l'ospitalità dei produttori e delle persone del luogo farà da perfetto abbinamento al calore suadente e intrigante del Ruchè. Suggestiva e di fondamentale importanza in termini storico-enoici la presenza degli infernot riconosciuti dall'Unesco come patrimonio dell'umanità.
Il Ruchè è un vino dall'identità netta e peculiare, che mi ha catturato sin dal primo istante tanto da esserne divenuto ambasciatore e non posso esimermi dal consigliarvi di approfondirne la conoscenza dalla vigna al bicchiere.


Il mio invito è quello di provare a visitare questi 10 territori (+1) non appena ce ne sarà la possibilità, ma qualora non riusciste a farlo, potete iniziare a conoscere questi areali cercando gli articoli di approfondimento su wineblogroll.com e, ancor più, assaggiando i vini dei produttori di ciascuna denominazione e di ciascuna zona sostenendo la filiera in questo difficile periodo.

F.S.R.
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