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venerdì 26 febbraio 2021

Tra i nuovi 10 Masters of Wine c'è finalmente un italiano: Gabriele Gorelli MW

La notizia sta facendo il giro del web!
L'Institute of Masters of Wine ha annunciato 10 nuovi MW e per la prima volta, tra di essi, c'è un italiano: Gabriele Gorelli.
E' proprio quella che è considerata la massima istituzione dei “wine experts” a comunicarlo, ponendo proprio l'attenzione sul primo successo di un italiano in un percorso tentato da molti ma mai portato a termine da un nostro connazionale sino ad ora.
Si legge nel sito www.mastersofwine.org:
“Provenienti da cinque paesi, i nuovi membri di IMW - incluso il primo MW italiano - sono James Doidge MW (Regno Unito), Gabriele Gorelli MW (Italia), Susan Lin MW (Stati Uniti), Moritz Nikolaus Lueke MW (Germania), Sophie Parker -Thomson MW (Nuova Zelanda), Álvaro Ribalta Millán MW (Regno Unito), Tze Sam MW (Regno Unito), Melissa Saunders MW (Stati Uniti), Kryss Speegle MW (Stati Uniti) e Clare Tooley MW (Stati Uniti).
Master of wine italiano primo gabriele gorelli

Attualmente ci sono 418 MW a livello globale: 149 donne e 269 uomini che vivono o lavorano in 32 paesi. Dal primo esame nel 1953, 493 persone sono diventate un MW.
Gli MW hanno dimostrato la loro comprensione di tutti gli aspetti del vino superando l'esame Master of Wine, riconosciuto in tutto il mondo per il suo rigore e gli standard elevati.
L'esame MW si compone di tre parti distinte: la teoria e gli esami pratici sostenuti alla fine della fase due e il documento di ricerca presentato alla fine della fase tre. L'RP è uno studio approfondito su un argomento legato al vino da qualsiasi area delle scienze, delle arti, delle scienze umane o delle scienze sociali.
Oltre a superare l'esame e prima che i nuovi membri abbiano il diritto di utilizzare il titolo di Master of Wine o le iniziali MW, devono firmare il codice di condotta dell'IMW. Firmando il codice di condotta, i MW accettano di agire con onestà, integrità e di utilizzare ogni opportunità per condividere la loro comprensione del vino con gli altri.
I principali paesi in cui hanno sede i MW in tutto il mondo sono Australia (28), Canada (10), Francia (18), Nuova Zelanda (15), Regno Unito (210) e Stati Uniti (56).“

Chi sono i Masters of Wine?
"I Masters of Wine rappresentano un'ampia varietà di professioni nel mondo del vino. Alcuni viaggiano per il mondo come consulenti, mentre altri mettono radici come enologi per produrre la propria espressione di un particolare terroir. Tra i MW ci sono produttori di vino, importatori esportatori, buyers, imprenditori, rivenditori, accademici, sommelier, educatori del vino, scrittori, giornalisti ecc...
L'unica cosa che hanno in comune è la loro esperienza condivisa nel programma di studio MW, un viaggio autodiretto che richiede dedizione e motivazione."

Come di diventa Master of Wine?
E' importante far notare che per affrontare il percorso di studi e la serie di esami che portano al conseguimento del titolo di MW sembra rappresentino requisiti di base almeno 5 anni di esperienza nel mondo del vino, il 4° livello del WSET e, ovviamente, la conoscenza delle lingue.

Riguardo ai costi di iscrizione se ne leggono molte, ma in realtà non è così elevata quanto qualcuno vuole far credere. Ciò che rende molto elitario e dispendioso in termini di energie, tempo e denaro sono le trasferte e i viaggi di approfondimento nei principali areali vitivinicoli globali che ogni candidato al titolo di MW deve necessariamente affrontare.

"Un percorso sicuramente impegnativo, ma non solitario. Al momento dell'adesione al programma al candidato viene assegnato un Master of Wine come mentore e non mancheranno frequenti opportunità di incontrare gli altri studenti, i MW e altri leader del settore durante seminari e lezioni.
Fondamentale è la possibilità di aderire a viaggi studenteschi nelle più importanti zone vitivinicole al mondo, con un accesso preferenziale ad alcuni dei più grandi produttori. Ai più virtuosi vengono assegnate borse di studio che possono agevolare il percorso sotto l'aspetto economico."

Il programma
Il programma è disponibile online per farsi un'idea. Ogni candidato può studiare da qualsiasi parte del mondo, con la possibilità di partecipare a seminari presso uno i centri di studio dell'IMW in Australia, Asia, Europa e Nord America. Il programma prevede tre fasi e il tempo minimo necessario per qualificarsi come MW è di tre anni. Tuttavia, la maggior parte degli studenti impiega più tempo per fare una pausa durante gli studi, per affinare le proprie capacità di degustazione o per ripetere gli esami. Ogni fase del programma si svolge in un periodo di tempo limitato.

Ecco i nuovi 10 Masters of Wine
Come potrete osservare dai profili tratti dal comunicato di ieri del Masters of Wine Institute, si tratta di professionisti che ricoprono già ruoli di spicco in diverse aree del comparto vino, dalla produzione alla vendita, passando per la formazione e il marketing:

"James Doidge MW (Regno Unito) è buyer e amministratore delegato di un importatore specializzato, il Wine Treasury di Londra, dove negli ultimi 20 anni ha sviluppato una particolare specialità nei vini del Nord America. Si è laureato in francese e tedesco all'Università di Durham, ma crede che le sue vacanze d'infanzia trascorse nel Beaujolais e nel sud della Francia abbiano fatto di più per la sua carriera vinicola rispetto allo studio della tragedia francese del XVII secolo o del teatro espressionista tedesco. Al contrario, la sua introduzione nella Napa Valley nei suoi primi giorni come acquirente di vino da casinò del West-End ha cambiato la carriera. Vive nell'Hampshire, dove si trova spesso da qualche parte su una bici da strada.

Susan Lin MW (Stati Uniti) è a capo delle competenze enologiche per il rivenditore online di vini pregiati Belmont Wine Exchange nella Baia di San Francisco, che serve clienti in tutto il mondo. Come consulente, cura collezioni di vini, progetta programmi sul vino ed è specializzata in abbinamenti ed eventi musicali di vino e liquori.

Moritz Nikolaus Lueke MW (Germania) è cresciuto a Berlino e ha lasciato la città per la sua prima esperienza vinicola e vendemmia presso la cantina Georg Breuer nel 2001. Durante i suoi studi di enologia presso l'Università Geisenheim, dove si è laureato nel 2006, ha maturato esperienza lavorando per aziende vinicole nella Yarra Valley, la Nahe , Rheingau, a Pouilly Fume e Creta.

Sophie Parker-Thomson MW (Nuova Zelanda) è una produttrice di vino e consulente del settore vinicolo con sede a Marlborough. Cresciuta nelle regioni vinicole della Nuova Zelanda di Gisborne e Central Otago, la vinificazione e l'ospitalità erano endemiche dell'educazione di Sophie.

Álvaro Ribalta Millán MW (Regno Unito), originario di Barcellona, si è trasferito a Londra nel 2006 dopo aver completato la sua laurea in ingegneria meccanica. La sua passione per il vino si è sviluppata in diversi anni, lavorando in ristoranti ed enoteche nella capitale del Regno Unito. Negli anni seguenti, Álvaro ha studiato tutte le qualifiche WSET, terminando il suo Diploma nel 2014, per il quale ha vinto le borse di studio Lustau e Derouet Jameson. Nel 2011, Álvaro ha conseguito un master in ingegneria gestionale e ha svolto la tesi finale in uno stabilimento di imbottigliamento di vino in Veneto, Italia. Lavora per Indigo Wine dal 2014, attualmente come direttore dello sviluppo aziendale, e ha svolto lavori di raccolta a Bierzo, Douro, Jerez e Uco Valley.

Tze Sam MW (Regno Unito), nata e cresciuta a Singapore, Tze, ha svolto diverse attività nei settori del vino, della birra e degli alcolici. Dopo un periodo presso Fetch Media e all'interno di Dentsu Aegis Network, Tze è attualmente direttrice dei servizi clienti presso Jellyfish, dove è a capo del team di marketing mobile e app. Il suo interesse per il vino è iniziato presto a Singapore, dove era una frequente intrusa a degustazioni e cene in varie società vinicole. Questa passione per il vino ha continuato a svilupparsi all'università e oltre. Affianca al lavoro il suo ruolo di presidente della Oxford and Cambridge Alumni Wine Society, gestendo un calendario di degustazioni guidate dai produttori a Londra e allo stesso tempo fornisce consulenza sull'acquisto di vino e l'abbinamento cibo per ristoranti selezionati.

Melissa Saunders MW (Stati Uniti), nata a New York, Melissa si è trasferita in Italia dopo la laurea in letteratura inglese, dove ha maturato la sua grande passione per l'enogastronomia. La scuola di giurisprudenza ha fatto tornare Melissa a New York, dove si è iscritta ai corsi del diploma WSET, ha mangiato e bevuto bene quando possibile. La prima introduzione di Melissa nel business del vino è stata la pratica legale presso un'azienda specializzata nella regolamentazione delle bevande alcoliche. Nel 2009 ha fondato Communal Brands, una società di importazione e distribuzione di vino. Il portafoglio è composto da piccoli vignaioli impegnati in pratiche rispettose dell'ambiente in vigna e in cantina. Espandendo l'impegno per la sostenibilità, ha recentemente avviato Wine Queen, un'azienda di consulenza che si concentra sul packaging del vino ecologicamente responsabile.

Kryss Speegle MW (Stati Uniti) è una produttrice di vino, un'educatrice e una professionista delle vendite con sede negli Stati Uniti. Ha una laurea specialistica in scienze alimentari / enologia presso la U.C. Davis e un diploma WSET. La sua esperienza di produttrice include vendemmie nella Napa Valley, in Germania e in Nuova Zelanda e un ampio lavoro nelle regioni costiere e interne della California. Dal 2011 Kryss lavora con O'Neill Vintners and Distillers.
Ha ricoperto ruoli di leadership nella vinificazione, nelle vendite e nello sviluppo del business. Insegna anche alla Napa Valley Wine Academy, dove le sue lezioni includono il curriculum WSET e programmi personalizzati per clienti privati.

Clare Tooley MW (Stati Uniti) vive in California. È la direttrice dello sviluppo del vino per Lionstone International sourcing per club di vini nazionali, tra cui Wall Street Journal, Laithwaites, Virgin, TCM, NPR e National Geographic. Ha iniziato la sua vita vinicola a Londra con John Armit Wines dopo aver conseguito una laurea in francese e spagnolo e una borsa di studio corale presso il Clare College, Università di Cambridge. Entrata a far parte di Direct Wines Ltd come acquirente nel 2000, si è trasferita in Francia nel 2006. Ha vissuto vicino a Bordeaux per otto anni, gestendo la cantina del gruppo e viaggiando molto in Nord America, Europa e Asia. Clare è un'Accademica di Champagne (classe 2004) ed è stata inserita come Cavaliere di Borgogna, Bordeaux e Champagne."

IL PRIMO MASTER OF WINE ITALIANO
Poi c'è il nostro Gabriele Gorelli per il quale vale la pena dilungarsi un po' e, in attesa di una mia futura intervista al nuovo MW, vi lascio al comunicato stampa appena emesso da Fcomm.

"Il The Institute of Masters of Wine, la più autorevole ed antica organizzazione dedicata alla conoscenza ed al commercio del vino, accoglie tra i suoi ranghi il primo rappresentante italiano di sempre. A scalare l'Olimpo della storica associazione inglese, vera e proprio ONU del vino, capace di catalizzare rapporti ed interessi di alto livello, di natura economica e culturale, è Gabriele Gorelli. Classe 1984, nato e cresciuto a Montalcino, terra del Brunello, cui è legato da profonde radici familiari, negli anni ha costruito un enorme bagaglio di conoscenze in campo enoico. Che spaziano dalla viticoltura alla comunicazione e all'economia, facendone uno stimato brand builder di aziende enoiche, importatori e grandi ristoranti. Senza mai perdere di vista il fine ultimo di un percorso iniziato nel 2014, che l'ha visto crescere ed affermarsi come uno dei punti di riferimento nella comunicazione del vino italiano all'estero.

I Masters of Wine nel mondo, così, diventano 418, meno delle persone mai state nello spazio, una élite che intreccia rapporti e competenze ai livelli più alti. Per questo è tanto importante, per l'Italia, avere un proprio rappresentante. Un ambasciatore al servizio di tutti, capace di portare un contributo nuovo e decisivo nelle dinamiche che muovono i gangli del commercio e dell'educazione al vino. Un “tavolo” da cui l'Italia, il Paese con la più antica, ricca e complessa tradizione enoica al mondo, è stata sin qui assente, al quale adesso è pronta a sedersi. Senza alcun timore riverenziale, perché il successo dei Masters of Wine risiede prima di tutto nella capacità di approfondire ed ampliare le conoscenze, valorizzando le differenze e le peculiarità, di cui il Belpaese non è secondo a nessuno.

“Il ruolo dei Masters of Wine, storicamente, non è certo quello di piegare la produzione del vino al gusto imperante. Al contrario, è quello di rendere accessibile e comprensibile a tutti le eccellenze, valorizzandole e creando valore aggiunto lungo tutta la filiera”, commenta Gabriele Gorelli, che tra le altre cose ha curato la sezione italiana della Sotheby’s Wine Encyclopedia 2020. “È fondamentale che un Paese complesso come l'Italia, da un punto di vista ampelografico, storico, stilistico, possa contare su un ambasciatore che lo rappresenti in ambito internazionale. Ancora oggi, nonostante il sapere enciclopedico degli anglosassoni, resistono convinzioni e pregiudizi sedimentati nei decenni, che restituiscono un'immagine distorta di quello che è il patrimonio enologico italiano. Perciò è fondamentale che ci sia qualcuno pronto a mettersi a disposizione dell'intera filiera, con la credibilità, l'autorità, ma anche il tono di voce ed il linguaggio adeguati, per rappresentare e raccontare l'Italia ed i suoi vini nel complesso universo del trade internazionale”, aggiunge Gabriele Gorelli.

Che oggi ha chiuso un cerchio, con una tesi sperimentale su un argomento tecnico sempre più attuale, ossia la lotta ai precipitati di quercetina nel vino imbottigliato:“Quercetin precipitation in Brunello di Montalcino. What are the organic fining methods to prevent this phenomenon occurring in bottle?”. Alle spalle, un percorso impegnativo, iniziato nel 2014, quando Firenze accolse il quadriennale Symposium del The Institute of Masters of Wine. Un'apertura all'Italia che spinse tanti professionisti del vino a tentare la scalata, partendo, nel 2015, con lo “Stage One”, primo grande scoglio. Superato al termine del tradizionale seminario, ospitato in quell'occasione a Rust, in Austria: 12 vini alla cieca e due essay, che hanno spalancato a Gabriele le porte dello “Stage Two”. Il 2016 e il 2017 sono stati gli anni della formazione e dell'internazionalizzazione, alla scoperta delle principali regioni vitivinicole mondiali. Un biennio scandito dai viaggi, dalle relazioni professionali e personali, dallo studio dei grandi temi della viticoltura e dell'enologia mondiale: in sostanza, le fondamenta su cui costruire la credibilità di un Master of Wine.

Nel 2018, così, Gabriele diventa il primo italiano a superare la parte pratica dello “Stage Two”, il secondo step dell'esame finale, in cui il candidato analizza e racconta 36 vini, degustandoli alla cieca, in tre batterie da 12 durante tre giorni, in cui ha un ruolo apicale la comunicazione. È fondamentale, specie nei tredici essay della parte teorica, contestualizzare le conoscenze teoriche di viticoltura, enologia, controllo qualità e mercato in un ambito pratico, prestando attenzione alla sostenibilità economica, alle dimensioni aziendali, al regime agricolo. “Un Master of Wine -aggiunge Gabriele Gorelli- non deve "indovinare" i vini, ma dimostrare di averli compresi. Può sbagliare a riconoscere la varietà e la provenienza, entro certi limiti, ma è richiesta una grande sensibilità nel valutare lo stile produttivo e, soprattutto, la qualità. Ogni batteria di vini è un saggio che il candidato è chiamato a scrivere riguardo a provenienza, varietà, metodo di produzione, posizionamento nella piramide qualitativa e collocamento commerciale. La descrizione del vino segue una logica che porta a dare delle conclusioni, è un piccolo essay in cui si devono usare capacità analitica ed efficacia comunicativa. L'obiettivo è dimostrare che si ha un bagaglio di conoscenze abbastanza importante da poter rispondere ai quesiti posti, mettendo in fila i propri argomenti e producendo un saggio bilanciato nelle opinioni, realistico e ben motivato”, chiosa il neo Master of Wine Gabriele Gorelli. Gli inglesi, pur non avendo millenni di storia alle spalle, come produttori, sanno essere pragmatici e metodici, e basare le proprie scelte su indicatori oggettivi. In conclusione, è questo il plus che un Master of Wine garantisce: il metodo di lavoro, l'organizzazione e la gestione strategica dei problemi."

Sono certo che per l'Italia del vino questa nomina rappresenterà uno stimolo importante all'internazionalizzazione di visioni spesso troppo introspettive e poco illuminate. Il fatto che paesi del "vecchio mondo" come l'Italia e la Francia, nonostante la propria storia enoica e le grandi competenze medie degli operatori del settore, non vantino numeri importanti neanche tra le fila dei candidati a MW che si sono susseguiti negli anni, è sintomatico di quanto il mondo anglosassone, sia per una questione idiomatica che per un approccio più didattico e scevro da condizionamenti profondi e radicati (positivi e negativi) come i nostri, sia più predisposto a questo genere di percorso formativo prima e professionale poi. Sono certo, però, che il traguardo raggiunto da Gabriele fungerà da stimolo per molti professionisti del vino italiano che nei prossimi anni si cimenteranno con questa ardua sfida.

Per Montalcino, inoltre, un altro fiore da mettere all'occhiello che conferma questa meravigliosa terra capace di produrre non solo grandi vini ma anche importanti talenti in tutti i comparti della filiera enoica.

Ancora congratulazioni a Gabriele che spero di ritrovare tra pochi giorni a Montalcino per qualche scambio di vedute sulle nuove annate in anteprima e sul futuro del vino italiano.


F.S.R.
#WineIsSharing


Fonti: https://www.mastersofwine.org/news/ten-new-masters-of-wine 
C.S. Fcomm srl 

mercoledì 24 febbraio 2021

Montalcino è l'areale vitivinicolo con la più alta qualità media percepita in Italia

Chi mi conosce sa quanto io veda nella rete e nei social un ottimo strumento per sondare il sentire comune riguardo alcuni importanti temi enoici. Sovente mi capita di porre domande a chi mi legge per comprendere se le mie personali percezioni – ergo, soggettive – possano o meno ricalcare quelle che sono le opinioni di un bacino adeguatamente ampio di appassionati e addetti ai lavori.
Faccio questa premessa in quanto tempo fa ebbi l'ardire di porre questo quesito:
“Qual è secondo voi l'areale vitivinicolo italiano con la più alta qualità media percepita?”
Io mi esposi dopo pochi istanti, essendo stato tirato in ballo da chi interagiva, e mi resi conto che la mia risposta era condivisa da gran parte degli interlocutori. Non si trattava di valutare i picchi qualitativi, i premi o i punteggi della critica enoica italiana e straniera, bensì di dare il proprio parere, a fronte di decine, centinaia o, magari, migliaia, di assaggi (ovviamente di un range di realtà differenti, lungo la verticale del tempo), riguardo la linearità qualitativa di un'intera denominazione.
Quale fu la mia risposta, nonché quella più condivisa? Montalcino.
Montalcino Brunello miglior areale vino
Un dato parziale, ottenuto da un semplice scambio di opinioni sulla rete, ma l'esperienza mi insegna che questo tipo di interazione e di esposizione di massa può e sa, spesso, dare indicazioni concrete e realistiche del sentimento comune. Interessante come alla richiesta di argomentazioni in molti abbiano apportato alla discussione comparazioni importanti, con alcune delle più grandi denominazioni in Italia e nel mondo, prendendo come riferimento i prezzi medi e la crescita degli ultimi 20 anni delle realtà produttive in termini di numero e di qualità.
Per quanto mi riguarda, non amo classifiche o indici di gradimento, ma credo che quello scambio di vedute possa fungere da base per una discussione più ampio riguardo ciò che Montalcino e il Brunello sono oggi, a prescindere dalla storia, per quanto fondamentale essa sia.

Qualche dato
Vigneto: oltre 4.300 ettari di vigneto di cui 3.150 iscritti a Doc e Docg (2.100 a Brunello, contingentati dal 1997, 510 a Rosso di Montalcino, 50 a Moscadello, 480 a Sant’Antimo) e la restante parte riservata ai vini Igt, su un comprensorio di 24mila ettari che coincide con il Comune di Montalcino, 40 km a Sud di Siena, delimitato dalle valli dell’Orcia, dell’Asso e dell’Ombrone. Un territorio unico per biodiversità, caratteristiche morfologiche e climatiche, coperto per il 50% da bosco e incolti, per il 10% da oliveti e solo per il 15% dalle vigne con la restante parte a seminativo, pascoli e altre colture. Il clima, mediterraneo e prevalentemente mite, assicura alle uve un processo di maturazione ottimale, anche grazie alla continua presenza di vento.
Un vigneto, quello di Montalcino, che oggi sfiora un valore di quasi 1 milione di euro per ettaro, per un totale di oltre 2 miliardi di euro. Il 4.500% in più rispetto a cinquant’anni fa, con una crescita costante che non sembra fermarsi ora alla luce di nuove importanti trattative registrate tra le colline montalcinesi.
Produzione: sono oltre 141mila gli ettolitri di vino usciti dalle cantine di Montalcino nel 2019, tra Brunello (96.722 hl), Rosso di Montalcino (34.249 hl), Moscadello (436 hl) e Sant’Antimo (9.992 hl). Una produzione per circa il 70% destinata all’export e che, per quanto riguarda il Brunello, una volta in cantina si trasforma in un vero e proprio investimento ad altissimo rendimento, con profitti che crescono in maniera direttamente proporzionale all’affinamento del vino fino a triplicare il proprio valore. Valgono infatti circa 400 milioni di euro i 340mila ettolitri delle ultime annate conservati in botte nei caveau delle 300 aziende montalcinesi, grazie a una supervalutazione dello sfuso (fino a 1.200 euro per ettolitro), che fa del Brunello il vino più caro del Belpaese. E non è finita, perché dopo l’imbottigliamento e considerando le quotazioni dell’annata 2014, il valore del prodotto finito salirà del triplo, fino a superare quota 1,2 miliardi di euro. Fonte dati: Valoritalia e Winenews
montalcino vigne

ENOTURISMO
Quasi 200mila presenze nel 2018, il 113% in più negli ultimi 5 anni, e oltre 75mila arrivi con pernottamento in un comune di 6mila abitanti. Sono i numeri dell’enoturismo di Montalcino, meta ogni anno di visitatori provenienti da tutto il mondo (il 72% del totale presenze è straniero), che ha costruito sull’economia del suo vino di punta la propria fortuna. La metà delle imprese locali sono infatti a stampo agricolo, ma non è tutto: negli anni si sono moltiplicate le strutture ricettive e oggi sono 1 ogni 35 abitanti con 92 tra alberghi, agriturismi e strutture di accoglienza. Oltre 50, infine, ristoranti e locali con attività di somministrazione. E i risultati si vedono: +20% le presenze solo nell’ultimo anno statistico (2018 vs 2017); +113% negli ultimi 5 anni per una crescita 10 volte superiore all’incremento dell’incoming regionale toscano; quasi 77mila le notti in hotel per 3/4 riservate da stranieri, circa 120mila le presenze in esercizi extralberghieri. Provengono da oltre 60 Paesi gli enoturisti che visitano Montalcino e che lo scorso anno hanno fatto segnare un +25% di presenze. Si tratta prevalentemente di big spender e gli habitué sono in primis gli statunitensi, vero e proprio feudo con quasi 41mila presenze registrate nel 2018 e una crescita boom sull’anno precedente (+56%), seguiti da 19mila presenze dalla Germania e da oltre 10mila da Regno Unito e Brasile, quest’ultimo in grado di segnare un incremento del 70% nell’ultimo anno monitorato. Numerosi anche gli arrivi con pernottamento provenienti da Francia, Canada, Svizzera, Australia e Russia.
Fonte dati: elaborazioni Nomisma-Wine Monitor su base statistica della Regione Toscana.
enoturismo montalcino

I dati utili si fermano al 2019 ma, per quanto il 2020 sia da considerare un annus horribilis per tutta la filiera enoica italiana, Montalcino ha goduto prima di una vendita anticipata (anche a grazie/a causa dello spauracchio dei dazi che ha spinto molti ad acquistare le nuove annate in anticipo dagli USA che rappresentano, da anni, il principale mercato del Brunello), poi del posizionamento di gran parte delle realtà su un pool di mercati molto ampio (variare e distribuire in maniera oculata i mercati è stato uno dei fulcri della “politica” commerciale delle realtà montalcinesi) e in fine ha visto l'apporto dei privati italiani che, nonostante la pandemia hanno riversato il loro interesse nei “fine wines”. Riguardo l'enoturismo sarebbe da ipocriti definire boom quello avuto quest'estate, ma di certo i mesi estivi hanno visto un riavvicinarsi degli appassionati italiani che per quanto abbiano notoriamente un potere d'acquisto inferiore ad alcuni enoturisti stranieri, hanno supportato le cantine e le attività locali. Questo aspetto potrebbe trasformarsi nel post-pandemia in un valore aggiunto per una terra che potrà godere della fidelizzazione fatta quest'anno nei confronti degli appassionati italiani.
fortezza montalcino enoteca

Ho voluto elencare questi dati razionali per darvi un'idea più concreta di ciò che Montalcino rappresenta oggi in termini vitivinicoli e di indotto, ma ciò che mi sta ancor più a cuore è la resilienza di un areale che ha saputo restare fedele alla propria storia anelando al futuro con dedizione e coerenza, senza genuflettersi a nessuna moda e senza assecondare in maniera pedissequa chi inneggiava alla sottesa omologazione come all'arma vincente per "conquistare il mondo". Sia chiaro, Montalcino ha saputo anche imparare dagli errori, propri e ancor più degli altri, mettendo l'identità prima di tutto. Un'identità che, per chi ama i vini di queste terre, non è data dal solo Sangiovese, bensì dal concetto più profondo di terroir, in cui generazioni di donne e uomini lavorano insieme alla natura per portare in bottiglia qualcosa di estremamente riconoscibile che, a prescindere da ideali zonazioni o differenti interpretazioni, ha, spesso, la precisione dei più moderni gps.
Un territorio è davvero grande quando riesce ad ergersi sempre al di sopra del varietale e della mano dell'uomo.
sangiovese

Costanza e coerenza che hanno permesso di aumentare gradualmente il valore di questo territorio e di ogni bottiglia ivi prodotta.
Merito di questa crescita esponenziale e dell'aumento della percezione del valore della denominazione del Brunello di Montalcino Docg e con essa anche di quella del Rosso di Montalcino Doc è sicuramente la continua volontà di mettersi in gioco dei produttori storici e la presa di coscienza in termini di potenzialità di un notevole numero di piccole e medie realtà che rappresentano il tessuto della viticoltura ilcinese.
consorzio brunello montalcino

A prescindere dalle dimensioni e dai numeri, però, non è solo la percezione che si ha del lavoro dei vignaioli e dei produttori locali ad essere così alta, in quanto a detta di molti addetti ai lavori se c'è un ente di tutela che è stato in grado di lavorare bene negli ultimi anni quello è proprio il Consorzio del vino Brunello di Montalcino.

Un Consorzio nato all'indomani dell'assegnazione della Doc (1967) e che annovera 218 soci che rappresentano quasi la totalità del Brunello prodotto (98,2%) che, oltre a creare quella che è da anni la migliore anteprima del vino italiano in termini di organizzazione e appeal (Benvenuto Brunello), ha sempre operato in maniera accorta e ponderata dando un'immagine forte di unità territoriale.

E' proprio la sensazione che a Montalcino ci sia grande unità d'intenti (pur mantenendo e preservando le proprie individualità) tra i produttori che agevola da un lato la consapevolezza di chi fa vino e dall'altro la fondamentale sicurezza da parte dei consumatori e degli addetti ai lavori riguardo il valore qualitativo di una bottiglia di Brunello. Questi fattori trascendono la valutazione del singolo assaggio e dell'operato della singola realtà, in quanto ciò che è evidente è che chi acquista una bottiglia di Brunello ha la percezione di poter stappare o mettere in cantina un'eccellenza italiana e mondiale che difficilmente deluderà.

Credo che questo sia il “goal” di ogni denominazione ma ancor di più di quelle che sono riuscite a creare un connubio così forte fra varietale e territorio, fra tradizione e rinnovata consapevolezza tecnica, da aver conseguito una linearità stilistica che può essere un'arma a doppio taglio se non la si sa valorizzare al meglio.

Questo è ciò che il Consorzio e i produttori del Brunello hanno saputo fare negli anni e in particolare negli ultimi 10, manifestando una grande omogeneità qualitativa che permette all'intera denominazione di poter produrre vino nel miglior modo possibile, ognuno con la propria filosofia agronomica ed enologica ma entro dei canoni di riconducibilità territoriale ben definiti.
Il tutto con un sempre maggiore rispetto della biodiversità e della sostenibilità, aspetti fondamentali per il presente e il futuro della viticoltura di ogni areale vitivinicolo che, fortunatamente, Montalcino può tutelare e implementare.
Un'identità forte che si erge come esempio da seguire per il resto delle denominazioni italiane.
Oltre all'attività istituzionale del Consorzio, va sottolineata anche l'attività di confronto e condivisione delle nuove generazioni, che stanno mostrando di voler crescere insieme, ponendo le basi per ciò che sarà la Montalcino del futuro. Una Montalcino che nonostante abbia perso alcuni dei propri personaggi di punta negli ultimi anni manifesta di essere una squadra in cui tutti i giocatori possono scendere in campo con merito e in cui le punte di diamante aumentano di annata in annata e si alternano come solo nei contesti di grande qualità media può accadere. Ecco quindi che emerge il grande territorio, ancor prima del grande produttore. Cosa rara, specie in Italia, in cui tendiamo sin troppo spesso a ricondurre intere denominazioni all'oligarchia ideale di pochi.

Scrivo tutto questo a ridosso di quella che potrebbe essere la prima anteprima del vino da molti mesi a questa parte, per la quale nulla è stato lasciato al caso se non, purtroppo, gli aspetti incontrollabili dovuti agli esiti in divenire della pandemia.

Un Benvenuto Brunello OFF in cui la mia tesi verrà confermata, agevolata da annate straordinarie in degustazione, ma è proprio in annate come la 2016 che l'asticella si alza, sia per il degustatore che carica ogni assaggio di maggiori aspettative che per il produttore che portando in cantina uve di quella “bellezza” e salubrità non può che aspirare a risultati ancor più importanti.

Speriamo di vederci a Montalcino tra qualche settimana, ma nell'attesa fate incetta di 2016 se ne trovate ancora un po' in giro.


F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 22 febbraio 2021

Utopia enoica

 Viviamo in un'era in cui vige una sottesa e fumosa autarchia. Un mero individualismo in cui ci illudiamo forzosamente di poter fare tutto da soli, di bastarci, compensando la mancanza di unità e rispetto reciproco con ciò che possiamo "comprare". Così c'è chi si gongola per followers comprati convincendo (ci riescono!) tutti che è tutta vinaccia del proprio torchio, c'è chi esulta per qualche recensione retribuita perché "è così che va il mondo... del vino", c'è chi si fa selfie con il vino in secondo piano e sfocato, per giunta! C'è chi gioca con la semantica spacciando favole per scienza e negligenza per sostenibilità, perché "se ci credi fortemente tu ci crederanno anche gli altri". Mi guardo intorno e vedo ancora un mondo meraviglioso... quello del vino... che sta cedendo, come altri prima di "lui", alle lusinghe dell'effimera condizione in cui ci pone la notorietà. E' così facile, oggi, acquisire ben più dei "famosi" 15 minuti di celebrità che il visionario Andy Warhol anticipava più di 50 anni fa. Eppure, è palesemente inutile strutturare la propria "fama" tramite malcelate dinamiche di do ut des.  Confido ancora ci sia gente in grado di discernere, ma inizio a credere che ci sia davvero troppa confusione per pretendere che chi non è addentro a certi "sistemi" riesca a scindere il volto dalla maschera.

wine influencer andy warhol fama

Cosa vorrei? Vorrei che la passione, la curiosità e la ricerca orientassero ancora le scelte di chi comunica il vino. Vorrei che non ci fossero né situazioni di sudditanza tra media/critico e produttore né dinamiche poco chiare e, spesso, fuorvianti in cui il compenso venga anteposto a valori deontologici ormai sempre più minati dal modus operandi di chi rifugge l'etica perché "con l'etica non si mangia".

Vorrei che i comunicatori tornassero ad essere scopritori di "talenti", arrivando dove per molti è difficile arrivare e condividendolo per il solo piacere di poter rendere noti i tesori nascosti di cui il nostro paese è pieno (come molti, per fortuna, ancora fanno). Vorrei che, al contempo, la comunicazione del vino si spostasse sul piano del confronto rispettoso e dinamico e che la dialettica costruisse invece di disfare. Vorrei che i produttori fossero gli unici veri "influencer" e che il media arrivasse in vigna e in cantina ancora in punta di piedi, conscio che senza chi condurrà quei vigneti e chi vinificherà quelle uve non saprebbe di cosa scrivere. Questo non significa inibire il senso critico, grande motore dell'evoluzione! Anzi... significa portare la critica proprio in quelle vigne e in quelle cantine in cui si potrà avere uno scambio diretto con l'interlocutore. Apportando la propria esperienza a quella dell'altro, costruendo un sistema completo in cui esperti comunicatori e lungimiranti produttori possano arricchirsi vicendevolmente, trascendendo "compensi e favori", nella piena consapevolezza dei propri ruoli e della propria, purché rispettosa, libertà d'espressione.


F.S.R
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#WineIsSharing

venerdì 19 febbraio 2021

"Il bicchiere mezzo pieno" - Il nuovo libro della giornalista enogastronomica Stefania Zolotti

 Qualche settimana fa una giornalista che stimo e della quale apprezzo molto l'approccio e l'acume mi comunica di aver scritto un nuovo libro sul vino e di lì a poco ho voluto leggere con grande curiosità le sue parole. Curiosità indotta dalla consapevolezza del fatto che mi sarei ritrovato fra le mani uno scritto di una professionista della penna appassionata ed esperta, addentro alle dinamiche enoiche da anni, e non alla pubblicazione di uno scrittore improvvisato o di qualche marketer in cerca di like e followers.

Il bicchiere mezzo pieno libro vino

Quella giornalista era Stefania Zolotti, autrice del libro "Il bicchiere mezzo pieno" edito da Le Lettere e lascio a lei la possibilità di raccontarsi e di raccontarci il suo progetto editoriale.

-Ciao Stefania, ti presenteresti ai lettori di Wineblogroll.com?

Inizio a lavorare come giornalista in campo enogastronomico nel 2003, nel 2006 pubblico “Vino a doppio senso. Guida ironica per uomini e donne”: il primo libro irriverente del settore. Fu presentato in anteprima nazionale al Vinitaly 2006 e poi venduto e distribuito per anni, ci sono ancora aziende o enoteche che mi chiedono se ne ho qualche copia di scorta anche perché era molto originale per le illustrazioni e per la particolarità della lettura (il “doppio senso” si riferiva sia al fatto che ironizzavo sul linguaggio del vino riadattato alla psicologia spicciola che giocava sugli stereotipi, sia al fatto che c’era un vero e proprio senso-verso di lettura  maschile e femminile parecchio divertente). Con quel libro ho messo le basi di quella che sarebbe stata la mia linea professionale: parlare di cultura del prodotto prima ancora che di prodotto. Negli anni ho collaborato a lungo con numerose testate giornalistiche: inizialmente con Il Corriere vinicolo e Il Sole 24 Ore, poi esclusivamente da free lance per Artù (poi diventato Bartù). Nel 2018 vengo chiamata come speaker al TedXCortina: un palco internazionale per parlare del vino attraverso la mia logica ispirata al voler ridare dignità a una sua forza intesa come geografia, come cultura, come relazione, come competenza non indotta ma acquisita liberamente facendolo uscire dalla bolla in cui è stato relegato per troppi decenni.

libro sul vino bicchiere mezzo pieno

-Perché hai deciso di scrivere "il bicchiere mezzo pieno”?

Quando la casa editrice Le Lettere mi ha contattata a inizio 2020, poco prima che scoppiasse l’emergenza sanitaria, ho sentito che avevo la possibilità di prendere ufficialmente una mia posizione dopo tanti anni di articoli, collaborazioni, progetti. Soprattutto ho voluto scriverlo per chi non ha ancora conosciuto il vino da vicino ma “ha già sentito la chiamata”. E poi è un libro per tutti, davvero scritto per tutti. Il titolo deriva dal format con cui ho girato l’Italia per tre anni pieni, dal 2017 a tutto il 2019: dopo tanti anni di giornalismo e dopo un po’ di anni dal diploma da sommelier Fisar, avevo sentito la spinta nel creare un canale diverso che facesse incontrare conoscenze e passioni intorno al vino. Con “Il Bicchiere mezzo pieno" ho viaggiato e tenuto lezioni informali soprattutto in Emilia Romagna, Toscana, Veneto, Marche: centinaia di appassionati di ogni età, e di ogni estrazione professionale, che si iscrivevano per la voglia di vedere da vicino cosa volesse dire amare il vino, parlare di trend e consumi, approcciare le degustazioni tecniche senza sentirsi fuori posto, avere basi di neuromarketing, commentare film e libri di settore, organizzare degustazioni e visite in azienda, e soprattutto ogni sera ospitavo un produttore libero, senza lacci coi distributori, innamorato del suo mestiere e della terra da rispettare. I corsi di formazione ufficiali sono spesso noiosi, retrogradi, zero digitali e con scarsissime conoscenze di comunicazione, soprattutto con troppi vincoli che creano distanza tra chi è già sommelier o è del settore e chi sta iniziando a capirci qualcosa. Ecco: io mi sono messa in mezzo a quell’imbarazzo che non dovrebbe esistere.

-"Liberarsi dagli esperti è il primo passo per bere bene". Cosa intendi con questa affermazione al vetriolo?

Intendo che i consumatori e gli appassionati dovrebbero riprendersi la libertà di trovare una propria espressione e un proprio modo di bere e di comprare e anche un proprio modo di esprimere con consapevolezza e correttezza quello che provano mentre bevono un vino senza dover scimmiottare gli esperti o sentirsi incapaci. Serve conoscere, capire, studiare il vino prima di goderne tutte le sfaccettature ma il settore si è omologato a troppa piattezza generata da fuori e dall’alto: enologi, consulenti, sommelier, giornalisti, guide, grandi aziende trainanti. La competenza serve quando aiuta a far crescere una comunità ma genera disastri e involuzioni quando si piega verso sé stessa al solo scopo di ostentare o di orientare. L’estero, in questo senso, insegna molta più umiltà e rispetto verso il vino. 

-Sei molto critica nei confronti della comunicazione odierna e delle derive che essa sta prendendo su alcuni canali social. Quali sono le tue opinioni a riguardo?

Il libro scorre veloce e dinamico anche quando tocco corde sensibili come questa.

La comunicazione di colpo dirottata sui social network negli ultimi dieci anni di fatto ha dimostrato e confermato come la maggior parte delle aziende non abbia investito davvero in comunicazione: comunicare il vino presuppone discorsi e relazioni molto più ampi del solo aspetto degustativo o della classica foto del calice in mille pose diverse. Il vino si porta dietro decine di contenuti che vengono taciuti e tutto si strizza purtroppo dentro il prodotto (viene fatto per praticità o per inerzia, non so dire cosa sia peggio): non si parla mai dei contesti in cui le aziende si muovono, la storia, le loro geografie, i mestieri invisibili, la cultura del cibo che si è trasformata negli anni anche in virtù della mescolanza etnica dei popoli e di conseguenza come ha inciso sugli abbinamenti col vino, c’è un mondo estero da raccontare con franchezza e non con la presunzione che tutto si possa vendere fuori solo perché produciamo vino italiano. Nel libro ne parlo proprio per stimolare un dibattito nuovo che mi auguro faccia bene al mercato italiano e a tutti gli anelli della filiera. Ognuno ha un peso preciso.

-Cosa ne sarà dell'etica e della deontologia professionale?

Nel giornalismo che ha a che fare coi brand, purtroppo stia e deontologia si sono già perse da tempo. Negli anni ho imparato a frequentare le aziende e i colleghi giusti regolandomi anche da come si comportavano alla fine dei press tour o delle degustazioni. Dovremmo smetterla di barattare bottiglie: che le aziende si sforzino di creare contenuti validi e che i giornalisti smettano di restituire nero su bianco a parole quello che hanno ricevuto in ospitalità e omaggi. La cultura interna del vino italiano si è impoverita moltissimo, non è stata stimolata, il giornalismo si è seduto, i messaggi si sono inariditi. L’Italia dovrebbe essere maestra in comunicazione del vino. Ogni volta che non succede, tradiamo potenza e potenzialità del nostro Paese.

- Quali sono i consigli che daresti alle cantine italiane per valorizzare la percezione della propria realtà attraverso la comunicazione?

Intanto non avendo paura di fare ciò che non fanno le altre aziende (soprattutto le grandi a cui spesso si guarda ma che magari mettono in campo progetti o azioni adatti solo a loro) e inventandosi un proprio stile. Le aziende devono uscire dall’immobilismo dei social network, dagli hashtag inutili e dalle foto artificiose, devono rimettersi intorno a tavoli di lavoro dentro l’azienda e sforzarsi di capire da dentro chi vogliono essere e come vogliono essere percepite. Chi cura la loro comunicazione deve intercettare più voci dentro e fuori l’azienda e interpretare il prodotto in maniera coerente, non livellata a ciò che c’è fuori. E soprattutto parlare meglio coi mercati che a breve detteranno le linee dei consumi e che in parte già lo fanno: i giovani e le donne. Poi offrire informazioni utili che quasi sempre le aziende confondono invece solo con gli abbinamenti. Infine ricordarsi che anche l’audio è uno strumento da sfruttare soprattutto per quei target, strumento ancora da inventare in questo campo. Come scrivo nel libro, per me il vino inizia molto prima del bicchiere e solo così potremmo recuperare una nuova cultura. Per “Il Bicchiere mezzo pieno” ho scritto un manifesto di gioia e rivoluzione: spero che faccia da specchio a chi come me ama bere non solo per il gusto del bicchiere. 

-Nell'impossibilità di presentare il tuo libro in presenza, come ti stai muovendo per il lancio?

È appena iniziato il tour online con “Il Bicchiere mezzo pieno”: da febbraio, 3 serate al mese in diretta sui miei canali social. Ogni volta 30 minuti di aperitivo online con un ospite diverso per toccare un capitolo del libro e un tassello del mondo del vino: con me ci saranno enologi, giornalisti, aziende, enotecari, ristoratori, autori. Dibattiti informali e divertiti intorno al vino e non presentazioni di libri autoriferite: il pubblico interviene in diretta e si parla insieme. Su Instagram il canale è @ilvinoilverdeilvago.

stefania zolotti giornalista vino

Ringrazio l'autrice Stefania Zolotti per la disponibilità nel raccontare la sua nuova avventura cartacea e vi invito a leggere con attenzione i passaggi riferiti alla comunicazione enoica odierna riguardo alla quale critiche come quelle espresse nel libro fanno riflettere sulle pericolose derive in atto.


F.S.R.

#WineIsSharing

lunedì 15 febbraio 2021

Giacomo Baraldo - Talento e competenza del giovane Vigneron giramondo che stupisce con vini fuori dal coro

Ormai giro per vigne e cantine da diversi anni ma ciò che mi spinge a continuare a farlo è, soprattutto, la capacità che il mondo del vino e, in particolare, i vignaioli hanno di stupirmi.
A stupirmi maggiormente è – fortunatamente – sempre più spesso la nouvelle vague di vigneron italiani/e che da Nord a Sud sta dimostrando grande passione e preparazione.
Giovani che hanno dalla loro percorsi di studi più approfonditi ma che devono necessariamente adoperarsi per accumulare esperienze sul campo e in campo utili ad approcciarsi al “fare vigna” e al “fare vino” in maniera consapevole. Esistono molti “figli d'arte” ma anche ragazzi e ragazze che iniziano in maniera spontanea e incondizionata la loro carriera enoica, vedendo nel vino un futuro laborioso ma vicino alle proprie aspirazioni. Uno dei fattori che reputo più interessanti nella visione dei giovani vignaioli è “la libertà”, ovvero la capacità di adattarsi ai tempi che corrono attingendo al meglio della tradizione ma senza ripudiare le conoscenze odierne e le loro applicazioni, specie se finalizzata alla sostenibilità e alla nitidezza espressiva.
Giacomo Baraldo Vigneron

Faccio questa premessa perché il giovane vignaiolo di cui vi parlerò oggi incarna esattamente il modello di produttore giovane ma consapevole che farà ancor più grande l'Italia del vino: Giacomo Baraldo.

Giacomo, classe '86, si è laureato in viticoltura ed enologia nel 2012 e, con alle spalle già una vendemmia a Trinoro, decide che per poter produrre grandi vini “a casa sua” doveva prima girare le vigne e le cantine di alcuni dei principali territori vitivinicoli mondiali. E' così che dalla sua San Casciano dei Bagni partì alla volta delle Gaves di Bordeaux, dove in 3 mesi ebbe modo di entrare nella mentalità agronomica, enologica e commerciale dello storico areale francese.

assaggi da botte wine blogger

Torna in Italia ma si rende conto che doveva ancora allungare le proprie radici. Tornò a Bordeaux, ma stavolta a Margaux. Una vendemmia l'anno non gli basta, però! Quindi, per massimizzare il suo bagaglio esperienziale, decide di fare da spola tra Vecchio e Nuovo Mondo, lavorando in Patagonia e in Nuova Zelanda. Terre, queste ultime, dalle quali ha imparato approcci pratici e tecnici che oggi sono parte integrante del suo modus operandi.

La chiusura del cerchio, poi, non poteva che arrivare in Borgogna, grazie alla chiamata di De Montille, dove torna a distanza di un anno dalla previa esperienza per fare da aiuto enologo in un contesto in cui il peso di ogni scelta è grande quanto la storia del territorio vitivinicolo più importante al mondo.

In vigna baraldo giacomo

Se Giacomo avesse dimestichezza con la penna (e magari l'avrà pure!) potrebbe scrivere il “manuale per diventare vignaioli consapevoli girando il mondo”, in quanto ogni sua scelta, sia stata essa ponderata o dettata dagli esiti fortunosi del caso, lo ha portato a imparare qualcosa che gli ha permesso e gli permette tutt'ora di produrre grandi vini scevro da preconcetti e da dogmi vetusti indotti da una tradizione che non può essere univoca e deve necessariamente adattarsi all'evoluzione delle conoscenze e delle dotazioni a disposizione di un produttore.

san casciano dei bagni vino

Ecco quindi che a Bordeaux ha compreso e applicato i principi didattici enologici; in Borgogna ha maturato un'estrema sensibilità nell'uso dei raspi per i rossi e ha imparato a gestire al meglio le fecce dei bianchi; in Nuova Zelanda ha visto materializzarsi le nozioni tecniche enologiche studiate sui libri ma ha anche sperimentato e applicato la fermentazione in vigna, oggi tecnica che contraddistingue alcune sue vinificazioni; in Patagonia si è fatto il mazzo e ha acquisito dimestichezza con le fermentazioni stratificate con grappoli con raspo e senza raspo alternati.

A tutto questo vanno aggiunte le possibilità di confrontarsi con un range di vini importante che di assaggio in assaggio ha, per forza di cose, elevato la sensibilità del suo palato. Un aspetto fondamentale, a mio modo di vedere, per poter avere sempre piena coscienza di ciò che si sta portando in bottiglia, avendo termini di raffronto globali e non limitati alla propria area e alla propria comfort zone.

Ciò che dovrebbe far riflettere i più giovani ma anche i vignaioli di vecchia data, è che alla fine del suo viaggio, la cosa più importante che Giacomo ha imparato è che artigianalità e tecnica possono convivere e che per lavorare in “sottrazione” non si può non avere nozione dei principi cardine dell'enologia e, soprattutto, non si può scambiare la scelta “di fare e di non fare” con la mera negligenza.

Assaggiando tutti i suoi vini in vasca e in botte (delle annate 2019 e 2020) è facile rendersi conto di quanto ognuna delle sue esperienze enoiche sia confluita nel suo modo di interpretare un territorio, quello di San Casciano dei Bagni e dintorni, che ha un “vantaggio” che coincide con la libertà di cui vi accennavo all'inizio di questo articolo. Sì, perché non essendo sotto l'egida di importanti denominazioni e rappresentando una terra di confine fra Toscana, Lazio e Umbria (anche in termini pedologici e ampelografici) Giacomo è stato “libero” di impiantare i vitigni, a suo modo di vedere, più giusti per ciascuna parcella, allevarli con potature differenti (dal guyot poussard all'alberello, passando per cordone e per due pergole dalle quali ha selezionato il materiale per un nuovo impianto a filare) e vinificarli in modo personale ma rispettandone sempre l'identità.

Il Pergola vino baraldo

Mi è bastato camminare in alcuni dei suoi “cru” per apprezzare la coerenza delle scelte d'impianto in base al singolo pedoclima. Cru che godono di tessiture differenti, ma per lo più dotate di buona matrice minerale, di crescenti altitudini e di costante ventilazione, fattori che uniti alle scelte vendemmiali di Giacomo, che privilegiano l'acidità alla tecnologica (con grande attenzione alla fenolica), permettono ai suoi vini di mantenere un bilanciamento sempre più raro fra freschezza e struttura, con gradazioni contenute, acidità medio-alte ben integrate e tannini fini, mai verdi.

vignaiolo indipendente

Equilibri che difficilmente si possono trovare in altre aree e che (anche le scelte di portainnesto, cloni e potatura aiutano) qui arrivano spontaneamente quasi in ogni annata.

Passando ai vini, le referenze prodotte, compreso il Pinot Nero neozelandese, sono 4 ma in prossimamente ne arriveranno almeno altre 3.

Dato che non è mio solito scrivere di vini in divenire (campioni da vasca e/o botte o vini ancora all'inizio del loro affinamento in bottiglia), seppur rappresentino ormai una buona fetta dei miei assaggi, vi parlerò dei vini già in commercio, nella speranza di raccontarvi nei prossimi mesi anche gli altri (in particolare il Cru Caccialupi, che ha già la stoffa del grande vino):

vini giacomo baraldo

L'Affacciatoio 2018 “Vino Bianco”: uno Chardonnay fine nel varietale che poco ha a che fare con la maggior parte dei pari vitigno prodotti in Toscana. Finezza che si ritrova al sorso, coadiuvata nella materia dalla grassezza non lattica donata dall'affinamento sulle fecce fini. Una tessitura che non lo fa s-cadere nella trappola dell'esilità ma lo mantiene agile e vibrante, grazie alla notevole freschezza che lo attraversa. Sapidissimo il finale.

Il Pergola 2018 “Vino Bianco”: frutto di un'accorta e consapevole e, al contempo, artigianale macerazione di 3 settimane delle e uve dei due cloni di Grechetto (G109 “Orvieto” e G5 “Todi”) raccolte dalle vecchie pergole che si arrampicano in un cortile del centro storico di San Casciano ei Bagni. Una piccolissima produzione dal risultato sorprendente per equilibrio dei profumi, ancora percettibili nel varietale con le tonalità macerative mai eccessive e una buonissima protezione dall'ossidazione. Il sorso è tridimensionale, materico e gustoso, il tannino lieve ma presente da carattere e terge il palato che resta sempre più salino al passaggio di ogni sorso.

Il Bossolo 2018 Toscana Igt Sangiovese: un Sangiovese tanto nitido quanto sui generi. La fermentazione spontanea e la macerazione è di circa 20 giorni, con un 10% di fermentazione in vigna a grappolo intero. Poco meno di un anno di legno piccolo di rovere francese di quinto passaggio, 7 mesi in acciaio e almeno 18 mesi in bottiglia prima dell'uscita. Un naso integro che coniuga un profilo aromatico dei Sangiovese d'antan alla pulizia e alla freschezza che tutti i vini di Giacomo portano in dote. Un sorso fiero ma davvero slanciato che fa comprendere ancor di più in un'annata tendenzialmente calda e asciutta come la 2017 quanto questo “terroir” sia più predisposto alla verticalità che alla “ciccia”. Trama tannica fitta e per nulla sgranata.  Lungo il finale ematico tra terra e ferro. Un vino complesso e dinamico, completo e dalla grande agilità di beva. Ciò che vorrei trovare sempre ma che, specie in questa annata, non ho trovato con facilità altrove.

18.5K Pinot Noir 2018  (Waipara Valley New Zeland): ho parlato di bagagli tecnici e di esperienze che Giacomo si è portato a casa al suo ritorno dai luoghi del vino in cui ha avuto modo di lavorare ma questo Pinot Nero rappresenta un vero e proprio cordone ombelicale con la Nuova Zelanda, terra in cui tecnica e artigianalità si fondono in maniera esemplare. Un Pinot Nero fermentato in vigna, che ha parla di equilibri non comuni e di una cifra espressiva propria di quei territori e quelle interpretazioni. L'impatto olfattivo è coerente con il varietale nella sua accezione più giovane e spensierata del termine, eppure bastano pochi istanti nel calice per comprendere quanta complessità la fermentazione in vigna e il ponderato affinamento in legno diano a questo vino che si arricchisce di lieve ma intrigante spezia e note vegetali che evolvono nel balsamico e non risultano mai verdi... linfatiche. Il sorso ha polpa e slancio, dinamica e sapore da vendere. Una beva agile ma per nulla scontata, tanto che è la lunghezza di un finale bilanciato fra l'accenno di grip tannico da raspo e la mineralità ematica a stupire. 

Pochissime bottiglie per un vino che Giacomo segue personalmente facendo da spola tra Italia e la terra dei Maori di annata in annata. Un esempio di quanto le esperienze possano diventare non solo un bagaglio da portare con sè, bensì occasioni da trasformare in progetti concreti.

giacomo baraldo

Ci tengo a sottolineare che stavolta, non sono stato io lo scopritore di talenti, in quanto già anni fa il buon Luca Martini mi aveva consigliato di assaggiare i vini di questo giovane e talentuoso vignaiolo. Purtroppo mi sono dovuto limitare agli assaggi per qualche anno, ma andarlo a trovare tra le sue vigne e potermi confrontare con lui riguardo il futuro della sua piccola realtà ha fatto la differenza, tanto da spingermi a scrivere questo pezzo.

Ovviamente, il consiglio è quello di andarlo a trovare (i suoi hanno un ristorantino davvero piacevole dove potersi rifocillare dopo una mattinata tra vigne e cantina) ma intanto, se li trovate - date le esigue tirature -, potete assaggiare i suoi vini. Aspetto un vostro feedback, ma so che non ve ne pentirete!


F.S.R.

#WineIsSharing


domenica 14 febbraio 2021

Ricerca sul Wine Digital Marketing - Un potenziale grezzo da sfruttare di più secondo l'esperto Christian Forgione

Giorni fa mi sono imbattuto in un'interessante ricerca portata avanti dall'amico Christian Forgione, così ho deciso di lasciargli ancora una volta un po' di spazio tra le pagine del mio wine blog per approfondire la sua conoscenza e la conoscenza del suo lavoro, che potrebbe tornare utile a molti in questo periodo. Come sempre, non occupandomi di marketing ma di comunicazione, preferisco lasciare la parola agli esperti del settore quando gli argomenti trattati sfociano nell'ambito della promozione, andando oltre la mera divulgazione.
wine marketing digital influencer

Nel 2021 le cantine italiane sono presenti a livello digitale e come lo utilizzano? Christian Forgione (ideatore del progetto Contesti diVini) e il suo team, hanno provato a rispondere a queste domande attraverso una ricerca dal titolo “Wine Digital: un potenziale grezzo”.

- Ciao Christian, ci spieghi cosa tratta la ricerca?
Ciao Francesco. La ricerca ha come punto focale la presenza digitale delle cantine di vino. In particolare analizzando 200 aziende, sparse tra Nord, Centro e Sud Italia, tutte con una produzione inferiore alle 250.000 bottiglie, abbiamo cercato di capire quale fosse lo attuale del mondo enologico in materia digitale.

- Cosa è emerso? Perchè “potenziale grezzo”?
I dati raccontano di un trend positivo se si parla di mera adozione di canali digitali o di una presenza minima online, ma collegando i dati tra loro si notano parecchi aspetti che fotografano ancora parecchie lacune nell’utilizzo consapevole e finalizzato al raggiungimento di obiettivi commerciali. “Potenziale grezzo” perché ritengo il mondo del vino un settore con possibilità altamente digitali, ma ancora troppo lontano dal sfruttarle al meglio e al massimo.

- Quali sono i dati più significativi della ricerca?
Sostanzialmente tre:
1- Nel 21% delle cantine analizzate i contatti (es. indirizzo, telefono, mail…) sono discordanti tra i vari punti digitali.
2- Il 90% delle cantine utilizza i social senza investimenti in Advertising.
3- Il 30% delle cantine, ad una richiesta di informazione via mail, non risponde entro i primi due giorni.

- Cosa ci raccontano questi dati?
Partiamo dalla fine. Non rispondere, adeguatamente, alle richieste digitali vuol dire perdere clienti. Semplice, duro ma terribilmente vero. Che passi così tanto tempo per avere una risposta, o che si investa del tempo a pubblicare contenuti senza che ci sia un vero e proprio obiettivo aziendale da raggiungere racconta di come certi strumenti siano stati creati quasi per obbligo. Mi dispiace ripetermi, ma quel che manca è la consapevolezza di quel che sta accadendo. Il solo e magnifico passaparola non sarà più sufficiente, se non correttamente gestito, e gli agenti o commerciali, per quanto bravi, da soli faranno sempre più fatica perché oggi la fase di acquisizione di informazioni viene svolta, soprattutto, online.

Tutta la ricerca l’ho raccontata in un webinar a metà dicembre, se qualcuno fosse interessato può rivederlo scrivendo su questa pagina: https://contestidivini.it/wine- digital-un-potenziale-grezzo/.

- Per capire l’importanza della presenza digitale, da cosa consiglieresti di partire?
Dalla consapevolezza che oggi le persone vivono ONLIFE (un termine che unisce online e life e che vuole spiegare come si sia sempre connessi).
Questo implica che le scelte delle persone stanno cambiando in modo definitivo.
E’ fondamentale informarsi sulle opportunità presenti concretamente e come bisogna organizzare una vigna digitale pronta a dar frutti, ovvero ad essere realmente efficace sia alla parte commerciale che a quella logistica.
Perché si può essere i più bravi del mondo a realizzare video o a fare campagne social, ma per ottenere risultati ci vuole un confronto continuativo e costruttivo con l’azienda. Questo passo spesso fa tutta la differenza del mondo.
Fortunatamente sono tanti i professionisti seri e preparati che seppur con modalità diverse predicano l’importanza di agire in modo consapevole e non buttarsi su soluzioni pre confezionate.
Io ed il team di Contesti diVini siamo una di queste soluzioni e spesso vediamo che la crescita di consapevolezza dell'imprenditore vuol dire maggiori risultati commerciali. Da qui la scelta di offrire non solo consulenza, ma anche un percorso che dia l’autonomia necessaria al responsabile marketing della cantina o all’imprenditore vitivinicolo per compiere da subito le giuste scelte.


Ringrazio Chrsitian Forgione per la consueta disponibilità e per aver condiviso con me e con i lettori di WineBlogRoll.com la sua interessante ricerca. Come ho avuto modo di dire più volte, per me il marketing non è il "diavolo", bensì un argomento da trattare con professionalità e competenza perché, pur non occupandomene direttamente, ne comprendo l'utilità per chi deve promuovere la propria realtà ai fini della vendita e della crescita della conoscenza della propria realtà e del suo valore. In un'epoca in cui molti degli investimenti delle cantine italiane vengono depauperati disponendo di attività come quelle dei sedicenti "Wine influencers", di fiere online e di campagne di promozione improvvisate da chi non ha reali competenze nel settore, è importante comprendere le dinamiche reali e concrete che esistono dietro al wine marketing e l'unico modo per farlo è confrontarsi con dei professionisti del settore.


F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 8 febbraio 2021

La longevità del vino oggi - Dall'abolizione del termine "infanticidio" alla pericolosa deriva dei vini "troppo" giovani

Giorni fa, disquisendo di una mia asserzione "provocatoria" che invitava all'abolizione del termine "infanticidio" dal vocabolario enoico, ho potuto affrontare in maniera ancor più approfondita il tema della longevità con addetti ai lavori e appassionati che valutano in modo differente la questione. 
Sì, perché da sempre la longevità rappresenta, per un vino, uno dei valori più importanti e qualificanti, tanto da aver dato origine a veri e propri miti. Inutile specificare che per longevità di intende la capacità di un vino di evolvere e non di "invecchiare".
longevità vino invecchiamento

La longevità, però, vive di contraddizioni in termini, in quanto valore che non può essere valutato razionalmente e in maniera univoca, dipendendo da svariati fattori condizionanti.

Alcuni di questi fattori sono analitici come la concentrazione di: ph, alcol, zuccheri, tannini e sostanze minerali riconducibili a dotazioni varietali intrinseche, matrice pedologica, età delle piante (profondità dell'apparato radicale), annata (in particolare andamento delle settimane a ridosso della raccolta), scelte vendemmiali per quanto concerne l'uva; tipologia di vinificazione (l'insieme delle accortezze o le, eventuali, negligenze enologiche), periodo di affinamento in cantina e in bottiglia prima dell'uscita sul mercato. Come fondamentale sarà il contesto di conservazione con la sua temperatura, la sua umidità, la luce e le eventuali vibrazioni (è palese che una bottiglia pari età, pari lotto di imbottigliamento, stesso tappo, conservata nella cantina di Caino a Montemerano o nella Cantina di Monsanto, godranno di quello che chiamo l'"cocoon" mentre in una cantina senza con sbalzi di temperatura e umidità invecchieranno prima).

Poi c'è l'incognita tappo sulla quale potremmo aprire tavoli dialettici interminabili in cui le fazioni più disparate si contrapporrebbero senza arrivare ad un'evidenza, in quanto la modernità ci ha dato troppe soluzioni distogliendo l'attenzione da alcuni aspetti fondamentali dell'imbottigliamento e della chiusura, ma questo è un altro discorso che ho già affrontato e affronterò di nuovo in altra sede. Per restare in tema imbottigliamento anche la dimensione e la tipologia di bottiglia stessa ha un'incidenza sull'evoluzione (si dice che il vino in Magnum "evolva meglio" e che le bottiglie incolore o chiare siano, per forza di cose, più soggette a problematiche come quella del "gusto luce"). Non ho citato l'ossigeno, nemico supremo della longevità, in quanto rischierei di risultare fuorviante ma è palese che un controllo lungo tutte le fasi produttive e una ponderata gestione delle reazioni riduttive (ambienti riducenti, gestione delle fecce, saturazione in imbottigliamento ecc...) e ossidative (travasi, traspirazione vasi vinari prescelti per l'affinamento ecc...) è fondamentale per portare in bottiglia vini in grado di evolvere partendo da una condizione di integrità e non da una prematura stanchezza. Questo non vale, ovviamente, per i vini volutamente a carattere ossidativo che prendono strade evolutive differenti.
Al netto di queste variabili - tutte potenzialmente incidenti sulla capacità di un vino imbottigliato di evolvere al meglio per lustri ma nessuna in grado di determinare in maniera certa gli esiti della vita di una bottiglia - la questione si fa spinosa quando si ragiona sul "quando definiamo un vino longevo"? Sì, perché nella maggior parte dei casi non parliamo di longevità effettiva ma di percezione di longevità.

Parlo di "percezione di longevità" in quanto è prassi comune definire un vino come "dal buon potenziale evolutivo" ancor prima che esso lo abbia dimostrato e per far questo ci si può affidare alla solo esperienza degustativa (valutazione intuitiva), alle proprie conoscenze della tipologia di vino in questione (valutazione deduttiva), e/o alle informazioni che abbiamo riguardo la tecnica vinificazione e i dati analitici (valutazione enologico/analitica). Una quarta valutazione è quella fatta lasciandosi condizionare dalle mire commerciali di una referenza, ma questa lascia il tempo che trova (seppure, in termini generici, è probabilmente la più utilizzata. Es.: "questo vino è caro quindi presumo di poterlo tenere in cantina ad oltranza").

Tutte queste modalità di "valutazione" hanno un comun denominatore: l'impossibilità di essere confutate o confermate se non, dopo molti anni, al momento dell'assaggio. Ecco perché quando si stappa una bottiglia da poco sul mercato che si mostra ancora integra, per nulla stanca, tonica e, magari (nel caso dei rossi) con un bel grip tannico si grida all'infanticidio. Termine che oltre ad essere di cattivo gusto trovo errato tanto quanto la presunzione che noi degustatori (certamente anche io) abbiamo quando definiamo un vino ancora capace di invecchiare per lustri. Eppure questo aspetto fa parte del gioco e non c'è da scandalizzarsi se frasi come "il tuo vino si farà, ora è ancora troppo giovane" possano far molto piacere ad un produttore. D'altro canto, però, frasi come "è già pronto" possono risultare un'arma a doppio taglio: positive in termini prettamente commerciali; negative in quanto sottendono all'incapacità di quel vino di compiere una parabola evolutiva positiva lunga e lenta.

Per comprendere il perché reputo tutte queste affermazioni anacronistiche e poco sensate, al giorno d'oggi, bisogna fare un passo indietro e pensare al contesto storico-economico-sociale in cui la longevità aveva davvero un valore. Parlando del nostro paese, basta andare all'epoca enoica che precede il salto degli anni '90 (salto che ha avuto battute d'arresto importanti, ma che ha portato ad una crescita graduale dell'enologia italiana e del mercato del nostro vino).
A cavallo fra gli anni '60 e gli anni '80 il ruolo del vino era passato da mero alimento e fonte di energia a quello di immancabile complemento dei pasti; vigeva ancora molta produzione per autoconsumo ed erano i vignaioli stessi a classificare il proprio vino e quello degli "amici/competitor" in base alla loro capacità di resistenza al tempo. Questo perché il vino "giovane", spesso fatto senza le dovute accortezze e poco "protetto" dalle ossidazioni, era quello che doveva essere consumato repentinamente e senza alcuna velleità di longevità, mentre le riserve personali erano quelle che tutti valutavano in grado di durare e, spesso, non vendevano ma preferivano conservare gelosamente nelle proprie cantine stappandole negli anni per celebrare avvenimenti importanti o omaggiarle alle persone più meritevoli di tale dono. Erano pochissimi i produttori che già credevano nella produzione di vino di alta qualità votato all'evoluzione.  Tuttavia è disarmante pensare a quanti dei vini che sono riusciti ad arrivare integri a noi dagli anni '80 andando a ritroso siano in grado di dimostrare quanto la loro spontanea attitudine, unita a vinificazioni tradizionali e alle condizioni climatiche di un tempo, abbia permesso loro di andare oltre le aspettative di produttori che difficilmente pensavano sarebbero stati bevuti a distanza di così tanti anni.

Poi venne l'era della concezione più commerciale in cui il vino doveva essere prodotto, imbottigliato e venduto il prima possibile. Alcuni disciplinari aiutarono altrettante denominazioni inserendo vitigni in grado di "addomesticare" quei vini prodotti con varietali autoctoni che risultavano troppo ruvidi e duri se commercializzati troppo "presto" e dove non arrivarono i disciplinari arrivarono le pratiche enologiche "moderne", il legno e svariati sotterfugi enologici che poco hanno a che fare con il tema in questione, ma credo abbiano contribuito ad aumentare la sensibilità delle piccole e medie realtà italiane nei confronti della propria identità territoriale.

Tendenze che hanno inciso sulla concezione della longevità come valore ma che al contempo hanno messo in risalto quanto alcuni vini più di altri fossero naturalmente predisposti a reggere, dapprima, lunghi affinamenti in cantina e, successivamente, in bottiglia.

Ecco che arriviamo agli ultimi 10 anni in cui, a mio modo di vedere, stiamo ritrovando una sorta di equilibrio nell'interpretazione dei vini in base alla loro "mira" commerciale, senza necessariamente snaturarne le attitudini. Quindi avremo vini in purezza da vitigni autoctoni, in passato considerati ostici, capaci di essere godibili al momento della loro uscita sul mercato ma anche di esprimere un buon potenziale evolutivo.

Piccola digressione...

La purezza è stata un'invenzione dell'enologia "moderna"(a parte rare eccezioni) che non sempre - a mio parere - può aver rappresentato e, ancor meno, potrà rappresentare la soluzione migliore per ottenere equilibri minati dallo spauracchio primario della vitivinicoltura italiana e mondiale, ovvero quello dei cambiamenti climatici. Idealmente e commercialmente è un concetto che si è dimostrato vincente ma, in molti casi specie in determinate annate, ha reso più complesso il raggiungimento di parametri analitici "naturali" idonei alla conservazione.

Cambiamenti climatici che hanno portato, spesso, ad avere cicli vegetativi più brevi e scompensi maturazionali tra fenolica e tecnologica più difficili da gestire, hanno avuto effetti sui ph delle uve generalmente più alti di un tempo, hanno imposto cambiamenti radicali nella scelta di esposizioni, altitudini, sistemi di allevamento, portainnesto per quanto concerne i nuovi impianti oltre, ovviamente, alla gestione delle chioma e delle rese.

Questo aspetto è fondamentale, ma non può essere scisso dall'evoluzione che l'agronomia e l'enologia hanno avuto negli ultimi anni. Questo non vuol dire compensare con la chimica, con chissà quali escamotage genetici o con tecnologie "aliene" l'andamento delle stagioni, bensì significa poter disporre di una maggior conoscenza e di rinnovate competenze in grado di mettere i produttori nelle condizioni di contrastare, almeno in parte, gli esiti dei cambiamenti climatici. 

Come ebbi modo di affermare tempo fa sia verbalmente durante una tavola rotonda che in questo wineblog, è grazie all'aumento della conoscenza tecnica che possiamo puntare ad una viticoltura ed un'enologia sempre più in sostenibili e in "sottrazione", sapendo cosa fare e ancor più cosa poter togliere.

L'importanza dell'equilibrio

Tornando al tema della longevità, è proprio per questo motivo che spero e credo che nell'epoca odierna e in quella che verrà, più che in qualsiasi altro periodo storico-enoico, esistano e esisteranno vini concepiti - anche dal più "artigiano" dei produttori - in maniera molto differente da quelli del passato e che, probabilmente, la ricerca dell'equilibrio sia e sarà il valore fondamentale ai fini della percezione della qualità. Questo però non significa che la longevità debba venir meno ma semplicemente che, anche nella percezione del valore del potenziale evolutivo di un vino, le condizioni sono cambiate: da un lato, partiamo da una maggior consapevolezza, ergo dalla possibilità di trovare maggiori equilibri fra "prontezza" e "longevità"; dall'altro il mercato chiede vini che una volta in vendita siano già godibili e bisogna farsene una ragione.

Mi piace pensare che questi due fattori non si escludano a vicenda e che la congiunzione di tutte le dinamiche citate poc'anzi possa portare a valutare in maniera ponderata e opportuna le caratteristiche di un vino per ciò che è e che sarà ma senza che la fruibilità diventi un elemento negativo o che, ancor peggio, si scambino vini verdi, crudi e duri per vini "che hanno bisogno di tempo". 

Oggi, più che mai, se un vino nasce bene è buono oggi e può esserlo anche domani.

Sul fatto che i vini odierni possano durare decenni, lo scopriremo solo vivendo/bevendo ma non mi stupirei se non fosse così e me ne fare tranquillamente una ragione.

Parliamo tanto di identità e di riconoscibilità sapendo che gli esiti di lunghi affinamenti in bottiglia possono far sbiadire le peculiarità di uno specifico territorio e di uno specifico varietale. Ciò che amo, da par mio, è stappare bottiglie al loro presunto apice e la mia umile esperienza mi porta a pensare che per molti dei più importanti vini italiani già tra i 5 i 15 anni si possa raggiungere il picco espressivo più alto e non voglio vedere questo aspetto come un fattore negativo o una discriminante nei confronti dei vini "del passato". 

Altrettanto importante è non scambiare come valore aggiunto l'ostentata giovinezza di alcuni vini (tutti sul frutto) e come virtù l'esilità (spesso scambiata per eleganza) di altri, in quanto va elogiato chi ha l'accortezza di portare in bottiglia vini concreti e coerenti attendendo i giusti tempi per l'immissione sul mercato. Ovvio che in questi termini le denominazioni importanti (prezzi più alti e richieste di mercato più ampie) sono avvantaggiate, ma il mio consiglio è quello di iniziare a proporre - anche se fuori dagli areali più noti per i lunghi affinamenti - piccole verticali ai propri clienti mostrando in maniera inconfutabile la capacità evolutiva dei propri vini, valorizzando di conseguenza il proprio lavoro e la percezione della propria azienda.

Prospettive future

Questo anno difficile ha dimostrato che nella sfortuna di non poter vendere tutto molti si ritroveranno a proporre vini in una fase della loro evoluzione nella quale per fortuna (sotto l'aspetto commerciale) e purtroppo (sotto l'aspetto organolettico) difficilmente arrivano.

Quindi piuttosto che parlare di longevità potenziale ciò su cui si deve puntare per innalzare la percezione di molti dei nostri vini è, per i produttori, la capacità di ritardare l'uscita sul mercato evitando che vengano consumati in maniera prematura e, per i ristoratori, la volontà di inserire in carta più annate dello stesso vino consapevoli di poter proporre ai propri clienti un'esperienza dal notevole valore aggiunto.

Considerazioni personali

Da par mio vivo con egual enfasi emotiva sia l'assaggio dei "vini macchina del tempo" che hanno attraversato indenni le ere e sono capaci di dimostrare la loro grande longevità, che l'assaggio dei "vini teletrasporto", in grado di condurmi nel luogo in cui sono stati prodotti con la precisione di un gps e la nitidezza che solo la gioventù sa dare. Il vino perfetto è quello che sa essere prima l'uno poi l'altro partendo da quest'ultimo.

Di certo, vorrei essere più bravo a conservare ma la mia cantina è un parcheggio a ore (cit.) e preferisco la rotazione all'accumulo. Di certo, preferisco questo a chi colleziona senza stappare, trasformando il vino in una sorta di cimelio, tanto da allestirci attorno un museo. Che non me ne voglia il grande Michel-Jack Chasseuil che ha tutta la mia stima e, soprattutto, la mia invidia!


F.S.R.

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