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venerdì 30 aprile 2021

Il Ruchè punta tutto sul territorio e sull'enoturismo di qualità

Ad un anno circa dalla mia tanto inattesa quanto gradita nomina ad Ambasciatore del Ruchè da parte dei produttori dell'Associazione del produttori del Ruchè di Castagnole Monferrato Docg, condivido con voi alcuni aggiornamenti riguardo le prospettive future di una denominazione alla quale ho dedicato molto negli ultimi anni e dedicherò ancora moltissimo, a prescindere dai "titoli".

enoturismo monferrato ruchè

I produttori della DOCG di Castagnole Monferrato hanno appena approvato un progetto di comunicazione e promozione territoriale che coinvolgerà vari ambiti della filiera: dal produttore al consumatore, passando per ristoranti, strutture ricettive, enotecari e commercianti. 

Creare un’immagine coordinata per le aziende della denominazione e formare una rete pronta a valorizzare al meglio le potenzialità turistiche della zona: questi gli obiettivi del progetto di promozione territoriale dell’Associazione Produttori del Ruchè di Castagnole Monferrato DOCG.

Oltre alle 22 cantine del Ruchè associate, ad aderirvi sono stati tutti i sette comuni della DOCG (Castagnole Monferrato, Montemagno, Grana, Portacomaro, Refrancore, Scurzolengo e Viarigi), che cofinanzieranno l’investimento di 60mila euro per un’attività ad ampio spettro. Obiettivo: preparare la zona patrimonio UNESCO ad un turismo più consapevole. 

<< Il progetto è stato fortemente voluto e avrà elementi innovativi, come la formazione su misura one to one, che permetterà ad ognuno dei 60 attori di mettere a punto un’offerta enoturistica ottimale. Il tutto sarà messo in rete grazie a rapporti con tour operator e cartellonistica dedicata>>. Afferma Luca Ferraris, presidente dell’Associazione. 

Sviluppato da Agricola Multimedia e Love Langhe Tour, il progetto è sviluppato in collaborazione con il Consorzio Tutela Barbera d’Asti e Vini del Monferrato. «Il Consorzio è felice di appoggiare un progetto innovativo, che dimostra il dinamismo di una realtà bella e in continua ascesa come quella del Ruchè di Castagnole Monferrato.  – Afferma il presidente del Consorzio Filippo Mobrici. - Ben vengano queste iniziative che coinvolgono i produttori in prima persona con l’obiettivo di creare un modello di promozione virtuoso che, magari, potrà essere un modello anche per altri territori».   

Il progetto avrà durata biennale è vedrà la creazione di contenuti multimediali e analogici, lo sviluppo di segnaletica dedicata, la consulenza individuale agli attori (cantine, strutture ricettive, ristoranti e negozi) in cui saranno valutati i target e la formazione di tutti gli operatori coinvolti per fornire loro strumenti utili per la valorizzazione del territorio nel suo insieme. Infine saranno elaborate proposte turistiche ad hoc. 

Una famiglia da 1 milione di bottiglie. Così si definisce l’Associazione Produttori del Ruchè di Castagnole Monferrato, piccola ma preziosa denominazione unica nel proprio genere. Collocato all’interno del territorio proclamato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco (Langhe, Roero e Monferrato), il mondo del Ruchè è un bell’esempio di come lo spirito di squadra possa dare grandi risultati. Costituitasi informalmente nel 2001 da un gruppo di produttori amici, l’Associazione Produttori Ruchè è stata formalmente fondata nell’ottobre 2015 e oggi conta 22 aziende e 25 produttori guidati da Luca Ferraris, presidente in carica dal 2020 per quattro anni e affiancato dal vicepresidente Franco Morando, dai consiglieri Franco Cavallero (Cantine Sant’Agata), Daniela Amelio (Amelio Livio), Gianfranco Borna (Cantina Sociale di Castagnole), Roberto Morosinotto (Bersano) e Roberto Rossi (Vini Caldera) e dal segretario Dante Garrone (Garrone Evasio e Figli).

big bench monferrato ruchè

Io, da par mio, vi invito a seguire le evoluzioni della denominazione tutta e delle attività dell'associazione, in quanto al termine dell'estate ormai alle porte ci sarà una novità nella quale appassionati, operatori del settore e buyers saranno coinvolti in un'occasione unica per degustare, approfondire e conoscere al meglio il mondo del Ruchè di Castagnole Monferrato Docg.

F.S.R.
#WineIsSharing

giovedì 29 aprile 2021

Moscato d'Asti e Asti Docg - Il futuro del Moscato Bianco e le sue terre d'elezione

Ci sono vini e territori in Italia che hanno vissuto epoche d'oro per poi rischiare di snaturare la percezione dei propri valori a causa di stereotipi o tendenze commerciali. Tra questi potremmo annoverare due delle più importanti denominazioni italiane e il proprio territorio di riferimento, ovvero l'Asti Docg e il Moscato d'Asti Docg e il loro areale. Due denominazioni fortemente radicate nella storia vitivinicola piemontese, che meritano grande attenzione e una valorizzazione che ne evidenzi le peculiarità reali, allontanando preconcetti fuorvianti ed elevando quelle che sono le potenzialità di un territorio e di un vitigno dall'identità spiccata e inconfondibile.
Parliamo di luoghi dal fascino senza tempo, che l'uomo ha saputo disegnare con garbo e saggezza attraverso l'impianto di vigneti che seguono la fisionomia di colline dalla doppia anima, in base alla loro dolcezza o ripidezza. Colline care all'indimenticato poeta Cesare Pavese che ne elogia la bellezza in molti suoi componimenti. Territorio arricchito dalle cattedrali sotterranee dichiarate patrimonio dell'umanità dall'Unesco nel 2014.
MOscato asti docg spumante dolce

Siamo nel regno del Moscato Bianco anche chiamato Moscato d’Asti o di Canelli, appartenente alla folta famiglia dei Moscati e che manifesta congruenze ampelografiche con il Moscato di Trani, quello di Noto, quello di Siracusa e all'attuale Moscatello di Montalcino (che ha soppiantato dopo la fillossera il moscatello selvatico locale). All'estero è chiamato Moscatel menudo blanco (in Spagna), Muscat à petits grains, o di Frontignan, o de Lunel, o d’Alsace (Francia), Gelber muskateller (Germania), Tamioasa (Romania).
Da non confondere, invece, con il Moscato giallo e neanche con il Moscatellone bianco (Salamanna, Zibibbo, Muscat d’Alexandrie, Muscat gordo blanco), nonostante alcuni tendano a sovrapporli.
Parliamo di un'uva nobile e antica che i Greci chiamavano Anathelicon Moschaton, mentre Plinio lo chiamava Apianae, perchè amate dalle api.
Un'uva che ha dato origine ad alcuni dei vini più apprezzati dalle corti nobiliari del '700 e che ha vissuto un'evoluzione enologica nella sua vinificazione che ha tra i suoi passaggi fondamentali quello della filtrazione a sacchi olandesi (in uso fino agli anni '50 e ripresa in chiave moderna da alcuni produttori contemporanei) e l'avvento delle autoclavi e delle più moderne dotazioni di cantina.
sacchi olandesi moscato filtro
L’area delle due denominazioni di cui quest'uva è protagonista è stata delimitata nel 1932 e comprende 51 comuni che si trovano nei territori delle province di Alessandria, Asti e Cuneo.
mappa moscato asti areale
Sono circa 9700 gli ettari vitati a Moscato Bianco iscritti alla Docg, e sono oltre 4000 le aziende produttrici. Due diverse macrozone collinari:
- quella delle langhe, di forma più allungata e crinali lunghi e leggermente ripidi;
- quella del Monferrato, in cui insistono colline più dolci, immerse in una maggior biodiversità.

Terre tanto diverse quanto complementari che fanno grandi queste denominazioni.

Due territori come due sono le denominazioni distinte, entrambe a base Moscato Bianco: l’Asti Docg e il Moscato d’Asti Docg.
Il Moscato d’Asti, non subendo la presa di spuma, non è uno spumante, anche se è caratterizzato talvolta da una lieve frizzantezza naturale (si dice che è “vivace”), mentre l’Asti è uno spumante.
L’ASTI Spumante Docg nasce esclusivamente dal vitigno Moscato bianco. Favorito dai terreni calcarei della zona di produzione e da un microclima tipico delle zone collinari, è il frutto di tradizioni spumantiere piemontesi, conoscenze enologiche, tecniche di coltivazione e raccolta che permettono di mantenere intatto il patrimonio aromatico dall’uva al vino. Contraddistinto da un sapore muschiato, un equilibrio acido e zuccherino e una moderata alcolicità, il suo profumo intenso richiama i fiori di acacia, il glicine e l’arancio e il miele di montagna, con un sottofondo di spezie che rimanda a fiori di sambuco, di achillea, di bergamotto.
Il Moscato bianco è defi nita varietà aromatica con un alto contenuto in composti terpenici appartenenti alla classe degli alcoli mono, di e triidrossilati, come il linalolo (presente in equilibrio stabile con nerolo e geraniolo in funzione del pH del mosto) in termini non solo quantitativi, ma anche sensoriali, grazie alla bassa soglia di percezione di circa 50 μg/L, che rendono tale molecola capace di influenzare in maniera determinante il profilo aromatico delle uve e del vino che ne deriva.
Tali composti alifatici si ritrovano nell’acino sia in forma libera, principalmente a ridosso dell’esocarpo, sia glicosilati (quindi legati agli zuccheri) distribuiti nella polpa.
Per questo motivo il Moscato bianco viene conservato sotto forma di mosto non fermentato sino a poco prima della vendita, quando subisce una fermentazione parziale che garantisca un buon residuo zuccherino, fondamentale anche per preservare gli aromi.
Questo tipo di lavorazione risulta molto onerosa per i produttori, perché costringe le aziende a dotarsi di efficienti impianti di raffreddamento e sistemi di filtrazione che scongiurino qualsiasi fermentazione indesiderata ed è sufficiente a far comprendere quanto i sentori aromatici siano importanti per questa cultivar. (viten.com)
Come ho sempre sostenuto il Moscato d'Asti e l'Asti Spumante sono vini molto tecnici, che implicano dotazioni di cantina e competenze importanti e proprio per questo il suo prezzo medio dovrebbe essere più alto.
scambiatore cantina vino

Negli ultimi anni i produttori dell’Asti hanno intrapreso un cammino innovativo per la denominazione, che ha portato alla nascita di nuove tipologie di vino in base al del residuo zuccherino: ASTI da Demi Sec a Extra dry, passando per la tipologia Dry o Secco nel 2017.
Il Moscato d'Asti Docg, invece, dopo l'entrata in vigore della Denominazione d’Origine Controllata e Garantita “Asti” nel 1993, diventa una denominazione a sé, pur essendo prodotta dalle stesse uve dello stesso areale.
Il Moscato d'Asti Docg rappresenta uno dei prodotti più caratteristici della vitivinicoltura piemontese, contraddistinto dall’intenso aroma muschiato dell’uva da cui è vinificato, dal sapore delicato che ricorda il glicine e il tiglio, la pesca e l’albicocca con sentori di salvia, limone e fiori d’arancio, con una componente zuccherina e un basso tenore alcolico. E' importante ribadire che il Moscato d'Asti Docg non è uno spumante, in quanto è sottoposto ad una minima rifermentazione in autoclave, che viene arrestata al raggiungimento della gradazione di circa 5% vol.
Vini che rappresentano entrambi, seppur in modo differente, la luminosità e l'aromaticità di un vitigno che viene spesso sottovalutato ma che vanta una complessità (i precursori terpenici hanno una capacità evolutiva davvero unica) e una versatilità che solo le grandi uve sanno avere.
A tutelare e valorizzare queste denominazioni, da quasi 100 anni, c'è il Consorzio per la tutela dell’Asti Docg è stato ufficialmente costituito il 17 dicembre 1932 e riconosciuto nel 1934 inizialmente con il nome di “Consorzio per la Difesa dei Vini Tipici Moscato d'Asti Spumante e Asti Spumante”.
Un areale molto vasto quello dell'uva Moscato bianco, la cui coltivazione si estende per circa 10.000 ettari distribuiti in 51 Comuni delle province di Alessandria, Asti e Cuneo. Oltre 1400 ettari hanno una pendenza superiore al 40% e, di questi, 330 ettari hanno una pendenza maggiore del 50%: si tratta dei vigneti storicamente soprannominati “SORÌ”, dove a causa dell’elevata pendenza, non è possibile utilizzare mezzi meccanici e il lavoro può essere svolto solo a mano. Le prime colline del vino ad essere inserite nel Patrimonio Mondiale dell’Unesco sono state proprio quelle dell’Asti.
Le aziende consorziate sono 1013 divise tra 50 case spumantiere, 778 aziende viticole, 153 aziende vitivinicole, 17 aziende vinificatrici, 15 cantine cooperative. La produzione annuale si aggira di solito attorno agli 85 milioni di bottiglie, di cui circa 50 milioni di Asti DOCG e i restanti 35 di Moscato d’Asti DOCG. L’85% della produzione viene esportata all’estero.

Il Presidente del Consorzio Lorenzo Barbero vede il Moscato d'Asti e l'Asti Docg come figli di una grande tradizione italiana, che sa interpretare la modernità, e che sempre più a livello globale vuole essere il termine di confronto per il vitigno Moscato.
Fiducioso nelle recenti modifiche del disciplinare che mirano a permettere ai produttori di proporre l'Asti Spumante Docg con diversi residui zuccherini, offrendo al consumatore una varietà stilistica che avrà sempre al centro l’unicità del vitigno ed il territorio di origine ma potrà abbracciare un range di pubblico maggiore, con abbinamenti più variegati e occasioni di consumo più ampie.
Occasioni di consumo che reputo da anni il vero limite dei vini dolci, in quanto nella mentalità prettamente italica il Moscato d'Asti o l'Asti Spumante Docg sono sempre stati relegati al fine pasto e alle feste, con abbinamenti dolce su dolce che ne imbrigliano le potenzialità in maniera disarmante. 
abbinamenti vino moscato asti
Sì, perché una delle chiavi di lettura più interessanti per vini come questi è la ricerca di abbinamenti meno scontati, che vedano nel contrasto fra dolce e salato (niente più che l'evoluzione del tradizionale "Moscato con pane, burro e alici") o dolce e umami (con la cucina asiatica e quella indiana) veicoli primari per far vivere attraverso la degustazione un'esperienza unica che esalti le caratteristiche del Moscato e lo allontani dalla "sindrome del panettone".
uva moscato bianco
Se in alcuni stati è consuetudine utilizzare il Moscato d'Asti come aperitivo o l'Asti spumante a tutto pasto, comprendo che questo per palati meno avvezzi al residuo zuccherino e per la concezione di abbinamento che abbiamo in Italia e nel vecchio mondo possa risultare eccessivo. Eppure, credo fortemente nel ruolo dei Sommelier dell'alta ristorazione e dei wine bar più liberi da preconcetti nel veicolare l'eccellenza dei Moscati attraverso proposte al calice in grado di scioccare l'avventore. Ecco che il Moscato con il suo residuo mai eccessivo, la sua acidità spiccata e la carbonica che puliscono il palato può diventare uno strumento per elevare l'esperienza vissuta in un ristorante o in un locale di livello, aprendo la strada ad una “nuova” interpretazione di vini che stupiscono anche per capacità evolutive.

Sì, perché se è vero che molti produttori non hanno creduto nella longevità del Moscato d'Asti e dell'Asti Spumante a tal punto da renderlo il più “pronto” possibile per uscite rapide giovate tutte sulla freschezza, è altrettanto vero che persino le bottiglie pensate per non “invecchiare”, durante il mio ultimo tour territoriale, hanno stupito sia me che i produttori stessi per la loro tenuta nel tempo. Ecco perché un plauso va a quei produttori che nella longevità e nell'attesa, nella capacità evolutiva e nella complessità del Moscato credono fortemente, proponendo versioni di annate addietro e, magari, da vigne vecchie per affiancare i loro prodotti più “freschi” e subitanei.

Abbinamenti più nobili e inaspettati, elogio della longevità e valorizzazione del territorio attraverso una futura zonazione (la storica sottozona "Canelli" sembra prossima all'ottenimento di una propria docg) sono a mio modo di vedere i 3 punti che possono dare un'ulteriore spinta a queste due grandi docg che non hanno nulla da invidiare in termini di vocazione e di identità alle più importanti denominazioni italiane e non solo.

Inoltre, sono certo che la combinazione di questi territorio e di uno dei vitigni più interessanti dal punto di vista dei precursori aromatici (seguirò gli sviluppi delle ricerche che sta portando avanti il laboratorio interno al consorzio riguardo gli effetti dei cambiamenti climatici sullo sviluppo aromatico e sull'incidenza degli stessi su altri importanti parametri analitici), unitamente alla rinnovata volontà dei produttori più virtuosi di un approccio sempre più sostenibile (è qui che è nato il primo vino bio italiano e sta crescendo, nonostante le difficoltà, il novero di realtà biologiche) e accorto dalla vigna al bicchiere, rappresenteranno valori che porteranno il Moscato d'Asti e l'Asti Docg a giocarsi carte importanti non solo nell'ottica quantitativa ma anche in quella qualitativa, sorprendendo con le sue caratteristiche uniche e una versatilità ancora solo parzialmente esplorata. 

Per quanto mi riguarda tornerò ogni anno a calcare le vigne di questo areale per constatare i progressi delle due denominazioni locali ma il mio invito è quello di contemplare sin da quest'estate questo territorio nelle vostre rotte enoturistiche. Ne varrà la pena!

F.S.R.
#WineIsSharing


venerdì 23 aprile 2021

Il Bianchello del Metauro - Una questione di famiglia e rispetto in un territorio dalla grande biodiversità

Chi mi legge da qualche tempo avrà imparato a conoscere le mie radici e quanto io sia ancora attaccato alla mia terra natìa nonostante quelle stesse radici si siano allungate portandomi altrove e rendendomi, per certi versi, un nomade ma non un apolide. Sì, parlo delle Marche, regione che sta vivendo un momento di forte Rinascimento in termini enoici ed enoturistici e che fa della propria integrità paesaggistica e dell'instancabile dedizione al lavoro dei proprio vignaioli motivi di vanto che non sempre riesce, però, a comunicare a dovere.
bianchello del metauro
C'è un territorio, però, che si sta muovendo davvero bene in tal senso. Questo territorio è l'areale del Bianchello del Metauro, Doc che ha da poco compiuto 50 anni (ricordo con piacere di aver condotto la degustazione in onore del 50mo all'ultimo Vinitaly al quale noi tutti abbiamo avuto modo di partecipare, ormai 2 anni fa).

Siamo nel nord delle Marche, a confine con la Romagna, in un'area abbastanza vasta che spazia dalle colline (che rappresentano oltre il 70% del territorio) al mare Adriatico e abbraccia ben 18 comuni della provincia di Pesaro e Urbino, nella vallata del Metauro: Fano, Cartoceto, Saltara, Serrungarina, Montefelcino, Isola del Piano, Fossombrone, S. Ippolito, Montemaggiore, S. Giorgio, Piagge, S. Costanzo, Orciano, Barchi, Fratte Rosa, L’isola amministrativa del comune di Mondavio denominata Cavallara, compresa tra i territori comunali di Serrungarina, Montemaggiore, Piagge, S. Giorgio e Orciano, e parte dei territori comunali di Urbino e di Fermignano.
In un territorio a cavallo fra Appennini e Mare Adriatico il clima non può che variare in base agli influssi delle montagne e del mare. Ovviamente, un parametro fondamentale di cui tener conto saranno le altitudini, che nell'entroterra si spingono fino a quote di alta collina. 
bianchello biancame vitigno
Il Bianchello (anche detto Biancame, Biancuccio o Greco Bianco) affonda le sue radici nella storia (se ne ha testimonianza sin dal III secondo a.C.), ma non sempre è stato percepito come il vino che può e sa essere. E' qui che entra in gioco l'opera di un manipolo di produttori lungimiranti e virtuosi che ha creato un'associazione dedicata, proprio, alla valorizzazione e alla promozione del proprio vitigno principe e dei vini da esso prodotti, nonché del contesto territoriale in cui vengono allevati i vigneti di Biancame.
bianchello d'autore
Da anni sono convinto fautore di ogni tipo di unione fra produttori, specie quando a riunirsi sono produttori di nicchia e, per questo, vi invito ad approfondire la conoscenza dell'associazione Bianchello d'Autore, volta a valorizzare l'eccellenza vitivinicola di questo territorio, mostrandone in maniera coordinata potenzialità in termini di vocazione e biodiversità. Vini che riescono a manifestare in maniera spontanea e mai forzata il raro connubio fra tradizione e contemporaneità grazie all'affabilità del Bianchello e alle percezioni fresche e minerali che sa dare. Da non trascurare, inoltre, la duttilità dimostrata negli ultimi anni di questo varietale, che ha permesso alle cantine locali di produrre un range di referenze che contempla le versioni più giovani e agili, delle espressioni più strutturate e longeve e, persino, degli spumanti metodo classico davvero interessanti. Sono certo che girare per questa parte così integra e suggestiva delle Marche, tra mare e collina, vi farà comprendere a pieno la natura di questo areale e dei suoi vini.

Eccovi le 9 realtà che ho avuto modo di conoscere negli ultimi anni e di approfondire durante il mio ultimo tour territoriale con focus sulla sostenibilità:
Bruscia vini
Bruscia
La Cantina Bruscia è la tipica azienda a conduzione familiare che opera nell'agricoltura a tutto tondo da 4 generazioni.
E' solo negli anni '60, però, che la famiglia Bruscia decide di dedicarsi principalmente alla viticoltura e grazie ad uno spiccato spirito imprenditoriale giunge a 30 ettari di vigneti dislocati in selezionate e vocate posizioni dell'areale. Una cantina ben strutturata ma soprattutto un attenzione sin da tempi non sospetti ad un approccio rispettoso e sostenibile dalla vigna al bicchiere. L'azienda produce vini biologici molto identitari non lesinando sperimentazioni interessanti e in particolare con il Bianchello che produce anche in versioni senza solfiti aggiunti e metodo classico, ma anche Passito. Vi segnalo in modo particolare proprio il Metodo Classico Conte Giulio, identitario e davvero piacevole alla beva, e il Lubàc Bianchello del Metauro Superiore Doc intenso, fiero nell'esposizione varietale solare e integro nel sorso. Un Bianchello capace di evolvere in complessità mantenendo sempre la sua innata minerale freschezza.

cignano vino
Cignano
Siamo a Isola di Fano, nella valle del torrente Tarugo, perpendicolare alla vallata del fiume Metauro vicinissimo all’antica Forum Sempronii, oggi Fossombrone. I vigneti godono di una posizione privilegiata, adagiati sulla dolce collina di arenaria gialla, perfetta per l'allevamento del Bianchello. L'azienda agricola, da sempre dedita all'olivicoltura e alla viticoltura, è stata fondata da Antonio e Mario Bucchini ma è con l'avvento dei giovani Fabio e Annibale che Cignano assume sempre di più le connotazioni di una cantina di riferimento per l'areale.
Un approccio rispettoso che vuole attingere alla tradizione in chiave contemporanea, senza mai eccedere nella modernità ma offrendo interpretazioni del territorio e del Bianchello che possano essere apprezzate dai più esigenti palati odierni. Interessanti, anche in questo caso, le sperimentazioni come quella del Bianchello macerato Superbo Ancestrale e affinato in anfora molto caratteristico nel naso che non scade in omologanti toni macerativi, bensì lascia intendere il Biancame nella sua maturità di frutto e freschezza di fiore. E' la mineralità, però, a fare la differenza dando equilibrio e slancio ad un vino di polpa e dal giusto grip. Fresco e agile il Metodo Martinotti ma il vino che rappresenta di più la concezione del Bianchello del Metauro a Cignano è sicuramente il San Leone (Superiore): vino luminoso, capace di coniugare buona intensità di frutto a folate fresche agrumate e balsamiche; il sorso entra ampio per poi distendersi con disinvoltura e slancio, fino alla chiusura sapida e persistente.

mattia marcantoni monteciccardo cantina
Conventino di Monteciccardo
Giovane realtà, nata nel 2003 grazie all'intuito di Egidio Marcantoni che acquista una tenuta alle pendici dell'antico convento di Monteciccardo. Una tenuta che comprendeva sì 1000 ulivi ma non prevedeva vigna. E' qui che subentra il giovane Mattia Marcantoni, figlio di Egidio, appassionato di vino e di viticoltura, che dal 2008 entra in azienda e trasforma quella che era un'azienda agricola a trazione olivicola in una delle più intraprendenti cantine della nord delle Marche.
Il Conventino è un’azienda a conduzione familiare che guarda al futuro con grande attenzione alla sostenibilità e alla produzione di vini dalla forte identità territoriale. Incastonata in un micro areale unico per biodiversità e condizioni pedoclimatiche, la volontà di Mattia è stata sin da subito quella di dare risalto agli autoctoni locali e nel Bianchello, dopo anni di sperimentazione, il vino che riesce a rappresentare di più il connubio fra varietale e territorio è sicuramente l'etichetta Le Fratte. Un vino fresco nel frutto, fine nel fiore, verticale nell'approccio palatale, in un sorso che sa di terra e di mare, di sole e di vento. Un'interpretazione nitida del Bianchello.


cantina di sante
Di Sante
L’Azienda Agraria Di Sante, anch'essa a conduzione rigorosamente familiare, è fortemente connessa a queste terre sin da quando Timoteo Di Sante, alla fine dell’800, iniziò a credere nella vocazione del suo, allora, piccolo fazzoletto di terra per la coltivazione della vite. A Timoteo seguì il figlio Oddo che implementò l'azienda che oggi è gestita da Roberto Di Sante, la moglie Gigliola e il figlio Tommaso. Così prende forma la cantina di nuova costruzione e si completano le acquisizioni dei terreni fino agli attuali 30ha di vigneto gestiti interamente secondo i criteri del regime biologico.
In queste soleggiate colline dell’entroterra fanese che guardano e sentono il mare, fra l’eremo di Monte Giove e le terme di Carignano, le vigne della famiglia Di Sante disegnano geometrie che ben identificano la viticoltura come lavoro di squadra, saggio e consapevole, tra uomo e natura. Il Bianchello non può che essere il riferimento nella linea dei vini di questa realtà e viene interpretato in due versioni: il Gazza più fresco e agile e il Giglio, un Bianchello del Metauro Doc Superiore che si espone sicuro nella sua identità varietale, con buona maturità di frutto con fiori gialli e agrumi a rinfrescarne l'olfazione. Il sorso entra ampio e si svolge con buona dinamica e decisa sapidità.

fiorini carla vini
Fiorini
La storia dell'azienda Fiorini è, senza tema di smentita, quella più pionieristica riguardo la valorizzazione del Bianchello del Metauro. Il primo vigneto impiantato da Luigi Fiorini è datato 1930, oggi a distanza di quasi 100 anni, l'azienda è condotta con la stessa passione e il medesimo rispetto (biologica dal 2013 ma sempre stata molto accorta) da Carla Fiorini, enologa nipote di Luigi, e da suo marito Paolo.
La superficie vitata dell'azienda è grande e per ca. i 3/4 è formata da vigne di Biancame.
In queste dolci colline che anelano al mare, Carla gestisce la sua azienda agricola con la visione di chi sa da dove si viene e ancor più sa dove si deve andare. La centralità del Bianchello, nella sua produzione, è palese tanto che ad esso sono dedicate 4 etichette e forse una quinta in arrivo. Il riferimento è sicuramente il Campioli, Bianchello del Metauro profumato ed armonico, dall'ottimo slancio fresco e dinamico. Chiude piacevolmente sapido. Interessante il lavoro portato avanti sulla fermentazione (in parte) e sull'affinamento in legno del Bianchello che hanno portato al raggiungimento di un buon equilibrio nell'Andy, un Bianchello del Metauro Doc Superiore che nell'annata attualmente in commercio si propone con una garbata presa di legno, distinta materia e buona profondità. Il finale saporito chiude il cerchio. Da attendere le evoluzioni della sperimentazione portata avanti sul Bianchello macerato sulle bucce. Le prime prove sembrano promettere molto bene!

Mariotti cesare
Mariotti Cesare
Anche l'azienda Mariotti affonda le radici in questo territorio molti anni fa, 80 per l'esattezza. Nella Valle del Metauro, in località Sant'Antonio, nel comune di Montemaggiore, la viticoltura è vanta una storia antica e il Biancame era già il vitigno di riferimento. A testimoniarlo è la vigna storica dell'azienda, proprio di fronte alla cantina, in cui centinaia di vecchissimi ceppi (ancora produttivi) si ergono, arrampicandosi ai propri tutori vivi, solo in parte sostituiti da sostegni. 
La superficie vitata aziendale è di circa 11ha e il Bianchello anche in questo caso è l'indiscusso protagonista dalla vigna alla cantina tanto da vedersi dedicare almeno 4 diverse referenze per annata. Il vino più rappresentativo dell'azienda è proprio quello in cui confluiscono le uve delle viti maritate, raccolte tardivamente (l'equilibrio produttivo della pianta, il clone più spargolo e l'altezza delle piante permettono di lasciare le uve fino alle seconda decade di ottobre senza problemi), ovvero il Piandeifiori. Si percepisce sin dal primo nasco una maggior concentrazione che conferisce al vino complessità e un sorso dalla struttura tridimensionale. Non vi nego che ero un po' intimorito da questa interpretazione così potente di un vitigno gentile come il Bianchello ma Cesare ha avuto ragione grazie alla raccolta tardiva infatti è anche l'acidità ad essersi concentrata e la sapidità finale concorre a invogliare alla beva. Inoltre, una verticale che si è spinta fino al 2006 il Piandeifiori ha dimostrato una notevole predisposizione evolutiva, specie in annate non eccessivamente calde.

morelli claudio
Claudio Morelli
Una famiglia dedita all'agricoltura da quasi 100 anni, ma che dagli anni '50 profonde tutti i propri sforzi e le proprie aspettative sulla coltivazione della vite e la produzione di uve e di vino, con particolare attenzione al Bianchello, ovviamente! 
22ha di vigneto che dall'alto guardano il mare e che affondano le proprie radici in terreni prevalentemente tufacei-sabbiosi.
Ciò che ho trovato visitando l'azienda Morelli è stato un palese ed armonico connubio fra tradizione e rispetto in vigna da un lato e lungimiranza e tecnica n cantina dall'altro.
Il Bianchello viene lavorato in riduzione con risultati molti interessanti dal punto di vista dell'espressività olfattiva, molto più tesa alla finezza e a tonalità minerali. Molto interessante l'approccio zonale delle vinificazioni che prevede la produzione di 3 Bianchello di cui uno, il San Cesareo, da diversi vigneti tra gli 80 e i 250m slm espressione di un'identità di base aziendale e due veri e propri cru: la Vigna delle Terrazze, da un suggestivo terrazzamento a 100m di altitudine che gode della vicinanza del mare e dei terreni di tufo e sabbia. Fresco, dinamico e salino; il Borgo Torre a 250m slm, che gode della maggior altitudine e dell'ottima esposizione a sud-ovest, nonché di terreni ricchi di tufo con presenza di limo e argilla. Un vino intenso nel frutto e integro nel sorso, per nulla esile ma ugualmente slanciato. Il finale molto sapido invoglia alla beva. Ottimo anche il Metodo Classico Morell che esprime tutte le potenzialità del Biancame in termini di freschezza e finezza.

terracruda
Terracruda
Arrivi a Fratte Rosa e ti senti in un contesto idilliaco, in cui si vede, si sente e si respira biodiversità. Una realtà giovane, anch'essa a conduzione familiare, dotata di una moderna cantina e di vocati vigneti dediti interamente a varietali autoctoni tra i quali spicca, ovviamente, il Bianchello del Metauro. La famiglia Avenanti mi ha sempre accolto con grande calore ed energia nella loro terra, senza mai smettere di incuriosirmi con la loro variegata produzione in cui vitigni autoctoni locali vengono declinati in differenti interpretazioni al fine di mostrarne tutte le variegate sfaccettature caratteriali. Alle tre versioni ferme Boccalino (fresco e agile) e Campodarchi etichetta Argento (fresco, fruttato e dinamico) e etichetta Oro (maggiormente strutturato, profondo e sapido, con una notevole predisposizione all'evoluzione in bottiglia), si aggiungono recentemente un metodo classico molto fine, slanciato e sapido e un rifermentato in bottiglia, quest'ultimo davvero divertente e in grado di esprimere il varietale in maniera fresca, senza fronzoli, enfatizzandone la naturale predisposizione alla beva. Un'azienda, questa, che manifesta grande rispetto per il territorio (da qualche anno in regime bio ma da sempre molto attenta alla sostenibilità), condotta da una famiglia lungimirante, alla continua ricerca di nuove sfide. 

fattoria villa ligi
Fattoria Villa Ligi
La storia della famiglia Tonelli è da oltre 100 legata a questa campagne ma è solo negli anni '80 che Francesco Tonelli, con grande passione e e propositività da vita alla Fattoria Villa Ligi, un'azienda che si è prodigata negli anni nella riscoperta e nella salvaguardia di varietà tipiche rare.
Oggi è il giovane Stefano, enologo e eecnologo Alimentare, a guidare l'azienda, insieme alla sua compagna Lea Pailloncy, vignaiola formatasi tra Borgogna e Provenza. A coadiuvarli nella gestione aziendale Maria Ida e Elena. Il Bianchello non rappresenta il cuore dell'azienda ma è sempre stato un vino al quale la famiglia Tonelli ha voluto dedicarsi con attenzione e dedizione cercando di portare in bottiglia un vino dalla forte identità varietale e territoriale. Quel vino si chiama Albaspino e riesce ad esprimere nitidamente quella che è la filosofia aziendale, ovvero quella di puntare sempre sulla sincerità, senza storpiature o forzature di sorta. Un Bianchello del Metauro Doc armonico al naso, equilibrato al palato, agile e salino, senza essere troppo esile o sfuggente. Un bianco che completa la linea delle interessanti referenze aziendali.

bianchello d'autore
Nel mio ultimo tour e ancor più mentre attingevo ai miei appunti per la stesura di questo articolo, mi sono reso conto di quanto queste 9 realtà siano in continuo fermento, mai dome, a prescindere da storia, dimensioni o filosofie. Credo sia proprio questo il comun denominatore delle realtà dell'associazione Bianchello d'Autore: la laboriosità unita alla continua voglia di sperimentare e di mettersi in gioco.
Condizione che si unisce ai valori umani che ho avuto modo di riscontrare in ogni singola cantina che ho avuto modo di visitare, a testimonianza della levatura di un popolo, quello marchigiano, che non ama fare proclami ma dimostra con i fatti la propria innata dedizione alla terra, al rispetto e alla qualità.

Una tappa consigliatissimi per tutti gli enoturisti, appena torneremo liberi di viaggiare per vigne e cantine.

F.S.R.
#WineIsSharing

giovedì 22 aprile 2021

Il global warming sta cambiando il gusto del vino

Negli ultimi anni ho scritto molto di global warming e degli effetti già tangibili e potenziali sulla viticoltura italiana e internazionale ma in questi giorni in cui non si parla d'altro che delle tematiche ambientali, grazie alla vera e propria crociata portata avanti dalla sedicenne attivista svedese Greta Thunberg, non potevo che tornare a porre l'attenzione su alcuni degli aspetti legati al surriscaldamento globale.
Partirò riprendendo un discorso avviato qualche anno fa in questo wine blog, grazie allo studio di una nota ricercatrice che neanche a farlo a posta viene proprio dalla Svezia ed è, quindi, conterranea della giovanissima Greta Thunberg.
cambiamenti climatici vino gusto

 "Per colpa dei cambiamenti climatici il vino potrebbe non avere più lo stesso sapore!"

Sono queste le parole della professoressa Kimberly Nicholas, docente della Lund University (in Svezia), che hanno sconvolto l'opinione enoica qualche anno fa, ma che continuano a far riflettere sulla situazione a breve e lungo termine non solo della componente agronomica del produzione di vino mondiale, ma anche degli aspetti prettamente enologici e gustativi.
Secondo la professoressa K. Nicholas, infatti, le componenti gustative del vino ed in particolare di quello prodotto con vitigni come Chardonnay e Pinot Nero (lo studio è stato improntato specificatamente su questi due varietali di riferimento in quanto tra i più diffusi al mondo e utilizzati sia per la vinificazione "ferma" che per la spumantizzazione) stanno già assumendo connotazioni differenti a causa dell’innalzamento delle temperature. Sempre secondo lo studio della professoressa svedese, le nazioni più “a rischio” sono proprio quelle mediterranee come Italia e Spagna, nonché la vicina Francia, in quanto in queste aree climatiche l'uva sta arrivando a maturazione sempre più velocemente e i viticoltori fanno fatica a riconoscere quale sia il momento migliore per la vendemmia per via di un gap sempre più ampio fra maturazione fenolica e tecnologica.

Con l’aumento delle temperature, il rapporto desiderato tra acidità e zuccheri (glucosio e fruttosio), sicuramente auspicabile per ottenere vini armonici e di pregio, tende ad arrivare prima del “dovuto”. Ne consegue che il gusto ottimale, o meglio, quello che siamo soliti aspettarci da quel determinato varietale potrebbe arrivare prima o addirittura non arrivare affatto, in quanto una maturazione più repentina potrebbe cambiare per sempre i sapori e gli aromi ai quali eravamo abituati. Ovviamente parliamo di proiezioni future e di cambiamenti minimi, che probabilmente solo i degustatori più esperti potranno notare, ma una cosa che sarà sotto gli occhi di tutti (nel vero senso della parola) sarà il colore, che potrebbe acquisire tonalità diverse, sempre a causa della maturazione più rapida.

In sintesi la tesi è la seguente: l'innalzamento delle temperature - anche detto global warming - in molte delle più importanti zone vinicole del mondo potrebbe deviare il gusto tipico di quello specifico vitigno. A un aumento della temperatura segue un aumento proporzionale del contenuto di zuccheri nell’uva e un accumulo meno equilibrato di composti chimici utili all'espressione varietale così come la si è conosciuta in passato. Ovviamente, all'aumento degli zuccheri corrisponderà un innalzamento dell'alcool durante la fermentazione. Inoltre la temperatura influenza i composti/precursori, presenti in tracce, che creano gli aromi, essenziali per la nostra percezione del gusto. I viticoltori, potrebbero cercare di adattarsi a questi cambiamenti, cambiando l'orientamento dei filari e/o adottando sistemi di potatura e una gestione della parete fogliare atti a mettere più in equilibrio la vite e a creare più ombra sui grappoli, fino addirittura ad arrivare a spostare un vigneto più a nord o più in alto, cosa che, però, presume un cambiamento radicale di condizioni pedoclimatiche che potrebbe non giovare al “prodotto finale”.
Gli esiti dei cambiamenti climatici stanno portando quindi a:
- nascita di nuovi areali vitivinicoli a latitudini che non ne permettevano lo sviluppo fino a qualche lustro fa. La Gran Bretagna ne è un esempio;
- aumento dei vigneti irrigui anche in zone dove l'irrigazione non era diffusa;
- spostamento dei vigneti a quote più elevate o utilizzo di vitigni/cloni differenti in zone considerate storicamente vocate per altri varietali;
- riconsiderazioni nei confronti delle basse rese per ettaro (in alcuni areali, per determinati vitigni e con determinati obiettivi enologici), delle densità d'impianto e delle conduzioni agronomiche tese ad una maggior concentrazione;
- aumento della richiesta di vitigni PIWI e studi più approfonditi sulla resistenza della vite alle più comuni patologie, a causa dell'aumento delle stress delle piante dovuto anche agli episodi climatici critici indotti dai cambiamenti climatici (es.: annate troppo calde e siccitose, bombe d'acqua e gelate tardive).

Se per quanto concerne l'inquinamento sappiamo già di essere in terribile ritardo e di dover fare qualcosa nel modo più concreto e rapido possibile forse è giunta l'ora di rivalutare alcune pratiche agronomiche ed enologiche e di puntare alla salvaguardia del vino, e in particolare di quello italiano, avendo una visione più ampia e rispettosa possibile. E quando parlo di rispetto mi riferisco al rispetto per l'ambiente vigna, al rispetto per la vite nei sui equilibri e nella sua potenziale e naturale longevità, rispetto per l'uva prodotta e, quindi, per il vino che si andrà a produrre cercando di interpretare ogni annata in maniera oculata e sensibile. Sarà, quindi, indispensabile valutare al meglio i sistemi di allevamento più appropriati non solo sulla base dell'esperienza passata, ma anche in base ai risultati ottenuti negli ultimi anni; sarà importante condurre studi più approfonditi sulle pratiche agronomiche più adatte alla salvaguardia dell'equilibrio della pianta; andranno riconsiderate (in alcuni areali) la densità di impianto e le rese, nonché la gestione delle pareti fogliari e, soprattutto, del suolo. Questo perché l'espressività dei varietali e le condizioni di stress della vite non sono aspetti derivanti esclusivamente dai cambiamenti climatici, bensì fanno parte di una serie di variazioni che partono proprio dall'approccio vitivinicolo che è notevolmente mutato negli ultimi 60 anni, in favore di una viticoltura di qualità che, però, si dimostra - spesso - più soggetta agli esiti del global warming, specie se si considera la tendenza sempre più sostenibile della gestione dei vigneti (almeno nel nostro paese).

Va da sè che il tema del gusto è secondario, in termini di sostenibilità, nei confronti delle dinamiche agronomiche che stiamo affrontando e dovremo affrontare in maniera sempre più seria per correre ai ripari là dove sarà possibile, ma è bene considerare anche effetti così diretti e tangibili dei cambiamenti climatici per sensibilizzare il più grande numero possibile di individui.


In conclusione, riuardo ai "cambiamenti del gusto del vino", di certo ce ne sono e ce ne saranno, ma credo che, ad oggi, il clima - per quanto, profondamente, incidente - sia ciò che ha influito meno in termini diretti, sull'espressione dei varietali. A cambiare sono stati - come già accennato sopra - cloni, obiettivi agronomici ed enologici e questi cambiamenti non credo cesseranno. In fondo, le differenze sono proprio ciò che rende il mondo del vino - e non solo - così affascinante e divertente per noi instancabili e curiosi appassionati, no?!

F.S.R.
#WineIsSharing

domenica 18 aprile 2021

Sassotondo - L'identità "vulcanica" del Ciliegiolo e la continua ricerca dalla vigna al bicchiere

Anni di viaggi per vigne e cantine e ancora mi stupisco davanti alla varietà di contesti storici, sociali e paesaggistici in cui esse sono incastonate, eppure alcune realtà vantano suggestioni difficili da eguagliare. Una di queste è, senza tema di smentita, quella di Sassotondo, piccola azienda vitivinicola fondata negli anni '90 da Carla Benini ed Edoardo Ventimiglia, agronoma trentina – la prima – e documentarista romano – il secondo.
sassotondo cantina tufo

Una sfida quella di questa coppia che ha sentito forte il richiamo della campagna, lasciando la città alla volta di una Maremma incantata, costruita e scavata nel tufo di Sorano e Pitigliano. Ci sono voluti anni per rimettere in sesto i vigneti e allestire una cantina atta a produrre vini che di lì a poco sarebbero divenuti un riferimento per l'intero areale. Le scelte più complesse e ponderate sono state quelle ampelografiche, che hanno visto coinvolto sin da subito l'esperto enologo Attilio Pagli, con il quale Edoardo e Carla hanno maturato un rapporto di continuo confronto e crescita enoica. Ecco quindi che entra in gioco il Ciliegiolo, varietale tanto bistrattato quanto tornato in auge negli ultimi anni ma nel quale in pochissimi credevano all'epoca in cui proprio a Sassotondo si scelse di puntare tutto su quest'uva. Non solo pionieri, quindi, bensì sperimentatori tanto incauti quanto lungimiranti nei riguardi di un vitigno che in queste zone manifestava e manifesta tutt'ora peculiarità originali in termini di maturazione, di complessità aromatica (con una speziatura tipica del territorio), di equilibrio strutturale e di predisposizione all'invecchiamento.
carla sassotondo vigna

L'avventura del Ciliegiolo e dei vini di Sassotondo ha inizio nel 1997, anno della prima vendemmia nella cantina ipogea, appena ristrutturata, scavata nel tufo. Entrarvi è come entrare nel cuore di Sassotondo e nell'animo dei suoi due custodi: un cuore fatto di tufo e aria, un animo fiero e colmo di energia.
Quando si percorre il viale che porta alla cantina, ci si rende conto di quanto Sassotondo sia simile alle aziende agricole d'un tempo, quelle in cui l'alternanza fra vigna e ulivi si incastonata in quella di paesaggi disegnati da pascoli e campi dedicati al seminativo, con i boschi ad abbracciarla. Questo comporta una buona biodiversità che va preservata anche grazie all'approccio biologico dell'azienda.
biodiversità vigna

Ovviamente, a me erano i vigneti ad interessare! Dei 12ha, 9 sono a bacca rossa (Sangiovese, Merlot e Teroldego e, ovviamente, il protagonista Ciliegiolo) e 3 a bacca bianca (Trebbiano, Greco, Sauvignon) e tutti affondano le proprie radici su terreni prevalentemente vulcanici.
La mia vista a Sassotondo mi ha visto impegnato in un focus sul Ciliegiolo, in quanto ho sempre ritenuto questa particolare zona e l'estrema dedizione di Edoardo e Carla la combinazione perfetta per comprenderne peculiarità e potenzialità.
ciliegiolo grappolo

Un nome che ne evoca i profumi e una storia ancora in bilico fra leggenda e verità che lo vorrebbe portato in Italia nel 1870 da alcuni pellegrini di ritorno dal lungo cammino di Santiago di Compostela (per questo viene chiamato anche Ciliegiolo di Spagna). Confutata la teoria che ne asseriva la congruenza genetica con il Sangiovese, alcuni noti ampelografi agli inizi del nuovo millennio hanno, finalmente, evidenziato che Aglianicone e Ciliegiolo sono lo stesso vitigno e che, quindi, il legame con il Sangiovese sussiste ma è di tipo genitore-figlio (non sappiamo ancora in che ordine).
pedro parra agronomo buche
La mia vista a Sassotondo mi ha visto impegnato in un focus sul Ciliegiolo, in quanto ho sempre ritenuto questa particolare zona e l'estrema dedizione di Edoardo e Carla la combinazione perfetta per comprenderne peculiarità e potenzialità.
La fiducia in questo vitigno da parte della coppia è tale da aver sentito il bisogno di andare ancora più a fondo (nel vero senso della parola) nella ricerca delle sue identità in relazione alle singole peculiarità pedologiche. Proprio questo hanno deciso di coinvolgere il consulente di fama mondiale Pedro Parra, noto per i suoi studi geologici in vigneti di tutto il mondo tramite scavi profondi in grado di evidenziare la predisposizione di ciascuno all'impianto di determinati cloni con specifici portainnesti. Linee che tracciano poligoni all'interno, anche, di uno stesso vigneto, proprio com'è avvenuto per il “cru” San Lorenzo di Sassotondo.
poligoni clos vigna pedro parra

Ecco quindi due “clos" che al posto dei muretti a secco hanno dei fili tesi a delimitarne i confini: Poggio Pinzo e Monte Calvo, corrispondenti ai primi due poligoni creati, vendemmiati e vinificati separatamente.
buche zonazione pedro parra

Fatte queste premesse, condivido con voi le mie impressioni sulle referenze base Ciliegiolo prodotte da Sassotondo e su alcuni assaggi "extra" fatti durante la mia ultima visita all'azienda:
ciliegiolo sassotondo
Ciliegiolo – Maremma Toscana Doc 2019: dalle vigne più giovani un Ciliegiolo tutto sui primari varietali, con frutto e fiore freschi e lieve spezia a rendere meno scontato il naso. Il sorso è fresco ma non esile, slanciato ma non sfuggente. Buona dinamica di beva e finale saporito.

sanlorenzo sassotondo vino verticale
San Lorenzo – Ciliegiolo Maremma Toscana Doc 2015 – 2016 – 2017 – 2018: il cru storico dell'azienda, da una vigna di oltre 60 anni che guarda Pitigliano. Al di là della suggestione della posizione, è indubbia la vocazione di questa terra che da origine a un vino capace di tradurre l'annata in maniera sincera ma equilibrata, senza incorrere in eccessi di maturazione in annate calde. Proprio per questo la 2015 si mostra, attualmente in commercio, si mostra fiera ma dal giusto calore. Varietale integro e bocca piena, in grado di distendersi con buono slancio. La 2016, è già pronta a stupire grazie ad una maggior tonicità e ad un'agile finezza. Vino forte, dinamico e saporito dai nitidi tratti vulcanici. La 2017 e la 2018 sono due anime apparentemente antitetiche ma l'affinamento in bottiglia le porterà a non essere poi così distanti nell'espressività varietale. Di certo l'una sarà più ricca e saporita dell'altra ma l'altra sarà più longilinea ed elegante.

monte calvo vino
Monte Calvo – Maremma Toscana Doc 2019: il primo dei “poligoni” vinificati singolarmente. Un vero e proprio “clos”, all'interno del cru San Lorenzo, che aggiunge al frutto una distintiva balsamicità mediterranea. Il sorso è integro e sicuro, fresco nell'incedere e dal grip tannico prospettico.

monte pinzo ciliegiolo
Poggio Pinzo – Maremma Toscana Doc 2018 (vinificato in grandi anfore di terracotta): l'altro clos, orientato sui piccoli frutti, con una spezia nera intrigante e sensazioni umami, tra terra e sale, che ritroviamo al termine di un percorso palatale tonico, ritmato e dall'indubbia spinta. Tannini già ben definiti.
anfora poggio pinzo
In linea generale posso asserire, senza tema di smentita, che Carla ed Edoardo rappresentano il fulcro dello studio sul Ciliegiolo e, insieme ad Attilio Pagli, confermano di esserne interpreti sensibili e attenti, che rispettando ed evidenziando le cangianti sfaccettature del varietale gli permettono di tradurre al meglio ogni singola geolocalizzazione.

nocchianello nero rotundone


Tra i vari assaggi non posso, però, non segnalarvi un vino che ha attirato sin dal primo naso la mia attenzione, in quanto portatore di una quota – a mio parere – percettibilmente importante di Rotundone, molecola alla quale ho dedicato già alcuni scritti e diverse masterclass in giro per l'Italia. Parlo del Nocchianello Nero con il quale Sassotondo produce il Monte Rosso, vino tutta spezia nera, fiore e note vegetali che potrebbero indurre un naso poco avvezzo a questo genere di vini ad una percezione rustica, poco raffinata, ma che per me rappresentano linfatica freschezza. In bocca è scattante, ma non esile, spensierato ma non facile. Un vino che ha solo bisogno di trovare armonia in bottiglia per divertire anelando ad un'eleganza d'altri tempi, non ostentata ma seducente. Un vitigno che rischiavamo di perdere se non fosse stato per la caparbietà di Edoardo e Carla che, coadiuvati dal Crea di Arezzo, sono riusciti ad innestare ca. 260 piante di Nocchianello Nero (e altrettante di Nocchianello Bianco, altra varietà ivi riscoperta), avviando successivamente (nel 2013) delle microvinificazioni propedeutiche all'inserimento (nel 2017) del varietale nel Registro nazionale. Un vitigno reliquia che vanta peculiarità che lo rendono più che contemporaneo, non solo nel "gusto", ma anche a livello di resistenza alle patologie e nella risposta ai cambiamenti climatici. 
franze vino
Passiamo al Franze 2017, unico nel suo blend e sensato nella motivazione personale: un IGT prodotto da uve Ciliegiolo e Teroldego, che vede Carla convogliare l'identità di un varietale così legato alla sua terra natìa e quella della sua "nuova" casa in un vino forte, deciso, ma per nulla rigido. Finale giustamente tannico e persistente.

vino numero 6 macerato sassotondo
Concludo con il Numero Sei 2018, un bianco macerato da uve Greco (lunga macerazione sulle bucce) e Sauvignon capace di non scadere in note omologanti da macerazioni mal gestite e da negligenti ossidazioni, bensì in grado di esprimere un naso netto tra la menta e il fiore giallo, dal sorso agrumato e minerale. Ottima per tergere il palato la chiusura lievemente tannica e decisamente sapida.

Lascio Sassotondo e i suoi due eclettici custodi con ancor più consapevolezza di quanto questa piccola realtà rappresenti non solo un riferimento per il Ciliegiolo, ma anche per la ricerca continua della massima espressione identitaria del vitigno stesso. Solo continuando a mettersi alla prova e ad accettare sfide con la terra e con sé stessi Carla ed Edoardo sanno di poter appagare, almeno momentaneamente, la propria curiosità di vendemmia in vendemmia. Una volta giunti al risultato sperato, ecco che l'asticella viene alzata nuovamente, pronti per una nuova sfida.
vigna pitigliano


"Noi siamo il nostro territorio, la nostra terra è noi!
Abbiamo fatto il vino con l'uva e la terra di qui, il nostro vino è l'uva e la terra di qui!"

F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 14 aprile 2021

Investire in bottiglie di vino pregiate conviene? Sì, ma attenti ai falsi! Ne parlo con Luca Martini esperto "fine wines merchant"

Nell'ultimo anno ho sentito spesso parlare di "investimenti nel mondo del vino" e di quanto le bottiglie pregiate possano essere considerate un bene rifugio con utili addirittura superiori a quelli dell'oro. Onestamente, non ho mai sperimentato questo tipo di attività ma ho la fortuna di conoscere il massimo esperto italiano (e non solo) in materia: Luca Martini.
Luca (miglior Sommelier del mondo 2013) si occupa da anni, con grande successo e un'etica non comune in questo settore, all'attività di "fine wines merchant" ed è per questo che ho scelto lui per fare chiarezza sul mondo degli investimenti in bottiglie di vino di pregio.
Luca Martini investire bottiglie vino

- Cosa significa investire nel vino?

Investire nel vino, come per altri beni, significa comprare un prodotto che possa fruttare nel tempo. Come per tutti gli investimenti le variabili che possono incidere sul fatto che sia più o meno redditizio sono moltissime. Attenzione, però, parliamo sempre di un bene deperibile che necessita di vari accorgimenti.

- Il vino è davvero un bene rifugio?

In generale possiamo dire di sì, anche se…
Mi spiego meglio, il vino (intendendo le bottiglie di pregio chiaramente), è un bene rifugio perché, già da parecchi anni, ha dimostrato di produrre costanti performance e utili, non sto qui a ripetere i vari dati che potete trovare facilmente su internet.
Ci sono tuttavia vari aspetti importanti da tenere in considerazione che influenzeranno le performance delle bottiglie e non sono da sottovalutare: è ovvio che la conservazione (quindi lo stato di etichetta, capsula e livello del vino) è un fattore decisivo per la valutazione del prodotto.
Anche provenienza e tracciabilità del prodotto contribuiranno in maniera consistente all’utile conseguito dalla vendita: la presenza di fatture d’acquisto e certificati di autenticità (soprattutto per distillati) sono da considerarsi un valore, così come la sicurezza di aver comprato un prodotto che fino a quel momento è stato conservato correttamente a temperatura e umidità controllata.

- Quali sono i rischi nell’investire e nell’acquisto di bottiglie di vino?

Il primo, dei tantissimi rischi che si corrono, è quello di acquistare il prodotto nel mercato “secondario” senza garanzia di provenienza (quindi di effettiva autenticità del prodotto) magari perché si pensa di aver fatto “l’affare” poiché si sono comprate delle bottiglie a un buon prezzo. Ricordatevi che nessuno vi regala niente, e che le truffe sono sempre dietro l’angolo! Ormai le bottiglie false sono talmente fatte bene da risultare molto difficili da riconoscere, perfino da un occhio esperto.
Un altro rischio indubbiamente da citare è quello di comprare bottiglie di vino mal conservate.
Naturalmente, non meno importante, c’è anche il rischio di non avere lo spazio e il luogo adatto per tenere quelle ben conservate!
Anche (e soprattutto) pagare troppo le bottiglie quando si inizia a fare l’investimento… magari a causa di errate o poco attendibili stime di valore trovate su internet. Con il tempo (e magari anche con qualche consiglio) imparerete a spendere i vostri soldi dai “fornitori” giusti e ad utilizzare motori di ricerca per le stime più affidabili di altri.

- Si può investire nel vino senza essere esperti?

No, senza essere esperti non possiamo investire nel vino, come giustamente non possiamo investire in altre cose.
Io con la mia azienda offro questo servizio, ma purtroppo sono molte le persone che pensano di essere in grado di fare da sé, spesso e volentieri se ne accorgono quando ormai è troppo tardi.
Se però mi voglio avvicinare a questo mondo è doveroso farsi seguire da un esperto accreditato, da un professionista con determinate garanzie che ci possa seguire passo a passo nell’investimento, dall’inizio (acquisto) alla fine (vendita). Perché, ricordiamoci, l’obiettivo è quello di vendere per guadagnare e poi ricomprare! Tenete a mente che l’investimento deve essere esule dalla passione e che grandi profitti comportano grandi rischi.
Expertise bottiglia vino asta

- Quali sono i consigli che daresti a chi vuole acquistare bottiglie di vino da investimento?

Il primo consiglio che darei è di affidarsi a dei professionisti come dicevo prima se non si sa da che parte iniziare. I soldi “spesi” in più per la consulenza ripagheranno in futuro, ne sono sicuro.
Anche io tramite la mia azienda gestisco sia l’acquisto che la rivendita per conto di alcuni nostri clienti, garantendo utili consoni al pacchetto d’investimento. In alcuni casi il cliente non ha nemmeno bisogno di avere fisicamente le bottiglie, le teniamo noi in cantina per lui. Un valido compromesso che ha anche il vantaggio di eliminare il rischio che le bottiglie vengano bevute accidentalmente (oppure di proposito).
Se invece le bottiglie le volete tenere voi, valutate l’acquisto di una bella cantinetta vini con doppia temperatura (è anche un bellissimo regalo da fare) capiente il giusto secondo anche lo spazio che avete a disposizione da dedicargli.
Non ha senso regalare a un vostro amico una bottiglia da investimento se non ha dove conservarla. Ricordate che basta pochissimo per vanificare tutti i soldi e il tempo speso.

- Entrambi abbiamo gridato più volte "basta alla vendita di bottiglie vuote". Molti non comprendono il perché si possa arrivare a pagare centinaia di euro per una bottiglia di Petrus vuota. Spieghiamo cosa c’è dietro?

Parlerei prima di un aspetto che spesso passa in secondo piano, quello meno dannoso e più frivolo: c’è sicuramente un discorso di vanità che si diffuso soprattutto grazie ai social: a quanti di voi è capitato di trovarsi una bottiglia importante (vuota) davanti e di dire “adesso faccio una foto così la pubblico su Instagram e su Facebook!”
Ho visto molta gente comprare bottiglie vuote solo per farsi delle foto da pubblicare nei propri profili social che “è ok” in linea di massima, se uno le vuole comprare per “farsi vedere” agli occhi degli altri chi sono io per giudicare, alla fine non fa del male a nessuno (se non a sé stesso).
A parte questo, il vero danno arrecato al mondo del vino è quello fatto da un mercato parallelo di contraffazione incredibilmente esteso. Le bottiglie vuote “originali” vengono riempite e spacciate per bottiglie nuove, in attesa ancora di essere stappate.
Molti produttori e aziende legate al mondo del vino stanno iniziando a far firmare fogli dove si dichiara il consenso alla distruzione dei vuoti delle bottiglie costose acquistate, in modo tale che non abbiamo la possibilità di essere reimmesse contraffatte nel mercato.
Tutto questo mi porta ad essere molto triste. Quando vedo bottiglie di vino vuote vendute per cifre a tre zeri significa che stiamo sbagliando qualcosa: o non capiamo il danno che stiamo facendo, o non ce ne importa perché pensiamo che non ci possa riguardare (i furbetti). Ma la verità è che ci riguarda eccome, perché contribuiamo ad alimentare questo mercato di truffatori, sempre più grande, disposto a pagare cifre assurde perché queste bottiglie, una volta manomesse e riempite, possono valere anche, partendo da poche centinaia, fino a migliaia di euro.
Questo è un problema grosso, da non sottovalutare. Non sto dicendo che dovete assolutamente buttare via tutti i vuoti che avete perché, capisco benissimo, quei vuoti sono legati a dei ricordi importanti che tutti noi non vogliamo assolutamente dimenticare.
Noi cerchiamo, nel nostro piccolo, di non venderle però. Collezioniamole, se vogliamo, ma teniamole solo per noi stessi. Nel caso, ogni tanto fate pulizia e eliminate nella raccolta del vetro quelle che non volete più tenere.

- Girano davvero così tante bottiglie false sul mercato? Come si possono riconoscere?

Purtroppo, sì, girano tantissime bottiglie false sul mercato. Noi abbiamo molti modi e strumenti per riconoscerle.
La procedura di controllo parte prima ancora dell’acquisto: tramite foto e report richiesti al venditore siamo in grado di fare una prima valutazione e controllo di effettiva autenticità.
Nella nostra azienda, per il reparto anticontraffazione, un'altra cosa fondamentale è la fonte del prodotto, che può essere il venditore stesso che ha in mano le bottiglie ma non solo: servono garanzie di provenienza (da chi e dove è stata comprata in precedenza?) e di conservazione, quest’ultima riconoscibile anche tramite livello, colore della bottiglia e stato dell’etichetta.
Avevo fatto a tal proposito dei video che trovate su Instagram nella sezione IGTV, vi metto qui i link:

Ovviamente all’arrivo effettivo in azienda si rifanno tutti i controlli con microscopio, luce a infrarossi, torcia ecc... nel video lo spiego e lo faccio vedere bene.
Ricordo ancora che tutte le garanzie, le fotocopie dei documenti dei venditori privati, la storicità e soprattutto (per le bottiglie di vino vecchie) la tracciabilità del prodotto sono fondamentali.

Consideriamo che, purtroppo, in questo momento nel mondo circa il 3-5% sul totale delle bottiglie pregiate sono false. Per “false” intendo le due categorie che compongono il mercato, cioè sia bottiglie originali ma riempite e ritappate (quindi bottiglia di per sé originale ma con vino falso) sia le bottiglie che io chiamo “i falsi-falsi” cioè copie spudorate degli originali che non hanno nulla di autentico, né il vino e né la bottiglia
Una percentuale spaventosamente alta è data da queste ultime, prodotte in grandi quantità, tra le quali segnalo Tignanello, Sassicaia e Romanée-Conti, solo per indicare le più note.

coche dury la tache vini investimento

Ringrazio Luca per la sua consueta disponibilità e per aver approfondito in maniera impeccabile alcuni aspetti di un lavoro complesso che richiede grande preparazione e indiscussa professionalità. Per sapere quali sono le bottiglie sulle quali investire vi invito a seguirlo e a contattarlo direttamente tramite i suoi canali social o il suo sito: www.lucamartini.it/lm-fine-wine-merchant/


F.S.R.
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