Translate

martedì 18 maggio 2021

L'Informatore Agrario fa chiarezza sulla questione dei vini "annacquati" e dealcolati

Nell ultime settimane è scoppiato il caso dei vini "dealcolati" portando sulle prime pagine di magazine enoici, wine blog e sulle bacheche social di operatori di settore e appassionati titoli e post allarmistici sulla falsa riga di "l'EU autorizza i vini allungati con acqua per renderli meno alcolici" o "L'EU mette l'acqua nel vino per renderlo analcolico". In realtà, le notizie pubblicate sono state spesso strumentalizzate e per questo ho preferito non scriverne fino a stamane, quando ho ricevuto la newsletter de L'Informatore Agrario che mira a far chiarezza sull'argomento. Un comunicato che sembra essere una delle analisi meno fuorvianti e più chiare della situazione.

acqua nel vino europa

Condivido con voi il comunicato:

VINO, “UNA TEMPESTA IN UN BICCHIER D’ACQUA”. SU L’INFORMATORE AGRARIO LA RICOSTRUZIONE DEL CASO UE SUI VINI DEALCOLATI

"Vino: una tempesta in un bicchier d’acqua”. È l’approfondimento sui vini dealcolati de L’Informatore Agrario, che nel numero in uscita fa luce sul tema bollente della cronaca degli ultimi giorni. La proposta che riguarda la dealcolazione dei vini – ricostruisce il settimanale di settore – risale infatti alla discussione della bozza di riforma della Pac del 2018, in cui la Commissione proponeva norme per regolamentare il mercato dei vini dealcolati o parzialmente dealcolati, includendo inizialmente in quest’ultima anche dop e igp. Una formula che, pur non prevedendo nella versione originale di 3 anni fa alcuna “aggiunta”, era stata modificata dalla Commissione nel testo di lavoro con la possibilità di deroga al divieto generale di utilizzo dell’acqua, suscitando una dura – e all’epoca solitaria – reazione della Efow (Federazione europea dei vini d’origine) che definì la bozza “aberrante”.

Alle pressioni della Efow si aggiunsero poi quelle di Europarlamento e Consiglio UE, impegnati nella battaglia per la trasparenza e i requisiti di etichettatura anche sui dealcolati, spingendo la Commissione a tornare sui suoi passi. Il testo di compromesso, sui cui anche Efow si è allineata, prevede la possibilità (e non certamente l’obbligo) di eliminare l’alcol dal vino attraverso la “restituzione” di acqua recuperata dal processo di vinificazione. Non si tratta quindi di un’“aggiunta” di acqua, che rappresenterebbe un ingrediente aggiuntivo e andrebbe pertanto come tale indicato in etichetta. Questo processo, si specifica nel testo, non deve causare “una sostanziale modifica della composizione del prodotto”, e non può essere utilizzato per correggere o modificare le caratteristiche organolettiche. Infine, per i vini dop e igp viene consentita la sola dealcolazione parziale entro il limite di 8,5 gradi.

Un intervento che, spiega il presidente di Efow, Bernard Farges, a L’Informatore Agrario, consente di mitigare la spinta al rialzo sulla gradazione alcolica del cambiamento climatico là dove necessario, mantenendo il pieno controllo dei vini a denominazione d’origine in mano ai produttori e ai consorzi di tutela: i disciplinari, e il fatto che siano i produttori a decidere cosa produrre e con quale grado alcolico, restano quindi intoccabili. Nessuno obbligherà i produttori dop e igp fare vino dealcolato.

E mentre i competitor europei si preparano ad intercettare un mercato dinamico, ad esempio quello dei Paesi arabi, con il “Vino sin alcol”, la “boisson à base de vin désalcoolisé” e l’“Alkoholfreier Wein”, in un contesto in cui la Commissione paventa nuove norme salutiste per l’etichettatura con il Piano contro il cancro e potrebbe diminuire il bilancio per i programmi di promozione, la discussione sull’appellativo “vino” ai dealcolati diventa sempre più politica."

Sicuramente meno grave di quanto si pensasse, ma resta la paura che in EU si possano prendere decisioni a sfavore del mondo del vino e, soprattutto, che non si tenga conto di quanto questo settore sia importante per paesi come Italia, Francia e Spagna. Un'importanza che fa assumere alle decisioni continentali su produzione e comunicazione del vino un'incidenza vitale per le piccole e medie realtà del nostro paese che poco hanno a che fare con dinamiche industriali e mire commerciali che non prevedano la ricerca della qualità e l'espressione varietale e territoriale con una sempre più alta attitudine alla sostenibilità.



F.S.R.

#WineIsSharing

giovedì 13 maggio 2021

Cortona, l'enclave italiana della Syrah - Tra passato, presente e futuro di un areale in netta crescita

Quando si parla di Syrah, nel mondo, la mente degli appassionati e degli addetti ai lavori va diretta verso la Valle del Rodano e, magari, sulle sue espressioni australiane, ma c'è un micro-areale italiano che ha saputo abbinare la propria identità territoriale e varietale a questo nobile vitigno dalle origini ancora incerte: il cortonese.
cortona vino syrah
Il territorio della Doc Cortona (nata nel 2000) è uno dei più particolari di tutta l'enografia toscana, non solo per la bellezza della città che da il nome alla denominazione, bensì per l'intreccio fra la sua storia e quella del vitigno Syrah.

Salendo fino ai 585 m. di Cortona è facile comprendere quale sia la ricchezza più grande di questo areale: la biodiversità. In questo contesto, infatti, i vigneti sembrano nascondersi, incastonati nel pattern rurale della Valdichiana, esule dalla monocoltura.
La produzione di vino in questo areale è storicamente documentata e seppur si producessero principalmente vini base Sangiovese (con il consueto uvaggio classico toscano) e lo storico Bianco Vergine della Valdichiana, è con l'intuizione di alcuni produttori che, negli anni '60, trovarono alcune viti di Syrah nei propri vigneti e le propagarono comprendendone le enormi potenzialità, che oggi si parla della Syrah di Cortona come di una delle punte di diamante dell'enologia toscana.
I vigneti della Doc Cortona si trovano tra i 300 e i 600m slm, su terreni prevalentemente composti da arenaria, marna e scisto, con presenza di depositi fluvio-lacustri, di argille e detriti di falda.
Il micro-clima è caratterizzato dal influsso benevolo del vicino lago Trasimeno, che funge da termo regolatore favorendo una regolare maturazione delle uve.
Dal 2000 esiste il Consorzio Cortona Vini, guidato attualmente dal noto vignaiolo Stefano Amerighi, che si impegna a promuovere e valorizzare il territorio che ha visto aumentare gli impianti di Syrah fino agli attuali 300 ettari (ca.) in produzione.

Nonostante la Doc Cortona sia ricondotta, da molti, alle sole interpretazioni della Syrah, l'attuale disciplinare di produzione contempla diverse specificità, espressioni di altrettante basi ampelografiche:

"La denominazione d'origine controllata "Cortona" è riservata ai vini che rispondono alle condizioni e requisiti prescritti dal presente disciplinare di produzione per le seguenti tipologie:
Rosso, Chardonnay, Grechetto, Sauvignon, Cabernet Sauvignon, Cabernet Sauvignon Riserva, Merlot, Merlot Riserva, Sangiovese, Sangiovese Riserva, Syrah, Syrah Riserva, Vin Santo, Vin Santo Riserva e Vin Santo Occhio di Pernice.
I vini a denominazione di origine controllata "Cortona" devono essere ottenuti dalle uve prodotte dai vigneti aventi, nell'ambito aziendale, la seguente composizione ampelografica:
"Cortona" Rosso: Syrah dal 50% al 60%, Merlot dal 10% al 20%, possono inoltre concorrere alla produzione di detto vino le uve provenienti da altri vitigni, a bacca di colore analogo, non aromatiche, idonei alla coltivazione nell’ambito della regione Toscana, fino ad un massimo del 30%.
"Cortona" Chardonnay: Chardonnay: minimo 85%, possono inoltre concorrere alla produzione di detto vino le uve provenienti da altri Vitigni, a bacca di colore analogo, non aromatiche, idonei alla coltivazione nella Regione Toscana, fino ad un massimo del 15%.
"Cortona" Grechetto: Grechetto minimo 85%, possono inoltre concorrere alla produzione di detto vino le uve provenienti da altri Vitigni, a bacca di colore analogo, non aromatiche, idonei alla coltivazione nella Regione Toscana, fino ad un massimo del 15%.
"Cortona" Sauvignon: Sauvignon minimo 85%, possono inoltre concorrere alla produzione di detto vino le uve provenienti da altri Vitigni, a bacca di colore analogo, non aromatiche, idonei alla coltivazione nella Regione Toscana, fino ad un massimo del 15%. 
"Cortona" Cabernet Sauvignon e "Cortona" Cabernet Sauvignon Riserva: Cabernet Sauvignon minimo 85%, possono inoltre concorrere alla produzione di detto vino le uve provenienti da altri vitigni, a bacca di colore analogo, non aromatiche, idonei alla coltivazione
nella Regione Toscana, fino ad un massimo del 15%.
"Cortona" Merlot e "Cortona" Merlot Riserva: Merlot minimo 85%, possono inoltre concorrere alla produzione di detto vino le uve provenienti da altri vitigni, a bacca di colore analogo, non aromatiche, idonei alla coltivazione nella Regione Toscana, fino ad un massimo del 15%.
"Cortona" Sangiovese e "Cortona" Sangiovese Riserva: Sangiovese minimo 85%, possono inoltre concorrere alla produzione di detto vino le uve provenienti
da altri vitigni, a bacca di colore analogo, non aromatiche, idonei alla coltivazione nella Regione Toscana, fino ad un massimo del 15%.
"Cortona" Syrah e "Cortona" Syrah Riserva: Syrah minimo 85%, possono inoltre concorrere alla produzione di detto vino le uve provenienti da
altri vitigni, a bacca di colore analogo, non aromatiche, idonei alla coltivazione nella Regione, fino ad un massimo del 15%.
"Cortona" Vin Santo e “Cortona” Vin Santo Riserva: Trebbiano toscano, Grechetto e Malvasia bianca : da soli o congiuntamente minimo 70%, può inoltre concorrere alla produzione di detto vino uve provenienti da il Vitigno a bacca rossa Sangiovese vinificato in bianco previsto per la produzione dei vini “Cortona” fino ad un massimo del 30%.
"Cortona" Vin Santo Occhio di Pernice: Sangiovese, Malvasia nera: da soli o congiuntamente al 100%. 

Va da sé che non tutte le realtà producono o rivendicano l'interezza delle denominazioni locali e che la Doc Syrah sia quella sulla quale la maggior parte delle realtà del territorio sta puntando da tempo per definire un'identità più marcata e veicolata da un varietale che qui si esprime con peculiarità tali da rendere Cortona un enclave nazionale e, potenzialmente, internazionale della produzione di vini base Syrah.
Per evitare di destabilizzare i mercati e di creare ulteriore confusione, rimarcando il ruolo di protagonista della Syrah, si sta lavorando per l'ottenimento di una DOCG ad essa dedicata, in modo da elevare la percezione di quello che è il vino trainante del cortonese. 

Come avrete notato non ho voluto andare troppo a ritroso nella storia, citando il Granduca di Toscana e la diffusione in Italia dei varietali alloctoni in epoca Napoleonica, e neanche le congruenze pedoclimatiche fra l'areale di Cortona e quello della Valle del Rodano, in cui ci è dato pensare la Syrah abbia trovato la sua miglior allocazione. Questo, non per diffidenza riguardo queste tesi, bensì perché credo che la valorizzazione del vino di questo territorio debba passare per la comprensione e l'innalzamento della percezione di quelle che sono le unicità del territorio stesso, senza dover forzare storicità o similitudini che possono essere interessanti in termini di storytelling ma poco hanno a che vedere con ciò che, fortunatamente, è il presente e - spero - sarà il futuro di una denominazione che a prescindere dalle diciture (Doc o Docg) è tra quelle che di più ha manifestato potenziale di crescita in termini qualitativi negli ultimi anni in Italia. Tutto passa attraverso la consapevolezza dei produttori che in ideali sottozone dell'areale come Farneta, Pietraia e Montecchio (solo per citare alcune delle sottozone che potrebbero essere identificate dalla zonazione alla quale sta lavorando il Consorzio col supporto dell'Istituto A. Vegni - Capezzine) possono contare su matrici pedologiche differenti e micro-climi capaci di connotare l'espressività varietale in maniera netta. A questo si aggiunge, ovviamente, l'approccio vitivinicolo, in cui la sostenibilità si sta facendo strada diminuendo sempre di più il gap fra aziende prettamente "green" e cantine convenzionali. Un passaggio fondamentale - a mio modo di vedere - che prescinde le certificazioni, ma potrebbe rappresentare un valore aggiunto per un territorio in cui creare un distretto a basso impatto ambientale sarebbe molto più semplice che in altre zona del Bel Paese.
cortona mappa vini
Nel mio recente tour territoriale ho voluto allargare i miei orizzonti approfondendo la conoscenza di vigne e cantine di dimensioni ed approcci differenti, cercando di comprendere le dinamiche produttive dell'areale da un punto di vista più ampio e variegato. L'ho fatto visitando aziende come: Az. Agr. Chiara Vinciarelli, Tenuta Montecchiesi, Fabrizio Doveri, Eredi Trevisan, Cantina Canaio, Stefano Amerighi, Roberta Pasini, Poggio Sorbello, Fabrizio Dionisio, Baldetti, I Vicini, La Braccesca e la Vecchia Cantina. (Nei prossimi tour visiterò le altre realtà con l'obbiettivo di visitarle tutte entro un anno).
Ciò che posso asserire, senza tema di smentita, è che il livello qualitativo medio dell'intera produzione locale si è alzato notevolmente nell'ultimo lustro, virando verso una maggior attenzione all'identità della Syrah di Cortona, cercando di ridurre l'impatto della marcata cifra stilistica che in alcuni casi, in passato, aveva portato a caricare troppo di struttura e di legno alcune interpretazioni. In un territorio come questo e con un varietale così complesso ciò che va perseguita è la ricerca costante di equilibri tesi all'eleganza, materica e profonda, sì... ma fine e intrigante, dinamica e saporita, mai seduta ed omologata.
Ecco perché vedo molto bene la scelta di alcuni produttori di inserire in linea più interpretazioni di Syrah, partendo da una più fresca nel frutto e agile nel sorso per poi arrivare alle referenze di maggior complessità aromatica e concretezza di sorso senza ledere, però, l'armonia e l'eleganza generale.
Da non sottovalutare, data l'attitudine dei varietali allevati e la capacità dimostrata da alcuni produttori nella vinificazione, è la presenza sempre più ampia di vini Rosati di qualità assoluta, che potrebbero rendere Cortona un enclave anche per questa tipologia sempre più in ascesa. Non è da trascurare la valenza dell'enoturismo locale, che vede Cortona come uno dei Borghi toscani più di appeal per turisti da ogni parte del mondo che venendo prevalentemente in stagioni calde potrebbero essere "accompagnate" alla scoperta dei vini rossi, proprio attraverso le interpretazioni in "rosa" più fresche e agili da bere durante la propria permanenza in loco. Uno strumento utile per creare una continuità anche in termini di abbinamento passando attraverso una scala interpretativa della Syrah e non solo.

Per correttezza nei confronti di tutte le realtà visitate e per darvi modo di scoprire il territorio personalmente e senza condizionamento alcuno preferisco non condividere, in questo contesto, le mie opinioni sulle singole realtà (già espresse in parte sui social in tempo reale) ma nei prossimi mesi troverete le segnalazioni dei migliori assaggi fatti a Cortona in relazione alla singole visite. 
Il mio invito, dunque, è proprio a visitare l'areale di Cortona e a scoprire la sua vocazione attraverso cantine, vignaioli, produttori e vini capaci di costituire un'identità di terroir difficile da paragonare a qualsiasi altra zona vitivinicola toscana.

F.S.R.
#WineIsSharing



lunedì 10 maggio 2021

Le Cantine Sociali in Italia - Tra storia, numeri, virtuosismi e fallimenti

Il settore vitivinicolo ha un tessuto molto complesso in Italia e non è così semplice farsi strada fra centina di vitigni autoctoni e di denominazioni. Oltre a questo, però, esistono particolarità poco conosciute all'estero come l'abbondante presenza di cantine sociali cooperative. Nonostante la mia ricerca enoica sia da sempre orientata verso realtà medio piccole, dalla conduzione accorta e virtuosa, quanto sento parlare in maniera prevenuta e denigratoria nei confronti delle cantine sociali percepisco che, in molti casi, non se ne conoscono dinamiche e storia. Come sempre nel mondo del vino (e nella vita), il pregiudizio non ha ragion d'essere, specie là dove vi è una variabilità altissima in termini di dinamiche di conduzione, dimensioni (volumi gestiti e numero di soci), approccio socio-economico. Ecco perché ho deciso di condividere con voi questo pezzo.
cantina sociale

Con il termine “cantina sociale” vengono identificate tutte le realtà cooperative che producono e vendono vino grazie alle uve dei propri soci conferitori.
L'Italia è il paese con il maggior numero di cantine sociali ma non è nel “Bel Paese” che questo genere di azienda vinicola ha avuto origine. Infatti, è in Germania che, nel XIX secolo, nascono le prime cantine sociali (con il nome di Winzergenossenschaft), grazie alla cooperazione di vignaioli tedeschi che si associarono al fine di produrre vino dalle uve di tutti i soci in un'unica cantina e con un unico “marchio”.

I vignaioli italiani, però, non tardarono molto a intraprendere la strada della cooperazione tanto che a fine '800 iniziano a nascere le prime cantine sociali, a partire da quella di Oleggio (in Piemonte) datata 1891.
Il successo delle cantine sociali in Italia in passato e, in parte anche nel presente, è dovuto all'opportunità che questo tipo di realtà da ai piccoli viticoltori di limitarsi alla gestione dei propri vigneti e alla produzione delle proprie uve senza dover pensare al passato della trasformazione.
Questo rende il lavoro dei vignaioli molto più semplice e meno oneroso in quanto non dovranno farsi carico di avviare e gestire una cantina, con le relative dotazioni tecnologiche (vasche di fermentazione, botti, controllo della temperature e impianti atti alla produzione di vino destinato all'imbottigliamento); non avranno bisogno di assumere un enologo, perché sarà quello interno alla cantina sociale ad occuparsi della produzione; non dovranno pensare a vendere le proprie bottiglie una volta prodotte. Questo comporta che i viticoltori potranno concentrarsi totalmente sulla produzione di uva che verrà poi conferita alla cantina sociale e remunerata in base alla tipologia e alla zona.

Questo sistema di economica di scala permette ai viticoltori di affrontare il proprio lavoro occupandosi esclusivamente della vigna. Trattandosi per lo più di proprietari di piccoli appezzamenti di terreno vitato idealmente questo tipo di associazionismo può garantire un livello di attenzione e di qualità molto alto, nonostante si pensi il contrario.

Pensate ad una cantina che da sola debba gestire 100ha di vigneto con le proprie sole forze: sarà molto dispendioso e sarà difficile dare la stessa attenzione e gestire i tempi delle lavorazioni in maniera equa in tutte le parcelle. Ora immaginate quei 100ha suddivisi in 100 piccoli proprietari, tutti viticoltori che in prima persona gestiranno quello che, in alcuni casi, diviene un vero e proprio giardino di casa. Il risultato sarà che la cantina sociale potrà recepire uve da quei piccoli vigneti dove difficilmente ci saranno stati rallentamenti o prolungamenti delle fasi di potatura o di raccolta.
Ovviamente la cantina privata generalmente avrà a disposizione maggiori risorse e, spesso, può contare su professionisti in campo agronomico ed enologico, mentre il piccolo vignaiolo socio-conferitore della cantina sociale - in molti casi - può disporre della consulenza dei tecnici della cantina sociale di riferimento.

Dunque la cantina sociale ha dinamiche ben diverse da quelle di una cantina privata guidata da un singolo produttore o da una famiglia, come tante ce ne sono in Italia, ma è importante non sottovalutarne il potenziale in quanto esistono realtà virtuose che hanno dimostrato e continuano a dimostrare quanto la cooperazione vitivinicola, nel nostro paese, possa funzionare dando vita a grandi vini.

Le spese per attrezzature, consulenze tecniche (enologi e agronomi), materiali (bottiglie, tappi, capsule, etichette ecc...), per la promozione (campagne marketing ed eventi fieristici) e per la commercializzazione vengono, quindi, "suddivise fra i vari soci" alleggerendo molto il peso delle stesse sul singolo viticoltore.

E' pur vero che non tutte le cantine sociali, al giorno d'oggi, funzionano al meglio in Italia e questo è dovuto al fatto che per rendere quello delle cooperative un sistema virtuoso si necessita di un equilibrio fra remunerazione dei soci (prezzo pagato per le uve al kg) e introiti della realtà di riferimento ottenuti dalla vendita dei prodotti messi in commercio.

La qualità dei vini e il posizionamento sul mercato di alcune referenze di cantine sociali è molto differente dall'una all'altra e a fare da punto di riferimento in tal senso sono, senza tema di smentita, le cantine sociali dell'Alto Adige, considerate fra le più importanti al mondo.

Tanto che il circa il 70% della produzione totale di vino (40 milioni di bottiglie) dell'Alto Adige proviene da cantine sociali cooperative. Questo da un'idea di quanto questa regione creda nell'unione dei vignaioli e quanto il sistema cooperativo funzioni.

Fu Edmund Mach, fondatore nonché storico primo direttore dell’istituto di San Michele, a credere per primo nella cantina sociale dimostrando le potenzialità dell'associazionismo vitivinicolo, unica soluzione per permettere ai piccoli vignaioli di superare periodi di forte crisi.

Il concetto era semplice ma non facile da proporre e da far comprendere ai “contadini” dell'epoca: condividendo i locali di produzione e stoccaggio, ottimizzando le tecniche di vinificazione e gestendo la vendita in maniera più opportuna e professionale, presentandosi sul mercato con una massa critica più importante, le cooperative tirolesi potevano da un lato garantire il sostentamento dei propri soci in maniera più che rispettosa e dall'altro diventare riferimenti in termini di qualità nel panorama vitivinicolo italiano e internazionale.

Ciò che differenzia questo tipo di sistema cooperativo dal conferimento/vendita delle uve a grandi aziende private (spesso molto più attente a tenere basso il prezzo che alla qualità delle uve) è la maggior remunerazione e la possibilità di essere parte attiva di una vera e propria impresa in qualità di soci.

I soci delle cantine sociali vengono, quindi, pagati in modo coerente con il lavoro svolto e il prodotto conferito e tutti i bilanci sono accessibili in modo trasparente e democratico. L'Europa, inoltre, sembra appoggiare la cooperazione agricola con bandi e finanziamenti pubblici che rendono l'attività delle cantine sociali più agevoli anche in termini economici.

In termini di dimensioni esistono cantine cooperative molto piccole con pochissimi soci e realtà con centinaia di vignaioli che fanno parte della società e ne possono decidere le sorti per quanto concerne l'entrata di nuovi viticoltori.

Per farci un'idea alcuni dei numeri delle cantine sociali italiane aggiornati al 2020 sono:
- 140.000 soci divisi tra le oltre 480 cantine;
- 9000 dipendenti;
- un giro d’affari di 4,5 miliardi di euro, pari al 60% della produzione nazionale di uva complessiva.

Viticoltori che dovranno rispettare uno statuto specifico redatto dai soci fondatori (al quale possono seguire modifiche dell'assemblea dei soci) e avranno l'onere di conferire uva personalmente coltivata, consapevoli del fatto che contribuirà alla produzione di vini che solo in rari casi saranno frutto di quelle sole uve (esistono esempi di veri e propri cru di singoli soci che per particolare vocazione vengono vinificati separatamente e danno origine a singole referenze). E' importante, ai fini di una valutazione più attenta della qualità della materia prima utilizzata da una cantina sociale, comprendere se lo stato obblighi o meno il vignaiolo a conferire la totalità delle proprie uve. Questo perché in caso contrario, il vignaiolo potrebbe essere indotto a conferire solo le uve di seconda scelta e a tenere per sé le uve migliori.

E' altrettanto importante sapere che, in quanto cooperativa, tutti gli utili derivati dalla vendita dei vini prodotti dalla cantina sociale verranno suddivisi in modo equo fra i soci.

Come accennato poco fa non sempre le cantine sociali, in Italia, hanno funzionato e bisogna ammettere che c'è un legame diretto fra le sorti di alcuni areali vitivinicoli italiani e le realtà cooperative locali. Si dice spesso, infatti, che là dove esiste una cantina sociale che gode di “buona salute” anche il territorio e le sue aziende private ne godono di rimbalzo.

E' vero, altresì, che non sono pochi i casi in cui l'intromissione politica e la mala gestione economica di alcune cantine sociali ha portato al fallimento di realtà molto radicate nel territorio (come accaduto in Sardegna o in altre regioni italiane) ha portato da un lato all'abbandono di molti vigneti e dall'altro all'emancipazione di virtuosi piccoli vignaioli che hanno deciso di passare dal conferimento alla produzione dei propri vini. Un passaggio non semplice ma fondamentale per la nascita di micro cantine che da sempre hanno prodotto buone uve ma che solo sganciandosi dalle dinamiche della cooperazione hanno iniziato ad imprendere e ad uscire sul mercato con delle proprie referenze. 
Il ruolo delle cantine sociali resta comunque fondamentale ai fini della preservazione dei territori a trazione vitivinicola e per questo sarà sempre più importante il lavoro di squadra fra la centrale e il singolo socio, che deve necessariamente vedersi gratificato per il suo lavoro ma anche formato e informato affinché possa gestire in maniera sempre più sostenibile i propri vigneti.

Se negli anni passati molte cantine sociali puntavano più alla quantità che alla qualità, oggi, esistono sempre più realtà che stanno ridirigendo la propria produzione verso vini di qualità con criteri votati alla sostenibilità. E' per questo che molte cooperative impongono o suggeriscono ai propri soci una conduzione agronomica rispettosa e, in alcuni casi, biologica. Le uve da vigneti condotti secondo i criteri della certificazione biologica, infatti, vengono pagate di più e questo rappresenta un forte stimolo alla sostenibilità nei confronti dei vignaioli che si sentono ancor più custodi del territorio nella consapevolezza che la loro attenzione verrà ricompensata adeguatamente. Credo questo sia un passaggio fondamentale per sensibilizzare quei soci conferitori che puntano solo alla quantità attraverso una gestione dei vigneti molto impattante.

Riguardo al prodotto finale, è palese che una fetta preponderante della produzione della maggior parte delle realtà cooperative italiane finirà in GDO con un target di riferimento molto più allargato di quello che può competere all'azienda privata più orientata all'ho.re.ca., ma anche in questo caso esistono esempi virtuosi come quelli a cui ho fatto riferimento poc'anzi (Alto Adige in primis) e realtà che hanno creato delle linee di più alto livello (selezioni di cru, linee biologiche, riserve ecc...) all'interno del proprio portfolio per dimostrare che avendo a disposizione un parco vigne così variegato e uve che possono arrivare, in alcuni casi, ad una buonissima qualità si può puntare a produzioni di nicchia anche in contesti come quelli delle cantine sociali.

F.S.R.
#WineIsSharing

(Tratto da "L'importanza delle cantine sociali in Italia" pubblicato dal noto magazine enoico francese Gilbert et Gaillard").

giovedì 6 maggio 2021

L'Only Wine Festival torna il 19 e 20 Giugno 2021

Da anni dedico passione, tempo e ricerca all'unico evento di caratura nazionale che si è sempre dimostrato in linea con la mia filosofia: l'Only Wine Festival.
L'anno scorso era tutto pronto per aprire le porte del "salone nazionale dei giovani produttori e delle piccole cantine" ma l'avvento della pandemia ha impedito la sua realizzazione, come quella di tutti gli altri eventi enoici di tale portata.
Quest'anno temevo di non poter ritrovare i produttori selezionati, gli appassionati e gli addetti ai lavori a Città di Castello, ma l'impeccabile macchina organizzativa e la manifesta volontà dei produttori stessi di tornare a parlare di vino in tutta sicurezza ha permesso di poter definire le date di quello che sarà il primo evento enoico nazionale dal marzo 2020.
only wine festival 2021

Condivido, quindi, con voi il "Save the date" dell'Only Wine Festival 2021:

Il mondo del vino di qualità riparte
dall’ONLY WINE 
 
Torna a grande richiesta e in totale sicurezza la manifestazione dedicata ai 100 giovani produttori e alle piccole cantine al di sotto dei 7 ettari
 
Sabato  19  giugno 
dalle 15:00 alle 21:00
Domenica 20 giugno 
dalle 11:00 alle 18:30
 
nel parco di
Palazzo Vitelli Sant’Egidio
a Città di Castello (PG)
 
Fino a qualche settimana fa sembrava un miraggio e invece l’Only Wine scenderà in campo nel 2021 per lanciare la sua “sfida” alla pandemia, prendendo per mano i 100 produttori under 40 e le piccole cantine al di sotto dei 7 ettari, che stanno aspettando da un anno di poter tornare in pista.
La decisione è stata presa nelle ultime ore dall’Ac Company guidata da Andrea Castellani, ideatore della manifestazione in collaborazione con l’Associazione Italiana Sommelier nella figura del Presidente di AIS Umbria Sandro Camilli. La manifestazione avrà una nuova veste attraverso un nuovo format che prevede una fiera interamente outdoor. La manifestazione si svolgerà, infatti, presso Palazzo Vitelli Sant’Egidio a Città di Castello occupando l’intero parco per l’area espositiva il 19 e 20 giugno 2021.
 
“Ci siamo fatti coraggio - afferma  Castellani -  e abbiamo accolto le numerose richieste da parte dei nostri produttori che avevano voglia di rinascere. Infatti questa edizione sarà per noi e per il settore enoico delle piccole produzioni una sorta di resurrezione dalle ceneri di questa ondata pandemica”.
 
Cambia la logistica ma non lo spirito dell’Only Wine, che conferma i suoi storici testimonial Luca Martini, già sommelier Campione del Mondo; Francesco Saverio Russo, Wine Educator e blogger di Wine Blog Roll, e Chiara Giannotti, Wine Educator e fondatrice di Vino.Tv. 
Sarà ovviamente garantita la sicurezza di partecipanti ed espositori rispettando le tutte normative in essere. 
 

Vi aspetto a Città di Castello con delle novità!

F.S.R.
#WineIsSharing

domenica 2 maggio 2021

Nasce Genio Tumbler - "Non solo acqua" per il nuovo bicchiere di Archè 2020 by F.S.R.

A pochi mesi dal lancio della linea di calici tecnici soffiati a bocca da me progettati, vi presento l'ultimo arrivato in casa Archè 2020: Genio Tumbler.

bichiere acqua cocktail vetro soffiato

Lo ammetto, concentrato totalmente sul vino, quando ho iniziato a progettare i miei sei calici Metodi, Genio, Orange & Rosè, Suggestioni in Bianco Emozioni in Rosso e Lieto Fine non avevo pensato ad affiancar loro un bicchiere da acqua che potesse completare la linea. Sin da subito, però, ho ricevuto richieste e suggerimenti da parte di amici sommelier e ristoratori che hanno manifestato l'esigenza di poter accostare ai miei calici da vino un bicchiere della stessa fattura e con le stesse peculiarità in termini di eleganza e finezza. Ovviamente per un bicchiere da acqua l'aspetto tecnico poteva essere messo in secondo piano, ma io ho voluto andare oltre il classico tumbler progettando con il supporto di tutta la struttura di Archè 2020 il Genio Tumbler.

Come vedrete dalle foto la forma di questo tumbler è stata mutuata da quella del suo progenitore con lo stelo, il Genio (calice "universale" da vino), al fine di renderlo coerente stilisticamente con il progetto Archè ma anche e, soprattutto, per permettere al nuovo arrivato di diventare a sua volta un bicchiere che faccia della sua finezza e e della versatilità i propri punti di forza.
Anch'esso interamente fatto a mano e soffiato a bocca, garantisce eleganza e leggerezza nella mise en place, a corredo dei più importanti calici, offrendo opportunità che mirano a farne un bicchiere unico nel suo genere e fuori dagli schemi: il Genio Tumbler, infatti, si adatta benissimo al servizio di piccoli cocktail di benvenuto, vermouth, amari e distillati in purezza come whisky e rum.
Come tutti i calici Archè 2020 by F.S.R. anche Genio Tumbler è disponile solo su www.archeglass.com o via email a guest@archeglass.com.
archè glass francesco saverio russo

Colgo l'occasione per ringraziare tutti coloro che in Italia e nel mondo hanno creduto sin dal principio in un progetto articolato e ambizioso come quello che ho portato avanti in piena epoca pandemica con l'aiuto dello staff di VDglass che appositamente per me ha aperto una nuova branca aziendale rappresentata proprio da Archè 2020 by F.S.R.
Ora, la speranza, è di poter finalmente ritrovare i miei calici sulle tavole dei ristoranti che, nonostante le chiusure, hanno voluto manifestare lungimiranza e fiducia scegliendo calici tecnici soffiati a bocca come questi per la loro mise en place e per valorizzare i vini delle loro carte. Grazie davvero!

Nelle prossime settimane arriveranno due ulteriori novità pensate per elevare ancora di più lo standard di Archè 2020, ma stavolta non si tratta di ulteriori calici! 


F.S.R.
#WineIsSharing


vino click

Newsletter

Benchmark Email
Servizi Email di Benchmark

Elenco blog personale