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martedì 29 giugno 2021

Masseria Della Porta - Il talento di Achille agronomo-vignaiolo nella terra del Taurasi

Come sapete, i miei viaggi alla scoperta dei territori vitivinicoli italiani sono spesso in solitaria, eppure quando gli amici chiamano non mi faccio mai trovare impreparato, specie se gli amici in questione sono veri e propri riferimenti enoici ed umani per me. 
E' così che, senza aver pianificato nulla, con la mia solita valigia di “riserva” nel bagagliaio, qualche settimana fa, decisi di dirigermi in Irpinia, alla volta di una piccolissima realtà che, a detta dei miei due compagni viaggio, avrebbe potuto stupirmi come poche altre in vita mia.
vigne vini bio irpinia
Quella piccola realtà si chiama Masseria Della Porta e si trova a Monteaperto, piccola frazione di Montemiletto. Come spesso accade per micro-aziende vitivinicole agli albori della loro vita produttiva, è dalle vigne che si parte, com'è giusto che sia! La storia di Achille Della Porta, giovane agronomo e vignaiolo, parte proprio dai vigneti scelti accuratamente nel mosaico vocazionale della sua verde Irpinia. Una scelta ponderata lo ha visto allontanarsi dall'attività di suo padre per dedicarsi al suo sogno di fare grandi vini nella sua terra. Nello sguardo di Achille e nelle sue parole si percepisce quanto sia forte l'attaccamento a questo territorio e quanto forte sia la volontà di tradurre la sua terra in maniera nitida, senza orpelli e senza snaturarne l'identità varietale e pedoclimatica. 
masseria della porta vigna quattro cerri
Per ora la sua produzione è riservata al vitigno principe di questa zona, l'Aglianico, e alla sua massima espressione, il Taurasi.
Aglianico che Achille alleva nell'ettaro e mezzo in cui spiccano i quattro cerri secolari che danno il nome al suo “cru” di Irpinia Aglianico e del suo Taurasi.
irpinia vigne taurasi
L'approccio in vigna è quello del rispetto totale, al fine di preservare la grande biodiversità che il contesto in cui Achille ha la fortuna di fare vino detiene, quindi niente diserbo né prodotti di chimica di sintesi. Scelta non semplice, ma da agronomo vuole dimostrare di poter barattare la chimica con la competenza tecnica e con l'attenzione continua che solo i vignaioli possono dare ai propri vigneti.
achille della porta
In attesa di terminare i lavori per la sua piccola ma funzionale cantina, Achille si appoggia in una struttura "amica" per la vinificazione che assicura di curare dalla fermentazione all'imbottigliamento. Fermentazione che avviene spontaneamente in acciaio senza controllo della temperatura, alla quale segue l'affinamento in botti di Rovere irpino per 12 mesi. Il vino non subisce chiarifiche o filtrazione. Lungo l'affinamento in bottiglia prima della commercializzazione.
taurasi quattro cerri vino della porta
Il “Quattro Cerri” Irpinia Aglianico Dop annata 2017 dimostra quanto in Irpinia, a queste altitudini (400m slm ca.) le annate calde non sortiscano gli esiti che ci si aspetterebbe da alcuni areali del Sud e non solo. La freschezza è preservata, nonostante la piena maturità di frutto. La struttura è fiera e tonica, ma non eccessiva, sostenuta da un buon nerbo acido. La trama tannica è fitta e per nulla sgarbata. Profondo ed ematico il sorso. Interessante anche l'ancora giovane 2018, che stupisce per slancio, agilità e finezza.

Il Quattro Cerri Taurasi Docg 2015 è il primo Taurasi di Achille ma l'equilibrio e l'espressività di questo Aglianico parrebbero prodotti dal fare di vigna e di cantina di un produttore esperto. Credo che sia l'estrema sensibilità di Achille nell'interpretare i suoi vigneti a conferire alla sua opera un'identità tanto marcata quanto per nulla ostentata, tra tradizione e contemporaneità. Un Taurasi d'antàn al naso, scuro, profondo e intrigante, con un sorso capace di bypassare gli ostacoli dei vini “artigianali” che anni fa necessitavano di lunghissimi affinamenti dapprima in legno e poi in bottiglia per smussare i propri spigoli. Quello di Achille è un Taurasi che, nonostante l'importanza della materia e della tessitura, si lascia bere con grande piacere e non si nega con austerità, bensì tende a concedersi dopo qualche attimo nel calice con garbo ed armonia.
vigneti giovani masseria della porta
In futuro entreranno in produzione altre piccole parcelle di vigneto di Aglianico e di uve bianche locali, al fine di completare il progetto che porterà Masseria Della Porta a produrre vini da "cru" differenti per pedologia e micro-clima, nonché per età dei vigneti e contesti in cui essi sono inseriti. Espressioni differenti che mirano a valorizzare ancor di più le singole identità di un territorio che, anche grazie a realtà come questa, sta tornando ad attirare l'attenzione che merita.
Un talento vero quello di Achille Della Porta che per me è valso il viaggio in Irpinia e per voi, speso, varrà il viaggio verso l'Only Wine Festival di Città di Castello che si terrà in data 19-20 giugno 2021, nel quale potrete conoscere personalmente questa realtà e i suoi vini, insieme ad una selezione dei migliori piccoli e giovani produttori italiani.


F.S.R.
#WineIsSharing

venerdì 25 giugno 2021

Liberalizzazione dei nomi dei vitigni? Un'occasione per valorizzare i territori!

Negli ultimi mesi si è molto sentito parlare di una futura legge europea che mirerebbe a liberalizzare nomi dei vitigni in etichetta andando a togliere dalla lista dei vini protetti tutti quelli che prendono il nome dal proprio varietale di riferimento (Es.: Verdicchio, Erbaluce, Vermentino, Vernaccia, Nebbiolo, Cannonau, Lambrusco ecc...).
Il timore, da parte delle realtà italiche, è quello di vedersi usurpati della propria identità varietale dando a chiunque, nel mondo, la possibilità di riportare in etichetta il nome di vitigni ad oggi protetti e, quindi, riconducibili solo ed esclusivamente a specifiche aree vitivinicole del nostro paese.
E', infatti, prerogativa tutta italiana quella di connettere in maniera così stretta il vitigno al territorio e non viceversa.
Per quanto la cosa possa dispiacere a molti, in questo pezzo riporterò alcune personali considerazioni derivanti da una visione più ampia e meno campanilistica di quanto abbiamo fatto sino ad ora in Italia e di quanto potrebbe verificarsi in seguito all'emanazione di questa legge dell'UE (sempre che venga emanata).
Territorio o varietale

Inizio ponendomi/vi alcuni quesiti:
“Possiamo davvero considerare autoctoni tutti i vitigni tutelati da denominazioni di origine in Italia?”
La risposta a questo quesito è abbastanza semplice in quanto pochissimi dei nostri varietali possono essere definiti realmente autoctoni, tanto che da sempre preferisco chiamarli tipici o storici, in quanto il DNA di molti di essi è molto simile se non identico a quello di vitigni di altre zone europee che a loro volta sembrano provenire dalle terre natìe della viticoltura come l'ex Mesopotamia e la Grecia, solo per citarne alcune. Al netto degli adattamenti che alcuni vitigni hanno, per forza di cose, sviluppato nel corso della loro ultracentenaria coltivazione nelle nostre terre, è spesso una forzatura relegare una pianta, apolide per natura, ad un solo e ristretto contesto geografico delineato dall'uomo. Va da sè che la tipicità e la storicità di alcuni vitigni e di alcuni vini vanno rispettate e ricondotte al valore che i produttori e le comunità di determinati areali e/o regioni danno loro. E' importante comprendere, però, che un'eventuale liberalizzazione non eliminerebbe questa interconnessione fra vitigno e territorio, anzi permetterebbe di valorizzarla in maniera ancor più profonda, attraverso comparazioni globali.

“Le più grandi denominazioni del mondo si identificano con il nome di un vitigno o con quello di un territorio?”

Borgogna, Bordeaux, Champagne, Napa Valley, Barolo, Chianti, Valpolicella, Bolgheri ed Etna (escludo il Brunello perché integra il nome storico dell'uva Sangiovese Grosso, ma ricadrebbe a tutti gli effetti in una specificità che trascende il nome del vitigno) solo per citarne alcune, rappresentano denominazioni territoriali così forti che dalla conoscenza dell'areale possiamo risalire ai vitigni ivi coltivati senza necessità di vederli riportati in etichetta. Inoltre, eccezion fatta per il Barolo (ma se allarghiamo il concetto alle Langhe vale la stessa considerazione), un territorio capace di elevare il proprio valore al di sopra del singolo vitigno e della singola interpretazione tecnico-stilistica vanta una dote propria solo delle grandi denominazioni e degli areali percepiti come maggiormente vocati, ovvero la possibilità di connettere a qualsiasi vino prodotto in quella determinata area una radicata identità. Questo rappresenta un notevole plus che consente ai prodotti del territorio di riferimento di acquisire maggior valore percepito a prescindere dal varietale specifico, perché sarà il territorio, attraverso le sue peculiarità pedoclimatiche, a conferire al vino caratteristiche riscontrabili solo lì. Senza scomodare denominazioni storiche che vedono la loro notorietà frutto di dinamiche complesse,

“In termini meramente commerciali aumentare la massa critica di vini che riportano in etichetta il nome di vitigni ampiamente coltivati in Italia – e dei quali, quindi, continueremmo ad essere i riferimenti in termini di numeri e qualità con buonissime probabilità – è davvero così negativo?”

Molte delle denominazioni che rischierebbero di perdere l'esclusiva sull'utilizzo del proprio vitigno di riferimento sono molto piccole e all'estero la loro notorietà è relativamente bassa, a causa della difficoltà di ricollegare alcuni varietali a gusti e territori specifici. Avere la possibilità di esportare il nome di alcuni vitigni, per quanto possa spaventare alcuni retaggi culturali, potrebbe rappresentare un veicolo di promozione per i nostri territori che resterebbero i riferimenti per quelle uve e per i vini da esse prodotte godendo della possibilità di comparazione con le produzioni di altre zone del mondo. Inoltre, porterebbe sui mercati un maggior numero di bottiglie che potrebbero veicolare nomi, altrimenti, confinati al nostro paese o, in taluni casi, ad un'area di prossimità alla zona di produzione.

“Superare il concetto di vino-vitigno non potrebbe essere uno stimolo e un'occasione per valorizzare maggiormente i singoli areali italiani ponendo il territorio al primo posto?”

Partiamo dalla legge che tanto temiamo dicendo che Il “vizio di forma” in Italia è storico e bisogna andare indietro nel tempo fino al 12 luglio 1963 giorno in ui venne avallata dal legislatore italiano una politica di associazione fra il vitigno e la zona di produzione legislatore italiano con il DPR n. 930 che all’art. 1 che: “Per denominazioni di origine dei vini s'intendono i nomi geografici e le qualificazioni geografiche delle corrispondenti zone di produzione -accompagnati o non con nomi di vitigni o altre indicazioni - usati per designare i vini che ne sono originari e le cui caratteristiche dipendono essenzialmente dai vitigni e dalle condizioni naturali di ambiente” (che pare abrogato dal D. LGS. 8 APRILE 2010, N. 61). In tale provvedimento è evidente si “confondesse” il vitigno con la denominazione.

La strada intrapresa dall'Unione Europea è basata su una tesi semplice, che a qualcuno farà storcere il naso (ma solo perché occorrerebbe ripartire da “0”) ma che rappresenta, probabilmente, la migliore soluzione per valorizzare l'unicità territoriale: tutelare l'origine geografica dei prodotti slegandosi, almeno in parte, dal vitigno perché è proprio il vitigno l'unico fattore dell'equazione “vino” più suscettibile a replicazione.

Diamo uno sguardo alla normativa comunitaria:
- Il Reg. CE 1308/2013, punto di arrivo in tema di OCM unico, contiene alcune importanti disposizioni in tema di varietà di uve da vino.
La direzione in cui sta cercando di muoversi l’Unione Europea è chiarita dalla Premessa n. (92) del Regolamento, dove si dispone che: “Nell'Unione il concetto di vino di qualità si fonda, tra l'altro, sulle specifiche caratteristiche attribuibili all'origine geografica del vino. I consumatori possono individuare tali vini grazie alle denominazioni di origine protette e alle indicazioni geografiche protette.”

Tutela e qualità sono quindi connesse al territorio e non al varietale.

Per le denominazioni italiane meno propense ad abbandonare il nome del proprio vitigno di riferimento c'è ancora una parziale speranza, rappresentata dalla premessa n. (98) che vede proseguire il Regolamento prendendo in considerazione i vitigni e valutandone la protezione, ma esplicitando che la Commissione potrà prevedere delle eccezioni a tale regola: “Per tener conto delle pratiche esistenti in materia di etichettatura, è opportuno delegare alla Commissione il potere di adottare determinati atti allo scopo di autorizzare l'uso del nome di una varietà di uva da vino che contiene o è costituito da una denominazione di origine protetta o da un'indicazione geografica protetta.”

Queste premesse sfociano nell’art. 100 del Regolamento 1308/2013, che così dispone:

“Il nome di una varietà di uva da vino, se contiene o è costituito da una denominazione di origine protetta o da un'indicazione geografica protetta, non può essere utilizzato nell'etichettatura dei prodotti agricoli.
Per tener conto delle pratiche esistenti in materia di etichettatura, alla Commissione è conferito il potere di adottare atti delegati conformemente all'articolo 227 intesi a stabilire le eccezioni a tale regola.”

L’Unione Europea abilita quindi la Commissione a valutare eventuali richieste di utilizzo in etichetta del nome di vitigni relativi a zone protette da denominazione anche se quegli stessi vini non saranno prodotti nella denominazione di riferimento.  Questo perché il consumatore/cliente/buyer ha diritto di conoscere in maniera trasparente il vitigno o i vitigni utilizzati per la produzione del vino che sta acquistando.
Questo aspetto è fondamentale perché, alla lunga, può non rappresentare un ostacolo, bensì un'opportunità per posizionare i vini delle denominazioni di riferimento per certi vitigni come espressioni più nitide e qualitativamente alte di quell'uva, che automaticamente verrà conosciuta da un pubblico maggiore sviluppando curiosità e ricerca.

Il concetto è molto semplice: la Borgogna non ha bisogno di proteggere il nome dei propri vitigni, perché si pone come target d'eccellenza per quei determinati varietali e il posizionamento in termini di valore percepito è stato innalzato nel tempo a tal punto da innescare paragoni automatici ogni volta che abbiamo un Pinot Nero o uno Chardonnay nel calice proveniente da qualsiasi altra parte del mondo. E per quanto “buono” possa essere, non sarà mai di Borgogna!
Questo deve essere, con le dovute proporzioni e tempistiche, la mission dei nostri areali e delle nostre denominazioni più virtuose: valorizzare il territorio in modo da farne il riferimento assoluto per quel vitigno e stimolare la competitività internazionale. Temere che possano fare Verdicchio in Australia o Nebbiolo in Cina e che possano chiamarli tali significa non credere abbastanza nei nostri mezzi e, ancor meno, nei nostri terroir che è l'unica cosa che nessuno potrà replicare. 
Possiamo spostare le viti e le uve, possiamo far viaggiare vignaioli e bottiglie, possiamo esportare agronomi ed enologi in tutto il mondo ma l'unica cosa che resterà sempre e solo nostra è la terra con il suo pedoclima, la sua contestualizzazione storico-culturale e sociale e le peculiarità variegate che solo i nostri territori possono vantare e, di conseguenza, possono trasferire al vino.

Due case history tutte italiane:
- Un caso che fece molto riflettere è quello relativo al Tocai che in Friuli è divenuto Friulano, a causa della vittoria dell'Ungheria (e in parte della Slovacchia) nel braccio di ferro volto proprio a tutelare il nome di territorio (Tokaj è, infatti, il nome di una città ungherese). Come possiamo notare è il territorio a vincere sul nome dato localmente ad un vitigno in quanto connotazione irremovibile e non trasferibile altrove.
Per non parlare dell'annosa questione dell'Erbaluce che vede il diritto esclusivo dell'utilizzo del nome del vitigno (legato alla Docg dal 2008) appannaggio dei produttori del Canavese, mentre sono rimasti tagliati fuori, con un decreto del 2009, quelli del Novarese, terra in cui si sono prodotti tradizionalmente bianchi con omologa base ampeolografica. 
Le cose sono andate meglio al Prosecco che ha compreso queste dinamiche in tempi "meno sospetti" andando a legare il nome del proprio vino ad una città non lontana da Trieste (Una forzatura? Probabilmente sì, ma ben ponderata!). Prosecco era il nome che storicamente identificava l'uva (Glera) e il vino da essa prodotto (in realtà, come accadeva, in molti areali italiani anche nelle vigne di "prosecco" potevamo trovare anche piccoli saldi di altri vitigni tipici). Oggi, quindi, l'uva viene identificata con il nome Glera e il vino con il nome Prosecco. 

Per concludere, quindi, vi chiedo:

Lascio a voi le vostre personali considerazioni.
Da par mio, credo fortemente che la valorizzazione di un territorio attraverso la qualità dei vini ivi prodotti, facendo sistema fra produttori e creando reti che abbraccino anche altri ambiti legati all'enoturismo e alle eccellenze non solo enogastronomiche ma anche storiche, artistiche e paesaggistiche possa fungere da volano per ottenere ciò che i nostri piccoli e vocatissimi territori invidiano ai più blasonati areali vitivinicoli, ovvero un valore percepito più alto in senso stretto e in senso lato. Nelle prossime settimane affronterò anche il tema del costo delle uve e della sua importanza per la valorizzazione di un territorio e del posizionamento del vino, croce e delizia dei produttori che spesso incorrono in errori dettati da timori ingiustificati (dati alla mano).
Approfondirò il tema del posizionamento e della "fiducia nei propri mezzi" nelle prossime settimane.


F.S.R.
#WineIsSharing

martedì 22 giugno 2021

Only Wine Festival 2021 - Una scommessa vinta per far ripartire gli eventi del vino dai giovani produttori italiani!

E' stato un anno e mezzo complesso quello che abbiamo vissuto e, seppur non sia ancora finita, la sola idea di poter tornare a partecipare attivamente ad eventi enoici in presenza rappresenta, per tutti gli appassionati di vino e gli operatori del settore, uno spiraglio di rinnovata normalità. Ecco perché l'Only Wine Festival 2021 di Città di Castello, da poco conclusosi, ha rappresentato un vero e proprio messaggio di rilancio per un intero settore che vuole e deve ripartire proprio da quei giovani produttori e da quelle "piccole" realtà che compongono una parte importante del tessuto vitivinicolo italiano.

Only Wine Festival

Oggi possiamo parlare di un successo organizzativo, qualitativo e di pubblico, ma fino a qualche mese fa timori e incertezze potevano portare il Deus Ex Machina dell'evento Andrea Castellani (AC Company) a decidere (come hanno fatto in molti) di procrastinare l'evento al 2022. Io stesso, per quanto fiducioso, ero tentennante, ma bisognava guardare avanti e l'intero comparto aveva bisogno di quella che sembrava una vera e propria scommessa e che, poi, si è rivelata la scelta più opportuna per manifestare pubblicamente quanto l'Only Wine Festival sia un evento dei produttori e degli appassionati! Un evento che, da anni, cerca di rendere tutto il più fruibile, sicuro e originale a discapito dei meri introiti economici. Il fatto che io stesso, lontano da forme collaborative di questo genere, mi sia legato così fortemente a questa kermesse, seguendo la parte tecnica con attenzione e trasporto, pone l'accento su quanto i valori dell'etica e del rispetto permeino ogni scelta fatta a monte di ciò che tutti possono vivere nei due giorni di manifestazione.

only wine

Fatta questa premessa, nell'articolo di quest'anno non citerò i migliori assaggi o le cantine che mi hanno colpito di più, semplicemente perché sin dalle selezioni, mai avevo percepito un livello qualitativo medio così alto e proprio per questo vi segnalo la lista delle realtà scelte per questa edizione:

Cantina Carboni

Adriano Marco & Vittorio

Andrea Giorgetti

Antiche Vigne Di Gianfranco Pironti

Az. Agr.  Nobili Nicola

Az. Agr. Paride D’angelo

Az. Agricola Pozzo Elisa

Az.Agr. Baldetti Alfonso

Az.Agr. Ginevra Coppacchioli

Az.Agr. Nic Tartaglia

Az.Agr. Padroggi-La Piotta

Az.Agr.Edoardo Patrone

Az.Vitivinicola Socci

Azienda Agricola Fontana Graziano

Azienda Agricola Le Grain

Azienda Vitivinicola Eusebio

Azienda Vitivinicola Pietro Cassina

Barone Di Bolaro

Bettalunga

Bolzicco Vini

Broccanera

Bulzaga

Ca’ Dei Maghi

Ca’ Du Ferra’

Cantina Canaio

Cantina Comero

Cantina Dotta

Cantina Doveri

Cantina Gbbennicelli

Cantina Ninni

Cantina Semonte

Cantina Tanca Gioia U-Tabarka

Cantina Tonello

Casaleta

Colle Onorato

Colle Regina

Corte Fusia

Domus Hortae

Enologo Per Amore – Giovanni Aiello

Famiglia Pepe

Fausto Zazzara

Francesca Fiasco

Franco Pacenti

Grifalco

Grimaldi Bruna

La Ballerina Vini

La Biòca

Le Banchette

Le Cimate

Leonarda Tardi

Lumiluna Casa Vinicola

Magna Graecia

Marchesi De’ Cordano

Masseria Della Porta

Nicola Priori

Piccolo Bacco Dei Quaroni

Podere Di Pomaio

Poggio Al Grillo

Poggio Baranello

Poggio Grande

Poggio Lupo

Poggio Sorbello

Primaterra

Rondelli Vini

Simoni Michele Azienda Agricola

Soc.Agr. Terenzi

Tarlao Vignis In Aquileia

Tenuta Campo Al Signore

Tenuta La Pazzaglia

Tenuta Torre Raone

Tenute Del Garda

Tenute Martarosa

Terra Cruda

Terra Di Rovo

Terre Dei Gessi

Terre Del Sole

Tojo Az.Agr. Bocchino Vittorio

Uvamatris

Villa La Ripa

Zambon Vulcano

Un plauso a queste produttrici e a questi produttori che hanno compreso l'entità della sfida e la complessità dell'organizzazione di un evento en plein air a giugno inoltrato. in un momento storico come quello che stiamo vivendo a causa della Pandemia. Ragazze e ragazzi che hanno lasciato le proprie aziende e i propri vigneti in un periodo complesso in cui ripartono le visite in azienda, da un lato, e si deve gestire al meglio il vigneto, dall'altro. Un ringraziamento va anche a chi non è riuscito ad essere presente e a chi è stato escluso dalla selezione (vedi la mia area tematica) perché negli anni ci sarà di certo ancora spazio per molti di loro.

Un plauso a chi ha partecipato con grande curiosità e voglia di tornare a vivere il mondo del vino attraverso la ricerca e il confronto con vignaioli giovani e virtuosi, distanti dai "grandi nomi" ma capaci di exploit che stupiranno nel tempo. Rivedere migliaia di persone girare per i banchi d'assaggio e parlare con i produttori è stata davvero un'emozione!

Un plauso a tutto il team dell'Only Wine Festival che ha fatto ben più del possibile per organizzare tutto al meglio, nella consapevolezza che dal prossimo anno tornerà ad essere tutto più semplice e che mi ha permesso di tornare a parlare di vino in pubblico, con due masterclass su due temi che non necessariamente potevano riscuotere l'interesse che, per mia fortuna, hanno riscosso in un contesto del genere: il Durello e il Verdicchio. Ovviamente un grazie va anche a tutti i sommelier Ais che si sono occupati del servizio in maniera impeccabile, seguendo alla lettera le norme anti-covid.

masterclass only wine saverio russo

Un plauso anche ai colleghi media intervenuti e agli operatori che hanno aderito al nuovo format della degustazione tecnica della domenica mattina, idea che verrà riproposta sicuramente nelle prossime edizioni.

E' stato un evento memorabile che, a prescindere dalle difficoltà - che sarebbe da ipocriti negare -, ha segnato in maniera nitida la ripartenza degli eventi enoici e ha gettato le basi per le future evoluzioni di quello che è, da anni, il festival del vino più interessante per chi è alla ricerca di vini non scontati e di nuove realtà da conoscere, senza alcuna etichetta, bensì con una continua ricerca per cercare sempre di includere nuovi giovani e nuove piccole cantine che innalzino un livello qualitativo medio già palesemente elevato.

Ci vediamo nel 2022 e, sono certo, porteremo con noi molto di quanto appreso quest'anno in condizioni così critiche e complesse da gestire, senza trascurare la possibilità di riproporre - magari qualche settimana prima - un evento en plein air come quello di quest'anno.


F.S.R.
#WineIsSharing


lunedì 21 giugno 2021

Il Canavese riparte con ReWine - Evento enoico organizzato dai giovani vignaioli canavesani

Finalmente gli eventi enoici sono ripartiti e dopo aver portato a termine un'edizione indimenticabile dell'Only Wine Festival, parto alla volta del Piemonte per un tour di un territorio che fa della sua identità un valore straordinario, percettibile in ogni vino ivi prodotto ma ancor più visitandone i vigneti e conoscendone i virtuosi vignaioli: il Canavese.

rewine canavese evento vino

Ecco perché partirò con un po' di anticipo per dedicarmi all'ennesimo focus territoriale, per poi prendere parte a quella che sarà la prima edizione dell'evento enoico organizzato dai Giovani Vignaioli Canavesani:

REWine ... Riavvolgiamo il nastro, il Vino al centro 🍷

Evento dedicato ai grandi vini del Canavese e non solo. 

L'evento organizzato dai Giovani Vignaioli Canavesani, in collaborazione con gli Amis dij Balmit, darà la possibilità alle nuove proposte enologiche canavesane di confrontarsi tra loro e farsi conoscere da un pubblico appassionato.

L'evento si terrà a Borgofranco e Ivrea e si suddividerà in due momenti:

✅ SABATO 26/06

“ Il ruolo della viticoltura canavesana in un clima che cambia ”

Un convegno stellare in cui diverse autorità del mondo enologico dimostreranno come il Canavese e la sua viticoltura potranno essere il futuro nel panorama del vino piemontese e non solo.

Interverranno:

- Camillo Favaro, produttore Erbaluce

- Walter Massa, produttore Colli Tortonesi

- Fabio Zanzucchi, intermediario estero

- Mauro Carosso, delegato AIS Torino

- Maurizio Gily, agronomo

- Vincenzo Gerbi, enologo

- Caterina Andorno, imprenditrice

- Mauro Giacomo Bertolli, wine journalist

Moderatore:

- Daniele Lucca

✅ DOMENICA 27/06

“ Itinerario di degustazione:

le migliori espressioni enologiche

del terroir canavesano e non solo ”

Nella giornata di domenica apriranno i banchi di degustazione dei Giovani Vignaioli. Ad accompagnarli troverete altre espressioni del Canavese enologico e come invitati speciali dell'edizione 2021 i "Giovani Vigneron Valle d'Aosta".

evento vino re wine

Per info: https://www.facebook.com/events

Non perdete questa occasione! Io ci sarò! 


F.S.R.

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giovedì 17 giugno 2021

L'Anteprima Sagrantino e non solo! La mia analisi "provocatoria" dell'annata 2017 e l'elogio di un intero territorio

Mancavo da diverso tempo all'Anteprima del Sagrantino di Montefalco e dei suoi vini di territorio. Mancavo in quanto, in epoca pre-covid, l'anteprima umbra si teneva in date troppo a ridosso delle anteprime toscane e mi era difficile riuscire a dedicare la mia imprescindibile attenzione al territorio dalla vigna al bicchiere, non limitando il focus alla sola degustazione tecnica. In realtà mancavo anche per una personale graduale disaffezione a quello che definivo un ossimoro enoico, ovvero il fatto di ritrovare nella stessa frase due termini così poco affini come “anteprima” e “Sagrantino”. Sì, perché seppur palesi siano gli “sforzi” e notevoli le evoluzioni interpretative in campo e in cantina dei produttori locali, il Sagrantino resta, per natura, un varietale restio a concedersi prontamente, bisognoso delle cure del tempo e delle premure del vetro, ancor più che delle botti.
sagrantino montefalco anteprima
Ci voleva la pandemia per farmi tornare! Scherzi a parte, galeotto fu il Covid che mi ha permesso di ri-dedicarmi come speravo al Sagrantino e, ancor più, al territorio in cui insiste. Un'anteprima che ormai è sempre più orientata verso una manifestazione dell'areale delle denominazioni di Montefalco e di quello di Spoleto, tradotti attraverso i vini: Montefalco Sagrantino Docg secco e passito, Montefalco Rosso Doc, Montefalco Rosso Doc Riserva, Montefalco Bianco Doc, Montefalco Grechetto Doc, Spoleto Trebbiano Spoletino Doc
sagrantino anteprima 2017
Fatta questa premessa, arriviamo a ciò che ha trasformato, per il sottoscritto, questa anteprima Sagrantino in un vero e proprio ritorno di fiamma nei confronti del più rappresentativo vino umbro degli ultimi 30 anni: l'annata 2017.

Sì, perché più assaggiavo i Sagrantino in degustazione più mi chiedevo: “E se fosse proprio la tanto complicata a bistrattata 2017 a dare nuovo slancio al Sagrantino?”

Sì, certo! La 2016 è stata l'annata "pefetta" e ne vorremmo almeno una ogni 5 anni in ogni territorio italiano, ma è anche vero che per vini come il Sagrantino le "grandi annate" hanno necessariamente bisogno di più tempo che - purtroppo - non tutti sono disposti ad attendere, specie in un'epoca in cui i palati - anche i più esigenti - stanno virando verso una dinamica di beva più spigliata e disinvolta e meno restia e austera (con le dovute eccezioni, s'intende!).

Prendete con le molle ciò che vi sto per dire, perché mai avrei pensato di elogiare a tal punto un'annata simbolo dei cambiamenti climatici in atto come poche altre nel nuovo millennio (forse la sola 2003, almeno per quanto concerne caldo e siccità), in cui ai picchi di caldo e alla scarsità di precipitazioni nelle fasi che contano, è preceduta una forte gelata primaverile. Gelata che ha colpito a macchia di leopardo l'areale e che ha ridotto di molto (si stimava all'epoca ca. un 30% di calo) la produzione ma che ha colpito meno una varietà tardiva come il Sagrantino, specie nei vigneti a quote più alte (a differenza di quella di quest'anno interessò principalmente i fondovalle). Una varietà che ha dimostrato la sua tenacia e la sua naturale attitudine alla qualità, a prescindere dalle quantità (che nelle annate più produttive vengono comunque regolate da diradamenti importanti).

Ecco quindi che la 2017, grazie ad una fase prevendemmiale più mite ed equilibrata, con buone escursioni termiche, ha permesso al Sagrantino di arrivare nelle cantine sano e con il giusto equilibrio maturativo fra fenolica e tecnologica, senza manifestare – nella maggior parte dei casi – squilibri dovuti ad arresti di maturazione dovuti agli shock termici. Shock che in altri territori e con altri varietali, nella stessa annata, hanno apportato quegli scompensi sempre più frequenti fra "surmaturazione zuccherina" e "tannini ancora immaturi, ai limiti del "verde".

Questo non è accaduto con li Sagrantino che, anzi, ha manifestato dei benefici proprio sulla trama tannica, sempre fitta come si confà al vitigno più tannico al mondo ma di certo più soft, a tratti persino “pronta”. Morbidezza tannica che va ricondotta anche alla sempre maggior consapevolezza interpretativa dei produttori locali che hanno, ormai, compreso come trattare il Sagrantino preservandone l'integrità di frutto, senza perdere nerbo acido e cercando di domare il tannino. Questo da un lato con con brevi e controllate macerazioni, dall'altro sperimentando svinature molto tardive al fine di permettere alle vinacce di fungere da anticamera del legno e di lavorare sulla polimerizzazione tannica.

Un'annata, dunque, che - a prescindere dalle comprensibili valutazioni interne, ovvero gli 88/100 assegnati dalla commissione – può dimostrarsi un volano per il rilancio del Sagrantino, post-pandemia, sia in Italia che all'estero, offrendo dei v

montefalco enoturismo
ini che all'austerità preferiscono la generosità di frutto e in alcuni casi un fiore fine che, assieme alla spezia, può conferire armonia ed eleganza al Sagrantino. Il sorso è tendenzialmente meno duro, seppur matericamente concreto, il grip è ponderato e prospettico, il finale è asciutto e saporito, senza grandi ostacoli alla beva. Un vino imponente, sì! Un vino forte e fiero, è vero! Eppure, un Sagrantino che potrebbe dimostrarsi più gentile ed elegante in tempi più brevi, senza per questo ledere l'innata longevità di gran parte dei vini assaggiati.
Tra i 44 Sagrantino, sono rare le interpretazioni che palesano un'evidente surmaturazione, a mio parere comprensibile ma poco utile all'ottenimento degli equilibri di cui sopra.

Una strada che, a prescindere dagli esiti dell'annata in anteprima, punta dritta verso la contemporaneità di un vino che per troppi anni ha vissuto in un limbo, tra i fasti degli anni '90 e delle sue tendenze enologiche e la rinnovata volontà di proporre vini più sottratti e meno duri, seppur fortemente identitari, degli ultimi anni.

Importante sottolineare quanto il Rosso di Montefalco Doc continui imperterrito a rappresentare un Umbria in rosso più gastronomica, meno ancorata al concetto di purezza ma non per questo inferiore, specie là dove l'assemblaggio prevede i soli Sangiovese e Sagrantino (i piccoli saldi di internazionale non ledono particolarmente l'identità dei vini, grazie al piglio espressivo dei due autoctoni), con quest'ultimo che, se ben dosato, completa il vitigno a bacca rossa più coltivato d'Italia (e dell'Umbria) dandogli forza e grip. Vini freschi, dinamici ma, al contempo, materici nella tessitura del sorso e profondi dell'allungo. Se è vero che i grandi territori sono in grado di esprimersi al di sopra del varietale nel caso del Rosso di Montefalco è palese che, al netto della cifra stilistica del produttore, l'identità di questo vino c'è e la qualità non è da meno. Per quanto sia importante in termini commerciali, ho qualche remora nei confronti della Riserva (che forse avrebbe avuto più senso nel Sagrantino sin dal principio), che rischia di inficiare quella che è la caratteristica principale, nonché l'arma vincente, dei R.D.M. "classici", ovvero la freschezza e l'agilità, l'espressività primaria e la godibilità che chiama la tavola come pochi altri vini sanno fare. In realtà le Riserve degustate hanno ben figurato e lungi da me pensare che si tratti di un vino anacronistico. Le mie "riserve" sulla "riserva" (passatemi il gioco di parole) sono meramente concettuali, tanto da chiedermi se la strada più giusta per la valorizzazione del territorio e dei suoi vini non sia andare verso le selezioni e gli ideali "cru". Vedremo quali saranno le evoluzioni delle denominazioni nei prossimi anni, visto che qualcosa si sta già muovendo.

Se questo è ciò che penso del Sagrantino e del Rosso di Montefalco ciò che mostra e dimostra la vocazione dell'intero areale di Montefalco e di quello di Spoleto (ormai riunite sotto l'egida dello stesso consorzio) è la crescita esponenziale sia in termini di ettari e bottiglie prodotte che di varietà di interpretazioni e di qualità del Trebbiano Spoletino.

trebbiano spoletino

Un vitigno che rischiavamo di perdere ma che ha tutto per imporsi come grande bianco umbro e non solo, specie ora che i primi impianti iniziano ad affondare maggiormente le proprie radici (nei prossimi anni si continuerà a percepire la crescita degli impianti più giovani) e a dare uve più equilibrate e che i produttori hanno preso le misure sia agronomiche che enologiche (con le dovute singolarità interpretative) allo Spoletino.

Un'uva antica, riscoperta non più di 3 lustri fa, e riportata in auge da un manipolo di produttori virtuosi che hanno fatto da apripista a tutte le realtà che hanno avuto l'acume e la lungimiranza di scommettere a loro volta.

Dalle storiche alberate (ancora ne esistono rari esempi) ai vigneti specializzati (ne risultano rivendicati attualmente solo 35ha ma la crescita nei prossimi anni sarà importante), dalle interpretazioni in taglio con il Grechetto alla volontà di esprimerne il pieno potenziale in purezza.

Potenziale che, come per le grandi uve a bacca bianca italiane, ha nella duttilità (sono sempre più diffuse le versioni "spumante" che meritano attenzione) e nella capacità di coniugare ottime doti di freschezza a chiara predisposizione alla longevità i proprio punti di forza.

E' interessante percepire dai vini degustati quanto i produttori stiano sperimentando sul varietale in termini di vinificazione, passando da interpretazioni in iper-riduzione capaci di esprimere un corredo aromatico più spiccato nel frutto fresco e nel fiore giallo con note minerali in divenire, alle macerazioni più o meno “spinte”, che permettono un'esposizione aromatica più orientata alle resine, l'erbaceo, ma anche l'agrume e la mandorla. Buon equilibrio fra struttura e acidità, con un comun denominatore rappresentato dalla cifra salina sempre presente, che sembra addirittura enfatizzata nelle versioni con macerazione. L'impressione è che avere anche solo una piccola quota della massa totale che abbia una effettuato una sostanziosa macerazione sulle bucce possa diventare un “ingrediente” da dosare negli assemblaggi per completare lo spettro organolettico del vino, in base all'annata. Ormai assodato è che il Trebbiano Spoletino può evolvere molto bene, spesso sfociando in complesse note minerali anche di idrocarburo, senza tensione si beva e sapidità. Vini vibranti che divertono proprio in virtù delle varie interpretazioni proposte che a me non dispiacerebbe trovare ancora, senza scadere in un appiattimento di quello che si sta dimostrando uno dei vini bianchi più versatili e contemporanei d'Italia.

vini di montefalco

In conclusione gli areali delle denominazioni di Montefalco e Spoleto hanno manifestato una crescita importante in termini di consapevolezza, viatico fondamentale per l'innalzamento della qualità dei vini e della percezione di areali che possono e devono far valere i propri punti di forza: identità, biodiversità, attitudine alla longevità dei vini prodotti senza rinunciare ad una serbevolezza che ormai tutti i vini locali stanno raggiungendo, al netto delle peculiarità varietali. Da non sottovalutare la chiave enoturistica, sulla quale l'Umbria e Montefalco devono continuare a investire e puntare in quanto biglietto da visita incomparabile per i vini del cuore verde d'Italia. Avere avuto la possibilità di vivere il territorio in un periodo come quello di inizio giugno ha di certo favorito questo pensiero e l'idea di aggiungere alla consueta anteprima di febbraio un incoming di fine primavera, in cui focalizzarsi più sul territorio che sul concetto di "en primeur" può agevolare una maggior valorizzazione degli areali e delle realtà produttive.

montefalco areale vitivinicolo

Come avrete capito, ho preferito non stilare una lista dei "migliori assaggi" focalizzandomi maggiormente sulle dinamiche territoriali generali, con l'auspicio che possiate farvi una vostra idea riguardo i vini - parlo principalmente dei Sagrantino - che per la maggior parte non sono ancora in commercio. Troverete, comunque, alcune referenze di Sagrantino, Rosso di Montefalco e Trebbiano Spoletino nelle mie future selezioni dei migliori vini assaggiati nel 2021.


F.S.R.

#WineIsSharing

venerdì 11 giugno 2021

L'emancipazione del Roero - Un rinascimento enoico all'insegna dell'identità, dell'integrità e della finezza

Ci sono areali, nell'enografia italiana, che meritano molta più attenzione di quella che hanno, in quanto capaci di crescere in termini qualitativi senza ledere l'integrità del proprio contesto vitivinicolo e paesaggistico, facendo leva sulla propria peculiare identità. Uno di questi areali è, senza tema di smentita, il Roero, territorio che sta vivendo un momento di grande rivalsa, concomitante con una rinnovata consapevolezza della propria vocazione da parte dei produttori locali.
Siamo in provincia di Cuneo, in un ampio lembo di terra situata a Nord di Alba, sulla sponda sinistra del Tanaro, tra la pianura di Carmagnola e le basse colline dell’Astigiano.
La viticoltura roerina affonda le radici nella notte nei tempi, facendo risalire le prime testimonianze storiche all'epoca etrusca.
roero vigneti docg
Nel mio ultimo focus territoriale, però, ciò che mi interessava valutare e approfondire non era il passato del Roero, bensì lo stato dell'arte delle sue due denominazioni, due facce di uno stesso territorio capaci di esprimersi con grande nitidezza e riconoscibilità: il Roero Arneis Docg e il Roero (Rosso) Docg.
Come molti di voi sapranno, la base ampelografica delle due Docg del Roero è composta prevalentemente da Nebbiolo e Arneis.

Secondo quanto stabilito dal disciplinare, la denominazione “Roero” – senza altra specificazione – è riservata ai vini rossi ottenuti da uve Nebbiolo per un minimo del 95%. Possono inoltre concorrere alla composizione del Roero, congiuntamente o disgiuntamente, le uve provenienti da vitigni a bacca rossa non aromatici idonei alla coltivazione nella Regione Piemonte, fino a un massimo del 5% (ma la stragrande maggioranza del Roero è in purezza).

La denominazione “Roero Arneis” è invece riservata al vino bianco ottenuto da uve Arneis, per un minimo del 95%. Possono inoltre concorrere, congiuntamente o disgiuntamente, le uve provenienti da vitigni a bacca bianca non aromatici idonei alla coltivazione nella Regione Piemonte fino a un massimo del 5%. Come nel caso del Roero, il Roero Arneis Docg è solitamente un Arneis in purezza.
vigneti roero nebbiolo

La Docg Roero è riservata alle seguenti tipologie e menzioni:

Roero

Roero riserva

Roero Arneis

Roero Arneis spumante

Vigne incastonate in un contesto di grande biodiversità, patrimonio dell'UNESCO dal 2014, in cui boschi, frutteti e seminativo e qualche caparbio allevamento si alternano rievocando la conformazione delle aziende agricole d'un tempo.
Orograficamente parlando, caratteristiche e suggestive sono le Rocche, veri e propri canyon profondi fino ad oltre 100m, che tagliano il territorio da sud-ovest a nord-est, da Pocapaglia a Montà, dividendo i suoli continentali, a base di ghiaie e argille fluviali, da quelli di origine marina, dove la vite trova le sue condizioni ideali.

Per valorizzare ulteriormente il territorio e le singole identità dei “cru” dell'areale, dal 2017 è stata approvata la zonazione ufficiale del Roero. Eccovi le 135 MGA (menzioni geografiche aggiuntive) di cui 19 menzioni comunali che i produttori roerini possono rivendicare in etichetta:
mappa mga roero cru


Comune di Vezza d’Alba

Bastia

Colla

Crocetta

Madernassa

Montebello

Patarun

Pioiero

Reala

Rurey

San Quirico

Sanche

Sant’Anna

Tanone

Torion

Valmaggiore

Comune di Montaldo Roero

Muschiavin

Sacargena

San Giacomo

San Rocco

Sicurana

Torre

Comune di Guarene

Cortine

Croera

Madernassa

Montebello

Soarme

Comune di Priocca

Betlemme

Bric Mortariolo

Bricco Genestreto

Cascinotto

Castellero

Madonna delle Grazie

Sabbione

San Siverio

Verinera

Comune di Corneliano d’Alba

Bricco della Quaglia

Cumignano

Reala

Surie

Val di Stefano

Comune di Sommariva Perno

Loghero

Tavoleto

Comune di Magliano Alfieri

San Bernardo

Trono

Comune di Santa Vittoria d’Alba

Coste Anforiano

Scorticato

Comune di Baldissero d’Alba

Costabella

Valmezzana

Comune di Santo Stefano Roero

Anime

Bricco Braida

Gorrini

Le Coste

Madonna delle Grazie

Mombeltramo

Monfriggio

Reina

Rivetto

San Grato

San Michele

Sant’Antonio

Comune di Montà

Bric Bossola

Bric Valdiana

Bric del Medic

Caialupo

Corso

Lamonta

Montebeltramo

Morinaldo

Parere

Piloni

Sterlotti

Tucci

Valteppe

Comune di Pocapaglia

Bricco delle Passere

Montalbano

Mormoré

Sanbod

Vis Pautass

Comune di Govone

Monteforche

Peiroletto

Trinità

Comune di Piobesi d’Alba

Bric Paradiso

Bricco di Piobesi

Buonagiunta

Canorei

Garbiano

Montiglione

Rivera

Sassonio

Comune di Castellinaldo d’Alba

Baroni Incisa

Corchesi

Fontane

Leschera

Madonna dei Cavalli

Rocca Cerreto

Roncaglia

San Carlo

San Salvario

Serra Zoanni

Comune di Castagnito

Cortine

Croera

San Quirico

Serra

Soarme

Trono

Comune di Canale

Anime

Ciriango

Granmadre

Loreto

Madonna dei Cavalli

Mombeltramo

Mombirone

Mompellini

Mompissano

Montorino

Oesio

Patarun

Pecetto

Rabini

Renesio

Renesio Incisa

Renesio Montorone

Renesio Valbellina

Rivetto

Roncaglia

Roncaglie

S.S. Trinità

San Defendente

San Michele

San Vittore

Sant’Anna

Santa Margherita

Sru

Tanone

Volta

Comune di Monteu Roero

Anime Nere

Bastia

Bric Nota

Bric Rossino Vadonia

Bricco Braida

Canton Sandri

Ciabot San Giorgio

Gaiuccio

Occhetti

Occhetti Castelletto

Occhetti San Pietro

Occhetti Violi

Prachiosso

Rivetto

Sacargena

San Michele

San Vincenzo

Sanche

Sant’Anna

Santa Margherita

Serra Lupini

Sru

Comune di Monticello d’Alba

Casa’

La Valle

Malapessina

Roncaglie


Ciò che ho potuto verificare con i miei occhi, durante l'ultimo tour fra i vigneti locali, è la variabilità dei terreni.
Terre sicuramente più giovani rispetto a quelle della Langa, che restando sommerse per più tempo hanno mantenuto uno strato di sabbie marine che che rappresenta la matrice predominante in molti dei suoli vitati.
Sabbie più o meno mescolate all'arenaria, con inserti di calcare e argilla in proporzioni variabili. Più rare ma presenti le ghiaie.
Più in generale le due macro tipologie di suolo sono quella più sabbiosa di origine marina, ricco di fossili e povero di calcare; quella limosa grigio-bluastra, più calcarea e argillosa. Non mancano, avvicinandosi alla zona del Barbaresco, inserzioni di gesso affioranti e presenza delle marne di Sant'Agata, conformazione più tipica delle Langhe.
rocche roero sabbie
Il clima del Roero è da considerarsi di tipo semi-arido, sia per la quantità moderata di precipitazioni concentrate prevalentemente in autunno e inverno, sia per l'alta capacità drenante della maggior parte dei terreni. Quello che potrebbe sembrare un problema, in realtà rappresenta un vantaggio per la viticoltura roerina che ha visto cambiare meno di altre la propria attitudine agronomica, essendo già abituata a dover trovare equilibri con scarsità d'acqua. Va da sé che, anche in questo territorio, l'accumulo di riserve idriche durante l'inverno e l'inizio di primavera diventa fondamentale, tanto quanto le scelte agronomiche relative ai portainnesti, alla densità di impianto, al carico produttivo, soprattutto alla gestione della parete fogliare.

Fondamentali, sia per l'Arneis che per il Nebbiolo, le notevoli escursioni termiche giorno-notte garantita dalla vicinanza alle Alpi.

Le due anime del Roero: Arneis & Nebbiolo

L'Arneis rappresenta l'anima bianca, fresca, dinamica e salina del Roero. Un'uva capace di dare origine a vini che vanno ben oltre i dati analitici, compensando la non eccessiva acidità con percezioni fresche di fiore e di frutto che in evoluzione virano verso una mineralità spiccata e sorsi, slanciati e sapidi, ma difficilmente esili, data la buona struttura che molti degli Arneis riescono ad ottenere. Equilibri che solo in questi terreni e con queste particolari condizioni, unitamente alla sensibilità dei produttori, l'Arneis può raggiungere. L'Arneis si è ritagliando un ruolo importante tra i bianchi italiani e lo ha fatto grazie a versioni fresche e gioviali ma anche mostrando ottime capacità di tenuta nel tempo. Capacità che verrà sempre più valorizzata dalle versioni “cru”, dalle selezioni di vigna e, soprattutto, dalle riserve prodotto nelle ultime annate. Interessanti le versioni spumante, che nelle poche interpretazioni metodo classico mi hanno colpito per finezza e sapidità.

Il Nebbiolo, cuore rosso del Roero, si sta finalmente emancipando, svincolandosi dalle briglie comparative con le interpretazioni langhette che non hanno senso di esistere. I Nebbioli roerini mostrano una peculiare fragranza floreale e di frutto in gioventù, che evolve e sa complessarsi in sensazioni speziate, balsamiche e sempre più intriganti ed eleganti con il passare degli anni. Ciò che distingue i Nebbioli di questo areale da quelli di altre zone del Piemonte è la loro capacità di essere apprezzabili da giovani grazie alla loro finezza tannica e al grande equilibrio fra acidità e struttura, senza però che questa “prontezza” ne pregiudichi la capacità evolutiva. E' proprio grazie alla maggior accortezza da parte dei vignaioli e dei produttori e alla volontà di valorizzare al meglio l'attitudine del Roero nel conferire alle uve questa duplice vocazione che i vini rossi di questa zona non temono più lunghi affinamenti in vetro, anzi mostrano di poter regalare sensazioni che solo i grandi vini sanno offrire a distanza di anni. Durante le sessioni di assaggio svolte in loco non sono mancate le sorprese, con vini di oltre 10 anni ancora freschissimi e privi di alcun segno di cedimento.

Considerazioni
Durante la mia settimana dedicata al Roero ho potuto visitare realtà differenti per dimensioni, approccio e visione e se da un lato ho apprezzato molto le singole individualità e la loro interpretazione di sottozone diverse, dall'altro ho potuto constatare che esistono dei comuni denominatori che possono diventare la chiave di volta per un areale così meritevole di attenzione.
Questi comuni denominatori sono rappresentati, a mio avviso, da una sempre più palese consapevolezza dei propri mezzi, scevra dalla sudditanza psicologica nei confronti dei cugini langhetti che per anni ha tarpato le ali all'intero movimento vitivinicolo roerino. Per questo credo di aver scelto il momento migliore per riavvicinarmi al Roero non solo attraverso gli assaggi (che negli ultimi anni mi hanno sempre colpito durante le edizioni di Nebbiolo Prima) ma anche e soprattutto confrontandomi con chi il vino lo fa, di vigna in vigna e di cantina in cantina.
Inoltre, c'è una nutrita schiera di giovani vignaioli e produttori molto preparati, sostenuta dai decani della viticoltura del Roero, che hanno evoluto la propria visione enoica con lungimiranza e rispetto, gettando le basi per un vero e proprio Rinascimento del Roero che lo vedrà protagonista nei prossimi anni grazie alla produzione di vini contemporanei, puliti e dotati di innata finezza.
Nell'era dei vini eleganti, dinamici e sapidi il Roero può giocare un ruolo importante senza snaturare la propria essenza e mostrando in maniera nitida la propria naturale attitudine alla produzione di Nebbioli e Arneis che, come pochi altri, sanno raggiungere equilibrio e armonia fra struttura e freschezza, fra materia e agilità di beva. 

Provare per credere! Con l'estate alle porte e le riaperture in atto, il Roero e i suoi vignaioli aspettano solo di essere visitati, conosciuti e compresi da enoturisti appassionati e addetti ai lavori. Questo è un territorio che va calcato, va approfondito, vissuto e assaggiato per percepirne e coglierne sfumature e peculiarità uniche che vedono integrità e biodiversità come valori aggiunti da preservare e da raccontare di vigna in vigna e di calice in calice.


F.S.R.
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