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martedì 27 luglio 2021

Vite in Riviera - Il Ponente Ligure e il suo grande potenziale vitivinicolo tra Pigato, Vermentino, Ormeasco, Rossese, Granaccia e non solo!

C'è una lingua che guarda al mare spesso poco considerata in termini vitivinicoli ma che vanta una concentrazione di unicità propria solo dei grandi territori. Parlo della Liguria e in particolare della Riviera Ligure di Ponente, una fascia collinare affacciata sul Mar Ligure che racchiude in pochi km, tra le province di Savona ed Imperia, vigneti e varietali dal potenziale ancora solo parzialmente esplorato seppur siano carichi di storia.
riviera ligure di ponente
Data la mia grande attenzione nei confronti delle associazioni di vignaioli che stanno nascendo in giro per l'Italia, ho accolto con grande positività e propositività l'invito della rete d'impresa Vite in Riviera che qualche settimana fa mi ha portato a riscoprire questo interessantissimo territorio.
visite in cantine wine blogger liguria

La Riviera Ligure di Ponente gode degli influssi benefici del Mar Mediterraneo e della protezione delle Alpi, con valli strette e ripidi pendii che impongono una viticoltura per lo più virtuosa e in molti casi eroica.
In questo areale così contenuto troviamo una ricchezza di varietali capaci di esprimere il territorio con sfumature e declinazioni fortemente identitarie come: il Pigato, il Vermentino,  la Lumassina, il Moscato (Moscatello di Taggia), la Granaccia e il Rossese di Dolceacqua (al quale si aggiunge l'ormai quasi perduto Rossese di Campochiesa) e il Dolcetto “di montagna” ovvero l'Ormeasco di Pornassio.
vini liguri
E' proprio girando per vigne e cantine che ho avuto modo di comprendere quanto la generalizzazione in questo areale sia impossibile anche in termini varietali con il Pigato che pur essendo stato avvicinato in termini genetici al Vermentino vanta espressioni completamente differenti, specie se si parla di cloni più antichi. Lo stesso vale per la Granaccia che si distingue fra vecchi biotipi (purtroppo ancora presenti solo in alcuni vigneti) e la più “comune” Grenache che possiamo incontrare negli impianti più recenti. Poi c'è la storia del Rossese che si divide nel più noto Rossese di Dolceacqua (ormai sempre certa la stretta parentela con il Tibouren francese) e nella varietà ormai quasi del tutto perduta denominata Rossese di Campochiesa, più snella e potenzialmente molto interessante nell'epoca odierna ma di certo abbandonata per via delle sue caratteristiche sin troppo “esili e fini” che in altre “ere enoiche” venivano percepite come negative.
L'obiettivo di questo viaggio in Riviera Ligure di Ponente per me non era solo quello di visitare cantine e assaggiare i vini del territorio, bensì scoprire quali potessero essere le reali potenzialità di un territorio che per anni si è “accontentato” di vendere gran parte della propria produzione internamente, usufruendo del turismo costiero e del consumo locale.
Nata nel 2015, Vite in Riviera è una rete di aziende vitivinicole e olivicole il cui obiettivo è quello di valorizzare i prodotti tipici del territorio del Ponente Ligure attraverso azioni di divulgazione coerenti e attente.
Nel cuore di Ortovero Vite in Riviera gestisce anche l'Enoteca Regionale di Liguria, dove io stesso ho avuto modo di degustare una selezione di vini del territorio.
Vite in Riviera è composta della seguenti aziende:
Azienda Agricola Altavia
DOLCEACQUA (IM)

Azienda Agricola aMaccia
RANZO (IM)

Azienda Agricola Anfossi
BASTIA D'ALBENGA (SV)

Azienda Agricola Bruna
RANZO (IM)

Azienda Agricola Cascina Nirasca
PIEVE DI TECO (IM)

Azienda Agricola Cascina Praiè
ANDORA (SV)

Azienda Agricola Claudio Vio
VENDONE (SV)

Azienda Agricola Dell’Erba
ALBENGA (SV)

Azienda Agricola Enrico Dario
BASTIA D'ALBENGA (SV)

Azienda Agricola Foresti Marco
CAMPOROSSO (IM)

Azienda Agricola Innocenzo Turco
QUILIANO (SV)

Azienda Agricola Lombardi
TERZORIO (IM)

Azienda Agricola Poggio dei Gorleri
DIANO MARINA (IM)

Azienda Agricola Ramoino
SAROLA (IM)

Azienda Agricola Torre Pernice
ALBENGA (SV)

Azienda Biologica Bio Vio
BASTIA D'ALBENGA (SV)

Azienda Vitivinicola Guglierame
PORNASSIO (IM)

Cantina Lupi
ANDORA (SV)

Cantine Calleri
ALBENGA (SV)

Cascina Feipu Dei Massaretti
ALBENGA (SV)

Cooperativa Viticoltori Ingauni
ORTOVERO (SV)

La Vecchia Cantina
ALBENGA (SV)

Podere Grecale
SANREMO (IM)

Podere San Sebastiano
ALBENGA (SV)

Società Agricola RoccaVinealis
ROCCAVIGNALE (SV)

Tenuta Maffone
PIEVE DI TECO (IM)

Tradizione Agricola Sommariva
ALBENGA (SV)

vigne liguria
Nello specifico le denominazioni rivendicate dalle aziende di Vite in Riviera sono le seguenti:
Riviera Ligure di Ponente Doc: Pigato, Vermentino, Moscato (e/o Moscatello di Taggia), Rossese, Granaccia.
Rossese di Dolceacqua Doc
Pornassio o Ormeasco di Pornassio Doc
Terrazze dell’Imeriese Igt
Colline Savonesi Igt

Come di consueto, trattandosi di una forma associativa, nel rispetto di tutti i produttori non vi parlerò in questo pezzo dei singoli vini, ma vi darò qualche impressione generale sulle varie zone visitate e sulla qualità generale degli assaggi fatti.
Vermentino & Pigato
Per quanto concerne la Doc Riviera Ligure di Ponente è evidente il traino del Vermentino in termini di numeri e di richiesta, ma ha rappresentare in maniera nitida il territorio è, senza tema di smentita, il Pigato che vede le quote di mercato allargarsi e la qualità diffusa salire in termini di espressività varietale ma anche e soprattutto in quanto a interpretazione del singolo produttore. Se fino a qualche anno fa il Pigato veniva proposto solo come vino d'annata, da bere fresco, magari durante le vacanze in Riviera, oggi sono numerose le aziende che stanno cercando di spingere questo vino verso la percezione che merita, innalzando la qualità tramite maggior attenzione in vigna, rese più basse, vinificazioni più attente (fondamentale l'affinamento sulle fecce fini) e, in alcuni casi, decidendo di far uscire il proprio vino con un affinamento in bottiglia più lungo in modo da poter dimostrare quanto il Pigato sappia dare tra il secondo e il terzo anno di dalla vendemmia. Complessità varietali votate non più al solo frutto fresco e alle sfumature floreali, ma anche alla mineralità (non è rara lo sviluppo di sentori ascrivibili al TDN, che avvicina il naso di molti Pigati al Riesling) e ad una più marcata profondità di sorso, non così scontata per un vitigno che non vanta un'altissima acidità di base ma di certo può giocarsi la carta dell'agilità grazie alla grande sapidità che fa da comun denominatore per l'intero territorio. Se il Vermentino può essere un passpartout grazie alla maggior conoscenza del varietale da parte dei consumatori italiani e stranieri, torno dalla Riviera Ligure di Ponente convinto che sia il Pigato la vera scommessa di questo areale, capace di esprimere le singolarità grazie alla sua diffusione in vigneti propri di ogni sottozona. In un'epoca in cui la ricerca delle nicchie d'eccellenza e dei varietali autoctoni è, fortunatamente, cresciuta la mission delle realtà del territorio e di reti come Vite in Riviera deve necessariamente essere far conoscere questo vino e innalzarne la percezione anche in termini commerciali.
Ormeasco di Pornassio
Altra unicità, seppur il vitigno possa sembrare “fuori casa”, è l'Ormeasco di Pornassio, che amo definire “il Dolcetto di montagna”, anche se a rigor di logica dovremmo parlare di alta collina.
Per me che amo la viticoltura d'altura andare a scoprire vigneti che si spingono dai 600 agli oltre 800m slm in Liguria è stata un'esperienza fondamentale per comprendere ancor più approfonditamente quanto siano variegate e sfaccettate le potenzialità di questa regione e di questo specifico areale.
Qui il Dolcetto dal raspo rosso affonda le proprie radici nei depositi alluvionali di ghiaia e sabbia che tanto vocata rendono questa terra. La grande escursione termica giorno-notte fa il resto, regalando all'Ormeasco finezze aromatiche e freschezza impensabili altrove.
Oltra al Rosso e Rosso Superiore, mai troppo carichi di colore, ben bilanciati fra struttura e acidità e dinamici al sorso, con chiusure molto saporite di sale e di ferro, c'è uno dei Rosati più interessanti dell'intera penisola, ovvero l’Ormeasco Sciac-trà ("schiaccia e trai") che viene prodotto con una brevissima macerazione post-pigiatura, quindi non per salasso. E' evidente che questo Sciac-trà nulla abbia a che vedere con lo Sciacchetrà delle Cinque Terre.
L'Ormeasco di Pornassio, nonostante i numeri contenuti della sua produzione, può rappresentare un'ulteriore veicolo di interesse nei confronti della viticoltura della Riviera Ligure di Ponente, offrendo contesti suggestivi sia in termini di viticoltura che di espressività organolettica.
Granaccia Ligure
Tra le varie derivazioni della Grenache che possiamo incontrare in tutto il territorio italiano (vedi Tai Rosso, Vernaccia Nera di Serrapetrona, Gamay del Trasimeno, Cannonau ecc...) la Granaccia Ligure è quella che meno ha “nascosto” la sua parentela con il noto vitigno francese (che a sua volta sembra provenire dalla vicina Spagna (probabilmente dalla Catalogna o dall'Aragona). Eppure i vecchi cloni trovati in alcuni vigneti di Quiliano sembrano asserire con forza che la Granaccia “originale” di queste zone, ovvero quella più tipica, è ben distinta dalla Granaccia/Grenache impiantata nel corso degli ultimi anni in molte sottozone della Riviera Ligure di Ponente e non solo.
Ecco perché troveremo: da un lato pochi vini prodotti con questi tradizionali cloni presentarsi più scarichi nel calice, con aromi più votati al fiore che al frutto, un'intrigante speziatura naturale. maggiori finezze e un'acidità più marcata, con chiose ematiche evidenti; dall'altro una maggior diffusione di vini più carichi, con maggior estratto, ben bilanciati fra corpo e freschezza, con un profilo organolettico più intenso e denso, sicuramente più vicini alle interpretazioni spagnole del vitigno.
Vedo in queste due espressioni di quello che per convenzione è considerato lo stesso vino una possibilità interessante ed intrigante che va ad arricchire ulteriormente di varietà la proposta enoica di questo piccolo areale. Inoltre, la presenza dei cloni storici può rappresentare un termine di paragone importante che, attraverso la comparazione, può e deve portare – a mio avviso – a riconsiderare alcune interpretazioni di Granaccia, oggi, forse anacronistiche in quanto troppo ricche e morbide.
Rossese di Dolceacqua
Il mio viaggio alla scoperta e alla ri-scoperta delle sottozone della Riviera Ligure di Ponente e delle sue eccellenze enoiche non poteva che portarmi fino al micro-areale del Rossese di Dolceacqua, storico vino ligure, capace di ritagliarsi nicchie di interesse sempre maggiori negli ultimi anni, grazie all'opera di virtuosi produttori capaci di trarre dagli antichi terrazzamenti sui quali poggiano per lo più vigne per lo più eroiche per la loro pendenza, vini di grande eleganza.
Il Rossese di Dolceacqua è allevato da secoli in provincia d’Imperia, per lo più con il sistema dell'alberello ligure, ancora presente in molte particelle dei vigneti della denominazione, con ceppi che oltrepassano persino i 100 anni di età.
Solo recentemente è stata evidenziata la stretta parentela con il varietale francese Tibouren coltivato in Provenza, ma la diversità di biotipo e il suo adattamento a questo territorio e al tipico terreno scisto-marnoso ha portato il Rossese di Dolceacqua a maturare una sua propria espressività.
Nonostante la particolare sensibilità del vitigno alle principali patologie della vite (specie quelle enfatizzate dall'umidità) il clima sempre più arido ma al contempo la mitigazione del mare e le escursioni termiche date dall'altitudine, stanno offrendo scenari interessanti per gli abili vignaioli del Rossese di Dolceacqua che negli ultimi anni hanno portato in bottiglia vini sempre più interessanti in termini di armonia e potenziale di longevità, specie nelle versioni Superiore.
La delicatezza del vitigno, la difficoltà di gestione dei vigneti impervi e alcune particolarità come la tendenza all'acinellatura del grappolo del Rossese di Dolceacqua avevano fatto quasi scomparire questo vitigno dalle campagne di questa circoscritta area della Riviera di Ponente, ma come per il Pigato anche in questo caso l'obiettivo dei piccolo produttori locali è e deve necessariamente essere la valorizzazione del vino anche in termini economici elevandone la percezione e, quindi, la remunerazione.
cene produttori degustazione
Considerazioni finali
Il problema di fondo delle aree che ho avuto modo di visitare e dell'intera produzione vitivinicola della Riviera Ligure di Ponente è proprio la scarsa redditività delle aziende che hanno consapevolmente assecondato un periodo di stallo dato dalla “facilità” commerciale indotta dalla vendita agli esercizi locali e alle regioni limitrofe (Piemonte e Lombardia fra tutte). Questo non ha permesso uno sviluppo più rapido del territorio che potrebbe aumentare i numeri mantenendo la alta la qualità dei vini prodotti solo avendo una maggior remunerazione in bottiglia.
La mia personale percezione è che la qualità sia cresciuta notevolmente e che, anche grazie ad associazioni come Vite in Riviera e quindi al confronto fra le singole aziende e i singoli produttori, si stia maturando una maggior consapevolezza nei propri mezzi e una visione più ampia del potenziale di questa area della Liguria.
Ho voluto fortemente riunire attorno a un tavolo in più di un'occasione i rappresentanti delle aziende dell'associazione e ciò che ho potuto scorgere oltre la voglia di presentare la propria identità aziendale e i propri vini è una voglia di uscire da quei confini che per anni hanno fatto da freno alla viticoltura ligure in toto e a quella della Riviera di Ponente nello specifico. La coesione e la volontà di guardare al futuro con rinnovata passione e  maggior consapevolezza sono palesi all'interno di Vite in Riviera (e anche nelle realtà che non ancora ne fanno parte ma, confido, presto vi entreranno) e sono certo che questo gruppo di cantine fungerà da traino per l'intero contesto territoriale.
Nei prossimi mesi avrò modo di parlarvi degli assaggi che mi hanno colpito particolarmente, ma nel frattempo, mi sento di consigliarvi di dedicare maggior attenzione ai vini di questo areale in quanto sembra essere il momento giusto per trovarsi nel calice, con buone probabilità, qualcosa in grado di stupire per personalità e contemporaneità.

F.S.R.
#WineIsSharing

giovedì 22 luglio 2021

Benvenuto Brunello cambia data! L'anteprima del vino di Montalcino anticipa a novembre 2021.

Era nell''aria da qualche settimana e oggi è arrivata l'ufficializzazione: la prossima edizione dell'anteprima Benvenuto Brunello si terrà a novembre! 
Qui di seguito il comunica stampa appena diramato dal Consorzio del vino Brunello di Montalcino.
benvenuto brunello anteprima novembre

(Montalcino – SI, 22 luglio 2021). Nuove date e collocazione autunnale per Benvenuto Brunello. Già a partire da quest’anno, l’evento di anteprima del Consorzio del vino Brunello di Montalcino si sposterà in pieno autunno, con la 30^ edizione dedicata al debutto dell’annata 2017 e alla Riserva 2016 in programma nel complesso monumentale di Sant’Agostino dal 19 al 28 novembre. Una decisione, questa del Consorzio, che nasce dall’esigenza di rivedere il progetto delle Anteprime di Toscana, già espressa alla Regione e agli altri Consorzi del territorio.

“Da tempo avevamo manifestato la necessità di rendere l’evento di debutto delle annate più incisivo per il mercato, soprattutto quello internazionale, che per la nostra regione vale complessivamente circa un miliardo di euro di export - spiega il presidente del Consorzio del vino Brunello di Montalcino, Fabrizio Bindocci -. In questi 11 anni, le Anteprime di Toscana hanno avuto il merito di accendere i riflettori sul nostro immenso patrimonio vitivinicolo - prosegue Bindocci -. Ma in una fase di grande cambiamento come quella attuale, occorre avere il coraggio di innovare per centrare quegli obiettivi di promozione che le stesse aziende ci richiedono. Ribadiamo la nostra disponibilità al dialogo - conclude il presidente del Consorzio del vino Brunello di Montalcino - e a collaborare per identificare altri percorsi comuni di valorizzazione del vino made in Toscana”.

Per quanto riguarda il format, rigorosamente su invito, sarà la stampa nazionale e internazionale ad aprire il 19 e 20 novembre la dieci giorni del 30° Benvenuto Brunello. Nei giorni successivi gli appuntamenti del Consorzio coinvolgeranno influencer e blogger, sommelier di ristoranti stellati e operatori professionali dell’horeca e anche i winelover.

Per una denominazione che vede una quota dei propri vini venduti su assegnazione nazionale e, soprattutto, internazionale dare la possibilità di assaggiare i vini in anteprima prima che vengano immessi sul mercato (molto del vino venduto negli USA veniva solitamente spedito ancor prima delle date consuete dell'anteprima) questa scelta è sintomo di grande attenzione ed equità fra media e buyers nazionali e internazionali. Dopo essere stati i primi a portare a termine una vera e propria anteprima a marzo 2021, il consorzio più importante d'Italia continua a mantenere con sicurezza e coraggio il ruolo di capofila in termini di innovazione e visione prospettica.
Ora non ci resta che attendere le date delle altre anteprime enoiche per comprendere come verrà ridisegnato il calendario delle "en primeur" a livello regionale e nazionale.


F.S.R.

#WineIsSharing


 

Viandante del Cielo - La Skywalker Vineyards sceglie il Lago Trasimeno per la sua cantina italiana

Ieri ho avuto modo di visitare in anteprima, una realtà incastonata in un contesto incantevole, in cui la preservata biodiversità naturale e quella indotta e curata dall'uomo abbracciano uno dei laghi più belli del nostro paese: il Lago Trasimeno. Parlo della cantina Viandante del Cielo, progetto italiano della Skywalker Vineyards di George Lucas. Il celebre regista e produttore di Star Wars (e non solo) ama l'Italia e in particolare l'Umbria, nella quale è giunto dopo circa 10 anni di attente ricerche orientate ad aggiungere un'azienda vitivinicola italiana alle sue altre due cantine in California e in Provenza. 

Viandante del cielo Cantina Vini George Lucas

Ad accompagnarmi alla scoperta di questa realtà di poco meno di 4ha di vigneto (ad alta densità d'impianto) sono l'estate manager João Almeida (che coordina il team di maestranze locali), il tecnico del progetto Maurizio Castelli, Gabriele Gorelli (fresco del riconoscimento come primo Master of Wine italiano). Sono loro i professionisti che la proprietà ha voluto fortemente nella gestione di un lungimirante e virtuoso progetto vitivinicolo. Scelta apprezzabile, che dimostra contezza e sensibilità nei confronti delle dinamiche del vino italiano.

skywalker wines

Durante il consueto sopralluogo nei vigneti ho potuto appurare il pedoclima locale che vede i vigneti piantati lungo strette terrazze affacciate sul lago, con un'altitudine che va dai 330 ai 370m slm, godere dei benefici del microclima lacustre (tendenzialmente continentale con l'azione mitigatrice del lago) e della vocazione dei terreni formati da depositi argillosi lacustri del Pleistocene e di arenarie e marne dell'Oligocene-Miocene.

vigne lago trasimeno

Se la scelta è ricaduta su questa particolare area umbra è anche per la “libertà” di scelta in termini di soluzioni ampelografiche, tanto che la base prescelta al momento dell'impianto dei vigneti è caratterizzata da un mix di uve autoctone e di internazionali che ben si esprimono in queste condizioni (manca il Gamay del Trasimeno, ovvero la Grenache tipica del territorio, ma magari un giorno si aggiungerà ai vitigni a disposizione dell'azienda...)  Il tutto allevato in regime bio, sin dal principio. 

La cantina è completa e funzionale, dotata di acciai e cementi non vetrificati di “nuova” concezione, nonché di legni accuratamente selezionati per rendere al meglio l'idea di vino che il team del Viandante del Cielo vuole esprimere.

viandante del cielo vini

Ecco quindi l'incontro nel calice con le tre referenze prodotte in tutte le annate prodotte sino ad ora (2018-2019-2020):

vini guerre stellari

LUNGOLAGO Umbria Igt: da uve Chardonnay e Grechetto, rappresenta un connubio armonico e esaustivo di quella che è la concezione enoica del progetto, ovvero produrre vini capaci di attingere al territorio con un'apertura internazionale mai invadente, ben ponderata e tendenzialmente elegante. La 2018 è molto equilibrata, con una presa di legno ben dosata e grande integrità di frutto corredate di folate balsamiche e accenni speziati. Un sorso in cui struttura e acidità sono ben bilanciate, ampio il centro bocca e salino l'allungo finale. La 2019 è freschissima nel frutto e nel fiore. Il sorso è teso, vibrante, con un rapporto fra materia e slancio appannaggio della agilità. Salino il finale. La 2020 è generosa, importante nell'esposizione del frutto, con la miglior integrazione del legno (sia per materia che per età dei legni stessi). Il sorso è pieno, di giusta grassezza, con il comun denominatore salino a conferire dinamica di beva.

PRISTINVM Umbria IGT: da varietali a bacca rossa tipici del Centro Itaila Ciliegiolo, Pugnitello, Sanforte e Foglia Tonda è il vino che esprime in maniera nitida quanto poco sia scontata la scelta ampeolografica, anche tra gli autoctoni, in una zona come questa. L'esclusione del Sangiovese, in favore di vitigni che meglio si adattano a questo particolare pedoclima la dice lunga sull'acume e l'esperienza di chi ha opportunamente scelto di impostare questo vino, assieme agli altri, a partire dalla vigna. Un uvaggio in cui aromi fruttati, floreali e speziati (naturali) si fondono al meglio e struttura, nerbo, tonicità e fittezza tannica si completano vicendevolmente in ogni annata. La 2018 è quella più “pronta” attualmente, ma anche in questo caso è la 2019 a stupire per freschezza e dinamica di beva, con una 2020 più materica e profonda. In tutte le annate la texture tannica è fine e il sorso non è mai sgarbato.

Viandante del Cielo Umbria IGT: un taglio bordolese con prevalenza di Cabernet Sauvignon, Merlot e un saldo di Carmenere.C'è chi vede i vitigni internazionali come varietà alloctone, ergo distanti dai nostri territori, ma a me è sempre piaciuto vedere i vitigni – nella stragrande maggioranza apolidi – come meri traduttori di territori e, in quanto tali, strumenti per esprimere in maniera completa e trasversale i singoli terroir. Ciò che rende interessanti i distintivi vini come questo è l'ampiezza del range di comparazione che vede termini di paragone nazionali e internazionali grazie ai quali è ancor più evidente l'incidenza del territorio e delle scelte dell'uomo. Ecco perché un vino come questo, nonostante il suo “Bordeaux style” parla del Trasimeno e del contesto in cui nasce, senza scimmiottare niente e nessuno. Un vino che nella 2018 trova, ora, un vino che coniuga maturità di frutto ottimale, spezia intrigante e accenni vegetali in maniera impeccabile. Ottima l'integrazione del legno, nonostante fosse la prima annata. Il sorso è fiero nell'approccio e sicuro nell'incedere. Il tannino è fitto e saporito. La 2019 è la più balsamica, fresca, longilinea e saporita. La 2020 sta evolvendo molto bene, con una grande integrità di frutto, una spezia fine e note terrose pronte a raffinarsi nei classici aromi di goudron. Il vino mostra notevole equilibrio fra materia e percezione di freschezza, con un piglio importante ma non imponente e una buona agilità di beva. Il tannino è già fine e il finale ematico.

vini george lucas

Nel complesso non posso che essere lieto di aver accettato l'invito a visitare, per primo, una realtà che, seppur potesse sembrare fuori dal mio radar enoico, conferma quanto i preconcetti nel vino, così come nella vita, rischino sempre di precluderci nuove e interessanti esperienze. Conoscere i vigneti e il team di lavoro del Viandante del Cielo mi spinge a credere in un progetto in cui l'attenzione e la dedizione alla qualità in ogni fase dei lavori, in campo e in cantina, è maniacale.

Seguirò con interesse le evoluzioni, dalla vigna al bicchiere, di questa realtà ancora agli albori, ma di sicura prospettiva.


F.S.R.

#WineIsSharing


lunedì 19 luglio 2021

Enoicamente laico!

Qualche giorno fa mi è stato chiesto quale fosse il mio “genere” di vino preferito. Domanda che per molti di voi sarà sensata, in fondo nel vino un po' come nella musica ci sono generi, correnti e categorie che potrebbero rispecchiare maggiormente il vostro gusto ed essere più in linea con il vostro “mood” del momento. Eppure, per me non c'è nulla di più assurdo da chiedere a chi ama il vino, cerca di comprenderne le dinamiche e di apprezzarne l'infinita varietà territoriale, varietale e interpretativa.

Ecco perché a quella domande io ho semplicemente risposto “io non ho un genere preferito. Credo sia fondamentale essere laici, specie se si vuole comunicare il vino con imparzialità  e rispetto.”

VINO LAICO

E' proprio sul termine laico, usato in maniera provocatoria, che vorrei farvi riflettere, in quanto ben si adatta, a mio parere, a quello che è un approccio al vino super partes ma non per questo non coinvolto o appassionato.  Quando parliamo di “Fede”, infatti, il termine “laico” non si riferisce né ad un credente né ad un ateo né ad un agnostico. La laicità è, dunque, una forma mentis che implica un approccio razionale e pragmatico, scevro da preconcetti e da condizionamenti e lontano dall'adesione a determinate correnti di pensiero o credo enoici.

“La laicità non si identifica in alcuna filosofia o credo e vede il laico capace di disporre della propria ragione in maniera logica, senza manifestare pregiudizi o predisposizioni ideologiche nei confronti dell'argomento trattato.”

Argomento che, nel mio caso, è ovviamente il vino in senso stretto e in senso lato. Materia che, sin troppo spesso, viene volutamente data in pasto a leoni da tastiera attraverso diatribe ideologiche che vorrebbero ridurre tutto a fazioni che poco hanno a che fare con la realtà delle cose. “Cose” che sono mutate nel tempo, evolute o, forse, involute in alcuni casi, ma che continuano a cambiare in maniera costante e sempre più consapevole sia dal lato agronomico/enologico che da quello del venditore, somministratore e consumatore.

Un continuo divenire che dovrebbe portare al superamento di barriere ideologiche e non a erigere muri fra pensieri enologici e agronomici differenti, in quanto gli obiettivi – e per quello è giustificato lottare – più opportuni dovrebbero essere quelli orientati alla qualità e all'espressione nitida di identità territoriali differenti attraverso percorsi di vigna e cantina basati sul rispetto in senso stretto e in senso lato, modulati in base a contesti, dimensioni e mire commerciali.

Credo sia inutile tentare di sintetizzare e imbrigliare tutto in categorie spesso limitative e fuorvianti che prendono il nome di “vino naturale” o “vino convenzionale”. Per non parlare poi di chi afferma di voler bere solo “vini verticali”, "minerali", "acidi" o di avere una repulsione per il legno, o ancora di volere un mondo in cui esista solo il tappo a vite o  o altre generalizzazioni del genere, ma questo è un altro discorso... (lo affronterò prossimamente, insieme alle altre numerose diatribe che vedono coinvolti quotidianamente i produttori non sempre in maniera rispettosa e costruttiva).

Il rischio di entrare in pericolosi loop è palese e molti appassionati, addetti ai lavori e, persino, esperti degustatori stanno mostrando un'attitudine differente nell'approccio a categorie di vino che loro stessi o alcuni prima di loro hanno definito divergenti sulla base dei propri dogmi personali e di criteri di valutazione che non sempre rispettano e rispecchiano ciò che c'è a monte di quelle bottiglie. Sembra quasi che oggi si debba indossare l'effige dell'una piuttosto che dell'altra fazione per poter fare la voce grossa e non risultare troppo “democristiani”.

Da par mio, credo che sia fondamentale un approccio inclusivo, comprensivo e non denigratorio e distruttivo e ancor meno esclusivo, in quanto è solo con il confronto e la dialettica costruttiva che si può arrivare alla crescita. Come in una media aritmetica, è bene mettere da parte gli estremi e per questo io non ho mai voluto limitare la mia ricerca e le mie condivisioni enoiche a determinate “categorie”, bensì ho ritenuto opportuno conoscere e approfondire le dinamiche delle realtà più disparate, apprezzandone o meno le scelte enologiche e/o agronomiche, nonché le referenze degustate, ma sempre con ragionevole obiettività e rispetto delle scelte di chi è libero di decidere della propria attività.

Ecco perché se un vino che qualcuno etichetta come “naturale” è prodotto da un vignaiolo, un enologo o un produttore rispettoso del quale apprezzo l'approccio (non negligente) sono sempre pronto a scriverne e a elogiarne le qualità, tanto quanto elogio le qualità di vini prodotti con approcci definiti – spesso in maniera fuorviante – convenzionali se meritevoli. Sarei ipocrita se non vi dicessi che ho dei miei parametri degustativi e ho dei criteri attraverso i quali valuto le realtà che conosco e i vini che assaggio in giro per l'Italia premiandone alcune peculiarità dalla vigna al bicchiere, ma reputo altrettanto importante essere liberi da preconcetti a tal punto da non privarsi della sensazione che più di ogni altre alimenta la curiosità e voglia di fare ciò che faccio, ovvero lo stupore. Stupore del quale il pregiudizio è acerrimo nemico.

Girando così tanto negli ultimi 16 anni ho compreso cose a me ignote, cambiato idea non so quante volte, apprezzato l'acume di molti e constatato l'ottusità di altri, ma ho anche imparato a modulare ogni mia valutazione in base alle circostanze specifiche e alle peculiarità di ogni singola realtà e di ogni singolo vino in quanto l'unica cosa certa nel mondo del vino, come nella vita, è che di certezze non ce ne sono e che ogni giorno è giusto mettere in discussione le proprie convinzioni. Anche per questo ho sempre utilizzato la degustazione come primo step propedeutico alla selezione delle realtà da visitare e approfondire e non come solo criterio di valutazione di un'azienda. Assaggiando il vino prodotto da una determinata cantina possiamo dedurre molto ma non quanto basti a valutare e comprendere a pieno l'essenza di quella realtà, la sua storia, il suo approccio, il contesto in cui opera e le sue prospettive. Quindi è impensabile, per me, giudicare solo da un assaggio, ancor più se a quell'assaggio viene assegnata una "categoria" preconfezionata.
L'esempio lampante è rappresentato da quanto dovrebbero cambiare i principi della sostenibilità in base all'attitudine e alla vocazione di un determinato contesto vitivinicolo a un approccio meno impattante (è comprovato che una lotta integrata ben ponderata risulti meno impattante di una conduzione biologica in alcune zone molto piovose), mentre affidandosi a generalizzazioni che mettono solo stesso piano un vigneto a Vittoria e uno a Corno di Rosazzo non si può arrivare all'equità di valutazione. Lo stesso vale per le lavorazioni di cantina che possono essere orientate alla “sottrazione” piuttosto che all'addizione, ma meglio se si sa cosa e come togliere con la conoscenza tecnica. Se il fine è l'identità tutto ciò che omologa può essere nemico di tale valore e anche in questo caso possiamo avere estremi sia da un lato che dall'altro. Lo stesso vale per chi tende a ricondurre approcci come quello biodinamico  ai vini difettati che, in realtà, esistono in ogni "categoria" e sono frutto, solitamente, di negligenza e poca competenza tecnica. Difetti che come tali vanno percepiti e valutati ma, anche in questo caso, evitando generalizzazioni che tendono a fare di tutta l'erba un fascio. Alcuni dei più grandi vini al mondo siano frutto di tale approccio e molti dei principi della biodinamica sono giustificabili tecnicamente. Ciò che tende a fuorviare è il lato "esoterico", spesso strumentalizzato dai produttori stessi e poco utile a definire il lavoro di chi applica con senno e competenza ciò che di buono possono offrire le teorie della biodinamica. Lo stesso vale per chi si adopera per raggiungere il massimo dell'espressività dei propri vini in territori in cui è fondamentale trovare un equilibrio fra i principi dei vari "regimi" di conduzione agronomica al fine di avere il minor impatto possibile sull'ambiente e sulla qualità stessa del frutto del proprio lavoro. 

Essere "laici" non significa indossare i paraocchi o accettare qualsiasi scelta di produttori, agronomi o enologi, in quanto è bene che ogni individuo formi nel tempo la propria coscienza enoica e che non nasconda le proprie preferenze. Essere enoicamente laico, per me, significa non cadere in generalizzazioni, non avere pregiudizi ed essere sempre pronto a ricredermi, cercando di costruire senso critico e gusto giorno dopo giorno, di vigna in vigna, di cantina in cantina, di calice in calice e, soprattutto, di confronto in confronto senza lasciare che mode, tendenze e faziosità condizionino il mio vivere e raccontare il vino.


F.S.R.

#WineIsSharing

mercoledì 14 luglio 2021

3 domande a Matilde Poggi, neo presidente della CEVI (Confederazione europea dei vignaioli indipendenti).

Nonostante il periodo nefasto che stiamo attraversando e che, di certo, non ha risparmiato il mondo del vino, l'Italia sta ottenendo grandissime soddisfazioni nel mondo delle istituzioni del vino e proprio nei giorni scorsi sono arrivate due nomine di grande prestigio e importanza a livello internazionale, ovvero la nomina di Matilde Poggi a Presidente della Cevi (Confédération européenne des vignerons indépendants) e quella del Prof. Luigi Moio a Presidente dell'OIV (Organisation Internationale de la Vigne et du Vin).

matilde poggi cevi fivi presidente

E' mia intenzione dare spazio ad entrambi i neo Presidenti delle rispettive istituzioni enoiche, ma quelle che condividerò oggi sono le parole di Matilde Poggi, stimata produttrice, già presidente della FIVI (ancora in carica) e prima italiana a ricoprire la medesima carica nella CEVI, della quale fanno parte le associazioni nazionali di Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Lussemburgo, Svizzera, Ungheria, Slovenia, Belgio, Grecia, Montenegro e Bulgaria, in rappresentanza di circa 12.000 Vignaioli.

 - Quale saranno le priorità della CEVI sotto la tua presidenza?

Il nostro ruolo è quello di difendere e rappresentare il vignaiolo indipendente davanti alle istituzioni europee. Combatteremo per una vera semplificazione degli obblighi burocratici che sono troppo onerosi per le aziende di piccole dimensioni come quelle che fanno parte di Cevi. I 12 paesi membri di Cevi lamentano continue difficoltà nella compilazione dei documenti per le vendite all’interno della UE, paradossalmente è più semplice dal puto di vita documentale esportare nei paesi terzi. Vorrei poi concludere positivamente la nostra richiesta del “one stop shop” per le vendite a privati all’interno della UE. L’attuale legislazione favorisce le aziende di dimensioni maggiori che hanno magazzini fiscali anche fuori confine. Raggiungere questo risultato sarebbe importantissimo per noi, visto che l’enoturismo rappresenta un canale di vendita essenziale per le nostre aziende.

- La tua nomina è un messaggio di unità europea ma anche un segnale importante riguardo il mondo del vino al femminile. In questi ultimi anni si è parlato tanto (forse troppo) di maschilismo nel mondo del vino, qual è il tuo punto di vista a riguardo?

Credo che la mia nomina sia un riconoscimento importante per quello che ha saputo fare FIVI all’interno di CEVI. E’ inoltre un segnale importante per sottolineare la natura europea di Cevi, fin dalla sua nascita guidata dalla Francia. Il cambio del testimone è un segnale importante di apertura verso tutti i 12 Paesi che ne fanno parte. Che io sia una donna non è stato sicuramente un fattore di scelta. Come per il vino, mi piace bere i vini dei vignaioli bravi, indipendentemente che siano maschi o femmine.

- Cevi e Fivi sono due voci che sanno farsi valere in UE. Qual è la vostra posizione riguardo le nuove proposte che hanno come oggetto l'etichettatura del vino (con inserimento di calorie e "ingredienti") e i vini dealcolati?

Crediamo che il consumatore vada adeguatamente informato. Siamo pronti pertanto ad indicare le calorie in etichetta tramite simboli. Per gli ingredienti sosteniamo la possibilità di poter comunicare gli ingredienti fuori dall’etichetta con un rimando ad una piattaforma digitale. Per i piccoli produttori sarebbe molto complicato scrivere gli ingredienti in etichetta visto che ci viene richiesto di tradurre queste informazioni nelle 20 lingue comunitarie. Per il grande produttore questo è un problema minore, normalmente fa imbottigliamenti dedicati ad un unico Paese. Noi invece facciamo un imbottigliamento e poi vendiamo, magari anche poche casse, in Paesi che parlano lingue diverse.

I vini dealcolati non vedono il nostro favore. Il vignaiolo indipendente fa vini che sono espressione del proprio territorio e ci tiene a rafforzare il legame tra il vino e il territorio. I vini dealcolati escono da questa visione e sono prodotti prettamente industriali. Se sono poi totalmente dealcolati non dovrebbero nemmeno chiamarsi vino, né far parte della filiera.

Nel complimentarmi nuovamente con Matilde Poggi per la nomina, la ringrazio per aver condiviso con me i suoi pensieri e il punto di vista del mondo del vignaioli indipendenti riguardo alcuni temi tanto dibattuti nelle ultime settimane.
Avere donne e uomini del vino di questo calibro e di questo carisma, al vertice di realtà associative e organizzazioni di caratura internazionale significa poter dar voce al mondo del vino italiano e a quello globale attraverso i nostri referenti e, ancor più, veder riconosciute le nostre eccellenze non solo in vigna e in cantina o sugli scaffali, ma anche là dove si possono creare i presupposti per cambiare e/o migliorare il mondo del vino in termini burocratici e istituzionali a livello europeo e mondiale.


F.S.R.
#WineIsSharing

lunedì 12 luglio 2021

Carema - Viticoltura e vini dal valore inestimabile

Faccio seguito al mio articolo sul Canavese e le sue singole identità, parlandovi di uno dei micro-areali vitivinicoli più suggestivi e vocati di cui il nostro paese dispone: Carema.

carema vigne vini

Salendo su per i ripidi pendii alle pendici del Monte Maletto, che dai 350m slm di spingono sino ad oltre 700m, è impossibile non restare affascinati scorgendo a destra e a manca quei terrazzamenti scavati nella roccia, definiti con tratto sicuro da muretti a secco, eredità medievale ancora (purtroppo solo in parte) preservata per ospitare i soli 22ha di vigneto in denominazione. 

Carema vigne vini
Un'opera ingegneristica dalla fatica, dalla difficoltà e dal costo immane (1ha di “pergole” ha un costo di oltre 70mila € di solo legno) quella che porta all'edificazione di ogni topia (o topiun), sorrette da pilastri in pietra e calce dalla forma tronco-conica chiamati pilùn che, oltre a rendere ancor più suggestivo il panorama vitivinicolo, da un lato hanno un effetto termoregolatore, immagazzinando calore di giorno e rilasciandolo di notte. e dall'altro offrono copertura fogliare ai grappoli proteggendoli dall'irradiamento diretto e dai venti freddi che scendono dal nord dalla valle. L'altezza delle pergole, inoltre, tiene a riparo i germogli dalle sempre più frequenti gelate tardive.

topia carema

Un'enclave, posta su terreni morenici trasportati dal fondovalle, ricchi di depositi detritici del ghiacciaio valdostano, in cui resistono ancora una base ampelografica storica formata dal Picotendro, il Pugnet (i Nebbioli locali) e dai varietali “gregari” Ner d'Ala (o Vernassa, Gamba Ruscia e Neretto (nei vari biotipi). 

Molte sono li citazioni dei vini di Carema sin dal 1500 ma, al di là dei suoi storici fasti (prima dell'arrivo della fillossera erano 350 gli ettari vitati che insistevano sul territorio e nel 1967, al conseguimento della DOC, erano già 10 volte meno), è lo stato dell'arte odierno della denominazione a dover destare l'interesse di addetti ai lavori e appassionati.

Sì, perché in questa manciata di ettari, negli ultimi anni, qualcosa si sta muovendo portando l'bi-polio vitivinicolo locale dalle 2 storiche realtà a un numero che, per quanto piccolo, rappresenta un segnale di positività e prospettiva per un areale che è da anni a rischio sussistenza.

Un rischio dovuto ai costi ingenti di gestione di una viticoltura a tutti gli effetti eroica, condotta per di più con attenzioni e rigori improntati su sostenibilità e rispetto, ma anche al frazionamento delle particelle di vigna (esistono realtà che hanno poco più di 1ha diviso in oltre 50 diverse parcelle) in mano a micro proprietari che ancora conferiscono o producono vini per l'autoconsumo, rendendo impossibile l'acquisto da parte dei “nuovi” produttori e difficile anche solo l'affitto. Parliamo di vigneti (come detto sopra) che se impiantati e strutturati nella loro forma tradizionale avrebbero un costo insostenibile per la maggior parte dei ragazzi che, oggi, sono tornati a voler far vigna e far vino in questa meravigliosa zona con il piglio di chi vuole cambiare le cose ma con la consapevolezza di chi sa che la sostenibilità di una realtà a Carema ha costi ed esigenze ben più importanti di ciò che avviene nella maggior parte dei vigneti d'Italia e del mondo. Per questo chiunque faccia vino a Carema è da considerarsi un viticoltore eroico.

Faccio queste premesse in quanto il focus di questo pezzo è il valore di Carema, della sua viticoltura e del vino ivi prodotto. Un valore intrinseco che viene finalmente consolidato in maniera “ampia” (proporzionalmente alle dimensioni della denominazione) grazie ai vini che sono sul mercato e che vi arriveranno a breve. Eppure, questo non basta! Non basta perché, calcolatrice alla mano, una bottiglia di Carema sotto ai 40€ (franco cantina), per produttori che hanno poco più di 1ha, col monte ore di lavoro totalmente manuale da fare,  le rese dei vigneti vecchi (e quelle che verranno comunque “richieste” dall'uomo e dalla terra ai pochi nuovi impianti orientati alla qualità) e con i costi di gestione e produzione generali, rende difficile quel tipo di sostenibilità aziendale che, nel vino (a mio modo di vedere), non deve puntare al solo sostentamento del produttore, bensì alla possibilità di poter reinvestire annualmente parte degli introiti in vigna e cantina al fine di migliorare condizioni e qualità produttive in maniera ponderata. 

Cifra che potrebbe risultare ingente per qualcuno, in quanto si tende ancora a commettere l'insensato errore di comparare vini di natura,  identità e “numeri” totalmente differenti a vini pari varietale (che poi, geneticamente parlando, così non è) con frasi del tipo “a quel prezzo compro già un ottimo Barolo”, senza pensare che quando stappo una bottiglia di Carema sto stappando qualcosa di più unico che raro e sto assaggiando un territorio straordinario in cui nascono vini in cui, oggi, ancor più di ieri, nascono e possono nascere vini dall'eleganza estrema. Eleganza che grazie ai cambiamenti climatici, qui, non prescinde la struttura e la forza espressiva, con un grado di completezza che valorizza al meglio una viticoltura tradizionale abbinata alle consapevolezze tecniche contemporanee in campo e cantina. 

carema vini produttori

A testimonianza della qualità raggiunta dai vini di Carema ci sono gli assaggi che è possibile inanellare oggi, tra i quali annovero gli ultimi che ho avuto modo di effettuare in loco durante il tour organizzato dai giovani vignaioli canavesani.

Cantine Produttori Nebbiolo di Carema: è la storia del Carema ed è grazie a questa realtà che molti dei vigneti storici resistono e persistono sul territorio. Con 110 soci di cui 75 conferitori (che allevano micro parcelle come "secondo lavoro") la mission di questa cooperativa è quella di portare in bottiglia, di annata in annata, espressioni enoiche tanto tradizionali quanto al passo con le evoluzioni tecniche e tecnologiche dell'enologia contemporanea del vino di Carema nella versione classica (almeno 24 mesi di cui 12 in legno) e Riserva (almeno 36 mesi di cui 12 in legno). Il Carema Riserva 2017 mostra forza e maturità che rispecchiano le potenzialità espositive della conca di Carema, ancor più in un'annata calda e asciutta. Un vino potente e profondo, dal tannino ben levigato.

Ferrando: è stata la prima realtà privata a voler dimostrare che fare vino per una realtà che può contare solo sui propri mezzi è difficile ma non impossibile. Vini che per anni sono stati il riferimento per la denominazione e che, ancora oggi, si mostrano fedeli all'identità territoriale, come manifestato nitidamente dal Carema Doc 2015 che ho avuto modo di degustare di recente. Un vino ancora sul frutto, con fiore e spezia a rendere elegante e intrigante il preludio al sorso forte, dall'incedere sicuro. Fine la trama tannica e giustamente ematico il finale.

Monte Maletto: il giovane Gian Marco, con un passato come Sommelier in alcuni importanti stellati, non ci ha messo molto in termini di tempo ma tanto in termini di fatica, a calarsi nei panni del vignaiolo virtuoso e appassionato. E' lui il cuore pulsante dei giovani vignaioli di Carema e lo dimostrano i suoi vini, coraggiosi dalla vigna al bicchiere, con la fondamentale visione "open mind" di chi ha assaggiato tanto e vuole guardare avanti senza ledere il legame con la tradizionale. Il suo Carema Doc la Costa 2018 è una spremuta di territorio con l'ausilio del grappolo intero a dare carattere e personalità ad un vino integro, concreto sfaccettato ma senza spigoli. Fresco e dinamico, fitto nei tannini e dal finale saporito e minerale. Solo 300 bottiglie per un vino che avrebbe meritato di essere assaggiato da molti.

Sorpasso: Martina e Vittorio sono autoctoni e dal 2012 hanno deciso di avviare la loro piccola realtà a Carema prendendo il primo fazzoletto di vigna in affitto; nel 2014 la prima annata. Vittorio è un giovane e intraprendente enologo forte di esperienze in altre realtà che lo hanno aiutato e lo aiutano tutt'ora a vedere il vino come un area aperta e non come un "territorio delimitato da muretti a secco che tracciano confini chiusi". Ecco perché "vigne nuove e vigne vecchie" non fanno a cazzotti, bensì collaborano alla realizzazione di un progetto di prospettiva e convergono nella produzione di vini di grande equilibrio, capaci di abbinare il sapore di sole e roccia tanto caro all'indimenticato Mario Soldati a pulizia olfattiva e nitidezza gustativa che solo chi ha il totale controllo può portare nel calice. Il Carema Doc 2016 è intenso nell'esposizione di frutto con rimandi balsamici che conferiscono freschezza e anticipano un sorso ampio e materico, dal tannino garbato e la chiusura umami, tra terra, ferro e sale. Vittorio è anche il p
residente dell'associazione dei giovani vignaioli canavesani, che a lui deve molto.

Muraje: piccola realtà (citata sopra in merito alla parcellizzazione estrema) che finalmente può fregiarsi della DOC, dopo aver vinificato per qualche anno altrove, con il Sumìe 2018. Vino straordinario che più di ogni altro ha confermato la grandezza di questo territorio e l'unicità della sua identità. Un'eleganza estrema nella gestione della maturità del frutto e nella freschezza del fiore, quel quid di austerità iniziale che lascia spazio a spezia nera e note minerali con qualche giro di calice, dove continua a mostrarsi cangiante ma con estremo garbo, senza urlare, senza roboanti evoluzioni. Un sorso teso, vibrante, dal tannino cesellato e una chiusura didattica per chi conosce i Nebbioli di Carema. Un piglio artigiano dall'equilibrio impeccabile in ogni sua componente. Grandissimo vino!

Milanesio Achille: la vigna ha sempre fatto parte della sua vita, il vino a casa sua lo si è sempre fatto ma solo da poche vendemmie Achille ha deciso di produrne oltre al consumo interno alla sua famiglia. Una filosofia volta totalmente alla valorizzazione dell'identità di un terroir unico cercando di condurre la componente agronomica e le vinificazioni con profondo rispetto, acuta sensibilità e fervente passione. Nei suoi vini questo si sente, specie nel suo Carema Riserva 2017 in cui maturità di frutto, orientata al raggiungimento di una buona struttura senza ledere particolarmente il corredo acido del sorso, incontra tratti balsamici e lieve speziatura. Il sorso, come anticipato, ha tonicità e nerbo, con un giusto grip tannico e buona persistenza.

Chiussuma: Alessandra, Rudy e Matteo sono i titolari dell’azienda Chiussuma. Neanche a dirlo, un paio di ettari e poco più. Tre giovani uniti dalla passione della vigna e dalla volontà di preservare la viticoltura di Carema con cura e lungimiranza. Il Carema Doc 2016 è un vino di grande equilibrio maturazionale, senza alcun segno di cedimento, ancora fresco al naso e integro al sorso, con buona dinamica di beva, tannino in fase di raffinazione e finale lungamente saporito. Una realtà da seguire con attenzione in quanto in continuo divenire nell'interpretazione delle uve di questo territorio.

Poi c'è "Piole", una storia che oltre a prefazione e incipit ha già in mano i primi capitoli ma che merita di essere attesa, per poter approfondire e comprendere quali saranno le potenzialità di un'altra piccola realtà che si aggiunge al manipolo di cantine che stanno salvando Carema dall'interno.

carema vini cantine

La qualità media di questi e degli altri assaggi fatti durante il mio ultimo tour in loco (seppur "calcolata" su un ristretto novero di vini prodotti), se paragonata agli assaggi fatti negli anni, è palesemente in crescita come lo sono le nuove etichette che fanno pensare alla concretizzazione prossima di una denominazione che, per quanto microscopica, potrà dire la sua non sono come "nicchia" o "chicca enoica" piemontese, bensì come fonte di grandissimi vini. Vini che meritano di essere trattati come tali perché in grado di stupire già solo per la loro identità organolettica, senza necessità di addurre tutti i valori aggiunti di cui la denominazione è intrisa. 

Di pochi areali mi spingerei a parlare in maniera così accanita del fattore meramente economico, ma ciò che penso è che Carema possa e debba lavorare ancora di più sulla consapevolezza nei propri "mezzi" e sul posizionamento (nonostante i prezzi siano già, in alcuni casi, importanti), valorizzando la propria unicità e la qualità dei propri vini (non è solo una questione meramente pecuniaria ma di sostenibilità e di valorizzazione della percezione di territorio e vini straordinari - leggi qui) perché è solo così che si preserverà il suo contesto vitivinicolo e solo così potremo godere ancora di vini che non accenneranno a diminuire di qualità, grazie a questo manipolo di produttori virtuosi e illuminati che hanno gettato le basi per costruire qualcosa di ancor più prezioso.


F.S.R.
#WineIsSharing

venerdì 9 luglio 2021

Un "altro Piemonte" - Il Canavese tra identità territoriale e ampelografica attraverso 4 piccole cantine d'eccellenza

Pochi areali hanno destato, negli ultimi anni, l'interesse enoico di addetti ai lavori e appassionati come sta facendo quello che potrebbe essere definito ironicamente l'”Altro Piemonte”, un gioco di parole che contempla le denominazioni dell'Alto Piemonte e quelle del Canavese. Due macro agglomerati di micro-areali distinti ma che non disdegnerei di vedere riuniti sotto l'egida di un'unica doc plenaria, pur mantenendo intatte le singole identità territoriali. Questo, però, è un altro discorso e lo affronterò in un futuro approfondimento sul tema.
canavese areale vino denominazioni

Ciò che vorrei fare oggi, alla luce del mio ultimo viaggio nel nord del Piemonte, è parlarvi del Canavese e delle potenzialità solo parzialmente espresse di un territorio straordinario, che vanta singolarità pedoclimatiche e basi ampelografiche in grado di raccontare storie liquide da leggere di pagina in pagina e da assaporare di sorso in sorso.

Le peculiarità che rendono unico il territorio del Canavese partono dalla sua geologia, che vede nell’anfiteatro morenico di Ivrea la principale matrice pedologica degli areali vitivinicoli che vi insistono.
I vigneti del Canavese sono disposti sui versanti sud dell'anfiteatro morenico di origine glaciale, ideali per la viticoltura di qualità. Il microclima è mite, protetto dalle colline ed equilibrato dalla presenza della Dora Baltea e del fiume Orco, nonché dei numerosi laghi disseminati nella pianura. L’anfiteatro morenico del Canavese è un rilievo che risale al periodo quaternario e fu originato dal trasporto di sedimenti verso la pianura Padana operato nel corso delle glaciazioni dal grande ghiacciaio che insisteva sul territorio. Le creste collinari che delimitano questa conformazione a semicerchio sono costituite dalla Serra d’Ivrea a Nord-est con altitudine media di 600 metri e a Sud-ovest dalla collina Agliè - Caluso con creste a 300 metri.
anfiteatro morenico ivrea
Courtesy of Giovani Vignaioli Canavesani

L'unione della pedologia locale e del microclima rendono il Canavese un territorio altamente vocato alla viticoltura.
Se dovessimo dividere in 3 ideali “macro” aree questo areale potremmo distinguere: la zona di Caluso, dedicata prevalentemente alla coltivazione dell'Erbaluce; l'”alto-canavese” che ha come cuore geografico e vitivinicolo Levone e Rivara (e dintorni) in cui si esprimono storicamente meglio i vitigni a bacca rossa tipici di queste zone come il Nebbiolo, Barbera, Freisa, Neretto e Chatus; Carema, area in provincia di Torino che vede i suoi terrazzamenti alle pendici del Monte Maletto, disegnare la fisionomia di una terra in cui irradiamento e ventilazione agevolano una viticoltura di qualità, con ottime risposte ai cambiamenti climatici (al quale dedicherò un focus nei prossimi giorni, in quanto meritevole di un approfondimento specifico).
ghiacciai

Durante il mio ultimo viaggio ho avuto modo di approfondire queste tre aree dedicandomi, in primis, all'Erbaluce di Caluso, visitandone alcuni dei vigneti più rappresentativi e valutandone lo stato dell'arte nel bicchiere.
Erbaluce grappolo

Ho sempre considerato l'Erbaluce uno dei vitigni più interessanti d'Italia grazie alla sua versatilità che lo vede esprimersi con ottimi risultati dalla spumantizzazione al passito passando, ovviamente, per i bianchi fermi che ne rappresentano la versione che di più può e deve cogliere la sfida bianchista di questo areale.

Si tratta di un varietale storico, presente in queste terre da secoli, come attestano le prime notizie certificate di Giovan Battista Croce che nel suo trattato “Della eccellenza e diversità de i vini, che nella montagna di Torino si fanno” cita l’Erbalus come uno dei più pregiati vitigno del Piemonte. Vitigno che oggi è protetto da una Docg che ne limita l'utilizzo nominale (in etichetta) ai comuni di:

-Provincia di Torino, e comprende il territorio dei comuni di Agliè, Azeglio, Bairo, Barone, Bollengo, Borgomasino, Burolo, Caluso, Candia Canavese, Caravino, Cossano Canavese, Cuceglio, Ivrea, Maglione, Mazzè, Mercenasco, Montalenghe, Orio Canavese, Palazzo Canavese, Parella, Perosa Canavese, Piverone, Romano Canavese, San Giorgio Canavese, San Martino Canavese, Scarmagno, Settimo Rottaro, Strambino, Vestignè, Vialfrè, Villareggia e Vische.

-provincia di Vercelli, e comprende il territorio del comune di Moncrivello.

-provincia di Biella, e comprende il territorio dei comuni di Roppolo, Viverone e Zimone.

Il vitigno è tipico anche di altre zone limitrofe a quelle della Docg e la speranza è quella di poterlo trovare presto in etichetta nelle sue interpretazioni prodotte in purezza a ridosso della denominazione dai vignaioli del Canavese (per come la vedo io, liberalizzerei i nomi dei vitigni a prescindere dalla zona di produzione, valorizzando l'identità territoriale. Potete approfondire il mio pensiero a riguardo qui ->https://www.wineblogroll.com/vitigni-nomi-liberalizzazione.)
Anche se oggi iniziano a vedersi alcuni impianti a spalliera, allevati a guyot, la forma di allevamento tipica dell'Erbaluce è, da sempre, la pergola detta anche "topia canavesana", sistema che si sta riscoprendo non solo tipico ma anche performante in termini di risposta ai cambiamenti climatici ed equilibrio della pianta. Un sistema sicuramente più dispendioso e meno meccanizzabile, ma ottimale per coltivare l'Erbaluce (che ha sterilità basale) con una maggior copertura fogliare e un ciclo vegetativo più lento. Inoltre, l'altezza delle pergole tiene a riparo l'Erbaluce dalle sempre più frequenti gelate tardive. Ciò non toglie che si può pensare ad un'alternanza con forme di allevamento contemporanee e meccanizzabili a patto che se ne gestiscano al meglio le potature e la parete fogliare (le rese nel guyot sono notoriamente più basse che nella pergola e questo non è sempre un bene).
caluso vigne erbaluce
Nel mio ultimo viaggio ho potuto apprezzare due realtà molto differenti da prendere come testimoni della storia dell'Erbaluce e della sua proiezione futura: la Cantina Gnavi e Crosio.
cantina gnavi

La prima è nota da tempo immemore per i suoi leggendari passiti che ancora oggi Giorgio – istrionico e sensibile produttore, che coadiuva suo zio Carlo nella gestione dell'azienda – ne conserva uno storico importante in botte e in bottiglia. Una manciata di ettari per una produzione sfaccettata in cui tutte le interpretazioni del vitigno vengono sperimentate. Ecco quindi il Turbante Metodo Classico che spicca per finezza dei profumi e armonia del sorso nella versione Brut e stupisce per tensione vibrante e nitidezza del sorso nel Pàs Dosè, entrambe con le proverbiali chiusure saline; il Cav. Giovanni Erbaluce di Caluso fermo secco che nell'annata 2018 dimostra verticalità e dinamica di beva, con una chiusura netta e sapida, mentre il Cru Vigna Crava mostra maggior forza espressiva, personalità e materia, con una salinità ancor più accentuata; il Revej Caluso Passito Riserva 2008 che funge da riferimento per tutti i passiti della zona, per complessità, equilibrio fra acidità e residuo zuccherino e lunghezza. Vi basterà andare a trovare Giorgio e suo zio per comprendere quanto la storia dell'Erbaluce di Caluso Passito debba a questa azienda e ancor più a questa famiglia.
vini erbaluce

L'altra realtà che ho avuto modo di visitare è la cantina Crosio, nata nel 2000, grazie al giovane Roberto che sente forte la volontà di dedicarsi alla propria terra partendo da un primo piccolo vigneto regalatogli dei suoi genitori. Genitori noti nella ristorazione in quanto proprietari del ristorante stellato Gardenia (mamma Mariangela è la Chef e papà Mauro dirige la sala).
cantine crosio
Per Roberto, che ha un approccio rispettoso dalla vigna alla bottiglia, fare vino è un fatto culturale, di mantenimento e continuo ricordo della tradizione, senza perdere di vista l'obiettivo enologico contemporaneo.
Anche Crosio si cimenta con svariate interpretazioni del vitigno, oltre a quelle di alcuni rossi storicamente presenti in questo territorio.
Si parte con un Metodo Martinotti ben concepito, capace di inserirsi con identità nel panorama degli spumanti prodotti in autoclave per arrivare all'Incanto Metodo Classico che se nella versione 36 mesi conserva grande freschezza di frutto e una beva sferzante e saporita, nella versione 80 mesi dimostra quanto l'Erbaluce goda dei lunghi affinamenti sui lieviti arricchendosi in complessità e tessitura minerale senza lasciarsi appesantire da tonalità omologanti che in alcuni casi emergono dopo soste così lunghe. Buono l'apporto mannoproteico della lisi dei lieviti che da stabilità e struttura, raffinando la bolla e conferendo persistenza alla schiuma. Tra i fermi troviamo il Primavigna coerente nel varietale, fresco e agile e il Costaparadiso più maturo, integro, morbido e speziato, con il finale sapido ad equilibrare il sorso.
Buono il potenziale evolutivo. Interessante la versione macerata (io credo molto in una buona gestione della macerazione dell'Erbaluce che grazie alla sua ricca e spessa buccia si presta particolarmente alla produzione di vini che contemplino in parte o nella loro totalità questa tecnica) che non è ancora in commercio.

Entrambe le realtà si mostrano fortemente legate al territorio in cui sussistono i propri vigneti e manifestano una visione ponderata e lungimirante di progetti di vigna e di vino differenti ma convergenti verso l'espressione dell'identità di Caluso e del suo vitigno principe.
blind tasting erbaluce
Durante il medesimo tour territoriale ho avuto modo di partecipare ad un blind tasting, organizzato dall'associazione dei Giovani Vignaioli Canavesani, dedicato alla longevità dell'Erbaluce nelle sue interpretazioni in bianco fermo secco e, a prescindere dall'esito del singolo assaggio, la progressione a ritroso nel tempo (dal 2017 al 2000) ha dimostrato per l'ennesima volta l'attitudine di questo varietale e di questi vini ad evolvere in maniera integra e complessa, con la mineralità a fare da filo conduttore di annata in annata. Un marcatore che neanche il tempo può sradicare dall'Erbaluce. Vini capaci, quindi, di manifestare identità varietale e territoriale nelle loro versioni fresche e di mantenere saldo il legame con le proprie vigne anche a distanza di anni, ragioni per le quali è e deve essere il bianco fermo secco l'interpretazione principe di questa denominazione, con gli spumanti e i passiti a fare da nobile corollario e da valore aggiunto in termini di duttilità a quello che deve necessariamente essere riconosciuto come uno dei più grandi bianchi d'Italia e non solo!
alto canavese
Per quanto concerne l'areale che per convenzione chiamerà "Alto Canavese", le due aziende che ho preso a testimone della viticoltura locale sono: l'Azienda Agricola Le Masche di Lorenzo Simone e  la Cantina Rostagno1918.
le masche cantina
Ci spostiamo, quindi, nei vigneti dislocati nelle alte colline dei comuni di Levone, Rivara, Forno e dintorni, in cui emergono differenze pedologiche e microclimatiche palesi in confronto a ciò che si può trovare a Caluso. Non più terreni prettamente morenici ma un substrato di sabbie su argille e limo ben più consistenti, con altitudini ben superiori che si spingono oltre i 600m slm, con una buona parte della superficie vitata fra i 400 e i 500m slm e sistemi allevamento tradizionali ancora presenti nelle vigne più vecchie come l'Obi e l'"Aeroplano".
Zone, queste, meno vocate per l'Erbaluce e più per i Nebbioli e, in generale, i vitigni tipici a bacca rossa, tra i quali spiccano Freisa, Barbera, Neretto, Bonarda (o Croatina), Uva Rara e Chatus, prodotti anche in uvaggio o blend nel Canavese Rosso.
Interessanti anche le scommesse fatte con Riesling Renano e Pinot Nero.
terreni vigne canavese
Lorenzo Simone è un giovanissimo vignaiolo che trasuda passione e dedizione al proprio lavoro partendo dalla campagna che lui ama e gestisce con precisione chirurgica e sensibilità da vendere. Una visione agronomica ed enologica tanto legata al rispetto della tradizione quanto lungimirante nelle dotazioni tecnologiche che mirano ad una gestione sempre più accorta e precisa. I suoi vini, però, sanno di territorio e non solo per i loro nomi (Cinque etichette per le cinque "Masche", donne condannate nel 1474 per stregoneria) ma anche per la loro genesi, che li vede frutto di una vera e propria opera di recupero vitivinicolo ad opera del giovane Lorenzo. Vigneti strappati al bosco in cui spiccano le uve tipiche di questa zona: Barbera, Freisa, Nebbiolo, Neretto (ne esistono diversi biotipi) e Chatus. Tra i vini de Le Masche c'è anche un interessante Metodo Classico da Pinot Nero che già mostra un'ottima impostazione in termini di armonia e finezza (attenderò la vendemmia 2021 nella quale confido ci sarà una piccola novità). Molto identitaria la Barbera Bonaveria, che mostra quanto in questa zona il pedoclima permetta di avere vini col giusto connubio di muscolo e slancio; il Nebbiolo Gaiarda, invece, si apre alle imprescindibili comparazioni con le espressioni del varietale simbolo della viticoltura piemontese dei suoi principali areali di produzione e non sfigura, anzi mostra una personalità che solo in questo particolare contesto del Canavese riesce ad emergere con tenacia, nerbo e texture tannica ben definita.
alto canavese piemonte vini

Per quanto riguarda la cantina Rostagno si tratta di una vera e propria sfida raccolta da Gianpaolo Rostagno e suo padre, affiancati da Daniela Basolo compagna di Gianpaolo. Una storia di rivalsa quella di Gianpaolo e suo padre, che nel 2004, a causa della crisi dell'azienda in cui lavoravano come operai, hanno colto il licenziamento in tronco come un'opportunità investendo ciò che avevano da parte nel ripristino dei vecchi vigneti di famiglia e nel graduale ampiamento del parco vigna. Oggi Gianpaolo ha creato anche un'altra attività che gli sta permettendo di costruire la sua nuova cantina e di gestire al meglio i vigneti e la produzione con serenità e visione prospettica. Tra i vini che mi hanno colpito di più spicca il 31 Lune, spumante da uva Nebbiolo, armonico nel frutto ed avvolgente nel sorso, che in questo territorio ben si prestano alla duplice attitudine enologica, ovvero ad una raccolta prematura per la spumantizzazione e ad una con maturazioni fenoliche e tecnologiche ottimali per la vinificazione in rosso classica. Vinificazioni "classiche" che spaziano da quelle più fresche e dinamiche, con frutto vivo e sorso agile, senza particolare grip tannico a quelle più importanti in termini di materia e profondità. Particolarmente distintive sono le due interpretazioni in purezza di Chatus "Garina" e di Freisa "Neve sotto le stelle", la prima molto intensa, dal notevole nerbo acido, con un finale molto saporito e la seconda con una intensità e una struttura atipiche per la Freisa, capace di mostrarsi materica e profonda, nonché in grado di evoluzioni sorprendenti.
cantina rostagno
Entrambe le piccole realtà hanno dimostrato grande sensibilità agronomica e ottime potenzialità nel calice per vini che non lesinano materia e concretezza. Sono piacevolmente colpito dalle espressioni rossiste di quest'area, sicuramente meno nota ai più ma non per questo meno interessante e vocata.

Credo, altresì, che possa essere importante lavorare su una concezione dei Canavese Rosso sempre più territoriale in quanto con una base ampelografica così ampia e un disciplinare abbastanza "libero" potrebbero rendere queste referenze troppo condizionate dalle singole interpretazioni enologiche quando, invece, potrebbero rappresentare un compendio delle identità del Canavese.

Il Piemonte è un caleidoscopio di areali vitivinicoli, ognuno con la propria forte e radicata identità pedologica, micro-climatica e ampelografica e non è sempre semplice trovare spazio per denominazioni che non hanno una massa critica in termini di aziende e di produzione capace di far parlare di loro in maniera più ampia. Proprio per questo invito chi, come me, incentra il proprio rapporto con il vino sulla continua ricerca di territori meno noti e di vini solo parzialmente conosciuti a dedicare maggior attenzione al Canavese, ai suoi straordinari vigneti e ai suoi virtuosi vignaioli con la certezza che non vi deluderanno. Io, da par mio, con questo focus ho scritto l'incipit di un percorso di approfondimento che mi porterà sempre più addentro alle dinamiche vitivinicole e antropologiche locali, nella speranza di poter dedicare presto alcune masterclass all'areale e ai suoi vini, perché meritano di essere raccontati e assaggiati fuori dal contesto regionale, in cui sin troppo spesso soffrono di inutili e improbabili comparazioni.

F.S.R.
#WineIsSharing

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