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domenica 29 agosto 2021

La Campania presenta le nuove annate dei suoi vini in Costiera Amalfitana

 Lunedì 30 Agosto – Sabato 4 Settembre 2021

Costa d’Amalfi-Terra degli Dei

LE NUOVE ANNATE DEI VINI DELLA REGIONE

AL CENTRO DELL’EDIZIONE 2021

DI “CAMPANIA STORIES”

CINQUE GIORNI ALLA SCOPERTA DEI TERRITORI:

SI PARTE DAL PARCO ARCHEOLOGICO DI POMPEI 

campania stories 2021

Cinque giorni alla scoperta dei territori della regione e delle nuove annate dei vini prodotti nelle principali denominazioni: un programma ricchissimo quello dell’edizione 2021 di “Campania Stories”, evento promosso da Miriade & Partners con le 88 cantine partecipanti, in collaborazione con AIS Campania e con il sostegno della Regione Campania, con la media partnership di Luciano Pignataro Wine Blog, la collaborazione del Consorzio Vita Salernum Vites e la partnership di Nomacorc, Ferrarelle, Assoenologi Campania, Distretto Turistico Costa d’Amalfi e agenzia di viaggio Aj54. 

Campania Stories prenderà il via lunedì 30 agosto dal Parco archeologico di Pompei con la visita riservata alla stampa, per poi proseguire ad Agerola (Napoli), presso il Campus “Principe di Napoli”, sede del percorso di alta formazione nel campo della ristorazione diretto da Heinz Beck, executive chef del ristorante Tre Stelle Michelin “La Pergola” di Roma. Alle ore 18.30 si terrà il benvenuto alla stampa e alle aziende partecipanti. Interverranno il sindaco di Agerola Luca Mascolo, Generoso De Luca, amministratore Campus “Principe di Napoli”, Nicoletta Gargiulo, presidente AIS Campania, il giornalista Luciano Pignataro, Roberto Di Meo, Presidente Assoenologi Campania, Maurizio Petracca, Vice Presidente Commissione Agricoltura Regione Campania e Nicola Caputo, Assessore all’Agricoltura Regione Campania.  

anteprima vini campania

Il programma proseguirà nei giorni successivi tra Terra degli Dei e Costa d’Amalfi, con momenti dedicati alle altre province della regione: il 31 agosto dopo il tasting dei vini bianchi campani e il percorso degustazione curato da Chef Heinz Beck i giornalisti si sposteranno sul Vesuvio per un wine trekking con le guide vulcaniche ed eno-agronomiche. L’1 settembre si terrà il tasting dei vini rossi campani e, a seguire, la visita nei Campi Flegrei, in un territorio che è un vero e proprio museo a cielo aperto, con visite a vigne di Falanghina e Piedirosso arricchite dalle testimonianze viticole e dai racconti dei vignaioli. Il 2 settembre i giornalisti saranno nel Sannio per una iniziativa a Torrecuso con i banchi d’assaggio delle aziende partecipanti e degustazione in vigna e, nel pomeriggio, tappa in Irpinia per visite in cantina e, presso il ristorante “Marennà”, iniziativa con tutte le cantine partecipanti della provincia di Avellino. Il 3 settembre i giornalisti saranno in visita presso le cantine di Salerno e Caserta e il 4 settembre ultima giornata dedicata all’isola di Capri con una escursione esclusiva. 

Per operatori e appassionati il tradizionale Campania Stories Day, che anno dopo anno riscuote sempre più successo con presenze da ogni regione d’Italia, in programma giovedì 2 settembre presso il Campus “Principe di Napoli” con degustazioni su tre fasce orarie: dalle 10 alle 12, dalle 16.30 alle 18.30, dalle 19.30 alle 21.30 (info e prenotazioni: tel. 329.9606793 – 392.0059528 – segreteria@miriadeweb.it).   

Di seguito le aziende partecipanti all’edizione 2021 di Campania Stories: per la provincia di Avellino Amarano, Antico Castello, Barbot Stefania, Boccella Rosa, Borgodangelo, Canonico&Santoli, Cantina del Barone, Cantine Dell'Angelo, Cantine di Marzo, Colli di Lapio, Contrade di Taurasi, De Beaumont, De' Gaeta, Delite, Di Meo, Di Prisco, Donnachiara, Feudi di San Gregorio, Ferrara Benito, I Capitani, Il Cancelliere, I Favati, Le Otto Terre, Molettieri Salvatore, Nativ, Passo delle Tortore, Perillo, Petilia, Petra Marzia, Pietracupa, Rocca del Principe, Sanpaolo, Sertura, Tenuta Cavalier Pepe, Tenuta del Meriggio,  Tenuta Madre, Tenuta Sarno 1860, Tenuta Scuotto, Traerte, Vesevo, Vigne Guadagno, Villa Raiano; per la provincia di Benevento Cantina Sociale di Solopaca, Cantine Tora, Fattoria La Rivolta, Fontanavecchia, La Fortezza, La Guardiense, Monserrato, Mustilli, Ocone, Terre Stregate; per la provincia di Caserta Alois, Galardi, Il Casolare Divino, Masseria Piccirillo, Porto di Mola, Sclavia, Vestini Campagnano, Villa Matilde; per la provincia di Napoli Agnanum, Astroni, Bosco de’ Medici, Cantine del Mare, Carputo, Casa Setaro, Contrada Salandra, La Sibilla, Martusciello Salvatore, Portolano Mario, Sorrentino; per la provincia di Salerno Alessandra, Casebianche, Cicalese Rossella, Cuomo Marisa, Lunarossa, Maffini Luigi, Montevetrano, Polito Viticoltori, Sammarco Ettore, San Salvatore 1988, Tempa di Zoè, Tenuta Macellaro, Tenuta San Francesco, Villa Lupara, Viticoltori De Conciliis, Viticoltori Lenza, Vuolo Mila.

Come per tutto l’ultimo anno, continueranno anche le attività on line di promozione della Campania del vino nel mondo, presentando sul web e sui social denominazioni, territori e protagonisti del mondo del vino della regione, da seguire attraverso gli hashtag #campaniastories e #iobevocampano e sul sito www.campaniastories.com. 


UFFICIO STAMPA

MIRIADE & PARTNERS SRL

tel. 329.9606793 – 392.0059528 - tel. 392.9866587

E-mail: ufficiostampa@miriadeweb.it 

Sito internet: www.campaniastories.com


martedì 24 agosto 2021

Vendere vino in UK è più complesso a causa di Covid e Brexit! Winefulfilment aiuta le cantine italiane nella logistica e non solo!

Per molte cantine italiane l'ultimo anno è mezzo è stato difficilissimo in termini commerciali ma c'è un fattore che ha aggravato ancora di più la situazione per quelle realtà che vedevano nel Regno Unito un mercato fondamentale: la Brexit!
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Nella foto un dettaglio della nota enoteca Hedonism Wines a Londra

E' per questo che appena ho conosciuto Valentino Minotti ho voluto approfondire le dinamiche legate all'attività che, insieme al suo team, sta portando avanti con successo in UK. Non occupandomi degli aspetti commerciali e non essendo un esperto per quanto concerne l'export ho preferito lasciare a lui la parola riguardo quelli che sono i servizi di supporto alle aziende vitivinicole italiane forniti da winefulfilment.
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- Di cosa si occupa la vostra attività e da chi è formata?

Siamo un team di sommelier che ha iniziato nel 2017 a importare e distribuire vino alle imprese, specialmente nel centro di Londra. Sin da subito i risultati sono stati positivi e abbiamo passato indenni anche gli esiti del Covid. Questo anche grazie al lancio, nel 2018, di un e-commerce che è arrivato prontissimo al boom delle vendite del vino online avute in tempi di pandemia tra i vari lockdown.
Di conseguenza abbiamo affittato un magazzino in zona molto centrale di Londra molto grande dove tenere i vini e abbiamo conseguito tutte le licenze per gestire vini e alcolici in genere direttamente. Con le conoscenze sviluppate, abbiamo lanciato il wine fulfilment a marzo 2021 che, ad oggi, opera con vari e-commerce e vista la posizione stategica facciamo da appoggio anche a distribuzioni di vino che usufruiscono del nostro servizio ai ristoranti.
Il wine fulfilment nasce dal esigenza di piccoli e medi business di utilizzare un provider che si occupi di stoccaggio, imballaggio e spedizioni. Noi utilizziamo un  software che si integra alla maggior parte dei canali di vendita (come WooCommerce, Shopify, Magento) che riceve gli ordini in automatico e noi li processiamo al minuto. Utilizziamo solamente packaging 100% riciclabile ed il nostro spedizioniere DPD utilizza veicoli che hanno il 20% in meno di emissioni rispetto agli altri spedizionieri.
Il servizio è rivolto a e-commerce, negozi di vini ed aziende vinicole. Quello che facciamo e di importare i vini negli UK con le nostre infrastrutture logistiche e amministrative, conservare il vino in bond (a tasse ed accise sospese) per la maggiore parte dello stock.
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- Quali sono i vantaggi dei quali le aziende vitivinicole/e-commerce/negozi italiane possono usufruire affidandosi a voi?

Grazie ai nostri servizi possono accedere al mercato UK senza dover investire patrimoni in licenze e consulenti. Le aziende vinicole, gli e-commerce e le enoteche possono appoggiarsi alla nostra piattaforma di importazione. Noi gestiamo la logistica, facciamo il compliance delle accise e della VAT che possiamo importare a sospensione attraverso il nostro Bond. Inoltre possiamo vendere alle attività con la nostra licenza AWRS e ai privati attraverso il nostro wine fulfilment.
Praticamente hanno solamente bisogno di canali di vendita ed al resto ci pensiamo noi.

- Quali sono stati gli effetti della Brexit sulle vendite del vino italiano in UK e quali sono le vostre risposte a tali problematiche?

I tempi d importazione sono più lunghi per cui il cash investito è superiore rispetto al pre-brexit. Inoltre con l'aggiunta del Covid molte persone sono state licenziate oppure sono tornate nel loro paese d'origine, lasciando molti spazi vuoti specialmente nel lower labour, tipo magazzinieri e drivers. Il vino Italiano prende sempre più piede e noi come team siamo una sorta di portavoce dell'assoluta diversità e qualità della cultura enologica italiana contemporanea.

- Tra gli effetti palesi della pandemia, in Italia e nel mondo, abbiamo appurato un vero e proprio boom della vendita di vino tramite ecommerce e web wine shop. Quali sono i vostri consigli alle aziende italiane che vogliono vendere vino online in UK?

Esattamente! Questo è il motivo che ci ha spinti a creare www.winefulfilment.co.uk. Aiutiamo le aziende a vendere qui negli UK appoggiandosi alla nostra infrastruttura. L'e-commerce, la cantina oppure l'attività commerciale trasferiscono il vino negli UK nel nostro fulfilment e devono solamente preoccuparsi di venderlo. Integriamo il nostro software al loro website ed inventario e gli ordini sono sincronizzati live. Facciamo consegna “same day” a Londra e “next day” in tutto il resto del Regno Unito.
Inoltre possiamo integrare tutti i prodotti del cliente sulle nostre piattaforme di live stream cosi che possiamo aumentare le vendite anche attraverso i nostri clienti.
Insomma, noi siamo ci impegniamo affinché le cantine vendano il più possibile!

- Quali sono i pacchetti e i costi dei vostri servizi nello specifico?

Dipende dalla tipologia di cliente: i nostri costi sono idonei alla difficoltà di gestione di prodotto. Non vendiamo abbigliamento, bensì arte liquida in bottiglia. Nel fulfilment lavorano solo sommelier e personale con qualifiche specifiche nel vino. E' importante che venga trattato con rispetto non importa quanto costi. Per esempio una consegna in zona 1/3 same day costa £15, mentre una consegna next day negli UK costa £12.50 per 6 bottiglie. Lo storage varia in base alle quantità: più vino meno costo. Non abbiamo fees nel ricevere il vino e neanche nel pick & pack.
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In sintesi:
1. Il client ha già un punto vendita qui negli UK che potrebbe essere un website , un amazon account oppure un ristorante. Per qualsiasi fatturazione ci pensiamo noi attraverso la nostra compagnia che ha tutte le licenze per vendere sia online che ai ristoranti.

2. Il cliente si appoggia ai nostri canali di vendita, quindi listiamo i suoi prodotti sul nostro catalogo online e su quello per i ristoranti. Possiamo anche aiutare il cliente a costruire vari canali di vendita attraverso la nostra rete venditori oppure lo sviluppo di canali di vendita online con il nostro tech team. Inoltre se il cliente ha dei prodotti validi e di nostro interesse diretto, abbiamo attualmente alcuni e-commerce che già lavorano con noi che possono inserire in catalogo il prodotto così da avere un bacino più grande per la vendita.

3. In combinazione, noi facciamo si che il cliente abbia l'opportunità di entrare in uno dei mercati più proliferi al mondo per quanto riguarda la vendita del vino e di assicurarsi gradualmente vendite costanti negli anni.
Inoltre, con il fatto che i prodotti sono in uno stage della distribuzione con la sospensione delle accise, possiamo anche utilizzare il nostro account Liv-Ex e spedire a bassissimi cosi ad Hong Kong, Singapore ed Stati Uniti.

- Come possono contattarvi le aziende italiane interessate?

Tramite il sito https://winefulfilment.co.uk, il tel. 0044 (0) 7399 8487 99 o via email a info@winefulfilment.co.uk. In alternativa potete trovare Valentino Minotti su Linkedin: www.linkedin.com/in/valentino-minotti.

Ringrazio Valentino e il suo team per aver condiviso con me la natura di un progetto di successo che potrebbe tornare utile a molte realtà italiane che ancora devono comprendere a pieno gli effetti della Brexit sull'esportazione e la spedizione del vino nel Regno Unito e in particolare a Londra.


F.S.R.
#WineIsSharing

sabato 21 agosto 2021

Quando vendemmiare? Ce lo dicono l'assaggio delle uve, le analisi a campione e l'esperienza dei vignaioli!

Un'altra vendemmia è iniziata! Ormai da qualche giorno i vignaioli di alcuni areali italiani hanno dato il via alla raccolta delle uve, partendo dalle basi spumanti per poi portare in cantina, gradualmente, tutte le uve secondo la loro epoca di maturazione e l'obiettivo enologico. In un contesto climatico in cui è sempre più complesso avere una concomitanza fra tecnologica e fenolica le scelte riguardanti i principali varietali a bacca rossa sono sempre più difficili ma l'assaggio degli acini e le opportune analisi a campione permetteranno ai produttori di raccogliere uve mature.
Ecco quindi che la scelta dell'epoca vendemmiale mette in risalto l'esperienza di vignaioli e tecnici nella pratica dell'assaggio dell'uva e l'attenzione nella valutazione dei parametri analitici tramite opportune analisi.

assaggio uva vendemmia maturazione

Ho avuto modo di frequentare un corso di analisi sensoriale dell'uva, ma soprattutto di fare esperienze in vigna con vignaioli e tecnici e ho capito che alla prassi convenzionale si aggiunge, in molti casi, il modus operandi del singolo prodotto dall'empirismo personale e dagli insegnamenti del proprio mentore.

Il percorso dell'analisi sensoriale dovrebbe partire dal valutare la cromia della buccia che, in base al vitigno, deve aver raggiunto la sua colorazione ottimale, invaiando completamente. Prima di staccare l'acino dal pedicello, si preme leggermente la bacca esercitando sempre la stessa pressione e valutandone elasticità e durezza. In fine si valuta la facilità che si ha nel distaccare il “chicco” dal pedicello stesso.

Successivamente si passa all'assaggio dell'acino, mettendolo fra lingua e palato, cercando di percepire quanto sia agevole il distacco della polpa dalla buccia. A questo punto è possibile “recuperare” bucce e vinaccioli per esaminarli nel palmo della mano.

I vinaccioli devono distaccarsi bene dalla polpa e essere di colore marrone scuro per poterli considerare maturi. Se sono ancora verdi totalmente o in parte è bene non schiacciarli fra i denti. Se sono maturi, si può procedere con l'assaggio. Io personalmente cerco di valutarne la “croccantezza” e la loro capacità tannica in base all'astringenza. Non ho mai valutato la componente aromatica, ma c'è chi la ritiene comunque importante nell'economia dell'assaggio (sentori di torrefazione sono indice di maturità).

vinacciolo maturo

Si può, inoltre, esaminare anche la sola buccia, successivamente. Io mastico per un po' le bucce per valutare prima l'eventuale rilascio di succo e poi il tannino passando il prodotto della masticazione all'interno della bocca (palato, guance, gengive).

Si può, poi, valutare la secchezza della buccia e la sua capacità di sviluppare già degli aromi.

acino uva
Fonte: rivistadiagraria.org

La degustazione è un surrogato “empirico” e tradizionale (comunque molto valido e codificato con metodologie e tabelle ufficiali, ad esempio in Francia) delle analisi di laboratorio che, comunque, le cantine, oggi, cercano di fare per aver maggiore sicurezza riguardo i parametri di maturazione.

N.B.: sarà fondamentale campionare acini da diverse aree del grappolo in diverse zone della vigna in base ad eventuali differenze di età della pianta, terreno, esposizione, clone ecc... 

scheda tecnica analisi uva
Scheda tecnica di analisi sensoriale dell'uva realizzata dall'Institut coopératif du vin di Montpellier - Fonte Agrinotizie.com

In viticoltura si distingue tuttavia tra la maturazione fisiologica dell’uva e la maturazione tecnologica.

Per procedere con l'analisi dello zucchero naturale contenuto nell'uva - prima dell'ammostamento - al fine di determinare il periodo ideale di vendemmia si possono utilizzare un rifrattometro (principio della rifrazione della luce) o un mostimetro (principio di Archimede), entrambi utili anche a prevedere il grado alcolico che si andrà ad ottenere dopo la fermentazione. Le unità di misura in questo caso variano da paese a paese (e devono essere misurate a determinate temperature e tener conto del tipo di vinificazione: in rosso, in bianco e con o senza raspi) e le più utilizzate sono: Klosterneuburger Mostwaage (KMW o grado Babo); Oechsle (Oe); Brix (Bx); Baumé (Bé).

rifrattrometro uva vendemmia

Per quanto concerne la maturità dell'uva possiamo distinguere tre tipologie di maturazione:

La maturazione tecnologica: il grado di evoluzione dell'acino in cui il vinacciolo è maturo e quindi in grado di germinare. In termini analitici si valuta andando ad analizzare il rapporto fra zuccheri e acidità totale presenti nell'acino in un determinato momento. Ovviamente per avere risultati attendibili bisognerà campionare acini da zone differenti della vigna (terreni, esposizione e età delle piante incidono molto sull'epoca di vendemmia) e da punti differenti del grappolo (zona più esposta al sole, zona d'ombra, ali, punta e interno). In base all'annata andrà valutato quanto lasciare l'uva in pianta con l'obiettivo di arrivare ad una maturazione zuccherina ottimale, senza far decadere vertiginosamente l'acidità. E' fondamentale, in questi termini, tener conto sin dal principio del vino che si vorrà andare a produrre. Ovviamente un vino più improntato sulla freschezza non potrà essere prodotto con un uva surmaturata in pianta.

La maturazione fenolica: è principalmente importante per le uve a bacca rossa e fa riferimento al potenziale di estrazione dei polifenoli e delle antocianine. Se generalmente gli antociani crescono di concentrazione e maturano dall'invaiatura in poi, raggiungendo il proprio picco, solitamente, in concomitanza con la maturazione tecnologica, è pur vero che le condizioni pedoclimatiche, l'altitudine e l'esposizione nel rispetto dell'andamento dell'annata possono dilatare il gap temporale fra le due maturazioni rendendo molto delicata la scelta dei produttori. Questo gap è accentuato dagli effetti del Global Warming e, dati alla mano, è sempre più difficile trovare (specie in alcuni areali e per alcuni vitigni) una corrispondenza fra maturazione tecnologica e fenolica. La valutazione dei tannini è ancor più delicata e andrà considerata sia per quanto riguarda quella del tannino da vinacciolo che per quella da buccia. I tannini dei vinaccioli tendono a decadere man mano che l'uva matura, mentre quelli presenti nelle bucce possono restare invariati o addirittura aumentare con la permanenza in pianta (condizioni climatiche e fitosanitarie permettendo) andando a compiere un primo “affinamento” delle sensazioni legate alle durezze prodotte da tali sostanze.

La maturazione aromatica: è vincolata allo sviluppo e alla concentrazione degli aromi varietali, soprattutto del gruppo dei terpeni. La concentrazione e l'espressività aromatica dell'uva aumenta gradualmente con la maturazione, ma tende a decadere con la surmaturazione, quindi è fondamentale scegliere un epoca di raccolta congeniale al mantenimento di uno spettro aromatico primario adatto al vino che di andrà a produrre. Va detto che gli aromi possono essere presenti nella polpa e altre, invece, sono legate agli zuccheri e ad altri precursori (presenti principalmente nella buccia) che ne mostreranno la reale espressività solo in vinificazione e, specialmente, a fermentazione ultimata. Eccezion fatta per le uve considerate “aromatiche” che possono avere una buona corrispondenza fra aromi dell'uva e quelli del mosto e poi del vino (almeno per quanto concerne lo spettro aromatico prettamente primario e varietale).

uva matura

Altro fattore fondamentale ai fini dello sviluppo del vino in cantina e successivamente in bottiglia è l'acidità o ancor meglio il PH.

Innanzi tutto il vino ricade tra i composti acidi, in quanto ha mediamente un PH compreso tra 3 e 4. Per intenderci, più alta è l'acidità, più basso è il PH e viceversa.

Il PH è importante per diversi motivi:

Conservazione e potenziale evolutivo del vino (specie nei bianchi che sono poveri di sostanze antiossidanti presenti in quantità maggiore nei rossi – che hanno dalla loro anche un grado alcolico solitamente più alto - per quanto l'acidità sia importantissima anche nella stabilità a lungo termine di tutti i vini – escludendo altri conservanti come i solfiti ovviamente);

Selezione e attività microbiche durante la fermentazione alcolica (i lieviti lavorano meglio con un PH relativamente basso mentre con PH alto alcuni batteri come quelli acetici e lattici trovano condizioni più favorevoli di coltura) al fine di mantenere un andamento “pulito” della fermentazione stessa. Meglio che lieviti e batteri non compiano fermentazioni promiscue, cosa molto più complessa da gestire in maniera naturale in annate calde. Ecco perché per la produzione di vini rispettosi e in sottrazione (chimica) è fondamentale arrivare ad ottenere mosti con PH “bassi”. Una buona acidità totale rappresenta, quindi, un buon viatico per la pulizia e la longevità del vino e non solo un fattore legato alla percezione di “freschezza” organolettica del quale spesso si abusa in termini comunicativi.

Gli acidi presenti nell'uva e nel vino possono dividersi in:

  • acido tartarico: è distintivo de mosti e ha un gusto tendenzialmente amaro. Nel vino si può trovare in quantitativi che vanno dai 3 a 6 g/l principalmente in base a vitigno, zona di produzione, annata e suolo;
  • acido malico: presente in molti altri frutti ha un gusto simile alla mela acerba, quindi molto acido. La sua concentrazione varia da 1 a 5 g/l. Il suo sviluppo è inibito dal caldo. In quasi tutti i vini rossi il malico viene volutamente trasformato in lattico dai batteri lattici durante la fermentazione malolattica al fine di conferire al vino che si andrà a produrre una minor sensazione acida e una maggior “morbidezza”;
  • acido citrico: presente in molti agrumi ha un gusto simile a quello del limone non maturo. Nel mosto è presente bassissime concentrazioni (0,5 – 1 g/l).
  • acido acetico: prodotto soprattutto per l’attività dei batteri acetici dopo la fermentazione ed il suo quantitativo nei vini sani può variare tra 0,2 a 0,6 g/l, con casi particolari dove può raggiungere anche 1 g/l dando ai vini rossi con un lungo affinamento e un potenziale evolutivo importante maggior complessità e apertura.

Altri acidi contenuti nel vino sono quello lattico D e L, l'acido succinico, l'acido butirrico e l’acido propionico. 

L'acidità totale sarà quindi quella prodotta dalla sommatoria di tutte le componenti acide mentre la volatile terrà conto della sola concentrazione (g/l) di acido acetico e l'acidità fissa sarà il risultato dell'acidità totale meno quella volatile. L'acidità, unitamente al PH e alle altre sostanze presenti nel vino contribuiranno alla sua stabilità e agli equilibri organolettici nel calice. Ecco perché è più corretto parlare di sensazioni taglienti o morbide, ampie o verticali, piuttosto che legare questi concetti direttamente all'acidità del vino.

Tra gli acidi non viene quasi mai citato, ma risulta sempre più importante l'acido oleanolico presente nella Pruina. Un elemento molto importante, specie per le vinificazioni con fermentazioni spontanee con o senza piede. La Pruina è quella patina biancastra che sembra essersi depositata sui grappoli dall'esterno ma in realtà è prodotta dalle cellule epiteliali degli acini.

Contiene cere e lieviti, nonché l’acido oleanolico che, oltre a essere un ottimo alleato contro i raggi UV, la disidratazione e i batteri nocivi (è un antisettico naturale), funge da nutrimento per i lieviti in fermentazione, insieme ad altri lipidi.

Tutti questi parametri possono essere monitorati al fine di agevolare vinificazioni ottimali in termini di stabilità, pulizia e qualità potenziale, sempre in base al vino che si vuole andare a produrre e in base alle dinamiche di produzione. Per quanto si possa credere che il vino considerato "artigianale" o comunque quello che io considero rispettoso e vinificato in sottrazione possa tener meno conto di tutti questi parametri analitici  e per quanto qualche vignaiolo sostenga di poter fare a meno di effettuare analisi è, a parer mio, ancor più importante scegliere un'epoca di raccolta perfetta per poter portare avanti vinificazioni che possano limitare l'intervento dell'uomo all'aspetto meccanico e "tecnologico" (es.: controllo della temperatura) e escludendo quello chimico (acidificazione, zuccheraggio ecc...).

quando si vendemmia?

Non va inoltre dimenticata la maturità del raspo nel caso si voglia procedere con fermentazioni a grappolo intero (con percentuali a discrezione del produttore). La vinificazione "coi raspi" sta tornando in voga e sono sempre di più i produttori che decidono di aggiungere percentuali più o meno importanti di grappolo non diraspato in macerazione (anche carbonica o semicarbonica). Questo sembra apportare a molti varietali aromi balsamici e floreali molto distintivi. Il rischio, però, è quello di apportare tannini verdi/amari e proprio per questo si deve valutare al meglio la maturità lignea del rachide in modo da poter trarre beneficio dall'apporto tannico sia in termini di longevità che di texture. Nonostante la percezione di molti vini vinificati a grappolo intero sia addirittura di maggior freschezza è importante ricordare che i raspi contengono potassio che alza il PH dei mosti e quindi abbassa l'acidità.

vinificazione a grappolo intero
Fonte: www.petprojectwines.com/notes

E' altresì importante tener conto delle variabili che possono incidere sull'epoca di vendemmia, anticipandola o posticipandola di qualche giorno, come la pioggia (il timore di incorrere in marciume con acini che iniziano a "collassare" a ridosso della vendemmia è uno dei motivi per i quali si può decidere di raccogliere con qualche giornata di anticipo osservando le previsioni meteo). il caldo intenso che rischia di asciugare ancora di più gli acini nelle sempre più frequenti stagioni siccitose, oppure la scelta di effettuare una vendemmia scalare (per differenze pedoclimatiche e, quindi, di maturazione della singola parcella di vigneto o per obiettivi enologici mirati a portare in cantina una prima base "acida" più fresca, una massa centrale a piena maturazione e, qualora occorra, persino una piccola quota di grappoli surmaturi per dare materia e complessità). L'ideale è sempre vendemmia con il fresco e, comunque, evitare ammostamenti e partenze fermentative premature. Per questo molte cantine si dotano di celle frigo per mantenere le uve alla temperatura ideale per partire con le fermentazioni a freddo. 
Va da sè che sulla scelta dell'epoca vendemmiale inciderà anche la velocità di raccolta sulla quale incide a sua volta la metodologia: la vendemmia manuale (in cassette, bins ecc...) è ancora oggi sinonimo di qualità e di attenzione, nonostante sia sempre più complesso trovare manodopera specializzata e sia opportunamente più lenta e costosa; la vendemmia meccanica o "a macchina" ha visto le vendemmiatrici crescere notevolmente in prestazioni ed è divenuta una soluzione non più appannaggio dei soli "grandi" ma anche di realtà medio-piccole che puntano tutto sulla velocità di raccolta. Ovviamente in un paese come l'Italia, a causa degli "ostacoli" fisico/viticoli (frazionamento delle parcelle, conformazione dei vigneti, terrazzamenti, pendenze, capezzagne strette ecc...) non è possibile eseguire vendemmie meccaniche. In ambo possono essere effettuati ulteriori controlli su tavolo di cernita o con modernissimi (e costosissimi!) selettori ottici. E' fondamentale eliminare
 residui vegetali indesiderati (foglie, rami ecc...), uve in cattive condizioni colpite da muffe o non sufficientemente mature.
I pareri riguardo le due opzioni "manuale o meccanica" restano contrastanti ma ritengo che ogni scelta vada ponderata in base alla tipologia di azienda (disposizione dei vigneti, forme d'allevamento e dimensioni) e agli obiettivi enologici. Non sono rare le aziende che utilizzano entrambe le soluzioni andando a ponderare la scelta in base alle dinamiche di raccolta. Il fascino della vendemmia a mano resta e i benefici in termini di qualità sono da sempre noti, ma sarebbe da ipocriti non apprezzare le evoluzioni delle vendemmiatrici meccaniche e i loro pregi. Per questo, se fino a qualche anno fa al solo udire "vendemmiato a macchina" nella mia mente si faceva strada un po' di pregiudizio, oggi credo si possano comprendere anche decisioni come questa, fermo restando che ciò che farà la differenza sarà, come sempre, l'assaggio del vino finito.
vendemmia a mano meccanica

Questo pezzo non è altro che il sunto di appunti presi nel corso di letture, studi e, soprattutto, delle esperienze fatte in campo e in cantina durante le ultime vendemmie e il fine non è esclusivamente "didattico". Lungi da me dare lezioni di enologia e viticoltura a chi di certo ha una più strutturata formazione e una più importante esperienza di me, ma l'obiettivo della mia condivisione è quello di mostrare quanta complessità c'è dietro a un gesto apparentemente semplice, compiuto in un'atmosfera suggestiva come quello di tagliare un grappolo durante la vendemmia; quanto l'ottenimento di un mosto che possa anche solo minimamente anelare a divenire un ottimo vino dipenda da molteplici fattori; quanto difficile e ricco di ansie e premure sia il lavoro che viene prima di quel gesto, di quel taglio, di quell'evento chiamato vendemmia. Analisi e valutazioni che rappresentano il culmine del lavoro di 12 mesi e, al contempo, l'inizio di un altro ciclo lavorativo (quello in cantina) che andrà ad affiancarsi all'avvio di una nuova annata in vigna. Scelte complicate e delicate che, per quanto fondamentali, danno solo una base più o meno ottimale dalla quale nascerà, crescerà e si evolverà ciò che a distanza di tempo ritroveremo in bottiglia e nei nostri calici, nella speranza che il risultato ottenuto in vigna venga rispettato il più possibile nelle sue peculiarità e nella sua identità.

Ecco perché, mi rammarica vedere persone limitare il lavoro di molti a questo momento scattandosi un bel selfie le forbici in mano o altre a giudicare un'intera annata ancor prima di averne valutato i risultati di areale in areale, di realtà in realtà, di vigneto in vigneto, di vino in vino. Ricordandoci sempre di gelate tardive, grandinate, bombe d'acqua, trombe d'aria e della gestione fitosanitaria più o meno complessa in base a stagione e zona d'Italia. A tutto questo aggiungiamo la pandemia che ha complicato ancor di più le cose in termini di reperibilità di manodopera, sia per le lavorazioni in campo durante l'anno che per le vendemmie manuali. Fattori di cui non possiamo non tener conto quando acquistiamo una bottiglia e ne apprezziamo il contenuto, valutandone anche il "prezzo". 

Credo che, nonostante sia tutto analiticamente misurabile, la "bellezza" e l'unicità del vino risiedano proprio nella sua imprevedibilità evolutiva e nel modo in cui queste mille variabili vanno a incastrarsi, intersecarsi e interagire fra loro al fine di raggiungere un proprio equilibrio, una propria armonia che non necessariamente coincide con quella meramente analitica.

Perché i grandi vini ci insegnano che il "tutto" può essere maggiore della somma delle parti.


F.S.R.

#WineIsSharing

giovedì 19 agosto 2021

La Doc Friuli Aquileia - Un mosaico di vigne e vini da scoprire

Il Friuli è stato, negli ultimi anni, uno dei territori regionali ai quali mi sono più dedicato ma c'è un areale, in particolare, sul quale ho avuto modo di focalizzarmi maggiormente dal 2019 a oggi. Parlo di quello della DOC Aquileia.

aquileia vigne

Collocata nel Nord Est dell'Italia tra l'alto Adriatico e le Alpi Carniche e Giulie, la DOC Aquileia gode di un microclima unico grazie alla protezione delle montagne dalle correnti fredde del nord e al mare Adriatico che mitiga notevolmente le temperature che arrivano sotto lo zero solo in alcuni brevi periodi dell'anno. Buone anche le escursioni termiche estive e prevendemmiali, delle quali possono usufruire positivamente i precursori aromatici delle uve qui coltivate.

Aquileia vini e cantine

Aquileia è la città dei mosaici e non si smentisce neanche a livello pedologico, grazie all'incredibile varietà di terreni che vede lee singole parcelle e  persino farsi tessere di un cangiante mosaico enoico.

mosaico vino aquileia

Avendo visitato quasi tutte le aziende del territorio, ho potuto constatare come le matrici  di terreno si alternino fra venature ghiaiose con marne giallastre e argille più scure miste a sabbia.

Gli elementi più grossolani e ghiaiosi sono più presenti a nord della DOC, in terreni che, dunque, sono più ricchi di scheletro, mentre nella fascia più a sud sono confluite argille fini, marne, sabbie e arenarie strappate alle colline soprastanti. Non è raro trovare anche intrusioni di limo.

Grazie a un territorio così sfaccettato la base ampelografica annovera numerosi vitigni autoctoni e alloctoni, ascrivibili tutti nell'ambito dei varietali “tipici” data la storicità e l'adattamento che ciascuno di essi presenta rispetto a quest'area.

Quindi abbiamo: Refosco dal Peduncolo Rosso, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot, Friulano, Verduzzo, Pinot Bianco, Malvasia Istriana, Pinot Grigio, Chardonnay, Sauvignon, Riesling, Traminer Aromatico e Müller Thurgau.

Molto interessante è proprio la particolare predisposizione per i vitigni aromatici e semi-aromatici giunti dal nord come il Traminer (aromatico) e il Müller Thurgau (ricordo che la Malvasia Istriana non è considerata aromatica), per formare un pool di varietali capaci di incidere con decisione sul profilo olfattivo sia dei vini in purezza che negli assemblaggi (purtroppo, però, in quanto aromatici, non sono autorizzati nel “blend” dell'uvaggio o vinaggio del “Bianco Aquileia Doc”). Del Traminer esistono testimonianza storiche a piede franco su sabbia in zona Ca' Viola.

Riguardo la Malvasia Istriana, se è vero che non può essere equiparata alla maggior parte della altre “malvasie” per ricchezza di zuccheri e aromaticità, lo sviluppo terpenico dato dalla forte escursione termica rende alcune espressioni dell'aquileiese molto interessanti al naso, offrendo vini profumati, che spiccano per integrità del frutto e un'intrigante speziatura naturale.

Interessanti le espressioni di Friulano che mostrano un'identità marcata caratterizzata da maggiori finezze floreali e una ricchezza di frutto meno abbondante di ciò che possiamo trovare in colline, ma non per questo sinonimo di immaturità, anzi! Vini più fini e freschi con valori tendenzialmente meno inficiati dal cambiamento climatico. Lo stesso vale anche per alcune interpretazioni di Pinot Bianco, Chardonnay e di Sauvignon, sicuramente meno spinte sulla grassezza e sulla struttura, bensì più balsamiche, slanciate e agili. Da non sottovalutare anche i, seppur pochi, Riesling (Renano) prodotti nell'areale. Nella mia recente masterclass sul Sauvignon in cui i Sauvignon di Aquileia erano comparati a quelli di altre zone e sottozone della regione, al netto della singola interpretazione enologica, i vini dell'areale si sono ben comportati, evidenziando l'ormai maturità espressiva della DOC, anche in un contesto che per il Friuli è di grandissima competitività, come quello del Sauvignon.

masterclass sauvignon saverio russo

Tra i Rossi spicca il Refosco dal Peduncolo Rosso che qui vanta una storia strettamente legata all'epoca romanica, tanto da essere ricondotto al Pucinum, noto come l'elisir di lunga vita di Livia, seconda moglie di Augusto. Pucinum eletto anche da Plinio il Vecchio come primo fra i "vina generosa del mondo antico", celebrato dai Greci che lo chiamavano Pictaton, e citato in altri antichi scritti come Racimulus Fuscus in onore al suo ben noto Peduncolo Rosso.

Oggi il Refosco di Aquileia manifesta equilibri rari, in cui l'eleganza e la struttura si incontrano senza eccessi e senza orpelli strutturali e/o caricaturali. I produttori della denominazione stanno acquisendo maggior consapevolezza nella propria singolare identità e ne enfatizzano i tratti positivi con grande sensibilità. Ecco quindi che anche per il rosso più importante del territorio abbiamo frutto, fiore e spezia in bilanciata armonia e sorsi forti e dinamici, non opulenti, capaci di offrire buona lunghezza e trame tanniche fini, non grevi.

Tutto lo spettro degli internazionali a bacca rossa, qui può considerarsi ormai acclimatato e "autoctonizzato" data la storicità del legame di questa vasta base ampelografica con le vigne di Aquileia. Un esempio è il Merlot, capace di farsi abile e sincero traduttore di queste terre senza incorrere in meri scimmiottamenti delle interpretazioni tipicamente transalpine o delle più vicine espressioni di collina. Da non sottovalutare il potenziale del Cabernet Franc, qui in grado di mostrarsi con ponderato equilibrio fra la cifra vegetale e quella fruttata non così comune nel Nord Est.

Per quanto mi riguarda, continuo a vedere come potenziali biglietti da visita dell'areale (non solo di quello di Aquileia) gli uvaggi o i vinaggi di territorio, in questo caso il Bianco Aquileia Doc e il Rosso Aquileia Doc in cui possono convergere più uve e più parcelle di vigna in rappresentanza di un'ideale identità di terroir indipendente dal singolo varietale. Punto a favore di questi vini (se interpretati con le opportune mire qualitative) è la maggior continuità e coerenza nel tempo data dalla possibilità di adattare le percentuali alle singole annate in base al bilanciamento più idoneo a rappresentare il meglio che quella vendemmia ha saputo dare. Credo che nell'epoca dell'ostentazione, a volte ostinata, della "purezza" come unico viatico di identità, si stia perdendo la cognizione di ciò che era la viticoltura di territorio prima dell'avvento dell'"enologia moderna", ovvero un elogio della terra e di quei varietali che insistevano in essa, senza lo stilema limitante del varietale in purezza a tutti i costi. Ovviamente, lungi di da me criticare la scelta di manifestare la vocazione per le individualità varietali e l'attitudine del produttore al raggiungimento dell'identità espressiva di quella determinata uva, ma non escluderei la valorizzazione di quei vini che raccontano un territorio svincolandosi dal monovitigno.

Detto questo, il mio consiglio è quello di visitare Aquileia e di incontrare i produttori locali confrontandovi con una delle realtà più sfaccettate dell'enografia friulana e non solo. Sono certo che l'approccio dei vignaioli e dei produttori, nonché le peculiarità dei vini da essi prodotti vi daranno grandi soddisfazioni, con l'extra che solo denominazioni ancora poco note possono dare: lo stupore della scoperta! 

A sostegno delle vostre visite troverete un Consorzio di Tutela vini Doc Friuli Aquileia e un'amministrazione comunale della città fulcro storico e cuore pulsante dell'areale che operano, da anni, per la valorizzazione di queste zone tutelandone le unicità e coinvolgendo appassionati e addetti ai lavori in iniziative costruttive. Condizioni che, unitamente all'opera delle singole aziende vitivinicole, stanno permettendo a questo territorio di proporsi al meglio sia a livello enoturistico che di mera divulgazione enoica.

F.S.R.

#WineIsSharing

giovedì 12 agosto 2021

La Giostra del Vino - Vini d'eccellenza da selezionati "cru" in Italia, Slovenia e Argentina

Poco più di un anno fa ricevetti una mail in cui mi si “offriva l'opportunità” di assaggiare in anteprima i vini di un progetto molto particolare che ancora non era stato presentato ad alcun degustatore/comunicatore in Italia. La mia curiosità era molta ma riuscì a dedicarmi ai primi assaggi non prima dell'autunno del 2020. Gli esiti furono positivi e mi ripromisi di approfondire le dinamiche legate alla produzione di quei vini incontrandone gli artefici.
la giostra del vino
I vini in questione fanno parte di un progetto denominato “La Giostra del Vino” che contempla produzioni di nicchia nei Colli Orientali, Collio, Brda, Vipava e Colli Euganei per quanto riguarda l'Europa (Italia e Slovenia), Mendoza per quanto riguarda l'Argentina.
A dirigere il tutto c'è l'enologo Giuseppe Franceschini, padovano con il Friuli nel cuore e l'Argentina come patria adottiva.  Assieme a lui l'olandese Jacques Hoogeveen (che si occupa di logistica e commercializzazione) e Dario Maurigh (per la parte agronomica).
L'idea è quella di selezionare vocate parcelle di vigneto da prendere in gestione al fine di ricavarne piccole tirature di vini identitari d'eccellenza.
vigne la giostra del vino

Le scelte riguardo gli areali sono state concepite seguendo da un lato la componente affettiva ed esperienziale e dall'altro delle peculiarità ampelografiche e pedoclimatiche che permettessero interpretazioni distintive dei singoli micro-areali.
Lo stesso Giuseppe mi spiega che “quando piove in Collio difficilmente piove in Vipava, quando c'è bora media in Vipava in Collio non tira un alito di vento. Per questo motivo trovo estremamente interessante vedere come l'influenza del clima e dell'esposizione influisce sulle caratteristiche dei vini. Il Collio dista dal mare 35 km circa ma è più distante dalla montagna visto che ha diverse linee di colline dietro a sé e questo fa si che sia più esposto al calore della pianura e meno ai venti montani. La BRDA è un po' più vicina alla montagna e un po' meno esposta alla pianura, mentre la Vipava è molto più aperta alle Alpi ed è protetta dal Carso nella parte che da verso il mare, questo fa si che sia il più "continentale" tra i tre microclimi.
C'è anche da dire che la Vipava oltre ad avere marne eoceniche ha anche presenza di roccia Carsica, specialmente dove abbiamo i nostri vigneti e questo influisce moltissimo su acidità, tessitura e salinità.”
francesco saverio russo wine blogger vino

Il progetto iniziò con un Malbec, il Bacàn Clasìco prodotto da Giuseppe in Argentina (nell'areale di Mendoza tra i 1100 e i 1200m slm), sua terra adottiva (in cui gestisce la sua piccola realtà vitivinicola di famiglia e porta avanti importanti consulenze enologiche per aziende del territorio), per poi sbarcare anche in Europa nel 2009 dove, fin dal principio, l'idea fu quella di produrre vini tesi e longevi, cosa non scontata dati gli effetti che i cambiamenti climatici stanno avendo sulla viticoltura, ad esempio, del Friuli. Al global warming si è unità, a cavallo fra vecchio e nuovo millennio, la ricerca, a tratti estrema, dell'estrazione e della densità, fattori non coerenti con la filosofia produttiva di Giuseppe e dei suoi compagni di viaggio.

Per questo il progetto dei 3 appassionati è incentrato su gradi di maturazione meno importanti, ergo concentrazioni zuccherine non eccessive (meno alcol) e, soprattutto, il tentativo di preservare un nervo acido che desse slancio a ogni referenza.

Parole d'ordine: tensione, equilibrio, finezza e longevità.

Ho avuto modo di assaggiare molte delle microvinificazioni (tutte a fermentazione spontanea) effettuate da Giuseppe partendo dalle ultime annate e andando a ritroso, qua e là, per farmi un'idea più concreta di quelle che sono state le evoluzioni effettive del progetto e quali fossero i comuni denominatori sin dal principio.
vini la giostra del vino italia slovenia argentina

Bene, ora saltiamo sulla giostra e iniziamo a girare di calice in calice:

Saltimbanco Bianco 2018 COLLIO DOC: 70% Friulano di Brazzano, sud Braida, verso fondo valle, 20% Malvasia di Zegla, sud-est ultime terrazze verso fondo valle, 10% Ribolla di Oslavia, sud-est ultime terrazze quasi dorsale collina. Un compendio di quelle che potrebbero essere considerate alcune fra le migliori zone in assoluto per il singolo varietale. Tutto su ponca. Vino che gode della cofermentazione in uvaggio di Friulano e Malvasia e del taglio con la frazione di Ribolla vinificata con un'accorta macerazione. Un naso fortemente territoriale, in cui i varietali si completa vicendevolmente per frutto, fiore e tonalità minerali. Il sorso è luminoso, fiero e dinamico. Agile ma non esile. Sapido. 2000 bottiglie per un vino che sembra avere il gps per la sua capacità di geolocalizzarsi. Da seguire anche la 2019 ancora in divenire.

Saltimbanco Sauvignon Blanc 2016 BRDA: da vigne di Biljana, ultime terrazze ad est, su fondo valle, su argille rosse (ferretti), sostanzialmente marne decalcificate che prendono questa colorazione dalla precipitazione di metalli, principalmente ossidi di ferro e magnesio. Al netto della presa di legno, un Sauvignon equilibrato, senza eccessi tiolici e/O pirazinici, più orientato alla finezza. Il sorso è longilineo ma non manca di materia. Il finale sapido da abbrivio alla beva. 1000 bottiglie per questa annata. L'anteprima della 2019 promette molto bene, con un legno dosato ancor meglio e una maggior tensione.

Saltimbanco Malvazja 2016 BRDA: anche in questo caso siamo nella zona di Biljana, ultime terrazze a mezza collina con esposizione est, sud-est su ponca (opoka in sloveno). Intensa ma non troppo, fresca grazie a folate mentolate e accenni di spezia bianca e zenzero. Vino non giocato sull'alcol e sulla grassezza come molte Malvasie, bensì sull'equilibrio fra struttura e acidità. La percezione fresca è amplificata dal sale in chiusura. Anche in questo caso un migliaio di bottiglie. L'anteprima della 2019 promette un'eleganza e una sapidità ancora maggiori.

Saltimbanco Belo (bianco) 2018 VIPAVA: da uve 33% Pinela, 33% Sauvignon Blanc, 33% Rebula, sud altitudine 280 mslm, dal vigneto di Smarje. Un vinaggio in cui il Sauvignon esalta gli aromi, la Rebula da energia e la Pinela tende il sorso. Equilibrato al naso e vibrante al sorso, che chiude anch'esso sapidissimo. 2000 bottiglie prodotte di questa annata.

Saltimbanco Pinot Nero 2018 VIPAVA: di nuovo a Smarje, esposto a sud a 270m slm, su opoka e soudan (ponca con intrusioni di roccia carsica). Il Pinot Nero che non ti aspetti, ancora scalpitante, nervoso e da attendere, ma già nitido nell'espressività varietale e nella sua volontà di stupire con una spina dorsale dritta e slanciata e un tannino fine ma ben delineato sinonimo di un utilizzo ponderato del grappolo intero. Un produzione di 1500 bottiglie per quest'annata. In divenire la 2019 e la 2020 che dalle prove di botte promettono bene, con una 2020 che brilla per completezza e finezza.

Saltimbanco Refosco Riserva 2011 Colli Orientali del Friuli Doc: da un vigneto di Buttrio, 200m slm, esposizione sud est, sud, su ponca. Integro nel frutto, velato nel fiore e intrigante nella spezia, lievemente balsamico. Il sorto ha materia e nerbo, è profondo e saporito. Il tannino è ancora in tiro, ma fitto e privo di sgranature. Purtroppo solo 600 bottiglie prodotte di un vino che ha ancora tanto da dare e da dire.
suoli ponca

Fuori concorso un Pinot Nero 2013 prodotto a 1200m slm in Argentina (50% raspo), su suoli alluvionali con grande presenza di scheletro e carbonati, con poca argilla e sabbia. Naso che porta nella terra natìa del Pinot Noir con luminosa eleganza, per poi catapultarti a Mendoza con un sorso energico e profondo, giustamente tannico ed ematico.
In attesa del mio prossimo viaggio in Argentina, magari per riuscire finalmente le famose “due vendemmie” in un anno, vi consiglio di tenere d'occhio i vini di questo trio di professionisti del mondo del vino che non hanno preso la strada più facile basando il progetto sul concetto di private label, bensì hanno impostato tutto su una gestione agronomica coordinata e vinificazioni tese all'esaltazione del territorio. Un territorio in cui i paradigmi della viticoltura del vecchio mondo non contano, con vigne che si spingono oltre i 2000m slm e delle condizioni pedoclimatiche uniche di cui vi parlerò prossimamente.
Interessante anche altre anteprime quali la Ribolla 2020 ma ritengo prematuro segnalarle.
Nel complesso i vini degustati con Giuseppe e Dario hanno rispecchiato quella che è la loro ricerca di identità in "sottrazione", senza orpelli o sovrastrutture ma con il pieno rispetto dei tempi necessari al raggiungimento della massima espressività di ciascuna referenza in base a predisposizione varietale, territorio e idea enologica. Vini sicuramente longevi ma dei quali apprezzo molto la freschezza e la dinamica sin da "giovani". Una vera e propria "giostra" che si diverte a farci girare in tondo senza apparenti punti di riferimento ma con un centro ben definito: la territorialità.

I vini non sono distribuiti in Italia, ma cercando online qualcosa potreste trovare. In alternativa vi rimando al sito del progetto www.lagiostradelvino.com dove troverete qualche info aggiuntiva e i contatti.



F.S.R.
#WineIsSharing


sabato 7 agosto 2021

Vigne e vini di Romagna - Territorio dalla vocazione straordinaria! Tra biodiversità e rispetto.

Chi segue il mio incessante girovagar enoico avrà notato del mio ultimo viaggio in Romagna, terra tanto generosa quanto poco compresa dal punto di vista enoico. Un territorio vasto e complesso che vive di contraddizioni ma è capace di farne, spesso, stimoli a migliorarsi.
La Romagna è ospitalità e calore, spigliatezza e giovialità ma, proprio come accade con i suoi abitanti, sono gli aspetti introspettivi, intimisti e profondi che la rendono molto meno facile da leggere di quel che potrebbe cogliere uno sguardo superficiale.
Per questo vedo la ricerca dei vigneti più vocati, delle zone più ricche di biodiversità e di rispetto, dei vitigni storici e delle realtà più virtuose come un percorso nei meandri del vero animo romagnolo, un animo tanto gentile quanto poco avvezzo a mostrarsi nella sua integrità e nella totalità delle sue virtù. Timidezza? Riservatezza? Non so di cosa si tratti, ma è certo che la Romagna, se vissuta e approfondita, stupisce come solo pochi altri territori sanno fare.
Faccio questa premessa, che potrebbe già bastare a farvi capire quanto io sia legato a questo territorio, perché parlare del vino romagnolo non è mai semplice e il rischio di dare accezioni fuorvianti a considerazioni basate sul basi che si possono acquisire solo in loco è alto.
Per questo cercherò di suddividere in punti questo pezzo, partendo dalle peculiarità del territorio.
Romagna vini

IL TERRITORIO, LE DENOMINAZIONI E LE MGA DEL ROMAGNA SANGIOVESE DOC
La zona di produzione dei vini Romagna Doc si estende a sud della Via Emilia e a nord dell'Appennino Tosco-Romagnolo, principalmente nell'area collinare e pedocollinare lungo le ampie vallate con direzione nord-est. Possiamo distinguere, quindi, 5 macroaree principali: Imolese, Faentino, Forlivese, Cesenate e Riminese.
romagna doc
Fonte: enoteca regionale Emilia-Romagna

La denominazione di origine controllata Romagna comprende:
Romagna Sangiovese Doc, Romagna Trebbiano DOC, Romagna Pagadebit DOC, Romagna Cagnina DOC, Romagna Albana Spumante DOC, Romagna Spumante DOC, Colli d’Imola DOC, Colli di Faenza DOC, Colli Romagna Centrale DOC, Colli di Rimini DOC oltre al Romagna Albana Docg. Ricadono nel territorio anche alcune IGT come Rubicone Igt, Forlì Igt, Ravenna Igt e Sillaro Igt.
zonazione romagna sangiovese

Il Romagna Sangiovese Doc, ricade nello specifico in un territorio si allarga ad ovest all’imolese che giunge fino a Ozzano dell’Emilia e a est al riminese fino a San Giovanni in Marignano. 
Per quanto riguarda la zonazione del Romagna Sangiovese Doc, se nella prima istanza di richiesta delle MGA l'area toccava, da nord-ovest a sud-ovest, trenta diversi comuni della provincia di Ravenna (Brisighella, Casola Valsenio, Castel Bolognese, Faenza, Riolo Terme) e Forlì-Cesena (Bertinoro, Borghi, Castrocaro Terme, Terra del Sole, Cesena, Civitella di Romagna, Dovadola, Forlì, Forlimpopoli, Galeata, Longiano, Meldola, Mercato Saraceno, Modigliana, Montiano, Portico San Benedetto, Predappio, Ronco San Casciano, Roncofreddo, Santa Sofia, Savignano sul Rubicone, Sogliano al Rubicone, Sorbano-Sarsina, Tredozio), oggi sono in fase di integrazione la sottozona unica di Imola e le sottozone del riminese di Coriano, Verucchio e San Clemente. Un'integrazione importante che vedrà, finalmente, una Romagna del vino completa e capace di esprimere tutte le proprie peculiarità dell'areale nella sua interezza.
Le sottozone riconosciute sono quindi: Serra, Brisighella, Marzeno, Modigliana, Oriolo, Castrocaro, Predappio, Bertinoro, Meldola, Cesena, San Vicinio e Longiano più le future Imola, Coriano, Verucchio e San Clemente.
Sono queste le menzioni geografiche aggiunte (MGA, ora UGA) che potrete trovare nei vini a denominazione Romagna Sangiovese DOC e Romagna Sangiovese Riserva DOC. Una sorta di zonazione per “cru” che rappresenta un sicuro valore aggiunto in termine di percezione delle potenzialità e delle diversità dell’areale.

Pedologia
Un areale che fa della varietà dei suoi suoli e delle altitudini uno dei punti di forza della propria viticoltura spaziando da suoli più ricchi di argilla, limo e ciottoli a quelli a più alta presenza di calcare attivo, passando per quelli marnosi – arenacei.
Possiamo suddividere l'areale in una zona  pre-collinare,  che  si  estende  dalle falde delle ultime formazioni collinari degli Appennini fino alla via Emilia, comprende una  fascia  di  terreni  tendenzialmente  piani appartenenti al Quaternario recente, e una zona nettamente  collinare di era Terziaria (i rilievi romagnoli emergono per lo più nel Miocene  superiore, Pliocene  e  Postpliocene).  Si depositarono  rocce  evaporitiche  (gesso,  anidrite, salgemma) che in Romagna sono ben visibili nella  «Vena  del  gesso».
Seguono poi le deposizioni del Pliocene, a dominante  argillosa,  che si  presentano  spesso  con  la  tipica  morfologia   a   «calanchi», riscontrabile nelle valli basse. Da questa successione  di  rocce  è abbastanza naturale che siano  derivati,  per  effetto  dell'erosione naturale e dell'intervento dell'uomo, terreni più o  meno  calcarei, argillosi, misti e, dove sono intervenute azioni  di  dilavamento  ed erosione chimica,  terreni  residuali  di  costituzione  diversa.  In passato si distinguevano «terreni vergini o integrali», di formazione recente e di composizione strettamente connessa alla roccia madre,  e «terreni  residuali»,  decalcificati,  ferrettizzati,  antichi.   Tra questi due Estremi si ponevano i «terreni parzialmente ferrettizzati» (mezze savanelle)  e  le  «terre  rosse»  (savanelle),  completamente decalcificate. Partendo dalla s.s.  9,  via Emilia, e risalendo verso monte, si  incontrano  dapprima  le  «terre parzialmente decarbonatate della  pianura  pedemontana»,  a  pendenza molto debole (0,2-1%), da  scarsamente   a   moderatamente   calcarei. A seguire si incontrano  le  «terre scarsamente calcaree del margine appenninico»,  costituite  da  suoli formatisi in sedimenti argilloso-limosi deposti dai fiumi,  profondi, a tessitura moderatamente fine  o  fine,  moderatamente  calcarei  in superficie e molto calcarei negli orizzonti profondi. Proseguendo verso i calanchi, tipicamente a quote  comprese tra 130 e 380 m s.l.m., si  trovano  le  «terre  calcaree  del  basso Appennino, localmente  associate  a  calanchi». Nel basso Appennino molto presenti sono le argille  azzurre, mentre passando al Cesenate tendono a prevalere  i  terreni  calcarei riconducibili alla formazione Marnoso-arenacea,  che  poi  tendono  a diminuire sul territorio riminese, dove la viticoltura si sviluppa in modo particolare sulle «terre calcaree del basso Appennino riminese», che comprendono suoli formati in rocce  prevalentemente  argillose con intervalli sabbiosi di età pliocenica (formazione delle argille  azzurre  e  formazione  delle  arenarie  di  Borello).
Una formazione degna di nota è la «Vena dello Spungone» che caratterizza in particolare il Forlivese, anche se parte dal Faentino-Brisighellese per arrivare fino a Bertinoro(Fonte www.gazzettaufficiale.it)
La zona di Imola rappresenta l'estremo occidentale dell'areale e si estende nella parte collinare della valle del Santerno. I suoli sono tendenzialmente fertili e argillosi, tra bruno e grigio. I vigneti sono disposti per lo più nella prima fascia collinare tra i 30 e 150 m slm (per lo più nelle colline sopra ad Imola dotate di argille fertili e brune, e nella zona di Dozza, in cui troviamo argille ocra e aranciate).
Il  riminese, invece, è la zona più orientale della denominazione e i suoi suoli sono fertili e argillosi ma con una discreta variabilità in base alle quote dei vigneti e alla matrice delle singole lenti di terreno.
mappa zonazione romagna

IL CLIMA
Dal punto di vista climatico, anche se un’alta percentuale della superficie dei vigneti di Romagna si estende su un’area non distante dal mare Adriatico, la regione gode di un clima di tipo continentale, con estati calde e inverni lunghi e freddi che, nonostante le difficoltà indotte dai cambiamenti climatici, permettono quasi ogni anno un opportuno “riposo” alle viti e, in alcune zone, persino un accumulo di neve tale da conferire un buon apporto idrico in vista delle stagioni calde.
Precipitazioni medie, generalmente limitate nella fascia collinare iniziale, aumentano man mano che si passa nelle zone più interne. Il distretto può essere diviso in tre macro-aree separate o, più precisamente, procedendo da ovest a est, nel Faentino, il Forlivese, e il Cesenate.
A rafforzare la variablità territoriale e, quindi, espressiva è la grande biodiversità presente in questo areale e in particolare nella fascia collinare che gode ancora di notevole presenza di bosco e di un contesto naturale integro.
È proprio la congiunzione di terreni, altitudini ed esposizioni a definire matrice dei vini prodotti in quest’area con notevoli differenze. Interessante sarà, quindi, potersi riferire a zone notoriamente più calde e con terreni più pesanti in cui maturità di frutto, dolcezza del tannino e struttura glicerico-alcolica saranno i caratteri predominanti dei mosti che, se trattati con garbo, potranno dare origine a vini più morbidi che si giocheranno tutto sull’equilibrio fra struttura e acidità, fra forza e dinamica di beva.
In aiuto dei vini prodotti dai vigneti nelle zone più calde dell’area potranno venire le escursioni termiche e gli affioramenti rocciosi-calcarei che andranno da un lato ad enfatizzare il profilo aromatico e dall’altro a donare maggior freschezza e agilità al sorso. Fondamentale sarà la sensibilità del singolo produttore nell’interpretare l’annata e questi pedoclimi in termini di contenimento delle rese e di epoca vendemmiale.
Più ci si sposta verso l’alto più terreni e clima favoriranno un maggior equilibrio fra maturazione fenolica e tecnologica, potendo spingere l’epoca di vendemmia fino a qualche settimana più avanti senza rischiare di perdere irrimediabilmente acidità. Avremo, quindi, vini con un perfetto equilibrio fra struttura e acidità nella fascia collinare classica (dai 180 ai 300m slm), capaci di esprimersi al meglio tra i 2 e i 5 anni dalla raccolta e caratterizzati da profili aromatici che passeranno dall’austerità ad una sempre più elegante finezza, senza perdere la suadenza del Sangiovese di queste zone.
Nei picchi più alti (oltre i 300 m slm) sarà la freschezza a farla da padrona, con nasi meno improntati sul frutto, bensì in grado di far emergere sfumature floreali di notevole finezza. Il sorso sarà, inizialmente, più spigoloso ma nella miglior accezione del termine, in quanto il tempo (in legno per le Riserve, ma anche e soprattutto in vetro/bottiglia per i Romagna Sangiovese Superiore) metterà in risalto tensione ed eleganza. Un denominatore comune che è emerso dai vari assaggi è, sicuramente, la componente minerale che dona a tutti i vini assaggiati un finale saporito tra il sapido (nei bianchi) e l’ematico (nei rossi) che invita alla beva.
Fondamentale sarà nei prossimi anni l'integrazione dei vini delle MGA delle zone di Imola e  della provincia di Rimini per quanto concerne il Sangiovese.
Nel caso di Imola, ovvero l'apice occidentale della denominazione, il clima è tendenzialmente continentale. I vini ivi prodotti godono di grande equilibrio e di una tessitura strutturale e minerale molto riconoscibile.
Per quanto concerne Rimini, l'estremo orientale dell'areale, il clima è fortemente influenzato dal mare Adriatico sia nella sua azione mitigatrice durante l'anno che nelle forti escursioni termiche a ridosso della vendemmia. I vini che vengono prodotti in questa zona hanno grande intensità di frutto e buona struttura, senza però lesinare agilità di beva.

Biodiversità e rispetto
Un territorio che vanta cultivar tipiche antiche di frutta (albicocche e pesche fra tutte), di grano (Dieti, Gentilrosso, Inallettabile, Frassineto, Verna, Margotto, Abbondanza, Mec, Centauro, Belvedere ecc...) e ovviamente anche e soprattutto a livello ampelografico contemplando all'interno dei propri autoctoni, oltre ai più noti Sangiovese, Trebbiano Romagnolo, Albana, Pignoletto e Pagadebit, varietali salvati dall'oblio come il Famoso, il Centesimino, la Cagnina, l'Ancellotta, la Ruggine, la Lanzesa, il Tundè, il Verruccese, la Vercaccina e l'uva Longanesi solo per citarne alcuni.
Un patrimonio di cloni e biotipi che danno solo un'idea parziale della biodiversità di cui la Romagna è ricca, in quanto l'accezione che a me sta più al cuore di questo termine tanto in vigna negli ultimi anni è quella che va a valutare il contesto in cui queste coltivazioni vengono inserite. Contesti che, specie nell'entroterra, in Romagna godono ancora di una notevole presenza boschiva e di un'alternanza tradizionale ben presente fra vigne, frutteti, seminativo e qualche (questi più rari) allevamenti. Inoltre, il contesto pedologico, così vario e così influenzato dalla conformazione unica delle sue valli e dall'influsso del mare da un lato e degli Appennini dall'altro rende il panorama vitivinicolo romagnolo ricco di sfumature e sfaccettature che, se ben interpretate, possono regalare nitidi elementi di distinzione nel calice.

Da ricordare che la Romagna e più in generale l'Emilia-Romagna rappresentano una delle 4 aree vitivinicole regionali con la più alta densità di superficie vitata in biologico in Italia e che la Romagna stessa è stata pioniera della lotta integrata prima e del bio poi partendo da un comparto cooperativo molto attento ai temi della sostenibilità e vedendo sempre più realtà medio-piccole convertirsi ad una conduzione agronomica più accorta e rispettosa.

Focus sul Sangiovese
Il Sangiovese è il vitigno a bacca rossa più coltivato d’Italia, eppure è anche uno dei varietali capaci dei più grandi exploit enoici e di manifestare l’identità del suo territorio ospite in modo netto e, a volte, inaspettato.
In un’Italia che vanta oltre 600 varietali autoctoni, spesso, radicati in areali dai confini di demarcazione invalicabili, non è semplice trovare un vitigno capace di poter offrire una panoramica più ampia di quelle che sono le peculiarità di zone e sottozone differenti di diverse regioni del Bel Paese. Tolti i vitigni alloctoni, infatti, è proprio il Sangiovese a poter fungere da interprete del numero più importante di “lingue” e di territori, proprio come ha dimostrato di poter fare con l’areale romagnolo e le sue sottozone.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una fase di vero e proprio “Rinascimento” della Romagna del vino, con un territorio che ha preso coscienza delle potenzialità delle proprie macro e micro aree, analizzandone dapprima le peculiarità e assecondandone poi le la specifica vocazionalità, vedendo nel Sangiovese il veicolo più fedele e virtuoso per trasmettere questa nuova fase della viticoltura e dell’enologia locale.
Una conduzione agronomica più accorta, rese più basse e un approccio enologico più rispettoso del varietale e proteso all’equilibrio e all’eleganza hanno portato nel mio calice, e in quello di molti amanti del vino, dei Romagna Sangiovese DOC sempre più in linea con ciò che ci si può e ci si deve aspettare da un areale vocato come quello romagnolo, specie in alcune delle sue sottozone.

Come sempre, ci vogliono anni per far percepire il cambiamento, ancor più se si tratta di far rivedere generiche ma diffuse opinioni riguardo un prodotto particolare come il vino. Oggi, la massa critica è stata raggiunta e questo grazie al lavoro di squadra delle aziende appartenenti al Consorzio Vini di Romagna che dal 1962 tutela le produzioni di questa regione e in particolare il Romagna Sangiovese DOC.
vigneti romagna

Il Romagna Sangiovese
Per quanto concerne il disciplinare di produzione il vino a denominazione di origine controllata “Romagna Sangiovese DOC” deve essere ottenuto da uve provenienti da vigneti aventi, nell’ambito aziendale, la seguente composizione ampelografica: Sangiovese dall’85% al 100%; possono concorrere, da soli o congiuntamente fino ad un massimo del 15%, altri vitigni a bacca nera idonei alla coltivazione per la regione Emilia- Romagna.
L'areale comprende comuni nella provincia di Bologna, di quella di Forlì/Cesena, di Ravenna, e di Rimini.
I vini che è possibile produrre sono il Romagna Sangiovese DOC, Romagna Sangiovese “Superiore”, il Romagna Sangiovese “Riserva” DOC e il Romagna Sangiovese Superiore Riserva DOC ai quali si aggiungono i vini con diritto di menzione geografica aggiunta (MGA).
Se vi state chiedendo come mai stia scrivendo Romagna Sangiovese DOC e non Sangiovese di Romagna come gergale consuetudine è perché dal 2011 è stato adottato questa nuova denominazione, in concomitanza con il riconoscimento di dodici sottozone di produzione alle quali si uniranno quelle, sopracitate, di Imola e del riminese. La scelta del cambio di nome della denominazione dice molto sulla volontà di dare un taglio netto col passato e di scrollarsi di dosso una reputazione che nulla ha a che fare con lo stato attuale della produzione locale. Il territorio prima di tutto! Un dogma che accomuna le più grandi denominazioni al mondo e che, anche in Romagna, è stato recepito e, sono certo, porterà beneficio alla percezione del valore reale dei vini ivi prodotti.

Il Romagna Sangiovese oggi...
Alla luce delle visite in vigna e in cantina effettuate e degli assaggi fatti negli ultimi anni posso asserire, senza tema di smentita, che la crescita qualitativa dei Sangiovese è notevole e questo non solo grazie al lavoro delle realtà storiche che mai hanno smesso di credere in questo vitigno e in queste terre, bensì anche per merito di giovani aziende vitivinicole che hanno portato, step by step, una maggior consapevolezza dalla vigna al bicchiere, immettendo sul mercato vini sempre più identitari ed eleganti.
E' palese che la voglia di togliersi di dosso il peso del passato e questa sottesa sudditanza psicologica nei confronti dei Sangiovesi toscani ormai sia passata al livello superiore e che un numero sempre maggiore di cantine stia portando avanti il proprio progetto enoico con grande personalità e una visione prospettica che permette maggior libertà espressiva ma orientata sempre all'apice qualitativo.
Questi fattori, unitamente alla sempre più importante presenza di aziende agronomicamente ed enologicamente rispettose del territorio e sostenibili, devono necessariamente fungere da stimolo per tutti coloro che, come me, bramano assaggi identitari nella loro espressione del territorio e del varietale.
C’è fermento nella Romagna del vino e mai come in questo momento storico vigneti, cantine, vignaioli e vini sembrano vibrare all’unisono e le vibrazioni sono molto positive.

Focus sull'Albana
L'Albana è un vitigno complesso, definito da molti un “rosso travestito di bianco” in virtù della sua particolare e ben presente componente tannica. Eppure, è proprio grazie alla sua complessità che questo varietale rappresenta, più di ogni altro, lo spettro potenziale di una terra intera dando origine ad interpretazioni che abbracciano praticamente tutte le tipologie di vino: secco fermo (d'annata o affinato), “macerato”, spumante (sia dolce che secco) e passito (anche con muffa nobile).
L'areale di produzione del Romagna Albana Docg comprende:
- Provincia di Bologna: 7 comuni.
- Provincia di Forlì/Cesena: 10 comuni.
- Provincia di Ravenna: 5 comuni.
Un territorio vasto che offre un range di espressioni che permettono di comprendere quali siano le possibilità di quest'uva ma che, al contempo, fanno riflettere su quali siano quelle più idonee a rappresentare la Romagna bianchista con picchi qualitativi importanti. A mio modo di vedere, se sul Sangiovese è la tradizione tradotta con consapevolezza tecnica odierna a garantire i migliori risultati, l'Albana sta vivendo una fase molto interessante di recondita sperimentazione con due “armi” molto interessanti da giocarsi da qui in avanti: la macerazione (utilizzata anche in piccole quote per arricchire le basi vinificate in bianco) e la spumantizzazione “secca” che, seppur non contemplata dalla Doc, avrebbe potuto affiancare gli spumanti base Pignoletto e il "Novebolle" marchio che rappresenta i Romagna Bianco Spumante DOC e Romagna Rosato Spumante DOC che, dal 2019, è possibile produrre da uve Trebbiano Romagnolo (minimo 70%) e Sangiovese (minimo 70%) da brut natura a "secco".
Ovviamente non va trascurata la grande attitudine alla produzione di vini passiti botritizzati che questo vitigno ha dimostrato per merito di alcune realtà capaci di produrre alcuni dei migliori “muffati” italiani e non solo.
Queste le denominazioni che contemplano almeno il 95% di uve Albana (più un eventuale 5% di vitigni a bacca bianca autorizzati alla coltivazione in regione): Romagna Albana Docg Secco, Romagna Albana Docg Amabile, Romagna Albana Docg Dolce, Romagna Albana Docg Passito,  Romagna Albana Docg Passito Riserva.

Altri vitigni
Tra le varietà che stanno riscuotendo più interesse ci sono, sicuramente, il Centesimino che stupisce con il suo corredo aromatico tra fiore e spezia e con la sua beva dinamica e mai scontata, e l'uva Longanesi che con il suo Bursôn, dopo anni di assestamento, sta trovando una coerenza espressiva in più realtà. Interessante anche la Cagnina (nome locale del Terrano) che da origine a vini verticali e dal buon grip tannico.
Tra le bianche il Famoso (Rambèla il vino che se ne ricava) può rappresentare una scommessa sulla quale puntare per la sua duttilità e piacevolezza. Interessante il potenziale del Rebola (nome che assume il Pignoletto in terra riminese), vitigno presente in zona da almeno 600 anni, che esprime grande coerenza con quella che è la sua terra di riferimento in termini di dinamicità e prospettive di abbinamento.
Una nota a margine va fatta sul Trebbiano Romagnolo, tanto bistrattato in quanto largamente coltivato per produzioni massive ma altrettanto interessante quando allevato e vinificato con mire qualitative importanti, portando nel calice vini molto contemporanei in cui freschezza, dinamica di beva e sapidità si susseguono senza alcuna forzatura.

E' fondamentale che la Romagna tuteli il suo patrimonio ampelografico (bassissima la presenza di vitigni alloctoni) e si distingua anche attraverso le espressioni di questi vitigni “reliquia” ma, al contempo, trovi piena consapevolezza di sé a prescindere dal varietale. Sì, perché è solo dando maggiore centralità al territorio e slegandosi dall'eccessiva attenzione al singolo vitigno che si può uscire dall'impasse in cui per anni ha vissuto questo territorio. Un territorio grande nelle dimensioni e, ancor più, nel potenziale che dimostra vocazione e dedizione grazie e soprattutto al tessuto di piccole e medie aziende agricole virtuose che, di annata in annata, cercano di portare in bottiglia le proprie unicità nel rispetto della propria identità romagnola.

Considerazioni generali
La Romagna, come detto più volte nello sviluppo di questo pezzo, vanta un patrimonio solo parzialmente esplorato ma ha iniziato un percorso di valorizzazione delle proprie unicità che la porterà, a mio parere, a stupire per concretezza e continuità nei prossimi anni. Se esistono dei limiti, oggi, non sono più quelli legati allo strapotere delle cooperative e dei grandi gruppi che - per quanto distanti dalle mie attenzioni particolari - hanno sostenuto il tessuto economico locale e danno, tutt'ora, lavoro a migliaia di persone, bensì sono da ritrovarsi nella mancanza di fiducia nei propri mezzi che vede operare con il freno a mano tirato le generazioni addietro. Ho riscontrato, altresì, nei giovani una visione più ampia e distaccata, forse meno consapevole ma allo stesso tempo meno imbrigliata da stereotipi, paradigmi anacronistici o errati metri di valutazione/comparazione. E' proprio questo che mi fa ben sperare nel futuro di questo areale che già è stato in grado di presentarmi oltre 100 vini in degustazione, in rappresentanza di quasi tutte le denominazioni e le zone, con una qualità media molto alta e un raro connubio fra classicità e contemporaneità.
Penso che sia proprio questa la chiave che la Romagna debba giocarsi: quella di produrre vini dalla forte identità e dal piglio contemporaneo che nulla ha a che vedere con "la modernità scevra di tradizione" ma che punta all'elevazione di quelle caratteristiche territoriali e varietali che rispecchiano che i mercati più evoluti e i degustatori più esigenti vogliono trovare nel calice. Doti che i vini romagnoli possono avere e che i Sangiovese, in particolare, stanno già ottenendo. Bisogna solo crederci maggiormente e uno dei segnali più importanti può essere quello del posizionamento, da considerare al rialzo per vini che possono "osare" di più.
vini romagna degustazione

Per scelta non vi indicherò in questo articolo i migliori assaggi emersi dalla mia sessione di assaggio svoltasi qualche settimana fa, ma vi invito a tenere d'occhio le mie selezioni nell'arco dell'anno per comprendere quali sono stati i vini che di più mi hanno convinto, ribadendo che non mi sarei mai aspettato una qualità media così trasversale.

Nei prossimi mesi cercherò di completare il mio tour le prossime zone e sottozone e produrrò un report più approfondito in merito alle sottozone, che meritano un focus dedicato, comprese quelle delle province di Rimini e la zona imolese, destinate a rientrare nella nuova "zonazione" 
Il mio invito, intanto, è quello di segnare in cartina l'areale romagnolo nella sua interessa per i vostri futuri tour enoici.

F.S.R.
#WineIsSharing

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