Translate

lunedì 27 settembre 2021

Campania Stories 2021 - I migliori assaggi

Si è da poco conclusa la seconda edizione di Campania Stories in tempo di covid e, anche quest'anno, la pandemia non è riuscita a far cedere di un passo l'organizzazione della presentazione dei principali vini campani alla stampa nazionale e internazionale (con le dovute limitazioni).

MIGLIORI VINI CAMPANIA STORIES

Quest'anno è toccato alla terrazza della Costiera Amalfitana ospitare la rassegna dei vini campani, con una location d'eccellenza come il Campus Principe di Napoli di Agerola, istituto di alta formazione enogastronomica diretto dallo Chef pluristellato Heinz Beck. Un contesto perfetto per le degustazioni tecniche, rigorosamente alla cieca, degli oltre 300 campioni presentati da un nutrito pool di produttori (oltre 80 cantine) delle principali denominazioni campane.

AGEROLA CAMPUS PRINCIPE DI NAPOLI

Per quanto concerne le denominazioni parliamo di una regione che vanta:

  • 10 Igp (9 sub-regionali e 1 regionale) e corrispondono alle tipologie classificate con Indicazione Geografica Tipica, secondo la tradizionale piramide dei vini di qualità italiani, ovvero Campania, Beneventano, Catalanesca del Monte Somma, Colli di Salerno, Dugenta, Epomeo, Paestum, Pompeiano, Roccamonfina, Terre del Volturno;
  • 19 Dop, divise tra 4 Docg e 15 Doc, vale a dire Aglianico del Taburno (Docg), Aversa, Campi Flegrei, Capri, Casavecchia di Pontelatone, Castel San Lorenzo, Cilento, Costa d’Amalfi, Falanghina del Sannio, Falerno del Massico, Fiano di Avellino (Docg), Galluccio, Greco di Tufo (Docg), Irpinia, Ischia, Penisola Sorrentina, Sannio, Taurasi (Docg), Vesuvio.
WINE BLOGGER INFLUENCER SAVERIO RUSSO FRANCESCO

Proprio per dare l'opportuna rilevanza alle singole denominazioni e ai relativi areali ho ritenuto opportuno suddividere gli assaggi più convincenti fatti in occasione di Campania Stories 2021 in base alle categorie di riferimento. Qui di seguito tutti i vini che si sono distinti per aderenza alla propria identità di terroir, con alcuni picchi degustativi segnalati in blu.

VINI SPUMANTI E FRIZZANTI DA UVE A BACCA BIANCA

1930 – VSQ Metodo Classico Millesimato 2018 Brut Nature – Cantine di Marzo

Trentapioli – Brut S.A. - Asprinio d'Aversa Dop – Salvatore Martusciello


BIANCHI MONOVARIETALI E BLEND
Igp Campania Bianco, Beneventano Bianco, Paestum Bianco

Core Bianco - Campania Igp 2020 – Montevetrano

Iscadoro – Paestum Bianco Igp 2018 – Az. Agr. Casebianche


BIANCHI BASE CODA DI VOLPE
Dop Sannio, Dop Irpinia, Igp Roccamonfina


Irpinia Coda di Volpe Dop 2020 – Tenuta del Meriggio

Irpinia Coda di Volpe Dop 2020 – Traerte


BIANCHI VESUVIO
Dop Vesuvio Lacryma Christi del Vesuvio Bianco, Dop Vesuvio Caprettone, Igp Pompeiano Bianco, Igp Falanghina Campania

Pompeii – Pompeiano Bianco Igp 2020 – Bosco de' Medici

Bosco del Monaco – Vesuvio Bianco Dop 2019 – Casa Setaro


BIANCHI COSTIERA AMALFITANA
Dop Costa d'Amalfi Bianco

Vigna Grotta Piana – Costa d'Amalfi Ravello Bianco Dop 2019 – Sammarco Ettore

Fiorduva – Costa d'Amalfi Ravello Bianco Dop 2019 – Marisa Cuomo


BIANCHI BASE PALAGRELLO BIANCO

Igp Terre del Volturno Pallagrello Bianco

Pallagrello Bianco – Terre del Volturno Bianco Igp 2019 – Masseria Piccirillo

Morrone – Terre del Volturno Bianco Igp 2019 – Alois


BIANCHI BASE FALANGHINA
Dop Falerno del Massico Bianco, Dop Galluccio Bianco

Petratonda – Galluccio Bianco Dop 2020 – Porto di Mola


CILENTO
Igp Campania Falanghina, Igp Colli di Salerno Bianco

Ida – Colli di Salerno Igp 2020 – Viticoltori Lenza

Il Puro White – Colli di Salerno Bianco Igp 2019 – Villa Lupara


IRPINIA

Dop Irpinia Falanghina, Igp Campania Falanghina

Vigna Santa Vara – Irpinia Falanghina Dop 2019 – Tenuta Cavalier Pepe


SANNIO FALANGHINA

Dop Falanghina del Sannio, Igp Falanghina Beneventano, Igp Campania Falanghina


Campania Falanghina Igp 2020 – Di Meo

Svelato – Falanghina del Sannio Dop 2020 – Terre Stregate

Falanghina del Sannio Taburno Dop 2020 – Fontanavecchia

Vigna Segreta - Falanghina del Sannio Sant'Agata dei Goti Dop 2019 – Mustilli


CAMPI FLEGREI
Dop Campi Flegrei Falanghina, Igp Campania Falanghina

Colle Imperatrice – Campi Flegrei Falanghina Dop 2020 – Astroni

Agranum – Campi Flegrei Falanghina Dop 2019 – Agnanum

CRUna deLAGO – Campi Flegrei Falanghina Dop 2019 – La Sibilla


BIANCHI BASE FIANO

Dop Sannio Fiano

Enzo Rillo – Sannio Fiano Dop 2020 – La Fortezza


CILENTO – COLLI DI SALERNO

Dop Cilento, Igp Paestum, Igp Colli di Salerno, Igp Campania

Asterias – Paestum Fiano Igp 2020 – Tempa di Zoe'

2mila19 Bio – Cilento Fiano Dop 2019 – Vuolo

Pietraincatenata – Cilento Fiano Igp 2019 – Luigi Maffini

Quartara – Colli di Salerno Fiano Igp 2018 – Lunarossa


BIANCHI BASE FIANO
Irpinia: Dop Fiano di Avellino, Igp Campania Fiano

Refiano – Fiano di Avellino Dop 2020 – Tenuta Cavalier Pepe

Bacio delle Tortore – Fiano di Avellino Dop 2020 – Passo delle Tortore

Fiano di Avellino Dop 2020 – Traerte

Fiano di Avellino Dop 2019 – Di Prisco

Fiano di Avellino Dop 2019 – Molettieri Salvatore

Xoròs – Fiano di Avellino Dop 2019 – Barbot Stefania

Particella 928 – Fiano di Avellino Dop 2019 – Cantina del Barone

Cupo – Campania Fiano Igp 2018 – Pietracupa

Tognano – Fiano di Avellino Dop Riserva 2018 – Rocca del Principe


BIANCHI BASE GRECO

Sannio e Cilento: Dop Sannio Greco, Igp Paestum Greco

Greco – Sannio Taburno Greco Dop 2020 – Fattoria La Rivolta


Irpinia: Dop Greco di Tufo, Dop Greco, Igp Campania Greco

Cutizzi – Greco di Tufo Dop 2020 – Feudi di San Gregorio

Greco di Tufo Dop 2020 – Sertura

Alexandros – Greco di Tufo Dop 2020 – Colli di Lapio

Vesevo – Greco di Tufo Dop 2020 – Vesevo

Miniere – Greco di Tufo Dop 2019 – Cantine dell'Angelo

Pietra Rosa – Greco di Tufo Dop 2019 – Di Prisco

Greco Pietracupa – Campania Greco Igp 2019 – Pietracupa


VINI ROSATI E ROSSI FRIZZANTI
Aree viticole: Colli di Salerno, Cilenti e Campi Flegrei

Gabry – Colli di Salerno Rosato Frizzante Igp 2020 – Lenza

Ottouve – Penisola Sorrentina Gragnano Dop 2020 – Martusciello Salvatore


VINI ROSATI
Aree Viticole: Vesuvio, Alto Casertano, Irpinia e Cilento

Vetere Extreme – Paestum Rosato Igp 2020 – San Salvatore 1988


ROSSI MONOVARIETALI E BLEND MISTI

Dop Sannio Barbera, Igp Campania Aglianico, Igp Campania Rosso, Igp Paestum Rosso, Igp Paestum Primitivo, Igp Colli di Salerno Rosso

Terra di Lavoro – Campania Igp 2018 – Galardi

Macchiusanelle – Campania Rosso Igp 2018 – De Beaumont


ROSSI BASE PIEDIROSSO

Dop Sannio Piedirosso, Dop Campi Flegrei Piedirosso, Igp Pompeiano Rosso, Igp Vesuvio Piedirosso, Igp Campania Piedirosso

Pompeii – Pompeiano Rosso Igp 2020 – Bosco de' Medici

Agnanum Piedirosso – Campi Flegrei Piedirosso Dop 2019 – Agnanum

Terrazze Romane – Campi Flegrei Piedirosso Dop 2019 – Cantine del Mare

Vigna Madre – Campi Flegrei Piedirosso Dop 2018 – La Sibilla

Piedirosso – Campi Flegrei Piedirosso Dop 2017 – Contrada Salandra

Calidonio – Sannio Taburno Piedirosso Dop 2015 – Ocone


ROSSI VESUVIO

Dop Vesuvio Lacryma Christi Rosso, Igp Campania Aglianico

Vigna Lapillo – Vesuvio Lacryma Christi Rosso Superiore Dop 2018 – Sorrentino Vini


ROSSI BASE PALLAGRELLO NERO
Igp Terre del Volturno Pallagrello Nero

Pallagrello Nero – Terre del Volturno Pallagrello Nero Igp 2019 – Masseria Piccirillo

Tralice – Terre del Volturno Pallagrello Nero Igp 2018 – Il Casolare Divino


ROSSI COSTA D'AMALFI
Dop Costa d'Amalfi Furore, Dop Costa d'Amalfi Ravello, Dop Costa d'Amalfi Tramonti, Igp Campania Rosso

Ravello Rosso Riserva – Costa d'Amalfi Ravello Rosso Riserva Dop 2017 – Marisa Cuomo


ROSSI BASE AGLIANICO
ALTO CASERTANO: Dop Galluccio Rosso, Igp Roccamonfina Rosso


Cecubo – Roccamonfina Rosso Igp 2015 – Villa Matilde Avallone


SANNIO: Dop Aglianico del Taburno, Dop Sannio Aglianico, Dop Sannio Solopaca Classico, Igp Beneventano Rosso, Igp Campania Aglianico

Manent – Sannio Aglianico Dop 2018 – Terre Stregate


IRPINIA: Dop Irpinia Campi Taurasini, Dop Irpinia Aglianico, Dop Irpinia Rosso, Igp Campania Aglianico


Irpinia Aglianico Dop 2019 – Sertura

Irpinia Aglianico Dop 2018 – Vigne Guadagno

Ion – Irpinia Campi Taurasini Dop 2018 – Barbot Stefania

Nonna Seppa – Irpinia Campi Taurasini Dop 2015 – Delite


IRPINIA: Dop Taurasi e Taurasi Riserva

Taurasi Dop 2017 – Donnachiara

Nero Né – Taurasi Dop 2016 – Il Cancelliere

Opera Mia – Taurasi Dop 2015 – Tenuta Cavlier Pepe

Taurasi Dop 2015 – Tenuta Scuotto

Taurasi Riserva Dop 2009 - Perillo

FRANCESCO SAVERIO RUSSO

In conclusione gli areali campani si confermano in crescita su tutta la linea, con una netta trazione bianchista in cui Fiano e Greco mantengono alta l'asticella, specie quando vengono presentati con un anno in più di bottiglia (2019).  La Falanghina vive di alcuni luminosi picchi ma nella media potrebbe convincere maggiormente, visto il potenziale del vitigno e dei suoi areali di riferimento.
Emerge fra i rossi la freschezza e la dinamica di beva del Piedirosso che abbinata alla mineralità vulcanica esalta un'identità forte che ha la fortuna di risultare particolarmente attuale senza snaturare la sua tipicità tradizionale. Il Taurasi vanta picchi notevoli e resta il grande vino rosso campano, seppur in alcuni casi possa risultare anacronistico. Credo che molte realtà stiano arrivando al giusto equilibrio fra forza, complessità e una beva più dinamica e priva di ostacoli, che anelano all'eleganza che l'Aglianico può e sa raggiungere in queste terre. A conferma di ciò, la maggior contemporaneità di alcune interpretazioni di Campi Taurasini fa pensare che il lavoro in "sottrazione", orientato alla maggior freschezza e a una più agile dinamica di beva possa giovare anche a un vitigno tendenzialmente ostico in termini di "prontezza fenolica" come l'Aglianico. Intriganti le, seppur poche, interpretazioni di vitigni più rari come la Coda di Volpe e i Pallagrelli (bianco e nero), per quanto io continui a pensare che il ruolo originario ruolo di "gregari" (nei tagli migliorativi) potrebbe ancora oggi da vita a vini dalla forte identità territoriale, con equilibri sempre più difficili da raggiungere "in purezza".

La Campania si dimostra ancora una volta una regione capace di stupire attraverso il suo caleidoscopio di espressioni e identità varietali e territoriali,  facendo pensare che, a differenza di molte altre aree del Sud Italia, qui si soffrano meno gli effetti dei cambiamenti climatici, grazie alla combinazione delle peculiarità analitiche dei vitigni autoctoni, della particolare vocazione delle più importanti zone vitivinicole e della sensibilità agronomica dei vignaioli locali.
Sono fortemente convinto che, di annata in annata, stia crescendo anche la consapevolezza dei produttori campani e che questa sia l'unica strada per ottenere il riscontro che queste cantine, questi vini e questi territori meritano.

Concludo ringraziano l'organizzazione e i sommelier coinvolti nel servizio per l'impeccabile gestione dell'evento che resta un'occasione unica per degustare uno spaccato importante della produzione regionale e per visitare territori e aziende di molti dei più importanti areali campani.


F.S.R.
#WineIsSharing

giovedì 23 settembre 2021

Mazzei - La storia e il futuro del Chianti Classico dai Cru Gran Selezione al "Clos" IPSUS

Ci sono realtà che hanno fatto la storia di un territorio e altre che, oltre a questo, cercando di scriverne nuovi capitoli di annata in annata. Una fra queste è, senza tema di smentita, la Tenuta Fonterutoli della famiglia Mazzei che, da 24 generazioni, porta avanti il proprio viscerale legame con il Chianti Classico, le sue vigne e i suoi vini con rispetto, dedizione e lungimiranza.
ipsus il caggio mazzei chianti classico

Qualche mese fa, avevo promesso a Francesco Mazzei che sarei tornato a Castello di Fonterutoli per approfondire e comprendere a pieno il progetto legato alla sostenibilità a 360° che la storica azienda del Chianti Classico porta avanti ormai da anni, per visitare i vigneti dei "cru" di Gran Selezione e per un vino del quale abbiamo lungamento parlato e che, a mio parere, può rappresentare un passo in avanti (e verso l'alto) decisivo per l'intera denominazione.
Iniziamo dai vigneti dai quali vengono prodotte le tre diverse espressioni di Gran Selezione. Aver avuto la possibilità di fare un sopralluogo in vigna a pochi giorni dalla vendemmia mi ha permesso di constatare lo stato dell'apparato fogliare e dei grappoli che, nonostante l'annata siccitosa, si mostrano in palese equilibrio.
fonterutoli castello mazzei cantina
L'azienda può disporre di parcelle che vanno dai 300 ai 570m slm divisi in quelle che sono state recentemente annoverate fra le "nuove" UGA (unità geografiche aggiuntive): Castelnuovo Berardenga, Castellina in Chianti e Radda. Questo comporta notevoli e percettibili differenze in termini di epoca di maturazione (l'assaggio degli acini lo dimostra) e di valori analitici, cosa che ho, successivamente, avuto la possibilità di ricercare nei rispettivi 3 "Cru" di Chianti Classico Gran Selezione prodotti dalla cantina della famiglia Mazzei al fine di evidenziare queste profonde differenze pedoclimatiche, ergo espressive: Vicoregio 36, Castello Fonterutoli, Badiòla.
gran selezione mazzei chianti classico uga

Facendo un passio indietro, è importante sottolineare che erano più di 30 anni che si cercava di ufficializzare una zonazione del Chianti Classico che, in realtà, era già stata evidenziata da tempo. Quest'anno, finalmente, si è arrivati alla definizione delle 11 UGA dell'areale del Gallo Nero:  Castellina, Castelnuovo Berardenga, Gaiole, Greve, Lamole, Montefioralle, Panzano, Radda, San Casciano, San Donato in Poggio, Vagliagli.
Dovremo attendere ancora un po' per vederle in etichetta e ancor di più (ca. 3 anni) per trovare le 3 sulle quali si sta facendo un ulteriore approfondimento, vale a dire Lamole, Montefioravalle e Vagliagli. Tutte le unità geografiche aggiuntive saranno, per ora, rivendicabili solo dalla tipologia Gran Selezione alla quale è stato apportato un cambiamento in termini di disciplinare di produzione: almeno 90% Sangiovese (prima 80%) e 10% di soli vitigni autoctoni (prima aperta anche agli internazionali, "storicamente" presenti nell'areale).
uga chianti classico zonazione

Ecco quindi che la tanto discussa Gran Selezione acquisisce ancor più senso quando ad affiancarla è un concreto lavoro di studio e di cernita di quelle che sono le peculiarità delle singole sottozone. Per questo il progetto portato avanti dalla famiglia Mazzei, non fa altro che anticipare e, per assurdo, spingere già oltre la "macro-zonazione" il percorso consortile. Sì, perché con le 3 distinte Gran Selezione l'obiettivo di Fonterutoli è proprio quello di evidenziare la diversità dei vigneti di Vicoregio (Castelnuovo Berardenga), Castello Fonterutoli (Castellina in Chianti) e Badiòla (Radda) traducendo fedelmente le differenti condizioni pedoclimatiche e ampelografiche (il lavoro sui cloni di Sangiovese della famiglia Mazzei è noto, tanto che solo nel vigneto di Vicoregio ne convivono 36).
vini mazzei fonterutoli

Vini che ho così percepito:
Vicoregio 36 Chianti Classico Docg 2018:  mostra un grande equilibrio fra struttura e acidità, armonico nel gioco fra toni fruttati e floreali, con una spezia ben dosata e lievi accenni balsamici. Il sorso è concreto ma dotato di buon nerbo acido in grado di slanciare il sorso e rendere agile la beva. Il tannino è fine, la chiusura ematica.
Castello Fonterutoli Chianti Classico Docg 2018: ha il piglio dei grandi Sangiovese, classico e introverso, timido nell'aprirsi, quasi austero ma capace di evolvere con classe nel calice, evidenziato un frutto perfettamente maturo, con note di sottobosco e di pepe appena accennate. Il sorso è integro, fiero e dinamico. Il tannino è fitto e dona personalità e classicità a questo Sangiovese che chiude saporito e decisamente persistente.
Badiòla Chianti Classico Docg 2018: dal vigneto più in alto, la Badiòla si dimostra coerente con le aspettative in termini di freschezza, tonicità e finezza con note floreali spiccate tanto quanto il frutto ancora luminoso. Il sorso è teso e vibrante, ma non privo di "ciccia intorno all'osso"! La trama tannica è soft e il finale tra terra e sale, invoglia alla beva. 
Tre vini per tre zone molto differenti che hanno come trait d'union la grande vocazione alla produzione di Chianti Classico di razza ma che vogliono mantenere integra e nitida la propria identità, senza pestarsi i piedi l'uno con l'altro ma offrendo tre personalità di Sangiovese (anche se sarebbe più corretto dire "dei Sangiovesi") molto distintive.

Sostenibilità e identità
sostenibilità lotta integrata mazzei

Vini prodotti in un contesto di ricerca e sostenibilità in continua evoluzione, orientato a minimizzare l'impatto ambientale dell'azienda sotto ogni punto di vista (emissioni, carbon footprint, chimica di sintesi ecc...) preservando la biodiversità tipica del Chianti Classico e massimizzando dalla vigna alla bottiglia le singole parcelle (vengono fatte oltre 120 vinificazioni separate e proprio per questo è stata studiata l'attuale cantina).

Niente diserbi né concimi chimici, recupero degli scarti di lavorazione (tralci, raspi, vinacce, sansa delle olive e di letame equino) per la produzione di compost aziendale, da utilizzare come fertilizzante totalmente organico, sovesci ponderati in base al reale fabbisogno della singola parcella, lancio di insetti antagonisti contro la tignola ecc...
cantina mazzei
Mai smettere di sperimentare e di puntare all'eccellenza con cognizione di causa e contestualizzando ogni scelta in base a ciò che si ha e che si vuole. Una "grande" cantina che riesce a lavorare con le attenzioni di una "piccola" dalla vigna alla bottiglia non è cosa da poco. Se poi l'essere "grandi" permette di rendere sostenibili scelte e soluzioni tecniche e tecnologiche (non chimiche), in campo e in cantina, in grado di valorizzare ancor di più l'identità dei singoli terroir l'asticella non può che alzarsi. 

IPSUS - La chimera che diviene realtà

Detto questo, ora posso svelarvi il motivo primario per il quale ho deciso di dedicare ben due giorni al passato, al presente e al futuro della famiglia Mazzei nel Chianti Classico: IPSUS.
ipsus cantina vino
Probabilmente ne avrete già sentito parlare, in quanto la sua prima uscita ha avuto una eco importante fra gli addetti ai lavori e i "Sangiovesisti" accaniti!
Si tratta di un vino destinato a segnare in maniera indelebile la storia del Chianti Classico, perché frutto di un percorso ineccepibile in termini di tempo, dedizione e oculatezza nelle scelte. Tutto nasce nel 2006, quando la famiglia Mazzei acquista la tenuta il Caggio, contingente alla proprietà di Fonterutoli, con l'obiettivo di integrare il vasto parco vigne a quello aziendale. Di lì a poco, però, la maniacalità nelle vinificazioni separate della cantina ha fatto emergere doti e peculiarità che meritavano di essere approfondite e valorizzate, tanto che venne isolato un vero e proprio clos di 6.5ha di un "mix" di vigne vecchie e giovani che affondano le proprie radici in scisto argilloso misto a marne calcaree con grande presenza di alberese. Siamo tra i 320 e i 350m slm, su una schiena d'asino di rara suggestione e indubbia vocazione. Eppure, ci sono voluti ben 9 anni per convincere la famiglia e, in particolare, il giovane Giovanni Mazzei (che ora vive nella tenuta, a conferma della volontà di dedicarsi con attenzioni costanti a questo progetto) a uscire con la prima annata. Infatti, pur avendo vinificato praticamente ogni vendemmia dal 2006 ad oggi, la storia di IPSUS nasce solo con l'annata 2015. Annata attualmente in commercio, in attesa dell'uscita della 2016.
il caggio mazzei
Parliamo, ovviamente, di un Chianti Classico Gran Selezione e di un Sangiovese in purezza, in cui convergono più cloni (come di consueto, sia da vivaio che da selezioni massali della famiglia), frutto di un'attenta conduzione biologica orientata alla sostenibilità e finalizzata all'ottenimento del massimo equilibrio della pianta in ogni annata (è eloquente la forza vitale di questi vigneti anche in un'annata secca come questa 2021). La vinificazione è parte in tini troncoconici d'acciaio e parte in tini di legno, con un affinamento di 18 mesi che inizialmente prevedeva solo tonneau ma dalla 2016 integra anche due botti grandi, per poi attendere l'ingresso in bottiglia per 8 mesi in cemento.
Ne risulta un IPSUS 2015 integra, nitida nel varietale, armonica nella presa di legno, complessa negli accenni balsamici e speziati ma ancora fresca nel frutto. Il sorso è tonico, profondo, fine nel tannico e saporito nel finale.
La 2016 che si sta ancora definendo in vetro, è luminosa, fiera, concreta ma al contempo slanciata nella dinamica di beva. Il grip tannico denota la personalità dei Sangiovesi di razza e il finale ematico chiude in grande stile un sorso pulito e persistente.
ipsus vino
Ho avuto modo di assaggiare anche le annate che verranno ma sarebbe prematuro descriverle, per quanto mi senta già di affermare che la coerenza stilistica molto rispettosa e per nulla invasiva permetta al terroir di esprimersi in maniera nitida nel rispetto dell'annata.

A prescindere dall'indubbia qualità dei vini assaggiati, ciò che mi ha colpito di più è proprio l'approccio poco impattante e per nulla "piacione" che la famiglia ha voluto mantenere con l'IPSUS. Cosa non scontata dato il posizionamento e l'appeal che questi vini hanno in certi mercati. La sensazione è che questo progetto sia una diretta emanazione della volontà e del gusto dei Mazzei e non un mero tentativo di assecondare un certo target. 
vino toscano più costoso

Da anni sostengo che al Chianti Classico manchi solo una serie di quei vini che a livello di posizionamento gli americani definiscono "Icon". A prescindere da meri discorsi commerciali, è palese che tutte le più grandi denominazioni italiane e straniere abbiano tratto vantaggio dal coraggio e l'ardire di produttori consapevoli e sicuri del proprio operato.  Per questo penso che vini come l'IPSUS possano far bene all'intero comparto del Chianti Classico, alzando l'asticella e livellando verso l'alto il valore percepito di un areale che merita ben più di ciò che sta ottenendo negli ultimi anni.


F.S.R.
#WineIsSharing

mercoledì 22 settembre 2021

Giacomo Satta - The Bolgheri Boy

 Ci sono figure nel mondo del vino che hanno segnato svolte, fatto la differenza, cambiato le dinamiche di interi territori e lo hanno fatto con decisione e personalità. Quando a queste persone seguono nuove generazioni i giovani possono, generalmente, optare per 3 macro soluzioni: una, forse, più sicura, ovvero quella di portare avanti l'azienda di famiglia in maniera pedissequa; una rischiosa ma "d'effetto" che li vedrebbe cambiare totalmente rotta, in rottura con il passato; e la più complessa che implica una riflessione profonda su ciò che è stato fatto e su ciò che si può ancora fare, cercando di far confluire la propria personalità in una personalità, in quel momento, più grande e riconosciuta, con l'obiettivo di far nascere qualcosa di nuovo sulla base di ciò che di buono è stato già fatto.

giacomo satta michele cantina bolgheri

Faccio questa premessa perché la sensazione che ho avuto ieri incontrando il giovane Giacomo, figlio di Michele Satta, è stata proprio quella di confrontarmi con un ragazzo pienamente consapevole, fiero e rispettoso della storia di suo padre e della sua azienda che, al contempo, non teme di apportare il proprio pensiero e la propria esperienza in divenire alle dinamiche di vigna e di cantina. Consapevolezza e determinazione, con l'umiltà di chi si sente di voler esplorare il "nuovo" con cognizione di causa e tenendo sempre bene in mente il proprio contesto. A giudicare dai vini che ho avuto modo di assaggiare, che vi racconterò nel dettaglio più avanti in questo pezzo, quella che era già un'azienda riconosciuta per qualità e pionierismo sta dimostrando di poter evolvere e mostrarsi sempre più contemporanea, senza bisogno di scimmiottare nessuno o di scendere a compromessi, senza la necessità di pacchiani coup de théatre o di inutili voli pindarici. Di certo confrontarsi con suo padre e con il suo enologo Attilio Pagli, nonché assaggiare tanto e "di tutto" per aumentare la propria conoscenza e il livello del proprio palato sono dettagli fondamentali per acquisire sicurezza e per avere una visione sempre più nitida e aperta di ciò che si vuole e si può fare. Una ventata di freschezza per Bolgheri, nell'approccio e nella resa nel calice.

cantina michele satta

Se si sa cosa si vuole e si sperimenta con raziocinio tecnico e con un fine tutto in vigna e in cantina acquisisce le sembianze di uno strumento; se si seguono mode o pseudo-filosofie  tutto diviene aleatorio e si lascia troppa responsabilità al caso, dovendo compensare eventuali errori di valutazione con abili stratagemmi comunicativi.

michele satta

Potrei parlarvi degli ottimi blend ma non vi direi nulla di nuovo e di particolarmente interessante, data la fama che i vini dell'azienda vantano da anni. Ciò che vorrei, senza alcuna velleità provocatoria, è focalizzarmi sulle due referenze da vitigni "autoctoni" (vinificati per la prima volta in purezza a Bolgheri proprio da Michele Satta) che l'azienda produce e sui quali, a mio parere, Giacomo sta esprimendo la sue doti di interprete di territorio:

cavaliere michele satta sangiovese

Costa di Giulia 2020 Bolgheri Bianco: un Vermentino che ha la "costa" nel nome e nel DNA, capace di esprimere il varietale nella sua piena aromaticità mediterranea, con la giusta maturità di frutto, note floreali di grande finezza e accenni erbacei che non scadono - fortunatamente - nei sin troppo consueti eccessi tiolici. Il sorso è fresco ma non esile, con piglio sicuro si distende lungo la linea tracciata dalla sua spina acido-minerale per poi chiudere sapido.

Cavaliere Toscana Igt 2018: trovare a Bolgheri un Sangiovese che non ho esitato e definire "CLASSICO" nell'interpretazione e nell'esposizione organolettica è tanto raro quanto le occasioni in cui ho assaggiato questo vino. Luminoso, dal frutto fresco, integro, senza accenni di eccessiva maturazione. Il sorso è integro, tonico, longilineo e dal giusto grip tannico. Tannini che sono fitti ma fini, segno di grande personalità. Profondo e saporito quanto basta a dare abbrivio all'inerzia di beva. Ottima la prospettiva evolutiva.

Non ho mai visto Bolgheri come l'areale più vocato per la produzione di Sangiovese ma due cose sono certe: c'è stata un'epoca in cui a Bolgheri di Sangiovese ce n'era più di quanto ce ne sia ora (ca. il 2% della superficie di vigneto totale); il Cavaliere è un Sangiovese che può competere con i grandi Sangiovesi di aree più note e definite più "classiche" per la produzione di vini dall'autoctono simbolo della viticoltura toscana e italiana. Questo dimostra che, anche il Sangiovese, se impiantato nel giusto contesto pedologico e con l'opportuna esposizione e, se gestito con il corretto approccio agronomico e interpretato con sensibilità in cantina, può dare ottimi risultati anche in questo territorio.

In conclusione non posso che fare un mea culpa per la mia latitanza dalle terre di Bolgheri sicuramente non figlia di preconcetti, bensì di priorità in termini di ricerca e di curiosità da appagare. Anche perché, a pensarci bene, i giovani di questo areale, negli anni, mi hanno dato sempre grandissime soddisfazioni e materiale su cui riflettere e di cui scrivere con trasporto e convinzione.

cantina assaggi da botte

Di certo continuerò a seguire le evoluzioni di Giacomo e della cantina di famiglia nei prossimi anni... ciò che ho avuto modo di assaggiare da vasca e da botte in cantina promette promette troppo bene per non rientrare fra le future priorità!


F.S.R.

#WineIsSharing

venerdì 17 settembre 2021

Calendario eventi enoici e fiere del vino 2021-2022 in presenza, Covid permettendo!

CALENDARIO EVENTI E FIERE DEL VINO 2021/2021

Dopo due anni di cancellazioni e procrastinamenti dovuti agli esiti della pandemia e ai vari dpcm, torno a condividere quello che confido sarà un affidabile calendario degli eventi enoici della stagione 2021-2022. Il calendario, ancor più quest'anno, è da ritenersi in continuo aggiornamento. Nell'elenco troverete sia eventi aperti al pubblico che dedicati solo alla stampa enoica e/o agli operatori di settore (buyer, ristoratori, sommelier ecc...), quindi vi invito a visionare i siti delle singole manifestazioni in modo da appurare le modalità di accesso. Sarà opportuno, inoltre, monitorare le evoluzioni delle norme anti-covid per comprendere quali saranno i requisiti d'ingresso (green pass, mascherine ecc...).

CALENDARIO EVENTI VINO ENOICI 2021 2022

Eccovi il calendario dei più importanti eventi dal settembre 2021 al giugno 2022

17-20 settembre 2021 - Enologica Montefalco - Montefalco (PG)

2-10 ottobre 2021 - Milano Wine Week 

10-11 ottobre 2021 - Modena Champagne Experience - Modena

17-19 ottobre 2021- Vinitaly Special Edition – Verona

21-24 ottobre 2021 - Ein Prosit - Udine

24-30 ottobre 2021 - BA&BA - Torino

31 ottobre - 1 novembre 2021 - Vini di Vignaioli – Varano de' Melegari (PR)

5-9 novembre 2021 - Merano Wine Festival – Merano (BZ)

13-15 novembre 2021 - VAN Vignaioli Artigiani Naturali –  Roma

13 novembre 2021 - Wine&Life - Sassari

14-15 novembre 2021 - The Wine Revolution – Sestri Levante (GE)

19-28 novembre 2022 - Benvenuto Brunello (Anteprima) - Montalcino (SI)

21-22 novembre 2021 - Back to the Wine – Faenza (RA)

22-23 novembre 2021 - World Bulk Wine Exhibition - Amsterdam (Olanda)

27-29 novembre 2021 - Mercato dei Vini FIVI – Piacenza

15-16 gennaio 2022 - Nebbiolo nel Cuore - Roma

17-18 gennaio 2022 - Biennale Internazionale del Vino (B2B) - Bologna (BO)

Gennaio-febbraio ? - Nebbiolo Prima - Anteprima Amarone - Anteprime Toscane - Anteprima Sagrantino - Vini ad Arte ecc... (Stampa)

14-16 febbraio - Wine Paris & Vinexpo Paris - Parigi (FRANCIA)

5-6 marzo 2022 - Live Wine - Milano

20-21 marzo 2022 - Terre di Toscana - Lido di Camaiore (LU)

27-29 marzo 2022 - Prowein - Düsseldorf (GERMANIA)

9 aprile 2022 - Summa - Magrè (BZ)

9-11 aprile 2022 - Vinnatur - Gambellara (VI)

10-13 aprile 2022 - Vinitaly - Verona (VR)

30 aprile 1-2 maggio - Only Wine Festival - Città di Castello (PG)

22-24 maggio - Salone Vitigno Italia - Napoli

10-13 giugno - Salone dei vini e degli oli del Sud Italia - Bari

11 giugno - Zürich Rosé Festival - Zurigo (SVIZZERA)

In questi ultimo anno e mezzo produttori, media, operatori e appassionati hanno dovuto rinunciare a molte manifestazioni (fatta eccezione per alcuni eventi estivi all'aperto e poche e molto contenute occasioni di degustazione indoor) e le alternative "virtuali" sono state solo un mero palliativo. Di certo, però, questa fase di stallo e di distacco dagli eventi ha portato molti a tirare le somme e valutare meglio la propria partecipazione alla miriade di fiere e manifestazioni del vino che si stavano susseguendo prima dell'avvento della Pandemia. Si è avuto modo e tempo di valutare e rivalutare l'entità di alcuni contesti e la reale utilità dell'esservi presenti ma si è anche rischiato, a mio parere, di eccedere nella critica, generalizzando e pensando di poter fare totalmente a meno delle occasioni di confronto in presenza. Il mio consiglio ai produttori è quello di ponderare al meglio le proprie scelte in quanto ad eventi, in base al proprio budget e alle proprie necessità commerciali, di posizionamento in Italia e all'estero e di visibilità, per quanto quella, oramai, non sia più così correlata alla presenza fisica. Mentre agli organizzatori è di dare sempre più valori aggiunti alle proprie manifestazioni in modo che gli investimenti dei produttori possano tradursi in conversioni reali, attuando politiche che elevino e definiscano meglio il target, specie nell'ipotesi (plausibile) di ingressi a ranghi ridotti. Prendere il meglio del know how acquisito e messo in campo in questo ultimo periodo per aumentare la qualità e l'offerta degli eventi sia per gli espositori che per gli avventori/visitatori professionali e non. 

La percezione, dal lato degli operatori e degli appassionati, è che si voglia di tornare a vivere il mondo del vino anche in contesti come fiere ed eventi che permettono lo scambio di informazioni, pareri e conoscenze in maniera meno fredda e virtuale di quanto si è fatto negli ultimi mesi. Una selezione "naturale" credo ci sarà, tra gli eventi che meritano una continuità e quelli che, purtroppo, non riusciranno a ripetersi dopo una o due edizioni di stop. D'altra parte, questa assurda situazione ha portato molte delle persone che gravitano attorno all'enosfera a sentire forte il bisogno di tornare a vivere materialmente la condivisione enoica e a parlare di vino de visu in un padiglione di un polo fieristico, in un palazzo storico o, magari, all'aperto in stagioni che lo permettano.

Io da par mio, confido che gli appassionati e gli addetti ai lavori abbiano sfruttato questo lungo periodo di assenza di gran parte degli eventi per tornare a viaggiare per vigne e cantine e a confrontarsi con il singolo produttore, per quanto possibile. Questo aspetto non cambierà e resta il modo migliore per confrontarsi tra i diversi esponenti del settore, ma potersi riunire in un'unica occasione è per molti un modo per ottimizzare e poter massimizzare incontri con chi si conosce da tempo o con chi ancora non conosciamo. Ecco perché non mi sento di denigrare totalmente e in maniera generalizzata il mondo degli eventi enoici, che se ben organizzati, da un lato, e ben preparati, dall'altro (dai produttori), possono ancora essere fondamentali per la filiera.

Nella speranza di tornare a vivere presto gli eventi enoici in una più possibile "libera sicurezza", vi prego di segnalare eventuali ulteriori manifestazioni di rilevanza nazionale al fine dell'inserimento.


F.S.R.

#WineIsSharing

 

mercoledì 15 settembre 2021

Il Pinot Bianco nel Collio - 7 cantine e una sola mission: valorizzare l'identità del varietale nel proprio territorio

Da sempre sono fautore e promotore dell'unione fra produttori e della coesione territoriale e, negli anni, ho visto nascere e crescere consorzi, associazioni e reti di aziende in ogni regione italiana ma non tutte avevano chiara la propria mission come quella di cui vi parlerò oggi: la rete d’impresa Pinot Bianco nel Collio.

pinot bianco nel collio

Parlo di un'associazione che riunisce sette aziende vitivinicole  del Collio attorno a un vitigno e a vini che vantano una nicchia di interesse ancora solo parzialmente esplorata in Friuli ma che annoverano, già, tra le proprie fila dei picchi d'eccellenza notevoli.

Le aziende che compongono la rete sono: Castello di Spessa, Livon, Pascolo, Russiz Superiore, Schiopetto, Toros e Venica&Venica.

Una rete voluta fortemente da Marco Felluga, decano della vitivinicoltura friulana, che sin da tempi non sospetti crede nel Pinot Bianco e, ancor più, nella possibilità di fare fronte comune per far sì che questo varietale funga da volano per la valorizzazione di un intero territorio. Un territorio, quello del Collio, che ha vissuto dei fasti dell'epoca dei "Super Whites" ma che in alcuni casi ha dato l'impressione di adagiarsi sugli allori rischiando periodi di stasi. Ecco perché iniziative come queste, seppur promosse da una ristretta cerchia di produttori, possono dare uno shock al movimento di tutto l'areale, ponendo l'attenzione sia sull'indiscussa vocazione dei propri vigneti che sulla capacità degli interpreti locali di mettersi continuamente in gioco e di guardare al panorama nazionale e internazionale facendo leva sulla propria spiccata identità. Ecco perché il Pinot Bianco, vitigno conosciuto in tutto il mondo e coltivato in varie e importantissime aree vitivinicole del globo, diventa un banco di prova importante e, al contempo, un traduttore di territorio capace di confrontarsi con uno spettro molto più ampio di espressioni di pedoclimi e di culture enoiche differenti. Più termini di comparazione e più possibilità di dimostrare che il Collio vanta peculiarità uniche e distintive, in grado di conferire all'elegante Pinot Bianco caratteristiche organolettiche identitarie e singolari, non ripetibili altrove.

La storia del Pinot Bianco nel Collio Goriziano (allora Friuli Austriaco) inizia con il Conte La Tour di Capriva che, alla fine del XIX secolo, importò le prime barbatelle . I vecchi lo chiamano ancora "Borgogna bianco", com’era presentato nel catalogo del 1863: “Varietà coltivata a Lestizza da più di 20 anni, il cui frutto dà vino squisito”. 

Sovente confuso con lo Chardonnay, il Pinot Bianco in realtà è come tutti i membri della nobile e cangiante famiglia dei "Pinot", una mutazione genetica del Pinot Nero. Un varietale che dalla Borgogna si è spostato diffondendosi nei paesi con climi tendenzialmente più freschi (grazie alla sua resistenza) e che in Italia ha preso piede nel nord-est (Friuli e Alto-Adige ne sono i riferimenti nazionali) ed è contemplato anche nei disciplinari dei noti Metodo Classico Franciacorta, Trento Doc e Talento.
Nel mondo l'Alsazia (Pinot Blanc o Gros Pinot Blanc) e l'Austria (Weissburgunder) possono essere considerate le due aree di riferimento per la produzione di vini base Pinot Bianco in termini di qualità percepita.

Il Pinot Bianco rappresenta "solo" il 10% dei vigneti locali ma in un'area relativamente contenuta e con una così ampia base ampelografica rappresenta, comunque, una quota da tenere in grande considerazione anche in prospettiva di crescita. Sì, perché tra gli obiettivi di queste "sette sentinelle" del Collio c'è sicuramente quello di valorizzare a tal punto il Pinot Bianco da preservarne i vigneti esistenti e da rosicchiare qualche quota di territorio a vitigni come il Pinot Grigio che rischiano di soppiantare molta della produzione locale. Per farlo puntano tutto sulla qualità del proprio lavoro che io ho avuto modo di approfondire visitando tutte le 7 realtà coinvolte nella rete del Pinot Bianco nel Collio e assaggiando alcune selezionate referenze delle stesse, di annate attualmente in commercio e di annate addietro a discrezione dei produttori.

Vini Pascolo

pascolo cantina collio

Conosco Alessandro Pascolo  da qualche anno e la sua dedizione al vigneto non ha fatto che aumentare di stagione in stagione, di vendemmia in vendemmia. Siamo nel versante Sud di Ruttàrs, zona molto soleggiata del Collio, ma la gestione agronomica di Alessandro e della sua famiglia fa la differenza nel mantenimento di un equilibrio fra struttura e acidità che permette, specie nel Pinot Bianco, di portare nel calice vini luminosi, fini e di buona freschezza, con il sale e a fare da filo conduttore e da esaltatore della dinamica di beva. A conferma di della bontà del suo lavoro lo stato di forma dei vigneti e delle uve che ho avuto modo di osservare e assaggiare in loco a ridosso della vendemmia. Tra i vini assaggiati spicca il Pinot Bianco 2019 (condivisibile la scelta di uscire più tardi) integro nel frutto, fresco nel fiore, con sfumature minerali che fanno da preludio ad un sorso slanciato ma non esile, vibrante e salino.

Schiopetto

schiopetto cantina pinot bianco

Una delle realtà storiche del Friuli e tra quelle che di più e da prima hanno creduto nel Pinot Bianco. Sui 30ha di proprietà, gran parte è rappresentata da vigne nature di tra i 20e i 40 anni, il Pinot Bianco, tanto amato da Mario Schiopetto occupa ben 5ha. Oggi, la volontà dell'azienda è quella di far valere l'identità espressiva di questo territorio e l'esperienza di queste viti grazie a interpretazioni nitide e lineari in cui un'energica struttura e un equilibrato nerbo acido possano dar vita a vini completi, complessi ma dalla grande dinamica di beva proprio come la 2019 presentata in degustazione. A giudicare dallo stato di forma dei vigneti, che ancora oggi fanno da "campus" per i noti preparatori d'uva Simonit & Sirch, anche per il Pinot Bianco di Schiopetto la 2021 promette molto bene!

Livon

Llivon

La terza tappa del mio focus sul Pinot Bianco nel Collio mi ha portato nei vigneti e nelle cantine dell'Azienda Agricola Livon. Realtà importante che ha vigneti in varie denominazioni friulane ma che ha scelto di puntare sul Pinot Bianco nel Collio. Lo ha fatto anche in zone in cui il ciclo vegetativo è più dilatato e, tendenzialmente, le uve riescono a preservare maggior freschezza. L'esperienza e le indubbie capacità interpretative e commerciali di una cantina come Livon non possono che agevolare la valorizzazione del Pinot Bianco in quest'area. Importante il messaggio lanciato dall'azienda che presenta come annata in commercio il Pinot Bianco "Cavezzo" 2018, un vero e proprio Cru che mette in risalto le doti evolutive del varietale, equamente maturo nel frutto e ancora fresco nel fiore, con una presa di legno ben integrata.  Ottima la capacità di questa zona di conferire agilità e sapidità al sorso. Interessante constatare quanto fossero ancora indietro in questa zona le uve di Pinot Bianco, in confronto a quelle di "sottozone" tendenzialmente più calde e assolate.

Toros

toros

Siamo in Località Novali a Cormons presso l'Az. Agr. Toros Franco. La vigna e il vino sono una questione di famiglia a casa Toros e Franco, coadiuvato dalle sue figlie, è portatore di una passione tramandata da generazioni. Una passione che parte proprio dai vigneti e compie il suo ciclo nel calice, attraversando vinificazioni attente e rispettose, tese a trarre il meglio dalle uve raccolte di annata in annata e che quest'anno sembrano in ottima forma.
La fiducia di Franco nel Pinot Bianco non è cosa di ieri, tanto che l'azienda è oggi riconosciuta a livello nazionale e internazionale anche per l'espressione di questo vitigno. Io ho avuto modo di assaggiare una 2019 coerente con il varietale e l'annata, in cui il fiore riesce a rendere più armonico ed elegante il frutto e sottesi accenni minerali donano quella finezza che ritroviamo in bocca, con buona dinamica e il consueto finale sapido. 

Castello di Spessa

castello di spessa cantina

Avevo già avuto modo di visitare il Castello Di Spessa e le sue cantine, ma ciò che mi aveva affascinato di più era proprio la vigna dei 3 Pinot a Capriva, in cui spiccano i filari dedicati al Pinot Bianco. Vigneto che dimostra quanto conti, anche per questa realtà, il varietale che ha fatto da collante per le sette sentinelle del Collio. Nel caso del Castello di Spessa la scelta è stata orientata sul presentare l'annata 2020, ancora votata a sensazioni primarie ma capace di sviluppare nel calice una buona armonia olfattiva e, in bocca, un sorso fiero e dotato di buon nerbo. Un vino elegante e di buona persistenza minerale. 
Molto interessante, oltre all'utilizzo in purezza, l'idea di porre il Pinot Bianco al centro di un blend prodotto in tiratura limitata che si presenta ora in commercio con l'annata 2012 ancora in tiro, senza alcun accenno di evoluzione ossidativa o di stanchezza strutturale.

Venica & Venica

venica e venica cantina

Conosco da anni questa realtà e ne apprezzo costantemente i vini ma per varie vicissitudini non ero ancora riuscito a visitarla. Il mio approfondimento sul Pinot Bianco, affiancato da Ornella, mi ha portato finalmente a scoprire le dinamiche di lavoro in vigna e in cantina di una delle realtà più rappresentative del Collio e di tutta la regione. Sostenibilità e visione, rispetto e propositività mai doma. Un'azienda a conduzione familiare che non contempla la stasi fra i momenti della propria storia passata, presente e futura. Il Pinot Bianco Talis 2020 è una sintesi perfetta nitidezza di frutto e finezza floreale. Un vino equilibrato nella materia e slanciato da un'acidità ben integrata. Il finale salino salino da abbrivio all'inerzia di beva. Impressionante la tenuta nel tempo e la capacità evolutiva mostrata dalla 1995 portata a chiusura della degustazione.

Russiz Superiore - Marco Felluga

russiz superiore

L'ultima tappa del mio intenso tour alla scoperta del Pinot Bianco nel Collio è la realtà dalla quale è nata la scintilla che ha dato vita a questo gruppo di affiatati produttori: Russiz Superiore di Marco Felluga.
È senza tema di smentita l'azienda che di più ha creduto nel Pinot Bianco negli anni e che, ancora oggi, fa di questo varietale il protagonista di due dei suoi vini più rappresentativi. Un approccio votato all'equilibrio in campo e all'eleganza nel calice. Con la giovane e preparatissima Ilaria, figlia di Roberto che conduce l'azienda con rinnovata sensibilità, ho avuto modo di verificare una sempre più attenta conduzione agronomica e un approccio virtuoso, specie per un'azienda con un parco vigne così importante. Rispetto che si traduce in vini che rispecchiano l'identità del Pinot Bianco traducendo le potenzialità varietali e territoriali nelle due versioni che, a mio parere, tutte le aziende dovrebbero avere per puntare a far crescere la percezione di questo vino in questo areale: la versione "classica", in questo caso una 2020 brillante, fresca, fine, senza fronzoli, con frutto e fiore in bella vista e un sorso slanciato e sapido; una versione Riserva 2016 che pone l'accento sulla capacità di questo varietale, se trattato con saggezza, di arrivare a esprimersi al meglio dopo qualche anno di vetro. Un vino complesso, maturo nel frutto e fresco nel fiore, intrigante nella speziatura con un legno ben integrato. Un vino materico, con la giusta grassezza, che non manca di un buon nerbo acido in grado di distendere un sorso dall'incedere ritmato e sicuro. Chiude decisamente saporito.
pinot bianco nel collio
In conclusione non posso che confermare che il Pinot Bianco ha trovato nel Collio ha trovato una terra delle sue terre d'elezione e che, a mio parere, rappresenta una chiave di volta interessante per dare nuovo slancio al territorio tutto che, per quanto vocato e fiero dei propri meritati fasti, ha vissuto un periodo in cui in troppi sembrano essersi adagiati sugli allori. Inoltre, le interpretazioni di Pinot Bianco assaggiate mettono evidenziano quanto da me auspicato prima di intraprendere questo percorso di approfondimento, ovvero la tendenza dei produttori del Collio in oggetto di privilegiare la freschezza, la finezza e l'eleganza del varietale a discapito delle sovrastrutture e dei meri scimmiottamenti di vini non propri di questo territorio. Il tutto senza precluderne la longevità, dimostrata ampiamente dagli assaggi di diverse "vecchie" annate fatti al termine del tour. Lo step successivo sarà quello (sembra già essere stato approntato) di produrre per ogni realtà la versione classica e la versione "riserva" o "selezione" che possa andare a livellare verso l'alto il posizionamento di vini che meritano di stare tra i grandi bianchi italiani e del mondo per nitidezza, completezza e per longevità potenziale.
Non ci resta che attendere gli sviluppi di questa unione che spero possa fungere da innesco per nuove, sane e costruttive sfide territoriali. Intanto, il mio consiglio è quello di visitare le aziende coinvolte e assaggiarne i vini, magari in comparazione con i Pinot Bianco di altri areali italiani e internazionali.

F.S.R.
#WineIsSharing






lunedì 13 settembre 2021

BRDA home of Rebula - La "Ribolla" stupisce ancora nella sua casa slovena tra grandi assaggi e produttori sempre più coesi!

Quando iniziai a intingere la penna nel calamaio del vino decisi di scrivere solo dei territori, dei vini e delle cantine d'Italia ma negli mi sono concesso qualche digressione geografica e la "regione" che mi ha spinto più volte a varcare la linea di confine è, senza ombra di dubbio, la BRDA slovena.

masterclass rebula brda slovenia

Il perché è molto semplice: non esistono areali vitivinicoli più contingenti in termini pedoclimatici e ampelografici di quelli relativi al Collio Goriziano e alla Goriška Brda appunto!

Un confine politico tracciato dall'uomo che delinea sicuramente due culture e due idiomi differenti - almeno in parte -  uniti, però, da una matrice pedologica comune, ovvero la ponca (nel Collio) o opoka (in BRDA) e da un vitigno, in particolare, la Ribolla (Collio) o Rebula (BRDA).

La Rebula o Ribolla Gialla che sia, merita il titolo di vitigno “cross-border”, ovvero un vitigno in grado di unificare naturalmente due territori separati da un confine nazionale che non ha, però, mutato le peculiarità del Collio che, meglio di qualsiasi altro territorio, dimostra quanto l'identità di terroir non sia legata soltanto a ciò che troviamo in etichetta e, quindi, alle denominazioni, bensì all'insieme dei valori di terroir: pedologia, clima, varietale e uomo, determinante con i suoi approcci agronomici ed enologici.

confine collio brda

E' proprio attorno a questo varietale che dal 2017 alcuni dei più importanti produttori della BRDA, uniti ad una piccola ma fondamentale rappresentanza del Collio friulano, si riuniscono per dar vita a una manifestazione enoica di alto profilo, capace di attirare a sé media e buyers di rilievo internazionale.

Anche quest'anno, nonostante la situazione pandemica, il consorzio BRDA home of Rebula, capitanato dal presidente Marjan Simčič, ha allestito una Masterclass organizzata in maniera impeccabile che ha dato lustro ai vini del territorio e ad alcuni degli chef neo-stellati sloveni, ponendo l'attenzione sul fortissimo legame che vino, cucina e territorio hanno in questa regione e in tutta la Slovenia.

produttori brda

Sono tredici i produttori coinvolti nella divulgazione dei vini di questo territorio e, attraverso di essi, dell'unicità di un areale che mirano ad unire in un unica denominazione transfrontaliera: Marjan Simčič, Edi Simčič, Dolfo, Ferdinand Wines, Ščurek, Klet Brda, Zanut, Moro, Medot e Erzetič dalla Slovenia e Kristian Keber, Jermann e Gradisciutta dall'Italia.

Io, da par mio, condividerò con voi i migliori assaggi fatti nelle relative categorie alla Masterclass della Rebula 2021:

Ribolla "Classica"

Medoto Rebula Journey

Rebula Journey 2020 - Medot: una Rebula che manifesta sin dal primo naso quella che è l'obiettivo "dichiarato" attraverso le scelte enologiche dal produttore, ovvero quello di portare nel calice un vino nitido nel varietale, fresco, agile e ma capace di rifuggire l'esilità e di mostrare nerbo e persistenza agrumata e sapida. 

Ribolla "Matura"

gradi sciutta ribolla

Sveti Nikolaj Rebula 2018 - Gradis'ciutta by Robert Princic: da vigne in BRDA ma vinificato nella cantina italiana di Robert Princic, questo vino simboleggia la transregionalità della Rebula. Un'espressione del vitigno che anela a una complessità non consueta, raggiungendone già una buona dose che, sono certo, aumenterà con ulteriore evoluzione in vetro. Il frutto è integro, maturo e il fiore ancora fresco; la speziatura è lieve e intrigante e il legno ben integrato. Il sorso è energico in ingresso, per poi distendersi con disinvoltura fino al finale saporito.

klet brda vino

Rebula Bagueri Superior 2018 - Klet Brda: la cantina cooperativa della BRDA dimostra ancora una volta di riuscire a mantenere standard qualitativi notevoli e di poter stupire con coerenza e costanza su referenze come questa, in cui l'attenzione dalla vigna alla bottiglia si percepisce sin dal primo naso. Un vino intenso, fiero della propria identità varietale. Luminoso nel calice e dal piglio sicuro nell'ingresso in bocca. Pieno a centro bocca. si allunga con buona dinamica alla chiusura salina.

edi simcic vino

Rebula Fojana 2018 - Edi Simčič: per molti la Ribolla/Rebula e il legno piccolo non vanno d'accordo in quanto la finezza aromatica del varietale abbinata ad una struttura non eccessiva possono rappresentare fattori di rischio per l'affinamento. Io penso che il legno sia solo uno strumento che se ben utilizzato e gestito possa rappresentare un valore aggiunto nell'interpretazione, anche, di un vitigno come la Ribolla, specie se la scelta (fondamentale) è quella utilizzare le barrique per la vinificazione/fermentazione e non solo per l'affinamento. A testimonianza di ciò c'è questa Ribolla in cui il varietale non è stato occluso dal legno (20% nuovo). Un frutto maturo ma ancora fresco, note balsamiche e speziate appena accennate, che sembrano voler far dare giusto un'occhiata verso la sua prospettiva evolutiva. Il sorso è garbato, con un buon bilanciamento fra struttura e acidità. Il finale è lungo e giustamente saporito.

scurek up rebula

Rebula UP 2018 - Ščurek: un vino che fa da spartiacque fra questa categoria e la successiva (quella dei macerati) in quanto la percezione è quella di trovarsi di fronte ad una Rebula sapientemente gestita nell'attingere alle sue bucce in modo da conferire carica espressiva, cromatica e materico-minerale al calice. Al naso arancia candita, albicocca e spezia bianca fanno da opportuno preludio al sorso fiero, materico nella percezione tattile del tannino e decisamente saporito nel finale. 

Rebula con prolungata macerazione sulle bucce

marjan simcic opoka

Rebula Opoka 2018 Medana Jama Cru - Marjan Simčič: di Marjan Simčič e di quanto questo vignaiolo che ha ereditato la passione e i vigneti dal padre a cavallo fra i due "versanti" del Collio si è già detto molto, ma ciò che non smetterà mai di stupirmi è la sua costante volontà di alzare l'asticella, sperimentando e ricercando nuovi traguardi. Il tutto con il giusto connubio di personalità e umiltà, doti che lo pongono come riferimento non solo per appassionati e addetti ai lavori ma anche e soprattutto per i propri colleghi produttori. Questa Rebula Opoka è l'ennesimo capolavoro di un vignaiolo ormai così tecnicamente consapevole da poter lavorare in maniera artigianale senza lasciare nulla al caso. L'artigianalità consapevole e la sottrazione razionale che portano nel calice vini puliti, nitidi e armonici come questo. Forte di una materia conferita dall'accorta macerazione ma agile nella dinamica di sorso grazie all'acidità spiccata e alla vena minerale che percorre tutta la beva fino alla chiusura salina. Appena accennato il tannino che con finezza terge il palato lasciandolo pulito e pronto al nuovo sorso.

ferdinand cantina vino

Rebula Brutus 2016 - Ferdinand: 12 mesi di macerazione in tonneau gestiti con grande "manico"! Un vino che mantiene con fierezza una percettibile identità varietale. La complessità raggiunta è notevole ma a stupire è la capacità di mantenere una freschezza di frutto difficile da auspicare. Il sorso vanta una struttura non prettamente glicerica grazie all'alcol moderato e ha una postura eretta grazie alla longilinea spina dorsale acido-minerale. Mineralità che torna ancora una volta nel finale fungendo da abbrivio per l'inerzia di sorso.

"Bonus wine"

kristian keber brda vino

BRDA 2018 Kristian Keber: fuori categoria per la base ampelografica coinvolta ma non per la macerazione, questo vino rappresenta la tradizione vitivinicola di questi luoghi in cui (come al di là del confine) i vigneti erano misti e gli uvaggi erano composti da diversi varietali autoctoni. Kristian ha ripreso in mano i vigneti dei nonni recuperando un concetto di uvaggio che sa di BRDA tanto se non più dei vini in purezza a cui oggi l'enologia contemporanea e i mercati ci hanno abituati: Rebula 50%, Zeleni Sauvignon (Friulano) 40% e 10% Malvasia istriana. Interessante la scelta di fermentare naturalmente per un mese in cemento macerando a grappolo intero (con i raspi), per poi elevarsi per 2 anni nella classica botte friulana da 700l (non tostata). Un vino che abbina alla notevole complessità una freschezza luminosa nel frutto e iodata nelle note balsamico-minerali. Il sorso è agile seppur materico, dal tannino per nulla sgarbato (confermando la maturità di uve e raspi e l'ottima gestione della macerazione). Tanto sale nel finale.

Una masterclass che conferma, ancora una volta, la duttilità della Rebula e la sua capacità di tradurre annate, territorio e filosofie produttive differenti con plasticità senza perdere la sua intrinseca identità. Se le versioni più fresche mostrano pulizia, grande agilità di beva e versatilità potenziale in termini di abbinamento, le interpretazioni definite "mature" danno ulteriore credito alla capacità del vitigno di confrontarsi con vinificazioni più incisive e con evoluzioni in botte e in bottiglia degne dei grandi bianchi del mondo. Sono però le versioni macerate quelle che riescono, a mio parere, a rendere pienamente onore a un'uva che ha nella sua buccia una componente fondamentale della sua personalità.  Nonostante la complessità di gestione dei suoi tannini è proprio una consapevole e oculata macerazione a mettere in risalto la completezza della Rebula e l'esperienza dei produttori locali.

Vintage 2020

Alla Masterclass, oltre ai banchi d'assaggio in cui è stato possibile confrontarsi con i singoli produttori, assaggiando anche altre referenze, è seguita la presentazione "en primeur" dell'annata 2020 che secondo vignaioli ed enologi locali è stata una delle migliori annate degli ultimi decenni. Annata che per la Rebula è, addirittura, stata decretata la migliore degli ultimi 50 anni, grazie alle condizioni climatiche ideali in tutto il ciclo vegetativo, dalla fioritura all'impollinazione, dalla maturazione al raccolto. Gli assaggi hanno confermato una qualità media molto alta e una spiccata aderenza varietale e territoriale, con picchi di armonia olfattiva e persistenza sapida che fanno ben sperare sia a breve termine che in prospettiva evolutiva per questa 2020.

brda vigneti

In conclusione, anche questa edizione della Masterclass della Rebula "Exclusive Wine Experience" ha mostrato un territorio coeso e in netta crescita, con una visione sempre più nitida di quello che è il futuro della BRDA quale areale d'interesse internazionale che può puntare sulla Rebula come comun denominatore ma che può e sa stupire con produzioni d'eccellenza anche attraverso altri varietali. L'unione sincera di queste realtà e la volontà di continuare a mettersi in gioco, di annata in annata, non può che meritare un plauso da chi vorrebbe vedere questo tipo di manifestazioni e di lavoro di squadra anche in Italia.


F.S.R.

#WineIsSharing

vino click

Newsletter

Benchmark Email
Servizi Email di Benchmark

Elenco blog personale