venerdì 1 luglio 2016

La famiglia Garofoli e la sua Casa Vinicola - Storia del Vino delle Marche

In questo WineBlog sono solito scrivere maggiormente di realtà medio-piccole, di scoperte personali, magari poco note ai più, questo perché nel mio girovagar enoico la curiosità mi ha portato più spesso a visitare questo genere di cantine, piuttosto che ad assaggiare Vini prodotti in numeri più contenuti. In realtà, oggi, vi parlerò di una Cantina che rappresenta da anni per me la vera eccezione che confermi la regola e forse quella che più di ogni altra, a mio modo di vedere, può far comprendere quanto siano inutili preconcetti legati ai numeri ed alle dimensioni, là dove ciò che conti sia sempre e solo l'approccio che si ha nel fare Vino.
Parlo della Casa Vinicola Garofoli e lo faccio con malcelata emozione, dato il legame profondo che da sempre ho sentito con un'azienda, ma ancor prima una Famiglia del Vino che rappresenta in Italia e nel mondo la mia terra natìa... le mie Marche.
cantina garofoli
Parliamo di un'azienda che affonda le sue radici nella fine dell'800, quando Antonio Garofoli, nel 1871, iniziò a produzione e vendita di vini locali.
Suo figlio Gioacchino continua e sviluppa l’attività paterna e fonda, nel 1901, la ditta Gioacchino Garofoli, che passerà, dopo la seconda guerra mondiale, nelle mani dei due figli, Franco e Dante, che lasceranno a loro volta ai figli di Franco, ovvero Carlo e Gianfranco, l'azienda di famiglia a partire dai primi anni ’70.
Nel settembre del 2005 ha fatto il suo ingresso in azienda la quinta generazione Garofoli; i figli di Gianfranco, Caterina e Gianluca.
Di solito non mi dilungo molto in questo genere di cronistoria, ma come avrete capito si tratta più di un albero genealogico che di una successione in ambito imprenditoriale, questo perché ciò che rende così speciale la Casa Vinicola Garofoli (non a caso si chiami “Casa”) è proprio il fatto di essere rimasta in mano alla stessa famiglia per più di un secolo. Una storia di Vini, di uomini e di donne che da ormai cinque generazioni fa ciò che gli riesce meglio: grandi Vini! Il tutto con un'attenzione continua e mai doma nella ricerca e la sperimentazione di tecniche produttive che non vadano a ledere quel continuum storico-gustativo che ha reso la Garofoli l'azienda che è.

Perché un'azienda che produce oltre 1milione di bottiglie potrebbe essere così interessante vi chiederete voi? Perché un winelover appassionato e curioso dovrebbe approfondire la conoscenza di una realtà come questa e dei suoi Vini? Beh, le risposte sono molteplici, ma vi butto lì alcuni punti fondamentali:
  • E' la cantina più antica delle Marche ed è stata tra le primissime ad imbottigliare Vino in Italia;
  • La famiglia Garofoli con le sue cantine, le sue vigne ed ancor prima con l’osteria dalla quale tutto ebbe inizio, sono state e sono tutt'ora parte integrante delle comunità, sia in ambito culturale e tradizionale, che nell'economia locale, dando lavoro da generazioni a famiglie del luogo;
  • Avrebbero potuto impiantare ettari ed ettari di varietali internazionali seguendo le mode ed i trend, ma hanno per primi creduto nella validità di vitigni autoctoni delle Marche come il Verdicchio ed il Montepulciano, dando lustro alla viticoltura delle Marche e rappresentando l'Italia bianchista con stile, eleganza e la semplicità di una famiglia che non solo non è snob nei modi, ma lo è ancor meno nei Vini che produce;
  • Essere piccoli vignaioli è difficilissimo e sul quanto sia incerto "fare Vino" ho già scritto molto, ma è palese che anche riuscire a fare qualità eccellente nonostante i grandi numeri non sia facile e che con il crescere delle dimensioni di un'azienda aumentino responsabilità, costi e rischi. Quindi i due punti focali saranno sempre la qualità del Vino e delle persone. Il rispetto per il territorio, per l'uva e per chi berrà il Vini che ne scaturità, nonché l'interdipendenza tra filosofia produttiva ed annata permettono di trascendere dimensioni e numeri e di non farne parametri di giudizio attendibili in toto.

La storia del Verdicchio in breve

Facendo un piccolo excursus riguardo la storia del Verdicchio, possiamo dire che dai primi anni del dopoguerra in poi sia la storia di un vino alcolico, robusto, ricco di struttura; in tutto e per tutto in linea con la tecnica enologica e con la richiesta del consumatore di allora.
Consumatore che era, in gran parte, anche produttore dato che l'autoconsumo, ancora importante nelle nostre campagne, era enormemente sviluppato allora.
Non che ci fosse solo autoconsumo, il Verdicchio arrivava agevolmente sulla costa marchigiana e in grossi centri dell'Italia centrale e settentrionale.
Il Verdicchio di cui stiamo parlando era tale non certamente, o meglio, non solo perché il consumatore così lo voleva (il prodotto rivolto al consumatore era cosa ancora da venire); ma era così perché la tecnica enologica e viticola erano quelle di quaranta anni fa.
In campagna le viti erano maritate agli aceri o erano coltivate in piccoli appezzamenti con sesti d'impianto molto stretti; di conseguenza la produzione di uva era bassa ed il mosto aveva le gradazioni zuccherine atte a dare un grado alcolico alto e la tecnica enologica non prevedeva certo le finezze attuali.
Il cambiamento della realtà economica delle nostre zone spinse anche questo vino verso mercati e consumatori più vari, meno preparati a gusti e profumi molto "caratterizzati". Il Verdicchio, uscendo da casa propria, divenne di colore più chiaro, di grado alcolico più basso, più gentile. E si vestì di nuovo; gli fu cucito addosso un abito su misura, solo per lui, l'anfora.
E venne il tempo del “leggero, fresco, fruttato e acidulo". Nelle Marche, in tutta Italia, ma anche oltre Oceano.
Però qualcuno produceva ancora un Verdicchio passato sulle vinacce che, magari troppo possente da giovane, trovava una giusta dimensione con una certa maturazione.
E ci fu anche qualcun altro, come la Garofoli, che arrivato fra i primi alle tecniche più moderne di vinificazione, pensò di tornare indietro senza rinunciare alle moderne acquisizioni che avevano portato indubbiamente una certa a eleganza e finezza al Verdicchio. Tanto indietro da tornare sulla vigna a fare raccolte in due tempi (la più importante delle quali leggermente ritardata), tanto indietro da abbandonare il vestito "su misura" del Verdicchio, cioè l'anfora, per rivestirlo dell'abito più anonimo: una bottiglia bordolese, perché è il contenuto che conta! Il tutto per tornare ad avere un prodotto ricco, oltre che di aromi fruttati, anche di sapore, struttura e morbidezza in bocca.
Carlo Garofoli (socio ed enologo dell'azienda) iniziò anche a produrre uno spumante metodo classico prodotto a metà degli anni settanta: se un'uva poteva dare una base spumante che reggeva un ciclo di spumantizzazione così lungo poteva, forse, dare anche un prodotto che poteva essere bevuto non solo subito dopo la vendemmia o quasi. Il conseguente, e la riprova di tutto ciò fu la sperimentazione prima e la produzione poi di Verdicchio maturato in piccoli fusti a metà degli anni ottanta e che diede prodotti che dimostrarono di resistere e migliorare per un numero di anni impensabile solo poco tempo prima.
Innovatori, pionieri, ma sempre con uno sguardo indietro alla tradizione ed i piedi ben saldi su quella terra che non hanno mai lasciato, se non per portare i propri Vini praticamente in tutto il mondo.
Un mondo diverso dalle piccole realtà, ma che se vissuto dall'interno, come mi è capitato di fare seppur per pochi attimi, riduce tutto a quelle che sono le dinamiche normali di un'azienda prima e di una famiglia poi, con chi lascia l'ufficio per un'ora per andare a prendere le bambine a scuola e chi accoglie i parenti venuti da fuori con un bicchiere di Vino ed una chiacchierata informale. Capita di entrare in bottaia e restare a bocca aperta davanti a botti grandi che nelle Marche raramente incontri e magari di imbatterti in una mostra del fotografo locale che coniughi l'Arte di fermare il tempo a quella di evolvere il Vino nel tempo.

I Vini della Casa Vinicola Garofoli

E' un mondo tanto grande quanto piccolo e contenuto, che è reso ancor più interessante da ciò che alla fine conta più di ogni parola per chi, come noi, sia innamorato del Vino in quanto tale, ovvero la qualità di ciò che arriva nel bicchiere, specie per le Selezioni.
Primo fra tutti il Podium, che ha fatto e continua a far conoscere le qualità del Verdicchio nella sua espressione più pura, capace di coniugare la freschezza e la struttura di questo grandissimo varietale ad una longevità che non solo dimostri durevolezza nel tempo, bensì sia in grado di manifestare in maniera sincera le sfumature evolutive di anno in anno e in annata buone, come ad esempio la 2006, di farti andare in estasi con un bianco di 10 anni, che fai fatica a credere possa aver retto così.
Poi c'è il Serra Fiorese, una Riserva che fa da riferimento per l'invecchiamento in legno del Verdicchio e si colora di note tanto profonde quanto eleganti ed intriganti, acquisendo rotondità e longevità che ancor più in questo caso sembra non tener conto delle normali regole della fisica.
Il massimo della longevità del Verdicchio di casa Garofoli, io personalmente, l'ho potuto constatare nel Metodo Classico Gran Riserva, una bollicina che se ne sta sui suoi lieviti a discrezione di Carlo da i 10 ai 20 anni, che io ho avuto modo di assaggiare nelle versioni 2001, 2003 e 2004 tutte sboccate nel 2015 e semplicemente straordinarie. Non ho timore nell'asserire che non ho avuto modo di apprezzare un metodo classico italiano di quella qualità e di quella capacità evolutiva, fermo restando che sono un dichiarato amante delle bollicine base Verdicchio e che creda fermamente nel fatto che sia una delle uve più adatte alla spumantizzazione in genere ed ancor più sui lieviti.
gran riserva metodo classico verdicchio garofoli
Garofoli, però, non è solo Verdicchio, ma è anche Rosso Conero, una delle denominazioni storiche delle Marche, che purtroppo sta vivendo all'ombra del più popolare bianco e la cosa mi dispiace molto data la qualità di alcune bottiglie di quello che è a tutti gli effetti un Montepulciano che alcuni tagliano con un più o meno piccolo (max 15%) di Sangiovese, mentre altri, come la Garofoli, lasciano in purezza nel loro Grosso Agontano. Inutile dirvi che anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un punto di riferimento per la denominazione, che forse ancor più dei Verdicchio si pone su un gradino superiore soprattutto per quanto riguarda la longevità. Io ho assaggiato da poco alcune bottiglie di Grosso Agontano del 1993 e posso solo dire che nessuna presentasse il benché minimo difetto, che non vi ho riscontrato alcun accenno di stanchezza e che... beh... ho goduto davvero di una beva eccezionale!
Potrei parlarvi per ore anche dei passiti e di quanto il Brumato dimostri l'ennesima sfaccettatura di quel duttilissimo diamante chiamato Verdicchio, capace di dare il meglio di sé anche in presenza della Botrytis, dando vita ad un muffato dalle caratteristiche molto vicine a quelle dei Sauternes, ma … beh... in realtà l'ho appena fatto!
Concludo con quelle chicche che chiudo il cerchio in termini gustativi e nel concetto di Cantina circolare, prendendo in prestico un termine caro al noto Chef Igles Corelli, che vede concludersi ogni degustazione presso la Cantina Garofoli con i distillati: due grappe una di Rosso Conero e l'altra di Verdicchio e due splendidi Brandy uno invecchiato oltre 12 anni e l'altro più di 20 anni.
brandy garofoli
I Brandy, in particolare, sono gli ultimi arrivati nella linea di punta delle referenze della Casa Vinicola Garofoli, ma testimoniano quanto in questa azienda il tempo venga trattato in maniera completamente differente da molte altre realtà e non pensate che questo dipenda dalle possibilità e dal “cuscino” che una grande azienda possa avere, almeno non in questo caso specifico, in quanto si tratti solo e soltanto di lungimiranza e di pazienza... della volontà di uscire sul mercato solo con prodotti che rappresentino al meglio una famiglia ed un territorio, nonché le scelte di chi vuole lasciare un segno ed ormai credo ci sia riuscito e parlo di Carlo Garofoli.
Fondamentali all'interno dell'azienda Gianluca e Caterina Garofoli, due giovani con compiti radicalmente diversi, ma al contempo fondamentali per far sì che quest'azienda resti non perda il contatto con i mercati, con il tempo che corre e non risulti mai essere anacronistica o lacunosa. Due persone, ancor prima che due professionisti, di rara educazione e di grande simpatia... di quelle con cui mangeresti volentieri una pizza ogni sabato sera, per intenderci!
Lasciatemi concludere, però, con un plauso ad una persona che ho citato più volte nei miei articoli e che reputo, senza paura di risultare ruffiano (chi mi conosce sa che non sono bravo in questo genere di cose), la più grande Donna del Vino italiana, che ogni giorno è presente in Cantina e per la sua famiglia e che ancora oggi prende voli intercontinentali, per poter parlare di Vino, di Marche e di vita al mondo intero. Parlo ovviamente di Daria Perego Garofoli, che posso solo ringraziare a nome mio e di tutti coloro che amano le Marche ed il Vino per la qualità della persona che è e per tutto ciò che ha fatto e continua a fare in questa vita.

Mi scuso... anzi non lo faccio... per aver enfatizzato così tanto il mio apprezzamento per questa cantina, ma quando si parla di persone, persone di questa qualità e semplicità, ancor prima che di Vino e di aziende, è facile farsi prendere la mano e lasciarsi andare a considerazioni scritte più dall'uomo che dal WineBlogger.
Potrei proseguire ore a parlare di queste persone, di questa famiglia e dei loro Vini, ma credo che la cosa ideale per tutti voi o almeno per quelli di voi che sono riuscito ad incuriosire sia andarli a trovare e confutare personalmente ogni mia parola.

F.S.R.
#WineIsSharing

Elenco blog personale